Immediatamente dopo essere uscito dalla tabaccheria di Auggie Wren, lo scrittore Paul Benjamin viene quasi investito da un autobus. Rashid Cole riesce a salvare la vita dell’uomo, il quale gli offre di condividere l’appartamento in cui vive. Entrambi sono tormentati dal passato, l’uno per colpa dell’omicidio della moglie e l’altro dalla difficile relazione col padre
Care Lettrici e Lettori di Detti Fumetti oggi incontriamo nuovamente il nostro amico regista e videoartista Mauro Conciatori potete trovare l’intervista su “Quando la Voce chiede Tempo”, la raccolta delle interviste curata da me e disegnata da Filippo Novelli e in vendita su Amazon.
In questa nuova intervista vogliamo presentarvi il nuovo lavoro di Mauro.
Oltre la cronaca, oltre l’impegno politico più urlato e oltre la superficie delle opere più celebri, esiste un Pier Paolo Pasolini segreto, fatto di ombre, riflessi e movimenti sospesi. Il progetto artistico di Mauro Conciatori si propone oggi di rintracciarne l’essenza più profonda, scegliendo una via non convenzionale: quella del sogno e della poesia visiva. Attraverso un dialogo interdisciplinare che unisce la pittura di Giovanni Cerri, il linguaggio della poesia tout court e il paesaggio urbano di Roma, l’iniziativa invita lo spettatore a un viaggio introspettivo nella psiche del poeta friulano. Al centro di questa rilettura si collocano le tele di Giovanni Cerri. Le opere pittoriche diventano scenografie dell’anima, dove il volto del poeta o gli scorci della città non sono semplici ritratti, ma frammenti di un discorso interrotto. Se la pittura fissa l’istante, la poesia diventa anima pulsante di un Pasolini intimo e prorompente. La figura del poeta viene esplorata nella sua dimensione dinamica. “La poesia”, non solo le sua ma anche quella di Saffo, Alda Merini, Cristina Campo, Ana Cesar, Kostantinos Kavafis, Arsenij Tarkovskij, Dario Bellezza, e citazioni di ricordi di Dacia Maraini e Oriana Fallaci, sono per assonanze e avvicinamenti, sassi in un grande stagno per far emergere prepotentemente non il personaggio ma l’Uomo Pasolini. Un viaggio nella Poesia del ‘900. Un accostamento con Saffo e la tragedia greca della quale Pier Paolo Pasolini conosce bene la sintassi e la forza narrativa, non a caso due dei suoi film più impegnativi sono stati Edipo Re e Medea. Quindi due figure centrali e centralizzate, Saffo e Pasolini, tra Amore e Dolore, un connubio quasi inscidibile. Una visione poetica quella del Conciatori che è metafora della lotta, del desiderio e della vulnerabilità. Le interpretazioni restituite da Monica Guerritore in primis (una magistrale e straziante “Supplica a mia madre”) e a seguire Liliana Benini (eterea e severa), Bettina Carniato (le poetiche friulane della gioventù), Ginevra Colonna (intensa in una delle poesie di Pasolini più disturbanti di tutta la produzione pasoliniana), Laura Frascarelli (nei panni di Oriana Fallaci e non solo), Daniela Giovanetti (tra Kavafis e Saffo), Maria Gullo (una meravigliosa maschera greca), Marina Kazankova (la donna (im)perfetta che oscilla tra due mondi, dove il classicismo si reinterpreta con la lirica russa), Riccardo Leonelli (una “Ballata delle madri” empaticamente durissima) Diletta Masetti (partecipe del dolore pasoliniano dell’impossibilità di amare), Arianna Ninchi (atona di fronte al maestro), Clara Orpelli (un fantasma sempre presente di una donna madre e sorella), Selvaggia Quattrini (dolente nello sguardo, persa in un presente senza futuro), Alessandro Pala Griesche (tra un principesco Dario Bellezza e un prete che presenta un padre nostro come mantra infinito di clemenza), Maria Libera Ranaudo (madre e donna senza futuro, senza passato, ma con un presente dove il dolore sgorga come fiumi infiniti), Malvina Ruggiano (leggiadra e innamorata, vede l’amore come rimedio di ogni ferita, ma poi ne apre altre), Aida Talliente (una friulana doc per raccontare la partitura più atavica del poeta) hanno fato forma a un ritratto intenso e onirico dove il personaggio diventa uomo, e dove l’uomo è cifra di un mondo che ha paura di accettare il “verbo” di una “voce” che esula dallo status quo. Interpretazioni lucide e attente a rispettare le diverse forme poetiche creando un affresco di rara potenza. Il terzo pilastro di questo progetto è Roma. Non la Roma monumentale dei turisti, ma quella che Pasolini ha amato e inventato nei suoi romanzi e film: la Roma delle borgate, delle architetture stranianti dell’EUR, dei luoghi dove ha vissuto, delle notti infinite. La città viene riletta come un organismo vivente che ha assorbito lo sguardo del poeta. Le strade diventano quinte teatrali dove il passato di Pasolini si fonde con il presente, in un continuo rimando tra realtà e visione onirica. Roma non è un semplice scenario, ma il catalizzatore di un’emozione che permette di scoprire un Pasolini inedito, lontano dai cliché. Con questo progetto Mauro non vuole celebrare il Pasolini monumento, ma il Pasolini spirito. Attraverso l’approccio onirico e poetico, l’integrazione delle diverse partiture artistiche permette di toccare corde che la sola analisi critica spesso ignora. Al fianco di attori di cinema e teatro degli incisi vengono operati da storici di Pasolini, come Renzo Paris e Marco Beltrame e dalla psicanalista Flavia Salierno per restituire un ritratto esaustivo dell’immortale poeta.
Nel gennaio 2026, l’opera è stata presentata a Roma e sono in programma ulteriori presentazioni a Milano per l’inizio di marzo 2026.
W. Perché un progetto su Pier Paolo Pasolini?
M. Sono diverse le motivazioni che mi hanno spinto a omaggiare il grande intellettuale friulano. In primis il desiderio di mostrare un Pasolini diverso da come viene raccontato. Molti film e documentari sono stati omaggi all’intellettuale friulano ma quasi tutti affrontano Pasolini dalla morte, dai misteri della sua morte, dal perché sia stato ucciso. Incidente o morte di Stato? Rispetto queste scelte ma spesso si è perso di vista Pasolini uomo. Pasolini e la sua poesia. Ecco ho voluto raccontare Pasolini da un punto di vista squisitamente artistico attraverso le sue poesie mettendole a confronto con Saffo, altra artista condannata dalla sua fama di donna che ama le donne ad essere dipinta come un mostro, non a caso amore saffico viene usato in tono sprezzante. Invece, secondo me, sia Pasolini che Saffo cercavano solo Amore, da cui il titolo che peraltro è l’incipit di una altro passaggio di Pasolini. Quindi non ho inventato nulla di nuovo se non rubare dal maestro. Andando avanti nella ricerca ho colto molti punti in comune con altri poeti che direttamente o indirettamente sono connessi a Pasolini. Quindi se da una parte Dario Bellezza, Alda Merini erano amici di lui, altri come Cristina Campo, Ana Cesar, e Arsenij Tarkovskij rappresentano uno spirito affine nel modo di affrontare non solo la poesia ma la vita stessa. A questo proposito Ana Cesar rappresenta il suo alter ego sudamericano che corrosa dal male interiore si diede la morte in giovanissima età. Non fu così per Pasolini in maniera diretta ma Pier Paolo cercava la morte in ogni istante della sua vita. In qualche modo a cominciare dalla morte del fratello ucciso nell’eccidio di Porzus.
Altri input mi sono arrivati dalla mia esperienza diretta. Sono nato all’EUR, quartiere romano dove ha vissuto Pasolini fino alla morte. E mi ricordo di quest’uomo bassino ma atletico che spesso faceva colazione nello stesso bar dove andavo con la mia governante. Un uomo che veniva mal tollerato da quel quartiere borghese, rigettato da quei pregiudizi di quegli anni. E questa è la prima volta che il mio vissuto si è incontrato con lui. In seguito ho frequentato brevemente Dario Bellezza, suo discepolo, ma soprattutto Laura Betti con la quale collaborai per una mostra di Pasolini a Parigi sul finire degli anni ’70. Un incontro determinante per me e per il mio vissuto. Quindi Pasolini mi ha sempre accompagnato nel percorso della mia vita. Una figura presente nella sua assenza.
Per ultimo, credo, che di Pasolini non se non sia parlato a sufficienza, molti giovani lo conoscono poco, se non -e sempre- per la sua morte drammatica, perdendo di vista la caratura straordinaria di questo monumento sempre attuale della cultura italiana. Un progetto questo di Pier Paolo Pasolini che vorrei approfondire ancora di più. Qui, per questioni di spazio e visibilità, non sono riuscito a raccontare il Pasolini pittore (anche se Giovanni Cerri in parte ha restituito qualcosa della sua arte) e soprattutto il Pasolini paroliere per canzoni. Insomma un uomo che è stato un vero artista a 360° e che merita di essere messo sul gradino più alto della gloria. Un uomo scomodo.
W. Qual è l’approccio artistico?
M. Ho cercato di raccontare Pasolini attraverso la commistione di linguaggi. Tra film classico e documentario, tra arte e musiche, a tal proposito vorrei ricordare il contributo di Federico Mullner che ha interpretato benissimo il mood dell’opera, e quello delle maschere create da Zoe Perfetti, esprimono perfettamente l’aria di tragedia greca. Tra interpretazioni attoriali puntuali iconiche e testimonianze di chi lo ha conosciuto come Renzo Paris, o analisi sul rapporto con la madre e l’elemento donna con la psicanalista Flavia Salierno, o il rapporto con Dario Bellezza che vedeva Pasolini come il suo nume e unico uomo degno del suo rispetto amorevole. Una visione onirica, come hai osservato te, dove la città, i luoghi vissuti da Pasolini diventano rivoli della sua anima, dove le donne che attraversano quei luoghi sono le sue mille sensazioni d’amore e di frustrazione di una città che lo ha accolto e respinto. Dove l’elemento umano è parte del paesaggio urbano. Dove ogni respiro è anelito di vita delle passioni di Pasolini. Dove il degrado urbano è quello che si respirava una volta ma che a distanza di 50 anni è cambiato solo in superficie ma in fondo rimane lo stesso degli anni ’70: “tutto cambia per non cambiare”. E questo è uno degli altri punti che mi interessava: l’immutabilità che il tempo non intacca. Questo ho tentato di renderlo attraverso le finte riprese in super8. In queste parte di montaggio è stato divertente cercare di trovare le giuste combinazioni per renderle più reali possibili. Piccoli artifizi e vantaggi dei nuovi mezzi.
W. Includere le opere pittoriche dell’artista milanese Giovanni Cerri cosa ha dato al docufilm?
M. Moltissimo. Con lui ci siamo concentrati a ricreare ritratti di Pasolini ed evocazioni dei suoi film, in particolare quelli delle borgate e quelli dalle commedie greche. Un tratto, quello di Giovanni, che, pur facendo parte del suo bagaglio artistico, rispecchia quell’impatto della decadenza della città e dell’umanità. Un’artista che si è messo al servizio del racconto con grande umiltà e grande coraggio. Un impatto visivo che ben si fonde con il girato live, infatti uso molto dissolvenze e sovrapposizioni per creare un’immagine composita facendo tesoro del lavoro dei grandi registi e autori del passato. In qualche modo l’opera di Giovanni echeggia quella di Mimmo Rotella con i suoi paesaggi urbani composti da manifesti da film. Giovanni opera in sottrazione come me d’altronde, tutto il film è in sottrazione.
W. Nel docufilm, le poesie di Pasolini e l’arte, rafforzano il suo legame profondo con la città di Roma; perché questa scelta?
M. Credo che le poesie di Pasolini su Roma siano ciò di più sincero e viscerale mai scritto sulla capitale. Uno sguardo disincantato su una città che accoglie e respinge, che seduce e abbandona, che ammalia e allontana. Una città in apparenza “aperta” ma profondamente chiusa. Una città implosa allora e oggi ancor di più. La Roma di Pasolini non è solo quella delle borgate, come nei suoi film, ma è quella della borghesia, quella dell’EUR, quella di Monteverde Vecchio, quella di piazza del Popolo, quella del centro storico. Le periferie e i campetti di calcio vengono dopo in quell’immaginario collettivo nel quel è stato relegato da sempre. Lui era un uomo che addentava la vita, la prendeva a morsi, e Roma è come lui, ti addenta e non ti lascia più. Quella di Fellini è soltanto un sogno, quella di Pasolini è tutta interna.
W. Qual è l’obbiettivo del progetto?
M. difficile da capire. L’intento è quello di rendere omaggio e cercare di far arrivare a tutti la grandezza di un poeta, come accennato, più ricordato per i suoi scandali, per la sua morte, per il suo cinema al limite del blasfemo, per il suo impegno politico come reietto del partito comunista che come immenso artista a tutto tondo. Lui è stato uno dei pochi a capire vizi e virtù di un’Italia che stava cercando di tornare alla vita. Quella vita che lui amava e odiava allo stesso tempo. Un uomo al di fuori del tempo e al di sopra del tempo. Un uomo, e non un personaggio, divisivo e seducente. Ecco vorrei sedurre più spettatori possibili per far conoscere i lati intimi di Pasolini artista.
W. Bene caro Mauro, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detto E fumetti, per questa interessante chiacchierata
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti sezione Cinema ,articolo del 14-02-2026]]
Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti oggi parleremo con lo sceneggiatore e regista Alessandro Pondi.
ALESSANDRO, ritratto di Filippo Novelli
Allora Alessandro, nasci a Ravenna il 20 gennaio 1972. Esordisci nel 1997 con il romanzo Gli angeli non mangiano hamburger. Il libro viene letto da Matilde Bernabei della Lux Vide che ti propone di entrare nella sua squadra di sceneggiatori; inizia così a scrivere per la televisione e il cinema vicino a Luciano Vincenzoni e Tonino Guerra. Dal 99’ scrivi le sceneggiature di: “Questa casa non è un albergo”, “Compagni di scuola”, “Grandi domani”, “Don Matteo”, “Il bambino della domenica”, “L’uomo che cavalcava nel buio”, “Il signore della truffa”, “K2 – La montagna degli italiani”, “Trilussa – Storia d’amore e di poesia”, “L’oro di Scampia”, “I fantasmi di Portopalo” e molti altri. Hai ideato la soap opera “Cuori rubati” la serie televisiva “Il commissario Manara”. Per il cinema firmi pellicole d’autore come “K. Il bandito” di Martin Donovan, “Litium “Cospiracy” di Davide Marengo, che commedie sentimentali come “Poli Opposti”, “Copperman” e “Divorzio a Las Vegas”. Scrivi il noir di Marco Bocci “La caccia”, la horror comedy “Il mostro della cripta” e “Rapiscimi”. Ma anche Cinepanettoni campioni di incassi come: “Natale a Beverly Hills” e” Natale in Sudafrica”, dove sei altamente criticato per il basso livello di comicità, ma vinci due Biglietti d’oro con un incasso complessivo di 40 milioni di euro al botteghino. Nel 2007 esce un tuo racconto Noir “Nessuno di noi” nella raccolta “Omicidi all’italiana” edito da Colorado Noir e distribuito da Mondadori. Nello stesso anno collabori con Paolo Logli, e con lui fondi – insieme a Riccardo Irrera e Mauro Graiani – la factory di scrittura creativa 9 mq storytellers. Nel 2008 vinci il premio per la miglior sceneggiatura al Festival Internazionale di Salerno con il film “Il bambino della domenica”. Nel 2012 il premio per il miglior soggetto e sceneggiatura alla 33 esima edizione “Una vitaper il cinema”, con il film “K2 – La montagna degli italiani” e due premi Moige per “L’oro di Scampia” e i “Fantasmi di Portopalo”. Per il teatro firmi la commedia sentimentale “Unadonna in casa”, e i due musical “Un po’prima della prima” con Pino Insegno e “Il pianeta proibito” con Lorella Cuccarini. Hai collaborato con sceneggiatori importanti come Martin Donovan, Tonino Guerra, Sandro Petraglia, Andrea Purgatori, Alessandro Camon e Luciano Vincenzoni.
D: Poco più che ventenne scrivi Il tuo primo romanzo “Gli angeli non mangiano hamburger” dove un giovane di nome Piero intraprende, in compagnia di un alter ego Pier, un viaggio verso Roma. Chi o cosa ti ha ispirato?
A: Mi stavo affacciando alla scrittura, ero appena arrivato a Roma con una valigia piena di sogni, volevo fare cinema ma mi sembrava un traguardo ancora molto lontano. “Gli angeli non mangiano hamburger” è nato un po’ per gioco, tanto per rompere il ghiaccio e mettermi alla prova nel racconto lungo. Nasce senza troppe aspettative, anche se alla fine è stato il mio biglietto da visita per iniziare con la televisione e il cinema. Matilde Bernabei, di Lux Vide, lesse il mio romanzo e mi chiamò a sceneggiare una serie televisiva giovanilistica dal titolo “Questa casa non è un albergo” e da lì è cominciato tutto.
D: Nel 2017 scrivi, insieme a Giuseppe Fiorello, Paolo Logli, Salvatore Basile, Alessandro Angelini, che firma anche la regia, la mini serie “I Fantasmi di Portopalo.” Ispirato da una storia vera: Il naufragio della F174, del 1996. Cosa ti ha lasciato?
A: Mi ha lasciato sentimenti forti come la rabbia, ma anche tanta umanità e amore per il prossimo. È un film scomodo, un film inchiesta che racconta la tragedia di un naufragio di clandestini avvenuto nel Natale del ’96, davanti alle coste siciliane, nella totale indifferenza della gente. È avvenuto durante un giorno di festa, che rende ancor più triste e dolorosa la tragedia. È una storia di disperazione, di omertà, ma anche di speranza. Prima di scrivere la sceneggiatura, io, Logli e Fiorello siamo stati in Sicilia, a Portopalo, a intervistare le persone che hanno vissuto la tragedia. È stato un lavoro complesso ed emotivo. Abbiamo trovato resistenze, molti volevano dimenticare quella storia, non volevano che la raccontassimo. Credo che avessero paura di come l’avremmo narrata, perché lì c’erano state colpe gravi da parte di molti, abitanti e istituzioni. Ci siamo sentiti addosso un profondo senso di responsabilità, ma alla fine siamo riusciti a trovare una chiave di racconto empatica e il film ha emozionato milioni di italiani e sensibilizzato le istituzioni. Abbiamo acceso un piccolo faro, siamo stati invitati alla Camera dei Deputati per ricordare la tragedia e il film ha ottenuto il premio più importante, quello del pubblico, il Moige.
D: Quando consegni una sceneggiatura metti in conto che ci saranno dei tagli?
A: Una buona sceneggiatura non dovrebbe avere scene superflue, o fronzoli, tutte dovrebbero susseguirsi in un crescendo cinematografico di emozioni e informazioni dentro uno schema drammaturgico di tre atti. Quindi sì, lo metto in conto, ma per evitare che succeda e sperare che il film venga girato esattamente come l’hai immaginato quando l’hai scritto. Ma poi c’è il montaggio, e può succedere che ti accorgi che l’attore è stato meno incisivo di quanto ti aspettassi o che una scena è venuta un po’ troppo lunga e allora, se serve al film, meglio tagliare.
D: Sempre nel 2017 esordisci nella regia con il film “Chi mi ha visto?” con Pierfrancesco Favino e Giuseppe Fiorello; perché la scelta di fare il regista?
A: La regia cinematografica è sempre stata la mia aspirazione, sin da subito, da quando sono arrivato a Roma. Ma chi avrebbe scritto un film ad un ragazzetto di vent’anni appassionato di cinema? Nessuno. Sapevo che avrei dovuto pensarci io, e così ho iniziato a scrivere. E dopo averne scritti una ventina per altri registi, alla fine ho diretto “Chi m’ha visto”. Ed è stato liberatorio e avvincente. Liberatorio perché finalmente ero riuscito a realizzare il mio desiderio, avvincente perché non c’è cosa più bella che lavorare sul set con gli attori e coordinare un gruppo di artisti, un po’ come fa un direttore d’orchestra.
D: Secondo te, cosa dà più risalto, la sceneggiatura o la regia?
A: La storia è alla base di tutto. Se non hai una bella storia per le mani puoi avere anche il più bravo regista del mondo, ma il film non sarà mai un gran film. Diversamente, con una storia vincente puoi anche permetterti di sbagliare il regista.
D: Hai diretto Enrico Brignano in due film: “Tutta un’altra vita” 2019 e “Una commedia pericolosa” 2023. Come è stato lavorare con lui?
A: Divertente e faticoso. Enrico è un grande professionista, dotato di un talento straordinario, con i tempi sia della commedia che del dramma. È un artista completo e generoso, ma allo stesso tempo è una super star, quindi molto impegnato e alla fine rimane sempre poco tempo per provare. Sia Tutta un’altra vita che Una commedia pericolosa li abbiamo girati in poche settimane, un po’ per alleggerire i costi di produzione, ma soprattutto perché li abbiamo girati nella finestra di uno spettacolo e l’altro di Enrico.
D: Come sai, nel mondo del cinema o del teatro è più difficile far ridere che far piangere; sulla base di ciò, hai mai pensato di scrivere un dramma?
A: Ho scritto diversi film drammatici. “L’oro di Scampia”, “Mio papà”, “I fantasmi di Portopalo”, ho scritto film anche molto duri come “La caccia” di Marco Bocci, però non ho ancora affrontato un film drammatico da regista. Ed è una cosa che non mi sento di escludere nel mio futuro.
D: Il tuo sogno nel cassetto?
A: Sono molto scaramantico e i sogni nel cassetto ci sono, ma li lascio chiusi nel cassetto finché non si realizzeranno e allora vi dirò: questo era il mio sogno.
D: Grazie caro Alessandro anche a nome delle Lettrici e Lettori di detti e Fumetti per questa piacevole chiacchierata
A: Grazie a te e un caro abbraccio a tutti i lettori di Detti e Fumetti.
Alla prossima.
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI- SEZIONE CINEMA- ARTICOLO DEL 2 MAGGIO 2025]
Amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo intervistato l’attore Pietro Romano.
Pietro Romano , ritratto di Filippo Novelli
Allora Pietro faccio una tua breve presentazione per i nostri amici: Nasci a Roma nel 1974 da una famiglia di artisti: tua madre è stata una cantante lirica ed insegnante di educazione musicale; tuo padre, capogruppo e attore. A sedici anni frequenti l’Accademia d’Arte Drammatica Pietro Scharoff. Nel 1997, entri a far parte della “Compagnia stabile del teatro dialettale romano Checco Durante” diretta da Alfiero Alfieri, nella quale resterai fino al 2005.
Pietro Romano Ph Giorgio Amendola
Dal 2000 pur continuando a prestare la tua opera per il teatro popolare, inizi una collaborazione con il teatro Sistina di Roma. Oltre ai molteplici ruoli che hanno segnato il tuo esordio nella televisione, altro importante capitolo è, sicuramente, l’approdo al mondo pubblicitario dove, dal 2000, presti, volto e voce per le più grandi aziende nazionali ed internazionali.
Pietro Romano in UN ROMANO A ROMA Ph Marco De Gregori
W. Qual è il ruolo dell’attore in questo periodo scosso prima dalla pandemia ed ora dalla guerra? P. Al di là delle difficoltà del periodo che hanno oggettivamente colpito il nostro settore più di altri, sicuramente chi, come me, porta in scena la comicità, ha sentito, forse come non mai, quasi la responsabilità di far sorridere: una sorta di dovere morale di offrire leggerezza, di riportare, proprio con questo scopo, il Pubblico a teatro. Quanto agli altri generi artistici, senza dubbio cultura e bellezza offrono la possibilità di distogliere l’attenzione dal momento storico, per rinfrancare lo spirito… credo ce ne sia realmente bisogno! A tal proposito, sulle mie pagine social, ho proposto, a chi ha la bontà di seguire i miei percorsi professionali, dei brevissimi video o reels, che dir si voglia, sia per contrastare volgarità e violenza che si tende a divulgare sul web e sia per rendere il teatro tascabile. Allontanandomi, dunque, dalle varie tendenze, ho – dicono “coraggiosamente” – scelto di presentare la poesia del grande Trilussa (scrittore e giornalista vissuto tra fine ‘800 e metà ‘900 noto soprattutto per le sue composizioni in dialetto romanesco) in una nuova veste, mai vista fino ad ora, utilizzando i potenti mezzi tecnici che la modernità dei tempi in cui viviamo ci mette a diposizione. Troverete, tra l’altro un’affinità col mondo dei fumetti.
Pietro Romano in IL SOLITO IGNOTO Ph Roberto Passeri
W. che cos’ è per te l’applauso? P. È il rinnovarsi di un’alleanza che si suggella ogni sera, ad ogni replica, battuta dopo battuta, scena dopo scena. È come sentire l’abbraccio del Pubblico per dire “hai vinto pure stavolta e noi siamo con te!”: la magia, insomma, di un legame profondo, fatto di aspettative e di promesse mantenute…
W. Dal punto di vista professionale, cosa ti insegna un fallimento? P. L’intelligenza dell’autoanalisi, sempre necessaria, com’è necessaria l’umiltà di riconoscere che c’è sempre qualcosa da imparare: non c’è niente di più grave e rischioso, nel mio mestiere, ma – credo – in tutti, del sentirsi arrivati al traguardo, del perdere la capacità di sorprendere e di sorprendersi…
W. Come sei approdato alla pubblicità? P. Pare che un volto naturalmente espressivo e un “pizzico” di talento abbiano una notevole valenza commerciale… sarà per questo! Al di là di una simpatica risposta, sentivo la necessità di allargare gli orizzonti, sperimentare linguaggi diversi, mettermi alla prova condensando in pochi secondi un messaggio che in teatro si dilata nello spazio della sala e nel tempo del racconto. Sono passati 22 anni dal mio primo spot e sono oltre 50 i filmati realizzati fino ad oggi con le più note Aziende sia nazionali che internazionali tanto da ricevere, nel 2021, il prestigioso premio “Facce da Spot” presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio. Per me è stato come vincere l’Oscar!
Pietro Romano SONO ROMANO E SI SENTE Ph Roberto Passeri
W. Dal 19 al 29 maggio 2022 al Teatro Anfitrione è andata in scena la commedia “Il solito ignoto”, ce ne vuoi parlare? P. Il mio ultimo lavoro, che interpreto e di cui firmo testo e regia: si tratta di una commedia nel rispetto della tradizione stilistica della Commedia dell’Arte, alla quale spesso mi ispiro che si snoda persino giocando con contenuti che suscitino nel Pubblico sentimenti e sensazioni vagamente d’altri tempi, tuttavia affatto démodé. La storia si intreccia nell’evoluzione dell’equivoco amoroso, in una coppia d’evidente agiatezza sociale ed economica, ma stanca della solita routine.
Pietro Romano Spot AMAZON ALEXA 2021
Il piattume di una cadenza ritmica ormai insopportabile viene, però, scosso da un arrivo sorprendente… L’avvicendamento di fatti, caratteri e letture spesso introspettive, lasciano che lo spettacolo scorra godibile e senza tempo. La romanità rimane l’energia di un lessico immortale, che conferma la scelta letteraria e culturale del Teatro Dialettale, senza cedere il passo al compromesso del neologismo, che indebolirebbe, a mio avviso, lo spessore popolare e ne sbiadirebbe le tinte. Il resto è da vedere in teatro, consentimi, anche per la forza dei miei straordinari attori: Serena D’Ercole, Gianfranco Teodoro e Marta Forcellati. Le musiche sono di Simone Zucca…
Pietro Romano – Spot Facile.it 2021
W. Quando ti vedremo di nuovo a teatro? P. Fosse per me, stasera! Battute a parte, potrebbero esserci belle sorprese in via di definizione. Chi vorrà, potrà trovare tutti gli aggiornamenti riguardanti gli eventi dal vivo anche dal sito. http://www.pietroromano.it.
W. Il tuo sogno nel cassetto? P. In realtà, ne avrei moltissimi… quello che, forse, “scalpita” di più e fin da bambino, è senza dubbio il desiderio di interpretare “Rugantino” (l’unico, quello “vero” di Garinei e Giovannini) al Sistina, magari con relativa tournée, o Don Silvestro in “Aggiungi un posto a tavola”, sempre a firma della gloriosa “premiata ditta”… Al cinema, invece, mi piacerebbe affiancare lo straordinario Giancarlo Giannini, o la Signora Loren, splendida ed indiscussa regina della nostra storia artistica, meravigliosa icona del cinema italiano; naturalmente, lavorerei volentieri con Sergio Castellitto, di sicuro tra i più grandi del momento, e ancora, aggiungerei la regia di Sorrentino; e tra sogni e cassetti c’è sicuramente Roberto Benigni, al quale, peraltro, si dice che somigli… e visto che si sogna gratis, potrei andare avanti per ore…
W. Bene, grazie Pietro per questa bella chiacchierata, anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti.
P. Grazie a Voi per avermi ospitato tra le pagine di Detti e Fumetti e, per restare in tema, come dice uno dei tanti detti: “A buon rendere”!
[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – Sezione Cinema e Teatro – articolo del 20 settembre 2022]
Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, sono in compagnia del mio caro amico e regista Federico Sisti.
Federico nasce a Roma il 13/05/1985. Da 15 anni lavora come regista e documentarista, è corrispondente per programmi di cronaca, ha realizzato documentari sia in modo indipendente che per reti nazionali e internazionali. Il suo ultimo docufilm è ‘Una vita sul ring-la vita di Nino La Rocca’ Una produzione Rai documentari.
Il documentario racconta l’ascesa, le sfide, la caduta e le rivincite di Cheid Tijani Sidibe, in arte Nino La Rocca, campione europeo dei pesi Welter nel 1989. Nino è figlio di un malese e di una siciliana, La Rocca passa una vita a lottare per i suoi diritti e per ottenere la cittadinanza italiana. La sua esistenza passa dal Marocco dove nasce, alla vita di strada a Parigi, a quella delle stelle.
D. Cosa o chi ti ha spinto verso la strada della regia?
F. Inizio con il dire che non mi reputo un regista. L’ appellativo regista, rimanda molto al mondo della fiction, e non c’è niente di più lontano da quello che faccio.
D. Ci puoi dire perché preferisci girare un documentario anziché un film?
F. Mi sono avvicinato al mondo del documentario perché è la pura realtà, non c’è finzione, è lo studio della società per antonomasia, ed io ho sempre avuto un approccio sociologico. Quindi tutti questi lavori che ti riportano ad una realtà, spesso molto cruda, non sono stati casuali.
D. Ho visto il docufilm sulla piattaforma RaiPlay ‘Una vita sul ring-la vita di Nino La Rocca’ per la produzione Rai documentari. L’ho trovato emozionante e allo stesso tempo ti dà una forte spinta a non mollare mai. Ce ne vuoi parlare?
F. In un’epoca dove tutti avevamo negli occhi le grandi star sia dello sport che dello spettacolo la storia di Nino, quella di un ragazzo venuto dal Mali che trova il suo riscatto in Italia, diventa l’emblema dell’uomo che si è fatto da solo.
La storia di Nino La Rocca divenne potentissima, capace di catalizzare le folle, e penso che abbia avuto un ruolo chiave, nella creazione della sua popolarità. Poi gli anni 70-80 finiscono, un’epoca si chiude, la società cambia e con lei la tendenza a quel genere di narrazioni.
Quella società che un tempo lo aveva acclamato innalzandolo ad eroe, inizia pesantemente a criticarlo, lo tratta come un fenomeno da baraccone, viene dimenticato, i suoi successi quasi rinnegati, le sue capacità sportive denigrate e lui si rifugia in sé stesso vivendo isolato tra preghiere ed insegnamento, lontano da quei riflettori che ad un certo punto della sua vita, si sono fatti ormai troppo ingombranti.
D. Perché hai scelto proprio Nino La Rocca?
F. Penso di avere scelto Nino la Rocca perché c’erano tutti i presupposti per una storia interessante: il personaggio che sale in vetta e poi ricade, tutta la sua introspezione, una critica al divismo di quegli anni che ci dovrebbe far riflettere anche sulla nostra epoca.
D. Dopo l’ultimo ciak di ‘Una vita sul ring-la vita di Nino La Rocca’ che cosa hai provato?
F. Diciamo che è stata la fine di un’agonia [Ride N.D.S.] stavamo lavorando in condizioni estreme.
D. Bene caro Federico, grazie anche a nome delle Lettici e Lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata; ci salutiamo con la promessa di rivederci presto per presentare un tuo nuovo lavoro.
F. Grazie a te caro Dario, e un saluto alle lettrici e Lettori di Detti e Fumetti
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE CINEMA- ARTICOLO DELL 11 SETTEMBRE 2024]
Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, oggi intervisterò l’attrice Fernanda Pinto. Buona lettura!
La Fernanda Pinto di Filippo Novelli
Allora Fernanda la protagonista della serie web “Casa Surace”, Casa di produzione sul web con 400 milioni di visualizzazioni, enfatizzando l’eterno campanilismo t, sei nata a Napoli il 22/07/95.Ti sei fatta conoscere dal grande pubblico come ra nord e sud. Il tuo primo debutto è a teatro all’età di 16 anni nel musical “Rent in Neapolitan Language”, regia di Enrico Maria Lamanna, in scena al Festival di Benevento Città Spettacolo e al teatro Trianon di Napoli. Partecipi a diversi Stage con Mimmo Borrelli, a teatro, Francesco Munzi, al cinema e con altri esponenti del Musical Italiano. Ti formi presso il laboratorio teatrale Artefia con il maestro e attore Vincenzo Maria Saggese.Con la sua regia partecipi a diversi spettacoli nei maggiori teatri napoletani e al Festival della Filosofia di Velia. Nel 2013 inizi il tuo percorso di formazione come performer presso il laboratorio di Musical Mind the Gap a Napoli, una tra le prime scuole di Musical in Italia, diretto da Fabrizio Miano. Nel 2015 vinci una borsa di studio nella prestigiosa Accademia MTS MUSICAL THE SCHOOL di Milano, scegli però di restare a Napoli, perché nello stesso anno inizi a lavorare con la Casa di Produzione sul Web. Nel 2017 frequenti per circa un anno il Nuovo Teatro Sanità e lavori come attrice protagonista a diversi spettacoli con la regia di Mario Gelardi. Successivamente: “Ritorno del Mammasantissima” con la regia di Luciano Saltarelli. Nel 2018 ti sei laureata presso l’Università Suor Orsola Benincasa con indirizzo Comunicazione e attualmente prosegui i tuoi studi presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 2023 hai lavorato nella compagnia di Vincenzo Salemme con lo spettacolo scritto diretto e interpretato da Vincenzo Salemme dal titolo “ Napoletano? E famme ‘na pizza!”. Hai preso parte in alcune fiction Rai e Mediaset, come un Posto Al Sole, Rosy Abate 2. E come ospite Vip nel programma Pizza Girls in onda su La5.
W. Perché hai deciso di fare l’attrice?
In realtà non ho mai deciso di fare l’attrice. Direi che piuttosto è successo e basta. Ho iniziato un po’ per gioco a casa, poi a scuola, e poi non ho più smesso di giocare!
W. Che senso ha recitare?
Per me più che avere un senso credo sia una risorsa. Ho la possibilità di dare voce a quello che c’è dentro di me, e soprattutto, spesso a quello che non ho. Mi fa sperimentare e soprattutto mi diverto. Sai che c’è finzione, immaginazione, eppure c’è un tacito patto col pubblico, ci crediamo insieme e diventa tutto vero. Ed è bellissimo!
W.Chi ti tenta di più il teatro il cinema o la televisione? E perché?
Ho sempre lavorato maggiormente a teatro e mi piace davvero tantissimo. Però mi tenta tanto il cinema, e spero presto di farne esperienza!
W.Perché hai rinunciato alla borsa di studio dell’Accademia MTS MUSICAL THE SCHOOL di Milano, per la Casa di Produzione Web?
A malincuore rinunciai alla borsa di studio perché si, iniziavo il mio lavoro con Casa Surace, è stato istintivo, anche se non sapevo bene dove mi avrebbe portata quella scelta. Alla fine direi che è andata bene e oggi nonostante mi dispiaccia per non aver iniziato un percorso a Milano, non me ne pento. Il musical è stata una parte importantissima della mia vita e lo è ancora oggi, quindi mai dire mai!
W. E poi Casa Surace, ce ne vuoi parlare?
Faccio parte di Casa Surace da otto anni ormai. All’epoca avevo solo 19 anni ed ero l’unica donna del gruppo. È stato un fulmine a ciel sereno nella mia vita, in senso positivo ovviamente. Inaspettato. Ho imparato molto grazie a questa esperienza insieme a loro e ho ricordi bellissimi. Oggi andiamo avanti, spero con progetti sempre più grandi!
W. Cimentarti come pizzaiola nel programma Pizza Girls in onda su La5, ti ha aperto nuove prospettive?
L’esperienza a Pizza Girls è stata divertente, per una ragazza del SUD atipica che non sa cucinare, soprattutto. Nuove strade non saprei, ma sono una curiosa nel mio lavoro e cerco sempre di impegnarmi in quello che faccio. Non mi dispiacerebbe condurre un programma!
W.Il tuo sogno nel cassetto?
Mi hanno insegnato a non svelare i sogni, si sciupano e poi non si avverano.. posso dire però che è ancora lì nel cassetto. Incrociamo le dita!
W. Bene Fernanda, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata!
(DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI SEZIONE TEATRO – articolo del 2 luglio 2023)
Cari lettori di DETTI E FUMETTI oggi siamo all’ Ischia film festival che si tiene presso la fantastica location del castello aragonese ad Ischia.
L’Ischia Film Festival è un festival cinematografico internazionale specificamente dedicato alle location del cinema. Il festival è realizzato dall’Associazione Culturale Art Movie e Music e il suo ideatore e direttore artistico è Michelangelo Messina.
La prima edizione del festival si è tenuta nel 2003 presso l’isola d’Ischia con il nome di Foreign Film Festival. La manifestazione è nata con l’intento di conferire un riconoscimento artistico alle opere, ai registi, ai direttori della fotografia e agli scenografi che hanno valorizzato luoghi italiani o stranieri per invogliare lo spettatore a visitarne le bellezze.
Il festival, che si svolge in luglio, organizza annualmente il convegno nazionale sul cineturismo. La rassegna cinematografica si compone di tre sezioni competitive dedicate ai cortometraggi e ai documentari, una sezione speciale denominata Primo Piano dedicata ai lungometraggi e una sezione fuori concorso denominata Scenari.
Il festival fa parte dell’AFIC, l’Associazione Italiana Festival di Cinema, cui appartengono altre analoghe manifestazioni nazionali di promozione del cinema italiano. La diciassettesima edizione ha ottenuto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo e l’adesione del Presidente della Repubblica con una targa onorifica (fonte wikipedia).
Se volete avere maggiori informazioni sulla edizione del 2023 fate click al link
A noi di DETTI E FUMETTI e’ rimasta impressa la performance di ELODIE, oramai divenuta una artista a tutto tondo, che ha debuttato nel bellissimo film TI MANGIO IL CUORE, gangster movie ambientato in una puglia atavica e pastorale, a mezzastrada tra la Fonteamara di Silone e il Kill Bill di Tarantino, con cui il regista Pippo Mezzapesa ha vinto il Nastro d’argento.
La visita al Castello aragonese vale il viaggio ad Ischia.
In epoca medioevale il castello fu sempre indicato come Insula Minor per distinguerlo dall’Insula Major (l’Isola d’Ischia) che andava lentamente popolandosi. È a questo periodo che risale l’attuale cripta della Cattedrale dell’Assunta con i suoi pregevoli affreschi.
Due ne ricordiamo:
-La cappella di Maria Maddalena che i Caracciolo fecero erigere per ingrazarsi i reali Angioni dell’epoca
-La cappella di san Gioacchino ( padre di Maria) con illustrata la storia della sua vita: dalla cacciata da Gerusalemme perche’ sterile, alla annunciazione del concepimento di Anna della Vergine Maria.
Il nome attuale di CASTELLO ARAGONESE ha origine dalla dinastia che più delle altre ha impresso all’isolotto la fisionomia che lo caratterizza: Alfonso I d’Aragona che trasformò nel XV secolo d.C. il preesistente Maschio angioino, costruendo le poderose mura difensive, fece scavare nella roccia la galleria di accesso pedonale.
Non puoi dire di aver visto il castello se non lo hai circumnavigato.
Noi di DETTI E FUMETTI lo abbiamo fatto nel miglior modo, ospiti del veliero LA RONDINE, in compagnia dei capitani Virginia e Pietro (figlia e padre)
Una straordinaria storia accompagna il veliero La Rondine
Negli anni venti il nonno di Virginia trasformo’ una delle prime navi cargo a vela (pensate portava persino le auto e il bestiame) in un vero e proprio veliero per navigare il tirreno.
Ci ha raccontato Virginia che trasportava gli ischitani fino in Sardegna e in Sicilia.
Oggi puoi salpare con loro pranzare a bordo e goderti le meraviglie dell’isola accompagnato dal racconto del vulcanico capitano che conosce mille e uno aneddoti dell’isola. L’autenticita’, l’avventura, il romanticismo in una parola: La Rondine.
Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi scambierò quattro chiacchiere con l’attrice Paola Tiziana Cruciani
Allora Paola Tiziana sei nata a Roma nel 1958, dal 1979 al 1981 frequenti il primo Laboratorio di Esercitazioni Sceniche diretto da Gigi Proietti, presso il Teatro Brancaccio di Roma, dove ti diplomi. Con i tuoi colleghi del corso [Patrizia Loreti, Shereen Sabet, Rodolfo Laganà, Massimo Wertmüller, Silvio Vannucci]fondate il gruppo comico La Zavorra, iniziando così la tua carriera teatrale e televisiva. Conclusasi nel 1984 l’esperienza con La Zavorra, inizi a lavorare come attrice, autrice e regista. Sono molte, le tue opere portate in scena per citarne alcune [Torno a casa lessa, Cose di casa, Sole 24 ore] o che sono state interpretate da altri. Nella stagione 2008-2009 sei in Ultima chiamata di Josiane Balasko, con Pino Quartullo. A novembre del 2010 impersoni al Teatro Sistina Eusebia nella commedia musicale di Garinei e Giovannini Rugantino, diretta da Enrico Brignano. Nel novembre 2013 sei di nuovo con Enrico Brignano dei panni di Eusebia, in scena nei teatri di Roma, Milano, Firenze e New York.Debutti al cinema nel film Fatto su misura del 1984. Da allora ti ritroviamo caratterista in numerose pellicole; hai collaborato con i registi: Paolo Virzì , Alessandro D’Alatri, Giovanni Veronesi. Nel 1999 sei candidata al David di Donatello come miglior attrice non protagonista per il film Baci e abbracci di Paolo Virzì. Ancora con Virzì reciti in Tutta la vita davanti del 2008. Debutti in Straparole, per la regia di Ugo Gregoretti nel 1981. Seguono diversi varietà come Attore amore mio, Io a modo mio, A come Alice, Al Paradise, Un altro varietà di Antonello Falqui su Rai 2 e molti altri. La tua prima apparizione come attrice in una fiction è in Aeroporto internazionale nel 1985.Nell’ottobre 2008 sei in Anna e i cinque. Nell’aprile 2012 sei con a Gigi Proietti tra i protagonisti della fiction Rai L’ultimo papa re. Nel 2015 sei narratrice di una puntata del programma Techetechete’. Nel gennaio 2019 va in onda la serie La dottoressa Giò, dove interpreti la caposala Gigliola Ardenzi. Negli ultimi anni ti sei dedicata all’insegnamento del mestiere ai giovani aspiranti attori.
DS. Perché hai voluto fare l’attrice?
PTC. Ho sempre amato il teatro e la capacità comunicativa degli attori.
Nel 1976 vidi Gigi Proietti in “A me gli occhi, please”. Andavo ancora al liceo. Tornai a casa e incollai il biglietto sul mio diario, accanto scrissi “ Ho deciso, da grande voglio fare l’attrice”. La fortuna è stata incontrare proprio Gigi.
DS. La scuola di Gigi Proietti cosa ti ha lasciato?
PTC. Tutto quello che so, se so qualcosa, lo devo a Gigi. E’ stato l’incontro più importante della mia vita.
DS. La zavorra è stato il tuo trampolino di lancio
PTC. Decisamente sì.
DS. Quali sono le differenze tra la comicità degli anni 80 e quella attuale?
PTC. All’epoca il varietà si faceva con gli autori e i copioni. Si facevano le prove. Adesso è tutto affidato all’improvvisazione.
DS. Se ti venisse proposto di formare nuovamente un gruppo comico la tua risposta quale sarebbe e perché
PTC. Ogni volta che formo una compagnia per mettere in scena una commedia scritta da me, in fondo creo un un nuovo gruppo comico.
DS. Tu e Rodolfo Laganà avete formato un duo molto affiatato ce ne vuoi parlare?
PTC. Eravamo e siamo molto amici. Abbiamo una comicità simile e ci divertiamo a lavorare insieme. Il segreto è tutto qui.
DS. Che sensazioni provi nel vedere i tuoi allievi muovere i primi passi sul palcoscenico?
PTC. Sono molto orgogliosa. Tifo sempre per loro.
DS. Il tuo sogno nel cassetto?
PTC. Riuscire ad andare in pensione.
DS. Bene Paola Tiziana grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata, aspettiamo con impazienza un tuo nuovo spettacolo!
PTC. Non dovrete aspettare molto. Grazie a voi.
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI -SEZIONE CINEMA E TEATRO- ARTICOLO DEL 28 novembre 2022]
Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi scambierò quattro chiacchiere con l’attore e regista Rodolfo Laganà.
Rodolfo Lagana’ – Ritratto di Filippo Novelli
Allora Rodolfo, sei Nato e cresciuto a Roma il 7 marzo 1957, da padre calabrese e madre abruzzese, nel 1979 hai iniziato la tua carriera nel laboratorio teatrale di Gigi Proietti. Dopo esserti diplomato, insieme a Massimo Wertmüller, Paola Tiziana Cruciani, Giorgio Tirabassi e Patrizia Loreti avere creato il sodalizio La Zavorra. Avete partecipato a diverse trasmissioni televisive: il varietà di Rai 1 Al Paradise, i principali autori erano Antonello Falqui e Michele Guardi, riscontrando un notevole successo. Nel 1984 La Zavorra si sciolse. La tua carriera è andata avanti tra il teatro cinema e qualche passaggio nella pubblicità; fino al 2015 quando ti viene diagnosticata la sclerosi multipla. Nonostante la malattia tu continui la tua attività di attore.
W. Perché hai deciso di fare l’attore?
RL Era il 1978 andai al teatro Brancaccio a prendere i biglietti per vedere uno spettacolo di Gigi Proietti “ Gaetanaccio” mi accorsi che da una parte c’erano dei ragazzi in fila; incuriosito mi avvicinai e gli chiesi come mai erano in fila e mi risposero che stavano riempiendo una scheda per partecipare al Primo Laboratorio di Esercitazioni Sceniche diretto dallo stesso Proietti. Risposi ad una serie di domande che mi fece una elegante e garbata signora (Annabella Cerliani); lasciai i miei recapiti pensando” ma figurati se chiamano a me?” Mi chiamarono per telefono e mi dissero di presentarmi il 26 giugno ( e chi se la scorda quella data) per presentarmi al provino di ammissione per la scuola . Lo feci lo superai e mi presero . Incontrai Gigi e la mia vita cambiò. Devo tutto a Gigi. Immediatamente scattò tra noi un rapporto di grande simpatia e complicità che negli anni si e’ trasformato in un grande affetto. Ci volevamo e ci vogliamo un bene infinito.
W. Cosa ti ha lasciato la scuola di Gigi Proietti?
RL Professionalità Serietà Lavoro e tanta umiltà. Valori che ci ha trasmesso il maestro.
W. Negli anni ’80 nasce il sodalizio La Zavorra ce ne vuoi parlare?
RL La zavorra nasce da una intuizione di Antonello Falqui. Facemmo con lui “ Come Alice” Con tutti i ragazzi della scuola. Poi ci scelse a noi sei ( Cruciani- Wertmuller- Loreti- Vannucci- Sabet- Lagana’) e ci chiamò per fare Al Paradise varietà di rai 1 e ci chiamammo la Zavorra. Fu un successo pazzesco. Rappresentavamo per quell’epoca una assoluta novità.
W.nell’83 inizi la carriera cinematografica con “Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada” regia di Lina Wertmüller. Com’è stato lavorare con la Wertműller?
RL Fu il mio primo film. Ero molto emozionato tremavo come una foglia. Mi ritrovai a girare scene con Ugo Tognazzi Gastone Moschin Enzo Iannacci e Valeria Golino anche lei alla sua prima esperienza cinematografica. Lina era una grande regista dirigeva gli attori in maniera fantastica
W.Nell’85 la televisione e nell’89 il teatro: dove hai avuto la possibilità di esprimerti al meglio?
RL Il teatro e’ la mia grande passione che spero di fare tutta la vita. Il palcoscenico il contatto diretto con il pubblico. A teatro non si bleffa o funzioni oppure il pubblico non torna.
W. Cosa si prova ad avere un figlio che decide di fare l’attore?
RL Non ho mai forzato a fargli fare l’attore, e’ stata una sua libera scelta. Sono felice di questa sua scelta. Credo lo possa fare perché ( anche se non dovrei dirlo io) e’ proprio bravo. Cercherò di dargli dei consigli e dei suggerimenti che ho maturato e carpito in 42 anni di mestiere. Ma la libertà di fare le sue scelte sarà sempre la sua. Mi tranquillizza la sua serietà e impegno.
W. nel 2015 una battuta d’arresto la sclerosi multipla
RL Quando mi hanno diagnosticato la malattia mi e’ caduto il mondo addosso e ho pensato “ E mo’? Smetto di fare l’attore.” Ma ho anche pensato immediatamente che non ce penso per niente. Il palcoscenico per me e’ la migliore medicina che possa prendere e l’unica che mi fa bene infatti non smetto e anche quest’anno sarò in scena con due spettacoli in due teatri diversi.
W. Il tuo sogno nel cassetto?
RL Non mi basta un cassetto per contenere tutti i miei sogni continuo a farne ancora molti. La malattia può impedirmi di fare delle cose ma non potrà mai impedirmi di sognare. Grazie alla vita che e’ meravigliosa. E grazie a voi per questa intervista.
W. Bene Rodolfo, facci sapere quando andrai in scena e grazie anche ha nome dei lettori di Detti e fumetti, per questa bella chiacchierata.
[DARIO WILLY SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTO -SEZIONE CINEMA E TEATRO- ARTICOLO DEL 5 NOVEMBRE 2022]
Cari lettori di Detti e Fumetti, il cinema ha da sempre affascinato il pubblico fin dagli esordi. I fratelli Auguste e Louis Lumière nel 1887 proiettarono i primi brevi cortometraggi precorritori del moderno cinema. Le reazioni degli spettatori di allora ci fanno sorridere e intenerire allo stesso tempo, come il panico che scoppiò nella sala, quando fu proiettato l’arrivo del treno: molti scapparono terrorizzati perché credevano che il treno l’avrebbe travolti. Ma il cinema è fatto anche di attori, che ci fanno commuovere o entusiasmare con la loro professionalità e bravura; ed è proprio degli attori che voglio parlarvi. Lo faccio con una nuova rubrica intitolata La Memoria. Dove verranno ricordati appunto personaggi che hanno fatto la storia del cinema fini primi del novecento Attrici e Attori ormai dimenticati dai più che sarà interessante riscoprire e valorizzare. Ho coinvolto in questo nuovo appuntamento, il mio amico esperto di cinema Graziano Marraffa che periodicamente ci presenterà un’attrice o un attore dimenticati o sconosciuti ai più.
Ritratto di Graziqno Marraffa di Filippo Novelli
Il primo ritratto per simpatia e riconoscenza vede Graziano Marraffa come protagonista.
Buona lettura. Ci ritroviamo qui. Tra poco. Rimanete connessi.
NOTE BIOGRAFICHE
Nato a Roma il 18 Ottobre 1975, è
Fondatore e Presidente dell’Archivio Storico del Cinema Italiano – Associazione Culturale Onlus, costituito da un patrimonio illimitato di materiali cinematografici originali dagli anni ’30 ai giorni nostri, suddivisi in varie sezioni :
Cineteca, Videoteca, Manifestoteca, Biblioteca, Emeroteca, Fonoteca, Scenografia e Costumi.
Consulente e curatore di mostre iconografiche, retrospettive e Festival realizzati in collaborazione con prestigiose istituzioni internazionali.
Consulente internazionale per vari laboratori di sviluppo, stampa e post-produzione esperto in teoria e pratica del restauro cinematografico su supporti originali in pellicola b/n e colore.
(DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI SEZIONE CINEMA E TEATRO – ARTICOLO DEL 29 ottobre 2022)
Oggi cari lettori di Detti e Fumetti, oggi esploriamo un nuovo ambito del Cinema, facendo quattro chiacchiere con il mio amico Mauro Conciatori.
W. Allora Mauro ti presento al nostro pubblico: sei nato a Roma il 18 giugno 1957; sei un regista cinematografico, sceneggiatore e critico cinematografico. Sei stato direttore della rivista on-line di cinema Zabriskie Point, attiva dal 1999 al 2013. Come documentarista realizzi Sinfonia di una città, Architetti italiani del 900, L’oro di Dino – (Dino De Laurentiis, Giuseppe Rotunno) – L’architettura delle luci e La città garbata, prodotto dall’Istituto Luce, sul quartiere romano della Garbatella.
Aiuto regista di Michelangelo Antonioni su due progetti purtroppo non completati, hai lavorato come assistant director negli Stati Uniti negli anni Ottanta. Nel 2019 realizzi il film documentario L’intelligenza del cuore – dedicato all’attrice Ilaria Occhini. Sempre nello stesso anno finisci il montaggio di Amore a prima vista – dedicato all’attrice Elena Cotta. I due film documentari fanno parte di un progetto teso a omaggiare le grandi interpreti del cinema, televisione e teatro italiano.
Nel 2021 giri la serie animata “Le Visioni di Tim” per Tim Vision. Nel 2022 ultimi il docufilm “Over The Rainbow”, storie di ragazzi con la sindrome di Down. Nello stesso anno il cortometraggio H2NO. Gli ultimi anni sono particolarmente fecondi!
W. Perché hai deciso di fare il regista?
MC. A 4 anni, esattamente nel 1961, mentre la mia governante francese mi portava a spasso sui vialetti del laghetto dell’EUR la mia attenzione fu rapita da una visione del tutto particolare: una gru stava mettendo dentro l’acqua una spider. Chiesi alla mia governante che cercò di spiegarmi per bene cosa stesse accadendo, ma non mi capacitavo del perché far scivolare sul fondale un’automobile e non fare il contrario; alla fine, anche lei stordita dalle mie domande pressanti tagliò corto dicendomi “stanno girando un film, questo è il cinema “. Bene, risposi “da grande voglio fare il regista!”. Può sembrare una fiaba ma già da allora sapevo cosa avrei fatto. Ma non per vocazione reale (non potevo capire più di tanto) ma soltanto per il piacere di fare un qualcosa di anticonvenzionale come immergere una bellissima automobile nelle acque di un lago (a me sembrava gigante).
In qualche modo, a posteriori, il potere di fare qualcosa che agli altri non era permesso. All’epoca per me il cinema era una sala buia dove ammirare i miei eroi preferiti. Adoravo il cinema western, dove “tifavo” sempre per i “pellirossa”. Sempre dalla parte dei “deboli” e delle culture con rispetto della natura.
Ah. Dimenticavo di dire che il film in questione era L’eclissi di Michelangelo Antonioni. Già un segno del destino?!
A 17 anni, quindi 13 anni dopo, ero già su un set con Pupi Avati . Ero il 3 aiuto scenografo, ma per me respirare l’aria del set era magia pura. Il mio incanto iniziava a prender forma.
W. Cosa ti affascina in un documentario?
MC. La possibilità di poter avere una totale libertà di linguaggio. Non si hanno confini. Crescere e creare di pari passo con la storia. Di muovermi negli anfratti più reconditi di ciò che hai davanti a te. Di potermi muovere nella storia senza avere limiti. Avere si un punto di partenza ma poter cambiare tutto ciò che avviene tra l’inizio e la fine -che a volte devi aver ben chiara, mentre in molti altri casi ti arriva inaspettata per un dettaglio, per le mille pieghe della storia- attraverso le suggestioni che arrivano poco alla volta. Ma soprattutto è la storia stessa che cambia senza vedere, senza renderti conto che sta cambiando. Narrare la stessa storia a distanza anche di un solo anno prende forma e sostanza differente, perché noi mutiamo come muta la storia. Caso contrario saremmo dei rami secchi immutabili nel tempo.
Noi, esseri viventi, e il mondo che ci circonda, cambiamo di continuo, è come andar per mare, se vai dal punto A al punto B per svariate volte, sarà sempre diverso ciò che incontri, l’unica cosa che non cambia sono A e B, tutto ciò che è nel mezzo cambia, evolve…
Un’evoluzione totale, liberatoria nei confronti di noi stessi e del potenziale spettatore. Un punto sul quale non transigo è pensare sempre a chi dovrà usufruire di quelle immagini. Massimo rispetto per lo spettatore. Non creo gabbie ma palcoscenici aperti a chiunque.
Fare un film di finzione è totalmente diverso, per questo negli anni ho preso le distanze dal cinema, soprattutto dal mainstream.
In un film hai dei confini entro i quali puoi agire. La sceneggiatura detta legge, senza essere di ferro, ma ti dà dei punti cardine dai quali non puoi deragliare, non puoi prescindere. E poi la fatica di un set composto da troppe maestranze e professionalità. Una macchina perfetta nella sua imperfezione. Un documentario “si accontenta” di una piccola troupe, dove tutti si sentono direttamente responsabili del proprio ruolo. In un film sono i capireparto che rispondono, in un documentario anche il runner è fortemente responsabilizzato. Ci si inventa ogni giorno. Diciamo che in entrambi i casi non ci si annoia mai ma il set di un documentario è una piccola famiglia.
Inoltre, il documentario mi permette di poter spaziare dal sociale all’arte, dai ritratti a storie di vita reali dandomi ogni volta stimoli diversi.
Ad esempio, l’ultimo docufilm, Over the Rainbow, mi ha messo di fronte a delle realtà che tutti conosciamo ma che continuiamo a eludere: il mondo delle persone con la Sindrone di Down. Un “mondo” non ancora pienamente accettato. La diversità mette ancora paura ai “normodotati”, lo stato fa troppo poco, e non cerca di integrare questo mondo con il mondo “normale”. Ma poi cosa vuol dire normalità?
Un progetto durato quasi 2 anni che mi ha assorbito totalmente e che rimarrà sempre dentro di me. Una pietra miliare per il mio cuore è la mia anima.
W. Dal punto di vista della regia cosa non rifaresti e perché?
MC. Non tornerei mai dagli States. Tornato in Italia dopo aver capito come funzionava la “macchina cinema” credevo di poter spaccare il mondo di celluloide in Italia, di poter fare la differenza, di poter dare qualcosa al cinema italiano. In realtà ho trovato soltanto porte chiuse e bastoni tra le ruote. Solo perché ero “un americano”. E considera che tra la fine degli anni ‘80 e ‘90 ero considerato tra i registi di maggior talento, anche se sono sempre stato un lupo solitario. Non è un’accusa ma una constatazione che mi ha reso più maturo e coerente con me e fornito maggior rispetto verso gli spettatori.
Di fatto non mi rimprovero questa scelta. “Va tutto bene”. Anche questo sentirmi estraneo al mondo del cinema italiano.
In realtà l’unica cosa che mi rimprovero maggiormente è di non aver lottato abbastanza per imporre la mia visione cinematografica e, di conseguenza, essermi chiuso nel mio angoletto dorato, nella comfort zone, come regista di cinema d’impresa con corporate aziendali, brand e commercials.
Da un punto di vista prettamente tecnico e artistico non mi rimprovero nulla. Ogni progetto realizzato mi ha dato ciò che mi doveva dare. Non ho rimpianti e non mi debbo rimproverare nulla. Ogni scelta l’ho portata fino in fondo con coerenza, passione, amore.
W. Che responsabilità ha un regista nei confronti degli attori e di chi guarderà il film?
MC. L’onestà di saper raccontare storie con un linguaggio immediato e semplice, che non vuol dire semplicistico, ma di dedicare sempre la massima attenzione allo spettatore. Sai non credo a quei registi cosiddetti autoriali che si lamentano con frasi tipo “non hai capito ciò che volevo raccontare”. Ecco, quel “non hai capito “mi fa imbestialire. Se non ti hanno capito sei tu che hai fallito, non loro. Il regista ha il compito preciso di saper comunicare storie, eventi, drammi, emozioni, risate, attraverso la “sincerità” del racconto. Una sincerità che rubo a Michelangelo Antonioni quando afferma che “un artista prima di tutto deve essere sincero”.
Una sincerità che spesso non riscontro e che per me è essenziale quando narro delle immagini che “miracolosamente” si uniscono in un film. Come la potenza di un fulmine si abbina alla poderosità di un tuono.
Un regista è un artista ma anche un artigiano e come tale si deve preoccupare di creare un prodotto che possa soddisfare le svariate esigenze che sono dietro ad una pellicola. Incuriosire gli spettatori, accontentare il produttore, rendere felici gli attori per aver partecipato a qualcosa di unico.
Ecco, questo unico è importante nel rapporto che si instaura con gli attori sul set. Qui il regista si trasforma in un novello Freud, per capire in fondo l’anima dell’attore, poterne sfruttare le sfumature della sua anima al fine di dare unicità al personaggio che va a interpretare. Quindi un regista psicologo, padre, amante, al quale l’attore deve far riferimento. Senza questi prodromi il regista fallisce e con esso naufraga il film. Gli attori sono il medium registico “nell’inquadratura”. In quanto tali il regista deve affidarsi a loro dopo che gli attori si sono affidati a lui. Senza un regista sarebbe anarchia totale. Ma scopro l’acqua calda.
Sono contrario da sempre al regista anche attore, non può mai prendere le distanze da uno dei ruoli. Solo Orson Welles se lo poteva permettere. Unico. Gli altri grandi registi non hanno mai combinato i due ruoli. Griffith, Capra, Lubitsch, Ford, Tourner, Sirk, Ozu, Antonioni, Visconti, Zurlini, Coppola, Cimino, Scorsese, Villeneuve, P. T. Anderson (e così ho detto anche i miei registi preferiti!)
W. Vuoi parlarci della tua l’esperienza con Antonioni?
MC. Unica. E ho detto tutto e niente.
Uso una parafrasi della famosa scena da Gli ultimi fuochi di Elia Kazan e del nichelino, dove il produttore da una grande lezione di cinema al regista in crisi.
Eravamo nel borgo di Antonioni a Bovara di Trevi (Umbria). Estate. Mentre eravamo in piena preproduzione del film The Crew. All’epoca mangiavo il sugo di pomodoro ma non i pomodori crudi. Non sopportavo la consistenza. La contadina che portava in tavola i pomodori non capiva la mia reticenza ad assaggiarli. Per giorni Antonioni guardava il mio atteggiamento anche un po’ snob ma non accennava a nessuna critica. Aveva già avuto l’ictus ma con poche parole e molti gesti si faceva capire. Dopo una decina di giorni sbottò. Mi disse “mamma mia”, uno sguardo di rimprovero è un gesto stizzito della mano sinistra. Rimasi sorpreso dalla sua “azione”. Antonioni era sempre molto pacato con me, aveva un atteggiamento paterno, di comprensione, ma non digeriva che non provassi neanche ad assaggiare il pomodoro del suo orto. Quasi un affronto. Nonostante lo conoscessi mi senti in grande disagio, non potevo contraddire il maestro, il mio amato maestro di cinema e di cultura. Quindi, molto riluttante, assaggiai il famoso pomodoro che assomigliava più a un melone per la sua grandezza.
Il mio volto riluttante si aprì in una smorfia di assoluto piacere. Il nirvana. La “carne” del rosso pomo era soda, dura, carnosa, voluttuosa. Un’esperienza al confine del mistico (nel piccolo borgo tutto aveva una connotazione al di là della comprensione umana). Mangiare quel pomodoro mi fece capire molte cose ma soprattutto quanta verità e quanta bellezza risiede nei piccoli gesti quotidiani, in qualcosa che volte non diamo peso. La lezione del maestro era questa: osservare, meditare, elaborare e partorire. In questo caso era suscitare in me la capacità di vedere ben oltre l’apparenza, di vedere cosa esiste dietro, dietro a ogni cosa, che sia un film o un pomodoro.
Da quel giorno in poi non ho più smesso di mangiare pomodori e di tentare di generare prodotti che siano buoni come quel pomodoro!
Poi potrei dire delle giornate passate insieme nei cinema di Roma a cibarci di immagini, oppure di scrivere e sentire i suoi No quasi violenti a schiaffeggiare la mia stoltezza cinematografica.
Lui è stato unico. Nella cinematografia mondiale e per me.
W. Non trovi che nell’ essere regista e critico cinematografico ci sia una sorta di contraddizione?
MC. No. Non esiste nessuna contraddizione, anzi, si può essere più attenti nelle definizioni di un’opera in entrambi i casi. Importante è sempre l’umiltà. Senza non si va da nessuna parte. Entrambi i ruoli hanno in comune la sincerità, senza di essa non si può dire di essere onesti. O dietro la macchina da presa o davanti ad uno schermo si deve avere la capacità di identificazione con la storia.
W. Il tuo sogno nel cassetto?
MC. Realizzare un grande affresco sulla “Bellezza”, sul concetto, tra ideale e reale, tra ciò che si vede e ciò che è dietro all’immagine in se. Qui ritorna il ruolo del demiurgo come unico vettore di tante verità, quelle tante verità delle quali si compone il concetto astratto di Bellezza che ha affascinato da secoli l’essere umano. Un concetto tanto fragile quanto incorporeo nella sua vaghezza. “Non esiste saggezza senza incertezza”. E questo è ciò a cui aspiro.
W. Grazie Mauro anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti- Sezione Cinema – Articolo del 7-Agosto-2022]
Cari amici di DETTI E FUMETTI, viaggiatori variopinti che state transitando nel nostro Hub nel Web, benvenuti!
Oggi il nostro ponte dal Fumetto al Cinema lo costruiamo parlandovi del BOOM OPERATOR.
Questa professione del mondo del CINEMA non la conoscevo prima di parlare con CESARE. voi?
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Cesare- comune amico di Eleonora e Francesco che abbiamo intervistato qualche mese fa – e ci siamo fatti raccontare questo fantastico ruolo della Settima Arte.
Cesare Secli’ , ritratto di Filippo Novelli
F. Cesare ho la curiosità a mille. chi sei, dicci.
C.: Io sono un Boom Operator. Sintetizzando, il mio lavoro consiste nel registrare in presa diretta, ovvero sul set, i dialoghi dei film che vedete al cinema, sulle piattaforme o alla tv. Sarebbe bello se tutto quanto si riducesse a questo, vero? In realtà purtroppo (o per fortuna) è molto più complesso.
F. Siamo qui per approfondire. vai pure, grazie.
C.: Registrare i dialoghi significa innanzitutto salvaguardare l’interpretazione degli attori, assicurandosi che i dialoghi siano INTELLIGIBILI. Sarebbe molto semplice se le scene venissero girate in studio, con le stanze sonorizzate ed insonorizzate, dove tutto è costruito e gestito in funzione di una eccellente qualità e pulizia del suono; al contrario, la vera sfida che ogni boom operator e fonico di presa diretta deve affrontare è proprio la location, spesso ,anzi sempre, rumorosa.
Immaginate, per esempio, di dover registrare una coppia che si sussurra all’orecchio: “TI AMO”, una scena quindi molto delicata, intima e fondamentale per il film e immaginate di doverlo fare accanto a dei lavori in corso quindi martelli, trapani, seghe elettriche e i vari attrezzi elettrici o a motore, le urla dei lavoratori, ma non basta.. immaginate che questi lavori in corso siano in una strada trafficata e quindi macchine, motorini, pullman, clacson, sirene di ambulanze e carabinieri, vociare dei passanti, ma voglio esagerare (e credetemi, è successo davvero).. immaginate pure che ci sia tanto tanto vento e a pochi metri da dove i nostri attori si rivelano romanticamente, ci sia pure il mare in burrasca con le onde che sbattono sugli scogli e stormi di gabbiani che urlano la loro fame accompagnati dalla musica elettronica del lido dietro il muretto.
E’ giusto precisare al lettore che tutto ciò che ho elencato non è inquadrato dalla macchina da presa, quindi tutto ciò che sentiamo non è giustificato dall’inquadratura, che pur essendo molto larga, esclude tutte queste fonti di rumore, tenendosele alle spalle. Da quest’ultima precisazione, capite che il microfono non può essere vicino agli attori ma sarà abbastanza in alto per non entrare nell’inquadratura.
Solitamente allora si nasconde sotto gli indumenti di ogni attore un radiomicrofono.
F.: Ah, bene! la tecnologia ti da una mano! Tutto risolto allora?
C. : Non proprio… approfondiamo. Innanzitutto partiamo dal presupposto che il radiomicrofono è appunto nascosto, quindi per forza di cose sarà sotto a dei tessuti che a seconda delle proprie caratteristiche modificheranno la voce dei nostri attori, alterandola. Ogni tessuto porterà con sé del rumore, considerando che l’attore non sarà fermo come una statua ma avrà delle azioni da compiere, perciò oltre ad essere nascosto, il radiomicrofono dev’essere montato in modo tale che qualsiasi azione l’attore compia, risulti isolato e pulito, oltre ovviamente ad essere montato in sicurezza e cioè che non cada o si strappi nel caso in cui l’azione preveda una corsa, un salto, una lotta. Nel nostro caso gli attori sono piuttosto fermi quindi nessun problema, se non fosse che sono abbracciati. Questo vuol dire che i radiomicrofoni, sbattono uno contro il corpo dell’altro, consegnando un suono ovattato, telefonico (non dimenticate che c’è molto vento per cui sono montati anche in sicurezza dal vento) e rumoroso.
F:. Ottimo! Fortissimo questo lavoro. Se volessi quindi con una frase raccontare il tuo mestiere ed essere tanto convincente da fare proseliti tra le giovani ragazze e ragazzi che vogliono entrare nel mondo del CINEMA?
C.:Il mio lavoro consiste nel far si che chi vede il film senta il “TI AMO”, forte e chiaro, preciso e convincente, dritto in faccia tanto da commuoversi.
BIO
Cesare Seclì nasce a Campi Salentina (LE) il 07/05/1994.
Intraprende sin da bambino studi musicali, imparando a suonare il pianoforte, la chitarra e la batteria. E’ stato il percussionista di vari gruppi di musica popolare e gruppi punk/funk; si dedica al teatro come attore, ma soprattutto come tecnico audio/luci, inserendosi a pieno nel mondo dei live, lavorando in tournée per numerosi artisti.
Laureatosi in scienze della comunicazione, frequenta l’accademia cinematografica Gianmaria Volontè a Roma, diplomandosi come tecnico del suono cinematografico e diventando un Boom Operator.
Si inserisce quindi nel cinema, lavorando per numerosi film e serie TV italiane e americane, per piattaforme come Netflix, Prime Video, e cortometraggi tra cui “Inverno”, di Giulio Mastromauro, vincitore del David di Donatello nel 2020 e collaborando con noti registi come Gabriele Muccino e Pupi Avati.
È co fondatore del collettivo teatrale Cenerentola, con il quale realizza numerosi spettacoli in giro per l’Italia e porta avanti la propria passione musicale come cantautore, e collaborando come percussionista con l’artista Arto.
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione CINEMA – Articolo del 2 agosto 2022]
Cari amici di Detti e Fumetti, oggi intervisterò l’attore e regista nonché doppiatore Michele Di Mauro.
MICHELE DI MAURO di Filippo Novelli
Allora Michele sei nato a Torino il 9 luglio 1960. Sei un attore e regista teatrale dal 1980 in poi, hai collaborato con il Teatro Stabile di Torino, il Gruppo della Rocca, il Teatro Settimo e lo Stabile di Palermo.
Hai debuttato come attore cinematografico nel film di Gianluca Maria Tavarelli Portami via (1994); molto spesso inserito nei lungometraggi di Marco Ponti, ed anche ne Il partigiano Johnny (2000) e nel film Ravanello pallido (2001). Hai prestato la sua voce al personaggio di Moud nel lungometraggio di animazione Aida degli alberi (2001).
Ma non solo cinema e teatro nella tua carriera; hai lavorato spesso anche alla radio, conducendo vari programmi su Rai Radio 2 accanto a Ermanno Anfossi, Germana Pasquero e Andrea Zalone, come: Non ho parole (2001). Su Radio Deejay, invece, hai accompagnato Luciana Littizzetto negli sketch da lei proposti nel programma La Bomba.
Nel 2021 per Ad Alta Voce hai letto Il diavolo sulle colline di Cesare Pavese, trasmesso da Rai Radio 3.
Nel 2004 hai partecipato alla miniserie Le stagioni del cuore di Antonello Grimaldi con Alessandro Gassman, Anna Valle, Martina Stella, Tatiana Lepore e Antonella Attili. L’anno successivo hai interpretato Sandrone in Manuale d’amore, mentre nel 2009, hai preso parte a La doppia ora di Giuseppe Capotondi con Ksenija Aleksandrovna Rappoport, Filippo Timi e Antonia Truppo.
Dal 2017 fai parte del cast de I delitti del BarLume, interpretando un goloso e logorroico commissario di polizia.
W. Perché hai voluto fare l’attore?
M. Intanto…le cose scelte dal curriculum sono opinabili, ma…non importa. Vista l’informalità dell’intervista, eviterei di dire cosa ho o non ho fatto.
Per definirmi ai lettori di DETTI E FUMETTI io direi: “MICHELE DI MAURO , operaio dello spettacolo,attore, regista, autore, insegnante”.
E basta. Ora però, caro Willy, rispondo alla domanda.
Non ho, voluto fare l’Attore. Cioè, non in modo classico “era il mio sogno fin da piccolo” o cose così. No. Io ho fatto il Liceo Artistico e suonavo. Ero un ragazzo che negli anni ’80 voleva fare del Rock Progressive (E.L.P. Genesis, YES). E poi…sono inciampato nel teatro e sono rimasto intrappolato anima e corpo in quel Luogo meraviglioso. E poi la TV, il Cinema etc.
W. Che cosa è per te l’applauso?
M. Un meraviglioso modo di continuare la Comunione che il teatro (luogo dell’Applauso per eccellenza) stabilisce col Pubblico (elemento essenziale dell’Atto teatrale). L’applauso è riconoscimento, affetto, musica del corpo, carica e ri-carica immediata. Felicità.
PH Elvis Ranella
W. Dal punto di vista professionale, cosa ti insegna un fallimento?
M. Dirò, come tutti gli attori che vogliono far bella figura e sfoggiare una cultura teatrale di rango, che, come diceva un certo Samuel Beckett (… che poi a voi di DETTI E FUMETTI che state in fissa con gli AFORISMI piacerà di certo):
“Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio”.
Se invece stò più coi piedi per terra…direi che un fallimento ci sta. Due anche. Al terzo io comincerei ad allarmarmi. E poi…cambierei un po’ di cose sostanziali, nelle procedure “fallimentari”!
W. Davanti al bivio tra cinema e teatro cosa sceglieresti e perché?
M. E’ una domanda … cattiva WIlly!.
Non si può scegliere tra due cose “essenziali” del tuo lavoro (perché così diverse, una dall’altra)! Se però fossi obbligato per via che mi succede qualcosa di irrimediabile…direi che, a questo punto della mia carriera, dopo 40 anni di teatro (luogo che conosco centimetro dopo centimetro)… sceglierei il Cinema (luogo che conosco molto, molto meno).
W. Vuoi parlarci della serie tv appena conclusa Studio Battaglia e se ci sarà una seconda stagione ?
M. E’ finita ieri sera la prima, di stagione. E i frutti, di stagione, maturano col tempo: (dipenderà da Rai Uno, dell’Auditel e da Palomar che l’ha prodotta insieme a Rai Fiction e Tempest Film.).
W. Il tuo sogno nel cassetto?
M. Guarda, i miei cassetti debordano di cianfrusaglie (non butto mai niente) e non c’è posto per i sogni. E poi, devo dire, non sono un sognatore. E se qualcuno ce l’ho … lo tengo nel cofano della mia automobile (insieme a qualche regalo che non ho dato a qualcuno in un Natale passato, un paio di pantaloni che ho comprato ma non ho ancora portato a casa, un dvd di Fassbinder, un libro sulla Juventus e una maschera da Zorro).
Progetti, invece, ne ho. Sto scrivendo un monologo dal titolo:
13 stazioni per una seduta di cannibalismo. Poi. Domani comincio la prima posa di una nuova serie per SKY di cui sono il protagonista. La serie è la versione italiana di CALL MY AGENT (Dis puor cent) e girerò fino a metà luglio (oltre ai 3 nuovi episodi dei DELITTI DEL BARLUME). Farò anche uno spettacolo/concerto su un testo di Vitaliano Trevisan , titolo: SOLO RH e la regia di un altro spettacolo che s’intitolerà DESSERT SARTRE e debutterà ad ottobre al festival PLAY WHIT FOOD. Meno sogni, quindi, e più concretezza!!
Bene caro Michele grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa simpatica chiachhierata
Grazie a te, e saluti belli per tutti. SMACK! (direste voi, no?!!)
[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI – sezione CINEMA E TEATRO – Articolo del 12 aprile 2022]
Le FOTO DI SCENA tratte da “Call my Agent; Le Sedie sono di proprietà dell’autore ogni diritto è riservato.
Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi parleremo con l’attore Luigi Di Fiore.
Ritratto di Fiore di Filippo Novelli
W. Allora Luigi, sei nato Milano, 18 luglio 1964 Ti diplomi nel 1985 alla bottega teatrale diretta da Vittorio Gassman. L’anno successivo vieni scelto, tra 1000 candidati, per rappresentare il ruolo di Don Giovanni nell’Elvira o la passione teatrale diretta da Giorgio Strehler. L’anno successivo vieni chiamato a Roma per interpretare l’agente Quadri nella miniserie televisiva La piovra 4. Interpreti numerose fiction televisive e partecipi a film di respiro internazionale, senza abbandonare mai l’attività teatrale.Dal 1996 fino al 2001 vesti i panni di Luca De Santis nella soap spia, Marco e Laura, La ragnatela, La piovra 5 Il cuore del problema, Amanti e segreti, Cuore contro cuore, Distretto di Polizia ed Incantesimo. Nell’ottobre 2001 gi r i inol tre alcuni documentari per Geo & Geo. Dal 2009 hai interpretato il ruolo di Franco nella terza e quarta stagione de I Cesaroni. Nello stesso anno vinci il palmarès come migliore attore al Festival du cinema de Paris. Nel 2013 hai interpretato il ruolo di Druso Pollione in Barabba. Nel 2013 hai interpretato il ruolo di Corrado Muraro ne Il commissario Nardone al fianco di Sergio Assisi Nel 2013 interpreti il personaggio di Vittorio, nella fiction Rosso San Valentino. 2013 interpreti il personaggio di Giancarlo in CrossingLines Nel 2013 sei sul set di Provaci ancora prof 5 e Mani pulite.
W. Perché hai scelto di fare l’attore?
Periodicamente questa domanda mi è stata rivolta più volte nel
corso della mia carriera. La risposta più istintiva dovrebbe essere
legata alla “chiamata”. Sono stato scelto non ho scelto io. Una sorta
di vocazione religiosa, una questione dello spirito, o degli spiriti,
come avrebbe detto Louis Jouvet. Il primo spettacolo teatrale a cui
ho assistito fu il “Fanfani rapito” di e con Dario Fo. Ne rimasi incantato. Avevo 11 anni. Quel giorno mi sono detto che non avrei
immaginato altra vita se non quella che sembrava trasparire dalla “Comune” fondata da Dario Fo. Sono stato fortunato, casa mia distava dalla Palazzina Liberty, sede del Teatro della Comune, non
più di 150 metri. Dal giorno dello spettacolo cominciai a frequentarla tutti i pomeriggi. Sono diventato una specie di mascotte della comunità, la scelta, a quel punto, non era più detraibile.
Foto concessa da Luigi FIore
W. All’inizio della carriera essere scelto da Strehler tra mille
candidati che sensazione hai provato?
Dopo essermi diplomato alla “Bottega” di Vittorio Gassmann entrare
nel tempio della cultura europea diretto dal più grande regista del
‘900 significava solo una cosa. Il massimo. L’iperbole. La gioia pura.
Sono stati due anni magnifici in cui ho affinato i miei studi come mai
avrei potuto immaginare di poter fare. Gli anni più belli della mia
vita personale e professionale.
Foto concessa da Luigi Fiore
W. Che cosa è per te il talento?
Il talento è un insieme di imprinting ereditati dalla famiglia, le prima esperienze sociali, intendo proprio la scuola materna, ci includo anche le prima esperienze erotico-sentimentali con la Cinzia quando si giocava al dottore e all’infermiera e ci nascondeva nelle cantine o nei solai del condominio. Tutto questo concorre a formare una tua sensibilità rispetto ai sentimenti. Ma tutto questo non basta. Il talento per il talento non vale niente se non è sottoposto ad una
talenti ho visto smarrirsi per aver immaginato che bastasse solo
quello per riuscire nella professione.
W. Aver ricoperto per cinque anni il ruolo di Luca De Santis nella
soap opera Un posto al sole, cosa ti ha lasciato?
Tanto amaro in bocca. Una famiglia che ha dimenticato i suoi figli
mandati al “fronte” a combattere una guerra che scongiurasse la chiusura del Centro di produzione di Napoli. Una volta vinta la guerra era necessario rinnovare i “soldati”, tanto per rimanere nella
retorica della metafora, diritto sacrosanto, quello che risulta manchevole è la condanna all’oblio, come se tutto quello che hai fatto in 5 anni della tua vita personale e professionale non valesse
nulla.
W. Quale responsabilità ha un attore nei confronti della società?
In questo tipo di società praticamente nullo. In una comunità ideale
dovrebbe essere una figura di riferimento per tutte le nuove generazioni, a partire dalla scuola. Gli attori sono gli unici in grado
di trasmettere il sapere per via pedagogica con un forte elemento
emotivo, l’unico in grado di trascendere lo spirito di uno studente o
studentessa. Ma non lo capiranno mai.
W. Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono recitare?
Di diventare ricchi, se ancora non lo sono, trovando altre strade. Poi
potranno dedicarsi anima e corpo ad un lavoro che non esiste e non
è riconosciuto, nelle sue peculiarità da una società malata, profondamente malata, in coma direi.
W. Quale è il tuo sogno del cassetto?
La pace nel mondo ed una morte veloce, istantanea. Tra cento anni.
W. Bene Luigi grazie anche ha nome dei lettori di Detti e Fumetti
per questa bella chiacchierata
[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione teatro articolo del 17 dicembre 2021]
Cari amici di Detti e Fumetti oggi intervistiamo l’attore Roberto Zibetti.
Allora Roberto, sei nato a Summit, 11 marzo 1971 nel New Jersey, da genitori italiani, sei cresciuto a Torino. Nel 1990 debutti in teatro con [Gli ultimi giorni dell’umanità], regia di Luca Ronconi; in seguito lavori anche per il cinema e la televisione. Oltre a lavorare come attore, sei anche regista teatrale. Dopo aver debuttato sul grande schermo, sotto la regia di Francesco Calogero, con il film [Nessuno 1992], lavori con altri registi importanti come: Klaus Maria Brandauer, Bernardo Bertolucci e Giacomo Battiato; con quest’ultimo reciti in [Cronaca di un amore violato 1996], in cui hai il tuo primo ruolo da protagonista.
Tra il 1997 e il 2001 sei tra gli interpreti principali dei film [Il carniere, Radio freccia], regia di Luciano Ligabue, [A casa di Irma], [Non ho sonno], regia di Dario Argento; inoltre partecipi al film [I cento passi 2000], diretto da Marco Tullio Giordana. Nel 1998 debutti in televisione nella miniserie tv [Trenta righe per un delitto], regia di Lodovico Gasparini. Successivamente lavori in altre fiction tv, tra cui: [Distretto di polizia 2 2001], [Incantesimo 6 2003], la miniserie [Attacco allo Stato 2006], regia di Michele Soavi, la serie di Rai 3, [La squadra 8 2007] e [Il commissario De Luca 2008], regia di Antonio Frazzi.
Continui con il cinema con [Pasolini 2014], regia di Abel Ferrara [Shades of Truth 2015], regia di Liana Marabini – Condor Pictures [Ho ucciso Napoleone 2015], regia di Giorgia Farina AFMV – [Addio fottuti musi verdi 2017], regia di Francesco Ebbasta [Cobra non è 2020], regia di Mauro Russo
W. Quando hai capito che volevi essere un attore?
foto di Roberta Krasnig
Ero molto giovane, mi appassionai al teatro durante gli anni del liceo. Mi piaceva imparare a memoria testi e poesie. Leggevo, appassionandomi molto, le biografie degli attori del passato, la Duse, Jouvet, Copeau, Stanislavskij. Facevo una scuola di recitazione il pomeriggio e tutti gli stages che mi capitavano a tiro, in Italia e all’estero. Successe poi tutto molto velocemente. Prima Ronconi, poi il Teatro dell’Elfo dove feci il mio primo protagonista nel Risveglio di Primavera. Con Il Campiello di Strehler al Piccolo, mi trovai a recitare addirittura nella storica sala dell’Odeon a Parigi. Ricordo l’effetto che mi fecero quei camerini che sembravano delle suites d’albergo, coi divani di velluto rosso su cui riposarsi. Dai 19 anni ero praticamente sempre in tournée d’inverno e sul set d’estate. A 26 anni girai Io Ballo da Sola con Bertolucci e un cast internazionale. Furono anni intensissimi e mi fu evidente che quella sarebbe stata la mia strada.
W. in Cronaca di un amore violato 1996, hai il tuo primo ruolo da protagonista cosa hai provato?
foto di Roberta Krasnig
Avevo 23 anni, era il 1994; non fu facile trovare il giusto distacco da un personaggio così complesso e da una storia molto dolorosa. Giacomo Battiato seppe guidarmi con grande delicatezza e attenzione ed io gli fui molto riconoscente. Col tempo, grazie all’esperienza e alla tecnica, si impara che anche le più nascoste e profonde contraddizioni dell’animo umano possono e devono essere raccontate da un attore in modo molto intenso ma restando consapevoli che si tratta di un gioco, seppur con contenuti a volte drammaticamente seri. E’ ad esempio il caso del personaggio di Massimo Giuseppe Bossetti che interpreto nel film Yara di Marco Tullio Giordana, che uscirà in autunno su Netflix.
W. Passare dal teatro alla televisione cosa ha comportato?
foto di Roberta Krasnig
In realtà per quanto mi riguarda il gesto tecnico di recitare non è diverso, che si tratti di televisione, di cinema o di teatro. Semmai è una questione di dimensione. In televisione le accortezze da tenere presenti sono semplicemente diverse e riguardano direi soprattutto la capacità di mantenere concentrazione e divertimento pur tra mille variabili. La macchina da presa è uno spettatore esigente ed implacabile, coglie anche le minime sfumature. Spesso i ritmi televisivi sono molto veloci e raramente si fanno delle vere prove: bisogna dunque arrivare preparatissimi per “giocare” al meglio con i colleghi e il regista fin dal primo take. Come quella del palco, a me piace molto l’atmosfera del set ed ho grande ammirazione per il lavoro di tutte le maestranze, dunque il passaggio di cui mi chiedi mi è sempre risultato molto naturale, ogni nuovo lavoro mi sembra un’occasione di crescita.
W. Roberto Zibetti regista, ce ne vuoi parlare?
foto di Roberta Krasnig
Nel 1996 ho fondato una compagnia teatrale con altri colleghi, si chiamava ‘O Zoo No, con cui ho prodotto, diretto o co-diretto numerosi spettacoli proprio con l’obiettivo di imparare la complessa arte della regia teatrale, partendo dagli assunti della ricerca novecentesca, che riguardano di base un approccio collettivo alla creatività. Non è facile mettere insieme le grandi individualità che contraddistinguono il mondo artistico, ma quando ci si riesce i risultati sono a mio avviso strepitosi. Ho diretto un cortometraggio Green (Acerbo), girato in 16mm, mischiando membri della mia famiglia e attori professionisti: dirigere un set è un’esperienza magica ed esaltante, anche se spesso faticosissima. Più recentemente ho messo in scena dei lavori di poesia da me interpretati: La Gerusalemme Liberata del Tasso in versione pop-rock ( Gerusalemme Unplugged) con la musica dal vivo del chitarrista Giorgio Mirto accompagnato da Celesete e Placido Gugliandolo dei Moderni; lo scorso maggio al Cafemuller di Torino “Una luce nella selva oscura”, il primo canto dell’Inferno di Dante ambientato in un affascinantissimo paesaggio sonoro, opera di Raffaele Toninelli. Se vi interessa, quest’ultimo lo trovate on demand sulla piattaforma niceplatform.eu, corredato da un’intervista sul mio percorso di attore.
W. Il teatro che ruolo ha nella società?
Il teatro per la società ha il ruolo di uno specchio. E’ lo stesso anche per il cinema e per tutte le nuove tecnologie di rappresentazione, che vanno moltiplicandosi esponenzialmente per numero e tipologia. Anche i social network sono uno specchio, anche se certo molto caleidoscopico e un po’ folle. Il teatro, essendo uno spazio concreto, a cui si può accedere fisicamente, con dei corpi vivi da guardare e percepire, rende ancora più esplicito il suo essere una terra di frontiera, un luogo ‘altro’ dove guardare a noi stessi e ai nostri comportamenti. Il buio e il silenzio che regnano su un palco prima dell’inizio di una rappresentazione ci riportano ad una certa ritualità che, se accortamente corredata di bellezza e poesia, può essere di grande aiuto a farci sentire vivi in mezzo ai nostri simili in quest’epoca sempre più frenetica, individualistica e virtuale.
W. Di fronte ad un gruppo di giovani attrici e attori cosa consiglieresti?
Mettetevi insieme e sperimentate il più possibile. Se da un lato è importante essere consapevoli della propria originalità e del proprio talento, alla fine è nel confronto con l’altro da sé che questa originalità trova il terreno più fertile per crescere e brillare. Lavorate sodo al vostro percorso individuale ma mantenete curiosità e affetto per ciò che sta fuori da voi. Le nuove piattaforme televisive offrono infinite e preziose possibilità di lavoro e di carriera, che è giusto ricercare, ma l’arte della recitazione richiede tempo e volontà di approfondire. Fate una buona scuola e mantenetevi umili e desiderosi di apprendere, mettendovi in gioco senza paura appena ne avete occasione.
W. Il tuo sogno nel cassetto?
Interpretare un musicista classico in un film o una serie.
W. Bene caro Roberto, grazie anche a nome die lettori di Detti e Fumetti, per questa interessante chiacchierata
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE CINEMA – ARTICOLO DEL 7 SETTEMBRE 2021]
Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo con noi Antonella Fattori. Conosciamola un po’ meglio.
W. Allora Antonella, sei nata a Prato, ti sei diplomata all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma. Inizi a lavorare nel mondo del teatro in ruoli da attrice giovane con registi come Luigi Squarzina, Roberto Guicciardini e Luca Ronconi.
Nel 1985 vieni scelta da Nanni Moretti per un ruolo ne La messa è finita; nel 1988 il regista Silvio Soldini, nel suo primo lungometraggio L’aria serena dell’ovest ti affida il ruolo da protagonista. Il 1998 ti vede protagonista insieme ad Alessandro Gassmann della miniserie di Rai 1 Nessuno escluso per la regia di Massimo Spano. Con questa interpretazione vinci il Premio Flaiano di Televisione e Radio nella categoria Premio per l’interpretazione. Sempre nel 1998 Carlo Lizzani ti sceglie come protagonista di un’altra miniserie per la Rai, La donna del treno, insieme ad Alessio Boni.
Nel 2000 lavori con Massimo Dapporto in una serie per Canale 5, Ciao professore, regia di José Maria Sanchez. Sempre nel 2000 torni al cinema con un ruolo da protagonista nel film Le complici, regia di Emanuela Piovano. Nel 2003 reciti nel ruolo della donna contessa Anna Ristori nella serie di Canale 5 Elisa di Rivombrosa, regia di Cinzia TH Torrini; nel 2004 Elisa di Rivombrosa- Parte seconda, sequel della serie. Nel 2007 reciti nella miniserie televisiva Chiara e Francesco, regia di Fabrizio Costa. Nel 2008 reciti nella fiction di 18 puntate per Rai 2 Terapia d’urgenza nel ruolo del medico Cristiana Gandini.
Nel 2010 ritorni al teatro con un tuo testo scritto e interpretato dal titolo Giorni S-contati che affronta in chiave agrodolce il tema della realtà carceraria in Italia. Nel 2011 sei nella fiction Don Matteo 8, regia di Carmine Elia. Nel 2012 sei nel cast della serie poliziesca R.I.S. Roma – Delitti imperfetti, regia di Francesco Miccichè. Nel 2013 interpreti Elisabetta nella seconda stagione della serie in quattordici puntate Le tre rose di Eva. Nel 2014 entri nella seconda stagione de Il tredicesimo apostolo nel ruolo di Greta Lorenzini. Nel 2016 partecipi alla serie prodotta da Canale 5 Fuoco amico TF45 – Eroe per amore con Raoul Bova. Nel 2017 sei nella serie TV per Canale 5 Sacrificio d’amore, dove interpreti suor Agnese. Nel 2018 partecipi ad una docufiction Il precursore di Omar Presenti. Nel 2020 interpreti Chiara in un pilota tutto al femminile dal titolo Rosa shocking liberamente tratto da Sex and the city.
Antonella Fattori- disegno di Anna Novelli -colori Filippo Novelli
W. Cosa ti ha spinto a frequentare l’Accademia di arte drammatica?
Quand’ero ancora adolescente, a Prato la mia città natale venne il maestro Ronconi con il suo laboratorio teatrale. L’amministrazione di quei tempi dette al maestro Ronconi la possibilità di formare un gruppo di lavoro che ha lavorato per più di 4 anni ad un progetto di ricerca teatrale.Nelle strade di Prato, cittadina di provincia, gravitavano attori importanti scritturati da Ronconi per portare avanti questo bellissimo e ambizioso progetto.Ronconi mise in scena vari spettacoli a cui assistevo rapita e entusiasta…per citarne alcuni ’La torre’ di Hofmannsthal. Seppi che cercavano comparse per lo spettacolo e mi feci avanti. Rimasi folgorata da quel meraviglioso mondo e appena diplomata alle superiori decisi di provare ad entrare all’Accademia Naz. d’arte drammatica ‘Silvio D’Amico’ di Roma. Ricordo l’emozione che provai quando affrontai l’esame d’ammissione…era difficile entrare. Ce la feci al primo colpo! E al terzo anno chi arrivò come insegnante di recitazione?…Luca Ronconi. L’ho avuto per tutto il terzo anno accademico e mi sono diplomata con un saggio finale con la sua regia ‘Il sogno’ di A. Strindberg. Spettacolo bellissimo del maestro! Si chiudeva così un cerchio e iniziava la mia carriera di attrice professionista.
W. Lavorare per registi come Squarzina, Guicciardini, Ronconi, è un bel trampolino di lancio, per una giovane attrice, ce ne vuoi parlare?
Appena uscita dalla scuola ho iniziato subito a lavorare come prima attrice. Squarzina mi scelse dopo un provino appena uscita dall’Accademia Era ‘I cinque sensi’ commedia scritta dello stesso Squarzina con Sergio Fantoni. Poi Guicciardini anche lui toscano come me.Grande uomo, colto e fine regista.Di lui ricordo la classe , la cultura e la sua sottile ironia.Si, ho avuto la fortuna di recitare con registi sensibili e preparati.
W. Nel 1998 con la mini serie su Rai 1 Nessuno escluso per la regia di Massimo Spano, vinci il Premio Flaiano, quale è stata la tua prima emozione?
Insieme al teatro cominciai a fare anche cinema e televisione mi scelse N.Moretti per un ruolo nella’ Messa e finita’ e poi S. Soldini nel suo primo lungometraggio ‘L’aria serena dell’Ovest’ film molto apprezzato dalla critica e poi ancora Cinzia Th Torrini per un bellissimo ruolo nel ‘La colpevole’ ruolo di una giovane vittima di stupro e pochi anni dopo mi scelse per ‘Elisa di Rivombrosa’ successo straordinario che mi ha dato la popolarità e poi ancora M.Spano che mi affido’ il ruolo di una poliziotta della Dia con cui ho vinto il Premio Flaiano come miglior interprete di fiction .Ricordo ancora l’emozione di ricevere il premio a Pescara.I premi gratificano sempre anche se poi…e’ giusto dimenticarsene!
W. Essere un’ attrice in un momento così particolare come questo che stiamo vivendo ora, che responsabilità comporta?
Già! Periodo alquanto difficile.La pandemia ha scoperto come un vaso di Pandora le molteplici problematiche legate a questo nostro mestiere mettendo a dura prova tutto il nostro settore.Basti pensare che in Italia non c’è’ un riconoscimento giuridico del nostro lavoro.Non siamo ancora una categoria e questo ci preclude da tanti diritti sacrosanti che un riconoscimento di categoria ci assicurerebbe.Per questo sono nate tante associazioni(di cui anch’io faccio parte)in questo periodo con la funzione di far emergere e tutelare questo nostro scomparto dimenticato per tanti anni anche per nostre negligenze e per mancanza d’unione Le cose comunque stanno cambiando, con la pandemia siamo riusciti a interpellare e a interfacciarsi con le varie istituzioni e a cercare di far conoscere e sensibilizzare sulle nostre problematiche così diverse e spesso sconosciute proprio per la particolarità del nostro lavoro.Da poco i teatri hanno riaperto dopo più di un anno e mezzo di chiusura che ha acutizzato ancora più i problemi di quanto non ce ne fossero prima.Ma il teatro non muore, non morirà mai e spero che dopo questo lungo periodo di fermo le persone abbiano voglia di tornare a vedere spettacoli dal vivo , a vivere la magia del teatro.Il teatro è condivisione , stare insieme e dopo tanta solitudine credo che le persone abbiano voglia di partecipare ad un rito collettivo.Da poco ho debuttato con uno spettacolo ‘ Giro di vite ‘ adattamento teatrale dal romanzo di Henry James.Il pubblico è venuto numeroso nonostante il limite dei posti ,l’ho visto entusiasta e partecipe di poter tornare a rivivere insieme la magia dello spettacolo dal vivo.
W. Cosa provi quando hai l’occasione di rivederti in televisione o al cinema?
Mah…io sono sempre molto critica nel mio lavoro.Penso sempre che avrei potuto far meglio o diversamente ma è anche uno stimolo a non fermarsi, a non accontentarsi e a cercare di migliorare.
W. Un consiglio a dei giovani attori e attrici che voglio emergere?
Il mondo dello spettacolo e’ un mondo difficile, fatto di tante soddisfazioni ma anche di molteplici ostacoli…spesso la bravura non coincide con il successo ma se si ha determinazione ,pazienza e fiducia in se’ stessi si può ottenere risultati sorprendenti. E poi studiare, studiare sempre, prepararsi su tutto, disporre di più frecce possibili nel proprio arco da poter lanciare al momento giusto, nel posto giusto! Fare in modo che quando il treno delle opportunità e della fortuna passa dalla tua stazione non ti trovi impreparato ma ti trovi pronto a prenderlo al volo…per poi aspettarne un altro e un altro ancora senza mai mollare. Preparazione,pazienza… e fortuna! Si…anche fortuna! Ricordo che durante l’Accademia andai a vedere il grande V.Gassman. Ricordo la mia timidezza e soggezione quando andai a complimentarmi nel camerino per la sua interpretazione nell’Otello. Timidamente chiesi a Gassman cosa serviva oltre al talento per diventare un grande attore mi rispose con grande mia meraviglia ‘Fortuna ragazza mia…tanta fortuna! Negli anni ho capito che aveva ragione!
W. Il tuo sogno nel cassetto?
Ho scritto un cortometraggio insieme ad un giovane attore-autore Alex Scala.Vorrei cimentarmi nella regia. Dopo tanti anni davanti alla macchina da presa mi sento pronta per passare dall’altra parte della barricata. La Michelangelo Film produrrà il cortometraggio.. Incrociamo le dita
W. Bene Antonella grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – sezione CINEMA – ARTICOLO DEL 4 AGOSTO 2021]
Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo con noi IMMA PIRO.
Allora Imma, sei nata a Napoli 8 dicembre 1956 Hai esordito nel cinema nel 1974 nel film di Sergio Corbucci “Ilbestione”, accanto a Giancarlo Giannini. Nello stesso anno hai recitato come attrice protagonista nel film di Vittorio Caprioli “Vieni, vieni amore mio”. Tra gli altri film che hai interpretato “La mazzetta” con Nino Manfredi, “Ecco noi per esempio”, con Adriano Celentano, “Fontamara” con Michele Placido e molti altri.
Nel 1992 nel film di Aurelio Grimaldi “La ribelle” interpreti la madre siciliana di Penelope Cruz. Negli anni novanta vieni chiamata a interpretare un film in Germania: “Tchass”, una coproduzione svizzera-austro-tedesca per la regia di Daniel Helfer, al quale fa seguito “Slaughter of the cock”, pellicola girata tra Cipro, Dubai e Damasco sotto la direzione di Andreas Pantzis accanto a Seymur Cassel e Valeria Golino. Sei spesso tornata al cinema lavorando in pellicole come “Viva l’Italia” di Massimiliano Bruno. Nel film di Nanni Loy “Scugnizzi”, presentato a Venezia in concorso nel 1989.
Alla fine degli anni settanta hai debuttato in televisione con la regia di Citto Maselli nello sceneggiato a puntate “Tre operai” 1978, a cui sono seguiti vari lavori sulle reti Rai e Mediaset tra cui: “Donne armate” di Sergio Corbucci, “Compagni di scuola” di T. Aristarco e “C. Norza”, con Massimo Lopez e Riccardo Scamarcio, “Un difetto di famiglia” con Lino Banfi e Nino Manfredi, “Il capo dei capi” per la regia di Alexis Sweet e Enzo Monteleone e molti altri.
Nel 1981 hai debuttato in teatro con Eduardo De Filippo in “La donna è mobile”, rimanendo fino al 1987 accanto al figlio Luca nel ruolo di prima attrice.
Hai lavorato nel 1982 con e sotto la direzione di Carlo Cecchi in un testo di Anton Cechov: “Ivanov”, con Anna Buonaiuto. Con Sergio Fantoni nella stagione teatrale 1988-89, in “Purché tutto resti in famiglia” una black comedy di Alan Ayckbourn. Con Nello Mascia, sotto la direzione di Maurizio Scaparro, hai interpretato in veste di protagonista il ruolo di Clara in “Fatto di cronaca” di Raffaele Viviani, debuttando nel 1987 al Festival di Spoleto: lo spettacolo, sempre per la regia di Scaparro, fu ripreso da RaiDue nel 1992 per la trasmissione “Palcoscenico 92”.
Nel 2005, sotto la direzione di Franco Però hai interpretato “Adelaide” di Fortunato Calvino al teatro Nuovo di Napoli. Per la tua interpretazione ti sei aggiudicata il premio “Girulà” 2006. Da ricordare anche la tua interpretazione nel ruolo di Amalia Iovine nella messa in scena di Francesco Rosi, dopo ben 18 anni accanto a Luca De Filippo nella stagione 2005-2006, “Napoli milionaria”, conquistando nel 2007 il premio intitolato a Salvo Randone. Tanti ruoli da comprimaria in fiction televisive di successo come “Orgoglio”, “Compagni di scuola”, “Il Capo dei capi”, “Assunta Spina”, “Intelligence”, “Il tredicesimo Apostolo”.
Nel 2014 hai partecipato al Festival di Todi, Regia di Enrico Maria Lamanna testo “Vico Sirene” di Fortunato Calvino. Nello stesso anno partecipa al 48h film project con il cortometraggio “L’ospedale delle bambole” di Francesco Felli. Nel 2015 hai curato la regia di un testo di Scarpetta ”O’ Scarfalietto” per un gruppo di giovani dell’Accademia L’Arte nel cuore curandone anche l’adattamento.
W. Quando hai deciso che la recitazione avrebbe fatto parte della tua vita?
L’ho deciso a cinque anni. Vedendo molti film in bianco e nero con mia madre. Quando vedevo gli attori chiedevo a mia madre se li conosceva E lei mi rispondeva che avevano fatto la scuola insieme. Oppure mentre nel film si stavano baciando, gli chiedevo se si baciano veramente. Mamma rispondeva che avevano lo scotch sulla bocca. Mia madre che da giovane era molto bella, cantava mentre suo fratello suona. Io la sentivo cantare mentre si esibiva per gli amici e i parenti con una gestualità che oltrepassava la quotidianità, aveva le movenze di una attrice. Io ero talmente affascinata da mia madre che ho iniziato a mettermi davanti allo specchio e provare le sue scarpe con i tacchi a spillo, mi truccavo con l’Eye-Line e con le pinzette tiravo su le ciglia. Ed da qui che parte la mia passione per la recitazione. Sono salita per la prima volta sul palcoscenico in una discoteca per adolescenti, siamo negli anni ’70, c’era un concorso di bellezza dove ho partecipato costretta dai miei cugini; ed ho vinto una coppa d’argento e un mazzo di fiori. La seconda volta è successo l’anno dopo, mi hanno fermata sull’autobus per fare una sfilata al teatro Mediterraneo di Napoli e quando sono salita su quel palco ho capito, non so perché, che ci sarebbe voluto del tempo per farmi scendere. Devo dire che questo mestiere mi ha salvato la vita, perché essendo io una scapestrata, dovevo stare attenta al mio fisico, non potevo farmi male. Insomma ho scelto il mestiere che mi piaceva. Avevo studiato lingue per il turismo, l’unica raccomandazione nella mia vita che ho avuto, sempre negli anni ’70, è stata quella per entrare come hostess all’Alitalia. Ricordo che avevo appena girato cinque giorni nel film di Giancarlo Giannini, e alla persona che mi voleva raccomandare come hostess all’Alitalia, ho risposto che non mi interessava perché volevo fare l’attrice; non gli ho detto forse farò il cinema, ero veramente convinta di essere un’attrice. Questo è un mestiere che ti da grandi ansie, perché se non sei una star, se non sei arrivata e non sai cosa farai dopo domani, pensi che tutto sia finito, in realtà rallenta ma poi ricomincia. E quando si complimentano con me, mi confermano che ho scelto la strada giusta; pur vivendo con tutte le mie insicurezze che mi aiutano a fare sempre meglio. Ed ora che sono passati più di quarant’anni sono molto felice di aver intrapreso questa carriera.
W. L’esordio nel ‘74 al fianco di Giancarlo Giannini, ce ne vuoi parlare?
Il primo incontro tra me e Giancarlo Gianni è stato a piazza dell’Aracoeli negli uffici della Champion che era la produzione di Carlo Ponti. Oltre a Giancarlo Giannini c’era anche Sergio Corbucci. Io mi sono presentata una sera d’inverno, senza cappotto con una gonna una camicetta ed un maglione traforato come andavano di moda a quel tempo, ero letteralmente congelata. Ricordo che subito dopo la porta d’ingresso la parete era tappezzata con le foto della Loren e a dire la verità mi ha portato bene, perché Giancarlo si è rivolto a Sergio Corbucci e gli ha detto che doveva prendermi nel cast, perché gli piacevo e gli ricordavo la Loren da piccola. Ed eccomi qua.
W. Sul tuo cammino c’è la televisione, che ha aperto le sue porte con Alberto Lattuada, in che modo ha arricchito la tua carriera?
Il mio esordio in televisione è stato nel ‘76 in bianco e nero su Rai2 con Il Rotocalco “Odeon tutto quanto fa Spettacolo”. Lattuada è stato importantissimo per me, lo avevo visto per un film qualche anno prima, si era ricordato di me, e mi ha chiamato.
W. Non sbaglio nell’affermare che lavorare con Eduardo De Filippo ha lasciato nel tuo cuore un segno profondo
Io credo che la disciplina forte, grossa, importante, l’ho acquisita con Eduardo. Vederlo tutti i giorni, alle prove per quattro anni nei cinque spettacoli che ho fatto con lui non sono pochi. Eduardo aveva problemi con il cuore e non si provava dieci ore al giorno, si provava alcune ore ma erano prove intense interessantissime, di cui mi ricordo benissimo. Da poco sono usciti due libri, prima a Napoli con l’inserto di Repubblica di maggio, per i centoventuno anni dalla sua nascita e c’è anche una mia testimonianza, tra i tanti che hanno lavorato con lui. Mi sono riletta e mi sono commossa. Il giornalista Giulio Baffi che ha scritto la biografia, conosceva Eduardo e non solo ha chiesto la testimonianza degli attori ma anche quella della costumista, dell’attrezzista, in una parola tutte le maestranze che hanno lavorato con e per Eduardo. Una cosa molto bella.
W. Da insegnante come, ti poni nei confronti dei tuoi allievi?
Ho capito questo, non fare la signorina Rottermeier, altrimenti non si arriva al cuore e alla mente dei ragazzi. Quando mi sono messa sui trampoli, ho visto il loro sguardo cambiare. Devi essere si insegnante dando o migliorando le loro nozioni, cercando però di far passare l’amore per questo mestiere, perché se non vi innamorate non lo potete fare. Però se questo lo dici da persona adulta della mia età, arriva sempre un po’ come una roba pesante. Mentre io cerco di veicolare questo messaggio con la comicità
W. Il tuo sogno nel cassetto?
Stare bene, avere una buona memoria fino alla fine dei miei giorni e stare sulla scena nella vita come nel mio lavoro ancora a lungo. Perché tanto noi siamo avvantaggiati possiamo fare i vecchietti. Sempre se la salute e la memoria ci aiutano e soprattutto continua l’amore per questa carriera, altrimenti ci godiamo la meritata pensione
W. Bene cara Imma, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa piacevole chiacchierata
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -articolo del 19 giugno 2021]
Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi parleremo con Pino Quartullo di scuole di recitazione oltre che di teatro e cinema.
W. Allora Pino facciamo un breve riassunto della tua vita a beneficio dei nostri lettori. Sei nato a Civitavecchia il 12 luglio 1957. Ti sei laureato in Architettura e diplomato in regia all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico. Hai conseguito un diploma in recitazione presso il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Gigi Proietti. Nel 1987 vieni nominato all’Oscar con il cortometraggioExit nella categoria live action, insieme a Stefano Reali. Dal 2000 al 2013 sei stato direttore artistico del Teatro Traiano di Civitavecchia. Hai insegnato recitazione all’ ACT Multimedia, hai fatto molti laboratori molti stage di recitazione. Hai fondato la scuola delle Arti a Civitavecchia.
W. Perché la recitazione?
P. Per me è stata una cosa istintiva assolutamente naturale. Già quando frequentavo l’asilo salivo, sul palcoscenico dalle suore sentendomi magneticamente attratto dalla recitazione.
W. aver conseguito una laurea in architettura ti ha aiutato nella tua carriera di attore?
P. La laurea in architettura è stata molto importante per me, anche perché il mio piano di studi era già finalizzato allo spettacolo. Ho inserito gli esami di scenografia, storia del teatro. La mia tesi di laurea riguardava il progetto di un teatro circolare, con il pubblico al centro e il palcoscenico intorno al pubblico. Aver studiato architettura, mi ha anche insegnato dei codici di progettazione che ho poi ritrovato sia quando scrivo delle sceneggiature o quando devo pensare ad uno spettacolo. Immaginare una scenografia avere delle idee, fare una ricerca storica o di immagini. Per cui l’ architettura è stata fondamentale.
W. Quali responsabilità ha il regista nei confronti degli spettatori?
P. La prima responsabilità che ha il regista nei confronti degli spettatori, è di non annoiarli, di coinvolgerli, di farli pensare, divertendoli o commovendoli ma ancora meglio divertendoli e commovendoli nello stesso momento. Perché si può.
W. Hai sperimentato sia il teatro che il cinema, con quali dei due esprimi più te stesso?
P. Credo che sia con il teatro che con il cinema io sia riuscito ad esprimermi. Quello che cambia naturalmente è il linguaggio; il fatto che il teatro poi purtroppo è effimero non rimane più nulla, per lo meno di quella emozione, di quella esperienza tra esseri umani che si vive nei teatri. Certo anche il teatro può essere ripreso, può essere diretto per l’audiovisivo però, non è mai come viverlo in quel momento. Per quanto riguarda la mia possibilità di espressione con i due linguaggi credo che se un regista o un autore ha qualcosa da dire può farlo in entrambi i campi.
W. nei film: “Quando eravamo repressi” (1992) e “Le donne non vogliono più” (1993) dove hai curato la regia e partecipato come attore oltre aver scritto i soggetti e le sceneggiature, dipingi i protagonisti come dei repressi sessuali nel primo e nel secondo racconti la ricerca da parte di un uomo, di una paternità che sconfina nell’ossessione. Nel 2021 riguardo queste tematiche cosa è cambiato e cosa no?
P. In “Quando eravamo repressi” Raccontavamo della noia tra i giovani in ambito sessuale. Perché potendo farlo già da ragazzi e bruciando le tappe, tutto è già scontato, si è più viziati dalle possibilità che si hanno e quindi rispetto ad allora trent’anni fa è cambiato che le tappe si bruciano ancora più velocemente, c’è più apertura nei confronti degli scambi e il sesso è ancora più libero; pur con tutte le cautele che i problemi di ordine sanitario comportano però, questo bruciare le tappe, questo farlo subito farlo il prima possibile chiaramente ha tolto un po’ di fascino, un po’ di attesa, un po’ di mistero e quindi automaticamente un film sul calo del desiderio ancora oggi sarebbe attualissimo. Per quanto riguarda ”Le donne non voglio più” Anche qui penso che la storia di un uomo che voglia un figlio e non riesca ha trovare una donna sia molto contemporanea. Oggi come venticinque anni fa quando ho fatto il film, ci sono molte possibilità alternative come ad esempio affittare uteri. Una potrebbe venderti l’ovulo, un’altra potrebbe portare avanti la gravidanza. Conosco persone che lo hanno fatto, non soltanto coppie. E quindi quel mondo lì che ho esplorato nel novantatré, devo dire che ancora esiste ed ancora oggi è possibile; all’epoca era un po’ una novità oggi è un po’ più acquisito.
W. hai avuto la possibilità di conoscere e di lavorare sia con Gigi Proietti che con Monica Vitti ce ne vuoi parlare?
P. Gigi Proietti ci ha insegnato che il teatro è un lavoro molto serio, lavorare come attore è un lavoro molto serio ma anche molto divertente e va fatto contemporaneamente con grande serietà senza perdere mai il divertimento. E poi è la fantasia dell’attore che deve avere e che può stimolare quella del pubblico. Con una cassa e degli oggetti Gigi ha fatto vedere al mondo come l’attore possa creare quello che in scena non c’è. Non a caso poi Gigi Proietti ha fondato il Globe Theatre a Roma; ispirandosi a Shakespeare che è stato un grandissimo maestro di come con poco in scena si possa fare molto. Facendo appunto lavorare la fantasia degli spettatori. E poi Gigi non è stato solo il maestro, è stato anche un amico, il mio testimone di nozze, il mio produttore, il mio regista; ma soprattutto l’amico, l’amico più divertente che forse io abbia mai avuto. Monica Vitti l’ho avuta come insegnante in accademia. Anche Monica è stata una grande maestra, anche lei una grande amica; infatti dopo l’accademia, volle che io mi occupassi di un gruppo di ragazzi dell’accademia che lei aveva conosciuto quando ha insegnato, per una trasmissione televisiva che si intitolava “Passione Mia”, dove io e alcuni miei compagni di classe facevamo parte della trasmissione, interpretando delle Sit-Com. Abbiamo cantato io e lei in duetto la sigla di “passione Mia”. E poi Monica e anche Roberto Russo che è il suo compagno e regista della trasmissione, hanno voluto dare più spazio a dei giovani registi tra cui me e nell’ultima puntata, hanno presentato in un cinema dei cortometraggi che abbiamo girato. Io grazie a lei, ho girato il mio primo cortometraggio che poi ha conseguito molti premi e anche una nomination all’Oscar. Il grande insegnamento di Monica è stato quello di dirci che bisogna avere molta tecnica, bisogna essere volendo molto puliti tecnicamente; ma poi bisogna sporcare, poi bisogna lavorare sui propri difetti, perché altrimenti l’attore è solo corretto e rischia di essere senza personalità, un involucro neutro e quindi lei ha fatto l’esempio della sua voce un po’ rauca che all’inizio della sua carriera sembrava poter essere un ostacolo ma che invece è stato il suo punto di forza, la sua caratteristica. Quindi Lavorare sulle proprie peculiarità, sui propri difetti e sulla propria personalità in modo a distinguersi rispetto agli altri
W. Tu e il co-regista Stefano Reali nel 1987 avete vinto diversi premi con il cortometraggio Exit nella categoria live action; cosa ti ha lasciato?
P. Exit è stato uno dei momenti “sogno” della mia vita. Nel senso: tu giri un cortometraggio e poi vinci dei premi, poi vai a Chicago in un festival, poi lo vai a proporre a Los Angeles in un cinema; perché per partecipare agli Oscar bisognava aver vinto un concorso internazionale e noi avevamo vinto la Concia De Oro. Poi bisognava che il film fosse proiettato almeno tre giorni in un cinema di Los Angeles. Noi partimmo con la nostra pizza sotto il braccio alla volta di Los Angeles e lì trovammo un esercente che era pazzo dei vini italiani, delle monete italiane, oltre che del cinema italiano e quindi ci concesse di poterlo proiettare. Dopo alcuni mesi leggemmo un articolo sul Corriere della Sera che parlava del nostro cortometraggio; era ancora proiettato, dopo molti mesi nello stesso locale perché era l’attrattiva di quel cinema e che addirittura Spielberg l’aveva voluto in prestito per mostrarlo ai suoi allievi. E’ stata la prova che a volte i sogni si realizzano; e anche se per un pelo non abbiamo vinto, partecipare alla notte degli Oscar è stato fantastico. Questa esperienza è stata un incentivo a sperare che i sogni si realizzano, non è sempre così facile ma altre volte mi è successo che piccole cose diventassero molto grandi. Ed Exit è stato il detonatore di questa possibilità.
W. Insegnare recitazione è una grande responsabilità, come ti poni davanti ai tuoi studenti?
P. Ho insegnato in diverse scuole. Grazie al fatto di aver frequentato il laboratorio di Gigi Proietti e l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica ma anche la scuola di Giovanni Battista Diotiaiuti sono un po’ esperto in scuole di recitazione; ed è proprio questo che ho insegnato prima di tutto: studiare, ricercare, stare sempre attenti a tutto quello che il mondo dello spettacolo ci offre, e saper trasformare quello che la vita ti da in qualcosa che interessi anche il pubblico. Qualcosa che il pubblico magari ha dentro e che scopre con la poesia, con i film, con gli spettacoli, riconoscendosi in questi. Una cosa che mi hanno insegnato sia Aldo Trionfo [1921-1989 regista teatrale e attore teatrale italiano N.D.E]. che Gigi Proietti, oltre ad imparare naturalmente questa nostra arte, è importante creare dei gruppi, cercando di realizzare dei progetti. Con quelle persone con cui si studia recitazione, si stabilisce un rapporto particolare di fratellanza, come se facendo recitazione, uno ricominciasse a vivere in un altro modo; rimpari a parlare, rimpari a camminare scopri te stesso. Come se gli insegnanti di recitazione fossero dei nuovi genitori. E quindi tra gli allievi si stabilisce un rapporto fraterno che poi continua, ed è ineguagliabile con quello che si può stabilire con altri colleghi nel corso degli anni. Quindi è importante scegliersi i colleghi giusti, per portare avanti imprese, produzioni, cortometraggi, film, spettacoli
W. Il tuo sogno nel cassetto?
P. Negli anni spesso tanti progetti in cui uno crede, spesso verifica che non colgono l’entusiasmo dei produttori, delle istituzioni e quindi pur credendoci molto vengono accantonati. Ne ho tantissimi di progetti nel cassetto, uno a cui tengo di più è un soggetto trattamento scritto con Sergio Leone e con Luca D’Ascanio negli anni ottanta. Sergio Leone venne vedere un mio spettacolo e mi propose di fare un film che lui avrebbe dovuto produrre e quindi andai a casa sua parecchie volte e abbiamo scritto insieme questa storia di una mummia a Roma. Una specie di Horror Commedia ambientata appunto a Roma. E questa sarebbe una cosa bella da riprendere anche per questa “ghiottoneria” per cinefili che è quella di aver scritto una cosa con Sergio Leone
W.Bene caro Pino, ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa piacevole lezione sul teatro.
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti – sezione CInema – Articolo del 26-04-2021]
Amici di DETTI E FUMETTI oggi vi presento il podcast di La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker.
Per una volta ho chiesto a Filippo di fare una eccezione: disegnare al posto del mio consueto fumetto il ritratto di Nola la protagonista della serie TV.
Ma veniamo alla storia:
Nell’episodio di oggi parleremo di un romanzo uscito nel 2012 che è riuscito a riscuotere un successo tale da ottenere nel 2018 un adattamento televisivo. Stiamo parlando di: “La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker. Estate 1975. Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, scompare misteriosamente nella tranquilla cittadina di Aurora, New Hampshire. Le ricerche della polizia non danno alcun esito.
Facendo click sulla foto sarete indirizzati direttamente sul PODCAST
Nola ( alias Kristine Froseth) illustrazione di Filippo Novelli
Oggi cari amici intervisterò l’attrice Nunzia Schiano. Per gli appassionati dei romanzi di Maurizio De Giovanni, è la Tata nel Commissario Ricciardi.
W. Come da tradizione iniziamo questa chiacchierata con la tua presentazione:: Sei nata e cresciuta a Portici (NA) il 16 maggio 1959, dove hai frequentato il liceo Orazio Flacco; sei nota soprattutto per il ruolo della madre di Mattia Volpe in “Benvenuti al Sud” (2010). Sei stata riconfermata nello stesso ruolo nel sequel “Benvenuti al Nord” (2012);interpreti soprattutto ruoli comici, vedi, “La valigia sul letto” (2009), con Eduardo Tartaglia e Biagio Izzo.
N. Ho iniziato per gioco. Nel mio oratorio c’era un teatro e da bambina mi esibivo perché mi piaceva farmi vedere sul palcoscenico. Al liceo un mio professore mi ha spinto verso la recitazione e con il tempo mi sono resa conto che quella di recitare era la mia vita; ne ho parlato ai miei genitori, ed ho intrapreso questa strada, faticosa, perché devi studiare molto e impegnarti molto ma che ti dà tantissime soddisfazioni!
W: Sembra che Portici, sia una fucina di attori: Troisi, Arena, de Caro, Nunzia Schiano, è forse l’energia del Vesuvio che scatena il talento?
N. In un certo senso può essere vero!(Ride) Abitando tutti a Portici abbiamo frequentato molto i teatri e gli spazi a nostra disposizione per crescere professionalmente. E come ho detto prima, è anche merito della nostra terra che ci da quell’energia che ci spinge a fare sempre di più e meglio.
W: Passare dalla musica popolare al teatro è stato naturale?
N. Abbastanza, in fondo il teatro è un arte popolare ci si rivolge sempre ad un pubblico che sceglie volontariamente di uscire di casa per venire a vedere il nostro spettacolo, ed è la stessa cosa per andare ad un concerto
W: Ho letto che ami di più il teatro classico perché ?
N. Non è proprio così. Io non credo molto nelle definizioni, teatro classico attore, attrice che possono fare solo teatro classico sono definizioni che mi stanno strette. Amo sia il teatro classico, perché è da li che veniamo, sia quello moderno perché è giusto evolversi per riuscire a dare il meglio di noi al pubblico.
W: Con il film di Carlo Vanzina “Vacanze di Natale 2000” del 1999, è iniziata la tua avventura cinematografica, ce ne vuoi parlare?
N. Carlo era un profondo conoscitore del cinema. Da lui ho imparato molto dalla recitazione ai movimenti, perché i tempi del cinema sono differenti da quelli del teatro. Carlo sapeva ciò che voleva e lo trasmetteva a noi attori, capiva le mie esigenze e le rispettava.
W: Nessuno è più adatto ad una parte drammatica come un’ attrice o un attore comico. Che sensazione ti ha lasciato aver partecipato come Tata Rosa alla fiction “Il commissario Ricciardi” tratto dai racconti di Maurizio De Giovanni con la regia di Alessandro D’Alatri?
N.Ridere o piangere sono le facce di una stessa medaglia, in entrambi i casi non è facile. E’ vero però che un comico riesce ad interpretare parti drammatiche con un pathos sorprendente. Questo è riconosciuto di più all’estero, in Italia c’è ancora molto diffidenza ad assegnare ruoli drammatici ad attori brillanti nell’ambito cinematografico, mentre per quanto riguarda il Teatro, più aperto alla sperimentazione, gli attori comici hanno la possibilità di sperimentare parti drammatiche. Mi è stato detto che guardare alla televisione il Commissario Ricciardi era come stare a Teatro. E questo grazie al regista Alessandro D’Alatri. Alessandro è riuscito a far emergere la sensibilità di tutti i personaggi e il pubblico lo ha percepito. E’ stato molto gratificante.
W: Chi è Tata Rosa?
N. Una donna del sud che alla età di quattordici anni entra nella casa del Barone di Malomonte e si assume responsabilità dell’intera casa, compreso il commissario. E con la sua tenacia di donna cilentana lo protegge.
W: Ricapitolando: musica popolare, Teatro, Cinema, Televisione in quali di queste situazioni ti sei espressa al meglio?
N. Devo dire che ancora non ho dato il massimo, perciò continuo ancora a sperimentare.
W: Il tuo sogno nel cassetto?
N. Ce ne sono tanti, uno è di continuare a fare quello che ho scelto per la vita che mi piace molto.
W: Bene Nunzia, grazie per questa chiacchierata anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti.
N. Grazie a voi, e a presto!
[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Spettacolo -articolo del 7 aprile 2021]
Amici di DETTI e FUMETTI per il ciclo giornalismo tra tecnica e passione oggi abbiamo fatto quattro chiacchiere con Monica Marangoni.
W. Ciao Monica come di rito ti presento al nostro pubblico. Sei nata a Verona, dopo il diploma ti trasferisci a Milano, dove ti laurei in filosofia con 110 e lode presso l’Università Cattolica, con una tesi sul tema “Innocenza o giustificazione del nudo? Aspetti e forme filosofiche della comunicazione tra naturalismo, ideologia e ragione”. Dal 2012 sei giornalista professionista. A Milano inizi a lavorare nel settore della moda come ufficio stampa e successivamente con la Filmmaster Group, come junior producer nell’organizzazione di eventi e pubblicità.
Nel 2005 ti trasferisci a Roma ed inizi a lavorare come redattrice e conduttrice nel primo canale digitale terrestre della Rai, Rai Utile, dove conduci i programmi “Utile T-Gov”, “Territorio Digitale”, “Med Campus”, “Futuro Semplice”, “Digi.PA” e nello stesso periodo curi una rubrica legata alle novità editoriali, “Pensieri e Parole”. Nel 2006 conduci “Cagliari Digitale” per l’emittente televisiva sarda, Videolina.
Nel 2007 approdi a Rai Uno in qualità di inviata di servizi di medicina per il programma del weekend “Sabato & Domenica”, condotto da Franco Di Mare e Sonia Grey, con una rubrica in diretta (“Agenda Italia”), per parlare degli appuntamenti culturali più importanti del fine settimana. Negli anni successivi, nei quali sei inviata per “Uno mattina Weekend” e “Uno mattina”, sei la co-conduttrice, con Fabrizio Rocca, sempre su Rai Uno, del programma della domenica mattina, “Magica Italia – Turismo e Turisti”, legato all’arte e alle bellezze culturali.
Nel 2009 vinci il Premio Gino Gullace per il giornalismo e presenti la XXIII edizione del Premio Pericle D’Oro 2009.
Nel 2011 vieni scelta per affiancare Vittorio Sgarbi come co-conduttrice, assieme a Metis Di Meo, nel programma “Ci Tocca anche Sgarbi”.
Nel 2013 lavori a “Le amiche del sabato”, rotocalco in onda il sabato pomeriggio su Rai Uno, e l’anno successivo al nuovo format, “TOP – Tutto quanto fa tendenza”, in seconda serata, sempre su Raiuno, in cui racconti le eccellenze made in Italy famose in tutto il mondo.
Da gennaio 2021 conduci in diretta, su Rai Radio2, “Sanremo di Sabato”, approfondimento dedicato alla storia del Festival di Sanremo.
W: A che età ti sei resa conto dell’importanza della comunicazione?
M. Fin dalle mie prime esperienze in tv, qualche anno dopo la laurea, ho compreso che la comunicazione, intesa come presenza sui media, non serve solo per informare o intrattenere quanto per offrire un esempio. Io credo e spero che guardando i programmi che conduco il pubblico possa apprezzare l’entusiasmo, la passione, la preparazione che metto in ogni puntata che per me è come fosse sempre la prima. E anche quando affronto temi complicati cerco sempre di offrire una prospettiva di positività, un modello diciamo così di ottimismo che aiuta a guardare al lato migliore delle situazioni e di noi stessi. La tv è una maestra di vita, a patto però di prenderla sul serio
W: Ci incuriosisce la tua tesi di laurea “Innocenza o giustificazione del nudo? Aspetti e forme filosofiche della comunicazione tra naturalismo, ideologia e ragione” ce ne vuoi parlare?
M. La mia tesi è stata un percorso, non solo filosofico e intellettuale, ma anche e soprattutto umano perché ho voluto capire più in profondità se e in che modo il nostro corpo abbia un valore assiologico, valoriale. Mentre ero all’università ho lavorato nella moda, facendo sfilate, shooting, spot Tv, e ogni volta, anche guardando le mie colleghe che con molta disinvoltura si spogliavano e si facevano trasformare, mi chiedevo se fosse giusto e che significato dovessi dare a quel lavoro. Grazie a quella tesi, allo studio storico che ho fatto della nudità, ho acquisito maggior consapevolezza del mio corpo e del suo valore giungendo alla conclusione che, dopo il peccato originale momento in cui Adamo ed Eva “si sentirono nudi”, non si può più parlare di “innocenza” ma la nostra mente sempre dà un giudizio su ciò che vede o non vede.
W: Cosa ti ha spinto a passare dalla moda ad organizzare eventi ed infine alla televisione?
Foto di Giorgio Guglielmi
M. La vita ti porta sempre dove batte il tuo cuore. Sono le cose che desideri intimamente ad attrarti a loro non il contrario. E la prima volta che ho fatto un servizio in diretta ho capito che stare davanti ad una telecamera era per me una vocazione, una cosa del tutto naturale, come quando conosci una persona e ti sembra magicamente di averla già frequentata da sempre. E da lì ho voluto proseguire in quella direzione.
W: Quale programma RAI ti ha dato la possibilità di esprimere tutta te stessa?
M. In ciascuno ho trovato motivi di crescita professionale. Detto questo l’esperienza de l’Italia con voi, su Rai Italia, mi ha insegnato a coniugare al meglio i mille volti della mia anima, dal serio al frivolo, dalle notizie di cronaca e politica alla moda e all’arte. Posso intervistare il sindaco di New York o cantare assieme al maestro Palatresi cambiando il registro della mia conduzione con molta naturalezza.
W: Vinci due premi, nel 2009 e nel 2019, cosa ti hanno lasciato?
M. Lusinga sempre ovviamente ma diciamo che il premio migliore è sempre quello che non hai ancora ricevuto e che quello che conta è essere premiati ogni giorno con l’affetto del pubblico che segue i miei programmi come succede ogni giorno grazie ai telespettatori di Rai Italia.
W: Presentare a New York il Festival della musica italiana è motivo di orgoglio?
M . Un’ esperienza bellissima di cui vado molto fiera. Non avete idea quanto all’estero sia percepita la fierezza di essere italiani e spero, pandemia permettendo, di tornare a presentarlo il prossimo Ottobre insieme a Carlo Conti.
W: Cosa suggerisci alle giovani donne che vogliono intraprendere la tua stessa carriera?
M. Non arrendersi mai. Tanta grinta e determinazione, ma anche tanta umiltà perché il mio è un mestiere che si impara sul campo. Il problema è trovare chi possa offrirti l’opportunità giusta e saperla cogliere senza scendere a compromessi. A volte bisogna anche rifiutare qualche occasione se non appare in linea con il profilo professionale che hai deciso di sviluppare.
W: Il tuo sogno nel cassetto?
M. Seguire il percorso delle grandi conduttrici, da Mara Venier a Milly Carlucci. Fare una televisione di qualità, che spazi dall’informazione all’intrattenimento. Se a Dio piacendo arriverò mai a condurre un programma come “domenica in” potrò dire di essere arrivata dove avrei voluto. Ma intanto so accontentarmi. L’importante è non fermarsi mai e guardare sempre avanti con gratitudine per ciò che la vita mi ha donato, a partire dalla mia famiglia che è il regalo più grande
W: Bene, grazie Monica anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa chiacchierata, continueremo e seguirti sui canali RAI!
[Dario Santarsiero alias Willy il Bradipo per Detti e Fumetti-sezione Spettacolo -articolo del 7 aprile 21]
Oggi cari amici conosceremo l’attore Mario Pirrello uno dei protagonisti della serie TV Il commissario Ricciardi.
e foto di scena sono di Anna Camerlingo
W: Allora Mario, sei nato a Torino nel 1972. Da giovane sognavi di fare il cuoco a Londra. Poi però hai deciso di studiare recitazione presso la scuola del Teatro Stabile di Torino. dopo essere stato allievo di Ronconi, a soli 25 anni ti sei ritrovato a lavorare con Gabriele Lavia, che ti ha cambiato la vita. Dopo questa esperienza teatrale, il regista Mario Martone ti chiede di sostituire un attore per “Le Operette Morali”. Sempre con Martone hai lavorato in “La Morte di Danton”. E dopo oltre 20 anni di carriera in teatro hai esordito anche sul piccolo e grande schermo. A gennaio 2021 sei in televisione con la fiction “Il Commissario Ricciardi”, diretta da Alessandro d’Alatri.
M. Intanto voglio ringraziarvi per lo spazio che mi dedicate, sono contento di essere qui con voi.
W: Perché l’incontro con Gabriele Lavia ti ha cambiato la vita?
L’enfasi sull’incontro con Gabriele Lavia è data dal fatto che dopo aver terminato la “Scuola del Teatro Stabile di Torino” ho iniziato subito a lavorare per lo Stabile di cui Lavia all’epoca era direttore e da lì a poco partecipai ad uno spettacolo di cui era anche regista. Entrare nel mondo del lavoro non è un passo scontato dopo gli studi. Se non avessi avuto questa possibilità di incominciare a lavorare come attore velocemente, sono sicuro che non avrei potuto sostenere a lungo la mia scelta di recitare e sarei ritornato presto a fare il mio precedente mestiere di cuoco. A tutto questo va affiancato la possibilità per un giovane attore di entrare in contatto con un mondo complesso e affascinante creato da una delle personalità attoriali tra le più rilevanti del nostro Paese e che ha attraversato gli anni a cavallo tra i due secoli.
W: Come ti sei sentito la prima volta su un set cinematografico?
Molto emozionato! Come, in modo magari diverso ma non troppo, sono emozionato ogni volta che inizio un nuovo lavoro. Un misto di paura e ansia, mischiate ad una grande disponibilità al gioco ed all’incontro.
W: Parlaci della tua esperienza con il regista Martone
Con Mario Martone ho collaborato due volte. La prima quando, sorprendentemente, mi chiamò per sostituire un attore che non poteva essere presente alla ripresa di uno spettacolo. Con mio enorme piacere e onore, divisi la maggior parte delle scene con Renato Carpentieri, uno straordinario interprete. In quell’occasione apprezzai la leggerezza con cui Martone portava avanti il lavoro, istaurando rapporti carichi di fiducia con tutti gli interpreti.
e foto di scena sono di Anna Camerlingo
La seconda volta mi chiamò quando decise di mettere in scena “La Morte di Danton” di Büchner. Il piacere per la bellezza e per un gusto alla vita coltivato ed educato fu, ai miei occhi, il tratto distintivo di un processo sapiente di messa in scena che coinvolgeva ben 26 attori.
W: Sappiamo che a breve, approderai anche su Netflix con l’ultimo film di Marco Tullio Giordana, di che si tratta?
Si! Le riprese sono terminate ai primi di novembre. Quello che posso dire è che il film tratta dell’indagine straordinaria di un omicidio che scosse l’Italia circa 10 anni fa e il cui iter processuale non si è ancora concluso definitivamente. Spero presto di potervi raccontare di più di questo incontro per me importante e di questo progetto che mi vedrà interprete di una parte tanto delicata quanto drammatica.
W: Veniamo ora alla tua partecipazione alla fiction Il Commissario Ricciardi. Tu interpreti il Vice Questore Angelo Garzo, parlaci di lui
Il mio primo approccio con il “Vice questore Garzo” è avvenuto nei romanzi. Il fastidio che De Giovanni riusciva a suscitare in me ogni qual volta questo piccolo uomo, pavido, burocrate zelante appariva, ho provato a portarlo con me nella trasposizione, nella speranza di suscitare nello spettatore il medesimo fastidio.
E come nei libri, ho cercato di non farne una macchietta, ma piuttosto ho provato a mostrare un uomo così inadeguato a sé stesso e al potere da essere sufficientemente ridicolo per suscitare qualche sorriso dal retrogusto amaro.
e foto di scena sono di Anna Camerlingo
La possibilità d’interpretare e dare un corpo a un personaggio che vive già nell’immaginario di chi ha letto i libri di Maurizio De Giovanni o magari i fumetti mi ha procurato una gioia quasi infantile.
Non di rado ci si imbatte, nella realtà, in personaggi che hanno molti o anche solo alcuni tratti del “Vice questore Garzo” e questo, per chi lo interpreta, è una grande risorsa a cui attingere. Nel mio animo, ho la speranza che conoscere nella finzione un personaggio come Garzo, ci renda più facile riconoscere nella realtà individui con atteggiamenti e tratti simili.
W: Cosa ti ha lasciato questo personaggio?
Un desiderio enorme di rincontrarlo presto e con lui tutti gli altri personaggi presenti nei romanzi non ancora trasposti. Oltre, naturalmente ai loro straordinari interpreti.
W: Siamo curiosi di sapere quando inizieranno i nuovi episodi del Commissario Ricciardi
E di pochi giorni la notizia che la Rai ha confermato la volontà di continuare questa appassionante storia lasciata in sospeso. I tempi non saranno brevi per dare vita nuovamente ad un mondo così complesso e alla Napoli degli anni ‘30.
W: Un consiglio per le ragazze e ragazzi che vogliono intraprendere la tua stessa carriera?
Come ho già detto in altre occasioni “Mettersi in gioco”. L’ho sempre ritenuto un invito generico, eccessivamente carico di significati stratificati nel tempo. Ma pur essendo una affermazione abusata, se presa nella sua forma più semplice, alla lettera, contiene l’invito, per me importante, a predisporsi al divertimento nell’incontro tra sé e ciò che non si conosce.
W: Il tuo sogno nel cassetto?
Interpretare un super eroe decaduto che, facendo i conti con i propri limiti, ritrova lo straordinario nella quotidianità del vivere.
W: Bene caro Mario, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per la chiacchierata, restiamo in attesa dei nuovi episodi del Commissario Ricciardi, a presto!
l
[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione spettacolo – articolo del 24 marzo 21]
Ciao a tutti! Mi presento sono Gabriella Grifo’ sono nata a Trecenta (Rovigo) nel 2001 e frequento Scienze e Tecniche di Psicologia all’università di Trento nella sede di Rovereto. Oltre alla fotografia mi piace recitare, leggere e guardare Film e serie TV.
Sono qui per colpa di questa mano che impallava l’orizzonte. E la mia 🙂
Eggià, ho conosciuto Osvy e la sua famiglia in Scozia (la casa natale di Linda, sua moglie).
Il riccio era intento a catturare scorci e paesaggi per i suoi acquerelli
Abbiamo iniziato a collaborare grazie a FEST e alla fine mi ha convinto a “trasformarmi” in Gigi’ e ad entrare nella redazione di DETTI E FUMETTI.
Qui, sfruttando la mia passione per il cinema …
-avete presente l’articolo su Joker di qualche mese fa? – d’ora in poi , nelle vesti di Gigi’ la capretta, il mio avatar,
(dai, trovate le differenze!)
cercherò di allietare le vostre giornate con le mie recensioni. Cercherò di essere oggettiva e obiettiva; insieme riscopriremo i grandi classici o i film che dovete ancora vedere (tranqulli senza spoiler 🙂 )
A presto
[Gabriella Grifò per DETTI E FUMETTI – sezione Cinema e serie TV – articolo del 31 marzo 2020]
Oggi vogliamo parlarvi del Joker di Todd Phillips che è nelle sale in questi giorni e sta riscuotendo un grandissimo successo di pubblico e di critica.
[JOKER – Illustrazione di Filippo Novelli]
Diversi sono stati i film su supereroi usciti quest’anno nelle sale cinematografiche: da Avengers- Endgame (per quanto riguarda la Marvel) a Shazam (per quanto riguarda la Dc Comics). Joker, pur essendo a tutti gli effetti un personaggio della Dc Comics, risulta essere un film, che esula dai canoni tipici del genere supereroistico; va ben oltre; è un film che denuncia tutto e tutti.
Tutti dal titolo si aspetterebbero una sinossi totale sul personaggio: a partire dal racconto dell’infanzia fino al motivo per cui Arthur Fleck, alias Joker, decise di diventare la nemesi numero uno di Batman. Ma non è così.
Phillips si focalizza sulla malattia mentale di Arthur (interpretato da Joaquin Phoenix), sul suo essere un inetto ed incapace di trovare un posto nella società.
Emerge una critica all’indifferenza nei confronti delle persone affette da psicopatie. Come lo stesso Joker afferma: “La cosa peggiore di avere una malattia mentale, è che la gente si aspetta che tu ti comporti come se non ce l’avessi”.
La risata che contraddistingue il personaggio, risulta essere un problema neurologico, che porta Arthur a ridere senza controllo.
Questa rappresentazione non sarebbe stata tale, senza la magistrale interpretazione di Phoenix, che a mio avviso è riuscito a portare il personaggio fuori dalla realtà dei fumetti, creando un nuovo Joker, quasi un personaggio a sé stante rispetto al mondo dei Villain della DC, che viene compreso anche e soprattutto dai più deboli della società, dagli esclusi.
Lo spettatore, catturato dal personaggio, compatisce e quasi giustifica i comportamenti scellerati di Joker che, rifiutato da una società di soli ricchi, visti come i “buoni”, deve trovare il modo per risalire dagli abissi della propria esistenza senza farsi affondare.
Il personaggio di Joker è calcolato fino all’ultimo centimetro, è pieno di dettagli che lasciano tuttavia a libertà alle interpretazioni da parte dello spettatore..
E’ senza alcun dubbio un film da vedere e come molti già iniziano a speculare, potremmo presto vederlo candidato ad una statuetta per “Miglior film” e “Miglior attore protagonista” da parte dell’Academy.
[Gabriella Grifo’ per DETTI E FUMETTI -Sezione Cinema – articolo del 23 ottobre 2019]
BIO
Gabriella, classe 2001, è una grande appassionata di Fotografia, Cinema e Teatro, studia Psicologia all’Università di Trento. Nel 2019 è entrata a far parte dello staff di DETTI E FUMETTI.
Conosciamo Chiara Alivernini come attrice di cinema e teatro ma non sotto la veste di scrittrice. Proprio in questi giorni è uscito il suo libro dal titolo
“L’ABC del cinema” edito da NEP e dedicato ai ragazzi che intendono scoprire il mondo del cinema. Ma lasciamo che sia lei stessa a parlarcene. Incontro Chiara al Palazzo delle Esposizioni, dove ha appena finito di presentare il suo libro
W. Ciao Chiara, come và!?
C. Ciao Willy! Stanca ma felice!
W. Bene! parlaci un po’ del tuo libro!
C. Certo! “L’ABC del cinema” è un cine-dizionario, un modo per dar forma alle parole del cinema, raccontando delle figure chiave di questo universo, della sua nascita e della sua evoluzione. Il libro è strutturato come un “mini dizionario” da sfogliare all’occorrenza e senza impegno, per affrontare con piacere e leggerezza ogni aspetto dell’universo cinematografico, dall’acting al doppiaggio, dal montaggio alla scrittura, con una descrizione ed un’analisi di tutti quelli che sono i mestieri del cinema.
W. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro-dizionario e dedicarlo al mondo dei ragazzi!?
C. Beh, tutto è iniziato un anno e mezzo fa, durante un laboratorio in un centro estivo… volevo fare qualcosa di diverso dal “solito teatro”, e motivare ogni bambino nel fare qualche cosa anche quando non erano strettamente impegnati a recitare sul palcoscenico… e così ho ricostruito un piccolo set cinematografico, in cui c’era chi batteva il ciack “chiamando” le scene, chi reggeva “il gobbo” (dei grandi cartelloni su cui i bimbi stessi avevano scritto le frasi del copione), chi si dedicava alle luci, chi filmava con la telecamera … e così via. Erano tutti così presi dai loro compiti, e così felici!… e poi erano curiosi, volevano sapere tutto di come funzionasse un vero set e di come venisse fatto un film.
W. lo hai dedicato a qualcuno in particolare!?
C. Non esplicitamente, ma in realtà sono tante le persone cui lo dedicherei. Ne citerò alcune: Anna D’Abbraccio, la mia prima insegnante di cinema, recentemente venuta a mancare; lei mi ha insegnato la cura e la dedizione per le piccole cose, dalle micro-espressioni facciali ai dettagli nella creazione di un personaggio, al rapporto con la telecamera. È stata per me una Maestra di arte ed una grande motivatrice. Insieme a lei, lo dedicherei a tutti coloro che ho avuto l’onore di incontrare e che giudico dei Maestri: a partire da Franco Oppini e Fabio Vitta Ferrari –che mi hanno anche fatto l’onore di scrivere la prefazione e la post-fazione del mio libro- a Corrado Veneziano che ha presenziato la presentazione ufficiale presso il Museo delle Esposizioni,e poi Lorenzo Mucci, il primo insegnante a darmi fiducia come attrice, Pino Quartullo, che mi ha portata in scena al Teatro Eliseo, Maria Rosaria Caracciolo, che pian piano mi sta portando a realizzarmi professionalmente come docente ed acting-coach di tanti piccoli e giovanissimi talenti. Ed è soprattutto a loro che è non solo dedicato, ma anche indirizzato il mio libro: spero veramente che tantissimi bambini possano e vogliano leggerlo.
E per ultimo, ma non ultimo, dedico il mio libro a Massimiliano Tam, mio amico che non è più qui fra noi, un Attore naturale, spontaneo ed immediato nell’arte come nella vita, che è stato mio partner di scena e mio fratello nello spirito. E che, come me, è sempre rimasto un po’ bambino.
W. Hai qualche altro libro nel cassetto che presto vedrà la luce!?
C. A gennaio pubblicherò una serie di rielaborazioni in rima dei grandi classici, pensati proprio per diffondere cultura tra i piccoli ma senza annoiare! E c’è un personaggio guida che ho creato e che interpreto io stessa: Fatalilla, una fata che ha il potere di tramutare ogni parola “noiosa” in una rima divertente. Questo è il suo motto:
“Se è vero che ogni volta che qualcuno dice Io non credo nelle fate una fata muore (citazione Peter Pan), ogni volta che qualcuno, invece, dice di crederci, da qualche parte nel mondo…viene scritta una Favola”.
W. Bene Grazie Chiara, a presto con altre sorprese!
C. Grazie a te Willy! Sicuramente ce ne saranno!
A presto da Willy il Bradipo!
[Dario Santarsiero Detti e Fumetti-sezione Letteratura-articolo del 21 dicembre 2018]
Da non crederci! ancora un cane apre la scena… e siamo a tre su tre.
In un attimo sei dentro ad un quadro del Doganiere che ai suoi tempi sbarcò il lunario con queste atmosfere misteriose e magiche divenendo in breve tempo il massimo esponente dell’arte simbolica europea.
Mune ( Animazione- Francia 2014) di Alexandre Heboyan e Benoit Philippon è una epopea sulla Natura e su quanto sia importante proteggerla; nel disegno del protagonista va sul sicuro strizzando l’occhio a AVATAR
ma osa sfida la poesia quando compare il Tempio, il gigante uccel-dromedario (si, tutti gli animali sono un misto di specie reali e creature fantastiche) la mente vola ai migliori disegni di Moebius.
Quindi non fermiamoci, come a detta di molti, a pensare che citi i maestri giapponesi (Il castello errante di Miyazaki) – questo film è tipico della nostra scuola di fumetto europea.
C’è la lotta tra il bene e il male, la battaglia tra il dio dei sogni e i cattivissimi serpenti che frugano nell’animo umano alla ricerca del suo lato oscuro di ciascuno di noi.
Una storia semplice, definita da alcuni “la parabola sulla responsabilità” da altri quella sulla ” inadeguatezza e la paura di noi stessi”, è una favola condita da tanto sentimento e amore, tanto da far ritenere il vero, genuino e colorato film di San Valentino; al suo cospetto gli altri film nelle sale sono solo sfumature di grigio ( …a buon intenditore).
La trama in breve è questa: ci sono i due guardiani del sole e della luna ormai anziani che designano i loro successori. Mune, con suo stupore e di tutta la comunità, diviene il guardiano della luna ma è inesperto combina guai. L’altro non è da meno: perde addirittura il sole. I due si mettono in viaggio per recuperarlo accompagnati dalla fragilissima ma coraggiosissima ragazza di cera Glin. Alla fine Mune si scopre il dio dei sogni, sconfigge i cattivi e …come in ogni fiaba alla fine tutti vissero felici e contenti.
I numeri: nella prima settimana ha totalizzato 634.879 euro. Per noi il voto è 7/10.
Ciao e alla prossima da Minny.
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Cinema – articolo del 14 febbraio 2015]
Amici! come promesso sono qui anche questo sabato a raccontarvi un film perché Red Bear ancora non si è ripreso.
Un altro film il cui motore è un cane… oggi vi parlerò infatti dell’eroico, ecologico e fortissimo Idefix! Perché i registi sono furbetti e sanno che per aggraziarsi i favori di noi bambini e perché un film abbia successo ci vuole un cane.
Chi è Idefix? Ma è il cane di Asterix che domande! E’ piccolo come lui, forte come lui e ha anche i baffi come lui.
Idefix ama i bambini e morde i romani… ma non vogliatene… dicono che l’autore, René Goscinny e il suo disegnatore, Albert Uderzo ( fumettista figlio di italiani) nel 1959 quando crearono Asterix abbiano trasfigurato negli antichi romani gli invasori nazisti della Francia di pochi anni prima. Altri un po’ più maliziosi dissero che si riferivano ai fumetti americani che negli anni cinquanta e sessanta invasero l’Europa. La Francia contrappose a Topolino e ai Supereroi il suo galletto Asterix che ormai da cinquantacinque anni spopola oltr’alpe. Pensate che questo film è stato campione di incassi in Francia superando film che vanno per la maggiore come Hunger Games.
Oltre al mitico cane non posso non ricordare la splendida interpretazione di Panoramix, il druido capace di estrarre dagli alberi la pozione magica che rende i galli invincibili. Pensate che questi palazzinari di romani volevano distruggergli il bosco …Sono proprio Pazzi Questi Romani (SPQR) e non potevano che finire male. Dice la mamma che Panoramix è un nostro cugino alla lontana. Grazie a lui i galli sono tornati a vivere in campagna desistendo dalle facili lusinghe della città così ben rappresentata e sbeffeggiata per vizi e difetti nel Regno degli Dei, la Città che i romani avevano pensato di costruire al posto del bosco di Asterix e compagni.
Se avete paura di vedere solo i soliti scazzottamenti tra Galli e Romani sappiate invece che in questo film si parla anche di sindacato, di diritti del lavoro, di schivitù, di educazione dei figli ed dell’esempio che dovrebbero dare i genitori..ed ancora della burocrazia dello stato e dei suoi mezzi come ad esempio quello del gioco per gestire il popolo … il tutto condito con tanta tanta ironia …azione e bei disegni… ma io ho sei anni quindi non mi dilungherò oltre.
La Trama più o meno ve l’ho raccontata, quindi concludo dando un pò di numeri ed informazioni curiose:
– Questo è il quinto film di Asterix, il primo in animazione 3D.
– Il film è tratto dal 17° libro di Asterix. Ad oggi siamo al 35° (poco più del doppio) e stiamo andando avanti da 56 anni sempre sulla cresta dell’onda…
– Asterix è talmente famoso che quasi tutti hanno citato lui e i suoi amici. E’ successo anche con i nostri fumettisti, pensate che in Dylan Dog, nel numero 50 “Ai confini del tempo”, lo scienziato lord Herbert G. Wells compare con un look da Panoramix e il suo maggiordomo è il sosia di Obelix.
-Gli incassi dopo una settimana di programmazione sono di quasi 700.000 € (nel mondo di 1.24 ml €)
Il mio voto è 6,5/10.
Ciao da Minny e speriamo che con quello che ho scritto qualcuno l’ho convinto ad andare a vedere questo film perchè, come diceva mio papà Osvy, la cultura ti salva svelandoti il mondo… “ed il cinema è cultura, è arte, l’unica nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile”. (Ennio Flaiano)
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Cinema – articolo del 31 gennaio 2015]
Ciao amici, finalmente riprendiamo a parlare di cinema dopo molto tempo.
Purtroppo sarò io a parlarvene poiché Red Bear e’ stato colpito dal raggio malefico di Morbo che lo ha trasformato in un grazioso ma inerme peluche.
Data la mia tenera età i film che vi potrò raccontare sono quelli col pallino verde,cioè quelli adatti a tutti. Accontentatevi.
Le mie recensioni avranno 5 regole fisse a cui spero vi affezionerete:
1) Saranno scritte a caldo, quindi il sabato sera, perché i film li guardo il sabato pomeriggio.
2) Partiranno da uno spunto a me noto, la pittura o la scultura.
3) Saranno scritte senza aver mai letto prima alcuna recensione di altri.
4) Avranno una scheda tecnica finale sulla trama e sui protagonisti presa della rete (wiki, siti specializzati ,ecc.)
5) Avranno un voto ed una classifica relativa ai soli film che ho visto.
Tutto ciò premesso partiamo finalmente con la mia prima recensione!
Questo è un film su un cane, che piace tanto a noi bambini, ma io non vi parlerò di lui. Vi parlerò di cucina perché credo che la regista, Alessia Scarso, sia un’ottima chef…
Ha capito infatti che per realizzare un buona pietanza è fondamentale la scelta degli ingredienti.
La scritta è il primo “buon ingrediente” perché ammicca a LOVE di Indiana quotato oggi 1.000.000 di sterline. Purtroppo Robert Indiana non riuscì a registrare i diritti d’autore per la sua immagine e pertanto … scoraggiarne l’uso non autorizzato è difficile.
Scegliere un nome che è sulla bocca di tutti (non so voi ma io quando si è vista la rotaia… ho temuto il passaggio pubblicitario) è un altro punto a suo favore….si fa pubblicità da solo.
Scegliere due bravi attori nostrani, Marco Bocci ed Elena Radonicich, che tanto ricordano due divi noti da tempo e saldi nell’immaginario collettivo è il terzo ingrediente vincente…dai che ci avete fatto caso pure voi alle somiglianze..
Scegliere un set magnifico come quello siciliano è stata la ciliegina sulla torta. Questo film è un buon biglietto da visita per il turismo della Sicilia e dell’Italia che ogni regione dovrebbe far girare e promuovere specie in quest’anno durante il quale, grazie all’EXPO, l’Italia sarà il centro del mondo.
[SCICLI-SICILIA]
La Fotografia è di Daria D’antonio, che ha collaborato con il Bigazzi della Grande Bellezza… e si vede.
L’incasso dopo la prima settimana si aggira intorno ai 350.000,00 € che per un film di una esordiente non è niente male.
Il mio voto è 6/10
Ciao da Minny e …al prossimo film…che qui il mio amico peluche non si è ancora ripreso.
ah dimenticavo la trama di Italo ce la racconta Paola Casella su MyMovie :
Scicli, Sicilia, 2009. Un’ordinanza comunale ha bandito i cani randagi dal paese, ma un golden retriever sfida l’ordinanza e comincia a frequentare le stradine locali, affezionandosi soprattutto ad un bambino di dieci anni, Meno, figlio del sindaco Antonio Bianco. A poco a poco Italo, come verrà soprannominato il cane, entrerà a far parte della vita della comunità, accompagnando i turisti in visita, assistendo in chiesa alla messa e giocando con i bambini del paese. La sua presenza addolcirà le vite di tutti e farà da cupido fra il padre di Meno, rimasto vedovo, e la maestrina locale, così come fra Meno e una sua compagna di giochi….” continua qui:http://www.mymovies.it/film/2014/italo/
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione Cinema – articolo del 24 gennaio 2015-l’illustrazione è di Filippo Novelli]
Frammenti il corto diretto da Raffaello Sasson, presentato ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento 2014, e fuori concorso all’imminente Tolfa Short Film Festival (13-22 giugno).
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – Sezione Cinema – 8 giugno 2014]
Negli ultimi otto anni il grande Woody aveva puntato la sua macchina da presa sull’Europa, regalandole ritratti romantici e suggestivi: Londra, con Match Point (2005), Barcellona, con Vicky Cristina Barcelona (2008), Parigi, con Midnight in Paris (2011), Roma con To Rome with Love (2012).
Con Blue Jasmine si torna negli States, non solo nella tradizionale location di New York, ma anche sulla West Coast, a San Francisco. Nella Grande Mela sono ambientati i flashback, mentre nella città californiana il presente del racconto.
Jasmine (Cate Blanchett), è una donna allo sbando, che deve ricostruirsi una vita: il marito (Alec Baldwin) è stato travolto da un crac finanziario e, anche a causa dei suoi numerosi tradimenti, Jasmine decide di lasciarlo, trasferendosi a San Francisco a casa della sorella (Sally Hawkins). Ma ricominciare non è affatto facile: la bella newyorkese è costretta a passare da una vita lussuosa, fatta di gioielli, feste e ville a più piani, all’affannosa ricerca di una fonte di sostentamento. La discrasia dirompente tra ciò che c’era prima e ciò che c’è ora è sottolineata da Allen attraverso frequenti flashback sulla vita precedente di Jasmine.
Incapace di inventarsi un qualsiasi lavoro, Jasmine decide quindi di trovare un uomo che la mantenga. L’obiettivo sembra raggiunto quando, ad una festa, conosce un ricco vedovo, Dwight, a cui però tiene nascosto il suo burrascoso passato. I due si fidanzano ma, proprio sulla porta della gioielleria dove si sono recati per comprare l’anello di fidanzamento, il passato di Jasmine viene fuori in modo rocambolesco. Dwight, furioso per le menzogne della donna, interrompe subito il fidanzamento. La conclusione della storia la lasciamo, naturalmente, alla visione del film.
Blue Jasmine si distacca dagli ultimi film di Allen, caratterizzandosi più sul versante drammatico della narrazione, con i toni tragicomici a cui il regista americano ci ha abituati. Il film, in generale, è gradevole ma lontano dai vertici dell’arte alleniana, che ha raggiunto a volte il livello della genialità. La prova di Cate Blanchett è sontuosa, e Alec Baldwin si conferma, dopo To Rome with love, un’icona perfetta dell’ironia di Allen. Concludendo, anticipiamo che Woody è già al lavoro sul suo prossimo film, Magic in the Moonlight, che sarà nelle sale nell’estate del 2014, confermando la sua fama di instancabile narratore di storie (dal 1982 dirige un film all’anno).
Un saluto da RED BEAR
[Stefano Milani per DETTI E FUMETTI – sezione CINEMA – articolo del 12 dicembre 2013]
Italia, in un luogo imprecisato della Brianza, notte fonda; un cameriere sta rientrando a casa con la bicicletta quando viene investito da un’auto lanciata a forte velocità.
Così si apre “Il capitale umano”, l’ultimo film di Paolo Virzì che vuole raccontare l’Italia dei furbi e di quelli che provano a fare i furbi ma sono destinati a soccombere. L’incidente che apre il film ci conduce, in un lento affiorare di indizi e dettagli, nella vita di due famiglie brianzole. La prima è quella di Giovanni e Carla (Fabrizio Gifuni e Valeria Bruni Tedeschi). Lui è un rampante finanziere di provincia, in rapida ascesa grazie ad operazioni e investimenti piuttosto spericolati; lei fa la moglie, piuttosto annoiata e nostalgica di un lontano passato di attrice teatrale. La seconda è la famiglia di Dino e Roberta (Fabrizio Bentivoglio e Valeria Golino). Lui è un agente immobiliare un po’ imbranato che sogna la scalata sociale ed ha in Giovanni il suo mito, al punto da farsi coinvolgere in un’operazione spericolata; lei, forse l’unico personaggio positivo del film, è una psicologa che opera in una struttura pubblica. Entrambe le coppie hanno figli, fidanzati tra loro. Dall’intrecciarsi di queste vite, in cui affiorano diversi personaggi secondari, nasce l’affresco di un Paese senza morale, che ha ormai le fondamenta putrefatte. “Avete scommesso sulla rovina di questo paese. E avete vinto”, dice Carla a Giovanni in una delle scene finali del film. E proprio in questa frase è racchiuso il destino di un’Italia in cui pochi vincono e tantissimi corrono verso la rovina.
Con “Il capitale umano” Paolo Virzì fa un salto in avanti nel suo percorso artistico, regalandoci un film di respiro europeo che abbandona la goliardia toscana e il cinismo burlone romano per addentrarsi nei meandri di un intreccio potente e inaspettato. A voler trovare un limite nel film, lo individuerei nell’eccessiva tipizzazione dei personaggi: il riccone implacabile e gelido, la moglie annoiata che lo tradisce con l’intellettuale, i figli viziati con il SUV e la divisa della scuola d’elité, la frustrazione del parvenu che sogna la scalata sociale. Ma si tratta certamente di uno dei film italiani più belli degli ultimi anni, impreziosito da un cast di primo livello in cui domina Fabrizio Bentivoglio che interpreta con maestria un personaggio forse lontano dalle sue corde come quello del parvenu un po’ ingenuo Dino.
Ciao dal vostro Red Bear
[Stefano Milani per DETTI E FUMETTI – sezione CINEMA – articolo del 9 febbraio 2014]
Salve amici sono andato a vedere Gravity, del regista Alfonso Cuarón, con Sandra Bullock e George Clooney. Ecco cosa ne penso.
Due astronauti in missione con lo Shuttle, Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney), stanno lavorando ad alcune riparazioni di una stazione orbitante quando una pioggia di detriti li investe, rendendo il loro velivolo inutilizzabile e uccidendo l’equipaggio a bordo. A questo punto, l’unica speranza di salvezza per i due consiste nel tentare di raggiungere un’altra stazione orbitante e riuscire a rientrare sulla Terra.
Questa è la storia che Alfonso Cuaròn, talentuoso regista messicano in grado di spaziare da Y tu mamá también aHarry Potter e il prigioniero di Azkaban, ci racconta nel suo ultimo film, frutto di 5 anni di lavorazione. Una storia tipicamente hollywoodiana, e la presenza di due star come Sandra Bullock e George Clooney fa di Gravity un film blockbuster. Ma intorno alla vicenda principale, di per sé banale e, per certi versi, già vista, Cuaròn costruisce un impianto visivo e tecnico decisamente innovativo: la macchina da presa riesce a rendere perfettamente l’assenza di gravità ed entra fin dentro i personaggi, regalando allo spettatore il loro punto di osservazione verso lo spazio infinito. La tecnologia 3D, mai prima d’ora utilizzata con tanta sapienza tecnica, diventa un’esperienza visiva che, per un’ora e mezza, ci trasporta nel vuoto o all’interno dei complessi meccanismi che governano le macchine spaziali.
Una trama semplice su cui si innestano le più innovative tecniche del cinema moderno, quindi. Ma Gravity non è solo questo, ma molto di più. C’è un secondo livello di lettura nel film, riservato agli spettatori più sofisticati. Oltre alla scontata lotta dell’uomo per conquistare la propria salvezza, Cuaròn ha voluto raccontare una storia umana intima, che solo nella tragica esperienza nello spazio trova la sua soluzione: l’astronauta Stone, infatti, non riesce più a dare un senso alla propria esistenza dopo la morte della figlioletta di quattro anni. Ed ecco che il suo vagare nello spazio si trasforma in un percorso di concepimento e rinascita, momenti simboleggiati nel film da immagini forti e toccanti, con richiami alla migliore tradizione del film fantascientifico (in primis il 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick). Il film si sviluppa attraverso una lunga gestazione, che culmina con l’uscita dall’utero e il primo respiro a pieni polmoni.
Gravity, per concludere, è un ottimo film commerciale ad alto budget che contiene in sé la forza narrativa del grande cinema d’autore.Alfonso Cuarón si conferma regista di talento, in grado di realizzare una fusione sincretica tra diversi linguaggi narrativi.
[Stedano Milani per DETTI E FUMETTI – Sezione Cinema – articolo del 21 ottobre 2013]
Chiamare “sacro” il grande raccordo anulare di Roma, anello d’asfalto dove ogni giorno centinaia di migliaia di romani smadonnano, imprecano, sudano, si ammucchiano in un fiume ininterrotto di lamiere. Nell’apparente ossimoro del titolo sta tutta la genialità di Gianfranco Rosi, che ha saputo narrare la poesia nascosta su una strada circolare di 70km, la più estesa autostrada urbana d’Italia. Nascoste agli occhi distratti, stanchi o annebbiati dalla fatica degli automobilisti, il GRA raccoglie storie talmente umane da sembrare inventate. Persone invisibili perché outsiders rispetto agli stili di vita imperanti, rappresentati da quelle tante, troppe auto che portano in grembo vite annoiate e spesso inutili.
Ed è così che in un film che è riduttivo chiamare documentario, scorrono le vite di Cesare “l’anguillaro”, Paolo “il nobile piemontese”, Roberto “il barelliere”, Francesco “il palmologo”, Filippo e Xsenia “Il principe e la consorte”, Gaetano “l’attore di fotoromanzi”. Tutti accomunati non solo dalla residenza più o meno lecita presso il Gra, ma anche dall’aver mantenuto un legame con valori e stili di vita antichi e dimenticati.
«La mia è un po’ La grande bellezza di Sorrentino al contrario: va verso fuori, non si cura del centro di Roma”. Così Gianfranco Rosi ha definito il suo capolavoro in una recente intervista. Ed è stato bello vedere i losers di Rosi sfilare a Venezia per ritirare il Leone d’Oro: un riconoscimento all’arte di un Maestro ma anche a quelle vite di confine, con la loro dignità e umiltà, che costituiscono il vero baluardo alla dissoluzione che minaccia di corrodere da dentro (e dal centro) il nostro mondo.
[Stefano Milani per DETTI E FUMETTI – Sezione cinema – Articolo del 20 settembre 2013]-[Illustrazioni di Filippo Novelli] -tutti i diritti riservati
Una Roma che emoziona e incanta, con la bellezza immortale dei suoi monumenti e delle sue strade e le luci della notte che la rendono scintillante. Una Roma che mescola incontri e scontri, morti e resurrezioni, feste e funerali, cardinali e spogliarelliste, artisti e falliti. Una Roma felliniana in cui si muove il 65enne Jep (un grandissimo Toni Servillo), giornalista fascinoso e scrittore da un solo libro, che ha deciso di dedicare la sua vita al divertimento e alla mondanità, abbandonando le velleità letterarie. Jep è l’immagine di un’Italia che ha smesso di crescere, per vivere in una perenne indolenza che si trascina nella notte da una cena a una festa, da un salotto a un eros pub. Jep è malinconico e insoddisfatto, e frequenta ogni notte una fauna umana fatta da amici intimi e compagni di sventure, tra cui Romano, scrittore teatrale mai realizzato e fidanzato con una giovane donna che lo sfrutta, Lello, venditore di giocattoli dalla parlantina sciolta e marito infedele di Trumeau, Viola, ricca borghese con un figlio pazzo, Stefania, scrittrice radical chic e Dadina, la caporedattrice nana del giornale in cui scrive Jep. E poi ci sono le apparizioni di due tra le più amate incarnazioni cinematografiche della romanità: Carlo Verdone, lo scrittore di provincia animato da vero ardore intellettuale che lascerà Roma deluso, e Sabrina Ferilli, una spogliarellista dignitosa.
La Grande Bellezza, sembra dirci il film di Sorrentino, deve essere il fine ultimo al quale ogni vita dovrebbe aspirare, sia essa rintracciabile nella banalità di una passeggiata mattutina o nella poesia di uno scorcio romano. Ma soprattutto la bellezza va cercata dentro sé stessi. Ed è quello che fa Jep, riconoscendo la sua nel lontano ricordo di un amore della prima giovinezza.
La musica e le immagini del film sono toccanti, così come l’interpretazione degli attori. Un film dal respiro internazionale, un Satyricon sguaiato e cafonal che conferma Sorrentino come uno dei più talentuosi eredi della grande tradizione cinematografica italiana.
Vi ho detto tutto. A presto su DETTI E FUMETTI, il vostro RED BEAR.
[Stefano Milani per DETTI E FUMETTI -rubrica di Cinema – articolo del 26 giugno 2013]
E’ la storia dell’iniziazione alla vita di Hushpuppy una bimba di sei anni, da parte di Wink il padre,resa urgente dalla malattia incurabile del genitore.
Il regista, Benh Zeitlin, ha sapientemente traslato nella Natura l’angoscia del padre morente e la paura della piccola, ambientando il film in una grande e minacciosa palude della Luisiana, la Grande Vasca, costantemente a rischio di allagamento per via di terribili uragani.
Zeitlin è stato capace di sublimare l’attualissimo sentimento lacerante che molti uomini hanno verso la propria patria in crisi, combattuti tra il desiderio di rimanere e quello di scappare da un paese ormai devastato ed in rovina. Il padre desidera che la figlia rimanga nel proprio paese, e anzi sappia diventarne un giorno la regina, o meglio il RE, il Re di questa terra selvaggia. Alla fine la figlia, forte e tenace, metabolizzerà gli insegnamenti del padre e lui continuerà a vivere in lei.
Bellissima e tenera la parte in cui Hushpuppy impara ad esorcizzare la paura del mondo nel modo più naturale per i bimbi: attraverso il disegno. Ritrarrà i terribili e fantastici mostri, per farli ritrovare agli scienziati che verranno a visitare quella selvaggia palude nel prossimo futuro.
NRCN ha intervistato Benh Zeitlin, il giovanissimo regista americano che con il suo film di esordio “Re della terra selvaggia”, è in corsa per ben 4 premi Oscar. Trovate l’intervista QUI.
[Filippo Novelli per la sezione Cinema di Detti e Fumetti – 6 febbraio 2013]
Eleonora è affetta dalla sindrome di Williams… è la gioia della mia vita, sono innamorato di lei e per lei sarei pronto anche all’estremo sacrificio. Mi hanno messo in mobilità e la notte dalla preoccupazione non riesco a dormire.
Se qualcosa non cambia tra qualche anno mi ritroverò disoccupato, senza soldi; questo metterebbe a serio repentaglio la sicurezza di Eleonora. Ci alcuni giorni in cui io e la mia moglie passiamo dei momenti veramente duri in cui facciamo fatica ad accettare questo carico.
A volte non riesco nemmeno a guardarmi allo specchio perché penso di non aver fatto abbastanza per mia figlia.Dentro ho una rabbia che se la lasciassi libera distruggerebbe l’intera casa. Ma farla finita non è il modo giusto di reagire. Io reagisco mettendomi a studiare, cercando di migliorarmi, faccio qualcosa… anche questa intervista.
[Filippo Novelli per la Sezione CINEMA DETTI E FUMETTI -8 febbraio 2013 -intervista estratta dal Docu-Film Suicidio Italia- Regia di Filippo Soldi]
“Le dimissioni del Papa celano segreti inviolabili? Lotte per il comando tra poteri oscuri, movimenti di interessi colossali ai quattro angoli del mondo, guerre intestine all’interno della Curia? Se però ci astraiamo per un attimo da tutto questo possiamo immaginare la vicenda di un uomo che cede sotto il peso di una responsabilità, che prova a riprendere in mano la propria vita, che sceglie di fare ciò che vuole e non ciò che gli altri si aspettano da lui. In fondo un insegnamento per i tanti che cercano la loro strada ma non la trovano, spesso perché non riescono a distaccarsi dal contesto in cui vivono e da una vita non scelta. Un’altra vita è possibile, per tutti. Persino per un Papa. Profetico l’Habemus Papam di Nanni Moretti, che colse il desiderio di downshifting che sempre di più si sta diffondendo tra la nostra generazione.
[ Stefano Milani – sezione cinema per Detti e Fumetti del 13 febbraio 2013]
[illustrazioni di Filippo Novelli]
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