Amici di Detti e Fumetti oggi vogliamo consigliarvi una visita alla nuova mostra su MARIO SCHIFANO che si sta tenendo presso il Palazzo delle esposizioni di Roma .
Negli ultimi tempi, la figura di Mario Schifano ha vissuto una potente riscoperta istituzionale, culminata in mostre che hanno finalmente restituito ordine al suo caos creativo. L’ultima grande retrospettiva significativa ha messo in luce non solo il “pittore maledetto”, ma lo studioso dell’immagine mediatica. Le sale espongono i celebri monocromi degli anni ’60,
dove il colore è colata materica, segnali stradali di un’Italia che correva verso il boom. Si passa poi ai paesaggi anemici
e alle rivisitazioni della storia dell’arte, dove Schifano “rifà” Futurismo e De Chirico
con la velocità di un clic televisivo.
L’allestimento evidenzia il suo rapporto ossessivo con la tecnologia: le fotografie ritoccate e le tele computerizzate degli anni ’80 e ’90 testimoniano una fame di futuro senza precedenti.
Vedere le sue opere oggi significa immergersi in un flusso ininterrotto di loghi (Coca-Cola, Esso) e natura filtrata dallo schermo. La mostra non celebra solo un artista, ma un sismografo umano capace di registrare ogni scossa della cultura di massa. È un’esperienza psichedelica e lucida, che conferma Schifano come l’unico vero rivale europeo di Andy Warhol, ma con una passionalità e una tragedia squisitamente mediterranee.
Biografia
Mario Schifano (Homs, 1934 – Roma, 1998) è stato il volto elettrico della Scuola di Piazza del Popolo.
Le Origini: Nato in Libia, si trasferisce a Roma dove lavora inizialmente al Museo Etrusco di Villa Giulia (esperienza che segnerà il suo uso della materia e dei fondi).
L’Ascesa: Negli anni ’60 diventa una star internazionale. Amico dei Rolling Stones e frequentatore della Factory di Warhol, incarna perfettamente il binomio genio e sregolatezza.
Lo Stile: Pioniere nell’uso di smalti e nitro su carta telata, ha traghettato la pittura verso l’era della riproducibilità tecnica, utilizzando la televisione come musa costante.
L’Eredità: Nonostante una vita segnata da eccessi e problemi giudiziari, la sua produzione sterminata resta una colonna portante dell’arte contemporanea, simbolo di una libertà espressiva che non accettava confini tra “alto” e “basso”.
“Io non dipingo quello che vedo, ma quello che guardo.” — Mario Schifano
[ Filippo Novelli per Detti e Fumetti – sezione arte- articolo del 26 aprile 2026]
Maria Barosso visse tra il 1879 e il 1960 e fu testimone delle grandi trasformazioni urbanistiche di Roma.
Grazie alla sua arte e al rigore filologico e’ annoverata tra le cosidette artiste archeologiche. I suoi acquerelli sono memorabili per resa estetica e precisione documentale
Grazie alle sue prospettive, alla rappresentazione delle atmosfere, la dovizia di particolari, oggetti, impalcature e attrezzature, riusciamo a immergerci nell’Italia del primo 900.
Riportiamo una selezione di opere in parte ricavate dalla mostra monografica che le e’ stata dedicata a marzo di questo anno: MARIA BAROSSO,artista e archeologa nella Roma in trasformazione – Centrale Monte Martini ( 17/10/25-15/03/26)
[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 15.03.26]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi vi parleremo di quando si tradisce, cosa si fa e cosa invece si dovrebbe fare.
Sabato sono stata ad un corso di aggiornamento organizzato dal Centro La Famiglia di Roma dal titolo ‘Il tradimento nelle coppie‘. Ci sono stati diversi interventi molto interessanti, soprattutto uno di Sergio Premoli, un collega che ha messo in evidenza cosa accade all’interno di ogni rapporto quando ci sono dei tradimenti.
Un tradimento si concretizza spesso e nei modi piu’ disparati. Ad esempio all’interno di un rapporto di coppia si ha un tradimento quando la fase dell’ innamoramento finisce e tu apri gli occhi sulla realtà dell’altra persona, è un tradimento rispetto all’idea che c’eravamo fatti dell’altro. Ci sono tanti tipi di tradimento: non soltanto fisici, ma anche economici, lavorativi, o organizzativi come per le scelte da fare nell’educazione che si sperava di impartire congiuntamente nei confronti dei figli.
Qual è l’atteggiamento migliore da avere nei confronti dei tradimenti che sinsubiscono? Innanzitutto, non viverli con la colpa, perché la colpa prevede vendetta, del tipo ‘mi hai tradito e ora te la faccio pagare’.
Ogni volta che in qualche modo tradiamo o siamo traditi si viene a creare un danno . In qiesti casi la domanda da porci è: cosa posso fare per evitare il danno?
La cosa migliore che possiamo fare è intanto prenderci un attimo di tempo e di spazio per ricentrarci, perché quando viviamo delle forti emozioni non siamo lucidi e rischiamo di prendere delle decisioni azzardate. Una volta tornati con i piedi per terra, la cosa migliore da fare è aprirsi ad una comunicazione intima, caratterizzata non dal puntare il dito, ma dall’ascolto e dall’autosservazione delle nostre responsabilità.
Ogni volta che un rapporto ha una crisi dovuta a uno dei tanti tradimenti, è bene andare a caccia della propria parte di responsabilità perché c’è sempre una corresponsabilità.
Più che alimentare un sentimento di vendetta, è molto più utile riaprirsi ad una comunicazione intima capace di risvegliare l’aspetto amicale del rapporto, che è alla base anche del rapporto sessuale. Bisogna vedere se ci sono le condizioni per riscegliersi, per riscegliere il bene e il piacere di avere un atteggiamento amabile nei confronti dell’altra persona, di noi stessi e della vita, perché abbiamo solo questa.
[CHIARA NARACCI PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE SOCIOLOGIA- ARTICOLO DEL 30 MARZO 2026]
Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi intervistiamo il regista Massimo Baiocco.
Gli lascio la parola per presentarsi.
Massimo: Sono nato a Roma nel 1971, cresciuto con la passione per Roma (e per la Roma) tramandata da mio padre. Amo da sempre Gigi Proietti che considero un genio assoluto, da me apprezzato per la sua maestria e poliedricità, oltre che per l’impegno nella diffusione della cultura del teatro. Apprezzo altresì autori ed attori anche della cultura e tradizione napoletana, da Totò a Vincenzo Salemme. Mi considero un fruitore appassionato dell’arte recitativa, alla quale mi sono affacciato come “attore amatoriale” solo in età avanzata, verso i 40 anni. Parallelamente alla passione per il teatro c’è quella per la scrittura di poesie, sonetti e canzoni da sempre coltivata. Nella vita mi occupo di tutt’altra cosa, lavorando per una grande azienda di telecomunicazioni.
W. quando e come sei stato contagiato dalla passione per il teatro?
M. Sono cresciuto con la passione per Gigi Proietti ed i suoi personaggi, di cui conoscevo le battute a memoria e che provavo continuamente ad imitare. Naturalmente anche la grande scuola romana dei vari Sordi, Fabrizi, Manfredi ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione teatral-culturale. Ricordo interi pomeriggi estivi trascorsi con gli amichetti in cortile a rifare le scene viste in tv. Poi da più grandicello appena ho iniziato a lavorare, con i primi guadagni, sono riuscito a coronare il sogno di andare a teatro ad ammirare dal vivo il grande Gigi e vedere altre opere, per lo più commedie, non disdegnando comunque i classici e la tradizione della commedia dell’arte. Non ho mai fatto alcuna scuola di recitazione, la mia è unicamente una pura passione.
W. Come è nato il sodalizio con la compagnia teatrale “Noi Preferiamo Il Paradiso”?
M. Ricordo di essere entrato in punta di piedi nel 2014 nella Compagnia teatrale della parrocchia Nostra Signora di Guadalupe a Monte Mario chiamata LaVitaèbellacosì, partecipando ad alcuni spettacoli dapprima come comparsa, poi fra gli attori protagonisti. Un paio di anni più tardi, la regista andò via e venne chiesto a me di occuparmi appieno della Compagnia anche come regista, cosa che fino ad allora non avevo mai fatto! Ho accettato con entusiasmo e dopo le prime naturali titubanze, mi sono tuffato nel triplice ruolo di autore, regista e attore con crescente impegno e passione, scrivendo e riuscendo a portare in scena alcuni spettacoli (sempre del tipo commedia brillante) dove all’interno trovavano spazio anche alcune mie poesie. Questi alcuni dei titoli: Tutti i giorni è Natale, L’Amore insegna agli uomini, Varietà di Natale, Se Dio vuole, Storia di Checco e Nina, Natale che spettacolo!
Poi d’improvviso arrivò l’incubo covid e ci dovemmo fermare. La Compagnia era molto particolare, constava di circa 50 elementi (!) dai 6 ai 70 anni e puoi immaginare la difficoltà di scrivere una parte ed un ruolo affinchè tutti potessero prendere parte agli spettacoli. Tra l’altro subito prima del covid, erano iniziati dei lavori di ristrutturazione del teatro parrocchiale che vennero poi bloccati, lasciando il teatro inutilizzabile e non praticabile. Restammo fermi per circa 3 anni, finchè non appena ci fu la possibilità di riprendere le attività in presenza, decisi di richiamare tutti i componenti della Compagnia con lo scopo principale di ricostruire (proprio fisicamente!) il teatro e restituirlo alla collettività. Dei 50 elementi di 3 anni prima, eravamo rimasti poco piu’ della metà, ma tutti con una gran voglia di fare qualcosa di eccezionale e di grande; ci improvvisammo così falegnami, elettricisti, muratori, pittori, sarti, scenografi e chissà quante altre cose
Nel giro di qualche mese facemmo rinascere il nostro teatro! Ci trovavamo nel mezzo di un cambiamento epocale dettato dagli eventi e dalla situazione contingente; decisi così di rifondare la Compagnia a cui diedi il nome di Noi Preferiamo il Paradiso e a dicembre 2023, portammo in scena un nuovo spettacolo chiamato appunto Preferisco il Paradiso, un omaggio al Maestro Gigi, scomparso proprio durante il covid e soprattutto una dedica ad Antonio un mio carissimo amico fraterno, venuto a mancare. Il resto è storia attuale, la Compagnia con cadenza annuale mette in scena un nuovo spettacolo (con mia grande fatica!) il cui ricavato va totalmente in beneficenza. L’ultimo spettacolo, portato in scena per la quarta replica pochi giorni fa, ha preso il titolo e l’spirazione da una mia canzone intitolata Roma all’incontrario.
W. Quando assegni un ruolo su cosa basi la scelta?
M. Già in fase di scrittura del soggetto e del copione, cerco di pensare a chi poter assegnare un tale personaggio, in base alle caratteristiche degli attori. Voglio che ognuno si esprima al massimo delle sue possibilità e potenzialità, secondo le proprie attitudini e caratteristiche personali, senza metterlo in difficoltà con ruoli che non rientrano nelle sue corde. Ci sono attori che per rendere al meglio, devi lasciare a briglia sciolta, pur indicandogli le linee guida da seguire sul mio modo di vedere ed interpretare una scena, altri che devi necessariamente guidare in maniera più specifica per farli muovere più a loro agio nel contesto da me pensato. Molto spesso le scene che scrivo, trovano pieno compimento durante la recitazione mia e degli attori, attraverso situazioni, magari improvvisate lì per lì, che rendono la scena molto più fruibile e veritiera. Una delle mie maggiori difficoltà sta nel fatto che siamo una Compagnia “aperta”, nel senso che anche in corso d’opera, di prove già avviate o di copioni già scritti, capita che qualche “attore” venga ad aggiungersi alla Compagnia, anche al nuovo arrivato voglio dare la possibilità di recitare, quindi mi trovo di continuo a modificare scene, aggiungere personaggi, canzoni od altro. Devo dire che non posso proprio annoiarmi!
W. Dirigere un gruppo adulti e ragazzi è una grande responsabilità, come ti poni davanti ai tuoi attori?
M. Come in ogni realtà, anche nel teatro devono esserci delle regole e dei ruoli da rispettare da parte di ognuno, come nella vita alla base di tutto c’è il rispetto del prossimo. Il mio modo di intendere il teatro è basato essenzialmente sulla condivisione. Ho piacere che tutti siano soddisfatti di ciò che fanno e condividano appieno i motivi per cui si sta facendo qualcosa, non tanto nell’ottica della realizzazione dello spettacolo finale, ma nel senso dello stare insieme per costruire un progetto od un cammino comune. In particolare per i ragazzi, ma anche per noi adulti, l’esprimersi sul palco aiuta a liberarci delle nostre paure ed insicurezze, infonde una maggior autostima e consapevolezza dei propri mezzi, facilita la socializzazione e l’apertura verso il prossimo, inoltre deve crearsi uno spirito collaborativo e di mutuo soccorso con il tuo “collega” attore, che in quel momento sta recitando insieme a te: devi essere pronto a sostenerlo in caso di difficoltà o dimenticanze, come lui deve fare con te. Ai miei attori cerco di spiegare i perché delle mie scelte artistiche nell’assegnazione dei ruoli, dei temi da trattare, nei modi di interpretare una scena, ascoltando anche i loro pareri poi chiaramente alla fine, la decisione deve obbligatoriamente essere del regista che va ad assumersi la responsabilità di ciò che porta in scena. Mi piace intendere la Compagnia come se fosse una squadra di calcio ed il regista come un allenatore, che deve far rendere al meglio ognuno degli “atleti” a disposizione: ognuno di loro ha la stessa identica importanza nel portare a termine la partita nel migliore dei modi, c’è chi para, chi difende e chi attacca, ma tutti partecipano e contribuiscono al risultato per la squadra.
W. Il regista ha delle responsabilità non solo verso gli attori ma anche nei confronti del pubblico, è vero secondo te?
M. Assolutamente si, con il pubblico c’è da sempre un patto non scritto, per citare il grande Gigi Proietti: “nel teatro tutto è finto ma niente c’è di falso”, il pubblico che viene ad assistere ad uno spettacolo, sa perfettamente che ciò che vede non è la realtà, ma è disposto a crederla tale, se chi la mette in scena farà in modo di renderla più credibile e veritiera possibile. Anche se le storie sono inventate, quindi finte, tutte le emozioni suscitate, come la gioia, la commozione, l’ansia o la paura sono assolutamente autentiche. E’ responsabilità degli attori e soprattutto del regista che li dirige, onorare sempre questo patto.
W. Come vedi la figura dell’attore nella realtà quotidiana, come può contribuire all’interno della società?
M. L’attore è per definizione un sognatore ed un visionario ed è proprio la dimensione del sogno, che potrebbe contribuire a rendere migliore la realtà quotidiana. Ogni scoperta, ogni invenzione, ogni passo avanti dell’umanità è stato reso possibile grazie al sogno di qualche persona illuminata e visionaria, che non si è arresa al pensiero comune tradizionale, ma ha voluto vedere qualcosa di diverso e migliore, che fino ad allora, nessuno aveva mai immaginato o ipotizzato. La recitazione crea momenti di condivisione, riuscendo ad unire in un unico contesto, il teatro, persone della più varia estrazione, ideologia, età e classe sociale, donando una comune esperienza emotiva, che ciascuno potrà rielaborare riflettendo in maniera critica e personale su quanto ha assistito e perché no, anche sul proprio vissuto. Anche nei momenti difficili, specie quelli del nostro tempo, l’attore offre al pubblico, quindi alla società, momenti di svago, attimi di serenità, gioia, facendo astrarre le persone dalla dura realtà, divenendo portatore sano di cultura e bellezza.
W. Il tuo sogno nel cassetto?
M. Ho sempre pensato che condividere le emozioni del palco con le persone a cui vuoi bene sia un dono, in questo senso il mio primo sogno nel cassetto l’ho già realizzato da tempo, potendo condividere la passione per il teatro con i miei più grandi amori: mia moglie e mia figlia. Per quanto riguarda invece il percorso artistico, mi piacerebbe poter esportare i miei lavori e far esprimere la Mia Compagnia, anche in altri teatri e spazi culturali diversi da quelli in cui ci esibiamo solitamente, questo per metterci maggiormente in gioco uscendo dalla nostra comfort zone e proporci ad un pubblico differente rispetto a quello abituale. Grazie del tempo che mi hai dedicato.
W. Bene caro Massimo Grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata sul mondo delle compagnie amatoriali.
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti sez. Teatro- articolo del 18 marzo 2026]
Cari amici di Detti e Fumetti si e’ da poco concluso l’evento QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO che ha visto tra gli ospiti anche me.
Sono contenta di condividere con voi un estratto della mia intervista che entra a far parte degli episodi di TRA LENRIGHE DELL’ANIMA poiche’ credo molto all’importanza del tema che abbiamo affrontato: L’IMPORTANZA DI COMUNICARE CON GENTILEZZA.
MASSIMO CANORRO:A proposito di comunicazione volevo chiedere a Chiara quanto la comunicazione e come la comunicazione condiziona il nostro vissuto.
Chiara:Beh, diciamo la verità: quando siamo piccoli il modo in cui i nostri genitori ci descrivono, quindi gli aggettivi che più spesso ci rimandano per descriverci, ci condizionano tantissimo perché quando siamo molto piccoli ovviamente siamo dipendenti in tutto e per tutto da loro . Di conseguenza, definiamo l’idea che abbiamo di noi stessi attraverso il modo in cui loro ci descrivono e attraverso le parole che noi utilizziamo per descrivere la nostra realtà.
Poi, quando diventiamo adulti, la deformiamo pesantemente: se io tutte le mattine mi sveglio e vado cercando di portare in giro una bella versione di me stessa, cercando di andare a caccia di bellezza nelle piccole cose, allora molto probabilmente avrò una gran bella vibrazione. E siccome le emozioni viaggiano a livello di vibrazione e sono contagiose, avrò sicuramente molte più possibilità di toccare la bellezza dentro di me, intorno a me e nelle altre persone.
Quindi le parole che noi utilizziamo sono importantissime in ogni tipo di rapporto.
Quando Dario mi ha chiesto di fare l’intervista è stato pazzesco perché lui dice “diamo tempo, a me interessa la persona”, ma la gentilezza con la quale si approccia, il modo in cui ti mette nelle condizioni di darti quel tempo e’ fondamentale.
Io credo che la chiave della gentilezza sia qualcosa che abbiamo molto perso, perché andiamo talmente tanto di fretta che non ci badiamo piu’.
Nel mio lavoro di consulente familiare, la chiave per aiutare le persone a respirare piano piano, a insegnargli a volersi bene e a godere della loro vita per quello che sono e per quello che hanno, è proprio quella gentilezza, il rispetto di quello che siamo e il rispetto dell’altro.
Invece, la maggior parte delle volte all’interno delle mura domestiche ognuno di noi si sente in diritto di scaricare addosso agli altri tutti i propri nervosismi; non c’è niente di più brutto perché, in fondo, se stiamo insieme è proprio perché ti voglio bene e tifo per te. Eppure diamo tanto per scontato: “vabbè, ma è ovvio che ti voglio bene, è ovvio che ti amo”. Ma dillo, dillo e agisci in nome di quell’amore …dimostralo l’amore, perché non è scontato affatto.
Anche perché le critiche entrano, i complimenti scivolano; la parola gentile, lo sguardo gentile, la grazia con cui ti poni verso l’altro è qualcosa di prezioso.»
Per chi vuole vedere il mio intervento, lo trova QUI
Io sono CHIARA NARACCI, questa e’ Tra le righe dell’anima e noi ci vediamo al prossimo episodio.
Restate connessi
[CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI- SEZIONE DI SOCIOLOGIA- ARTICOLO DEL 18 MARZO 2026]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi parliamo del nostro prossimo.
Volevo condividere con voi una scoperta, nella mia immensa ignoranza, fatta poco tempo fa ad uno spettacolo di Corrado Augas dal titolo Musica e spiritualità.
Augias ha fatto notare che nel Vangelo secondo Matteo la frase di Gesù : ‘non fare agli altri quello che non vuoi che venga fatto a te”, in realta’ è messa in forma affermativa: cioè, ‘fai agli altri quello che vorresti che venisse fatto a te’.
Una frase del genere e’potente perché rimanda allo scegliere in prima persona se stessi; al prenderci in considerazione e piantarla di viverci sempre in risposta ai comportamenti degli altri.
Ed questo e’ un atteggiamento meraviglioso da tenere. Ricordiamocelo sempre.
Per chi vuole vedere il video sull’argomento, fate click QUI
Noi ci vediamo al prossimo elisodio di TRA LE RIGHE DELL’ANIMA.
[ CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI. SEZIONE SOCIOLOGIA. ARTICOLO DEL 19 MARZO 2026]
Tra le righe dell’anima oggi vuole raccontarvi di come si combatte l’egoismo dei figli.
Molte mamme soffrono per gli egoismi dei figli; è fondamentale ricordare che nasciamo come “animaletti” mossi dall’istinto e dall’egoismo. La trasformazione in “belle persone” avviene attraverso una lunga educazione dell’anima che dura circa 25 anni, basata sull’esempio dei genitori, su piccoli gesti di cura e su necessari interventi di contenimento.
Man mano che i figli crescono, i genitori devono imparare a fare un passo indietro, poiché i figli devono iniziare ad assumersi la responsabilità della qualità dei loro rapporti. È importante evitare di cadere nel vittimismo Ho sentito dire spesso frasi del tipo: “nessuno mi considera” o “faccio tutto per loro e mi trattano male”.
Se i figli ci vedono come vittime, è probabile che ci stiamo comportando come tali; invece, cerchiamo di essere capaci di scegliere, di dire di no e di decidere che tipo di persona vogliamo essere.
Per cambiare questa dinamica, è utile:
Responsabilizzare i figli, facendoli sentire importanti e riconoscendo il loro valore.
Imparare a chiedere aiuto in maniera decisa e ferma, invece di soffrire perché non ci viene offerto spontaneamente.
Responsabilizzarli quando si comportano male.
Spesso i figli scaricano i propri nervosismi sulle madri perché si sentono “forti nelle viscere del nostro amore” e, di conseguenza, si sentono in diritto di sgarrare.
Il compito del genitore è quello di contenerli, adottando la strategia di salvare l’amore, ma condannare il comportamento sbagliato volta per volta. È un percorso lungo, ma necessario.
Franco Battiato, come sappiamo, è stato un cantautore molto particolare, nel senso che ha unito l’attenzione maniacale nei confronti della composizione e degli arrangiamenti e quindi della musica in senso stretto, alla ricerca spirituale.
Franco Battiato – ritratto di Filippo Novelli
La sua vita è stata un viaggio che ha attraversato tradizioni esoteriche, religiose e filosofiche molto diverse tra loro. Parlare di religione in Battiato non è compito facile o almeno non lo è se il tutto si riconduce ad una matrice confessionale.
La sua ricerca è passata attraverso l’induismo, Gurdjieff, il sufismo, il cristianesimo, lo shivaismo del Kashmir, il buddhismo tibetano, religioni tra cui è oggettivamente impossibile una sintesi armonica anche in tempo di pluralismo religioso.
Battiato cita come suo Maestro fondamentale proprio Gurdjieff. Semplificando possiamo dire che per Gurdjieff le religioni erano dei mezzi allo scopo di risvegliare la coscienza.
Possiamo in ultima analisi definire Battiato un sincretista e non come molto spesso si sente dire di un Battiato Buddhista, o almeno non era soltanto questo.
Il sincretismo è infatti un accordo o fusione di dottrine di origine diversa, sia nella sfera delle credenze religiose sia in quella delle concezioni filosofiche.
Per fare solo un esempio filosofico, nel testo della canzone scelta, c’è molto di quello stoicismo ateniese del 300 a.C. circa.
Per raggiungere integrità morale e spirituale, gli stoici praticavano il dominio sulle passioni che avrebbero potuto arrecare turbamento e guastare la ricerca della saggezza.
L’album “Fisiognomica” esce nel 1988. Sin dal titolo si richiama una “scienza” che nell’antichità si proponeva di interpretare il carattere di una persona attraverso i suoi tratti somatici.
Per capire quanto sia spirituale questo album basta ricordare il concerto tenuto nel marzo del 1989 in Vaticano, in Sala Nervi, davanti a Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla.
L’album presenta brani divenuti poi classici nel repertorio di Battiato come Nomadi, L’oceano di silenzio, E ti vengo a cercare.
Proprio quest’ultima prenderò in esame.
Da un punto di vista prettamente sonoro i suoni sono utilizzati per meglio disegnare lo sfondo ad un testo impegnato e viaggiante allo stesso tempo. Possiamo parlare di un brano accessibile al grande pubblico ma con finezze strutturali e sonore.
EMS VCS3 sintetizzatore utilizzato da Battiato (pionierendella musica elettronica italiana)
È scritto come una canzone d’amore ma, come ebbe a dire lo stesso autore, mira più in alto di quello che potrebbe essere l’amore tra un genitore e un figlio, un uomo e una donna e altro.
Mira un bel po’ più in alto nelle sue intenzioni, ma è leggibile anche come una canzone d’amore ‘terreno’ se così ci si può esprimere.
Il testo parte da una dichiarazione e un bisogno, quello dell’autore, di un incontro, solo per parlare, vedere. Un bisogno che nasce dalla convinzione che solo quell’incontro, quella presenza, possa dispiegare la vera essenza di ciò che si è.
Ma proprio questa ricerca del sé, del ritrovarsi nell’Altro, trova la sua compiutezza nel perdersi in un immenso atto di fiducia che va verso la disintegrazione del sé affidandolo totalmente all’Altro.
Il testo traccia anche, per un breve tratto, una feroce critica verso quel ‘secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità’ ma che non deve lasciare inermi, anzi reagire, migliorarsi con maggior volontà.
È appunto la ricerca di sé, volontà di perdersi nell’Altro per ritrovare sé stessi ma per perdersi ancora.
Poi arriva la parte stoica in cui Battiato invita ad emanciparsi dalle passioni che hanno il potere di arrecare turbamento e guastare la ricerca della saggezza intrapresa.
Poi, l’autore è molto esplicito nell’annunciare cosa cerca e cosa ricerca: Cercare l’uno al di sopra del bene e del male, Essere un’immagine divina di questa realtà.
Qui la filosofia ci viene in soccorso con varie figure e varie correnti. L’archè presocratico, il motore immobile aristotelico, ma ancor di più il concetto di Uno di Plotino, prima realtà sussistente, infinito, al di sopra della nostra comprensione, dello spazio e del tempo.
La fine del testo esorta alla ricerca dell’Altro, perché è questa a renderci un’immagine divina di questa realtà, questa presenza che ci accompagna a scoprirci per poi lasciarci disintegrare e raggiungere l’eternità in una completa rinuncia di sé come viaggatori eterni senza spazio e tempo.
[FABRIZIO DEL MARCHESATO per DETTI E FUMETTI – SEZIONE MUSICA – ARTICOLO DEL 5 MARZO 2026]
Cara amiche e amici di DETTIBE FUMETTI, oggi parleremo di uno “status” di noi donne che sociologicamente parlando ha una spiegazione chiara e evidente.
Ma voi l’avete capito perché gli uomini ci danno tanto delle rompicoglioni? Secondo me è perché in qualche modo tendiamo a chiedere di essere viste, di essere considerate, di essere importanti… come se noi, per sentirci viste, considerate e importanti, dovessimo passare attraverso di loro.
E quando così non è, andiamo incontro ad una sempre maggiore tristezza che ci porta poi a ‘far saltare il banco’ e appararire come delle ROMPISCATOLE.
E se noi imparassimo a prenderci in considerazione in prima persona, volta dopo volta, scelta dopo scelta? Della serie: invece di chiedere ‘che facciamo questo weekend?’, siamo anche noi libere di dire ‘io questo weekend vado al cinema, vuoi venire?‘. E se non gli va, pace, ci vediamo dopo.
Possiamo andare al cinema sconsolate perché dobbiamo andare da sole, perché lui non viene con noi, o felici perché andiamo a fare qualcosa che desideriamo fare, libere. E quando torniamo a casa possiamo essere, invece che richiedenti, ‘sottone’, persone che prendono la propria vita in mano, scegliendo volta per volta, giorno dopo giorno, cosa è buono per noi.
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.