Willy e la BODY ART. Intervista a Katia Stefani, in arte Madame Decadent

Cari amici dopo avervi parlato di Performance Art non potevo non addentrarmi in una sua crrente, la Body Art. Per l’occasione sono andato ad intervistare Katia Stefani, ai più nota come Madame Decadent

W. Ciao Katia! Sorriso aperto e  stretta di mano vigorosa, decisa, che mette ha proprio agio. Parlaci un po’ di te.

M.   Più che parlare di me, preferisco parlare del mio lavoro. Certo il mio percorso di vita influenza, certamente, il risultato finale del lavoro stesso. Per quel che mi riguarda non riesco a scindere vita vissuta da vita artistica. C’è un intreccio invisibile che non riesco a comandare. Nasco principalmente come pittrice, ma il mio modo deciso di approcciarmi alle superfici da dipingere mi hanno portata ad una richiesta sempre maggiore di dipingere pubblicamente, da lì sono entrata a far parte di una compagnia teatrale. Il mio compito era dipingere senza alcuna traccia enormi teloni bianchi che scandivano i tempi dello spettacolo, senza mai uscire di scena. Fu una dura prova ma si potrebbe dire che quello fu il tuffo che mi fece acquisire la sicurezza necessaria per mettermi a lavorare da sola su performance più concettuali. Dipingo su ogni supporto, con ogni materiale e in qualsiasi situazione, cerco di  non pormi limiti e affrontare ogni novità come una sfida. Nelle mie performance mantengo un controllo maniacale che mi porta a gestire in prima persona ogni aspetto della performance stessa, dalla musica alle luci ecc.

(Foto di Flavio Parente)

W. Il tuo nome è Katia Stefani, perché cambiarlo in Madame Decadent?

M. Quando nacque Madame Decadent, non avevo idea che potesse assumere un’identità così precisa, diventare in maniera così chiara il mio alterego. Madame Decadent nasce da sola, lei c’è sempre stata dentro me,  solo non aveva un nome. Il nome le è stato dato per gioco, nato dal mio amore per le ambientazioni decadenti vittoriane. Madame Decadent è il mio demone tormentato, lei è la sola che sale sul palco, lei è colei che dipinge, che strappa e inchioda. Questa scissione di personalità mi permette di essere più concentrata sul mio lavoro e lasciare la Katia di ogni giorno sotto al palco. Per una volta mostrare con fierezza quei demoni che ogni giorno per riuscire a sopravvivere teniamo nascosti.

W. Non posso fare a meno di notare i tuoi innumerevoli tatuaggi, a che età il primo, e perché?

M. Il mio rapporto con i tatuaggi è sempre stato molto forte, ricordo che da bambina inventavo storie con i tatuaggi che mio padre aveva sul suo corpo. Passavo le ore a far parlare quei disegni. In più sono cresciuta con la bellissima storia d’amore dei miei bis nonni che ha alimentato la famigliarità con questa antica pratica. Mio nonno era un marinaio e aveva entrambi le braccia tatuate, innamorato della mia futura bis nonna per l’ennesima volta andò a chiedere  la mano alla famiglia di lei e per l’ennesima volta si senti rifiutare, causa le sue braccia tatuate. Dopo l’ennesimo no tornò nella fabbrica di pelati dove lavorava, dopo aver lasciato il mare per dimostrare le sue buone intenzioni, e affondò entrambi le braccia nell’acqua bollente che serviva per bollire i pelati. Si ustionò, ma i tatuaggi rimasero sotto la pelle lucida. A questo punto la famiglia della mia bis nonna capì quanto le sue intenzioni fossero serie, così acconsentirono per il matrimonio. Quindi è comprensibile l’amore e il legame stretto che ho il tatuaggio e nemmeno c’è troppo da stupirsi se il mio primo tatuaggio l’ho fatto a tredici anni con ago e china da sola nella mia cameretta!

 

W. L’Abramovic  è un caposaldo della Body Art, lo è anche per te?

M. L’Abramovic è sicuramente una dei massimi rappresentanti dell’Arte performativa anche se devo dire a malincuore che alcuni dei suoi ultimi lavori non mi hanno entusiasmata. Sono sicuramente molto più legata e ispirata dall’ Abramovic degli anni settanta, più tangibile e meno eterea. Sono molti gli artisti che mi ispirano e a cui devo molto. Mi piace attingere ispirazione anche da fonti più disparate, cercare nella totale diversità di visione credo sia molto utile.

(foto di Mirko Turini)

W. Alcune forme estreme di body Art possono spingere il corpo fino al limite, ad esempio nell’azionismo viennese, che mortifica in pratiche dissacranti e profanatorie il corpo umano, coinvolgendo anche la religione. Tu come ti rapporti con le forme estreme?

M. Adoro gli estremismi ma per entusiasmarmi devono essere davvero tali. Ad oggi vedo molta voglia di dissacrare fine solo a se stessa, con poco spessore dietro. Spesso vengo associata alla Body Art Estrema per via dei tatuaggi ma il mio lavoro è completamente diverso, la direzione direi opposta. Il mio scopo è arrivare nello stomaco dello spettatore senza sangue, senza tagli, riuscire a colpire più dove fa male solo con la pittura. Questa è la mia sfida.

(foto di Mirko Turini)

W. Nelle tue performance comunichi un chiaro disagio interno, questo stato, lo esprimi al meglio in un ambiente metropolitano o fuori, in aperta campagna ?

M. Ad oggi ho principalmente lavorato in ambienti metropolitani ma vorrei studiare una specifica performance per ambientazioni naturali. Se dovessi scegliere una locazione naturale in Italia, sceglierei l’abbazia di San Galgano a Siena, è un’ambiente davvero magico.

 

W. A cosa si ispireranno le tue future performance?

M. Le mie future performance saranno, come sempre è stato, il risultato della vita che vivrò. Filtrata, assimilata e rielaborata per diventare la mia opera. In questo momento, dopo un periodo di pausa, mi sono rimessa a studiare un nuovo lavoro che parlerà di costrizione e privazione.

(foto di Paola Panicola)

[L’uso delle foto di FLavio Parente, Mirko Turini e Paola Panicola è stato autorizzato dagli autori e dall’artista Katia Stefani]

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI -sezione Teatro – articolo del 25 gennaio 2014]

[Illustrazioni di Filippo Novelli – tutti i diritti riservati]

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