TOPPI – Le profondità verticali

Cari amiche e amici di DETTI E FUMETTI

Dal 23 la mostra di Toppi.

Presentata la nuova mostra del Palazzo del Fumetto, Toppi – Le profondità verticali che celebra uno dei più influenti, geniali e rivoluzionari fumettisti italiani, Sergio Toppi. Visitabile dal 23 maggio al 4 ottobre 2026, l’esposizione è curata da Luca Raffaelli con Michel Jans e Francesco Verni e accende i riflettori su un protagonista forse poco popolare, ma certamente tra i più importanti e significativi nel mondo dell’illustrazione e dei fumetti per l’indiscusso stile, il personalissimo segno e l’utilizzo dei colori, in grado di ispirare generazioni di artisti, sia in Italia che all’estero. 

La mostra

L’esposizione al Palazzo del Fumetto di Pordenone presenta oltre cento tavole originali e si sviluppa lungo un percorso cronologico, articolato per temi, che riflette un attento lavoro di studio e di ricerca critica sugli aspetti peculiari dell’arte del grande disegnatore. Tre le sezioni in cui è stato diviso il percorso espositivo: nella prima sala vengono mostrate 17 tavole per segnalare le principali particolarità stilistiche che nascondono l’intensità del pensiero di Toppi, prima di entrare nel percorso biografico che lo ha portato alla sua maturità artistica. Nelle sale superiori dell’esposizione vengono mostrati gli originali di tre fumetti completi (due dei quali a colori) per accedere quindi al suo straordinario mondo di illustratore e di creatore di piccole statue personalmente realizzate, dando prova di ulteriori straordinarie competenze. Un ruolo centrale della mostra è affidato alla proiezione in grande formato di una storia completa, immersa in un’atmosfera onirica che accompagna il visitatore in un viaggio suggestivo all’interno delle tavole originali. 

Una parte della mostra è dedicata al profondo interesse di Toppi per il Giappone, una cultura che amava e che emerge anche nelle opere esposte al Palazzo del Fumetto.

L’autore

Sergio Toppi, (Milano 1932 – 2012), è stato un autore trasversale. Le sue prime esperienze professionali risalgono all’attività di disegnatore nello studio dei Fratelli Pagot, dove venivano realizzati i celebri Caroselli pubblicitari, tra cui quello dedicato al personaggio di Calimero.

Dopo alcune vignette per il Candido di Guareschi, Toppi arriva al fumetto disegnando per il Corriere dei Piccoli le storie del Mago Zurlì, il personaggio televisivo dello Zecchino d’oro. Nel 1966 la realizzazione del primo fumetto sempre per il Corriere dei Piccoli: si tratta della storia di Pietro Micca, eroe dell’assedio di Torino, sceneggiato da Mino Milani.

Inizia così la lunga carriera di Toppi nel fumetto realistico, prima con un approccio classico, con la più consueta divisione della pagina in vignette, successivamente scardinando tale modello, rivoluzionando questo canone standard del fumetto. È quanto accade anche nei suoi lavori per la casa editrice Bonelli, dove Toppi comincia a collaborare realizzando l’ultima parte di un fumetto biografico sui personaggi del west che Rino Albertarelli, morto improvvisamente, non aveva concluso.

Sergio Bonelli apprezza profondamente Sergio Toppi, pur concedendogli la libertà di trasgredire alcune delle regole fondamentali imposte dalla casa editrice. Non è inoltre l’unico a riconoscere il suo talento. Tra coloro che sono stati conquistati dal genio di Toppi figurano anche la redazione del Corriere dei Piccoli, oltre al Messaggero dei Ragazzi con padre Giorgio Colasanti e a Il Giornalino con don Tommaso Mastrandrea. In Toppi il fumetto diventa fluttuante, con tavole che incantano il lettore, lo invita a sollevarsi, creando un clima contemplativo e ipnotico. I grigi e la combinazione degli spazi invitano a entrare come dietro le quinte di un teatro. E poi ci sono le nuvolette tonde, galleggianti all’interno della striscia, in grado di essere in qualsiasi punto della scena senza aggrapparsi alla cornice, come i balloon fanno di solito. E così anche il movimento si fa unico, in Toppi: lo sguardo fluttua, cerca nella profondità, si fa largo fra gli incanti e i suoni del tempo che scorre fra i segni sulla carta.

Le illustrazioni di Sergio Toppi sono comparse sui principali quotidiani italiani, tra cui Il Messaggero e Corriere della Sera, oltre che su storiche riviste di fumetto come L’Eternauta e Orient Express.

La sua attività supera i confini nazionali, portando la sua arte a essere apprezzata anche all’estero. Toppi è infatti un autore riconosciuto e celebrato a livello internazionale, in particolare in Francia, dove è pubblicato per editori come Larousse e Mosquito. 

Il catalogo

Il catalogo della mostra Toppi. Le profondità verticali rappresenta uno strumento essenziale per approfondire la figura di un autore tra i più rilevanti e rappresentativi della Nona Arte, oltre che per esplorare i contenuti dell’esposizione attraverso le opere che la compongono e la definiscono.

Ad aprire il volume sono i testi introduttivi del presidente del Palazzo del Fumetto, Marco Dabbà, e del curatore Luca Raffaelli. Seguono il contributo di Francesco Verni (giornalista, co-curatore ed esperto di fumetti), dedicato al tema Haiku e Samurai e all’influenza orientale nell’arte di Sergio Toppi, e il saggio di Stefano Cristante, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università del Salento, incentrato sulla poetica visionaria dell’artista.

La dimensione internazionale dell’opera di Toppi e la sua produzione per il mercato estero emergono nell’intervento di Michels Jans, fondatore della casa editrice francese Mosquito e co-curatore della mostra al Palazzo del Fumetto. Il contributo riprende un’intervista tratta da Une Monographie (Mosquito Éditions, 2007).

Visite guidate

A partire dal 30 e 31 maggio, ogni sabato e domenica alle 16.00, il pubblico potrà partecipare alle visite guidate alla mostra Toppi. Le profondità verticali, un’occasione speciale per approfondire il percorso espositivo tra tavole originali, illustrazioni e racconti dedicati alla sua poetica visionaria. Le visite accompagneranno i partecipanti alla scoperta delle opere esposte e dei temi centrali della mostra, offrendo uno sguardo approfondito su uno dei maestri più influenti della Nona Arte. 

Dichiarazioni

“La mostra di Toppi al Palazzo del Fumetto di Pordenone rappresenta perfettamente uno delgi obiettivi assoluti della nostra Fondazione, cioè quello di divulgare la conoscenza dei grandi maestri del disegno, dell’illustrazione e del fumetto. Questa esposizione vuole celebrare e rendere il più possibile popolare il lavoro di un genio cristallino e forse finora ancora non giustamente riconosciuto”.

Marco Dabbà, presidente Palazzo del Fumetto

“Toppi ama l’immagine fluttuante: così invita lo sguardo di un suo lettore a muoversi lentamente sulla pagina di un suo fumetto alla ricerca della chiave per entrarci dentro, cercare nella profondità, farsi largo fra gli incanti, sentire i suoni del tempo fra i segni sulla carta”.

Luca Raffaelli, curatore della mostra

“L’originalità e la qualità dell’opera di Sergio Toppi sono state riconosciute in tutto il mondo. La forza della sua grafica è evidente al punto che quasi dimentichiamo il suo talento nella scrittura. Molto rapidamente nella sua carriera si è liberato dagli scenari convenzionali e stereotipati. Poiché ha rifiutato di chiudersi nella creazione di eroi ricorrenti, ha pagato questa esigenza perdendo una parte del pubblico, ma guadagnando l’ammirazione degli amanti della nona arte”.

Michel Jans, fondatore della casa editrice francese Mosquito e co-curatore della mostra

“Questa esposizione, ospitata nei magnifici spazi del Palazzo del Fumetto, è la mostra che ho sempre desiderato vedere. Aver contribuito alla sua curatela rappresenta per me un onore profondo. Sono convinto che il posto occupato da Sergio Toppi — o meglio, dal “Toppi” — nella storia dell’arte figurativa del Novecento sia, e resterà, assolutamente centrale. Questa mostra rende finalmente giustizia a un gigante dell’arte: a uno stile unico e irripetibile, impossibile da imitare ma ammirato e studiato da artisti di tutto il mondo; alla sua straordinaria sintesi grafica; alla rivoluzione copernicana che ha saputo imprimere al fumetto e all’illustrazione, ridefinendone linguaggio e possibilità espressive. Un’arte che, ancora oggi, continua a dare vertigini”

Francesco Verni, co-curatore della mostra

“Il Palazzo del Fumetto vuole essere davvero un luogo di cultura, non solo di intrattenimento, celebrando i protagonisti popolari, quelli che entrano nelle case di tutti e fanno parte della memoria collettiva, ma aprendosi anche a mondi meno visibili, ospitando mostre di artisti che hanno fatto la storia della nona arte pur non essendo conosciuti al grande pubblico. Una mostra e un autore che sapranno sorprendere, nel pieno stile di Pordenone Capitale italiana della Cultura.”

Alberto Parigi, Assessore alla Cultura Comune Pordenone

FARE MUSICA OGGI

Oggi vorrei esplorare con voi il significato profondo di fare musica nell’epoca contemporanea, un atto di consapevolezza interiore e una ricerca del proprio posto nel mondo.

FABRIZIO FONTANELLI illustrazione di Filippo Novelli
Graphic Novel Sandcastle scritto da  Fontanelli 
Santarsiero e Novelli

Ritengo che dobbiamo contrapporre la Musica – e la sua immagine superficiale che ci danno i media alla Musica diretto atto di responsabilità dell’artista, il cui compito è trasformare pensieri intimi in un dono per il pubblico. Creare canzoni non è una semplice sequenza di accordi, ma un viaggio faticoso che richiede studio, motivazione e la volontà di lasciare un’impronta duratura. In un’era dominata dalla velocità e dalla tecnologia; in qursto contesto  l’arte diventa uno strumento per rimettere l’essere umano al centro, favorendo uno scambio potente e autentico tra chi crea e chi ascolta. La musica e’ un dialogo continuo capace di influenzare gli altri, rendendo essenziale la focalizzazione totale dell’artista sul proprio messaggio.

I Mardi Gras – illustrazione di Filippo Novelli

In una recente intervista, durante il nostro LIVE per il Comune di Roma presso il polo museale La Vaccheria ho avuto modo di approfondire questo tema.

Vi riporto l’intervista integrale e il video QUI

L’intervista

Mardi Gras

MASSIMO: COSA VUOL DIRE FARE MUSICA OGGI?

F. In un percorso di vita in cui ognuno cerca il proprio posto nel mondo, il proprio “campo di battaglia”, spesso molte attitudini restano inespresse (per pigrizia o mancanza di ricerca interiore, perché non ci si ascolta a sufficienza) io penso chen fare musica è essenzialmente ascoltare se stessi, ascoltando  quella spinta che porta a riempire un foglio bianco di pensieri per poi destinarli a degli accordi ma non solo. Intraprendere questo percorso significa sentire che il proprio “Battlefield” è la Musica, compiendo un atto di presa di posizione verso se stessi e verso ciò che si può dare al mondo, che sia arte, cultura o scrittura.

In un mondo che corre veloce, la musica offre il tempo per fermarsi, sentire se stessi e regalare qualcosa agli altri. Si viene a creare un dialogo, una conversazione continua con l’audience. Se in questo contesto riusciamo a dare qualcosa di potente, allora sono certo che riceveremo in cambio qualcosa di altrettanto bello e potente.

Fare musica oggi e’ un’esperienza totalizzante che richiede una grande motivazione, studio e comprensione di se stessi; non è affatto facile.  E’ un viaggio che nasce dalla volontà di dare, ricevere e mettere in pratica le proprie fantasie, andando oltre una semplice sequenza di accordi.

Quando vedete uno Show non dovete credere al fatto che si tratta solamente di stare su un palco, di fare una passerella televisiva con su i lustrini; e’ qualcosa di molto più profondo e intimo che entra nelle case delle persone. L’artista ha la grande responsabilità di sapere che ciò che scrive e dice verrà scandagliato da chi lo ascolta e  che con le sue parole, i suoi versi potrà influenzare tanta gente. Fare musica oggi è cruciale perché riporta l’uomo al centro di tutto.

[Fabrizio Fontanelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE MUSICA – ARTICOLO DEL 19 MAGGIO 2026]

ARF 2026, come da tradizione… anzi no!

Care lettrici e lettori di Detti e Fumetti

come ogni maggio a Roma torna l’ARF.

Come da tradizione direte… e invece no.

Questo anno gli arfer hanno deciso di stupire tutti e realizzare un festival diffuso.

Hanno ripreso tutti gli asset vincenti:

1) Arf kids

2) Arf+ musica e concerti

3) Arf mostre

4) Self arf

Ma veniamo ai dettagli per chi vuole partecipare a questo festival del fumetto  diffuso tra Parione, Testaccio e Garbatella e Campo Boario

Si inizia il 14 maggio con la mostra di QUINO E ALTAN a piazza Navona.

22-24 maggio al Campo Boario con Caparezza, grande protagonista con la mostra Orbit Orbit, talk show e incontri con il pubblico.

In quei giorni in programma anche la ARF! Kids dedicata ai giovanissimi con 3 giorni di laboratori, gioco e letture, l’ARF! bookshop e la presentazione della rivista La fine del mondo con Maicol e MircoZuzu e Vitt Moretta.


Dal 29 al 31 maggio ARF! arriverà poi alla Garbatella, anche qui con esposizioni, talk, incontri con la SELF®, il Collettivo Viscosa e l’immancabile JOB ARF! il format dedicato alla formazione e all’orientamento professionale, con i colloqui tra autrici e autori esordienti e case editrici.

Non trascurabile l’altra novita’:questo anno Arf e’ tutto a ingresso gratuito.

[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE FUMETTO – ARTICOLO DEL 14 MAGGIO 2026]

ANDIAMO A CACCIA DI BELLEZZA – TRA LE RIGHE DELL’ANIMA – CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI.

Care lettrici e lettori di DETTI E FUMETTI oggi parliamo del perche’ si deve andare a caccia di bellezza.

Andare a caccia di bellezza nel quotidiano, come notare semplicemente il colore rosso di un libro, è considerato fondamentale per mantenere una bella vibrazione interiore. In un mondo segnato da sofferenze, dolori e brutture che rischiano di incattivire o abbattere le persone, la ricerca del bello rappresenta una strategia efficace emersa da anni di consulenza familiare e ascolto di persone spaventate o addolorate.

La pratica suggerita consiste nello svegliarsi la mattina, riconoscere che il proprio corpo funziona e ricordarsi che, nonostante la bruttezza circostante, esiste anche molta bellezza che aspetta solo di essere colta, respirata e portata in giro. Questo approccio non significa negare il dolore, la paura o il diritto di stare male, bensì aiuta a ridimensionare e circoscrivere la sofferenza a momenti specifici, evitando di drammatizzare eccessivamente o di “affogare” completamente nelle difficoltà.

Se volete vedere il video fate click QUI

Al prossimo episodio

[ Chiara Narracci per DETTI E FUMETTI – SEZIONE SOCIOLOGIA- ARTICOLO DEL 13 MAGGIO 2026]

Il Teatro nel 2026: L’unico posto dove non puoi fare Zapping

Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti,  siamo onesti: nel 2026, la nostra attenzione è ridotta a brandelli. Viviamo immersi in un mondo digitale fatto di algoritmi che ci dicono cosa guardare, cosa comprare e persino cosa pensare. In questo contesto come si inserisce il teatro? Il teatro e’ in controtendenza. Per un motivo molto semplice: tutto si svolge in presenza. Mentre lo schermo ci permette di essere spettatori pigri e sempre pronti, quando arriva la noia, a cambiare canale; la scena di contro ci toglie letteralmente  il telecomando dalle mani. Che si tratti di avanguardia multimediale o di un classico, recitato da attori professionisti o amatoriali, il teatro ti guarda in faccia. Quando sei a teatro non sei un utente che paga un canone, sei un testimone. Quello che accade sul palco sta succedendo per te e con te, in quel preciso istante. È un valore che stiamo dimenticando.  In una società frammentata, mentre stiamo vivendo crisi politico sociali più grandi di noi; mentre viviamo in un mondo  dove la tecnologia corre veloce,  il teatro si contrappone al caos a suo modo. Non risolve le nostre angosce e le nostre ansie con uno scroll o un like; il teatro ci costringe a vivere i drammi quotidiani collettivamente. È l’unico posto dove stare scomodi insieme agli altri. Il teatro cosi’ facendo diventa un atto rivoluzionario. Entrare in un teatro oggi non è un passatempo intellettuale, è un atto di coraggio. Significa sedersi al buio e accettare che l’immagine di noi stessi non sia adulterata dai filtri di un social. Il teatro non ti propone   una copia edulcortata della realtà;  ti prende per le spalle, ti scuote e ti chiede: “E tu, da che parte stai?” Il teatro nel 2026 non è un museo. È quel cantiere aperto dove, tra una battuta ed un applauso, proviamo ancora a capire cosa significhi restare umani in un mondo di pixel.

[ Dario Santarsiero per Detti e Fumetti- sezione Teatro – articolo del 10 maggio 2026]

MAFALDA E LA PIMPA A ROMA

Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI come ogni Maggio e’ arrivato il tempo dell’ARF. Questo anno iniziamo col botto.

ARF! Festival e l’Instituto Cervantes di Roma presentano alla Sala Dalí di Piazza Navona Mafalda & La Pimpa, la mostra che dal 14 maggio all’11 luglio 2026 porta per la prima volta insieme a Roma le riproduzioni in stile Artist’s Edition delle strip di Mafalda e le tavole originali della Pimpa.
L’esposizione, realizzata da ARF! Festival e Instituto Cervantes di Roma — in collaborazione con Franco Cosimo Panini, Quipos S.r.l. e Caminito S.a.s. agenzia letteraria — rinnova l’ormai tradizionale partnership tra la prestigiosa istituzione culturale spagnola e il Festival del Fumetto di Roma.

A inaugurare la mostra, curata da Stefano Piccoli (S3Keno) e Daniele Bonomo (Gud) per ARF! Festival nell’ambito della sua XII edizione, giovedì 14 maggio alle ore 17.30, sarà il Maestro Altan, che incontrerà il pubblico per un talk e una sessione di firmacopie.

“Parlare alle bambine e ai bambini per parlare agli adulti” è il filo invisibile che attraversa l’esposizione, dove Mafalda e Pimpa, due protagoniste amatissime che hanno attraversato generazioni, generi e mode, si fronteggiano come due modi diversi e complementari di guardare il mondo attraverso lo sguardo dell’infanzia.
Da un lato Mafalda, la bambina dai capelli corvini creata da Quino, osserva il quotidiano con lucidità disarmante: guerra, ingiustizia, autorità, futuro vengono passati al vaglio di uno sguardo che non accetta risposte comode. Dall’altro lato la Pimpa, nata dalla mano di Altan, abita un universo in cui la scoperta è continua ma mai minacciosa, fatto di incontro, gioco, trasformazione gentile e meraviglia.
Ne nasce un confronto tra due poetiche opposte e complementari: l’inquietudine critica e la fiducia affettiva, la domanda senza risposta e la narrazione che accoglie. Due modi diversi di usare la semplicità come forma di verità.

Come sottolinea Daniele Bonomo: “Vedere riunite le strip di Mafalda e le tavole de La Pimpa ha una doppia valenza. Da una parte l’importanza di ripercorrere insieme la storia di due personaggi simbolo del nostro immaginario; dall’altra parte rivivere più di cinquant’anni della nostra Storia attraverso gli sguardi, i segni e le parole di Quino e Altan, due grandi Maestri del nostro tempo.”

I riferimenti dell’ufficio stampa dinARF sono


Ufficio stampa ARF!: Fabiana Manuelli – Mob. +39 347 8263425 – stampa@fabianamanuelli.it

Credits :MAFALDA: © 2026 eredi di Joaquín S. Lavado (Quino)
PIMPA: © Altan/Quipos S.r.l.

[FILIPPO NOVELLI PER DETTI E FUMETTI- SEZIONE FUMETTO- ARTICOLO DEL 5 MAGGIO 2026]

ABBIAMO BISOGNO DI TEMPO, NON DI SOLUZIONI. TRA LE RIGHE DELL’ANIMA DI CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI

Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI Ci tenevo ad allertarvi un attimo sui pericoli dell’utilizzo errato e inconsapevole della AI che a volte puo’ arrivare ad essere  tossica per i piu’ giovani.

Mi riferisco al recente inserimento in un social molto utilizzato dai giovani: il tanto amato WhatzApp.

Perché la ritengo tossica?

Non certo perché risponde in maniera gentile ed accurata, non certo perché invita a essere più composti o a dare sempre delle risposte rassicuranti; non ho una critica da fare sul modo che ha di rispondere ai nostri quesiti, ma sul fatto che lei ti risponde sempre 24 ore su 24 .

Critico la ” presenza costante”.

Credo che questo sia il suo tallone d’Achille: lei ci tiene a sottolineare che è lì per offrire un servizio, per essere sempre a nostra disposizione.

Questo si traduce  per i ragazzi, specie nei giovanissimi, in un vizio di forma.

Il problema e’ che mentre chatti, scordi il fatto che stai chattando con un computer, con l’AI,  perché ora non devi aprire un’app preposta a questo compito. Sono saltati i filtri di protezione. Tu  sei semplicemente su WhatsApp. In WA  i nostri figli  “ci vivono”; hanno una velocità pazzesca nel chattare. Lo fanno contemporaneamente con più persone e in piu’ gruppi; con degli automatismi pazzeschi, a volte senza neanche guardare il telefono.

A questa velocità, si perde di vista il fatto che dall’altra parte c’è l’AI,  una macchina  “sempre a tua disposizione”. 

E lo sappiamo tutti che le nuove generazioni tendono a mandare messaggi piuttosto che telefonare;  questo fatto  vizia  ancor di piu’ questa malsana idea che  dall’altra parte debba esistere qualcuno che è sempre là per te.

Per studiare questo nuovo fenomeno l’altro giorno ho installato anche io questa opzione ed ho chiesto alla AI:”Quando una persona diventa fin troppo insistente o scrive in orari non consoni, tu le metti un freno? un punto?

Questo perche’  nei rapporti umani, quando una persona è cosi’ insistente, ridondante, solitamente gli si dice: ‘Oh, anche meno, basta, mollami’.

E questo è sano, perché ci porta a riflettere e a toccare con mano che l’altro non deve stare là sempre e comunque a nostra disposizione solo perché abbiamo ansia, paura o bisogno di parlare con qualcuno.

Non e’ sano pensare che l’altro debba scattare ogni volta che ne abbiamo bisogno. Nei rapporti umani, ogni individuo ha il diritto di portare avanti i propri progetti, doveri e affetti anche al di là del rapporto di coppia. Questa IA va a creare un’ennesima aspettativa non ancorata alla realtà dei rapporti umani, perché nessuno è tenuto a esserci sempre per te, se non te stesso, e di certo e’ non buona cosa che dall’altra parte del telefono ci sia una macchina.

Per chi vuole l’articolo e’ riportato nel mio video a link QUI

[Chiara Narracci per Detti e Fumetti – sezione sociologia – articolo del 28 aprile 2026]

Il Teatro come malta

L’Architettura dell’Incontro e la rinascita della Comunità

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti,  riprendiamo a scrivere di teatro. Quello che leggerete oggi è una riflessione su come il teatro è la forma più vera di aggregazione.

Se immaginiamo la società come un edificio fatto di individui isolati — tanti mattoni giustapposti ma ancora instabili — il teatro è la malta che li tiene insieme. In un’epoca dominata dalla frammentazione digitale e dall’isolamento iperconnesso, l’arte scenica non è un semplice passatempo, ma una funzione vitale che trasforma una massa eterogenea di persone in una comunità consapevole. A differenza del cinema, della televisione o dei media digitali, dove il prodotto è mediato da uno schermo e fruibile in tempi e luoghi asincroni, il teatro esige la presenza fisica simultanea. È l’unica forma d’arte che richiede a chi guarda e chi agisce di occupare lo stesso spazio aereo per la medesima durata temporale.

Questa coesistenza fisica genera quello che i sociologi chiamano “respiro collettivo”. Quando centinaia di persone, nel buio della sala, trattengono il fiato nello stesso istante davanti a un gesto dell’attore, accade un miracolo invisibile: le barriere individuali si abbassano. In quel momento, non siamo più estranei seduti l’uno accanto all’altro; diventiamo un organismo unico, unito da una risposta biologica ed emotiva sincronizzata. Questa scarica di empatia collettiva è la “malta” che riempie gli spazi tra i singoli mattoni della società.

Il teatro non si limita a unire le persone; le interroga. Fin dai tempi della polis greca, il palco è stato lo spazio in cui la comunità metteva in scena i propri conflitti, i propri mostri e i propri sogni.

Vedere i propri dilemmi vissuti da corpi in carne ed ossa a pochi metri di distanza attiva un processo di catarsi che il digitale non può replicare. Il teatro ci costringe a guardare l’altro non come un profilo social o un algoritmo, ma come un essere umano complesso. Attraverso il personaggio, impariamo a riconoscere noi stessi negli altri, trasformando la diffidenza verso il “diverso” in una comprensione profonda della condizione umana comune.

In un mondo che ci spinge verso “bolle” informative e solitudini individualiste, il teatro agisce come un atto di resistenza. Richiede attenzione, silenzio e, soprattutto, l’accettazione del rischio. Ogni replica è diversa, ogni errore è reale, ogni emozione è non filtrata.

Questa “imperfezione” del vivo è ciò che ci rende umani. Mentre i social media tendono a dividerci in fazioni, il teatro ci riunisce in un’arena di dibattito vivo. Non è un caso che, storicamente, i regimi totalitari abbiano sempre guardato con sospetto al teatro: è troppo difficile controllare un gruppo di persone che hanno appena condiviso un’esperienza di verità profonda e irripetibile.

Senza la malta, un edificio è solo un cumulo di macerie in attesa di cadere. Senza lo spazio del teatro — o di ciò che esso rappresenta: l’incontro fisico, il rito, l’ascolto — la società rischia di diventare una somma di solitudini.

Il teatro ci ricorda che siamo fatti per stare insieme, per respirare insieme e per interrogarci insieme. Continua a essere quella forza invisibile ma potentissima che trasforma la nostra esistenza isolata in un’architettura solida, capace di resistere alle intemperie del tempo e dell’indifferenza.

Non andare a teatro è come fare toeletta senza uno specchio [Arthur Schopenauer]

[ Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -sezione Teatro – articolo del 28 aprile 2026]

Willy intervista Ernesto Bassignano per DETTI E FUMETTI

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti è con piacere e perché no, con un pizzico di emozione, che mi accingo ad intervistare un maestro della musica italiana: Ernesto Bassignano.

Allora Ernesto, nasci a Roma il  4 aprile 1946. La tua famiglia è di origini piemontesi, e dopo la nascita nella capitale ti trasferisci con i genitori a Cuneo, per poi ritornare a Roma al termine degli studi liceali. Impari a suonare sin da adolescente la chitarra, con cui inizi a comporre le prime canzoni. Presto ti accosti alla canzone politica, restando molto influenzato da nomi come Fausto Amodei e i Cantacronache. Studente di scenografia all’Accademia di Belle Arti, tra il 1966 e il 1968 sei tra i protagonisti come attore, cantante e compositore del gruppo Teatro Politico di Strada, di cui fanno parte anche Edmonda Aldini e Gian Maria Volonté. Nel 1969 entri a far parte del cast fisso del Folkstudio, di via Garibaldi a Roma.

dove hai modo di proporre le tue canzoni e dove conosci altri giovani cantautori del calibro di  Francesco De Gregori, Antonello Venditti e Giorgio Lo Cascio.  Con loro nel ‘71 formi il gruppo I giovani del folk.  Nel ‘72 il gruppo si scioglie quando Venditti e De Gregori firmano il loro primo contratto discografico con la It di Vincenzo Micocci, intraprendendo la carriera da solisti. Nel 1975 hai partecipato alla storica edizione del Premio Tenco. Dal ‘80 inizi anche la carriera di intrattenitore radiofonico, conducendo molti programmi in Rai, e quella di critico musicale presso Paese Sera. Dal ’90 hai collaborato con Umberto Bindi, scrivendo anche i testi delle canzoni dal 1999 al 2011. Hai presentato, insieme al giornalista sportivo Ezio Luzzi, la trasmissione di satira sociale “Ho perso il trend”.  Dal 19 settembre 2011 sei  in onda sull’emittente radiofonica romana Radio Città Futura con la trasmissione Radio bax, nel paese degli struzzi.  Nella stagione ‘12-‘13 conduci sempre su Radio Città Futura la trasmissione Rodeo insieme con Pierluigi “Piji” Siciliani.  Nella stagione ‘14-‘15 torni a condurre Rodeo sempre con Pierluigi Siciliani, sempre dal lunedì al venerdì su Radio Città Futura.  Nel ‘19 nel Teatro Comunale di Nardò (LE), l’Associazione “Civilia – Cultura, parole e musica” ti  assegna il “Premio Civilia – Canzone d’autore” per il notevole contributo dato alla canzone d’autore italiana.

D. Chi o cosa ti ha spinto verso la musica?

E. Alla musica mi ha spinto sicuramente il fatto che mio padre Umberto, farmacista, suonava il piano e mi portava a casa un mucchio di dischi di classica, ma anche di pop e folk americano. Decisivo poi è stato il fatto di essere stato nipote del grande musicista Fiorenzo Carpi, autore di Strehler e Fo e del primo album della Vanoni con le   canzoni della “mala”, tra cui la celebre “ma mi”.        

                  

D. Tra il 1966 e il 1968  sei attore, cantante e compositore del gruppo  Teatro Politico di Strada, di cui fanno parte anche Edmonda Aldini e Gian Maria Volonté. Che sviluppi ha dato alla tua carriera?

 E. Il teatro politico del gruppo di Gianmaria Volonte’ mi ha portato a cantare e suonare per la strada scrivendo ballate di controinformazione che mi hanno portato dritto al mitico Folkstudio in Trastevere con Venditti De Gregori e Locascio. Io ero il più politicizzato del gruppo e in Via Garibaldi cantavo il blues e il folk, ma soprattutto le mie canzoni di lotta

D. Il sodalizio, I giovani del folk  iniziato nel ’71 e interrottosi nel ’72 con De Gregori, Venditti, Lo Cascio; cosa ti ha lasciato? 

E. Il Folkstudio mi ha lasciato il grande contatto col pubblico, l’esercizio della voce e dell’ atteggiamento da giullare. Ma molto anche lo stare e cantare insieme e la professionalità’ che ho poi sviluppato mollando la canzone di lotta per quella tipo scuola genovese, come dire la canzone d’ autore con cui ho fatto il mio primo album con la RCA nel ’75

D. Nel ‘72 ti avvicini alla politica, che influenza ha avuto sulla   tua musica? 

E. Nel ’72 sono entrato a far parte, come collaboratore a Stampa e Propaganda, della Direzione Nazionale del Pci in qualità di scopritore di artisti come me impegnati da lanciare nelle Feste de l’Unità. Per anni ho girato il Paese in lungo e in largo col mio repertorio insieme ai grandi cantautori.   

D. Dal ‘78 inizi la carriera di intrattenitore radiofonico. Cosa hai provato la prima volta, sapendo che tutta l’Italia ti ascoltava?

E. La radio ho iniziato a farla nel ’78 come autore cantante e regista in Via Asiago per RAI Radiouno. Per decenni non ho mai mollato, tra un disco e l’altro, di inventare programmi per la Rai, fino al successone, stavolta come giornalista a Saxa Rubra, del celebre programma satirico ” ho perso il trend” dal ’99 al 2011, arrivato ad avere mezzi milione di ascoltatori. Io e il mio partner Ezio Luzzi divenimmo celebri come Bax e Lux e ancora oggi, dopo 15 anni, veniamo chiamati così dai moltissimi nostalgici del programma.          

D. Il 29 aprile 2026  Presso la Galleria d’arte Agorart di Monteverde presenti il tuo nuovo libro Mi Pare Ieri! Ricordi e ritratti di anni irripetibili (Minerva Edizioni) Ce ne vuoi parlare?

E. Di libri ne ho scritti sulla musica, sul programma teste’ succitato e, con successo e tre edizioni, della mia autobiografia tra Cuneo e Roma, non smettendo un giorno di fare la Boehme tra musica giornalismo pittura radio e politica. Questo attuale è null’altro che una serie di ricordi, episodi e aneddoti riguardanti 40 celebri personaggi italiani con cui ho avuto a che fare, il tutto corredato dal ritratto a matita per ognuno di loro: è lo specchio di un’epoca fantastica e irripetibile di un’Italia “alternativa”.

D. Il tuo sogno nel cassetto?

E. Il mio sogno nel cassetto? Continuare così fino a 100 anni e non smettere un giorno di essere apprezzato per il mio furore creativo!

D. Bene caro Ernesto grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, per questa interessante chiacchierata.

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti – sezione musica – articolo del 28 aprile 2026]

Mario Schifano, il nuovo realismo

  Amici di Detti e Fumetti oggi vogliamo consigliarvi una visita alla nuova mostra su MARIO SCHIFANO che si sta tenendo presso il Palazzo delle esposizioni di Roma .

  Negli ultimi tempi, la figura di Mario Schifano ha vissuto una potente riscoperta istituzionale, culminata in mostre che hanno finalmente restituito ordine al suo caos creativo. L’ultima grande retrospettiva significativa ha messo in luce non solo il “pittore maledetto”, ma lo studioso dell’immagine mediatica. Le sale espongono i celebri monocromi degli anni ’60,

dove il colore è colata materica, segnali stradali di un’Italia che correva verso il boom. Si passa poi ai paesaggi anemici

e alle rivisitazioni della storia dell’arte, dove Schifano “rifà” Futurismo e De Chirico

con la velocità di un clic televisivo.

L’allestimento evidenzia il suo rapporto ossessivo con la tecnologia: le fotografie ritoccate e le tele computerizzate degli anni ’80 e ’90 testimoniano una fame di futuro senza precedenti.

Vedere le sue opere oggi significa immergersi in un flusso ininterrotto di loghi (Coca-Cola, Esso) e natura filtrata dallo schermo. La mostra non celebra solo un artista, ma un sismografo umano capace di registrare ogni scossa della cultura di massa. È un’esperienza psichedelica e lucida, che conferma Schifano come l’unico vero rivale europeo di Andy Warhol, ma con una passionalità e una tragedia squisitamente mediterranee.

Biografia

Mario Schifano (Homs, 1934 – Roma, 1998) è stato il volto elettrico della Scuola di Piazza del Popolo.

  • Le Origini: Nato in Libia, si trasferisce a Roma dove lavora inizialmente al Museo Etrusco di Villa Giulia (esperienza che segnerà il suo uso della materia e dei fondi).
  • L’Ascesa: Negli anni ’60 diventa una star internazionale. Amico dei Rolling Stones e frequentatore della Factory di Warhol, incarna perfettamente il binomio genio e sregolatezza.
  • Lo Stile: Pioniere nell’uso di smalti e nitro su carta telata, ha traghettato la pittura verso l’era della riproducibilità tecnica, utilizzando la televisione come musa costante.
  • L’Eredità: Nonostante una vita segnata da eccessi e problemi giudiziari, la sua produzione sterminata resta una colonna portante dell’arte contemporanea, simbolo di una libertà espressiva che non accettava confini tra “alto” e “basso”.

“Io non dipingo quello che vedo, ma quello che guardo.” — Mario Schifano

[ Filippo Novelli per Detti e Fumetti – sezione arte- articolo del 26 aprile 2026]