Willy intervista Massimo Baiocco Regista

Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi intervistiamo il regista Massimo Baiocco.

Gli lascio la parola per presentarsi.

Massimo: Sono nato a Roma nel 1971, cresciuto con la passione per Roma (e per la Roma) tramandata da mio padre. Amo da sempre Gigi Proietti che considero un genio assoluto, da me apprezzato per la sua maestria e poliedricità, oltre che per l’impegno nella diffusione della cultura del teatro. Apprezzo altresì autori ed attori anche della cultura e tradizione napoletana, da Totò a Vincenzo Salemme. Mi considero un fruitore appassionato dell’arte recitativa, alla quale mi sono affacciato come “attore amatoriale” solo in età avanzata, verso i 40 anni. Parallelamente alla passione per il teatro c’è quella per la scrittura di poesie, sonetti e canzoni da sempre coltivata. Nella vita mi occupo di tutt’altra cosa, lavorando per una grande azienda di telecomunicazioni.

W. quando e come sei stato contagiato dalla passione per il teatro?

M. Sono cresciuto con la passione per Gigi Proietti ed i suoi personaggi, di cui conoscevo le battute a memoria e che provavo continuamente ad imitare. Naturalmente anche la grande scuola romana dei vari Sordi, Fabrizi, Manfredi ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione teatral-culturale. Ricordo interi pomeriggi estivi trascorsi con gli amichetti in cortile a rifare le scene viste in tv. Poi da più grandicello appena ho iniziato a lavorare, con i primi guadagni, sono riuscito a coronare il sogno di andare a teatro ad ammirare dal vivo il grande Gigi e vedere altre opere, per lo più commedie, non disdegnando comunque i classici e la tradizione della commedia dell’arte. Non ho mai fatto alcuna scuola di recitazione, la mia è unicamente una pura passione.

W. Come è nato il sodalizio con la compagnia teatrale “Noi Preferiamo Il Paradiso”? 

M. Ricordo di essere entrato in punta di piedi nel 2014 nella Compagnia teatrale della parrocchia Nostra Signora di Guadalupe a Monte Mario chiamata LaVitaèbellacosì, partecipando ad alcuni spettacoli dapprima come comparsa, poi fra gli attori protagonisti. Un paio di anni più tardi, la regista andò via e venne chiesto a me di occuparmi appieno della Compagnia anche come regista, cosa che fino ad allora non avevo mai fatto! Ho accettato con entusiasmo e dopo le prime naturali titubanze, mi sono tuffato nel triplice ruolo di autore, regista e attore con crescente impegno e passione, scrivendo e riuscendo a portare in scena alcuni spettacoli (sempre del tipo commedia brillante) dove all’interno trovavano spazio anche alcune mie poesie. Questi alcuni dei titoli: Tutti i giorni è Natale, L’Amore insegna agli uomini, Varietà di Natale, Se Dio vuole, Storia di Checco e Nina, Natale che spettacolo!

Poi d’improvviso arrivò l’incubo covid e ci dovemmo fermare. La Compagnia era molto particolare, constava di circa 50 elementi (!) dai 6 ai 70 anni e puoi immaginare la difficoltà di scrivere una parte ed un ruolo affinchè tutti potessero prendere parte agli spettacoli. Tra l’altro subito prima del covid, erano iniziati dei lavori di ristrutturazione del teatro parrocchiale che vennero poi bloccati, lasciando il teatro inutilizzabile e non praticabile. Restammo fermi per circa 3 anni, finchè non appena ci fu la possibilità di riprendere le attività in presenza, decisi di richiamare tutti i componenti della Compagnia con lo scopo principale di ricostruire (proprio fisicamente!) il teatro e restituirlo alla collettività. Dei 50 elementi di 3 anni prima, eravamo rimasti poco piu’ della metà, ma tutti con una gran voglia di fare qualcosa di eccezionale e di grande; ci improvvisammo così falegnami, elettricisti, muratori, pittori, sarti, scenografi e chissà quante altre cose

Nel giro di qualche mese facemmo rinascere il nostro teatro! Ci trovavamo nel mezzo di un cambiamento epocale dettato dagli eventi e dalla situazione contingente; decisi così di rifondare la Compagnia a cui diedi il nome di Noi Preferiamo il Paradiso e a dicembre 2023, portammo in scena un nuovo spettacolo chiamato appunto Preferisco il Paradiso, un omaggio al Maestro Gigi, scomparso proprio durante il covid e soprattutto una dedica ad Antonio un mio carissimo amico fraterno, venuto a mancare. Il resto è storia attuale, la Compagnia con cadenza annuale mette in scena un nuovo spettacolo (con mia grande fatica!) il cui ricavato va totalmente in beneficenza. L’ultimo spettacolo, portato in scena per la quarta replica pochi giorni fa, ha preso il titolo e l’spirazione da una mia canzone intitolata Roma all’incontrario.

W. Quando assegni un ruolo su cosa basi la scelta?

M. Già in fase di scrittura del soggetto e del copione, cerco di pensare a chi poter assegnare un tale personaggio, in base alle caratteristiche degli attori. Voglio che ognuno si esprima al massimo delle sue possibilità e potenzialità, secondo le proprie attitudini e caratteristiche personali, senza metterlo in difficoltà con ruoli che non rientrano nelle sue corde. Ci sono attori che per rendere al meglio, devi lasciare a briglia sciolta, pur indicandogli le linee guida da seguire sul mio modo di vedere ed interpretare una scena, altri che devi necessariamente guidare in maniera più specifica per farli muovere più a loro agio nel contesto da me pensato. Molto spesso le scene che scrivo, trovano pieno compimento durante la recitazione mia e degli attori, attraverso situazioni, magari improvvisate lì per lì, che rendono la scena molto più fruibile e veritiera.   Una delle mie maggiori difficoltà sta nel fatto che siamo una Compagnia “aperta”, nel senso che anche in corso d’opera, di prove già avviate o di copioni già scritti, capita che qualche “attore” venga ad aggiungersi alla Compagnia, anche al nuovo arrivato voglio dare la possibilità di recitare, quindi mi trovo di continuo a modificare scene, aggiungere personaggi, canzoni od altro. Devo dire che non posso proprio annoiarmi!

W. Dirigere un gruppo adulti e ragazzi  è una grande responsabilità, come ti poni davanti ai tuoi attori?

M. Come in ogni realtà, anche nel teatro devono esserci delle regole e dei ruoli da rispettare da parte di ognuno, come nella vita alla base di tutto c’è il rispetto del prossimo. Il mio modo di intendere il teatro è basato essenzialmente sulla condivisione. Ho piacere che tutti siano soddisfatti di ciò che fanno e condividano appieno i motivi per cui si sta facendo qualcosa, non tanto nell’ottica della realizzazione dello spettacolo finale, ma nel senso dello stare insieme per costruire un progetto od un cammino comune. In particolare per i ragazzi, ma anche per noi adulti, l’esprimersi sul palco aiuta a liberarci delle nostre paure ed insicurezze, infonde una maggior autostima e consapevolezza dei propri mezzi, facilita la socializzazione e l’apertura verso il prossimo, inoltre deve crearsi uno spirito collaborativo e di mutuo soccorso con il tuo “collega” attore, che in quel momento sta recitando insieme a te: devi essere pronto a sostenerlo in caso di difficoltà o dimenticanze, come lui deve fare con te.  Ai miei attori cerco di spiegare i perché delle mie scelte artistiche nell’assegnazione dei ruoli, dei temi da trattare, nei modi di interpretare una scena, ascoltando anche i loro pareri poi chiaramente alla fine, la decisione deve obbligatoriamente essere del regista che va ad assumersi la responsabilità di ciò che porta in scena. Mi piace intendere la Compagnia come se fosse una squadra di calcio ed il regista come un allenatore, che deve far rendere al meglio ognuno degli “atleti” a disposizione: ognuno di loro ha la stessa identica importanza nel portare a termine la partita nel migliore dei modi, c’è chi para, chi difende e chi attacca, ma tutti partecipano e contribuiscono al risultato per la squadra.

W. Il regista ha delle responsabilità non solo verso gli attori ma anche nei confronti del pubblico, è vero secondo te?

M. Assolutamente si, con il pubblico c’è da sempre un patto non scritto, per citare il grande Gigi Proietti: “nel teatro tutto è finto ma niente c’è di falso”, il pubblico che viene ad assistere ad uno spettacolo, sa perfettamente che ciò che vede non è la realtà, ma è disposto a crederla tale, se chi la mette in scena farà in modo di renderla più credibile e veritiera possibile. Anche se le storie sono inventate, quindi finte, tutte le emozioni suscitate, come la gioia, la commozione, l’ansia o la paura sono assolutamente autentiche. E’ responsabilità degli attori e soprattutto del regista che li dirige, onorare sempre questo patto.

W. Come vedi la figura dell’attore nella realtà quotidiana, come può contribuire all’interno della società?

M. L’attore è per definizione un sognatore ed un visionario ed è proprio la dimensione del sogno, che potrebbe contribuire a rendere migliore la realtà quotidiana. Ogni scoperta, ogni invenzione, ogni passo avanti dell’umanità è stato reso possibile grazie al sogno di qualche persona illuminata e visionaria, che non si è arresa al pensiero comune tradizionale, ma ha voluto vedere qualcosa di diverso e migliore, che fino ad allora, nessuno aveva mai immaginato o ipotizzato. La recitazione crea momenti di condivisione, riuscendo ad unire in un unico contesto, il teatro, persone della più varia estrazione, ideologia, età e classe sociale, donando una comune esperienza emotiva, che ciascuno potrà rielaborare riflettendo in maniera critica e personale su quanto ha assistito e perché no, anche sul proprio vissuto. Anche nei momenti difficili, specie quelli del nostro tempo, l’attore offre al pubblico, quindi alla società, momenti di svago, attimi di serenità, gioia, facendo astrarre le persone dalla dura realtà, divenendo portatore sano di cultura e bellezza.

W. Il tuo sogno nel cassetto?

M. Ho sempre pensato che condividere le emozioni del palco con le persone a cui vuoi bene sia un dono, in questo senso il mio primo sogno nel cassetto l’ho già realizzato da tempo, potendo condividere la passione per il teatro con i miei più grandi amori: mia moglie e mia figlia. Per quanto riguarda invece il percorso artistico, mi piacerebbe poter esportare i miei lavori e far esprimere la Mia Compagnia, anche in altri teatri e spazi culturali diversi da quelli in cui ci esibiamo solitamente, questo per metterci maggiormente in gioco uscendo dalla nostra comfort zone e proporci ad un pubblico differente rispetto a quello abituale. Grazie del tempo che mi hai dedicato.

W. Bene caro Massimo Grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata sul mondo delle compagnie amatoriali.

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti sez. Teatro- articolo del 18 marzo 2026]

COMUNICARE CON GENTILEZZA- TRA LE RIGHE DELL’ ANIMA -CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI

Cari amici di Detti e Fumetti si e’ da poco concluso l’evento QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO che ha visto tra gli ospiti anche me.

Sono contenta di condividere con voi un estratto della mia intervista che entra a far parte degli episodi di TRA LENRIGHE DELL’ANIMA poiche’ credo molto all’importanza del tema che abbiamo affrontato: L’IMPORTANZA DI COMUNICARE CON GENTILEZZA.

MASSIMO CANORRO:A proposito di comunicazione volevo chiedere a Chiara quanto la comunicazione e come la comunicazione condiziona il nostro vissuto.

Chiara:Beh, diciamo la verità: quando siamo piccoli il modo in cui i nostri genitori ci descrivono, quindi gli aggettivi che più spesso ci rimandano per descriverci, ci condizionano tantissimo perché quando siamo molto piccoli ovviamente siamo dipendenti in tutto e per tutto da loro . Di conseguenza, definiamo l’idea che abbiamo di noi stessi attraverso il modo in cui loro ci descrivono e attraverso le parole che noi utilizziamo per descrivere la nostra realtà.

Poi, quando diventiamo adulti, la deformiamo pesantemente: se io tutte le mattine mi sveglio e vado  cercando di portare in giro una bella versione di me stessa, cercando di andare a caccia di bellezza nelle piccole cose, allora molto probabilmente avrò una gran bella vibrazione. E siccome le emozioni viaggiano a livello di vibrazione e sono contagiose, avrò sicuramente molte più possibilità di toccare la bellezza dentro di me, intorno a me e nelle altre persone.

Quindi le parole che noi utilizziamo sono importantissime in ogni tipo di rapporto.

Quando Dario mi ha chiesto di fare l’intervista è stato pazzesco perché lui dice “diamo tempo, a me interessa la persona”, ma la gentilezza con la quale si approccia, il modo in cui ti mette nelle condizioni di darti quel tempo e’ fondamentale.

Io credo che la chiave della gentilezza sia qualcosa che abbiamo molto perso, perché andiamo talmente tanto di fretta che non ci badiamo piu’.

Nel mio lavoro di consulente familiare, la chiave per aiutare le persone a respirare piano piano, a insegnargli a volersi bene e a godere della loro vita per quello che sono e per quello che hanno, è proprio quella gentilezza, il rispetto di quello che siamo e il rispetto dell’altro.

Invece, la maggior parte delle volte all’interno delle mura domestiche ognuno di noi si sente in diritto di scaricare addosso agli altri tutti i propri nervosismi; non c’è niente di più brutto perché, in fondo, se stiamo insieme è proprio perché ti voglio bene e tifo per te. Eppure diamo tanto per scontato: “vabbè, ma è ovvio che ti voglio bene, è ovvio che ti amo”. Ma dillo, dillo e agisci in nome di quell’amore …dimostralo l’amore, perché non è scontato affatto.

Anche perché le critiche entrano, i complimenti scivolano; la parola gentile, lo sguardo gentile, la grazia con cui ti poni verso l’altro è qualcosa di prezioso.»

Per chi vuole vedere il mio intervento, lo trova  QUI

Io sono CHIARA NARACCI, questa e’ Tra le righe dell’anima e noi ci vediamo al prossimo episodio.

Restate connessi

[CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI- SEZIONE DI SOCIOLOGIA- ARTICOLO DEL 18 MARZO 2026]

IL PROSSIMO TUO. TRA LE RIGHE DELL’ANIMA. CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI

Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi parliamo del nostro prossimo.

Volevo condividere con voi una scoperta, nella mia immensa ignoranza, fatta poco tempo fa ad uno spettacolo di Corrado Augas dal titolo Musica e spiritualità.

Augias ha fatto notare che  nel Vangelo secondo Matteo la frase di Gesù : ‘non fare agli altri quello che non vuoi che venga fatto a te”, in realta’ è messa in forma affermativa: cioè, ‘fai agli altri quello  che vorresti che venisse fatto a te’.

Una frase del genere e’potente perché rimanda allo scegliere in prima persona se stessi;  al prenderci in considerazione e piantarla di viverci sempre in risposta ai comportamenti degli altri.

Ed questo e’ un atteggiamento meraviglioso  da tenere. Ricordiamocelo sempre.

Per chi vuole vedere il video sull’argomento, fate click QUI

Noi ci vediamo al prossimo elisodio di TRA LE RIGHE DELL’ANIMA.

[ CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI. SEZIONE SOCIOLOGIA. ARTICOLO DEL 19 MARZO 2026]

COME SI COMBATTE L’EGOISMO DEI FIGLI. Tra le righe dell’anima di Chiara Narracci ler DETTI E FUMETTI

Tra le righe dell’anima oggi vuole raccontarvi di come si combatte l’egoismo dei figli.

Molte mamme soffrono per gli egoismi dei figli; è fondamentale ricordare che nasciamo come “animaletti” mossi dall’istinto e dall’egoismo. La trasformazione in “belle persone” avviene attraverso una lunga educazione dell’anima che dura circa 25 anni, basata sull’esempio dei genitori, su piccoli gesti di cura e su necessari interventi di contenimento.

Man mano che i figli crescono, i genitori devono imparare a fare un passo indietro, poiché i figli devono iniziare ad assumersi la responsabilità della qualità dei loro rapporti. È importante evitare di cadere nel vittimismo Ho sentito dire spesso frasi del tipo:  “nessuno mi considera” o “faccio tutto per loro e mi trattano male”.

Se i figli ci vedono come vittime, è probabile che ci stiamo comportando come tali; invece, cerchiamo di essere capaci di scegliere, di dire di no e di decidere che tipo di persona vogliamo essere.

Per cambiare questa dinamica, è utile:

  • Responsabilizzare i figli, facendoli sentire importanti e riconoscendo il loro valore.
  • Imparare a chiedere aiuto in maniera decisa e ferma, invece di soffrire perché non ci viene offerto spontaneamente.
  • Responsabilizzarli quando si comportano male.

Spesso i figli scaricano i propri nervosismi sulle madri perché si sentono “forti nelle viscere del nostro amore” e, di conseguenza, si sentono in diritto di sgarrare.

Il compito del genitore è quello di contenerli, adottando la strategia di salvare l’amore, ma condannare il comportamento sbagliato volta per volta. È un percorso lungo, ma necessario.

Se volete vedere il video lo trovate QUI

Ci vediamo al prossimo episodio di TRA LE RIGHE DELL’ ANIMA.

[ Chiara Narracci per DETTI E FUMETTI. SEZIONE SOCIOLOGIA . ARTICOLO DEL 10 MARZO 2026]

E TI VENGO A CERCARE dall’album “FISIOGNOMICA” del 1988. STORIA DI UNA CANZONE

Franco Battiato, come sappiamo, è stato un cantautore molto particolare, nel senso che ha unito l’attenzione maniacale nei confronti della composizione e degli arrangiamenti e quindi della musica in senso stretto, alla ricerca spirituale. 

Franco Battiato – ritratto di Filippo Novelli

La sua vita è stata un viaggio che ha attraversato tradizioni esoteriche, religiose e filosofiche molto diverse tra loro. Parlare di religione in Battiato non è compito facile o almeno non lo è se il tutto si riconduce ad una matrice confessionale. 

La sua ricerca è passata attraverso l’induismo, Gurdjieff, il sufismo, il cristianesimo, lo shivaismo del Kashmir, il buddhismo tibetano, religioni tra cui è oggettivamente impossibile una sintesi armonica anche in tempo di pluralismo religioso. 

Battiato cita come suo Maestro fondamentale proprio Gurdjieff. Semplificando possiamo dire che per Gurdjieff le religioni erano dei mezzi allo scopo di risvegliare la coscienza. 

Possiamo in ultima analisi definire Battiato un sincretista e non come molto spesso si sente dire di un Battiato Buddhista, o almeno non era soltanto questo. 

Il sincretismo è infatti un accordo o fusione di dottrine di origine diversa, sia nella sfera delle credenze religiose sia in quella delle concezioni filosofiche.

Per fare solo un esempio filosofico, nel testo della canzone scelta, c’è molto di quello stoicismo ateniese del 300 a.C. circa. 

Per raggiungere integrità morale e spirituale, gli stoici praticavano il dominio sulle passioni che avrebbero potuto arrecare turbamento e guastare la ricerca della saggezza.

L’album “Fisiognomica” esce nel 1988. Sin dal titolo si richiama una “scienza” che nell’antichità si proponeva di interpretare il carattere di una persona attraverso i suoi tratti somatici. 

Per capire quanto sia spirituale questo album basta ricordare il concerto tenuto nel marzo del 1989 in Vaticano, in Sala Nervi, davanti a Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla.

L’album presenta brani divenuti poi classici nel repertorio di Battiato come Nomadi, L’oceano di silenzio, E ti vengo a cercare.

Proprio quest’ultima prenderò in esame.

Da un punto di vista prettamente sonoro i suoni sono utilizzati per meglio disegnare lo sfondo ad un testo impegnato e viaggiante allo stesso tempo. Possiamo parlare di un brano accessibile al grande pubblico ma con finezze strutturali e sonore.

EMS VCS3 sintetizzatore utilizzato da Battiato (pionierendella musica elettronica italiana)

È scritto come una canzone d’amore ma, come ebbe a dire lo stesso autore, mira più in alto di quello che potrebbe essere l’amore tra un genitore e un figlio, un uomo e una donna e altro.

Mira un bel po’ più in alto nelle sue intenzioni, ma è leggibile anche come una canzone d’amore ‘terreno’ se così ci si può esprimere. 

Il testo parte da una dichiarazione e un bisogno, quello dell’autore, di un incontro, solo per parlare, vedere. Un bisogno che nasce dalla convinzione che solo quell’incontro, quella presenza, possa dispiegare la vera essenza di ciò che si è. 

Ma proprio questa ricerca del sé, del ritrovarsi nell’Altro, trova la sua compiutezza nel perdersi in un immenso atto di fiducia che va verso la disintegrazione del sé affidandolo totalmente all’Altro.

Il testo traccia anche, per un breve tratto, una feroce critica verso quel ‘secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità’ ma che non deve lasciare inermi, anzi reagire, migliorarsi con maggior volontà. 

È appunto la ricerca di sé, volontà di perdersi nell’Altro per ritrovare sé stessi ma per perdersi ancora.

Poi arriva la parte stoica in cui Battiato invita ad emanciparsi dalle passioni che hanno il potere di arrecare turbamento e guastare la ricerca della saggezza intrapresa.

Poi, l’autore è molto esplicito nell’annunciare cosa cerca e cosa ricerca: Cercare l’uno al di sopra del bene e del male, Essere un’immagine divina di questa realtà.

Qui la filosofia ci viene in soccorso con varie figure e varie correnti. L’archè presocratico, il motore immobile aristotelico, ma ancor di più il concetto di Uno di Plotino, prima realtà sussistente, infinito, al di sopra della nostra comprensione, dello spazio e del tempo.

La fine del testo esorta alla ricerca dell’Altro, perché è questa a renderci un’immagine divina di questa realtà, questa presenza che ci accompagna a scoprirci per poi lasciarci disintegrare e raggiungere l’eternità in una completa rinuncia di sé come viaggatori eterni senza spazio e tempo. 

[FABRIZIO DEL MARCHESATO per DETTI E FUMETTI – SEZIONE MUSICA – ARTICOLO DEL 5 MARZO 2026]

L’EVENTO LIVE QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO. IL LIBRO, LA MOSTRA DEI RITRATTI E LE INTERVISTE

Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI

da oggi potete rivivere l’evento del 28 febbraio 26 presso il polo museale LA VACCHERIA.

Per vostra comodita’ lo abbiamo diviso in due parti:

La storia del blog e la presentazione dell’evento PRIMA PARTE EVENTO

Le interviste SECONDA PARTE EVENTO

[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – ARTICOLO DEL 28 2 26]

PERCHE’ RISULTIAMO DEI ROMPISCATOLE? Tra le righe dell’anima- Chira Narracci per DETTI E FUMETTI

Cara amiche e amici di DETTIBE FUMETTI, oggi parleremo  di uno “status” di noi donne che sociologicamente parlando ha una spiegazione chiara e evidente.

Ma voi l’avete capito perché gli uomini ci danno tanto delle rompicoglioni? Secondo me è perché in qualche modo tendiamo a chiedere di essere viste, di essere considerate, di essere importanti… come se noi, per sentirci viste, considerate e importanti, dovessimo passare attraverso di loro.

E quando così non è, andiamo incontro ad una sempre maggiore tristezza che ci porta poi a ‘far saltare il banco’ e appararire come delle ROMPISCATOLE.

E se noi imparassimo a prenderci in considerazione in prima persona, volta dopo volta, scelta dopo scelta? Della serie: invece di chiedere ‘che facciamo questo weekend?’, siamo anche noi libere di dire ‘io questo weekend vado al cinema, vuoi venire?‘. E se non gli va, pace, ci vediamo dopo.

Possiamo andare al cinema sconsolate perché dobbiamo andare da sole, perché lui non viene con noi, o felici perché andiamo a fare qualcosa che desideriamo fare, libere. E quando torniamo a casa possiamo essere, invece che richiedenti, ‘sottone’, persone che prendono la propria vita in mano, scegliendo volta per volta, giorno dopo giorno, cosa è buono per noi.

Per chi volesse vedere il video eccolo Qui

Ci vediamo al prossimo episodio

[ CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE SOCIOLOGIA, ARTICOLO DEL 22 FEBBRAIO 2026]

ROBERTA RUSSO VIZZINO RIPARTE DAL COGNOME – WILLY intervista la scrittrice per DETTI E FUMETTI

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, abbiamo già intervistato l’attrice Roberta Russo. [Vedi Detti e Fumetti 24 gennaio 2022]. È passato qualche  anno, e ora torniamo a scoprire una nuova Roberta Russo Vizzino che ha lasciato la carriera attoriale per intraprendere quella di modella d’arte e che lentamente va sostituendo con quella di scrittrice; ma lasciamo parlare Roberta.

W. Perché al primo cognome ne hai aggiunto un secondo?

R. Perché credevo fosse giusto. Quando sono nata le leggi erano diverse e mia madre non ha neppure pensato di potermi dare anche il suo cognome. Nel 2023 le ho chiesto se – potendo – l’avrebbe fatto e mi ha risposto: «Sì, in quest’ordine: Russo Vizzino». Il giorno seguente ho avviato la pratica, l’ha saputo quando le ho chiesto il consenso scritto per integrare la domanda. Era stupita che servisse il suo e non quello di mio padre, ma così è. Solo io potevo recuperare quello che per lei non era stato un diritto. Se penso ai due cognomi con i quali oggi posso firmare le cose che scrivo, c’è già dentro una micronarrazione. Russo, comunissimo, evoca immediatamente il rosso dei miei capelli, l’impetuosità del mio carattere, la mia origine meridionale (essendo, di fatto, il corrispettivo di Rossi al Sud). Vizzino, molto raro, richiama invece vizzo: qualcosa di segnato dal tempo. L’appassito, il fragile, il non più perfetto. Qualcosa che ha attraversato una trasformazione e ne è uscito ferito. Forse anche un corpo magro e minuto (quel -ino in cui riconosco il mio metro e cinquantasei d’altezza). Metterli insieme è già una storia minima: socialità e riservatezza, fuoco e appassimento, forza e fragilità. O, forse, qualcosa che brucia proprio perché è consapevole della propria finitezza. Sono io, in due parole. Il mio gesto si configura come un atto di coerenza simbolico. Revocando la cancellazione di mia madre ho posto le basi per evitare la mia. Ho affrontato un anno e mezzo di pratiche, documenti, ostracismi. Per me ha rappresentato un atto politico e identitario. Qualcosa che dicesse: chiunque essi siano, comunque essi siano, i miei genitori sono due e sono questi.

W. Cosa ti ha spinto a intraprendere la carriera di modella d’arte?  

R. Questa è una storia piuttosto divertente. Non avevo programmato di farlo. Nel 2015 avevo attraversato dei grossi problemi finanziari, non riuscendo più a permettermi di pagare l’affitto di casa. Dopo molte ricerche, ero stata accolta in un convento di Roma, dove – benché io sia sempre stata atea, e abbia ottenuto lo sbattezzo nel 2011 – ero stata bene per qualche mese. La madre superiora mi aveva raccomandato di accettare qualsiasi lavoro fino a racimolare la caparra per affittare una nuova casa e così avevo fatto. Credo di aver svolto ogni sorta di mestiere, in quel periodo. In particolare, mi avevano fissato un colloquio per lavorare in un’azienda vinicola. Quando mi ero presentata, però, il signore mi aveva squadrata dalla testa ai piedi e mi aveva detto di essere un pittore, offrendomi il doppio della paga per posare per lui. Avevo accettato per due motivi: il primo chiaramente era il bisogno, ma il secondo era il desiderio di abbattere il mio stesso pregiudizio sulla nudità. Oltre alla mia personale timidezza, ero sempre stata insofferente nei confronti del nudo anche a teatro, fino all’anno precedente, quando avevo visto La lista di Schindler al Piccolo Teatro Eliseo con la regia di Francesco Giuffrè. C’era un nudo scenico: un gruppo di persone prigioniere che andavano alle docce. Sui loro corpi era proiettata un’immagine mista tra l’acqua scrosciante e il gas mortale. Quella scena mi aveva cambiato irrevocabilmente la percezione del nudo. A tutto avrei pensato in quel momento, tranne che alla sessualizzazione dei corpi svestiti. Replicare l’effetto spettacolare e non sessuale di quel nudo è stata la mia personale crociata nei dieci anni in cui ho lavorato come modella d’arte. A giugno scorso, per esempio, sono stata tra le relatrici del seminario Medicina e Arte, Scarpe Rosse alla Sapienza su invito della dottoressa e professoressa Stefania Mardente che coordina il progetto. Il mio intervento ha riguardato la raffigurazione delle donne nell’arte e come si possa perorare un sistema di uguaglianza tra i sessi anche a partire da immagini e parole. La domanda alla quale ho cercato di rispondere per le e gli studenti che vi hanno preso parte, era se l’arte potesse contribuire a plasmare una società più giusta. Insomma, quello di modella d’arte è un lavoro che mi ha dato tanto, anzi tantissimo, in ogni senso possibile: sostentamento economico, fiducia in me stessa, libertà di creare. Ma oggi sento che anche questo percorso si sta chiudendo naturalmente. Ho deciso da poco di non posare più dal vero e di limitare la mia disponibilità a collaborazioni attentamente selezionate, sia per l’arte figurativa che per la fotografia. La scrittura è il luogo verso cui sto andando. 

W. Vuoi parlarci della scrittrice Roberta Russo Vizzino? 

R. Roberta Russo Vizzino come scrittrice nasce molto prima che io avessi la consapevolezza – o forse il coraggio – di chiamarmi così. Fin da bambina ero innamorata della letteratura. Ho letto l’Odissea in una versione per l’infanzia a nove anni e I promessi sposi a dieci. Avevo una vera ossessione per Giovanni Pascoli: potevo parlarne per ore. I libri mi sembravano oggetti magici. Quando non sapevo leggere chiedevo alle persone adulte di farlo per me. Sapevo – dai racconti di mio padre – che il nonno paterno, mai conosciuto, scriveva poesie. Anche mio padre ne componeva, ma non le metteva su carta: gli chiedevo di recitarmele a memoria, in macchina, per serate intere. E pensavo: “Solo io non sono capace di creare quella bellezza con le parole”. Un pomeriggio dei miei dieci anni, alla nostra Casa delle Rose – una vecchia casa in collina, circondata dai roseti, aveva appena piovuto – me n’ero andata in giardino a sforzarmi di tirare fuori da me le immagini che amavo nelle parole di tutti quegli uomini. E così avevo scritto per la prima volta. Era una poesia. Si intitolava Una goccia di rugiada. A quindici anni avevo scritto il primo racconto breve, Lei, per un amico di penna che viveva a Modena. Tra i diciotto e i vent’anni avevo iniziato a leggere in pubblico le “cose” che scrivevo. C’era un gruppo che cambiava continuamente nella ex sede del PCI di Villa San Giovanni: decine di persone, un paio di candele accese, una bottiglia di Martini bianco che girava di mano in mano e testi letti con un’urgenza quasi febbrile. Poi gli open mic di una taverna di Campo Calabro, che ci offriva da mangiare in cambio delle letture, e molti altri. Io proponevo quasi sempre testi provocatori. Adoravo i contraddittori rumorosi che interrompevano, ribattevano, si accendevano. Frequentavo quasi esclusivamente persone di circuiti intellettuali: gente che scriveva, suonava e faceva arte in mille forme. Quasi tutte persone più grandi di me. La scrittura è partita prima di tutto, ma si è radicata nella mia professionalità per ultima. Forse perché era ciò che amavo di più, e quindi ciò per cui temevo di più il rifiuto. Però mi fa sorridere quando qualcuno pensa che io sia una modella che all’improvviso si è messa a scrivere. Posare mi ha messa al centro dello sguardo altrui, in tutta la mia fragilità, e mi ha insegnato una forma nuova di forza: trasformare il silenzio della posa in spazio immaginativo interiore. Scrivere, per me, oggi, significa rovesciare lo sguardo altrui, ma restare concettualmente nuda. Restituire complessità a ciò che rischia di essere ridotto alla sola estetica. E questo vale tanto per i corpi di carne, quanto per i corpi di testo. Le cose che scrivo nascono sempre da una frattura: familiare, affettiva, sociale. Mi interessa ciò che si incrina, ciò che non combacia con il ruolo che ci viene assegnato. Ho attraversato una miriade di ambienti molto diversi tra loro, forse per questo mi sento fatalmente attratta dalle soglie. Anche quando parto da un dettaglio privato, sotto c’è sempre una domanda collettiva. Vivo la scrittura come una responsabilità. Se dovessi dire chi è Roberta Russo Vizzino come scrittrice, direi che è una donna che prova a “fare cose con le parole”. A trasformare l’esperienza anche più scomoda in fatto comune.

W. Visto il sentimento militante che muove la tua scrittura e il tuo senso  di giustizia, ti riconosci ancora nella figura di Antigone?

R. Prima di rivedermici io, spero che siano altre e altri a rivedermi in lei. Antigone è una delle personagge più complesse del teatro. Ha tutto: se solo sapesse pensare esclusivamente a sé stessa, potrebbe vivere una vita piena e felice, ma sceglie la morte piuttosto che piegarsi all’ingiustizia. Il punto non è seppellire Polinice perché è suo fratello, ma perché è un indifeso davanti a un sopruso del potere. Nella tragedia di Sofocle lei ha quindici anni, eppure non è raro sentire attrici dire che ci si sente mature per interpretarla solo dopo i trent’anni. La quantità di vita necessaria a comprendere il peso di quelle scelte, nella realtà, si conquista con molto più tempo, e a volte mai. Tutto quello che una volta facevo solo nelle assemblee e nelle manifestazioni, oggi lo metto nella scrittura. Per questo parlo di “attivismo letterario”.

W. Cosa ti ha lasciato il progetto sperimentale della Writing Room diretto da Luigi Saravo?

R. Ho conosciuto Luigi perché è stato mio insegnante. Era un corso di perfezionamento attoriale che si chiamava LSD, acronimo di Legge Sesso Delitto che ricalcava la struttura dell’Orestea di Eschilo. Un semestre di alta formazione che mi ha fatto fare diversi incontri fondamentali. Luigi aveva inaugurato anche un progetto collaterale, la Writing Room. Ci incontravamo a San Lorenzo, e il gruppo era composto principalmente da gente di spettacolo, tra cui Walter Da Pozzo, che ricordo con profondo affetto. La cosa straordinaria era l’anonimato. Si scriveva, si inviava il testo a Luigi, e lui rimandava un unico file senza firme, che veniva letto nell’incontro successivo. Per la prima volta ho potuto osservare come le mie parole funzionavano da sole, senza il filtro del mio corpo, del mio sesso, del mio volto. E quei testi venivano notati. Luigi mi ripeteva che la mia forza era nella scrittura e all’inizio questo mi spaventava. Oggi gli sono profondamente grata. Non sono in molte/i ad avere il coraggio di dirci qualcosa che ci ribalta la vita. È lì che ho ritrovato le mie parole, in qualche modo libere persino da me.

W.  Potremmo dire che il percorso teatrale è stato fondante per la  tua carriera di scrittrice?  

R. Decisamente sì. Il teatro mi ha insegnato a smontare le storie tecnicamente, a isolare ogni elemento come fosse un ingranaggio autonomo. Mi ha abituata a vivere tutto prima di narrarlo. Ho imparato ad alzare la tensione, proprio come, nella formazione attoriale, avevo imparato a piangere tecnicamente. È lo stesso esercizio: creare dal nulla l’apparenza di un dolore o di una gioia, rendendoli credibili per chi guarda. Mi ha fatto capire come funziona – e di cosa è fatto – il giocattolo-storia, solo così ho imparato a rimontarlo in modi sempre nuovi.

W. Bene cara Roberta grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata, che ci spinge a guardare dentro se stessi

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI- Sezione LETTERATURA- ARTICOLO DEL 19.02.26]

Ototeman – la community di DETTI E FUMETTI

 Care amiche e amici di DEF in molti ci avete chiesto il perche’  i redattori si trasformano in animali antropomorfi quando entrano a far parte della  redazione.

Il motivo a tutti noto e’ perche’ siamo un blog che parla di fumetti e declina le tematiche culturali e artistiche con il linguaggio del fumetto. Ma c’e’ molto di piu’ dietro.

Molto infatti e’ legato al concetto di animale guida di ogni redattore  e tradizione sciamanica che e’ all’origine della nascita del fumetto Osvy, il bianco porcospino, the trutnut ( sciamano etrusco).

Esiste in questa tradizione la presenza del Totem  degli animali guida risalente alla tradizione dei nativi americani (o Pellerossa).  L’ Ojibway ototeman (“colui che è del mio stesso clan”), il totem funge da simbolo identitario, albero genealogico o protezione spirituale, raffigurando figure umane, animali e creature mitologiche. 

  • Gli animali scolpiti, come l’aquila, il corvo, l’orso o il lupo, rappresentavano qualità specifiche e un legame spirituale profondo tra l’uomo e la natura.
  • Gerarchia: Le figure sul palo venivano spesso lette dal basso verso l’alto e rappresentavano un ordine gerarchico o un racconto specifico del clan.
  • Origine: Il termine deriva dalla lingua degli Ojibway, sebbene la tradizione dei grandi pali totemici sia peculiare dei popoli della costa nordoccidentale (come Haida, Tlingit, Kwakiutl). 

I totem, quindi, sono sia opere artistiche che espressioni di una complessa struttura sociale e spirituale che unisce la comunità allo spirito animale guida. 

[FILIPPO NOVELLI per Detti e Fumetti sezione Fumetto, articolo del 16 febbraio 2026]

Perche’ DETTI E FUMETTI precorre i tempi

Care amiche e amici oggi facciamo un secondo approfondimento sulla AI; stavolta per comprendere perche’ DETTI E FUMETTI sta precorrendo i tempi con 17 anni di anticipo.

Occorre riflettere sul fatto che IL CONTENUTO CHE VINCE NON E’ QUELLO CHE DIVENTA REALE MA QUELLO CHE RADUNA

l’IA sta riducendo il valore dei click e del traffico pubblicitario tradizionalea cuinesso era legato, rendendo fondamentale la creazione di community dirette per chi vuole essere protagonista sui social.

Meno traffico, meno advertising. La leva che resta è la community. Chi raduna persone, guida il mercato.

E’ cero, con l’AI puoi approfondire un tema come vuoi, quando vuoi. Ma porti con te  tutti i rischi che ne conseguono sulla sua qualita’  e veridicita’ (pensa alle fake news prese come fonti vere della AI). Questo per assurdo puo’ appiattire e far calare il tuo interesse.

La soluzione a questa rivoluzione portata dalla AI arriva quindi prima del click. Questo taglia il valore della pagina, grande o piccola che sia.

Ecco perché serve audience diretta su un canale tuo.

Detti e funetti ha da sempre mirato a costruire una propria audience (siamo un hub nel web) a cui parla tramite un gruppo di esperti nelle discipline dell’arte e della comunicazione.

In conclusione il blog, la newsletter, la community sono la soluzione alla trasformazione social causata dall’AI.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI, articolo del 15 febbraio 2026]

un blog con la passione del fumetto e non solo