E TI VENGO A CERCARE dall’album “FISIOGNOMICA” del 1988. STORIA DI UNA CANZONE

Franco Battiato, come sappiamo, è stato un cantautore molto particolare, nel senso che ha unito l’attenzione maniacale nei confronti della composizione e degli arrangiamenti e quindi della musica in senso stretto, alla ricerca spirituale. 

Franco Battiato – ritratto di Filippo Novelli

La sua vita è stata un viaggio che ha attraversato tradizioni esoteriche, religiose e filosofiche molto diverse tra loro. Parlare di religione in Battiato non è compito facile o almeno non lo è se il tutto si riconduce ad una matrice confessionale. 

La sua ricerca è passata attraverso l’induismo, Gurdjieff, il sufismo, il cristianesimo, lo shivaismo del Kashmir, il buddhismo tibetano, religioni tra cui è oggettivamente impossibile una sintesi armonica anche in tempo di pluralismo religioso. 

Battiato cita come suo Maestro fondamentale proprio Gurdjieff. Semplificando possiamo dire che per Gurdjieff le religioni erano dei mezzi allo scopo di risvegliare la coscienza. 

Possiamo in ultima analisi definire Battiato un sincretista e non come molto spesso si sente dire di un Battiato Buddhista, o almeno non era soltanto questo. 

Il sincretismo è infatti un accordo o fusione di dottrine di origine diversa, sia nella sfera delle credenze religiose sia in quella delle concezioni filosofiche.

Per fare solo un esempio filosofico, nel testo della canzone scelta, c’è molto di quello stoicismo ateniese del 300 a.C. circa. 

Per raggiungere integrità morale e spirituale, gli stoici praticavano il dominio sulle passioni che avrebbero potuto arrecare turbamento e guastare la ricerca della saggezza.

L’album “Fisiognomica” esce nel 1988. Sin dal titolo si richiama una “scienza” che nell’antichità si proponeva di interpretare il carattere di una persona attraverso i suoi tratti somatici. 

Per capire quanto sia spirituale questo album basta ricordare il concerto tenuto nel marzo del 1989 in Vaticano, in Sala Nervi, davanti a Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla.

L’album presenta brani divenuti poi classici nel repertorio di Battiato come Nomadi, L’oceano di silenzio, E ti vengo a cercare.

Proprio quest’ultima prenderò in esame.

Da un punto di vista prettamente sonoro i suoni sono utilizzati per meglio disegnare lo sfondo ad un testo impegnato e viaggiante allo stesso tempo. Possiamo parlare di un brano accessibile al grande pubblico ma con finezze strutturali e sonore.

EMS VCS3 sintetizzatore utilizzato da Battiato (pionierendella musica elettronica italiana)

È scritto come una canzone d’amore ma, come ebbe a dire lo stesso autore, mira più in alto di quello che potrebbe essere l’amore tra un genitore e un figlio, un uomo e una donna e altro.

Mira un bel po’ più in alto nelle sue intenzioni, ma è leggibile anche come una canzone d’amore ‘terreno’ se così ci si può esprimere. 

Il testo parte da una dichiarazione e un bisogno, quello dell’autore, di un incontro, solo per parlare, vedere. Un bisogno che nasce dalla convinzione che solo quell’incontro, quella presenza, possa dispiegare la vera essenza di ciò che si è. 

Ma proprio questa ricerca del sé, del ritrovarsi nell’Altro, trova la sua compiutezza nel perdersi in un immenso atto di fiducia che va verso la disintegrazione del sé affidandolo totalmente all’Altro.

Il testo traccia anche, per un breve tratto, una feroce critica verso quel ‘secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità’ ma che non deve lasciare inermi, anzi reagire, migliorarsi con maggior volontà. 

È appunto la ricerca di sé, volontà di perdersi nell’Altro per ritrovare sé stessi ma per perdersi ancora.

Poi arriva la parte stoica in cui Battiato invita ad emanciparsi dalle passioni che hanno il potere di arrecare turbamento e guastare la ricerca della saggezza intrapresa.

Poi, l’autore è molto esplicito nell’annunciare cosa cerca e cosa ricerca: Cercare l’uno al di sopra del bene e del male, Essere un’immagine divina di questa realtà.

Qui la filosofia ci viene in soccorso con varie figure e varie correnti. L’archè presocratico, il motore immobile aristotelico, ma ancor di più il concetto di Uno di Plotino, prima realtà sussistente, infinito, al di sopra della nostra comprensione, dello spazio e del tempo.

La fine del testo esorta alla ricerca dell’Altro, perché è questa a renderci un’immagine divina di questa realtà, questa presenza che ci accompagna a scoprirci per poi lasciarci disintegrare e raggiungere l’eternità in una completa rinuncia di sé come viaggatori eterni senza spazio e tempo. 

[FABRIZIO DEL MARCHESATO per DETTI E FUMETTI – SEZIONE MUSICA – ARTICOLO DEL 5 MARZO 2026]

L’EVENTO LIVE QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO. IL LIBRO, LA MOSTRA DEI RITRATTI E LE INTERVISTE

Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI

da oggi potete rivivere l’evento del 28 febbraio 26 presso il polo museale LA VACCHERIA.

Per vostra comodita’ lo abbiamo diviso in due parti:

La storia del blog e la presentazione dell’evento PRIMA PARTE EVENTO

Le interviste SECONDA PARTE EVENTO

[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – ARTICOLO DEL 28 2 26]

PERCHE’ RISULTIAMO DEI ROMPISCATOLE? Tra le righe dell’anima- Chira Narracci per DETTI E FUMETTI

Cara amiche e amici di DETTIBE FUMETTI, oggi parleremo  di uno “status” di noi donne che sociologicamente parlando ha una spiegazione chiara e evidente.

Ma voi l’avete capito perché gli uomini ci danno tanto delle rompicoglioni? Secondo me è perché in qualche modo tendiamo a chiedere di essere viste, di essere considerate, di essere importanti… come se noi, per sentirci viste, considerate e importanti, dovessimo passare attraverso di loro.

E quando così non è, andiamo incontro ad una sempre maggiore tristezza che ci porta poi a ‘far saltare il banco’ e appararire come delle ROMPISCATOLE.

E se noi imparassimo a prenderci in considerazione in prima persona, volta dopo volta, scelta dopo scelta? Della serie: invece di chiedere ‘che facciamo questo weekend?’, siamo anche noi libere di dire ‘io questo weekend vado al cinema, vuoi venire?‘. E se non gli va, pace, ci vediamo dopo.

Possiamo andare al cinema sconsolate perché dobbiamo andare da sole, perché lui non viene con noi, o felici perché andiamo a fare qualcosa che desideriamo fare, libere. E quando torniamo a casa possiamo essere, invece che richiedenti, ‘sottone’, persone che prendono la propria vita in mano, scegliendo volta per volta, giorno dopo giorno, cosa è buono per noi.

Per chi volesse vedere il video eccolo Qui

Ci vediamo al prossimo episodio

[ CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE SOCIOLOGIA, ARTICOLO DEL 22 FEBBRAIO 2026]

ROBERTA RUSSO VIZZINO RIPARTE DAL COGNOME – WILLY intervista la scrittrice per DETTI E FUMETTI

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, abbiamo già intervistato l’attrice Roberta Russo. [Vedi Detti e Fumetti 24 gennaio 2022]. È passato qualche  anno, e ora torniamo a scoprire una nuova Roberta Russo Vizzino che ha lasciato la carriera attoriale per intraprendere quella di modella d’arte e che lentamente va sostituendo con quella di scrittrice; ma lasciamo parlare Roberta.

W. Perché al primo cognome ne hai aggiunto un secondo?

R. Perché credevo fosse giusto. Quando sono nata le leggi erano diverse e mia madre non ha neppure pensato di potermi dare anche il suo cognome. Nel 2023 le ho chiesto se – potendo – l’avrebbe fatto e mi ha risposto: «Sì, in quest’ordine: Russo Vizzino». Il giorno seguente ho avviato la pratica, l’ha saputo quando le ho chiesto il consenso scritto per integrare la domanda. Era stupita che servisse il suo e non quello di mio padre, ma così è. Solo io potevo recuperare quello che per lei non era stato un diritto. Se penso ai due cognomi con i quali oggi posso firmare le cose che scrivo, c’è già dentro una micronarrazione. Russo, comunissimo, evoca immediatamente il rosso dei miei capelli, l’impetuosità del mio carattere, la mia origine meridionale (essendo, di fatto, il corrispettivo di Rossi al Sud). Vizzino, molto raro, richiama invece vizzo: qualcosa di segnato dal tempo. L’appassito, il fragile, il non più perfetto. Qualcosa che ha attraversato una trasformazione e ne è uscito ferito. Forse anche un corpo magro e minuto (quel -ino in cui riconosco il mio metro e cinquantasei d’altezza). Metterli insieme è già una storia minima: socialità e riservatezza, fuoco e appassimento, forza e fragilità. O, forse, qualcosa che brucia proprio perché è consapevole della propria finitezza. Sono io, in due parole. Il mio gesto si configura come un atto di coerenza simbolico. Revocando la cancellazione di mia madre ho posto le basi per evitare la mia. Ho affrontato un anno e mezzo di pratiche, documenti, ostracismi. Per me ha rappresentato un atto politico e identitario. Qualcosa che dicesse: chiunque essi siano, comunque essi siano, i miei genitori sono due e sono questi.

W. Cosa ti ha spinto a intraprendere la carriera di modella d’arte?  

R. Questa è una storia piuttosto divertente. Non avevo programmato di farlo. Nel 2015 avevo attraversato dei grossi problemi finanziari, non riuscendo più a permettermi di pagare l’affitto di casa. Dopo molte ricerche, ero stata accolta in un convento di Roma, dove – benché io sia sempre stata atea, e abbia ottenuto lo sbattezzo nel 2011 – ero stata bene per qualche mese. La madre superiora mi aveva raccomandato di accettare qualsiasi lavoro fino a racimolare la caparra per affittare una nuova casa e così avevo fatto. Credo di aver svolto ogni sorta di mestiere, in quel periodo. In particolare, mi avevano fissato un colloquio per lavorare in un’azienda vinicola. Quando mi ero presentata, però, il signore mi aveva squadrata dalla testa ai piedi e mi aveva detto di essere un pittore, offrendomi il doppio della paga per posare per lui. Avevo accettato per due motivi: il primo chiaramente era il bisogno, ma il secondo era il desiderio di abbattere il mio stesso pregiudizio sulla nudità. Oltre alla mia personale timidezza, ero sempre stata insofferente nei confronti del nudo anche a teatro, fino all’anno precedente, quando avevo visto La lista di Schindler al Piccolo Teatro Eliseo con la regia di Francesco Giuffrè. C’era un nudo scenico: un gruppo di persone prigioniere che andavano alle docce. Sui loro corpi era proiettata un’immagine mista tra l’acqua scrosciante e il gas mortale. Quella scena mi aveva cambiato irrevocabilmente la percezione del nudo. A tutto avrei pensato in quel momento, tranne che alla sessualizzazione dei corpi svestiti. Replicare l’effetto spettacolare e non sessuale di quel nudo è stata la mia personale crociata nei dieci anni in cui ho lavorato come modella d’arte. A giugno scorso, per esempio, sono stata tra le relatrici del seminario Medicina e Arte, Scarpe Rosse alla Sapienza su invito della dottoressa e professoressa Stefania Mardente che coordina il progetto. Il mio intervento ha riguardato la raffigurazione delle donne nell’arte e come si possa perorare un sistema di uguaglianza tra i sessi anche a partire da immagini e parole. La domanda alla quale ho cercato di rispondere per le e gli studenti che vi hanno preso parte, era se l’arte potesse contribuire a plasmare una società più giusta. Insomma, quello di modella d’arte è un lavoro che mi ha dato tanto, anzi tantissimo, in ogni senso possibile: sostentamento economico, fiducia in me stessa, libertà di creare. Ma oggi sento che anche questo percorso si sta chiudendo naturalmente. Ho deciso da poco di non posare più dal vero e di limitare la mia disponibilità a collaborazioni attentamente selezionate, sia per l’arte figurativa che per la fotografia. La scrittura è il luogo verso cui sto andando. 

W. Vuoi parlarci della scrittrice Roberta Russo Vizzino? 

R. Roberta Russo Vizzino come scrittrice nasce molto prima che io avessi la consapevolezza – o forse il coraggio – di chiamarmi così. Fin da bambina ero innamorata della letteratura. Ho letto l’Odissea in una versione per l’infanzia a nove anni e I promessi sposi a dieci. Avevo una vera ossessione per Giovanni Pascoli: potevo parlarne per ore. I libri mi sembravano oggetti magici. Quando non sapevo leggere chiedevo alle persone adulte di farlo per me. Sapevo – dai racconti di mio padre – che il nonno paterno, mai conosciuto, scriveva poesie. Anche mio padre ne componeva, ma non le metteva su carta: gli chiedevo di recitarmele a memoria, in macchina, per serate intere. E pensavo: “Solo io non sono capace di creare quella bellezza con le parole”. Un pomeriggio dei miei dieci anni, alla nostra Casa delle Rose – una vecchia casa in collina, circondata dai roseti, aveva appena piovuto – me n’ero andata in giardino a sforzarmi di tirare fuori da me le immagini che amavo nelle parole di tutti quegli uomini. E così avevo scritto per la prima volta. Era una poesia. Si intitolava Una goccia di rugiada. A quindici anni avevo scritto il primo racconto breve, Lei, per un amico di penna che viveva a Modena. Tra i diciotto e i vent’anni avevo iniziato a leggere in pubblico le “cose” che scrivevo. C’era un gruppo che cambiava continuamente nella ex sede del PCI di Villa San Giovanni: decine di persone, un paio di candele accese, una bottiglia di Martini bianco che girava di mano in mano e testi letti con un’urgenza quasi febbrile. Poi gli open mic di una taverna di Campo Calabro, che ci offriva da mangiare in cambio delle letture, e molti altri. Io proponevo quasi sempre testi provocatori. Adoravo i contraddittori rumorosi che interrompevano, ribattevano, si accendevano. Frequentavo quasi esclusivamente persone di circuiti intellettuali: gente che scriveva, suonava e faceva arte in mille forme. Quasi tutte persone più grandi di me. La scrittura è partita prima di tutto, ma si è radicata nella mia professionalità per ultima. Forse perché era ciò che amavo di più, e quindi ciò per cui temevo di più il rifiuto. Però mi fa sorridere quando qualcuno pensa che io sia una modella che all’improvviso si è messa a scrivere. Posare mi ha messa al centro dello sguardo altrui, in tutta la mia fragilità, e mi ha insegnato una forma nuova di forza: trasformare il silenzio della posa in spazio immaginativo interiore. Scrivere, per me, oggi, significa rovesciare lo sguardo altrui, ma restare concettualmente nuda. Restituire complessità a ciò che rischia di essere ridotto alla sola estetica. E questo vale tanto per i corpi di carne, quanto per i corpi di testo. Le cose che scrivo nascono sempre da una frattura: familiare, affettiva, sociale. Mi interessa ciò che si incrina, ciò che non combacia con il ruolo che ci viene assegnato. Ho attraversato una miriade di ambienti molto diversi tra loro, forse per questo mi sento fatalmente attratta dalle soglie. Anche quando parto da un dettaglio privato, sotto c’è sempre una domanda collettiva. Vivo la scrittura come una responsabilità. Se dovessi dire chi è Roberta Russo Vizzino come scrittrice, direi che è una donna che prova a “fare cose con le parole”. A trasformare l’esperienza anche più scomoda in fatto comune.

W. Visto il sentimento militante che muove la tua scrittura e il tuo senso  di giustizia, ti riconosci ancora nella figura di Antigone?

R. Prima di rivedermici io, spero che siano altre e altri a rivedermi in lei. Antigone è una delle personagge più complesse del teatro. Ha tutto: se solo sapesse pensare esclusivamente a sé stessa, potrebbe vivere una vita piena e felice, ma sceglie la morte piuttosto che piegarsi all’ingiustizia. Il punto non è seppellire Polinice perché è suo fratello, ma perché è un indifeso davanti a un sopruso del potere. Nella tragedia di Sofocle lei ha quindici anni, eppure non è raro sentire attrici dire che ci si sente mature per interpretarla solo dopo i trent’anni. La quantità di vita necessaria a comprendere il peso di quelle scelte, nella realtà, si conquista con molto più tempo, e a volte mai. Tutto quello che una volta facevo solo nelle assemblee e nelle manifestazioni, oggi lo metto nella scrittura. Per questo parlo di “attivismo letterario”.

W. Cosa ti ha lasciato il progetto sperimentale della Writing Room diretto da Luigi Saravo?

R. Ho conosciuto Luigi perché è stato mio insegnante. Era un corso di perfezionamento attoriale che si chiamava LSD, acronimo di Legge Sesso Delitto che ricalcava la struttura dell’Orestea di Eschilo. Un semestre di alta formazione che mi ha fatto fare diversi incontri fondamentali. Luigi aveva inaugurato anche un progetto collaterale, la Writing Room. Ci incontravamo a San Lorenzo, e il gruppo era composto principalmente da gente di spettacolo, tra cui Walter Da Pozzo, che ricordo con profondo affetto. La cosa straordinaria era l’anonimato. Si scriveva, si inviava il testo a Luigi, e lui rimandava un unico file senza firme, che veniva letto nell’incontro successivo. Per la prima volta ho potuto osservare come le mie parole funzionavano da sole, senza il filtro del mio corpo, del mio sesso, del mio volto. E quei testi venivano notati. Luigi mi ripeteva che la mia forza era nella scrittura e all’inizio questo mi spaventava. Oggi gli sono profondamente grata. Non sono in molte/i ad avere il coraggio di dirci qualcosa che ci ribalta la vita. È lì che ho ritrovato le mie parole, in qualche modo libere persino da me.

W.  Potremmo dire che il percorso teatrale è stato fondante per la  tua carriera di scrittrice?  

R. Decisamente sì. Il teatro mi ha insegnato a smontare le storie tecnicamente, a isolare ogni elemento come fosse un ingranaggio autonomo. Mi ha abituata a vivere tutto prima di narrarlo. Ho imparato ad alzare la tensione, proprio come, nella formazione attoriale, avevo imparato a piangere tecnicamente. È lo stesso esercizio: creare dal nulla l’apparenza di un dolore o di una gioia, rendendoli credibili per chi guarda. Mi ha fatto capire come funziona – e di cosa è fatto – il giocattolo-storia, solo così ho imparato a rimontarlo in modi sempre nuovi.

W. Bene cara Roberta grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata, che ci spinge a guardare dentro se stessi

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI- Sezione LETTERATURA- ARTICOLO DEL 19.02.26]

Ototeman – la community di DETTI E FUMETTI

 Care amiche e amici di DEF in molti ci avete chiesto il perche’  i redattori si trasformano in animali antropomorfi quando entrano a far parte della  redazione.

Il motivo a tutti noto e’ perche’ siamo un blog che parla di fumetti e declina le tematiche culturali e artistiche con il linguaggio del fumetto. Ma c’e’ molto di piu’ dietro.

Molto infatti e’ legato al concetto di animale guida di ogni redattore  e tradizione sciamanica che e’ all’origine della nascita del fumetto Osvy, il bianco porcospino, the trutnut ( sciamano etrusco).

Esiste in questa tradizione la presenza del Totem  degli animali guida risalente alla tradizione dei nativi americani (o Pellerossa).  L’ Ojibway ototeman (“colui che è del mio stesso clan”), il totem funge da simbolo identitario, albero genealogico o protezione spirituale, raffigurando figure umane, animali e creature mitologiche. 

  • Gli animali scolpiti, come l’aquila, il corvo, l’orso o il lupo, rappresentavano qualità specifiche e un legame spirituale profondo tra l’uomo e la natura.
  • Gerarchia: Le figure sul palo venivano spesso lette dal basso verso l’alto e rappresentavano un ordine gerarchico o un racconto specifico del clan.
  • Origine: Il termine deriva dalla lingua degli Ojibway, sebbene la tradizione dei grandi pali totemici sia peculiare dei popoli della costa nordoccidentale (come Haida, Tlingit, Kwakiutl). 

I totem, quindi, sono sia opere artistiche che espressioni di una complessa struttura sociale e spirituale che unisce la comunità allo spirito animale guida. 

[FILIPPO NOVELLI per Detti e Fumetti sezione Fumetto, articolo del 16 febbraio 2026]

Perche’ DETTI E FUMETTI precorre i tempi

Care amiche e amici oggi facciamo un secondo approfondimento sulla AI; stavolta per comprendere perche’ DETTI E FUMETTI sta precorrendo i tempi con 17 anni di anticipo.

Occorre riflettere sul fatto che IL CONTENUTO CHE VINCE NON E’ QUELLO CHE DIVENTA REALE MA QUELLO CHE RADUNA

l’IA sta riducendo il valore dei click e del traffico pubblicitario tradizionalea cuinesso era legato, rendendo fondamentale la creazione di community dirette per chi vuole essere protagonista sui social.

Meno traffico, meno advertising. La leva che resta è la community. Chi raduna persone, guida il mercato.

E’ cero, con l’AI puoi approfondire un tema come vuoi, quando vuoi. Ma porti con te  tutti i rischi che ne conseguono sulla sua qualita’  e veridicita’ (pensa alle fake news prese come fonti vere della AI). Questo per assurdo puo’ appiattire e far calare il tuo interesse.

La soluzione a questa rivoluzione portata dalla AI arriva quindi prima del click. Questo taglia il valore della pagina, grande o piccola che sia.

Ecco perché serve audience diretta su un canale tuo.

Detti e funetti ha da sempre mirato a costruire una propria audience (siamo un hub nel web) a cui parla tramite un gruppo di esperti nelle discipline dell’arte e della comunicazione.

In conclusione il blog, la newsletter, la community sono la soluzione alla trasformazione social causata dall’AI.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI, articolo del 15 febbraio 2026]

PASOLINI: UN’ESPLORAZIONE ONIRICA.TRA.PITTURA, DANZA E LA CITTA’ ETERNA. Willy intervista Conciatori

Care Lettrici e Lettori di Detti Fumetti oggi incontriamo nuovamente il nostro amico regista e videoartista Mauro Conciatori potete trovare l’intervista su “Quando la Voce chiede Tempo”, la raccolta delle interviste curata da me e disegnata da Filippo Novelli  e in  vendita su Amazon.

In questa nuova intervista vogliamo presentarvi il nuovo lavoro di Mauro.

Oltre la cronaca, oltre l’impegno politico più urlato e oltre la superficie delle opere più celebri, esiste un Pier Paolo Pasolini segreto, fatto di ombre, riflessi e movimenti sospesi. Il progetto artistico di Mauro Conciatori si propone oggi di rintracciarne l’essenza più profonda, scegliendo una via non convenzionale: quella del sogno e della poesia visiva. Attraverso un dialogo interdisciplinare che unisce la pittura di Giovanni Cerri, il linguaggio della poesia tout court e il paesaggio urbano di Roma, l’iniziativa invita lo spettatore a un viaggio introspettivo nella psiche del poeta friulano. Al centro di questa rilettura si collocano le tele di Giovanni Cerri. Le opere pittoriche diventano scenografie dell’anima, dove il volto del poeta o gli scorci della città non sono semplici ritratti, ma frammenti di un discorso interrotto. Se la pittura fissa l’istante, la poesia diventa anima pulsante di un Pasolini intimo e prorompente. La figura del poeta viene esplorata nella sua dimensione dinamica. “La poesia”, non solo le sua ma anche quella di Saffo, Alda Merini, Cristina Campo, Ana Cesar, Kostantinos Kavafis, Arsenij Tarkovskij, Dario Bellezza, e citazioni di ricordi di Dacia Maraini e Oriana Fallaci, sono per assonanze e avvicinamenti, sassi in un grande stagno per far emergere prepotentemente non il personaggio ma l’Uomo Pasolini. Un viaggio nella Poesia del ‘900. Un accostamento con Saffo e la tragedia greca della quale Pier Paolo Pasolini conosce bene la sintassi e la forza narrativa, non a caso due dei suoi film più impegnativi sono stati Edipo Re e Medea. Quindi due figure centrali e centralizzate, Saffo e Pasolini, tra Amore e Dolore, un connubio quasi inscidibile. Una visione poetica quella del Conciatori che è metafora della lotta, del desiderio e della vulnerabilità. Le interpretazioni restituite da Monica Guerritore in primis (una magistrale e straziante “Supplica a mia madre”) e a seguire Liliana Benini (eterea e severa), Bettina Carniato (le poetiche friulane della gioventù), Ginevra Colonna (intensa in una delle poesie di Pasolini più disturbanti di tutta la produzione pasoliniana), Laura Frascarelli (nei panni di Oriana Fallaci e non solo), Daniela Giovanetti (tra Kavafis e Saffo), Maria Gullo (una meravigliosa maschera greca), Marina Kazankova (la donna (im)perfetta che oscilla tra due mondi, dove il classicismo si reinterpreta con la lirica russa), Riccardo Leonelli (una “Ballata delle madri” empaticamente durissima) Diletta Masetti (partecipe del dolore pasoliniano dell’impossibilità di amare), Arianna Ninchi (atona di fronte
al maestro), Clara Orpelli (un fantasma sempre presente di una donna madre e sorella), Selvaggia Quattrini (dolente nello sguardo, persa in un presente senza futuro), Alessandro Pala Griesche (tra un principesco Dario Bellezza e un prete che presenta un padre nostro come mantra infinito di clemenza), Maria Libera Ranaudo (madre e donna senza futuro, senza passato, ma con un presente dove il dolore sgorga come fiumi infiniti), Malvina Ruggiano (leggiadra e innamorata, vede l’amore come rimedio di ogni ferita, ma poi ne apre altre), Aida Talliente (una friulana doc per raccontare la partitura più atavica del poeta) hanno fato forma a un ritratto intenso e onirico dove il personaggio diventa uomo, e dove l’uomo è cifra di un mondo che ha paura di accettare il “verbo” di una “voce” che esula dallo status quo. Interpretazioni lucide e attente a rispettare le diverse forme poetiche creando un affresco di rara potenza. Il terzo pilastro di questo progetto è Roma. Non la Roma monumentale dei turisti, ma quella che Pasolini ha amato e inventato nei suoi romanzi e film: la Roma delle borgate, delle architetture stranianti dell’EUR, dei
luoghi dove ha vissuto, delle notti infinite. La città viene riletta come un
organismo vivente che ha assorbito lo sguardo del poeta. Le strade diventano quinte teatrali dove il passato di Pasolini si fonde con il presente, in un continuo rimando tra realtà e visione onirica. Roma non è un semplice scenario, ma il catalizzatore di un’emozione che permette di scoprire un Pasolini inedito, lontano dai cliché. Con questo progetto Mauro non vuole celebrare il Pasolini monumento, ma il Pasolini spirito. Attraverso l’approccio onirico e poetico, l’integrazione delle diverse partiture artistiche permette di toccare corde che la sola analisi critica spesso ignora. Al fianco di attori di cinema e teatro degli incisi vengono operati da storici di Pasolini, come Renzo Paris e Marco Beltrame e dalla psicanalista Flavia Salierno per restituire un ritratto esaustivo dell’immortale poeta.

Nel gennaio 2026, l’opera è stata presentata a Roma e sono in programma ulteriori presentazioni a Milano per l’inizio di marzo 2026.

W. Perché un progetto su Pier Paolo Pasolini?

M. Sono diverse le motivazioni che mi hanno spinto a omaggiare il grande intellettuale friulano. In primis il desiderio di mostrare un Pasolini diverso da come viene raccontato. Molti film e documentari sono stati omaggi all’intellettuale friulano ma quasi tutti affrontano Pasolini dalla morte, dai misteri della sua morte, dal perché sia stato ucciso. Incidente o morte di Stato? Rispetto queste scelte ma spesso si è perso di vista Pasolini uomo. Pasolini e la sua poesia. Ecco ho voluto raccontare Pasolini da un punto di vista squisitamente artistico attraverso le sue poesie mettendole a confronto con Saffo, altra artista condannata dalla sua fama di donna che ama le donne ad essere dipinta come un mostro, non a caso amore saffico viene usato in tono sprezzante. Invece, secondo me, sia Pasolini che Saffo cercavano solo Amore, da cui il titolo che peraltro è l’incipit di una altro passaggio di Pasolini. Quindi non ho inventato nulla di nuovo se non rubare dal maestro. Andando avanti nella ricerca ho colto molti punti in comune con altri poeti che direttamente o indirettamente sono connessi a Pasolini. Quindi se da una parte Dario Bellezza, Alda Merini erano amici di lui, altri come Cristina Campo, Ana Cesar, e Arsenij Tarkovskij rappresentano uno spirito affine nel modo di affrontare non solo la poesia ma la vita stessa. A questo proposito Ana Cesar rappresenta il suo alter ego sudamericano che corrosa dal male interiore si diede la morte in giovanissima età. Non fu così per Pasolini in maniera diretta ma Pier Paolo cercava la morte in ogni istante della sua vita. In qualche modo a cominciare dalla morte del fratello ucciso nell’eccidio di Porzus.

Altri input mi sono arrivati dalla mia esperienza diretta. Sono nato all’EUR, quartiere romano dove ha vissuto Pasolini fino alla morte. E mi ricordo di quest’uomo bassino ma atletico che spesso faceva colazione nello stesso bar dove andavo con la mia governante. Un uomo che veniva mal tollerato da quel quartiere borghese, rigettato da quei pregiudizi di quegli anni. E questa è la prima volta che il mio vissuto si è incontrato con lui. In seguito ho frequentato brevemente Dario Bellezza, suo discepolo, ma soprattutto Laura Betti con la quale collaborai per una mostra di Pasolini a Parigi sul finire degli anni ’70. Un incontro determinante per me e per il mio vissuto. Quindi Pasolini mi ha sempre accompagnato nel percorso della mia vita. Una figura presente nella sua assenza. 

Per ultimo, credo, che di Pasolini non se non sia parlato a sufficienza, molti giovani lo conoscono poco, se non -e sempre- per la sua morte drammatica, perdendo di vista la caratura straordinaria di questo monumento sempre attuale della cultura italiana.  Un progetto questo di Pier Paolo Pasolini che vorrei approfondire ancora di più. Qui, per questioni di spazio e visibilità, non sono riuscito a raccontare il Pasolini pittore (anche se Giovanni Cerri in parte ha restituito qualcosa della sua arte) e soprattutto il Pasolini paroliere per canzoni. Insomma un uomo che è stato un vero artista a 360° e che merita di essere messo sul gradino più alto della gloria. Un uomo scomodo.

W. Qual è l’approccio artistico?

M. Ho cercato di raccontare Pasolini attraverso la commistione di linguaggi. Tra film classico e documentario, tra arte e musiche, a tal proposito vorrei ricordare il contributo di Federico Mullner che ha interpretato benissimo il mood dell’opera, e quello delle maschere create da Zoe Perfetti, esprimono perfettamente l’aria di tragedia greca. Tra interpretazioni attoriali puntuali iconiche e testimonianze di chi lo ha conosciuto come Renzo Paris, o analisi sul rapporto con la madre e l’elemento donna con la psicanalista Flavia Salierno, o il rapporto con Dario Bellezza che vedeva Pasolini come il suo nume e unico uomo degno del suo rispetto amorevole. Una visione onirica, come hai osservato te, dove la città, i luoghi vissuti da Pasolini diventano rivoli della sua anima, dove le donne che attraversano quei luoghi sono le sue mille sensazioni d’amore e di frustrazione di una città che lo ha accolto e respinto. Dove l’elemento umano è parte del paesaggio urbano. Dove ogni respiro è anelito di vita delle passioni di Pasolini. Dove il degrado urbano è quello che si respirava una volta ma che a distanza di 50 anni è cambiato solo in superficie ma in fondo rimane lo stesso degli anni ’70: “tutto cambia per non cambiare”. E questo è uno degli altri punti che mi interessava: l’immutabilità che il tempo non intacca. Questo ho tentato di renderlo attraverso le finte riprese in super8. In queste parte di montaggio è stato divertente cercare di trovare le giuste combinazioni per renderle più reali possibili. Piccoli artifizi e vantaggi dei nuovi mezzi. 

W. Includere le opere pittoriche dell’artista milanese Giovanni Cerri cosa ha dato al docufilm?

M. Moltissimo. Con lui ci siamo concentrati a ricreare ritratti di Pasolini ed evocazioni dei suoi film, in particolare quelli delle borgate e quelli dalle commedie greche. Un tratto, quello di Giovanni, che, pur facendo parte del suo bagaglio artistico, rispecchia quell’impatto della decadenza della città e dell’umanità. Un’artista che si è messo al servizio del racconto con grande umiltà e grande coraggio. Un impatto visivo che ben si fonde con il girato live, infatti uso molto dissolvenze e sovrapposizioni per creare un’immagine composita facendo tesoro del lavoro dei grandi registi e autori del passato. In qualche modo l’opera di Giovanni echeggia quella di Mimmo Rotella con i suoi paesaggi urbani composti da manifesti da film. Giovanni opera in sottrazione come me d’altronde, tutto il film è in sottrazione.

W. Nel docufilm, le poesie di Pasolini e l’arte, rafforzano il suo legame profondo con la città di Roma; perché questa scelta? 

M. Credo che le poesie di Pasolini su Roma siano ciò di più sincero e viscerale mai scritto sulla capitale. Uno sguardo disincantato su una città che accoglie e respinge, che seduce e abbandona, che ammalia e allontana. Una città in apparenza “aperta” ma profondamente chiusa. Una città implosa allora e oggi ancor di più. La Roma di Pasolini non è solo quella delle borgate, come nei suoi film, ma è quella della borghesia, quella dell’EUR, quella di Monteverde Vecchio, quella di piazza del Popolo, quella del centro storico. Le periferie e i campetti di calcio vengono dopo in quell’immaginario collettivo nel quel è stato relegato da sempre. Lui era un uomo che addentava la vita, la prendeva a morsi, e Roma è come lui, ti addenta e non ti lascia più. Quella di Fellini è soltanto un sogno, quella di Pasolini è tutta interna.

W. Qual è l’obbiettivo del progetto?

M. difficile da capire. L’intento è quello di rendere omaggio e cercare di far arrivare a tutti la grandezza di un poeta, come accennato, più ricordato per i suoi scandali, per la sua morte, per il suo cinema al limite del blasfemo, per il suo impegno politico come reietto del partito comunista che come immenso artista a tutto tondo. Lui è stato uno dei pochi a capire vizi e virtù di un’Italia che stava cercando di tornare alla vita. Quella vita che lui amava e odiava allo stesso tempo. Un uomo al di fuori del tempo e al di sopra del tempo. Un uomo, e non un personaggio, divisivo e seducente. Ecco vorrei sedurre più spettatori possibili per far conoscere i lati intimi di Pasolini artista.

W. Bene caro Mauro, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detto E fumetti, per questa interessante chiacchierata

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti  sezione Cinema ,articolo del 14-02-2026]]

L’ AI e La fotografia per L’ARTE

Oggi voglio parlarvi dell’impatto che sta avendo, secondo me, l’AI sull’Arte e su come usarla senza esserne sopraffatti.

L’AI secondo il parere di molti e’ arrivata nel mondo dell’ARTE come un tornado che diventera’ sempre piu’ grande e non ha trovato persone  culturalmente attrezzate per reagire.

Non e’ la prima volta che una tempesta si infrange in questo mondo. Successe con l’invenzione della fotografia. Da allora l’ Arte e’ cambiata per sopravvivere all’impatto.

In un recente articolo che ho letto su persepolis viene spiegato bene il cambiamento. Ve lo riporto per poi proseguire insieme la riflessione sull’Ai.

Tutti possono fare una tela bianca con una linea e addirittura tagliarla con un coltello ( Fontana) o attaccare una banana al muro ( Cattelan), ma il motivo per cui quella è considerata arte e la propria no risiede nell’evoluzione storica del concetto di arte stessa.

Per millenni, l’arte è stata una sfida tecnica dove il genio era chi, come Michelangelo o Caravaggio, riusciva a copiare meglio la realtà.

Con l’avvento della fotografia, copiare la realtà è diventato inutile, spingendo i pittori a concentrarsi su ciò che la macchina non poteva cogliere, come le impressioni di luce e vento. Nel ‘900 si è passati dal voler copiare il mondo al volerlo interpretare: attraverso il cubismo e l’astrattismo, l’opera ha smesso di rappresentare un oggetto (come un cavallo) per mostrare come l’artista “sente” quell’oggetto. Picasso stesso affermò che gli ci volle una vita intera per imparare a dipingere come un bambino.

Negli anni ’60 si è verificata una rivoluzione radicale: l’arte non è più l’oggetto, ma il pensiero. In questo contesto, l’opera non è più, ad esempio, una sedia fisica, ma la domanda stessa su “che cos’è una sedia” . Da qui derivano la Land Art, l’Arte Povera e le installazioni, dove l’idea non può essere replicata anche se l’oggetto lo è.

Il valore dell’arte contemporanea, quindi, non è nella mano, ma nella mente. Nel caso della celebre banana di Cattelan, l’opera non è il frutto, ma il dibattito che essa genera. Sebbene sia facile imitare un gesto, è difficilissimo inventarlo per primi nel contesto e nel momento giusto. In definitiva, la vera arte è sempre l’invenzione di un nuovo modo di vedere il mondo“.

Che paura ci puo’ fare l’AI se siamo consapevoli e pronti a reagire?

Se l’utilizzo dell’AI e’ dichiarato, se se ne fa un uso etico ( leggi: non usare l’ai per generare immagini che non abbiano come fonte quelle di altri artisti ma esclusivamente le proprie. La promulgazione di leggi di tutela per gli artisti e’ essenziale) allora l’AI diventa quell’amplificatore di potenzialita’ di cui fino ad oggi non si disponeva.

Esempi che mi vengono in mente:

Ricerca di parole, dati,correlazioni all’interno di migliaia di pagine in pochi secondi.

Interpolazione di immagini fisse per creare traiettorie in movimento e generare animazioni di una tua illustrazione.

Conversione di strumenti musicali in altri che non hai a disposizione e loro mixaggio e  masterizzazione per evitare passaggi costosi in uno studio di registrazione vero e proprio.

In generale l’eliminazione (e la loro automazione)  di passaggi manuali lunghi, noiosi e ripetitivi -a volte anche molto costosi – che spesso erano un muro che bloccava le potenzialita’ di un artista dall’attuare la propria opera ( liberare tempo  per amplificare gusto, intuito, sensibilita’, la Visione, tutte doti umane che la macchina non ha)

Se della AI se ne fa un corretto uso,credo che assisteremo ad una democratizzazione dell’Arte.

Nello stesso tempo assisteremo  alla  evoluzione dell’artista.

Se vogliamo  piu’ che una evoluzione, assisteremo ad un ritorno in chiave moderna dell’artista rinascimentale; periodo nel quale non si poteva piu’ restare semplici artigiani della matita, ma occorreva divenire scienziati (Leonardo oggi studierebbe il prompting engineering, l’arte di saper fare le domande giuste all’AI e riconoscere le sue allucinazioni che fanno scadere a livelli bassissimi un opera Ai), occorreva divenire direttori di orchestra, manger illuminati (la prima ingegnerizzazione di una bottega d’arte fu fatta da Raffaello che aveva decine di allievi che completavano le sue commissioni sotto la sua egida), occorreva essere visionari (pensate a Michelangelo quando progetto’ la cupola autoportante del Duono; oggi di cosa sarebbe capace con l’AI?)

Osvy direttore di orchestra di Filippo Novelli

In conclusione l’artista oggi se vuole accettare e vincere la sfida dell’AI deve evolvere scientificamente e strutturarsi culturalmente, acquisendo competenze che lo portino a controllare i nuovi mezzi a sua disposizione come un Direttore di Orchestra. Solo cosi’ potra’ abbattere muri e raggingere traguardi e opportunita’ nuove.

[ Filippo Novelli  per DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE, ARTICOLO DELL’8 FEBBRAIO 2026]

NON E’ UN GIOCO DA BAMBINI.WILLY INTERVISTA  GLORIA LUCE CHINELLATO IN OCCASIONE DELL’USCITA DELLA SUA NUOVA PIECE TEATRALE

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti oggi incontriamo una nostra cara amica, che già in passato si è affacciata felicemente alla ribalta teatrale con divertenti commedie; l’attrice regista e scrittrice Gloria Luce Chinellato. Questa volta la vedremo in una nuova pièce al Teatro Petrolini con “Non È Un Gioco Da Bambini” scritta a quattro mani con la scrittrice e madre di Gloria, Enrica Corradini, che salutiamo. 

Giulia e Marco convivono da oltre tre anni. Sono una coppia contemporanea: ironici, indipendenti. E allergici a ogni forma d’incasellamento. Vivono di lavoro, sushi e sarcasmo. Eppure, sotto la superficie, cresce una tensione sottile e feroce: tra libertà e legame, tra il bisogno di restare sé stessi e la scoperta di essere già legati da un filo – un filo che, a poco a poco, si trasforma in un campo di prova per il loro equilibrio”.  

Una commedia attuale, ironica e spietatamente vera. Uno spettacolo dal ritmo brillante, con momenti di grande densità emotiva. Perché la vita, a volte, cambia le regole proprio quando credevi di averle capite. E scopri che… non è un gioco da bambini.

W. Perché hai avvertito l’esigenza di scrivere insieme a tua madre una commedia con questi presupposti?

G.L. L’idea è “nata” mentre ero in attesa della mia seconda figlia, Caterina. Questa seconda maternità mi ha portato maggiore consapevolezza delle paure che una gravidanza comporta… ma anche l’infinita gioia che ne consegue.

E proprio questa gioia mi ha portato ad interrogarmi sul perché oggi si abbia il terrore di mettere al mondo i figli… e sul perché la società stia diventando sempre più individualista.

Immediatamente, ho sentito l’esigenza di confrontarmi con mia madre, in primis, in quanto madre, appunto, poi in quanto Donna, per di più di un’altra generazione ma soprattutto in quanto formidabile mente e penna… essendo l’autrice di tutti gli spettacoli che ho messo in scena fino ad oggi. Insieme abbiamo indagato e cercato di creare attraverso un dialogo una storia moderna che tocca non solo aspetti appartenenti a qualsiasi generazione ma anche e soprattutto quelli propri di questi anni. 

W. Sotto certi aspetti ti riconosci nel personaggio di Giulia?

G.L. Credo di essere molto diversa dal personaggio di Giulia, sia per carattere, sia perché la mia storia è andata, per una serie di circostanze, all’opposto. Giulia però potrebbe benissimo essere la mia migliore amica, mia sorella, mia cugina e gran parte delle ragazze che conosco che si trovano ad affrontare da sole delle grandi sfide, cercando di far combaciare quello che vogliono essere e quello che la società impone che siano. 

W. Dove hai trovato l’ispirazione per costruire il personaggio di Marco, interpretato dall’attore Nicolas Zappa?

G.L. il personaggio di Marco incarna un prototipo di uomo molto molto diffuso. È sensibile, intelligente e attento ma non lo vuole dare a vedere. È spaventato e preferisce pensare a sé stesso piuttosto che deludere aspettative altrui.

W. Le pièce comiche o drammatiche nascondono messaggi subliminali diretti al pubblico; in questa commedia, qual è?

G.L. il messaggio che volevamo mandare è che nonostante la società imponga sempre più l’assunzione di comportamenti egoistici per sopravvivere in un mondo che ci vuole perennemente in competizione e performanti, se si trova il coraggio di fermarsi e costruire insieme, il risultato sarà in qualche modo una forma di amore. 

W. Oltre alla sinossi, vuoi aggiungere qualcosa in più a proposito della commedia?

G.L. Non ve lo perdete… così ci direte voi qualcosa di più…

W. Bene Gloria Luce, grazie anche a nome delle Lettrice e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata. Ci vediamo a teatro!

Nicolas Zappas e Gloria Luce Chinellato, vi aspettano al:

Teatro Petrolini il 19-20 febbraio 2026 alle ore 20:45

Il 21 febbraio 2026 (Doppio Appuntamento) 17:30-20:45

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE TEATRO – ARTICOLO DEL 8 FEBBRAIO 2026]

L’AMICIZIA MASCHILE E FEMMINILE – Tra le righe dell’anima di Chiara Narracci per DETTI E FUMETTI

Amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi parliamo di amicizia maschile e femminile. Si bisogna distinguere il genere perche’ sono completamente divere e capirlo puo’ aiutare ad “attingere” caratteristiche utili a tutti.

Dentro ognuno di noi c’è una sfera femminile e una sfera maschile dalla quale noi possiamo attingere tanto noi quanto gli uomini anche per gestirci meglio a livello amicale.

Fateci caso gli uomini riescono a conservare le amicizie dall’infanzia, addirittura quelle della primissima infanzia, fino alla vecchiaia; probabilmente gestiscono l’amicizia riconoscendogli un grandissimo valore nella sua capacità di alleggerire la percezione personale della realtà per distrarsi dalle sofferenze interiori;

Guardiamo bene la maggior parte delle donne invece tende a riprodurre quel rapporto viscerale che in qualche modo abbiamo avuto avremmo desiderato avere con la madre; bene di mamma ce n’è una sola,ok; ricorda che la tua migliore amica resterai sempre e comunque te stessa; ricorda che non c’è bisogno di raccontare tutti i fatti tuoi alle amiche al fine di suggellare amicizie (eterne?) che la maggior parte delle volte invece, non per cattiveria, magari per superficialità, per noia, per pochezza dell’individuo, finiscono; esperienza nella quale almeno una volta siamo cascate tutte. Quante vengono tradite queste amicizie? Quindi cosa fare? Possiamo gestire le amicizie un po’ più come fanno gli uomini, godendone veramente nella loro funzione principale che è quella di distrarci dal nostro mondo interiore quando diventa pesante.

Un abbraccio e ci vediamo al prossimo episodio de TRA LE RIGHE DELL’ANIMA.

per i pigri se volete riascoltare l’articolo e condividerlo con le vostre amiche… ricordate c’è sempre il video QUI

[CHIARA NARRACCI per DETTI E FUMETTI – sezione sociologia – articolo de 7 febbraio 2026]

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