oggi voglio parlarvi dei dieci quadri più famosi del mondo. Perché proprio oggi? Perché proprio in queste settimane sono riuscito a terminare il most famous paint tour.
Nel 1989 ho visitato il Louvre per vedere
* Mona Lisa (La Gioconda) – Leonardo da Vinci | 1503–1519 | Museo del Louvre (Parigi, Francia)
L’ anno prima nel 1988 avevo avuto la fortuna di vedere nella mostra su VanGogh alla Galleria Nazionale di Arte Moderna
* La notte stellata – Vincent van Gogh | 1889 | Museum of Modern Art – MoMA (New York, USA).
Ho dovuto attendere fino al 2001 per andare a vivere vicino Milano e vedere il terzo quadro più famoso del mondo
* Il Cenacolo (L’Ultima Cena) – Leonardo da Vinci | 1495–1498 | Refettorio di Santa Maria delle Grazie (Milano, Italia)
Ricordo che forse era il 1977 quando avendo la fortuna di abitare a Roma, ho visto
* La Creazione di Adamo – Michelangelo Buonarroti | 1508–1512 | Cappella Sistina (Città del Vaticano).
Nel 1981 in occasione del tour della Spagna ho visto
* Guernica – Pablo Picasso | 1937 | Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía (Madrid, Spagna)
Nonostante fosse a poche centinaia di chilometri da casa a Firenze ci sono andato tardi. Forse era il 1979 e li ho potuto vedere
* La nascita di Venere – Sandro Botticelli | 1484–1486 | Galleria degli Uffizi (Firenze, Italia)
Era il 1988 quando ho avuto la possibilità di vedere una personale di Munch a Monaco di Baviera
* L’urlo – Edvard Munch | 1893 | Museo Nazionale di Oslo (Oslo, Norvegia)
Nel 2026 sono stato in Olanda e ho visto
* Ragazza con l’orecchino di perla – Johannes Vermeer | 1665 | Mauritshuis (L’Aia, Paesi Bassi)
E anche ( anche se in fase di restauro)
* Ronda di notte – Rembrandt van Rijn | 1642 | Rijksmuseum (Amsterdam, Paesi Bassi)
Infine nel 1999 sono riuscito a vedere a Vienna
* Il bacio – Gustav Klimt | 1907–1908 | Österreichische Galerie Belvedere (Vienna, Austria)
Queste erano i dieci quadri più famosi del mondo. Voi quale preferite?
Ci vediamo per le prossime classifiche artistiche.
[FILIPPO NOVELLI PER DETTI E FUMETTI SEZ. ARTE ARTICOLO DEL 19 SETTEMBRE 2026]
Immediatamente dopo essere uscito dalla tabaccheria di Auggie Wren, lo scrittore Paul Benjamin viene quasi investito da un autobus. Rashid Cole riesce a salvare la vita dell’uomo, il quale gli offre di condividere l’appartamento in cui vive. Entrambi sono tormentati dal passato, l’uno per colpa dell’omicidio della moglie e l’altro dalla difficile relazione col padre
Amici di DETTI E FUMETTI, follower della nostra mascotte preferita, OSVY IL BIANCO PORCOSPINO. Finalmente è uscita l’edizione 2026 che tanto attendevate. A 7 anni dall’usicta dell’e-book omonimo abbiamo voluto festeggiare il compleanno della piccola peste KITTY, il gatto della famiglia del nostro eroe OSVY.
Cosa accade davvero quando tua figlia pronuncia la fatidica frase «Possiamo adottare un gatto?» e tu, in un momento di fatale debolezza genitoriale, rispondi di sì? Vi siete mai chiesti cosa comporti questo apparente gesto di spontaneo affetto interspecifico? Non si tratta semplicemente di accogliere un simpatico batuffolo di pelo. Si tratta, a ben vedere, di un vero e proprio colpo di Stato domestico, un sovvertimento silenzioso ma inesorabile dell’ordine costituito. Cambiano da un giorno all’altro le tue abitudini consolidate, la geometria dello spazio abitativo, la disposizione metafisica degli oggetti e dei mobili, per non parlare della struttura del tuo bilancio familiare. È una gioia, sia chiaro — o almeno questo è ciò che ci ripetiamo come un mantra per mantenere un briciolo di salute mentale —, ma è soprattutto un cantiere aperto sulla complessità della convivenza.
Osvy, il porcospino antropomorfo custode del sarcasmo critico e della razionalità disincantata, si fa portavoce di questo calvario domestico. Attraverso il suo tipico humor nero, Osvy analizza il gatto non come un semplice animale da compagnia, ma come una forza della natura reazionaria e decostruzionista, capace di smontare, una ad una, le certezze dell’uomo contemporaneo.
Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi vi parliamo degli U2.
Nel 2026 gli U2 raggiungono un traguardo leggendario: mezzo secolo di carriera vissuto sempre con la stessa formazione originale. Dalle prime prove nella cucina di Larry Mullen Jr. a Dublino nel 1976 fino ai palchi tecnologici più avveniristici del pianeta, Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr. hanno ridefinito il concetto di arena rock, trasformando la musica leggera in un’esperienza viscerale, politica e spirituale.
Per celebrare questo anniversario iconico, ripercorriamo i cinque pilastri che spiegano mezzo secolo di dominio globale:
U2 fonte wikipedia
Quattro elementi, un’unica identità: È un caso unico nella storia del rock che una band di questo livello non abbia mai cambiato un singolo membro in 50 anni. La sinergia tra la voce epica di Bono, il delay inconfondibile di The Edge, il basso ritmico di Clayton e le percussioni marziali di Mullen è un marchio di fabbrica intatto.
Le rivoluzioni musicali: Gli U2 non si sono mai accontentati di replicare una formula. Dallo spiraglio post-punk degli esordi (Boy, War) sono passati al capolavoro epico di The Joshua Tree (1987), per poi sconvolgere fan e critica reinventandosi con le sonorità industriali ed elettroniche di Achtung Baby (1991).
Innovazione dal vivo: I loro tour hanno costantemente alzato l’asticella della produzione live. Dal gigantesco impianto satirico dello Zoo TV Tour all’imponente struttura “The Claw” del 360° Tour, fino alla recente e rivoluzionaria residency alla Sphere di Las Vegas, gli U2 hanno ridefinito il rapporto tra spazio, tecnologia e pubblico.
Impegno sociale e politico: Più di ogni altra band, gli U2 hanno usato la propria cassa di risonanza per sostenere cause umanitarie, dalla lotta all’AIDS nei paesi in via di sviluppo con la campagna RED, ai diritti umani promossi con Amnesty International, fino al messaggio pacifista lanciato in brani storici come Sunday Bloody Sunday.
Eredità e catalogo immortale: Canzoni come With or Without You, One, Where the Streets Have No Name e Beautiful Day sono diventate pietre miliari della cultura pop, capaci di attraversare generazioni ed evocare emozioni collettive istantanee. Cinquant’anni dopo, gli U2 dimostrano che il rock può invecchiare con ambizione, rimanendo fedele al proprio nucleo ma con lo sguardo costantemente rivolto al futuro.
Oggi vogliamo parlarvi di With or without you.
“With or Without You” degli U2 esplora la tormentata dualità tra il desiderio di intimità emotiva e la brama di libertà individuale. Pubblicata nel 1987 nell’album The Joshua Tree, la canzone affronta la tensione interiore tra la devozione a una relazione e il senso di soffocamento che essa può generare:
Il conflitto interiore: Il testo cattura l’effetto paralizzante del sentirsi vulnerabili dentro un legame profondo; non si riesce a vivere né rimanendo uniti al partner, né spezzando il legame (“I can’t live with or without you”).
Ispirazione personale: Bono scrisse il brano vivendo in prima persona il contrasto tra la sua vita da marito devoto e il fascino della vita on the road da rockstar, sentendosi diviso tra due identità inconciliabili.
Tensione musicale: La struttura musicale specchia il testo, crescendo gradualmente da un’atmosfera sommessa e cupa verso un climax vocale e strumentale liberatorio, segnato dal caratteristico suono della “Infinite Guitar” di The Edge.
Vogliamo lasciarvi con una chicca. Abbiamo avuto la fortuna di assistere ad una delle migliori cover band del gruppo irlandese gli U2 FOREVER. Vi lasciamo un Medley dei loro migliori brani. È sufficiente che facciate CLICK QUI
Ci vediamo alla prossima puntata. Stay tu ed.
[FILIPPO NOVELLI PER DETTI E FUMETTI, SEZIONE MUSICA – ARTICOLO DEL 3 SETTEMBRE 2026]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi parleremo dei BED OMENS. di Just Pretend e del loro ultimo concerto italiano
I Bad Omens sono la rivelazione metalcore del momento, un tornado di energia pesante e melodia sintetica che sta ridefinendo i confini del rock moderno. Se vi state chiedendo come suonerebbe il futuro, se la rabbia del metal incontrasse la raffinatezza della new wave, la risposta vi aspetta nel loro devastante arsenale sonoro.
Concerto di Milano 16.06.2026 – all right reserved
Ecco cosa rende il loro stile musicale un’esperienza unica nel panorama odierno:
L’Impatto Elettronico: A differenza del metal tradizionale, i Bad Omens fondono riff di chitarra granitici con synth pesanti, loop industriali e atmosfere cyberpunk che sembrano uscite dalla colonna sonora di Blade Runner.
Camaleontismo Vocale: Il frontman Noah Sebastian passa con una disinvoltura disarmante da un cantato pulito, melodico e quasi pop-R&B a uno scream viscerale e lacerante, capace di graffiare l’anima dell’ascoltatore.
La Struttura dei Brani: Non aspettatevi la solita formula strofa-ritornello; le loro canzoni sono dinamiche, ricche di breakdown cinematici, improvvisi cambi di tempo e drop elettronici che colpiscono duro come un pugno nello stomaco.
Crossover di Generi: La band riesce a far convivere l’oscurità del gothic rock, l’aggressività del post-hardcore e la ballabilità della synth-pop in un unico, coerente e magnetico sound identitario.
Concerto Milano 16.06.2026 – all right reserved
Dopo questa panoramica veniamo al nostro progetto storia di una canzone; parliamo di Just Pretend.
La canzone di maggior successo e più nota dei Bad Omens è “Just Pretend”. Il brano, estratto dal loro terzo album The Death of Peace of Mind (2022), ha letteralmente proiettato la band metalcore statunitense nel mainstream grazie a una massiccia viralità su TikTok.
Concerto di Milano 16.06.2026 – all right reserved
Origini e Stile di “Just Pretend”
Dietro la nascita e la direzione musicale di questo brano c’è una storia particolare, legata a un cambio radicale di approccio da parte della band:
Le Origini: Il frontman Noah Sebastian ha rivelato che la canzone è nata quasi come una “satira” o una sfida commerciale.
Voleva dimostrare quanto fosse facile scrivere una canzone radiofonica di successo seguendo una formula standard. Ironia della sorte, pur essendo nata senza troppe pretese intellettuali, la traccia è diventata il loro più grande successo commerciale, spingendo la band a rivalutarne il valore e l’impatto emotivo sul pubblico.
Lo Stile Musicale: Il brano rappresenta la perfetta evoluzione dei Bad Omens dal metalcore classico a un sound alternative metal fortemente contaminato. La struttura unisce un’anima pop ed elettronica a esplosioni tipicamente rock:
La prima parte: È guidata da un’atmosfera intima, con sintetizzatori cinematici, beat quasi pop/R&B e la voce di Sebastian che si muove su tonalità pulite e calde.
Il climax: Verso la fine, la traccia esplode in un finale potente con chitarre distorte e una forte carica emotiva, pur mantenendo un’orecchiabilità accessibile anche a chi non ascolta abitualmente musica pesante.
Allestimento concerto di Milano 16.06.2026 – all right reserved
Questa è la storia di una canzone Just Pretend dei Bad Omens e. Qui trovate il video con i punti salienti del concerto di Milano. Buona visione
[FILIPPO NOVELLI PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE MUSICA ARTICOLO DEL 18 GIUGNO 2026]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi voglio parlarvi di architettura dell’invisibile e del perché il futuro del teatro ha un debito con un folle: Gordon Craig.
Se oggi entriamo in un teatro e non ci troviamo davanti a un salotto polveroso, pieno di mobili di cartapesta e attori che gridano versi all’indirizzo della platea, lo dobbiamo a un uomo che molti, ai suoi tempi, consideravano un pazzo o, nella migliore delle ipotesi, un eterno sognatore. Quest’uomo si chiamava Edward Gordon Craig. Più di un secolo fa, Craig non si limitò a cambiare le scenografie: cambiò l’anima stessa del palcoscenico. Prese tutto ciò che c’era di finto, di rigidamente realistico, e lo buttò via, lasciando che a parlare fossero lo spazio, il vuoto, la luce e la poesia. Il filo invisibile che ha teso allora attraversa tutto il Novecento e arriva dritto fino a noi, dentro le installazioni digitali più incredibili dei nostri giorni. La parte più sorprendente della sua storia è che molti dei suoi progetti sono rimasti per decenni chiusi nei cassetti o disegnati sulla carta. Le macchine teatrali del 1910 erano troppo pesanti, troppo sgraziate per muovere quegli immensi blocchi di luce e ombra con la leggerezza e la fluidità che lui sognava. Craig vedeva un mondo che i suoi contemporanei non potevano nemmeno immaginare. Oggi, però, le cose sono cambiate. Con i computer, i proiettori laser, la realtà virtuale e i codici digitali, quelle visioni impossibili sono finalmente diventate realtà. Abbiamo trovato la tecnologia adatta per dare forma ai suoi sogni. Liberato dall’obbligo di copiare la realtà, il teatro contemporaneo sta facendo il passo definitivo: sta diventando una vera e propria città invisibile. Non parliamo di schermi freddi o di tecnologia fine a sé stessa, ma di un modo tutto nuovo di stare insieme. Oggi il teatro non è più solo un palazzo di pietra in centro città. È una metropoli emotiva che si accende e prende vita solo quando gli occhi di chi guarda incontrano il corpo di chi recita. In questa nuova città teatrale, i muri fisici svaniscono. Con i visori e la realtà aumentata, lo spazio si allarga all’infinito: un regista non disegna più uno sfondo fisso, ma dà vita a un quartiere intero in cui possiamo muoverci e respirare. E la cosa più bella è che questa architettura fluida abbatte ogni distanza. Due attori possono trovarsi fisicamente a New York e a Roma, eppure recitare, toccarsi e amarsi nella stessa piazza virtuale, portando noi spettatori dentro un unico abbraccio globale. Dimentica l’idea di startene seduto al buio in silenzio, immobile sulla tua poltrona. In questo teatro diventi un cittadino a tutti gli effetti. Entri nella storia, magari attraverso un alter ego digitale, e la popoli. Con i tuoi movimenti, i tuoi respiri e le tue reazioni influenzi l’umore della sala, cambi il traffico delle emozioni. Se il teatro è sempre stato una palestra di democrazia, oggi lo è ancora di più: come in una comunità ideale, le scelte fatte insieme al pubblico durante la serata possono deviare il corso degli eventi e cambiare il finale della storia. È un esercizio profondo di vita comune. Una volta c’erano le scenografie di legno e i fari. Oggi i veri mattoni di questa città sono i battiti del cuore dei presenti. Grazie a sensori invisibili e intelligenze artificiali responsive, lo spazio intorno a noi reagisce in tempo reale: se l’aria in sala si fa tesa o l’attore accelera il respiro, le luci e i colori cambiano di conseguenza. Anche il suono si trasforma in un’architettura acustica: con l’audio tridimensionale ti sembrerà di sentire i passi di qualcuno in un vicolo buio alle tue spalle o il brusio di una folla che non c’è fisicamente, ma che senti spaventosamente viva sulla pelle. Alla fine, la domanda che sorge spontanea è la stessa che ci portiamo dietro da secoli: dove sta la verità? La sorpresa è che tutta questa tecnologia non ci allontana dal nostro essere umani, ma lo potenzia. Liberato dai limiti della materia e del peso, l’attore sul palco può incarnare l’impossibile, e noi possiamo stargli vicini a un livello psicologico quasi intimo, profondo, che il teatro tradizionale a volte fatica a toccare. In questo spazio immateriale che non si può stringere tra le mani, il teatro compie il suo cerchio perfetto e torna alla sua funzione originaria: quella della polis greca. Un luogo in cui una comunità si riunisce attorno a un fuoco invisibile per guardarsi dentro, specchiarsi gli uni negli altri e chiedersi, ancora una volta: “Chi siamo noi?”. Ecco perché, quando entriamo in una sala, allo spegnersi delle luci, sentiamo il respiro dello spazio prima ancora che venga pronunciata una sola parola, stiamo facendo un passo dentro il sogno di quel vecchio visionario. Stiamo camminando nella città di Gordon Craig. E gli stiamo dicendo grazie.
[ Dario Santarsiero per Detti e Fumetti Sezione Teatro- articolo del 29 maggio 2026]
Care Amiche e Amici di DETTI E FUMETTI. ORA ARRIVA LA TERZA ED ULTIMA PARTE DI ARF 2026.
Un modo nuovo di presentarsi per la nostra manifestazione di fumetto preferita
E’ la vostra LAST CALL quindi non ve la perdete!
Ecco il programma del week end.
ARF! 2026 arriva alla Garbatella
Dal 29 al 31 maggio tre giorni tra Casetta Rossa, Villetta Social Lab e Hub Culturale Moby Dick: autoproduzioni, editoria indipendente, talk, mostra del Collettivo Viscosa,
Magville e JOB ARF!, tutto a ingresso gratuito
Dopo l’anteprima di Piazza Navona e il weekend di Testaccio, ARF! Festival del Fumetto di Roma arriva alla Garbatella per il terzo appuntamento della sua dodicesima edizione diffusa. Da venerdì 29 a domenica 31 maggio, tra Casetta Rossa, Villetta Social Lab e Hub Culturale Moby Dick, il festival porta nel Municipio Roma VIII la sua dimensione più indipendente, laboratoriale e professionale, con tre giorni dedicati ad autoproduzioni, editoria indipendente, mostre, talk, disegno dal vivo, formazione e orientamento al lavoro.
Alla Casetta Rossa arriva La SELF® di ARF!, la grande festa del fumetto indipendente che riunisce oltre 50 tra le più interessanti realtà italiane dell’autoproduzione e della microeditoria, insieme all’ARF! Bookshop, firmacopie, incontri pomeridiani e serali. Un luogo di confronto e scoperta, dove il fumetto si presenta nella sua forma più libera, sperimentale e collettiva, tra nuove voci, progetti editoriali indipendenti, fanzine, piccole case editrici e comunità creative.
Il programma dei talk si apre venerdì 29 maggio alle 17.30 con La fine del (mio) mondo, anteprima del nuovo libro a fumetti nato dalla rinnovata collaborazione tra ARF! e Dominio Pubblico, che sarà presentato nella sua versione cartacea in occasione della XIII edizione di Youth Fest al Teatro India, dal 23 al 28 giugno 2026. Intervengono Andrea Brumat, Coso, Mattia Pelusi, Miriam Pancaldi, Pitaf e Sara Martina, moderati da Tiziano Panici, Clara Lolletti e Filippo Da Ros insieme a Stefano “S3Keno” Piccoli.
Alle 19.00 sarà la volta di “Small Press” a chi?!, incontro dedicato alle nuove forme ibride dell’autoproduzione, tra collettivi, piccole realtà editoriali e autrici e autori underground. Con Elena Zannoni del Collettivo Viscosa, Riccardo Rottaro di In Your Face Comix, Emanuele Cantoro di Profondissima, Titta D’Onofrio di Sputnik Press e Thomas Govoni di Renape, si ragionerà su cosa significhi oggi scegliere la strada dell’indipendenza editoriale.
Alle 21.00, con Una strip, 100 anni d’amore. I personaggi che ci hanno plasmato trovano una nuova vita, il programma attraversa l’eredità delle grandi strisce a fumetti, da Braccio di Ferro ai Peanuts, da Calvin & Hobbes a Little Nemo, e il loro modo di continuare a influenzare nuove generazioni di autrici, autori e lettori. Intervengono Elena Zannoni, Lorenzo La Neve, Elia di Padova di Ragdoll, Aldo Terminiello di Bangarang! e The Sando di Blekbord.
Sabato 30 maggio si prosegue alle 17.30 con Fumetti che si scrollano. Come il linguaggio del fumetto sta contaminando il web, un dialogo aperto su come il fumetto entri nello spazio digitale e si trasformi nel rapporto continuo con follower, community e piattaforme. Intervengono Chiara Fiordeponti e Toonie del Collettivo Viscosa, Lorenzo La Neve e Isotta Santinelli.
Alle 19.00 il palco sarà dedicato a 100% Viscosa, incontro con le protagoniste della mostra de La SELF®. Il Collettivo Viscosa si racconterà come sperimentazione raminga, alchimia di elementi diversi e collisione di mondi lanciati verso un obiettivo comune. Conduce Chiara Guida. A seguire, la presentazione del Premio INKEE alla migliore realtà SELF, con Collettivo Viscosa e gli ARFer.
Alle 21.00, con Nuove voci si aggiungono al coro, spazio alle realtà emergenti dell’autoproduzione: Brutti Mostri, Ouch!, Collettivo Traveggole ed Eppi Press racconteranno aspettative, inizi, tentativi e prime esplorazioni nel mondo del fumetto indipendente. Intervengono Emma Arduini ed Elena Zannoni del Collettivo Viscosa, Alessia Senatore e Giovanni Esposito di Ouch!, Marco Gualandi di Brutti Mostri, Riccardo Vignoli e Francio del Collettivo Traveggole, Simone Muscioni e Alessandro Lorini di Eppi Press. Alle 22.30 chiude la giornata il live painting di Sputnik Press.
Domenica 31 maggio alle 17.00 il programma riparte con L’arte della disobbedienza, dialogo intorno al fumetto come spazio di ribellione, attivismo e sovversione degli immaginari dominanti. Contro una società patriarcale, specista e classista, si alzano le voci di Eugenia Erba, Antifa!nzine e Malinconia Fumogeno, con Emma Arduini del Collettivo Viscosa.
Alle 19.00 chiude il ciclo dei talk L’artista idra: disegno, scolpisco, intaglio e cucio, incontro dedicato alle derive creative di autrici e autori che partono dal fumetto per attraversare artigianato, oggetti, media fisici, carta, legno, ceramica, lana e sperimentazioni sonore. Intervengono Elena Zannoni e Toonie del Collettivo Viscosa, Fabio Berardelli di Bomansa, Gaia Magnini di Wabbit e Nalsco.
Alla Villetta Social Lab sarà protagonista la mostra 100% Viscosa, dedicata alle artiste del Collettivo Viscosa, vincitore del Premio INKEE 2025 come migliore realtà SELF. In esposizione le opere di Artessandra, Fiordip, Bezuss, Silvetrina, émma, Palù, Toonie, Biene e Zanna, insieme a collaborazioni con TedxSapienza, Lucha y Siesta e La Revue – L’informazione a fumetti. Accanto alla mostra, per tutto il weekend, Magville porterà alla Villetta laboratori di disegno dal vivo, scambio fumetti e workshop.
All’Hub Culturale Moby Dick arriva invece JOB ARF!, il format dedicato alla formazione e all’orientamento professionale, con incontri professionali, masterTalk gratuiti con docenti delle migliori scuole e accademie di fumetto e, in mostra, le tavole di Juta, autore vincitore del Premio Bartoli alla Miglior Promessa del Fumetto Italiano nel corso dell’edizione 2025 di ARF! Festival.
Il programma dei masterTalk prevede venerdì 29 maggio, dalle 14.00 alle 14.50, Fuori formato. Fumetto e illustrazione oltre il libro, tra editoria, impresa, prodotto e immaginari applicati, con Gianluca Garofalo e David Orlandelli, powered by AI – Autori di Immagini.
Dalle 15.00 alle 15.50 si prosegue con Editor, che fai! Fare fumetti è facile, pubblicarli è difficile, con Francesco Archidiacono, Lorenzo La Neve, Isotta Santinelli e Ariel Vittori, powered by MeFu – Mestieri del Fumetto.
Dalle 16.00 alle 17.00, IED – Istituto Europeo di Design presenta Alan Tiddì. Fare fumetti attraversando generi e formati, con Bruno Cannucciari.
Sabato 30 maggio, dalle 14.30 alle 15.30, Pencil Art propone Il potere del fantasy. Lavorare con l’illustrazione, dall’editoria al gaming, con Luca Sotgiu.
Dalle 16.00 alle 17.00, RUFA – Rome University of Fine Arts chiude il programma con Graphic design. La grafica essenziale per illustrazione e fumetto, con Claudio Spurio.
L’iniziativa è promossa e sostenuta da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria – Dipartimento Attività Culturali in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, con il sostegno del Municipio Roma VIII ed è organizzata e realizzata dall’Associazione Culturale ARF!
INFO PUBBLICO
ARF! Festival di storie, segni e disegni – XII edizione
Presentata la nuova mostra del Palazzo del Fumetto, Toppi – Le profondità verticali che celebra uno dei più influenti, geniali e rivoluzionari fumettisti italiani, Sergio Toppi. Visitabile dal 23 maggio al 4 ottobre 2026, l’esposizione è curata da Luca Raffaelli con Michel Jans e Francesco Verni e accende i riflettori su un protagonista forse poco popolare, ma certamente tra i più importanti e significativi nel mondo dell’illustrazione e dei fumetti per l’indiscusso stile, il personalissimo segno e l’utilizzo dei colori, in grado di ispirare generazioni di artisti, sia in Italia che all’estero.
La mostra
L’esposizione al Palazzo del Fumetto di Pordenone presenta oltre cento tavole originali e si sviluppa lungo un percorso cronologico, articolato per temi, che riflette un attento lavoro di studio e di ricerca critica sugli aspetti peculiari dell’arte del grande disegnatore. Tre le sezioni in cui è stato diviso il percorso espositivo: nella prima sala vengono mostrate 17 tavole per segnalare le principali particolarità stilistiche che nascondono l’intensità del pensiero di Toppi, prima di entrare nel percorso biografico che lo ha portato alla sua maturità artistica. Nelle sale superiori dell’esposizione vengono mostrati gli originali di tre fumetti completi (due dei quali a colori) per accedere quindi al suo straordinario mondo di illustratore e di creatore di piccole statue personalmente realizzate, dando prova di ulteriori straordinarie competenze. Un ruolo centrale della mostra è affidato alla proiezione in grande formato di una storia completa, immersa in un’atmosfera onirica che accompagna il visitatore in un viaggio suggestivo all’interno delle tavole originali.
Una parte della mostra è dedicata al profondo interesse di Toppi per il Giappone, una cultura che amava e che emerge anche nelle opere esposte al Palazzo del Fumetto.
L’autore
Sergio Toppi, (Milano 1932 – 2012), è stato un autore trasversale. Le sue prime esperienze professionali risalgono all’attività di disegnatore nello studio dei Fratelli Pagot, dove venivano realizzati i celebri Caroselli pubblicitari, tra cui quello dedicato al personaggio di Calimero.
Dopo alcune vignette per il Candido di Guareschi, Toppi arriva al fumetto disegnando per il Corriere dei Piccoli le storie del Mago Zurlì, il personaggio televisivo dello Zecchino d’oro. Nel 1966 la realizzazione del primo fumetto sempre per il Corriere dei Piccoli: si tratta della storia di Pietro Micca, eroe dell’assedio di Torino, sceneggiato da Mino Milani.
Inizia così la lunga carriera di Toppi nel fumetto realistico, prima con un approccio classico, con la più consueta divisione della pagina in vignette, successivamente scardinando tale modello, rivoluzionando questo canone standard del fumetto. È quanto accade anche nei suoi lavori per la casa editrice Bonelli, dove Toppi comincia a collaborare realizzando l’ultima parte di un fumetto biografico sui personaggi del west che Rino Albertarelli, morto improvvisamente, non aveva concluso.
Sergio Bonelli apprezza profondamente Sergio Toppi, pur concedendogli la libertà di trasgredire alcune delle regole fondamentali imposte dalla casa editrice. Non è inoltre l’unico a riconoscere il suo talento. Tra coloro che sono stati conquistati dal genio di Toppi figurano anche la redazione del Corriere dei Piccoli, oltre al Messaggero dei Ragazzi con padre Giorgio Colasanti e a Il Giornalino con don Tommaso Mastrandrea. In Toppi il fumetto diventa fluttuante, con tavole che incantano il lettore, lo invita a sollevarsi, creando un clima contemplativo e ipnotico. I grigi e la combinazione degli spazi invitano a entrare come dietro le quinte di un teatro. E poi ci sono le nuvolette tonde, galleggianti all’interno della striscia, in grado di essere in qualsiasi punto della scena senza aggrapparsi alla cornice, come i balloon fanno di solito. E così anche il movimento si fa unico, in Toppi: lo sguardo fluttua, cerca nella profondità, si fa largo fra gli incanti e i suoni del tempo che scorre fra i segni sulla carta.
Le illustrazioni di Sergio Toppi sono comparse sui principali quotidiani italiani, tra cui Il Messaggero e Corriere della Sera, oltre che su storiche riviste di fumetto come L’Eternauta e Orient Express.
La sua attività supera i confini nazionali, portando la sua arte a essere apprezzata anche all’estero. Toppi è infatti un autore riconosciuto e celebrato a livello internazionale, in particolare in Francia, dove è pubblicato per editori come Larousse e Mosquito.
Il catalogo
Il catalogo della mostra Toppi. Le profondità verticali rappresenta uno strumento essenziale per approfondire la figura di un autore tra i più rilevanti e rappresentativi della Nona Arte, oltre che per esplorare i contenuti dell’esposizione attraverso le opere che la compongono e la definiscono.
Ad aprire il volume sono i testi introduttivi del presidente del Palazzo del Fumetto, Marco Dabbà, e del curatore Luca Raffaelli. Seguono il contributo di Francesco Verni (giornalista, co-curatore ed esperto di fumetti), dedicato al tema Haiku e Samurai e all’influenza orientale nell’arte di Sergio Toppi, e il saggio di Stefano Cristante, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università del Salento, incentrato sulla poetica visionaria dell’artista.
La dimensione internazionale dell’opera di Toppi e la sua produzione per il mercato estero emergono nell’intervento di Michels Jans, fondatore della casa editrice francese Mosquito e co-curatore della mostra al Palazzo del Fumetto. Il contributo riprende un’intervista tratta da Une Monographie (Mosquito Éditions, 2007).
Visite guidate
A partire dal 30 e 31 maggio, ogni sabato e domenica alle 16.00, il pubblico potrà partecipare alle visite guidate alla mostra Toppi. Le profondità verticali, un’occasione speciale per approfondire il percorso espositivo tra tavole originali, illustrazioni e racconti dedicati alla sua poetica visionaria. Le visite accompagneranno i partecipanti alla scoperta delle opere esposte e dei temi centrali della mostra, offrendo uno sguardo approfondito su uno dei maestri più influenti della Nona Arte.
Dichiarazioni
“La mostra di Toppi al Palazzo del Fumetto di Pordenone rappresenta perfettamente uno delgi obiettivi assoluti della nostra Fondazione, cioè quello di divulgare la conoscenza dei grandi maestri del disegno, dell’illustrazione e del fumetto. Questa esposizione vuole celebrare e rendere il più possibile popolare il lavoro di un genio cristallino e forse finora ancora non giustamente riconosciuto”.
Marco Dabbà, presidente Palazzo del Fumetto
“Toppi ama l’immagine fluttuante: così invita lo sguardo di un suo lettore a muoversi lentamente sulla pagina di un suo fumetto alla ricerca della chiave per entrarci dentro, cercare nella profondità, farsi largo fra gli incanti, sentire i suoni del tempo fra i segni sulla carta”.
Luca Raffaelli, curatore della mostra
“L’originalità e la qualità dell’opera di Sergio Toppi sono state riconosciute in tutto il mondo. La forza della sua grafica è evidente al punto che quasi dimentichiamo il suo talento nella scrittura. Molto rapidamente nella sua carriera si è liberato dagli scenari convenzionali e stereotipati. Poiché ha rifiutato di chiudersi nella creazione di eroi ricorrenti, ha pagato questa esigenza perdendo una parte del pubblico, ma guadagnando l’ammirazione degli amanti della nona arte”.
Michel Jans, fondatore della casa editrice francese Mosquito e co-curatore della mostra
“Questa esposizione, ospitata nei magnifici spazi del Palazzo del Fumetto, è la mostra che ho sempre desiderato vedere. Aver contribuito alla sua curatela rappresenta per me un onore profondo. Sono convinto che il posto occupato da Sergio Toppi — o meglio, dal “Toppi” — nella storia dell’arte figurativa del Novecento sia, e resterà, assolutamente centrale. Questa mostra rende finalmente giustizia a un gigante dell’arte: a uno stile unico e irripetibile, impossibile da imitare ma ammirato e studiato da artisti di tutto il mondo; alla sua straordinaria sintesi grafica; alla rivoluzione copernicana che ha saputo imprimere al fumetto e all’illustrazione, ridefinendone linguaggio e possibilità espressive. Un’arte che, ancora oggi, continua a dare vertigini”
Francesco Verni, co-curatore della mostra
“Il Palazzo del Fumetto vuole essere davvero un luogo di cultura, non solo di intrattenimento, celebrando i protagonisti popolari, quelli che entrano nelle case di tutti e fanno parte della memoria collettiva, ma aprendosi anche a mondi meno visibili, ospitando mostre di artisti che hanno fatto la storia della nona arte pur non essendo conosciuti al grande pubblico. Una mostra e un autore che sapranno sorprendere, nel pieno stile di Pordenone Capitale italiana della Cultura.”
Alberto Parigi, Assessore alla Cultura Comune Pordenone
Oggi vorrei esplorare con voi il significato profondo di fare musica nell’epoca contemporanea, un atto di consapevolezza interiore e una ricerca del proprio posto nel mondo.
FABRIZIO FONTANELLI illustrazione di Filippo NovelliGraphic Novel Sandcastle scritto da Fontanelli Santarsiero e Novelli
Ritengo che dobbiamo contrapporre la Musica – e la sua immagine superficiale che ci danno i media alla Musica diretto atto di responsabilità dell’artista, il cui compito è trasformare pensieri intimi in un dono per il pubblico. Creare canzoni non è una semplice sequenza di accordi, ma un viaggio faticoso che richiede studio, motivazione e la volontà di lasciare un’impronta duratura. In un’era dominata dalla velocità e dalla tecnologia; in qursto contesto l’arte diventa uno strumento per rimettere l’essere umano al centro, favorendo uno scambio potente e autentico tra chi crea e chi ascolta. La musica e’ un dialogo continuo capace di influenzare gli altri, rendendo essenziale la focalizzazione totale dell’artista sul proprio messaggio.
I Mardi Gras – illustrazione di Filippo Novelli
In una recente intervista, durante il nostro LIVE per il Comune di Roma presso il polo museale La Vaccheria ho avuto modo di approfondire questo tema.
F. In un percorso di vita in cui ognuno cerca il proprio posto nel mondo, il proprio “campo di battaglia”, spesso molte attitudini restano inespresse (per pigrizia o mancanza di ricerca interiore, perché non ci si ascolta a sufficienza) io penso chen fare musica è essenzialmente ascoltare se stessi, ascoltando quella spinta che porta a riempire un foglio bianco di pensieri per poi destinarli a degli accordi ma non solo. Intraprendere questo percorso significa sentire che il proprio “Battlefield” è la Musica, compiendo un atto di presa di posizione verso se stessi e verso ciò che si può dare al mondo, che sia arte, cultura o scrittura.
In un mondo che corre veloce, la musica offre il tempo per fermarsi, sentire se stessi e regalare qualcosa agli altri. Si viene a creare un dialogo, una conversazione continua con l’audience. Se in questo contesto riusciamo a dare qualcosa di potente, allora sono certo che riceveremo in cambio qualcosa di altrettanto bello e potente.
Fare musica oggi e’ un’esperienza totalizzante che richiede una grande motivazione, studio e comprensione di se stessi; non è affatto facile. E’ un viaggio che nasce dalla volontà di dare, ricevere e mettere in pratica le proprie fantasie, andando oltre una semplice sequenza di accordi.
Quando vedete uno Show non dovete credere al fatto che si tratta solamente di stare su un palco, di fare una passerella televisiva con su i lustrini; e’ qualcosa di molto più profondo e intimo che entra nelle case delle persone. L’artista ha la grande responsabilità di sapere che ciò che scrive e dice verrà scandagliato da chi lo ascolta e che con le sue parole, i suoi versi potrà influenzare tanta gente. Fare musica oggi è cruciale perché riporta l’uomo al centro di tutto.
[Fabrizio Fontanelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE MUSICA – ARTICOLO DEL 19 MAGGIO 2026]
Questo anno gli arfer hanno deciso di stupire tutti e realizzare un festival diffuso.
Hanno ripreso tutti gli asset vincenti:
1) Arf kids
2) Arf+ musica e concerti
3) Arf mostre
4) Self arf
Ma veniamo ai dettagli per chi vuole partecipare a questo festival del fumetto diffuso tra Parione, Testaccio e Garbatella e Campo Boario
Si inizia il 14 maggio con la mostra di QUINO E ALTAN a piazza Navona.
22-24 maggio al Campo Boario con Caparezza, grande protagonista con la mostra Orbit Orbit, talk show e incontri con il pubblico.
In quei giorni in programma anche la ARF! Kids dedicata ai giovanissimi con 3 giorni di laboratori, gioco e letture, l’ARF! bookshop e la presentazione della rivista La fine del mondo con Maicol e Mirco, Zuzu e Vitt Moretta.
Dal 29 al 31 maggio ARF! arriverà poi alla Garbatella, anche qui con esposizioni, talk, incontri con la SELF®, il Collettivo Viscosa e l’immancabile JOB ARF! il format dedicato alla formazione e all’orientamento professionale, con i colloqui tra autrici e autori esordienti e case editrici.
Non trascurabile l’altra novita’:questo anno Arf e’ tutto a ingresso gratuito.
[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE FUMETTO – ARTICOLO DEL 14 MAGGIO 2026]
Care lettrici e lettori di DETTI E FUMETTI oggi parliamo del perche’ si deve andare a caccia di bellezza.
Andare a caccia di bellezza nel quotidiano, come notare semplicemente il colore rosso di un libro, è considerato fondamentale per mantenere una bella vibrazione interiore. In un mondo segnato da sofferenze, dolori e brutture che rischiano di incattivire o abbattere le persone, la ricerca del bello rappresenta una strategia efficace emersa da anni di consulenza familiare e ascolto di persone spaventate o addolorate.
La pratica suggerita consiste nello svegliarsi la mattina, riconoscere che il proprio corpo funziona e ricordarsi che, nonostante la bruttezza circostante, esiste anche molta bellezza che aspetta solo di essere colta, respirata e portata in giro. Questo approccio non significa negare il dolore, la paura o il diritto di stare male, bensì aiuta a ridimensionare e circoscrivere la sofferenza a momenti specifici, evitando di drammatizzare eccessivamente o di “affogare” completamente nelle difficoltà.
Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, siamo onesti: nel 2026, la nostra attenzione è ridotta a brandelli. Viviamo immersi in un mondo digitale fatto di algoritmi che ci dicono cosa guardare, cosa comprare e persino cosa pensare. In questo contesto come si inserisce il teatro? Il teatro e’ in controtendenza. Per un motivo molto semplice: tutto si svolge in presenza. Mentre lo schermo ci permette di essere spettatori pigri e sempre pronti, quando arriva la noia, a cambiare canale; la scena di contro ci toglie letteralmente il telecomando dalle mani. Che si tratti di avanguardia multimediale o di un classico, recitato da attori professionisti o amatoriali, il teatro ti guarda in faccia. Quando sei a teatro non sei un utente che paga un canone, sei un testimone. Quello che accade sul palco sta succedendo per te e con te, in quel preciso istante. È un valore che stiamo dimenticando. In una società frammentata, mentre stiamo vivendo crisi politico sociali più grandi di noi; mentre viviamo in un mondo dove la tecnologia corre veloce, il teatro si contrappone al caos a suo modo. Non risolve le nostre angosce e le nostre ansie con uno scroll o un like; il teatro ci costringe a vivere i drammi quotidiani collettivamente. È l’unico posto dove stare scomodi insieme agli altri. Il teatro cosi’ facendo diventa un atto rivoluzionario. Entrare in un teatro oggi non è un passatempo intellettuale, è un atto di coraggio. Significa sedersi al buio e accettare che l’immagine di noi stessi non sia adulterata dai filtri di un social. Il teatro non ti propone una copia edulcortata della realtà; ti prende per le spalle, ti scuote e ti chiede: “E tu, da che parte stai?” Il teatro nel 2026 non è un museo. È quel cantiere aperto dove, tra una battuta ed un applauso, proviamo ancora a capire cosa significhi restare umani in un mondo di pixel.
[ Dario Santarsiero per Detti e Fumetti- sezione Teatro – articolo del 10 maggio 2026]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI come ogni Maggio e’ arrivato il tempo dell’ARF. Questo anno iniziamo col botto.
ARF! Festival e l’Instituto Cervantes di Roma presentano alla Sala Dalí di Piazza Navona Mafalda & La Pimpa, la mostra che dal 14 maggio all’11 luglio 2026 porta per la prima volta insieme a Roma le riproduzioni in stile Artist’s Edition delle strip di Mafalda e le tavole originali della Pimpa. L’esposizione, realizzata da ARF! Festival e Instituto Cervantesdi Roma — in collaborazione con Franco Cosimo Panini, Quipos S.r.l. e Caminito S.a.s. agenzia letteraria — rinnova l’ormai tradizionale partnership tra la prestigiosa istituzione culturale spagnola e il Festival del Fumetto di Roma.
A inaugurare la mostra, curata da Stefano Piccoli (S3Keno) e Daniele Bonomo (Gud) per ARF! Festival nell’ambito della sua XII edizione, giovedì 14 maggio alle ore 17.30, sarà il Maestro Altan, che incontrerà il pubblico per un talk e una sessione di firmacopie.
“Parlare alle bambine e ai bambini per parlare agli adulti” è il filo invisibile che attraversa l’esposizione, dove Mafalda e Pimpa, due protagoniste amatissime che hanno attraversato generazioni, generi e mode, si fronteggiano come due modi diversi e complementari di guardare il mondo attraverso lo sguardo dell’infanzia. Da un lato Mafalda, la bambina dai capelli corvini creata da Quino, osserva il quotidiano con lucidità disarmante: guerra, ingiustizia, autorità, futuro vengono passati al vaglio di uno sguardo che non accetta risposte comode. Dall’altro lato la Pimpa, nata dalla mano di Altan, abita un universo in cui la scoperta è continua ma mai minacciosa, fatto di incontro, gioco, trasformazione gentile e meraviglia. Ne nasce un confronto tra due poetiche opposte e complementari: l’inquietudine critica e la fiducia affettiva, la domanda senza risposta e la narrazione che accoglie. Due modi diversi di usare la semplicità come forma di verità.
Come sottolinea Daniele Bonomo: “Vedere riunite le strip di Mafalda e le tavole de La Pimpa ha una doppia valenza. Da una parte l’importanza di ripercorrere insieme la storia di due personaggi simbolo del nostro immaginario; dall’altra parte rivivere più di cinquant’anni della nostra Storia attraverso gli sguardi, i segni e le parole di Quino e Altan, due grandi Maestri del nostro tempo.”
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI Ci tenevo ad allertarvi un attimo sui pericoli dell’utilizzo errato e inconsapevole della AI che a volte puo’ arrivare ad essere tossica per i piu’ giovani.
Mi riferisco al recente inserimento in un social molto utilizzato dai giovani: il tanto amato WhatzApp.
Perché la ritengo tossica?
Non certo perché risponde in maniera gentile ed accurata, non certo perché invita a essere più composti o a dare sempre delle risposte rassicuranti; non ho una critica da fare sul modo che ha di rispondere ai nostri quesiti, ma sul fatto che lei ti risponde sempre 24 ore su 24 .
Critico la ” presenza costante”.
Credo che questo sia il suo tallone d’Achille: lei ci tiene a sottolineare che è lì per offrire un servizio, per essere sempre a nostra disposizione.
Questo si traduce per i ragazzi, specie nei giovanissimi, in un vizio di forma.
Il problema e’ che mentre chatti, scordi il fatto che stai chattando con un computer, con l’AI, perché ora non devi aprire un’app preposta a questo compito. Sono saltati i filtri di protezione. Tu sei semplicemente su WhatsApp. In WA i nostri figli “ci vivono”; hanno una velocità pazzesca nel chattare. Lo fanno contemporaneamente con più persone e in piu’ gruppi; con degli automatismi pazzeschi, a volte senza neanche guardare il telefono.
A questa velocità, si perde di vista il fatto che dall’altra parte c’è l’AI, una macchina “sempre a tua disposizione”.
E lo sappiamo tutti che le nuove generazioni tendono a mandare messaggi piuttosto che telefonare; questo fatto vizia ancor di piu’ questa malsana idea che dall’altra parte debba esistere qualcuno che è sempre là per te.
Per studiare questo nuovo fenomeno l’altro giorno ho installato anche io questa opzione ed ho chiesto alla AI:”Quando una persona diventa fin troppo insistente o scrive in orari non consoni, tu le metti un freno? un punto?
Questo perche’ nei rapporti umani, quando una persona è cosi’ insistente, ridondante, solitamente gli si dice: ‘Oh, anche meno, basta, mollami’.
E questo è sano, perché ci porta a riflettere e a toccare con mano che l’altro non deve stare là sempre e comunque a nostra disposizione solo perché abbiamo ansia, paura o bisogno di parlare con qualcuno.
Non e’ sano pensare che l’altro debba scattare ogni volta che ne abbiamo bisogno. Nei rapporti umani, ogni individuo ha il diritto di portare avanti i propri progetti, doveri e affetti anche al di là del rapporto di coppia. Questa IA va a creare un’ennesima aspettativa non ancorata alla realtà dei rapporti umani, perché nessuno è tenuto a esserci sempre per te, se non te stesso, e di certo e’ non buona cosa che dall’altra parte del telefono ci sia una macchina.
Per chi vuole l’articolo e’ riportato nel mio video a link QUI
[Chiara Narracci per Detti e Fumetti – sezione sociologia – articolo del 28 aprile 2026]
L’Architettura dell’Incontro e la rinascita della Comunità
Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, riprendiamo a scrivere di teatro. Quello che leggerete oggi è una riflessione su come il teatro è la forma più vera di aggregazione.
Se immaginiamo la società come un edificio fatto di individui isolati — tanti mattoni giustapposti ma ancora instabili — il teatro è la malta che li tiene insieme. In un’epoca dominata dalla frammentazione digitale e dall’isolamento iperconnesso, l’arte scenica non è un semplice passatempo, ma una funzione vitale che trasforma una massa eterogenea di persone in una comunità consapevole. A differenza del cinema, della televisione o dei media digitali, dove il prodotto è mediato da uno schermo e fruibile in tempi e luoghi asincroni, il teatro esige la presenza fisica simultanea. È l’unica forma d’arte che richiede a chi guarda e chi agisce di occupare lo stesso spazio aereo per la medesima durata temporale.
Questa coesistenza fisica genera quello che i sociologi chiamano “respiro collettivo”. Quando centinaia di persone, nel buio della sala, trattengono il fiato nello stesso istante davanti a un gesto dell’attore, accade un miracolo invisibile: le barriere individuali si abbassano. In quel momento, non siamo più estranei seduti l’uno accanto all’altro; diventiamo un organismo unico, unito da una risposta biologica ed emotiva sincronizzata. Questa scarica di empatia collettiva è la “malta” che riempie gli spazi tra i singoli mattoni della società.
Il teatro non si limita a unire le persone; le interroga. Fin dai tempi della polis greca, il palco è stato lo spazio in cui la comunità metteva in scena i propri conflitti, i propri mostri e i propri sogni.
Vedere i propri dilemmi vissuti da corpi in carne ed ossa a pochi metri di distanza attiva un processo di catarsi che il digitale non può replicare. Il teatro ci costringe a guardare l’altro non come un profilo social o un algoritmo, ma come un essere umano complesso. Attraverso il personaggio, impariamo a riconoscere noi stessi negli altri, trasformando la diffidenza verso il “diverso” in una comprensione profonda della condizione umana comune.
In un mondo che ci spinge verso “bolle” informative e solitudini individualiste, il teatro agisce come un atto di resistenza. Richiede attenzione, silenzio e, soprattutto, l’accettazione del rischio. Ogni replica è diversa, ogni errore è reale, ogni emozione è non filtrata.
Questa “imperfezione” del vivo è ciò che ci rende umani. Mentre i social media tendono a dividerci in fazioni, il teatro ci riunisce in un’arena di dibattito vivo. Non è un caso che, storicamente, i regimi totalitari abbiano sempre guardato con sospetto al teatro: è troppo difficile controllare un gruppo di persone che hanno appena condiviso un’esperienza di verità profonda e irripetibile.
Senza la malta, un edificio è solo un cumulo di macerie in attesa di cadere. Senza lo spazio del teatro — o di ciò che esso rappresenta: l’incontro fisico, il rito, l’ascolto — la società rischia di diventare una somma di solitudini.
Il teatro ci ricorda che siamo fatti per stare insieme, per respirare insieme e per interrogarci insieme. Continua a essere quella forza invisibile ma potentissima che trasforma la nostra esistenza isolata in un’architettura solida, capace di resistere alle intemperie del tempo e dell’indifferenza.
Non andare a teatro è come fare toeletta senza uno specchio [Arthur Schopenauer]
[ Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -sezione Teatro – articolo del 28 aprile 2026]
Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti è con piacere e perché no, con un pizzico di emozione, che mi accingo ad intervistare un maestro della musica italiana: Ernesto Bassignano.
Allora Ernesto, nasci a Roma il 4 aprile 1946. La tua famiglia è di origini piemontesi, e dopo la nascita nella capitale ti trasferisci con i genitori a Cuneo, per poi ritornare a Roma al termine degli studi liceali. Impari a suonare sin da adolescente la chitarra, con cui inizi a comporre le prime canzoni. Presto ti accosti alla canzone politica, restando molto influenzato da nomi come Fausto Amodei e i Cantacronache. Studente di scenografia all’Accademia di Belle Arti, tra il 1966 e il 1968 sei tra i protagonisti come attore, cantante e compositore del gruppo Teatro Politico di Strada, di cui fanno parte anche Edmonda Aldini e Gian Maria Volonté. Nel 1969 entri a far parte del cast fisso del Folkstudio, di via Garibaldi a Roma.
dove hai modo di proporre le tue canzoni e dove conosci altri giovani cantautori del calibro di Francesco De Gregori, Antonello Venditti e Giorgio Lo Cascio. Con loro nel ‘71 formi il gruppo I giovani del folk. Nel ‘72 il gruppo si scioglie quando Venditti e De Gregori firmano il loro primo contratto discografico con la It di Vincenzo Micocci, intraprendendo la carriera da solisti. Nel 1975 hai partecipato alla storica edizione del Premio Tenco. Dal ‘80 inizi anche la carriera di intrattenitore radiofonico, conducendo molti programmi in Rai, e quella di critico musicale presso Paese Sera. Dal ’90 hai collaborato con Umberto Bindi, scrivendo anche i testi delle canzoni dal 1999 al 2011. Hai presentato, insieme al giornalista sportivo Ezio Luzzi, la trasmissione di satira sociale “Ho perso il trend”. Dal 19 settembre 2011 sei in onda sull’emittente radiofonica romana Radio Città Futura con la trasmissione Radio bax, nel paese degli struzzi. Nella stagione ‘12-‘13 conduci sempre su Radio Città Futura la trasmissione Rodeo insieme con Pierluigi “Piji” Siciliani. Nella stagione ‘14-‘15 torni a condurre Rodeo sempre con Pierluigi Siciliani, sempre dal lunedì al venerdì su Radio Città Futura. Nel ‘19 nel Teatro Comunale di Nardò (LE), l’Associazione “Civilia – Cultura, parole e musica” ti assegna il “Premio Civilia – Canzone d’autore” per il notevole contributo dato alla canzone d’autore italiana.
D. Chi o cosa ti ha spinto verso la musica?
E. Alla musica mi ha spinto sicuramente il fatto che mio padre Umberto, farmacista, suonava il piano e mi portava a casa un mucchio di dischi di classica, ma anche di pop e folk americano. Decisivo poi è stato il fatto di essere stato nipote del grande musicista Fiorenzo Carpi, autore di Strehler e Fo e del primo album della Vanoni con le canzoni della “mala”, tra cui la celebre “ma mi”.
D. Tra il 1966 e il 1968 sei attore, cantante e compositore del gruppo Teatro Politico di Strada, di cui fanno parte anche Edmonda Aldini e Gian Maria Volonté. Che sviluppi ha dato alla tua carriera?
E. Il teatro politico del gruppo di Gianmaria Volonte’ mi ha portato a cantare e suonare per la strada scrivendo ballate di controinformazione che mi hanno portato dritto al mitico Folkstudio in Trastevere con Venditti De Gregori e Locascio. Io ero il più politicizzato del gruppo e in Via Garibaldi cantavo il blues e il folk, ma soprattutto le mie canzoni di lotta
D. Il sodalizio, I giovani del folk iniziato nel ’71 e interrottosi nel ’72 con De Gregori, Venditti, Lo Cascio; cosa ti ha lasciato?
E. Il Folkstudio mi ha lasciato il grande contatto col pubblico, l’esercizio della voce e dell’ atteggiamento da giullare. Ma molto anche lo stare e cantare insieme e la professionalità’ che ho poi sviluppato mollando la canzone di lotta per quella tipo scuola genovese, come dire la canzone d’ autore con cui ho fatto il mio primo album con la RCA nel ’75
D. Nel ‘72 ti avvicini alla politica, che influenza ha avuto sulla tua musica?
E. Nel ’72 sono entrato a far parte, come collaboratore a Stampa e Propaganda, della Direzione Nazionale del Pci in qualità di scopritore di artisti come me impegnati da lanciare nelle Feste de l’Unità. Per anni ho girato il Paese in lungo e in largo col mio repertorio insieme ai grandi cantautori.
D. Dal ‘78 inizi la carriera di intrattenitore radiofonico. Cosa hai provato la prima volta, sapendo che tutta l’Italia ti ascoltava?
E. La radio ho iniziato a farla nel ’78 come autore cantante e regista in Via Asiago per RAI Radiouno. Per decenni non ho mai mollato, tra un disco e l’altro, di inventare programmi per la Rai, fino al successone, stavolta come giornalista a Saxa Rubra, del celebre programma satirico ” ho perso il trend” dal ’99 al 2011, arrivato ad avere mezzi milione di ascoltatori. Io e il mio partner Ezio Luzzi divenimmo celebri come Bax e Lux e ancora oggi, dopo 15 anni, veniamo chiamati così dai moltissimi nostalgici del programma.
D. Il 29 aprile 2026 Presso la Galleria d’arte Agorart di Monteverde presenti il tuo nuovo libro Mi Pare Ieri! Ricordi e ritratti di anni irripetibili (Minerva Edizioni) Ce ne vuoi parlare?
E. Di libri ne ho scritti sulla musica, sul programma teste’ succitato e, con successo e tre edizioni, della mia autobiografia tra Cuneo e Roma, non smettendo un giorno di fare la Boehme tra musica giornalismo pittura radio e politica. Questo attuale è null’altro che una serie di ricordi, episodi e aneddoti riguardanti 40 celebri personaggi italiani con cui ho avuto a che fare, il tutto corredato dal ritratto a matita per ognuno di loro: è lo specchio di un’epoca fantastica e irripetibile di un’Italia “alternativa”.
D. Il tuo sogno nel cassetto?
E. Il mio sogno nel cassetto? Continuare così fino a 100 anni e non smettere un giorno di essere apprezzato per il mio furore creativo!
D. Bene caro Ernesto grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, per questa interessante chiacchierata.
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti – sezione musica – articolo del 28 aprile 2026]
Amici di Detti e Fumetti oggi vogliamo consigliarvi una visita alla nuova mostra su MARIO SCHIFANO che si sta tenendo presso il Palazzo delle esposizioni di Roma .
Negli ultimi tempi, la figura di Mario Schifano ha vissuto una potente riscoperta istituzionale, culminata in mostre che hanno finalmente restituito ordine al suo caos creativo. L’ultima grande retrospettiva significativa ha messo in luce non solo il “pittore maledetto”, ma lo studioso dell’immagine mediatica. Le sale espongono i celebri monocromi degli anni ’60,
dove il colore è colata materica, segnali stradali di un’Italia che correva verso il boom. Si passa poi ai paesaggi anemici
e alle rivisitazioni della storia dell’arte, dove Schifano “rifà” Futurismo e De Chirico
con la velocità di un clic televisivo.
L’allestimento evidenzia il suo rapporto ossessivo con la tecnologia: le fotografie ritoccate e le tele computerizzate degli anni ’80 e ’90 testimoniano una fame di futuro senza precedenti.
Vedere le sue opere oggi significa immergersi in un flusso ininterrotto di loghi (Coca-Cola, Esso) e natura filtrata dallo schermo. La mostra non celebra solo un artista, ma un sismografo umano capace di registrare ogni scossa della cultura di massa. È un’esperienza psichedelica e lucida, che conferma Schifano come l’unico vero rivale europeo di Andy Warhol, ma con una passionalità e una tragedia squisitamente mediterranee.
Biografia
Mario Schifano (Homs, 1934 – Roma, 1998) è stato il volto elettrico della Scuola di Piazza del Popolo.
Le Origini: Nato in Libia, si trasferisce a Roma dove lavora inizialmente al Museo Etrusco di Villa Giulia (esperienza che segnerà il suo uso della materia e dei fondi).
L’Ascesa: Negli anni ’60 diventa una star internazionale. Amico dei Rolling Stones e frequentatore della Factory di Warhol, incarna perfettamente il binomio genio e sregolatezza.
Lo Stile: Pioniere nell’uso di smalti e nitro su carta telata, ha traghettato la pittura verso l’era della riproducibilità tecnica, utilizzando la televisione come musa costante.
L’Eredità: Nonostante una vita segnata da eccessi e problemi giudiziari, la sua produzione sterminata resta una colonna portante dell’arte contemporanea, simbolo di una libertà espressiva che non accettava confini tra “alto” e “basso”.
“Io non dipingo quello che vedo, ma quello che guardo.” — Mario Schifano
[ Filippo Novelli per Detti e Fumetti – sezione arte- articolo del 26 aprile 2026]
Maria Barosso visse tra il 1879 e il 1960 e fu testimone delle grandi trasformazioni urbanistiche di Roma.
Grazie alla sua arte e al rigore filologico e’ annoverata tra le cosidette artiste archeologiche. I suoi acquerelli sono memorabili per resa estetica e precisione documentale
Grazie alle sue prospettive, alla rappresentazione delle atmosfere, la dovizia di particolari, oggetti, impalcature e attrezzature, riusciamo a immergerci nell’Italia del primo 900.
Riportiamo una selezione di opere in parte ricavate dalla mostra monografica che le e’ stata dedicata a marzo di questo anno: MARIA BAROSSO,artista e archeologa nella Roma in trasformazione – Centrale Monte Martini ( 17/10/25-15/03/26)
[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 15.03.26]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi vi parleremo di quando si tradisce, cosa si fa e cosa invece si dovrebbe fare.
Sabato sono stata ad un corso di aggiornamento organizzato dal Centro La Famiglia di Roma dal titolo ‘Il tradimento nelle coppie‘. Ci sono stati diversi interventi molto interessanti, soprattutto uno di Sergio Premoli, un collega che ha messo in evidenza cosa accade all’interno di ogni rapporto quando ci sono dei tradimenti.
Un tradimento si concretizza spesso e nei modi piu’ disparati. Ad esempio all’interno di un rapporto di coppia si ha un tradimento quando la fase dell’ innamoramento finisce e tu apri gli occhi sulla realtà dell’altra persona, è un tradimento rispetto all’idea che c’eravamo fatti dell’altro. Ci sono tanti tipi di tradimento: non soltanto fisici, ma anche economici, lavorativi, o organizzativi come per le scelte da fare nell’educazione che si sperava di impartire congiuntamente nei confronti dei figli.
Qual è l’atteggiamento migliore da avere nei confronti dei tradimenti che sinsubiscono? Innanzitutto, non viverli con la colpa, perché la colpa prevede vendetta, del tipo ‘mi hai tradito e ora te la faccio pagare’.
Ogni volta che in qualche modo tradiamo o siamo traditi si viene a creare un danno . In qiesti casi la domanda da porci è: cosa posso fare per evitare il danno?
La cosa migliore che possiamo fare è intanto prenderci un attimo di tempo e di spazio per ricentrarci, perché quando viviamo delle forti emozioni non siamo lucidi e rischiamo di prendere delle decisioni azzardate. Una volta tornati con i piedi per terra, la cosa migliore da fare è aprirsi ad una comunicazione intima, caratterizzata non dal puntare il dito, ma dall’ascolto e dall’autosservazione delle nostre responsabilità.
Ogni volta che un rapporto ha una crisi dovuta a uno dei tanti tradimenti, è bene andare a caccia della propria parte di responsabilità perché c’è sempre una corresponsabilità.
Più che alimentare un sentimento di vendetta, è molto più utile riaprirsi ad una comunicazione intima capace di risvegliare l’aspetto amicale del rapporto, che è alla base anche del rapporto sessuale. Bisogna vedere se ci sono le condizioni per riscegliersi, per riscegliere il bene e il piacere di avere un atteggiamento amabile nei confronti dell’altra persona, di noi stessi e della vita, perché abbiamo solo questa.
[CHIARA NARACCI PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE SOCIOLOGIA- ARTICOLO DEL 30 MARZO 2026]
Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi intervistiamo il regista Massimo Baiocco.
Gli lascio la parola per presentarsi.
Massimo: Sono nato a Roma nel 1971, cresciuto con la passione per Roma (e per la Roma) tramandata da mio padre. Amo da sempre Gigi Proietti che considero un genio assoluto, da me apprezzato per la sua maestria e poliedricità, oltre che per l’impegno nella diffusione della cultura del teatro. Apprezzo altresì autori ed attori anche della cultura e tradizione napoletana, da Totò a Vincenzo Salemme. Mi considero un fruitore appassionato dell’arte recitativa, alla quale mi sono affacciato come “attore amatoriale” solo in età avanzata, verso i 40 anni. Parallelamente alla passione per il teatro c’è quella per la scrittura di poesie, sonetti e canzoni da sempre coltivata. Nella vita mi occupo di tutt’altra cosa, lavorando per una grande azienda di telecomunicazioni.
W. quando e come sei stato contagiato dalla passione per il teatro?
M. Sono cresciuto con la passione per Gigi Proietti ed i suoi personaggi, di cui conoscevo le battute a memoria e che provavo continuamente ad imitare. Naturalmente anche la grande scuola romana dei vari Sordi, Fabrizi, Manfredi ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione teatral-culturale. Ricordo interi pomeriggi estivi trascorsi con gli amichetti in cortile a rifare le scene viste in tv. Poi da più grandicello appena ho iniziato a lavorare, con i primi guadagni, sono riuscito a coronare il sogno di andare a teatro ad ammirare dal vivo il grande Gigi e vedere altre opere, per lo più commedie, non disdegnando comunque i classici e la tradizione della commedia dell’arte. Non ho mai fatto alcuna scuola di recitazione, la mia è unicamente una pura passione.
W. Come è nato il sodalizio con la compagnia teatrale “Noi Preferiamo Il Paradiso”?
M. Ricordo di essere entrato in punta di piedi nel 2014 nella Compagnia teatrale della parrocchia Nostra Signora di Guadalupe a Monte Mario chiamata LaVitaèbellacosì, partecipando ad alcuni spettacoli dapprima come comparsa, poi fra gli attori protagonisti. Un paio di anni più tardi, la regista andò via e venne chiesto a me di occuparmi appieno della Compagnia anche come regista, cosa che fino ad allora non avevo mai fatto! Ho accettato con entusiasmo e dopo le prime naturali titubanze, mi sono tuffato nel triplice ruolo di autore, regista e attore con crescente impegno e passione, scrivendo e riuscendo a portare in scena alcuni spettacoli (sempre del tipo commedia brillante) dove all’interno trovavano spazio anche alcune mie poesie. Questi alcuni dei titoli: Tutti i giorni è Natale, L’Amore insegna agli uomini, Varietà di Natale, Se Dio vuole, Storia di Checco e Nina, Natale che spettacolo!
Poi d’improvviso arrivò l’incubo covid e ci dovemmo fermare. La Compagnia era molto particolare, constava di circa 50 elementi (!) dai 6 ai 70 anni e puoi immaginare la difficoltà di scrivere una parte ed un ruolo affinchè tutti potessero prendere parte agli spettacoli. Tra l’altro subito prima del covid, erano iniziati dei lavori di ristrutturazione del teatro parrocchiale che vennero poi bloccati, lasciando il teatro inutilizzabile e non praticabile. Restammo fermi per circa 3 anni, finchè non appena ci fu la possibilità di riprendere le attività in presenza, decisi di richiamare tutti i componenti della Compagnia con lo scopo principale di ricostruire (proprio fisicamente!) il teatro e restituirlo alla collettività. Dei 50 elementi di 3 anni prima, eravamo rimasti poco piu’ della metà, ma tutti con una gran voglia di fare qualcosa di eccezionale e di grande; ci improvvisammo così falegnami, elettricisti, muratori, pittori, sarti, scenografi e chissà quante altre cose
Nel giro di qualche mese facemmo rinascere il nostro teatro! Ci trovavamo nel mezzo di un cambiamento epocale dettato dagli eventi e dalla situazione contingente; decisi così di rifondare la Compagnia a cui diedi il nome di Noi Preferiamo il Paradiso e a dicembre 2023, portammo in scena un nuovo spettacolo chiamato appunto Preferisco il Paradiso, un omaggio al Maestro Gigi, scomparso proprio durante il covid e soprattutto una dedica ad Antonio un mio carissimo amico fraterno, venuto a mancare. Il resto è storia attuale, la Compagnia con cadenza annuale mette in scena un nuovo spettacolo (con mia grande fatica!) il cui ricavato va totalmente in beneficenza. L’ultimo spettacolo, portato in scena per la quarta replica pochi giorni fa, ha preso il titolo e l’spirazione da una mia canzone intitolata Roma all’incontrario.
W. Quando assegni un ruolo su cosa basi la scelta?
M. Già in fase di scrittura del soggetto e del copione, cerco di pensare a chi poter assegnare un tale personaggio, in base alle caratteristiche degli attori. Voglio che ognuno si esprima al massimo delle sue possibilità e potenzialità, secondo le proprie attitudini e caratteristiche personali, senza metterlo in difficoltà con ruoli che non rientrano nelle sue corde. Ci sono attori che per rendere al meglio, devi lasciare a briglia sciolta, pur indicandogli le linee guida da seguire sul mio modo di vedere ed interpretare una scena, altri che devi necessariamente guidare in maniera più specifica per farli muovere più a loro agio nel contesto da me pensato. Molto spesso le scene che scrivo, trovano pieno compimento durante la recitazione mia e degli attori, attraverso situazioni, magari improvvisate lì per lì, che rendono la scena molto più fruibile e veritiera. Una delle mie maggiori difficoltà sta nel fatto che siamo una Compagnia “aperta”, nel senso che anche in corso d’opera, di prove già avviate o di copioni già scritti, capita che qualche “attore” venga ad aggiungersi alla Compagnia, anche al nuovo arrivato voglio dare la possibilità di recitare, quindi mi trovo di continuo a modificare scene, aggiungere personaggi, canzoni od altro. Devo dire che non posso proprio annoiarmi!
W. Dirigere un gruppo adulti e ragazzi è una grande responsabilità, come ti poni davanti ai tuoi attori?
M. Come in ogni realtà, anche nel teatro devono esserci delle regole e dei ruoli da rispettare da parte di ognuno, come nella vita alla base di tutto c’è il rispetto del prossimo. Il mio modo di intendere il teatro è basato essenzialmente sulla condivisione. Ho piacere che tutti siano soddisfatti di ciò che fanno e condividano appieno i motivi per cui si sta facendo qualcosa, non tanto nell’ottica della realizzazione dello spettacolo finale, ma nel senso dello stare insieme per costruire un progetto od un cammino comune. In particolare per i ragazzi, ma anche per noi adulti, l’esprimersi sul palco aiuta a liberarci delle nostre paure ed insicurezze, infonde una maggior autostima e consapevolezza dei propri mezzi, facilita la socializzazione e l’apertura verso il prossimo, inoltre deve crearsi uno spirito collaborativo e di mutuo soccorso con il tuo “collega” attore, che in quel momento sta recitando insieme a te: devi essere pronto a sostenerlo in caso di difficoltà o dimenticanze, come lui deve fare con te. Ai miei attori cerco di spiegare i perché delle mie scelte artistiche nell’assegnazione dei ruoli, dei temi da trattare, nei modi di interpretare una scena, ascoltando anche i loro pareri poi chiaramente alla fine, la decisione deve obbligatoriamente essere del regista che va ad assumersi la responsabilità di ciò che porta in scena. Mi piace intendere la Compagnia come se fosse una squadra di calcio ed il regista come un allenatore, che deve far rendere al meglio ognuno degli “atleti” a disposizione: ognuno di loro ha la stessa identica importanza nel portare a termine la partita nel migliore dei modi, c’è chi para, chi difende e chi attacca, ma tutti partecipano e contribuiscono al risultato per la squadra.
W. Il regista ha delle responsabilità non solo verso gli attori ma anche nei confronti del pubblico, è vero secondo te?
M. Assolutamente si, con il pubblico c’è da sempre un patto non scritto, per citare il grande Gigi Proietti: “nel teatro tutto è finto ma niente c’è di falso”, il pubblico che viene ad assistere ad uno spettacolo, sa perfettamente che ciò che vede non è la realtà, ma è disposto a crederla tale, se chi la mette in scena farà in modo di renderla più credibile e veritiera possibile. Anche se le storie sono inventate, quindi finte, tutte le emozioni suscitate, come la gioia, la commozione, l’ansia o la paura sono assolutamente autentiche. E’ responsabilità degli attori e soprattutto del regista che li dirige, onorare sempre questo patto.
W. Come vedi la figura dell’attore nella realtà quotidiana, come può contribuire all’interno della società?
M. L’attore è per definizione un sognatore ed un visionario ed è proprio la dimensione del sogno, che potrebbe contribuire a rendere migliore la realtà quotidiana. Ogni scoperta, ogni invenzione, ogni passo avanti dell’umanità è stato reso possibile grazie al sogno di qualche persona illuminata e visionaria, che non si è arresa al pensiero comune tradizionale, ma ha voluto vedere qualcosa di diverso e migliore, che fino ad allora, nessuno aveva mai immaginato o ipotizzato. La recitazione crea momenti di condivisione, riuscendo ad unire in un unico contesto, il teatro, persone della più varia estrazione, ideologia, età e classe sociale, donando una comune esperienza emotiva, che ciascuno potrà rielaborare riflettendo in maniera critica e personale su quanto ha assistito e perché no, anche sul proprio vissuto. Anche nei momenti difficili, specie quelli del nostro tempo, l’attore offre al pubblico, quindi alla società, momenti di svago, attimi di serenità, gioia, facendo astrarre le persone dalla dura realtà, divenendo portatore sano di cultura e bellezza.
W. Il tuo sogno nel cassetto?
M. Ho sempre pensato che condividere le emozioni del palco con le persone a cui vuoi bene sia un dono, in questo senso il mio primo sogno nel cassetto l’ho già realizzato da tempo, potendo condividere la passione per il teatro con i miei più grandi amori: mia moglie e mia figlia. Per quanto riguarda invece il percorso artistico, mi piacerebbe poter esportare i miei lavori e far esprimere la Mia Compagnia, anche in altri teatri e spazi culturali diversi da quelli in cui ci esibiamo solitamente, questo per metterci maggiormente in gioco uscendo dalla nostra comfort zone e proporci ad un pubblico differente rispetto a quello abituale. Grazie del tempo che mi hai dedicato.
W. Bene caro Massimo Grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata sul mondo delle compagnie amatoriali.
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti sez. Teatro- articolo del 18 marzo 2026]
Cari amici di Detti e Fumetti si e’ da poco concluso l’evento QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO che ha visto tra gli ospiti anche me.
Sono contenta di condividere con voi un estratto della mia intervista che entra a far parte degli episodi di TRA LENRIGHE DELL’ANIMA poiche’ credo molto all’importanza del tema che abbiamo affrontato: L’IMPORTANZA DI COMUNICARE CON GENTILEZZA.
MASSIMO CANORRO:A proposito di comunicazione volevo chiedere a Chiara quanto la comunicazione e come la comunicazione condiziona il nostro vissuto.
Chiara:Beh, diciamo la verità: quando siamo piccoli il modo in cui i nostri genitori ci descrivono, quindi gli aggettivi che più spesso ci rimandano per descriverci, ci condizionano tantissimo perché quando siamo molto piccoli ovviamente siamo dipendenti in tutto e per tutto da loro . Di conseguenza, definiamo l’idea che abbiamo di noi stessi attraverso il modo in cui loro ci descrivono e attraverso le parole che noi utilizziamo per descrivere la nostra realtà.
Poi, quando diventiamo adulti, la deformiamo pesantemente: se io tutte le mattine mi sveglio e vado cercando di portare in giro una bella versione di me stessa, cercando di andare a caccia di bellezza nelle piccole cose, allora molto probabilmente avrò una gran bella vibrazione. E siccome le emozioni viaggiano a livello di vibrazione e sono contagiose, avrò sicuramente molte più possibilità di toccare la bellezza dentro di me, intorno a me e nelle altre persone.
Quindi le parole che noi utilizziamo sono importantissime in ogni tipo di rapporto.
Quando Dario mi ha chiesto di fare l’intervista è stato pazzesco perché lui dice “diamo tempo, a me interessa la persona”, ma la gentilezza con la quale si approccia, il modo in cui ti mette nelle condizioni di darti quel tempo e’ fondamentale.
Io credo che la chiave della gentilezza sia qualcosa che abbiamo molto perso, perché andiamo talmente tanto di fretta che non ci badiamo piu’.
Nel mio lavoro di consulente familiare, la chiave per aiutare le persone a respirare piano piano, a insegnargli a volersi bene e a godere della loro vita per quello che sono e per quello che hanno, è proprio quella gentilezza, il rispetto di quello che siamo e il rispetto dell’altro.
Invece, la maggior parte delle volte all’interno delle mura domestiche ognuno di noi si sente in diritto di scaricare addosso agli altri tutti i propri nervosismi; non c’è niente di più brutto perché, in fondo, se stiamo insieme è proprio perché ti voglio bene e tifo per te. Eppure diamo tanto per scontato: “vabbè, ma è ovvio che ti voglio bene, è ovvio che ti amo”. Ma dillo, dillo e agisci in nome di quell’amore …dimostralo l’amore, perché non è scontato affatto.
Anche perché le critiche entrano, i complimenti scivolano; la parola gentile, lo sguardo gentile, la grazia con cui ti poni verso l’altro è qualcosa di prezioso.»
Per chi vuole vedere il mio intervento, lo trova QUI
Io sono CHIARA NARACCI, questa e’ Tra le righe dell’anima e noi ci vediamo al prossimo episodio.
Restate connessi
[CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI- SEZIONE DI SOCIOLOGIA- ARTICOLO DEL 18 MARZO 2026]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi parliamo del nostro prossimo.
Volevo condividere con voi una scoperta, nella mia immensa ignoranza, fatta poco tempo fa ad uno spettacolo di Corrado Augas dal titolo Musica e spiritualità.
Augias ha fatto notare che nel Vangelo secondo Matteo la frase di Gesù : ‘non fare agli altri quello che non vuoi che venga fatto a te”, in realta’ è messa in forma affermativa: cioè, ‘fai agli altri quello che vorresti che venisse fatto a te’.
Una frase del genere e’potente perché rimanda allo scegliere in prima persona se stessi; al prenderci in considerazione e piantarla di viverci sempre in risposta ai comportamenti degli altri.
Ed questo e’ un atteggiamento meraviglioso da tenere. Ricordiamocelo sempre.
Per chi vuole vedere il video sull’argomento, fate click QUI
Noi ci vediamo al prossimo elisodio di TRA LE RIGHE DELL’ANIMA.
[ CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI. SEZIONE SOCIOLOGIA. ARTICOLO DEL 19 MARZO 2026]
Tra le righe dell’anima oggi vuole raccontarvi di come si combatte l’egoismo dei figli.
Molte mamme soffrono per gli egoismi dei figli; è fondamentale ricordare che nasciamo come “animaletti” mossi dall’istinto e dall’egoismo. La trasformazione in “belle persone” avviene attraverso una lunga educazione dell’anima che dura circa 25 anni, basata sull’esempio dei genitori, su piccoli gesti di cura e su necessari interventi di contenimento.
Man mano che i figli crescono, i genitori devono imparare a fare un passo indietro, poiché i figli devono iniziare ad assumersi la responsabilità della qualità dei loro rapporti. È importante evitare di cadere nel vittimismo Ho sentito dire spesso frasi del tipo: “nessuno mi considera” o “faccio tutto per loro e mi trattano male”.
Se i figli ci vedono come vittime, è probabile che ci stiamo comportando come tali; invece, cerchiamo di essere capaci di scegliere, di dire di no e di decidere che tipo di persona vogliamo essere.
Per cambiare questa dinamica, è utile:
Responsabilizzare i figli, facendoli sentire importanti e riconoscendo il loro valore.
Imparare a chiedere aiuto in maniera decisa e ferma, invece di soffrire perché non ci viene offerto spontaneamente.
Responsabilizzarli quando si comportano male.
Spesso i figli scaricano i propri nervosismi sulle madri perché si sentono “forti nelle viscere del nostro amore” e, di conseguenza, si sentono in diritto di sgarrare.
Il compito del genitore è quello di contenerli, adottando la strategia di salvare l’amore, ma condannare il comportamento sbagliato volta per volta. È un percorso lungo, ma necessario.
Franco Battiato, come sappiamo, è stato un cantautore molto particolare, nel senso che ha unito l’attenzione maniacale nei confronti della composizione e degli arrangiamenti e quindi della musica in senso stretto, alla ricerca spirituale.
Franco Battiato – ritratto di Filippo Novelli
La sua vita è stata un viaggio che ha attraversato tradizioni esoteriche, religiose e filosofiche molto diverse tra loro. Parlare di religione in Battiato non è compito facile o almeno non lo è se il tutto si riconduce ad una matrice confessionale.
La sua ricerca è passata attraverso l’induismo, Gurdjieff, il sufismo, il cristianesimo, lo shivaismo del Kashmir, il buddhismo tibetano, religioni tra cui è oggettivamente impossibile una sintesi armonica anche in tempo di pluralismo religioso.
Battiato cita come suo Maestro fondamentale proprio Gurdjieff. Semplificando possiamo dire che per Gurdjieff le religioni erano dei mezzi allo scopo di risvegliare la coscienza.
Possiamo in ultima analisi definire Battiato un sincretista e non come molto spesso si sente dire di un Battiato Buddhista, o almeno non era soltanto questo.
Il sincretismo è infatti un accordo o fusione di dottrine di origine diversa, sia nella sfera delle credenze religiose sia in quella delle concezioni filosofiche.
Per fare solo un esempio filosofico, nel testo della canzone scelta, c’è molto di quello stoicismo ateniese del 300 a.C. circa.
Per raggiungere integrità morale e spirituale, gli stoici praticavano il dominio sulle passioni che avrebbero potuto arrecare turbamento e guastare la ricerca della saggezza.
L’album “Fisiognomica” esce nel 1988. Sin dal titolo si richiama una “scienza” che nell’antichità si proponeva di interpretare il carattere di una persona attraverso i suoi tratti somatici.
Per capire quanto sia spirituale questo album basta ricordare il concerto tenuto nel marzo del 1989 in Vaticano, in Sala Nervi, davanti a Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla.
L’album presenta brani divenuti poi classici nel repertorio di Battiato come Nomadi, L’oceano di silenzio, E ti vengo a cercare.
Proprio quest’ultima prenderò in esame.
Da un punto di vista prettamente sonoro i suoni sono utilizzati per meglio disegnare lo sfondo ad un testo impegnato e viaggiante allo stesso tempo. Possiamo parlare di un brano accessibile al grande pubblico ma con finezze strutturali e sonore.
EMS VCS3 sintetizzatore utilizzato da Battiato (pionierendella musica elettronica italiana)
È scritto come una canzone d’amore ma, come ebbe a dire lo stesso autore, mira più in alto di quello che potrebbe essere l’amore tra un genitore e un figlio, un uomo e una donna e altro.
Mira un bel po’ più in alto nelle sue intenzioni, ma è leggibile anche come una canzone d’amore ‘terreno’ se così ci si può esprimere.
Il testo parte da una dichiarazione e un bisogno, quello dell’autore, di un incontro, solo per parlare, vedere. Un bisogno che nasce dalla convinzione che solo quell’incontro, quella presenza, possa dispiegare la vera essenza di ciò che si è.
Ma proprio questa ricerca del sé, del ritrovarsi nell’Altro, trova la sua compiutezza nel perdersi in un immenso atto di fiducia che va verso la disintegrazione del sé affidandolo totalmente all’Altro.
Il testo traccia anche, per un breve tratto, una feroce critica verso quel ‘secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità’ ma che non deve lasciare inermi, anzi reagire, migliorarsi con maggior volontà.
È appunto la ricerca di sé, volontà di perdersi nell’Altro per ritrovare sé stessi ma per perdersi ancora.
Poi arriva la parte stoica in cui Battiato invita ad emanciparsi dalle passioni che hanno il potere di arrecare turbamento e guastare la ricerca della saggezza intrapresa.
Poi, l’autore è molto esplicito nell’annunciare cosa cerca e cosa ricerca: Cercare l’uno al di sopra del bene e del male, Essere un’immagine divina di questa realtà.
Qui la filosofia ci viene in soccorso con varie figure e varie correnti. L’archè presocratico, il motore immobile aristotelico, ma ancor di più il concetto di Uno di Plotino, prima realtà sussistente, infinito, al di sopra della nostra comprensione, dello spazio e del tempo.
La fine del testo esorta alla ricerca dell’Altro, perché è questa a renderci un’immagine divina di questa realtà, questa presenza che ci accompagna a scoprirci per poi lasciarci disintegrare e raggiungere l’eternità in una completa rinuncia di sé come viaggatori eterni senza spazio e tempo.
[FABRIZIO DEL MARCHESATO per DETTI E FUMETTI – SEZIONE MUSICA – ARTICOLO DEL 5 MARZO 2026]
Cara amiche e amici di DETTIBE FUMETTI, oggi parleremo di uno “status” di noi donne che sociologicamente parlando ha una spiegazione chiara e evidente.
Ma voi l’avete capito perché gli uomini ci danno tanto delle rompicoglioni? Secondo me è perché in qualche modo tendiamo a chiedere di essere viste, di essere considerate, di essere importanti… come se noi, per sentirci viste, considerate e importanti, dovessimo passare attraverso di loro.
E quando così non è, andiamo incontro ad una sempre maggiore tristezza che ci porta poi a ‘far saltare il banco’ e appararire come delle ROMPISCATOLE.
E se noi imparassimo a prenderci in considerazione in prima persona, volta dopo volta, scelta dopo scelta? Della serie: invece di chiedere ‘che facciamo questo weekend?’, siamo anche noi libere di dire ‘io questo weekend vado al cinema, vuoi venire?‘. E se non gli va, pace, ci vediamo dopo.
Possiamo andare al cinema sconsolate perché dobbiamo andare da sole, perché lui non viene con noi, o felici perché andiamo a fare qualcosa che desideriamo fare, libere. E quando torniamo a casa possiamo essere, invece che richiedenti, ‘sottone’, persone che prendono la propria vita in mano, scegliendo volta per volta, giorno dopo giorno, cosa è buono per noi.
Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, abbiamo già intervistato l’attrice Roberta Russo. [Vedi Detti e Fumetti 24 gennaio 2022]. È passato qualche anno, e ora torniamo a scoprire una nuova Roberta Russo Vizzino che ha lasciato la carriera attoriale per intraprendere quella di modella d’arte e che lentamente va sostituendo con quella di scrittrice; ma lasciamo parlare Roberta.
W. Perché al primo cognome ne hai aggiunto un secondo?
R. Perché credevo fosse giusto. Quando sono nata le leggi erano diverse e mia madre non ha neppure pensato di potermi dare anche il suo cognome. Nel 2023 le ho chiesto se – potendo – l’avrebbe fatto e mi ha risposto: «Sì, in quest’ordine: Russo Vizzino». Il giorno seguente ho avviato la pratica, l’ha saputo quando le ho chiesto il consenso scritto per integrare la domanda. Era stupita che servisse il suo e non quello di mio padre, ma così è. Solo io potevo recuperare quello che per lei non era stato un diritto. Se penso ai due cognomi con i quali oggi posso firmare le cose che scrivo, c’è già dentro una micronarrazione. Russo, comunissimo, evoca immediatamente il rosso dei miei capelli, l’impetuosità del mio carattere, la mia origine meridionale (essendo, di fatto, il corrispettivo di Rossi al Sud). Vizzino, molto raro, richiama invece vizzo: qualcosa di segnato dal tempo. L’appassito, il fragile, il non più perfetto. Qualcosa che ha attraversato una trasformazione e ne è uscito ferito. Forse anche un corpo magro e minuto (quel -ino in cui riconosco il mio metro e cinquantasei d’altezza). Metterli insieme è già una storia minima: socialità e riservatezza, fuoco e appassimento, forza e fragilità. O, forse, qualcosa che brucia proprio perché è consapevole della propria finitezza. Sono io, in due parole. Il mio gesto si configura come un atto di coerenza simbolico. Revocando la cancellazione di mia madre ho posto le basi per evitare la mia. Ho affrontato un anno e mezzo di pratiche, documenti, ostracismi. Per me ha rappresentato un atto politico e identitario. Qualcosa che dicesse: chiunque essi siano, comunque essi siano, i miei genitori sono due e sono questi.
W. Cosa ti ha spinto a intraprendere la carriera di modella d’arte?
R. Questa è una storia piuttosto divertente. Non avevo programmato di farlo. Nel 2015 avevo attraversato dei grossi problemi finanziari, non riuscendo più a permettermi di pagare l’affitto di casa. Dopo molte ricerche, ero stata accolta in un convento di Roma, dove – benché io sia sempre stata atea, e abbia ottenuto lo sbattezzo nel 2011 – ero stata bene per qualche mese. La madre superiora mi aveva raccomandato di accettare qualsiasi lavoro fino a racimolare la caparra per affittare una nuova casa e così avevo fatto. Credo di aver svolto ogni sorta di mestiere, in quel periodo. In particolare, mi avevano fissato un colloquio per lavorare in un’azienda vinicola. Quando mi ero presentata, però, il signore mi aveva squadrata dalla testa ai piedi e mi aveva detto di essere un pittore, offrendomi il doppio della paga per posare per lui. Avevo accettato per due motivi: il primo chiaramente era il bisogno, ma il secondo era il desiderio di abbattere il mio stesso pregiudizio sulla nudità. Oltre alla mia personale timidezza, ero sempre stata insofferente nei confronti del nudo anche a teatro, fino all’anno precedente, quando avevo visto La lista di Schindler al Piccolo Teatro Eliseo con la regia di Francesco Giuffrè. C’era un nudo scenico: un gruppo di persone prigioniere che andavano alle docce. Sui loro corpi era proiettata un’immagine mista tra l’acqua scrosciante e il gas mortale. Quella scena mi aveva cambiato irrevocabilmente la percezione del nudo. A tutto avrei pensato in quel momento, tranne che alla sessualizzazione dei corpi svestiti. Replicare l’effetto spettacolare e non sessuale di quel nudo è stata la mia personale crociata nei dieci anni in cui ho lavorato come modella d’arte. A giugno scorso, per esempio, sono stata tra le relatrici del seminario Medicina e Arte, Scarpe Rosse alla Sapienza su invito della dottoressa e professoressa Stefania Mardente che coordina il progetto. Il mio intervento ha riguardato la raffigurazione delle donne nell’arte e come si possa perorare un sistema di uguaglianza tra i sessi anche a partire da immagini e parole. La domanda alla quale ho cercato di rispondere per le e gli studenti che vi hanno preso parte, era se l’arte potesse contribuire a plasmare una società più giusta. Insomma, quello di modella d’arte è un lavoro che mi ha dato tanto, anzi tantissimo, in ogni senso possibile: sostentamento economico, fiducia in me stessa, libertà di creare. Ma oggi sento che anche questo percorso si sta chiudendo naturalmente. Ho deciso da poco di non posare più dal vero e di limitare la mia disponibilità a collaborazioni attentamente selezionate, sia per l’arte figurativa che per la fotografia. La scrittura è il luogo verso cui sto andando.
W. Vuoi parlarci della scrittrice Roberta Russo Vizzino?
R. Roberta Russo Vizzino come scrittrice nasce molto prima che io avessi la consapevolezza – o forse il coraggio – di chiamarmi così. Fin da bambina ero innamorata della letteratura. Ho letto l’Odissea in una versione per l’infanzia a nove anni e I promessi sposi a dieci. Avevo una vera ossessione per Giovanni Pascoli: potevo parlarne per ore. I libri mi sembravano oggetti magici. Quando non sapevo leggere chiedevo alle persone adulte di farlo per me. Sapevo – dai racconti di mio padre – che il nonno paterno, mai conosciuto, scriveva poesie. Anche mio padre ne componeva, ma non le metteva su carta: gli chiedevo di recitarmele a memoria, in macchina, per serate intere. E pensavo: “Solo io non sono capace di creare quella bellezza con le parole”. Un pomeriggio dei miei dieci anni, alla nostra Casa delle Rose – una vecchia casa in collina, circondata dai roseti, aveva appena piovuto – me n’ero andata in giardino a sforzarmi di tirare fuori da me le immagini che amavo nelle parole di tutti quegli uomini. E così avevo scritto per la prima volta. Era una poesia. Si intitolava Una goccia di rugiada. A quindici anni avevo scritto il primo racconto breve, Lei, per un amico di penna che viveva a Modena. Tra i diciotto e i vent’anni avevo iniziato a leggere in pubblico le “cose” che scrivevo. C’era un gruppo che cambiava continuamente nella ex sede del PCI di Villa San Giovanni: decine di persone, un paio di candele accese, una bottiglia di Martini bianco che girava di mano in mano e testi letti con un’urgenza quasi febbrile. Poi gli open mic di una taverna di Campo Calabro, che ci offriva da mangiare in cambio delle letture, e molti altri. Io proponevo quasi sempre testi provocatori. Adoravo i contraddittori rumorosi che interrompevano, ribattevano, si accendevano. Frequentavo quasi esclusivamente persone di circuiti intellettuali: gente che scriveva, suonava e faceva arte in mille forme. Quasi tutte persone più grandi di me. La scrittura è partita prima di tutto, ma si è radicata nella mia professionalità per ultima. Forse perché era ciò che amavo di più, e quindi ciò per cui temevo di più il rifiuto. Però mi fa sorridere quando qualcuno pensa che io sia una modella che all’improvviso si è messa a scrivere. Posare mi ha messa al centro dello sguardo altrui, in tutta la mia fragilità, e mi ha insegnato una forma nuova di forza: trasformare il silenzio della posa in spazio immaginativo interiore. Scrivere, per me, oggi, significa rovesciare lo sguardo altrui, ma restare concettualmente nuda. Restituire complessità a ciò che rischia di essere ridotto alla sola estetica. E questo vale tanto per i corpi di carne, quanto per i corpi di testo. Le cose che scrivo nascono sempre da una frattura: familiare, affettiva, sociale. Mi interessa ciò che si incrina, ciò che non combacia con il ruolo che ci viene assegnato. Ho attraversato una miriade di ambienti molto diversi tra loro, forse per questo mi sento fatalmente attratta dalle soglie. Anche quando parto da un dettaglio privato, sotto c’è sempre una domanda collettiva. Vivo la scrittura come una responsabilità. Se dovessi dire chi è Roberta Russo Vizzino come scrittrice, direi che è una donna che prova a “fare cose con le parole”. A trasformare l’esperienza anche più scomoda in fatto comune.
W. Visto il sentimento militante che muove la tua scrittura e il tuo senso di giustizia, ti riconosci ancora nella figura di Antigone?
R. Prima di rivedermici io, spero che siano altre e altri a rivedermi in lei. Antigone è una delle personagge più complesse del teatro. Ha tutto: se solo sapesse pensare esclusivamente a sé stessa, potrebbe vivere una vita piena e felice, ma sceglie la morte piuttosto che piegarsi all’ingiustizia. Il punto non è seppellire Polinice perché è suo fratello, ma perché è un indifeso davanti a un sopruso del potere. Nella tragedia di Sofocle lei ha quindici anni, eppure non è raro sentire attrici dire che ci si sente mature per interpretarla solo dopo i trent’anni. La quantità di vita necessaria a comprendere il peso di quelle scelte, nella realtà, si conquista con molto più tempo, e a volte mai. Tutto quello che una volta facevo solo nelle assemblee e nelle manifestazioni, oggi lo metto nella scrittura. Per questo parlo di “attivismo letterario”.
W. Cosa ti ha lasciato il progetto sperimentale della Writing Room diretto da Luigi Saravo?
R. Ho conosciuto Luigi perché è stato mio insegnante. Era un corso di perfezionamento attoriale che si chiamava LSD, acronimo di Legge Sesso Delitto che ricalcava la struttura dell’Orestea di Eschilo. Un semestre di alta formazione che mi ha fatto fare diversi incontri fondamentali. Luigi aveva inaugurato anche un progetto collaterale, la Writing Room. Ci incontravamo a San Lorenzo, e il gruppo era composto principalmente da gente di spettacolo, tra cui Walter Da Pozzo, che ricordo con profondo affetto. La cosa straordinaria era l’anonimato. Si scriveva, si inviava il testo a Luigi, e lui rimandava un unico file senza firme, che veniva letto nell’incontro successivo. Per la prima volta ho potuto osservare come le mie parole funzionavano da sole, senza il filtro del mio corpo, del mio sesso, del mio volto. E quei testi venivano notati. Luigi mi ripeteva che la mia forza era nella scrittura e all’inizio questo mi spaventava. Oggi gli sono profondamente grata. Non sono in molte/i ad avere il coraggio di dirci qualcosa che ci ribalta la vita. È lì che ho ritrovato le mie parole, in qualche modo libere persino da me.
W. Potremmo dire che il percorso teatrale è stato fondante per la tua carriera di scrittrice?
R. Decisamente sì. Il teatro mi ha insegnato a smontare le storie tecnicamente, a isolare ogni elemento come fosse un ingranaggio autonomo. Mi ha abituata a vivere tutto prima di narrarlo. Ho imparato ad alzare la tensione, proprio come, nella formazione attoriale, avevo imparato a piangere tecnicamente. È lo stesso esercizio: creare dal nulla l’apparenza di un dolore o di una gioia, rendendoli credibili per chi guarda. Mi ha fatto capire come funziona – e di cosa è fatto – il giocattolo-storia, solo così ho imparato a rimontarlo in modi sempre nuovi.
W. Bene cara Roberta grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata, che ci spinge a guardare dentro se stessi
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI- Sezione LETTERATURA- ARTICOLO DEL 19.02.26]
Care amiche e amici di DEF in molti ci avete chiesto il perche’ i redattori si trasformano in animali antropomorfi quando entrano a far parte della redazione.
Il motivo a tutti noto e’ perche’ siamo un blog che parla di fumetti e declina le tematiche culturali e artistiche con il linguaggio del fumetto. Ma c’e’ molto di piu’ dietro.
Molto infatti e’ legato al concetto di animale guida di ogni redattore e tradizione sciamanica che e’ all’origine della nascita del fumetto Osvy, il bianco porcospino, the trutnut ( sciamano etrusco).
Esiste in questa tradizione la presenza del Totem degli animali guida risalente alla tradizione dei nativi americani (o Pellerossa). L’ Ojibway ototeman (“colui che è del mio stesso clan”), il totem funge da simbolo identitario, albero genealogico o protezione spirituale, raffigurando figure umane, animali e creature mitologiche.
Gli animali scolpiti, come l’aquila, il corvo, l’orso o il lupo, rappresentavano qualità specifiche e un legame spirituale profondo tra l’uomo e la natura.
Gerarchia: Le figure sul palo venivano spesso lette dal basso verso l’alto e rappresentavano un ordine gerarchico o un racconto specifico del clan.
Origine: Il termine deriva dalla lingua degli Ojibway, sebbene la tradizione dei grandi pali totemici sia peculiare dei popoli della costa nordoccidentale (come Haida, Tlingit, Kwakiutl).
I totem, quindi, sono sia opere artistiche che espressioni di una complessa struttura sociale e spirituale che unisce la comunità allo spirito animale guida.
[FILIPPO NOVELLI per Detti e Fumetti sezione Fumetto, articolo del 16 febbraio 2026]
Care amiche e amici oggi facciamo un secondo approfondimento sulla AI; stavolta per comprendere perche’ DETTI E FUMETTI sta precorrendo i tempi con 17 anni di anticipo.
Occorre riflettere sul fatto che IL CONTENUTO CHE VINCE NON E’ QUELLO CHE DIVENTA REALE MA QUELLO CHE RADUNA
l’IA sta riducendo il valore dei click e del traffico pubblicitario tradizionalea cuinesso era legato, rendendo fondamentale la creazione di community dirette per chi vuole essere protagonista sui social.
Meno traffico, meno advertising. La leva che resta è la community. Chi raduna persone, guida il mercato.
E’ cero, con l’AI puoi approfondire un tema come vuoi, quando vuoi. Ma porti con te tutti i rischi che ne conseguono sulla sua qualita’ e veridicita’ (pensa alle fake news prese come fonti vere della AI). Questo per assurdo puo’ appiattire e far calare il tuo interesse.
La soluzione a questa rivoluzione portata dalla AI arriva quindi prima del click. Questo taglia il valore della pagina, grande o piccola che sia.
Ecco perché serve audience diretta su un canale tuo.
Detti e funetti ha da sempre mirato a costruire una propria audience (siamo un hub nel web) a cui parla tramite un gruppo di esperti nelle discipline dell’arte e della comunicazione.
In conclusione il blog, la newsletter, la community sono la soluzione alla trasformazione social causata dall’AI.
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI, articolo del 15 febbraio 2026]
Care Lettrici e Lettori di Detti Fumetti oggi incontriamo nuovamente il nostro amico regista e videoartista Mauro Conciatori potete trovare l’intervista su “Quando la Voce chiede Tempo”, la raccolta delle interviste curata da me e disegnata da Filippo Novelli e in vendita su Amazon.
In questa nuova intervista vogliamo presentarvi il nuovo lavoro di Mauro.
Oltre la cronaca, oltre l’impegno politico più urlato e oltre la superficie delle opere più celebri, esiste un Pier Paolo Pasolini segreto, fatto di ombre, riflessi e movimenti sospesi. Il progetto artistico di Mauro Conciatori si propone oggi di rintracciarne l’essenza più profonda, scegliendo una via non convenzionale: quella del sogno e della poesia visiva. Attraverso un dialogo interdisciplinare che unisce la pittura di Giovanni Cerri, il linguaggio della poesia tout court e il paesaggio urbano di Roma, l’iniziativa invita lo spettatore a un viaggio introspettivo nella psiche del poeta friulano. Al centro di questa rilettura si collocano le tele di Giovanni Cerri. Le opere pittoriche diventano scenografie dell’anima, dove il volto del poeta o gli scorci della città non sono semplici ritratti, ma frammenti di un discorso interrotto. Se la pittura fissa l’istante, la poesia diventa anima pulsante di un Pasolini intimo e prorompente. La figura del poeta viene esplorata nella sua dimensione dinamica. “La poesia”, non solo le sua ma anche quella di Saffo, Alda Merini, Cristina Campo, Ana Cesar, Kostantinos Kavafis, Arsenij Tarkovskij, Dario Bellezza, e citazioni di ricordi di Dacia Maraini e Oriana Fallaci, sono per assonanze e avvicinamenti, sassi in un grande stagno per far emergere prepotentemente non il personaggio ma l’Uomo Pasolini. Un viaggio nella Poesia del ‘900. Un accostamento con Saffo e la tragedia greca della quale Pier Paolo Pasolini conosce bene la sintassi e la forza narrativa, non a caso due dei suoi film più impegnativi sono stati Edipo Re e Medea. Quindi due figure centrali e centralizzate, Saffo e Pasolini, tra Amore e Dolore, un connubio quasi inscidibile. Una visione poetica quella del Conciatori che è metafora della lotta, del desiderio e della vulnerabilità. Le interpretazioni restituite da Monica Guerritore in primis (una magistrale e straziante “Supplica a mia madre”) e a seguire Liliana Benini (eterea e severa), Bettina Carniato (le poetiche friulane della gioventù), Ginevra Colonna (intensa in una delle poesie di Pasolini più disturbanti di tutta la produzione pasoliniana), Laura Frascarelli (nei panni di Oriana Fallaci e non solo), Daniela Giovanetti (tra Kavafis e Saffo), Maria Gullo (una meravigliosa maschera greca), Marina Kazankova (la donna (im)perfetta che oscilla tra due mondi, dove il classicismo si reinterpreta con la lirica russa), Riccardo Leonelli (una “Ballata delle madri” empaticamente durissima) Diletta Masetti (partecipe del dolore pasoliniano dell’impossibilità di amare), Arianna Ninchi (atona di fronte al maestro), Clara Orpelli (un fantasma sempre presente di una donna madre e sorella), Selvaggia Quattrini (dolente nello sguardo, persa in un presente senza futuro), Alessandro Pala Griesche (tra un principesco Dario Bellezza e un prete che presenta un padre nostro come mantra infinito di clemenza), Maria Libera Ranaudo (madre e donna senza futuro, senza passato, ma con un presente dove il dolore sgorga come fiumi infiniti), Malvina Ruggiano (leggiadra e innamorata, vede l’amore come rimedio di ogni ferita, ma poi ne apre altre), Aida Talliente (una friulana doc per raccontare la partitura più atavica del poeta) hanno fato forma a un ritratto intenso e onirico dove il personaggio diventa uomo, e dove l’uomo è cifra di un mondo che ha paura di accettare il “verbo” di una “voce” che esula dallo status quo. Interpretazioni lucide e attente a rispettare le diverse forme poetiche creando un affresco di rara potenza. Il terzo pilastro di questo progetto è Roma. Non la Roma monumentale dei turisti, ma quella che Pasolini ha amato e inventato nei suoi romanzi e film: la Roma delle borgate, delle architetture stranianti dell’EUR, dei luoghi dove ha vissuto, delle notti infinite. La città viene riletta come un organismo vivente che ha assorbito lo sguardo del poeta. Le strade diventano quinte teatrali dove il passato di Pasolini si fonde con il presente, in un continuo rimando tra realtà e visione onirica. Roma non è un semplice scenario, ma il catalizzatore di un’emozione che permette di scoprire un Pasolini inedito, lontano dai cliché. Con questo progetto Mauro non vuole celebrare il Pasolini monumento, ma il Pasolini spirito. Attraverso l’approccio onirico e poetico, l’integrazione delle diverse partiture artistiche permette di toccare corde che la sola analisi critica spesso ignora. Al fianco di attori di cinema e teatro degli incisi vengono operati da storici di Pasolini, come Renzo Paris e Marco Beltrame e dalla psicanalista Flavia Salierno per restituire un ritratto esaustivo dell’immortale poeta.
Nel gennaio 2026, l’opera è stata presentata a Roma e sono in programma ulteriori presentazioni a Milano per l’inizio di marzo 2026.
W. Perché un progetto su Pier Paolo Pasolini?
M. Sono diverse le motivazioni che mi hanno spinto a omaggiare il grande intellettuale friulano. In primis il desiderio di mostrare un Pasolini diverso da come viene raccontato. Molti film e documentari sono stati omaggi all’intellettuale friulano ma quasi tutti affrontano Pasolini dalla morte, dai misteri della sua morte, dal perché sia stato ucciso. Incidente o morte di Stato? Rispetto queste scelte ma spesso si è perso di vista Pasolini uomo. Pasolini e la sua poesia. Ecco ho voluto raccontare Pasolini da un punto di vista squisitamente artistico attraverso le sue poesie mettendole a confronto con Saffo, altra artista condannata dalla sua fama di donna che ama le donne ad essere dipinta come un mostro, non a caso amore saffico viene usato in tono sprezzante. Invece, secondo me, sia Pasolini che Saffo cercavano solo Amore, da cui il titolo che peraltro è l’incipit di una altro passaggio di Pasolini. Quindi non ho inventato nulla di nuovo se non rubare dal maestro. Andando avanti nella ricerca ho colto molti punti in comune con altri poeti che direttamente o indirettamente sono connessi a Pasolini. Quindi se da una parte Dario Bellezza, Alda Merini erano amici di lui, altri come Cristina Campo, Ana Cesar, e Arsenij Tarkovskij rappresentano uno spirito affine nel modo di affrontare non solo la poesia ma la vita stessa. A questo proposito Ana Cesar rappresenta il suo alter ego sudamericano che corrosa dal male interiore si diede la morte in giovanissima età. Non fu così per Pasolini in maniera diretta ma Pier Paolo cercava la morte in ogni istante della sua vita. In qualche modo a cominciare dalla morte del fratello ucciso nell’eccidio di Porzus.
Altri input mi sono arrivati dalla mia esperienza diretta. Sono nato all’EUR, quartiere romano dove ha vissuto Pasolini fino alla morte. E mi ricordo di quest’uomo bassino ma atletico che spesso faceva colazione nello stesso bar dove andavo con la mia governante. Un uomo che veniva mal tollerato da quel quartiere borghese, rigettato da quei pregiudizi di quegli anni. E questa è la prima volta che il mio vissuto si è incontrato con lui. In seguito ho frequentato brevemente Dario Bellezza, suo discepolo, ma soprattutto Laura Betti con la quale collaborai per una mostra di Pasolini a Parigi sul finire degli anni ’70. Un incontro determinante per me e per il mio vissuto. Quindi Pasolini mi ha sempre accompagnato nel percorso della mia vita. Una figura presente nella sua assenza.
Per ultimo, credo, che di Pasolini non se non sia parlato a sufficienza, molti giovani lo conoscono poco, se non -e sempre- per la sua morte drammatica, perdendo di vista la caratura straordinaria di questo monumento sempre attuale della cultura italiana. Un progetto questo di Pier Paolo Pasolini che vorrei approfondire ancora di più. Qui, per questioni di spazio e visibilità, non sono riuscito a raccontare il Pasolini pittore (anche se Giovanni Cerri in parte ha restituito qualcosa della sua arte) e soprattutto il Pasolini paroliere per canzoni. Insomma un uomo che è stato un vero artista a 360° e che merita di essere messo sul gradino più alto della gloria. Un uomo scomodo.
W. Qual è l’approccio artistico?
M. Ho cercato di raccontare Pasolini attraverso la commistione di linguaggi. Tra film classico e documentario, tra arte e musiche, a tal proposito vorrei ricordare il contributo di Federico Mullner che ha interpretato benissimo il mood dell’opera, e quello delle maschere create da Zoe Perfetti, esprimono perfettamente l’aria di tragedia greca. Tra interpretazioni attoriali puntuali iconiche e testimonianze di chi lo ha conosciuto come Renzo Paris, o analisi sul rapporto con la madre e l’elemento donna con la psicanalista Flavia Salierno, o il rapporto con Dario Bellezza che vedeva Pasolini come il suo nume e unico uomo degno del suo rispetto amorevole. Una visione onirica, come hai osservato te, dove la città, i luoghi vissuti da Pasolini diventano rivoli della sua anima, dove le donne che attraversano quei luoghi sono le sue mille sensazioni d’amore e di frustrazione di una città che lo ha accolto e respinto. Dove l’elemento umano è parte del paesaggio urbano. Dove ogni respiro è anelito di vita delle passioni di Pasolini. Dove il degrado urbano è quello che si respirava una volta ma che a distanza di 50 anni è cambiato solo in superficie ma in fondo rimane lo stesso degli anni ’70: “tutto cambia per non cambiare”. E questo è uno degli altri punti che mi interessava: l’immutabilità che il tempo non intacca. Questo ho tentato di renderlo attraverso le finte riprese in super8. In queste parte di montaggio è stato divertente cercare di trovare le giuste combinazioni per renderle più reali possibili. Piccoli artifizi e vantaggi dei nuovi mezzi.
W. Includere le opere pittoriche dell’artista milanese Giovanni Cerri cosa ha dato al docufilm?
M. Moltissimo. Con lui ci siamo concentrati a ricreare ritratti di Pasolini ed evocazioni dei suoi film, in particolare quelli delle borgate e quelli dalle commedie greche. Un tratto, quello di Giovanni, che, pur facendo parte del suo bagaglio artistico, rispecchia quell’impatto della decadenza della città e dell’umanità. Un’artista che si è messo al servizio del racconto con grande umiltà e grande coraggio. Un impatto visivo che ben si fonde con il girato live, infatti uso molto dissolvenze e sovrapposizioni per creare un’immagine composita facendo tesoro del lavoro dei grandi registi e autori del passato. In qualche modo l’opera di Giovanni echeggia quella di Mimmo Rotella con i suoi paesaggi urbani composti da manifesti da film. Giovanni opera in sottrazione come me d’altronde, tutto il film è in sottrazione.
W. Nel docufilm, le poesie di Pasolini e l’arte, rafforzano il suo legame profondo con la città di Roma; perché questa scelta?
M. Credo che le poesie di Pasolini su Roma siano ciò di più sincero e viscerale mai scritto sulla capitale. Uno sguardo disincantato su una città che accoglie e respinge, che seduce e abbandona, che ammalia e allontana. Una città in apparenza “aperta” ma profondamente chiusa. Una città implosa allora e oggi ancor di più. La Roma di Pasolini non è solo quella delle borgate, come nei suoi film, ma è quella della borghesia, quella dell’EUR, quella di Monteverde Vecchio, quella di piazza del Popolo, quella del centro storico. Le periferie e i campetti di calcio vengono dopo in quell’immaginario collettivo nel quel è stato relegato da sempre. Lui era un uomo che addentava la vita, la prendeva a morsi, e Roma è come lui, ti addenta e non ti lascia più. Quella di Fellini è soltanto un sogno, quella di Pasolini è tutta interna.
W. Qual è l’obbiettivo del progetto?
M. difficile da capire. L’intento è quello di rendere omaggio e cercare di far arrivare a tutti la grandezza di un poeta, come accennato, più ricordato per i suoi scandali, per la sua morte, per il suo cinema al limite del blasfemo, per il suo impegno politico come reietto del partito comunista che come immenso artista a tutto tondo. Lui è stato uno dei pochi a capire vizi e virtù di un’Italia che stava cercando di tornare alla vita. Quella vita che lui amava e odiava allo stesso tempo. Un uomo al di fuori del tempo e al di sopra del tempo. Un uomo, e non un personaggio, divisivo e seducente. Ecco vorrei sedurre più spettatori possibili per far conoscere i lati intimi di Pasolini artista.
W. Bene caro Mauro, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detto E fumetti, per questa interessante chiacchierata
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti sezione Cinema ,articolo del 14-02-2026]]
Oggi voglio parlarvi dell’impatto che sta avendo, secondo me, l’AI sull’Arte e su come usarla senza esserne sopraffatti.
L’AI secondo il parere di molti e’ arrivata nel mondo dell’ARTE come un tornado che diventera’ sempre piu’ grande e non ha trovato persone culturalmente attrezzate per reagire.
Non e’ la prima volta che una tempesta si infrange in questo mondo. Successe con l’invenzione della fotografia. Da allora l’ Arte e’ cambiata per sopravvivere all’impatto.
In un recente articolo che ho letto su persepolis viene spiegato bene il cambiamento. Ve lo riporto per poi proseguire insieme la riflessione sull’Ai.
“Tutti possono fare una tela bianca con una linea e addirittura tagliarla con un coltello ( Fontana) o attaccare una banana al muro ( Cattelan), ma il motivo per cui quella è considerata arte e la propria no risiede nell’evoluzione storica del concetto di arte stessa.
Per millenni, l’arte è stata una sfida tecnica dove il genio era chi, come Michelangelo o Caravaggio, riusciva a copiare meglio la realtà.
Con l’avvento della fotografia, copiare la realtà è diventato inutile, spingendo i pittori a concentrarsi su ciò che la macchina non poteva cogliere, come le impressioni di luce e vento. Nel ‘900 si è passati dal voler copiare il mondo al volerlo interpretare: attraverso il cubismo e l’astrattismo, l’opera ha smesso di rappresentare un oggetto (come un cavallo) per mostrare come l’artista “sente” quell’oggetto. Picasso stesso affermò che gli ci volle una vita intera per imparare a dipingere come un bambino.
Negli anni ’60 si è verificata una rivoluzione radicale: l’arte non è più l’oggetto, ma il pensiero. In questo contesto, l’opera non è più, ad esempio, una sedia fisica, ma la domanda stessa su “che cos’è una sedia” . Da qui derivano la Land Art, l’Arte Povera e le installazioni, dove l’idea non può essere replicata anche se l’oggetto lo è.
Il valore dell’arte contemporanea, quindi, non è nella mano, ma nella mente. Nel caso della celebre banana di Cattelan, l’opera non è il frutto, ma il dibattito che essa genera. Sebbene sia facile imitare un gesto, è difficilissimo inventarlo per primi nel contesto e nel momento giusto. In definitiva, la vera arte è sempre l’invenzione di un nuovo modo di vedere il mondo“.
Che paura ci puo’ fare l’AI se siamo consapevoli e pronti a reagire?
Se l’utilizzo dell’AI e’ dichiarato, se se ne fa un uso etico ( leggi: non usare l’ai per generare immagini che non abbiano come fonte quelle di altri artisti ma esclusivamente le proprie. La promulgazione di leggi di tutela per gli artisti e’ essenziale) allora l’AI diventa quell’amplificatore di potenzialita’ di cui fino ad oggi non si disponeva.
Esempi che mi vengono in mente:
Ricerca di parole, dati,correlazioni all’interno di migliaia di pagine in pochi secondi.
Interpolazione di immagini fisse per creare traiettorie in movimento e generare animazioni di una tua illustrazione.
Conversione di strumenti musicali in altri che non hai a disposizione e loro mixaggio e masterizzazione per evitare passaggi costosi in uno studio di registrazione vero e proprio.
In generale l’eliminazione (e la loro automazione) di passaggi manuali lunghi, noiosi e ripetitivi -a volte anche molto costosi – che spesso erano un muro che bloccava le potenzialita’ di un artista dall’attuare la propria opera ( liberare tempo per amplificare gusto, intuito, sensibilita’, la Visione, tutte doti umane che la macchina non ha)
Se della AI se ne fa un corretto uso,credo che assisteremo ad una democratizzazione dell’Arte.
Nello stesso tempo assisteremo alla evoluzione dell’artista.
Se vogliamo piu’ che una evoluzione, assisteremo ad un ritorno in chiave moderna dell’artista rinascimentale; periodo nel quale non si poteva piu’ restare semplici artigiani della matita, ma occorreva divenire scienziati (Leonardo oggi studierebbe il prompting engineering, l’arte di saper fare le domande giuste all’AI e riconoscere le sue allucinazioni che fanno scadere a livelli bassissimi un opera Ai), occorreva divenire direttori di orchestra, manger illuminati (la prima ingegnerizzazione di una bottega d’arte fu fatta da Raffaello che aveva decine di allievi che completavano le sue commissioni sotto la sua egida), occorreva essere visionari (pensate a Michelangelo quando progetto’ la cupola autoportante del Duono; oggi di cosa sarebbe capace con l’AI?)
Osvy direttore di orchestra di Filippo Novelli
In conclusione l’artista oggi se vuole accettare e vincere la sfida dell’AI deve evolvere scientificamente e strutturarsi culturalmente, acquisendo competenze che lo portino a controllare i nuovi mezzi a sua disposizione come un Direttore di Orchestra. Solo cosi’ potra’ abbattere muri e raggingere traguardi e opportunita’ nuove.
[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE, ARTICOLO DELL’8 FEBBRAIO 2026]
Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti oggi incontriamo una nostra cara amica, che già in passato si è affacciata felicemente alla ribalta teatrale con divertenti commedie; l’attrice regista e scrittrice Gloria Luce Chinellato. Questa volta la vedremo in una nuova pièce al Teatro Petrolini con “Non È Un Gioco Da Bambini” scritta a quattro mani con la scrittrice e madre di Gloria, Enrica Corradini, che salutiamo.
Giulia e Marco convivono da oltre tre anni. Sono una coppia contemporanea: ironici, indipendenti. E allergici a ogni forma d’incasellamento. Vivono di lavoro, sushi e sarcasmo. Eppure, sotto la superficie, cresce una tensione sottile e feroce: tra libertà e legame, tra il bisogno di restare sé stessi e la scoperta di essere già legati da un filo – un filo che, a poco a poco, si trasforma in un campo di prova per il loro equilibrio”.
Una commedia attuale, ironica e spietatamente vera. Uno spettacolo dal ritmo brillante, con momenti di grande densità emotiva. Perché la vita, a volte, cambia le regole proprio quando credevi di averle capite. E scopri che… non è un gioco da bambini.
W. Perché hai avvertito l’esigenza di scrivere insieme a tua madre una commedia con questi presupposti?
G.L. L’idea è “nata” mentre ero in attesa della mia seconda figlia, Caterina. Questa seconda maternità mi ha portato maggiore consapevolezza delle paure che una gravidanza comporta… ma anche l’infinita gioia che ne consegue.
E proprio questa gioia mi ha portato ad interrogarmi sul perché oggi si abbia il terrore di mettere al mondo i figli… e sul perché la società stia diventando sempre più individualista.
Immediatamente, ho sentito l’esigenza di confrontarmi con mia madre, in primis, in quanto madre, appunto, poi in quanto Donna, per di più di un’altra generazione ma soprattutto in quanto formidabile mente e penna… essendo l’autrice di tutti gli spettacoli che ho messo in scena fino ad oggi. Insieme abbiamo indagato e cercato di creare attraverso un dialogo una storia moderna che tocca non solo aspetti appartenenti a qualsiasi generazione ma anche e soprattutto quelli propri di questi anni.
W. Sotto certi aspetti ti riconosci nel personaggio di Giulia?
G.L. Credo di essere molto diversa dal personaggio di Giulia, sia per carattere, sia perché la mia storia è andata, per una serie di circostanze, all’opposto. Giulia però potrebbe benissimo essere la mia migliore amica, mia sorella, mia cugina e gran parte delle ragazze che conosco che si trovano ad affrontare da sole delle grandi sfide, cercando di far combaciare quello che vogliono essere e quello che la società impone che siano.
W. Dove hai trovato l’ispirazione per costruire il personaggio di Marco, interpretato dall’attore Nicolas Zappa?
G.L. il personaggio di Marco incarna un prototipo di uomo molto molto diffuso. È sensibile, intelligente e attento ma non lo vuole dare a vedere. È spaventato e preferisce pensare a sé stesso piuttosto che deludere aspettative altrui.
W. Le pièce comiche o drammatiche nascondono messaggi subliminali diretti al pubblico; in questa commedia, qual è?
G.L. il messaggio che volevamo mandare è che nonostante la società imponga sempre più l’assunzione di comportamenti egoistici per sopravvivere in un mondo che ci vuole perennemente in competizione e performanti, se si trova il coraggio di fermarsi e costruire insieme, il risultato sarà in qualche modo una forma di amore.
W. Oltre alla sinossi, vuoi aggiungere qualcosa in più a proposito della commedia?
G.L. Non ve lo perdete… così ci direte voi qualcosa di più…
W. Bene Gloria Luce, grazie anche a nome delle Lettrice e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata. Ci vediamo a teatro!
Nicolas Zappas e Gloria Luce Chinellato, vi aspettano al:
Teatro Petrolini il 19-20 febbraio 2026 alle ore 20:45
Il 21 febbraio 2026 (Doppio Appuntamento) 17:30-20:45
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE TEATRO – ARTICOLO DEL 8 FEBBRAIO 2026]
Amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi parliamo di amicizia maschile e femminile. Si bisogna distinguere il genere perche’ sono completamente divere e capirlo puo’ aiutare ad “attingere” caratteristiche utili a tutti.
Dentro ognuno di noi c’è una sfera femminile e una sfera maschile dalla quale noi possiamo attingere tanto noi quanto gli uomini anche per gestirci meglio a livello amicale.
Fateci caso gli uomini riescono a conservare le amicizie dall’infanzia, addirittura quelle della primissima infanzia, fino alla vecchiaia; probabilmente gestiscono l’amicizia riconoscendogli un grandissimo valore nella sua capacità di alleggerire la percezione personaledella realtàper distrarsi dalle sofferenze interiori;
Guardiamo bene la maggior parte delle donne invece tende a riprodurre quel rapporto viscerale che in qualche modo abbiamo avuto avremmo desiderato avere con la madre; bene di mamma ce n’è una sola,ok; ricorda che la tua migliore amica resterai sempre e comunque te stessa; ricorda che non c’è bisogno di raccontare tutti i fatti tuoi alle amiche al fine di suggellare amicizie (eterne?) che la maggior parte delle volte invece, non per cattiveria, magari per superficialità, per noia, per pochezza dell’individuo, finiscono; esperienza nella quale almeno una volta siamo cascate tutte. Quante vengono tradite queste amicizie? Quindi cosa fare? Possiamo gestire le amicizie un po’ più come fanno gli uomini, godendone veramente nella loro funzione principale che è quella di distrarci dal nostro mondo interiore quando diventa pesante.
Un abbraccio e ci vediamo al prossimo episodio de TRA LE RIGHE DELL’ANIMA.
per i pigri se volete riascoltare l’articolo e condividerlo con le vostre amiche… ricordate c’è sempre il video QUI
[CHIARA NARRACCI per DETTI E FUMETTI – sezione sociologia – articolo de 7 febbraio 2026]
Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti oggi scambieremo due chiacchiere con l’attrice Antonella Arduini.
Antonella. Ritratto di Filippo Novelli
Allora Antonella, sei nata a Roma, con origini ciociare e napoletane. Ti diplomi presso l’Accademia del Teatro e dello Spettacolo Con la commedia “La maschera in soffitta”, diretta da Luciano Bottaro. Approdi nella compagnia del Maestro Alfiero Alfieri, hai lavorato con vari registi tra cui Marcello Amici, Roberto Lopez, Tonino Tosto. Hai partecipato a fiction televisive tra cui “Permette Alberto Sordi”.
W. Chi o cosa ti ha spinto a farti dire “da grande farò l’attrice”?
A. Credo la mia curiosità e l’esigenza di tirare fuori tante emozioni..
W. Lavorare con il Maestro Alfiero Alfieri che impronta ha dato alla tua carriera?
A. Sicuramente mi ha insegnato la naturalezza. Il fatto che con lui si andasse “a braccio” sul palco..era divertente e molto formativo.
W. Cosa provi quando hai l’occasione di rivederti in televisione?
A. Sono spesso critica perché trovo sempre qualcosa da “aggiustare” e migliorare. Raramente mi piaccio al 100%. Vedi, fare l’attore è spesso un mestiere sottovalutato e invece è difficile e continuamente in evoluzione e deve essere così per riuscire a dare a chi ti guarda e anche a dare a te stesso. È uno scambio di imput ed emozioni.
W. A questo punto della tua carriera non avverti l’esigenza di fondare una tua compagnia teatrale?
A. Non ci ho mai pensato concretamente..ma da tre anni lavoro con Roberto Lopez ed Armando Puccio e siamo diventati come una compagnia stabile diciamo.. Nel futuro non escludo però che nascerà una vera compagnia stabile con un suo proprio nome.
W. L’emozione più forte la provi sul palcoscenico o su un set televisivo?
A. Sicuramente sul palcoscenico, dove tutto è vero ed istantaneo.
W. Cosa diresti a tua nipote che vuole seguire il tuo esempio?
A. Di seguire quello che sente e che la sua anima richiede. Perché io dico sempre di essere fatta si, di carne ed ossa,ma anche di teatro nel suo più Vero significato e quindi sentirmi quel personaggio mettendoci le mie emozioni e le mie sensazioni.
W. Al Teatro Tordinona di Roma, dal 22 al 25 gennaio è andato in scena “ Spalanca le tue Braccia” Scritto e diretto da Roberto Lopez. Ce ne vuoi parlare?
A. Si tratta di una piece nuova e quindi messa in scena per la prima volta che parla di un uomo radicato e chiuso nelle sue convinzioni. Ad un certo punto però entra nella sua vita qualcuno..che porterà dei cambiamenti e lo farà sicuramente riflettere..
(Lo spettacolo sarà replicato il primo marzo alle 19 sempre al teatro Tordinona)
W. Il tuo sogno nel cassetto?
A. Continuare la mia strada e in quello in cui fermamente credo ed avere il mio “giorno da leoni”..che non vuol dire diventare la più famosa del mondo ahahah..ma riuscire a fare qualcosa che riempia talmente tanto..da essere ricordata da tanta gente..
W. Bene cara Antonella, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, per questa piacevole chiacchierata
A. Grazie a te per avermi coinvolta e a tutti quelli che leggendo quest’intervista, capiscano il valore delle mie parole .
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI SEZIONE TEATRO – ARTICOLO DEL 4 FEBBRAIO 2026]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi voglio parlarvi di quanto i cambiamenti culturali in atto siano importanti per l’emancipazione femminile.
Prendiamone uno per tutti (ma non e’ detto che non ritorneremo sull’argomento)
La gestione del tempo.
Poniamoci una domanda: e’ ancora una prerogativa maschile?
È da qualche tempo che mi interrogo sul peso della memoria genetica legata ai generi maschile e femminile, perché, al di là dell’educazione ricevuta, esistono ancora oggi delle differenze sostanziali, ad esempio nella gestione del tempo.
Ho notato, anche nelle generazioni più giovani, che moltissime donne si innervosiscono molto di più degli uomini per i tempi burocratici. Gli uomini sono abituati a svolgere mansioni fuori casa, mentre, se riflettiamo un attimo, dalla notte dei tempi, la donna è stata dentro casa; è facile constatare che in quell’ambiente eravamo noi donne a dettare il tempo. In casa sappiamo esattamente quanto tempo ci occorre per ogni cosa e gestiamo il tempo in maniera indipendente.
Tutto ciò che dobbiamo gestire fuori di casa, come una pratica in comune ad esempio, richiede tempi molto lunghi. Avere il ‘file aperto’ e non poter chiudere una pratica, a differenza di come si inizia e finisce di cucinare, ci pesa maggiormente rispetto agli uomini.
Secondo me, abbiamo solo bisogno di tempo. Dopotutto, sono passate pochissime generazioni da quando abbiamo ottenuto dei diritti sulla carta; diritti che definisco ‘orribili’ perché scelte come il divorzio o l’aborto sono drammatiche e fanno male.
I cambiamenti culturali richiedono diverse generazioni, da alcuni studi, circa sette.
Dobbiamo mettere in conto queste fatiche come parte del processo di cambiamento, senza abbatterci. Prima di essere uomini e donne, siamo esseri umani e persone; a livello di struttura interna e funzionamento siamo uguali. È vero che la donna ha sviluppato maggiormente l’interiorità (il femminile) e l’uomo la capacità di andare avanti, ovvero l’esteriorità (il maschile), ma non è che noi non possediamo quest’ultima. Dobbiamoci darci solo il tempo di imparare a conoscerci e gestirci, per essere tutti più liberi e rispettosi. Baci.”
Amici di Detti e Fumetti vi segnaliamo l’uscita del Graphic Novel di Alessia Petricelli e Sergio Riccardi dal titolo TROPPO LIBERA.
Vi diamo un po’ di informazioni utili.
Titolo: Troppo libera. L’arte, l’amore, la lotta di Camille Claudel
Autori: Assia Petricelli e Sergio Riccardi
Casa Editrice: Tunué (Collana Prospero Book)
Data di uscita: 24 febbraio 2026
Genere: Biografia (graphic novel, romanzo a fumetti)
Target: 16+
Formato e Pagine: Cm 16,8×24, 272 pagine a colori, cartonato
Prezzo: Euro 19,90
ISBN: 9788867906567
Ma di cosa parla esattamente il libro?
Racconta la storia di Camille Claudel, talentuosa scultrice nella Parigi di fine Ottocento, allieva e amante di Auguste Rodin,
che finì i suoi giorni reclusa in manicomio dai familiari. Il libro riflette sulla lunga esclusione delle donne dagli ambiti della vita pubblica e artistica. Sottolinea come la grandezza e la volontà di Camille di essere un’artista alla pari degli uomini,
rifiutando un’arte considerata “femminile”, l’abbiano condotta a una strada senza uscita.
Il graphic novel ha uno stile asciutto ed essenziale, una scelta perfetta per coinvogliare l’attenzione del lettore sulla storia della scultrice. La dinamicita’ delle forme e il sapiente tratto di Riccardi rendono le composizioni delle tavole uniche ed equilibrate nella loro capacita’ di cogliere le atmosfere dei luoghi della Francia di fine ottocento. La sceneggiatura e i dialoghi di Petricelli sono fondamentali e si sposano appieno con lo stile grafico del fumetto. Ne e’ una testimonianza la sintesi degli avvenimenti storici in esso contenuti (leggi la costruzione della Torre Eifel e l’avvento del nazismo) che sono magistrali sia per la scelta cromatica sia per le immagini ricercate.
E’ interessante ricordare anche che la Postfazione e’ di Daniela Brogi, professoressa di letteratura all’universita’ di Siena, specializzata in cinema e arti visive. Il che da spessore al graphic novel.
Ed ora una breve bio degli Autori:
Assia Petricelli: Sceneggiatrice e insegnante di lettere, si occupa di questioni di genere, arte e storia contemporanea, vive a Napoli.
Sergio Riccardi: Lavora nell’illustrazione e nell’animazione, è docente di Tecniche di Animazione Digitale, vive a Napoli.
Insieme hanno vinto il premio Andersen nel 2014 con il graphic novel Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative
e hanno realizzato per Tunué il romanzo a fumetti Per sempre.
Buona lettura!
[ Filippo Novelli per Detti e Fumetti- sezione fumetto- articolo del 13 gennaio 2026]
Amici e amiche di DETTI E FUMETTI siamo felici di annunciarvi l’uscita della nostra raccolta piu’ grande delle interviste ritratto dei nostri amici artisti e professionisti di settore scritte negli ultimi dieci anni.
Copertina di Filippo Novelli
Un saggio profondo e complesso che indaga l’arte in tutte le sue manifestazioni
In distribuzione su Amazon nei mercati di tutto il mondo e’ accompagnata da una bellissima recensione
UNA RACCOLTA DELLE MIGLIORI INTERVISTE DAL BLOG DETTI E FUMETTI. UN MANIFESTO CONTRO LA SUPERFICIALITA’ E UN ELOGIO ALLA LENTEZZA. IL METODO BRADIPO E’ BASATO SULLA EMPATIA E SULLA CAMA ED OFFRE ALL’INTERLOCUTORE E AL LETTORE IL TEMPO NECESSARIO PER UNA PROFONDA INTROSPEZIONE E PER RIVELARE LA PROPRIA AUTENTICITA’. IL VOLUME E’ IMPREZIOSITO DAI RITRATTI DI FILIPPO NOVELLI CHE AGGIUNGONO UNA DIMENSIONE VISIVA CHE DIALOGA CON IL TESTO.
Ogni testimonianza e’ preziosa. Una immersione sincera e intima nelle riflessioni degli artisti, rendono questa raccolta un saggio unico nel suo genere capace di dare uno spaccato autentico delle professioni del mondo dell’arte e della comunicazione.
Il punto piu’ alto penso sia stato raggiunto nella intervista quadrupla a delle poetesse. Il libro diviene scrigno di un tesoro fatto di emozioni e sentimenti allo stato puro.
Vi aspettiamo alla presentazione del libro e alla esposizione dei ritratti degli artisti intervistati con tutti i protagonisti il giorno 28 febbraio 2028 alle ore 17 presso il polo espositivo del Comune di Roma -LA VACCHERIA in via L’Eltore 35 – 00144 Roma zona Eur.
Per l’evento ci patrocina il COMUNE DI ROMA IX MUNICIPIO EUR.
Presentazione del libro e la mostra dei ritratti “QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO, la raccolta delle interviste ritratto di Willy” – La Vaccheria https://share.google/mhluQc51K07GskPyF
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI volevo ricordarvi della bellissima mostra che si sta tenendo in questi giorni su LUPO ALBERTO.
Un tuffo nell’avvincente epopea del lupo più famoso dei fumetti e della simpatica combriccola che abita la fattoria McKenzie. Il percorso esplora le prime strisce in cui Lupo Alberto è protagonista, passando per l’uso delle onomatopee, le citazioni, la sua valenza sociale fino alla scoperta di quanti lupi sono nati e cresciuti partendo dal genio di Silver.
Con l’occasione vi segnaliamo anche le altre mostre in corso. Un motivo in piu’ per andare a vedere Alberto.
Scienziate a fumetti
Oltre 40 tavole originali delle biografie di personaggi storici, in particolare donne scienziate, tratte dai fumetti di Alice Milani. L’esposizione rientra nel Progetto Curie dell’associazione Tandem Arte in Movimento.
Tra roccia e cielo – 100 anni di Cai a Pordenone
Progetto degli studenti di 5^A del Liceo Artistico “Galvani”, indirizzo Architettura, per celebrare il Centenario del CAI Pordenone attraverso la progettazione di un nuovo bivacco alpino che sostituisca il Granzotto-Marchi, nel cuore delle Dolomiti Friulane.
Calendario ISIA
In mostra per tutto il 2026 le tavole del progetto editoriale ISIA-UniPordenone che nasce dalla virtuosa collaborazione con la Fondazione CRO Aviano e beneficia del patrocinio del Comune di Pordenone. Il tema del calendario, Progetti In/Forma, segna e festeggia i quindici anni di ISIA Roma Design nella città di Pordenone.
Museo del Fumetto
L’esposizione permanente del Palazzo del Fumetto racconta la storia del fumetto attraverso i suoi molteplici formati editoriali, grazie a un allestimento multimediale e interattivo che stimola il coinvolgimento diretto del pubblico con i materiali esposti.
Cari lettrici e lettori di DETTI E FUMETTI, dal momento che e’ entrata nella nostra redazione una sociologa, siamo stati inondati di domande da parte dei nostri lettori.
E’ per questo motivo che abbiamo sentito l’esigenza di creare una FAQ che raccolga le domande e i motivi che hanno guidato le nostre scelte.
1.Il vostro blog e’ sempre e solo scritto da tecnici con alle spalle un curriculum di tutto rispetto. Perche’ questa scelta?
Si, la scelta di chiamare sempre dei tecnici qualificati a scrivere solo e soltanto di temi in cui hanno conseguito una specializzazione o su temi sui quali abbiamo una esperienza pluriennale, e’ uno dei caratteri distintivi del Blog, per distinguersi dalla massa e dal rischio di banalizzare alcuni ambiti se portati avanti dalla sola passione e hobbistica.
Abbiamo molti esempi in tal senso:
Il progetto MARTA, Il fumetto didattico sulla sulla salute e sicurezza e’ scritto da tecnici di altissimo livello.
Il progetto musicale della storia del rock o di Sandcastle, vede impegnati musicisti professionisti con esperienza pluriennale
Il progetto di economia Artiglio, primi passi nella lean economy e open innovation, vede tra i protagonisti professori universitari di chiara fama.
Potremmo elencarne tanti altri.
Questo rende comprensibile ancor di piu’ il fatto che la rubrica di sociologia si inserisce in questo filone in modo coerente.
2. Perche’ avete deciso di far entrare in redazione un tecnico, nella fattispecie una sociologa?
Quando nel 2009, ad oggi 17 anni fa, abbiamo aperto DETTI E FUMETTI, la sociologia era gia’ tra gli argomenti trattati insieme alla letteratura, arte, musica, cinema. Si pensi solo alla nostra prima “raccolta” OSVY, AFORISMI PER SALVARE IL MONDO
Il libro altro non e’ che un compendio di letteratura e sociologia.
Quindi realizzare una vera e propria rubrica sulla sociologia e’ stato il naturale approdo di un percorso iniziato 17 anni fa.
Il successo che sta avendo e’ merito del fatto che il focus sui temi sociologici acceso nel lontano 2009 non si e’ mai spento e che i nostri lettori sono fidelizzati e apprezzano questa idea.
3.Perche’ avete deciso di concentrare tanta attenzione (sono gia’ otto articoli consecutivi) che pubblicate su temi come: i sentimenti, le emozioni,ecc. Volete fare gli psicologi perche e’ trandy?
Parto dall’ultima parte della domanda.
Vedete concentrati tanti articoli di Chiara perche’ vorremmo raggiungere al piu’ presto un numero minimo di articoli da poter raccogliere in un libro illustrato. E’ il nostro obiettivo. Se vogliamo che sia a breve termine e’ inevitabile tenere questo ritmo. Per quel che riguara la prima parte della domanda, la risposta e’ no, non abbiamo nessuna intenzione di aprire un sito di psicologia acchiappa like.
Attenzione a non cadere nella confusione. Bisogna fare chiarezza. Noi stiamo parlando di sociologia. Anche se e’ un po’ lungo da fare, distinguiamo bene Sociologia da Psicologia e, visto che siamo in ballo, da Psichiatria.
Sebbene sociologia, psicologia e psichiatria si occupino tutte in qualche modo dell‘uomo e del suo comportamento, differiscono nettamente per oggetto di studio, formazione professionale e approccio.
Ecco una sintesi delle differenze principali:
1. 🧑🤝🧑 Sociologia
La sociologia è una scienza sociale che studia l’uomo in relazione agli altri e all’ambiente sociale.
Oggetto di Studio: La società nel suo complesso, i gruppi sociali, le istituzioni, i fenomeni collettivi e le dinamiche relazionali. Si concentra sui processi sociali che influenzano i pensieri, i sentimenti e le azioni degli individui e dei gruppi (es. disuguaglianza, migrazioni, cambiamenti culturali, comportamento di folle).
Focus: Il livello macro e meso (società, gruppi, organizzazioni). Spiega il comportamento individuale come risultato di fattori sociali, economici e culturali.
Formazione: Laurea in Sociologia o Scienze Sociali. Non è una professione sanitaria e non si occupa di diagnosi o trattamento di disturbi individuali.
Obiettivo: Comprendere, analizzare e interpretare i fenomeni sociali per risolvere problemi sociali e prevedere i cambiamenti.
2. 🧠 Psicologia
La psicologia è la scienza che studia i processi mentali, il comportamento e le dinamiche affettive dell’individuo.
Oggetto di Studio: L’individuo e il suo mondo interiore: mente, comportamento, emozioni, processi cognitivi (memoria, percezione, pensiero) e sviluppo.
Focus: Il livello micro (l’individuo). Si occupa del benessere psicologico e relazionale, e del disagio psichico non prettamente organico.
Formazione: Laurea in Psicologia, seguita da tirocinio e Esame di Stato per l’abilitazione. Lo psicologo non è un medico e non può prescrivere farmaci. Se consegue una specializzazione quadriennale, diventa Psicoterapeuta e può fare terapia.
Obiettivo: Comprendere e spiegare il comportamento e i processi mentali, e intervenire per sostenere la crescita personale e gestire il disagio psicologico (ad esempio attraverso colloqui e psicoterapia).
La nostra collana di fumetti la trovate QUI
3. ⚕️ Psichiatria
La psichiatria è una branca della medicina che si occupa della salute mentale.
Oggetto di Studio: La patologia mentale dal punto di vista medico, biologico e bio-psico-sociale. Si concentra sulla diagnosi, cura e prevenzione dei disturbi mentali gravi e persistenti.
Focus: L’individuo con una malattia psichiatrica. Vede il disturbo mentale come un’alterazione che può avere cause biologiche, genetiche e ambientali.
Formazione: Laurea in Medicina e Chirurgia, seguita dalla Specializzazione in Psichiatria. Lo psichiatra è un medico e, per questo, è l’unico tra i tre a poter prescrivere farmaci (psicofarmaci) e richiedere ricoveri ospedalieri.
Obiettivo: Diagnosticare, trattare e riabilitare le malattie mentali, spesso utilizzando una combinazione di farmaci, psicoterapia e interventi psicosociali.
Tutti i libri della nostra collana citati nell’articolo li trovi QUI
[ La redazione di DETTI E FUMETTI- ARTICOLO DEL 14 DICEMBRE 2025]
I supereroi, figure da tempo relegate all’immaginario dei fumetti, del cinema e della narrativa fantastica, mantengono una rilevanza straordinaria nel mondo contemporaneo. Lungi dall’essere semplici evasori dalla realtà, essi fungono da specchio culturale e da catalizzatori di ideali fondamentali. La loro importanza si manifesta su più livelli: psicologico, etico-morale e socio-culturale.
In un’epoca caratterizzata da incertezze globali, crisi ambientali, economiche e politiche, i supereroi offrono un bisogno fondamentale dell’animo umano: la speranza.
Fonte di Ispirazione: Essi rappresentano la possibilità che anche di fronte a minacce schiaccianti, l’individuo o un gruppo unito possa prevalere. Questo alimenta un senso di ottimismo e incoraggia la resilienza personale.
Gestione dell’Ansia: I loro nemici spesso incarnano le paure collettive (il caos, l’ingiustizia, il fanatismo). Vedere questi problemi affrontati e, spesso, risolti, offre un meccanismo di catarsi e aiuta a gestire l’ansia legata a problemi reali e complessi.
La Dualità “Eroe-Umano”: La maggior parte dei supereroi di successo (come Spider-Man o Batman) non sono solo esseri onnipotenti, ma persone che affrontano problemi quotidiani, fallimenti e dubbi. Questa umanizzazione rende i loro successi più accessibili e ispira le persone a essere “eroi” nella propria vita, anche senza superpoteri.
I supereroi sono potenti veicoli per l’esplorazione e la trasmissione di concetti etici complessi.
Il Concetto di Responsabilità: Il celebre mantra di Spider-Man, “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, è diventato un principio morale cardine. Sottolinea l’obbligo etico che accompagna il talento, la posizione o l’influenza, spingendo a riflettere sull’uso responsabile delle proprie risorse.
Giustizia vs. Legge: Molte narrazioni supereroistiche si concentrano sulla tensione tra ciò che è strettamente legale e ciò che è moralmente giusto. Questo costringe il pubblico a confrontarsi con i limiti dei sistemi stabiliti e con l’importanza dell’azione individuale in difesa dei più deboli.
Inclusività e Diversità: Le nuove generazioni di supereroi riflettono una crescente attenzione alla diversità razziale, di genere e di orientamento. Essi normalizzano la presenza di eroi provenienti da tutte le estrazioni sociali e culturali, diventando potenti simboli di inclusione e accettazione in una società multiforme.
I supereroi hanno trasceso la cultura pop per diventare la mitologia moderna della nostra società.
Identità Collettiva: Essi forniscono un linguaggio e un insieme di archetipi condivisi. Proprio come gli antichi si identificavano con Ercole o Ulisse, noi ci identifichiamo con Superman, Wonder Woman o Black Panther. Questi personaggi rappresentano il meglio che l’umanità può aspirare a essere.
Commento Sociale: Le storie dei supereroi sono spesso allegorie dei problemi contemporanei. Ad esempio, gli X-Men sono una metafora potente dell’intolleranza, del razzismo e della discriminazione. Attraverso il filtro della fantasia, il pubblico può affrontare e discutere temi sociali delicati in modo indiretto e meno polarizzante.
Motore Economico e Creativo: L’industria dei supereroi (cinema, TV, fumetti, videogiochi) è un colosso economico che alimenta migliaia di posti di lavoro creativi e genera miliardi di dollari, dimostrando la loro massiccia e continua risonanza culturale.
L’importanza dei supereroi nel mondo di oggi non risiede nella loro capacità di volare o di lanciare raggi dagli occhi, ma nella loro funzione di fari morali e di ancore psicologiche.
E’ in questo contesto che abbiamo accolto nel gruppo Chiara il falco, sociologa. Essi ci ricordano costantemente che, anche quando i problemi sembrano insormontabili, la combinazione di coraggio, altruismo e senso di responsabilità è il vero superpotere a disposizione di ogni persona. In sintesi, i supereroi sono fondamentali perché ci ispirano a credere non tanto nei poteri sovrumani, ma nel potenziale straordinario dell’umanità.
[ La redazione di DETTI E FUMETTI- Articolo del 13 dicembre 2025]
Care lettrici e lettori di DETTI E FUMETTI, da qualche settimana vi abbiamo proposto gli episodi della video rubrica di sociologia TRA LE RIGHE DELL’ANIMA scritta e interpretata da Chiara Narracci.
Illustrazione dello speed painting di Filippo Novelli per il video Clip: Chiara, il sole dentro la stanza
Ma chi e’ Chiara, lo abbiamo chiesto ad un suo amico che ci ha detto che lei irradia positività e luce; e’ capace di migliorare l’umore e l’autostima di chi le sta intorno. Forte e’ il suo impatto trasformativo sulle persone, non attraverso la perfezione, ma sostenendo l’autenticità e ricordando agli altri il loro valore. Insomma c’avra’ pure i suoi difetti ma l’influenza benevola e rassicurante di Chiara si infonde tutto attorno quando entra dentro una stanza.
Non ce lo ha detto cosi’ direttamente; ci ha mandato una canzone su di lei e noi, con l’aiuto della matita di Filippo, il nostro CEO e illustratore ufficiale, ne abbiamo fatto un video Clip che potete vedere facendo click QUI
A proposito questo e’ il testo della canzone:
CHIARA PORTA IL SOLE DENTRO LA STANZA.
DETTI E FUMETTI PRODUCTION
SAMI prompt sound engineering
Video clip by Filippo Novelli
Chiara porta il sole quando entra nella stanza
Chiara sa far brillare chi si sente senza
Ogni sorriso suo ti cambia la giornata
Ti guardi allo specchio e pensi forse valgo qualcosa
Rit: Tu es tre belle, ti ru ti ru le, ti ru ti ru le,
Chiara cammina e sembra che il mondo rallenti
Non dice molto ma capisci tutto dai gesti
Ha quella luce che ti prende senza chiedere niente
Ti fa sentire meglio anche quando non lo pensi
Non parla di perfezione, parla di essere veri
Ti guarda un attimo e ti ricorda chi eri
Con lei ti piace un po’ di più la tua storia
E quel sorriso che regala te ne lascia un po’ in memoria.
[DETTI E FUMETTI- Editoriale del 13 dicembre 2025]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi parliamo di ABBRACCI.
Stanno per iniziare le feste e con esse spesso anche i tanti scompensi emotivi che possiamo vivere soprattutto in quest’epoca caratterizzata da grandi solitudini.
Bene, sappiamo tutti perché ci è capitato, che, nel momento in cui ci sentiamo sconsolati, un po’ inadeguati, un po’ tristi, un po’ soli, eccetera eccetera, ci sentiamo anche le energie a terra e di conseguenza non è che proprio moriamo dalla voglia di uscire e di farci vedere così a terra dagli altri.
Di conseguenza viene istintivo chiudersi in se stwssi.
Non c’è niente di peggio. E’ la cosa peggiore che possiamo fare. Perché? Perché è assolutamente normale vivere dei momenti di fatica di vivere.
Se noi ci chiudiamo non facciamo altro che enfatizzare questa sensazione di inadeguatezza.
Se invece noi alziamo il telefono e magari chiamiamo un amico dicendogli “Mi sento un po’ giu’; ho bisogno di un abbraccio; ho bisogno di essere distratta da da me”.
Vienimi a dare un abbraccio, andiamoci a mangiare una pizza; coccolami un attimo. Eh già, e ricordiamoci che per gli uomini poterci essere nella loro veste più arcaica, come figure di sostegno, è qualcosa che li gratifica da morire; quindi chiedendo loro di sostenerci, non facciamo altro che farli sentire importanti.
Ad ognuno di noi in fondo piace esserci per gli altri; soprattutto in una veste naturale e per l’uomo probabilmente questo sostenere anche fisicamente è proprio qualcosa che gli viene naturale dalla notte dei tempi.
Quindi non gli chiediamo l’impossibile e allora chiediamolo.
In conclusione se ho bisogno di un abbraccio lo chiedo e me lo prendo; se ho bisogno di coccole, le chiedo e me le prendo, ma soprattutto se ho bisogno di distrarmi da me, perchè è un periodo in cui guardandomi dentro mi angoscio, allora devo farmi abbracciare; non devo chiudermi in me stessa.
Ci sentiamo al prossimo episodio e se volete riascoltare questo lo trovate QUI
Ciao
[ Chiara Narracci per DETTI E FUMETTI. Sezione sociologia. Articolo del 11 dicembre 2025]
Care amiche ed amici di DETTI E FUMETTI oggi parliamo di bei ricordi e del come utilizzarli a nostro vantaggio. Vorrei approfondire con voi della importanza di sentirsi AMABILI.
Falco a caccia di bei ricordi
È appurato che c’è una strettissima connessione tra i pensieri che ognuno di noi coltiva dentro di sé, le emozioni che in qualche modo va ad attivare e quello che poi va a rilevare dal quotidiano che vive.
Lo stesso identico discorso vale anche per i nostri ricordi: se sei solito portare avanti una narrazione triste della tua vita, in qualche modo ti affiorano più velocemente alla mente le volte nelle quali non ti sei sentito importante, amato o considerato dalle figure di riferimento, dagli amici, dalle ragazze, dai ragazzi, mariti, moglie e via dicendo.
Bene, ti di un consiglio: vai a caccia di bei ricordi: mettiti nelle condizioni di raccontartela in maniera diversa la storia della tua vita.
Sicuramente ci sono stati dei momenti che ci hanno spiazzato, ma sicuramente ce ne sono stati tanti altri che invece ci hanno messo nelle condizioni di farci sentire amati e farci sentire importanti. Tanto più noi li riattiviamo, tanto più ci mettiamo nelle condizioni di andarci a prendere l’amore anche oggi.
Queste narrazioni tristi della nostra esistenza, nelle quali ci saltano agli occhi le volte nelle quali non ci siamo sentiti amati, non fanno altro che portarci ad avere un atteggiamento pessimista, come a dire “Nessuno può farmi sentire amato” .
Andare a caccia di bei ricordi, delle volte nelle quali invece ci siamo fatti una grassa risata e ci siamo sentiti amati, è fondamentale: ci consente di fare pace con noi stessi e di ricordarci che anche noi possiamo essere amati.
Soprattutto, entriamo nell’ordine di idee di essere amabili, quindi di portare in giro la bella versione di noi stessi invece che la versione sconsolata, pessimista, pesante e anche egoista.
C’è tanta bellezza: andiamone a caccia nel presente e nel passato, sperando di coglierla anche nel futuro.
Al prossimo episodio e se volete vedere il video lo trovate QUI
[CHIARA NARRACCI per DETTI E FUMETTI. SEZIONE SOCIOLOGIA. Articolo del 2 dicembre 2025]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi vorrei parlarvi di un tema secondo me molto importante non solo per come comportarsi con i propri figli ma anche e soprattutto verso se stessi.
Riuscire a comprendere questo passaggio e comportarsi di conseguenza credo possa cambiarti radicalmente la vita.
Sto parlando dell’AUTOCRITICA.
E’ una buona pratica sempre? A volte bisognerebbe metterle un limite? Quali sono le conseguenze? Ma soprattutto da dove nasce?
Falco dubbiosa allo specchio
Vi racconto un aneddoto.
Un giorno ho incontrato una signora la quale mi ferma e mi dice: “Ma da dove nasce l’autocritica? da dove nascono tutti questi pensieri disturbanti; tutte queste critiche questi autogiudizi, questa ferocia, che poi in fondo ognuno di noi riversa a se stesso?”
Io credo che la risposta sia nel fatto che quando ognuno di noi viene al mondo è completamente dipendente dalle figure di riferimento; motivo per il quale gli studi più recenti, anche relativi all’analisi transazionale, dimostrano che inizialmente i bambini, quando vengono al mondo, hanno la percezione in qualche modo di essere fonte di disagio; di conseguenza quello che viene da parte loro è male .
E’ male il fatto che non sono in grado di sostentarmi da solo, che ho bisogno di appagare i primi bisogni esistenziali, che sono quelli di nutrimento; poi ci sono quelli legati alla sicurezza; ho bisogno di sentirmi protetto; di sapere che qualcuno di fronte al mio bisogno, che sia di movimento, di accudimento, di riconoscimento, mi appaghi; e questo qualcuno sono le figure di riferimento.
Quindi il bambino si percepisce come se fosse male e il genitore come se fosse bene.
Il bene viene da fuori. A questo punto si creano come degli automatismi nei nostri circuiti neuronali che ci portano a dare più importanza a quello che pensano gli altri di noi.
Anche perché inizialmente ovviamente non pensiamo niente di noi; l’unica percezione che possiamo avere è di essere fonte di disagio e che c’e’ qualcuno fuori di noi invece che ci allevia i disagi. Lui e’ il bene.
Il motivo per il quale, quando il genitore, attraverso anche formule di ogni tipo, dalle generalizzazioni allo scherno, rimanda al bambino più e più volte alcune etichette, alcuni aggettivi ridondanti, questi aggettivi tendiamo poi alla fine della fiera, per appagare il nostro bisogno di sentirci vivi, visti e considerati e tendiamo ad incarnarle.
Fatto sta però che se la mia prima percezione è negativa, inevitabilmente quando il genitore o chi per lui ci rimanda che in qualche modo non funzioniamo, ovviamente gli crediamo anche perché noi pendiamo dalle sue labbra.
Di conseguenza, tutto cio’ premesso, capite le conseguenze del nostro atteggiamento sui figli, quando ci rivolgiamo a loro, cerchiamo d’ora in poi di essere un pochino più morbidi, ingentilendo anche questi aggettivi spesso tanto spiacevoli; anche perché più li ingentiliamo meno ci pesano.
E veniamo all’altro aspetto che interessa la maggiorparte delle persone: lo stesso discorso vale per noi stessi. E’ provato che tanto meno mi critico e mi giudico per quella che sono, tanto più godo anche delle mie belle risorse. Provare per credere.
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi vorrei affrontare con voi il tema della
Consapevolezza, cioe’ la caratteristica centrale dell’agire, in netta opposizione al semplice reagire ai comportamenti altrui.
Infatti c’è una differenza sostanziale tra agire e reagire vediamola insieme la maggior parte di noi vivendo sempre in relazione con gli altri è più propenso a reagire ai comportamenti degli altri piuttosto che agire cioè prendersi in considerazione in maniera consapevole chiedendosi di volta in volta come è meglio gestirsi chi invece tende a reagire ai comportamenti degli altri tende a dare più importanza agli altri che a se stesso e di conseguenza tenderà a comportarsi sempre nello stesso modo recitando la famosa frasetta sono fatto così: No impara a fermarti impara a guardarti impara a osservarti impara a riconoscerti un valore e a scegliere come comportarti
Falco, pronto a reagire.
In sintesi, la consapevolezza di sé implica:
Prendersi in considerazione in maniera consapevole.
Chiedersi di volta in volta come è meglio gestirsi.
Dare importanza a se stessi, anziché limitarsi a dare più importanza agli altri.
Come fare? imparando a fermarsi, a guardarsi, a osservarsi e a riconoscersi un valore . Tutto questo porta alla capacità di scegliere come comportarsi .
Se vuoi vedere il video eccolo, Buona visione . Fai clic QUI
[CHIARA NARRACCI PER DETTI E FUMETTI. SEZIONE SOCIOLOGIA, ARTICOLO DEL 26 NOVEMBRE 2025]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi vorrei raccontarvi qualcosa di personale perché può essere utile a comprendere meglio che cosa si intende spesso e volentieri per trauma infantile.
Falco da piccola
perché nell’accezione comune anche solo il termine trauma emotivo viene associato all’essere presi a bastonate o comunque a vivere in punizione essere abbandonati a essere maltrattati dalla mattina alla sera ; bene in alcuni casi purtroppo ci sono anche questi episodi altri invece affiorano alla memoria dei ricordi che in qualche modo c’hanno ferito ci hanno turbato ci hanno intristito parecchio perché proprio in quel momento avevamo bisogno magari di una considerazione gentile, di sentirci guardati con ammirazione e con amore.
Ecco l’aneddoto: un giorno io bambina convinco finalmente mia madre a portarmi alle giostrine; quelle che girano con i cavalli. Salgo su questa benedetta giostrina e lei si mette a parlare con una sua amica e, ogni volta che io gli passo davanti con il cavalluccio e gli faccio “Ciao mamma ciao mamma mamma sono qua” , lei che voleva fare due chiacchiere con l’amica, giustamente mi salutava anche un po’ scocciata; bene, me lo ricordo ancora. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire non che ci dobbiamo legittimare tutte i nostri atteggiamenti sciatti come genitori. Cerchiamo di guardare i nostri figli con amore; cerchiamo di guardare alle loro risorse alle loro qualità e cerchiamo però anche di mettere in conto che ognuno di noi affronta anche un percorso dell’anima, che consiste nell’impare a prenderci cura in prima persona dei nostri bisogni e sentirci importanti per noi stessi, diventando adulti, rispettandoci. E allora quando nella pancia si chiude qualche cosa, rimaniamo in qualche modo feriti e turbati, fermiamoci e chiediamocelo: che cos’è che mi ha ferito? cosa mi ricorda? in quale altra occasione mi sono sentito così? perché conoscersi è fondamentale per imparare ad amarsi.
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI dal 7 di novembre in libreria trovate La voce dei luoghi, il nuovo fumetto pittorico di Luca Russo.
Hania, una giovane donna, è morta a Napoli in circostanze misteriose ed è diventata un fantasma. I fantasmi sono condannati a perdere gradualmente la memoria per trasformarsi in ombre che vagano per l’eternità. Hania non accetta questo destino e, prima che sia troppo tardi, vuole ricordare chi era stata in vita; ci riuscirà tornando in alcuni luoghi, frequentati quand’era viva, che hanno custodito i suoi ricordi, ma riporterà alla luce un passato che non si aspetta.
Una struggente riflessione sul senso della vita, un inno alla bellezza di Napoli, ritratta in tutte le sue sfumature e sfaccettature. L’identità, la perdita della memoria, i luoghi e quello che hanno da raccontarci sono alcuni dei temi de La voce dei luoghi.
IL LIBRO
In compagnia di un gatto nero, la giovane Hania ripercorre le vie di Napoli alla ricerca dei ricordi che sente svanire. Mentre vaga dall’arco di Sant’Eligio al Palazzo dello Spagnolo, dalla Galleria Principe al Conservatorio di San Pietro a Majella, ascolta la voce di quelle strade e di quei muri, che la esortano a fare attenzione e la mettono in guardia. Ricordare significa infatti riportare a galla tutto il dolore che ha vissuto, a partire da un amore tragico e infelice. Eppure una stanza, così come gli oggetti che la occupano, hanno il potere di preservare il significato di un’esistenza, mettendola al riparo dallo scorrere del tempo.
LA VOCE DEI LUOGHI Tunué Collana Prospero Book Extra Cm 19,5×27 pp. 128 a colori, cartonato Euro 24,90 ISBN 9788867907861
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI sezione funetto – articolo del 11 novembre 2025]
Care amiche e amici di Detti e Fumetti oggi vi parleremo di Possesso nella coppia.
Partiamo da una semplice riflessione:
Il Falco
una cosa è direi “Sei mia” in un momento di passione e sì ci piace da morire … ancora oggi e già ci portiamo dietro il fatto di essere fondamentalmente degli animali istintivi e passionali e ci portiamo dietro anche una memoria genetica della notte dei tempi che inevitabilmente nel momento in cui il nostro uomo ci fa sentire l’unica ci si scioglie qualcosa nelle viscere … e questo va benissimo; altra cosa è assumere tutti questi atteggiamenti di controllo: dalla geolocalizzazione allo scrollo dei social dell’altro, al in qualche modo coltivare un atteggiamento di possesso dell’altra persona. Ricordiamocelo che dare fiducia a qualcuno è una scelta razionale. Scelgo di darti fiducia perché scelgo la mia serenità e comunque si può tradire in ogni momento del giorno e della notte di conseguenza tutto questo controllo tutto questo possesso dell’altra persona non fa che portarci a perdere l’altra persona alla lunga perché non piace a nessuno non sentirsi libero, di vivere; e allora prendiamoci il bello anche di queste espressioni così passionali, così travolgenti, così potenti; però diamoci anche il permesso di metterci da subito nelle condizioni di rispettarci; come? intanto conoscendoci e conoscendo anche il peso della memoria genetica che in qualche modo a noi donne – soprattutto – ci porta a prenderci un po’ poco in considerazione anche dal punto di vista dell’amore; non è un caso se ancora oggi le cucciole cercano qualcuno che si prenda cura di loro quando in realtà ad oggi saremmo liberissime di prenderci cura da sole di noi stesse; ebbene allora cerchiamo qualcuno che goda della persona che siamo. Per farlo bisogna intanto imparare a conoscerci e a rispettarci e nella relazione con l’altro diamoci il tempo di condividere qualche esperienza. Credo che sia fondamentale perché nella condivisione ci rendiamo conto di tante cose; cosa che nel mondo virtuale ovviamente è molto più difficile. Quindi apriamoci ad una conoscenza diretta dell’altra persona, dandoci il tempo di capire se anche a noi piace l’altro perché è bellissimo sentirsi scelte, sentirsi desiderate, sentirsi apprezzate, ma da chi tante volte manco lo sappiamo. Ci basta quello e allora anche no, non può bastare conoscerci per rispettarci e conoscere l’altra persona per rispettarla. Diamoci tempo
Bentrovate lettrici e lettori di DETTI E FUMETTI oggi apriamo la nuova rubrica di sociologia TRA LE RIGHE DELL’ANIMA; io sono CHIARA NARRACCI e, come consuetudine in DETTI E FUMETTI, per entrare nella redazione da oggi sarò CHIARA IL FALCO.
Illustrazione di Filippo Novelli
QUANDO E’ CHE SI DIVENTA ADULTI?
Iniziamo questa rubrica con il cercare di rispondere ad un gran quesito. Quand’è che finalmente si diventa adulti? Vi leggo un passo molto interessante: “Persone in grado di assumersi la responsabilità delle proprie scelte e di vivere serene. Le relazioni con i genitori”. Iniziamo con il dire che molti continueranno a piangersi addosso e ad accollare il peso dei propri fallimenti ai genitori, all’infanzia subita. Altri riusciranno ad accettare che siamo solo persone e tutti fallibili, compresi i genitori, e che tutti potremmo scegliere come comportarci al di là di come ci viene istintivo.
Prosegue lo scritto: “Personalmente ci misi mesi anche solo a rendermi conto di non conoscermi affatto, al di là di come ero solita gestirmi. A livello relazionale ho avuto paura di essere una bambola rotta, vuota, perché le mie domande restavano senza risposta. Ho poi capito che non ero mai stata abituata a prendermi in considerazione in prima persona, probabilmente anche perché donna invasa dall’impronta materna.
Non sono certo l’unica ad aver fatto confusione fra il mio pensiero e quello di mia madre, fra il mio sentire ed il suo rispetto a ciò che vivevo sulla mia pelle. Confusione amplificata crescendo dal confronto costante anche con le amiche e con le altre donne incontrate, dove l’unica certezza, l’unica costante erano le reazioni istintive alle altrui sollecitazioni. Non c’era la scelta di come e se agire, era un reagire istintivamente.
Facciamo un passo indietro. Quando veniamo al mondo siamo per noi stessi fonte di disagio. Abbiamo fame, sete, ci sporchiamo e siamo completamente dipendenti dai nostri genitori per appagare i nostri bisogni.
Scatta la convinzione che noi per noi stessi siamo il male, mentre i genitori sono il bene perché ci alleviano dai disagi. Scatta anche l’automatismo di dare più importanza a loro che a noi stessi, motivo per il quale crescendo ci identifichiamo con ciò che più spesso ci diranno di essere. E saranno proprio quei due tre aggettivi il nostro biglietto da visita con il quale ci presentiamo al gruppo di pari, fino a quando non scopriremo di essere molto di più.
Crescere è spogliarsi di queste percezioni limitate ed accettare i nostri limitati e limitanti genitori. È smetterla di pretendere da loro l’approvazione su tutto o smetterla di remarci contro incarnando la pecora nera pur di confermare la loro idea di noi. Credo sia questo il lavoro da fare quando si parla di dover “uccidere” i propri genitori, abbandonare l’idea o la convinzione atavica che i genitori hanno sempre ragione, salvando però l’amore che ci lega loro.
Come farlo? Scegliendo di piacerci noi in primis, imparando a prenderci in considerazione consapevole, uscendo dagli automatismi relazionali che attivano quelli personali, quei due tre aggettivi che dicevamo prima, aprendoci alla vita, dandoci il tempo di valutare come è meglio muoversi. Chi inizia con il chiederti di fronte alle piccole scelte quotidiane cosa penso? cosa sento? Mi va? è buono per me?. Questa è la via per diventare ciò che vogliamo essere, Adulti.
Amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi siamo felici di annunciarvi l’apertura di un nuova rubrica dedicata a un tema fondamentale per tutti noi: le relazioni interpersonali e familiari. Si chiamerà TRA LE RIGHE DELL’ANIMA; a guidarla una nuova voce, pronta a guidarci in un viaggio fatto di riflessioni e spunti preziosi riguardanti la sociologa, Chiara Narracci.
Chiara ha un’esperienza ventennale in consulenza e mediazione familiare, si è formata all’Università La Sapienza di Roma e ha arricchito il suo percorso con due master in Consulenza e Mediazione Familiare. Collabora con il consultorio Centro Famiglia al Vicariato, affianca diversi avvocati matrimonialisti ed è responsabile di sportelli d’ascolto nelle scuole. È inoltre docente di Sociologia della famiglia per la SICOF [Scuola Italiana Consulenti della Coppia e della Famiglia]. Chiara ci aiuterà ad esplorare le dinamiche che rendono uniche le nostre famiglie e le nostre vite.
Ma lasciamo a lei la parola. Guarda il video di presentazione facendo click QUI
AMIC* di DETTI E FUMETTI al via la seconda edizione di GEN promosso da ARF.
La seconda edizione di GEN – dalla parte del Fumetto, il festival che sabato 28 e domenica 29 giugno trasformerà i Giardini Luzzati nel cuore pulsante della scena fumettistica italiana. Dopo il successo dello scorso anno, GEN torna con un programma ancora più ricco, accessibile e gratuito, pronto ad accogliere appassionati, famiglie, artisti e curiosi tra incontri, laboratori, performance e mostre.
Prodotto da CDM Lab con la direzione artistica di ARF! Festival, in collaborazione con i Giardini Luzzati – Spazio Comune e con il patrocinio di Regione Liguria, GEN si conferma come un punto di riferimento, nel suo genere, all’interno del panorama culturale della città. Il festival offre un’esperienza immersiva nel mondo del fumetto, tra linguaggi visivi e riflessioni contemporanee.
La seconda edizione di GEN non è solo un’esplosione di incontri, workshop e mostre: è un’occasione unica per incontrare autori che lavorano per le principali realtà del fumetto mondiale.
Tra i nomi di punta di quest’anno spiccano Giada Belviso e Luca Enoch. Belviso è una disegnatrice attivissima per Marvel, nota in particolare per la serie Laura Kinney: Wolverine e altri progetti recenti. Enoch, co‑autore di Dragonero per Sergio Bonelli Editore, è una delle penne più solide del fantasy italiano. Un altro protagonista è Stefano Zanchi, illustratore e disegnatore che collabora stabilmente con Disney e Panini Comics, noto per le sue illustrazioni emozionanti e delicate.
Accanto a loro, l’acclamato Manuele Fior – vincitore del Premio Fauve d’or di Angoulême e autore di opere come Cinquemila chilometri al secondo, L’intervista e Celestia – che porta al festival un tocco di graphic novel di alto profilo internazionale, oltre a firmare il manifesto ufficiale del festival. Da non perdere anche Ivo Milazzo, maestro europeo del western e creatore di Ken Parker: una lunga esperienza per Sergio Bonelli Editore e collaborazioni con Disney (tra cui storie di Paperino e Zio Paperone), Milazzo porta la sua esperienza cinquantennale al festival.
Da non perdere anche la giovane rivelazione SantaMatita (nome d’arte di Serena Ferrero), vincitrice del Premio Bartoli 2024 e in mostra sia a Roma sia a Genova. Si presenta come autrice completa (testi, disegno e colore) con pubblicazioni per Bao Publishing e attiva come colorista per importanti case editrici.
Per i più giovani torna l’Area Kids con laboratori dai 4 anni in su curati da grandi nomi dell’editoria per l’infanzia, mentre per gli aspiranti fumettisti ci saranno workshop, portfolio review e incontri dedicati alla creazione di storie e personaggi.
L’Area Self – raddoppiata rispetto alla precedente edizione – ospita oltre 25 realtà indipendenti dell’autoproduzione fumettistica italiana, tra cui: Mammaiuto, BlekBord, Inuit Editions, Lök Zine, Ragdoll, Subseri e molti altri. Un’occasione unica per scoprire progetti editoriali fuori dai circuiti tradizionali, incontrare gli autori e acquistare fumetti rari e originali.
Grande attesa anche dal punto di vista musicale per il concerto gratuito di Piotta, in programma sabato sera alle 21, che chiuderà in musica la prima giornata del festival.
IL PROGRAMMA COMPLETO GEN FESTIVAL 2025
TALK E INCONTRI
Sabato 28 giugno
15:30 – Eroine di ieri oggi e domani – con Giada Belviso, Luca Enoch – conduce Chiara Guida e Mauro Uzzeo
17:00 – Sante Vibrazioni – con Chiara Onofri, SantaMatita – conduce Francesca Protopapa e Mauro Uzzeo
18:30 – S’innamorava di tutto: Fabrizio De André e la sua Genova – con Sergio Badino, Ivo Milazzo, Federico Traversa – conduce Mauro Uzzeo
21:00 – Concerto gratuito di Piotta
Domenica 29 giugno
15:00 – La danza degli opposti: l’arte di Manuele Fior – conduce Mauro Uzzeo
16:30 – Forza, ironia, eleganza: la magia Disney di Stefano Zanchi – conduce Mauro Uzzeo
18:00 – Il fumetto come oggetto di espressione totale – con BlekBord, Inuit Editions, Ragdoll – conducono Francesca Protopapa e Mauro Uzzeo
WORKSHOP E PORTFOLIO REVIEW
Sabato 28 giugno
11:00 – Come nasce un supereroe – con Giada Belviso
17:00-19:00 – Portfolio review – con Davide Costa e Giulia Masia
Domenica 29 giugno
11:00 – La ricerca di un universo – con Manuele Fior
17:00-19:00 – Portfolio review – con Davide Costa e Giulia Masia
AREA KIDS (laboratori creativi 4-12 anni)
Sabato 28 giugno
12:00 – Ma che facce mi fai? – con Chiara Onofri (7+)
14:30 – Oltre gli ultimi alberi del bosco – con Marco Paschetta (6-10)
16:00 – Poteri schifosi per supereroi meravigliosi – con Enrico Macchiavello (7+)
17:30 – All’avventura con Lyon – con Emanuele Virzì (6-12)
Domenica 29 giugno
12:00 – La più grande cena mai vista – con Dario Pomodoro (4-7)
14:30 – Impara l’inglese disegnando fumetti – con SantaMatita (6-10)
16:00 – Un amico in più – con Francesco Pelosi e Sara Vincenzi (7-10)
17:30 – Guarda il cielo e sogna una storia – con Simona Binni e Matteo Fortuna (9+)
Tutti i laboratori sono gratuiti con prenotazione obbligatoria su genfestival.it. Per ulteriori info: Matteo Agnoletto 📞 333 7442364
[FILIPPO NOVELLI per DETTI E FUMETTI – SEZIONE FUMETTO – ARTICOLO DEL 26 giugno 2025]
Amic* di DETTI E FUMETTI per STORIA DI UNA CANZONE oggi vogliamo parlarvi di ANOTHER BRICK IN THE WALL dei PINK FLOYD.
Immaginate di essere su un palco. Davanti a voi, migliaia di volti urlanti, luci accecanti, energia pura. Ma dentro… il vuoto.
È il 6 luglio 1977. Roger Waters, bassista e mente creativa dei Pink Floyd, guarda il pubblico dello Stadio Olimpico di Montréal con crescente frustrazione. Qualcosa si è spezzato. Il contatto umano è svanito. Quel che resta è un’enorme distanza tra artista e spettatore. E poi, il gesto estremo: Waters sputa su uno spettatore. È il punto di non ritorno.
Ma da quel momento oscuro nasce un’idea destinata a cambiare per sempre la storia della musica: un muro. Non di mattoni, ma di emozioni. Un muro psicologico costruito da traumi, perdite, repressioni. Il protagonista? Un alter ego immaginario: Pink, una rockstar alla deriva.
Waters porta questa visione al produttore canadese Bob Ezrin, il quale prende una lunga, cruda demo e ne fa qualcosa di più. Ne fa una storia, con un inizio, uno sviluppo, una fine. Pink diventa il simbolo di una generazione ferita, e ogni brano diventa un mattone: la scuola, la madre, la guerra, la droga, l’isolamento.
E mentre Waters costruisce la narrazione, David Gilmour scolpisce l’anima musicale del disco. La tensione tra i due è palpabile, eppure genera meraviglie: su tutte, l’immortale “Comfortably Numb”, nata tra litigi, riscritture e due visioni inconciliabili che si fondono in un capolavoro.
Il tour del 1980–81 è uno spettacolo mai visto prima: un vero muro di polistirolo cresce davanti agli occhi del pubblico, isolando la band sul palco. E alla fine? Il crollo, fragoroso, catartico. Il muro cade. E resta il silenzio.
Nel 1982 il regista Alan Parker porta tutto sul grande schermo: nasce il film Pink Floyd – The Wall, con Bob Geldof nel ruolo di Pink. È un’opera psichedelica, cupa e potentemente emotiva.
The Wall non è solo un concept album. È un viaggio nell’inconscio. È la confessione di un uomo sull’orlo della rottura. È il tentativo disperato di comunicare, anche quando tutto sembra perduto.
Ha venduto oltre 30 milioni di copie, ispirato artisti, cineasti, registi teatrali. Ma soprattutto, ci ha lasciato un messaggio: i muri si costruiscono per paura. Ma prima o poi, vanno abbattuti.
Così nacque The Wall: da uno sputo a una sinfonia. Da un trauma personale a un’epopea collettiva. Un’opera che ha osato porre una domanda scomoda: cosa succede quando siamo troppo fragili per restare in contatto col mondo?
La risposta è lì. Tra i mattoni.
TESTO
Dark sarcasm in the classroom Teachers leave them kids alone Hey! Teachers! Leave them kids alone! All in all it’s just another brick in the wall All in all you’re just another brick in the wall.
We don’t need no education We don’t need no thought control No dark sarcasm in the classroom Teachers leave them kids alone Hey! Teachers! Leave them kids alone! All in all it’s just another brick in the wall All in all you’re just another brick in the wall.
“Wrong! Do it again!” “Wrong! Do it again!” “If you don’t eat your meat, you can’t have any pudding. How can you have any pudding if you don’t eat your meat?” “You! Yes, you behind the bikesheds, stand still laddy!”
traduzione
Non abbiamo bisogno di alcuna educazione Non abbiamo bisogno di alcun controllo del pensiero Nessun oscuro sarcasmo in classe Insegnanti, lasciate stare i bambini Ehi! Insegnanti! Lasciate stare i bambini! Tutto sommato è solo un altro mattone nel muro. Tutto sommato siete solo un altro mattone nel muro.
Non abbiamo bisogno di alcuna educazione Non abbiamo bisogno di alcun controllo del pensiero Nessun oscuro sarcasmo in classe Insegnanti lasciate stare i bambini Ehi! Insegnanti! Lasciate da soli i bambini! Tutto sommato è solo un altro mattone nel muro. Tutto sommato siete solo un altro mattone nel muro.
“Sbagliato! Fallo di nuovo!” “Sbagliato! Fallo di nuovo!” “Se non mangi la carne, non potrai mangiare il dolce. Come puoi mangiare il dolce se non mangi la carne?” “Tu! Sì, tu dietro i portabiciclette, fermo lì giovanotto!”
BIO
OLTRE ad essere il bassista dei gruppi MARDI GRAS, Re QUEEN – tribute band dei Queen e Back to the Spice
Ritratto di Carlo di Tore Tosti tratto dal fumetto SANDCASTLE
Ringrazio Filippo che mi ha coinvolto in questo bellissimo progetto Storia di una canzone e che è l’autore del fumetto che mi vede coprotagonista SANDCASTLE.
A presto alla prossima puntata!
[Carlo di Tore Tosti per DETTI E FUMETTI- Sezione MUSICA – Articolo del 19 giugno 2025]
Amic* di DETTI E FUMETTI un tour nel mondo della Musica non è completo senza fare un passaggio per il mondo METAL.
Queste sono state le parole di mia figlia per convincermi ad andare a vedere i KORN al Firenze Rock di questo anno.
Io che i Korn li avevo ascoltati trent’anni fa e poi nulla più. Non so più se è stata grande la curiosità di capire cosa erano diventati oppure lo stupore di vedere mia figlia cantare tutte le loro canzoni a memoria.
E poi trovo sempre utile e interessante capire i propri figli attraverso la musica che ascoltano. Ecco perché ho accettato e sono partito per Firenze Rock.
Korn anni 90
Ma chi sono i Korn?
I Korn (stilizzato in KoЯn) sono un’influente band nu metal statunitense formatasi a Bakersfield, California, nel 1993. Considerati pionieri e una delle formazioni più significative del genere, hanno giocato un ruolo cruciale nella definizione e nella popolarizzazione del nu metal alla fine degli anni ’90. La loro musica è caratterizzata da sonorità pesanti e dissonanti, testi spesso introspettivi e oscuri, e un approccio vocale unico.
I Membri Attuali sono:
Jonathan Davis (voce, cornamusa, batteria occasionale)
James “Munky” Shaffer (chitarra)
Brian “Head” Welch (chitarra, cori)
Reginald “Fieldy” Arvizu (basso)
Ray Luzier (batteria) – Si è unito ufficialmente nel 2009.
Il genere principale dei Korn è il nu metal, ma la loro musica incorpora anche elementi di:
Alternative Metal
Groove Metal
Industrial Metal (in alcune fasi)
Funk Metal (nelle prime influenze)
Sono noti per aver fuso l’aggressività dell’heavy metal con elementi hip hop, funk, e un’atmosfera spesso cupa e dissonante, tipica del metal alternativo.
Korn Firenze Rock 13.06.2025
La band si forma nel 1993 dalle ceneri dei L.A.P.D. (precedentemente note come Creep). Jonathan Davis, proveniente dalla band Sexart, viene reclutato come cantante. Il loro sound inizia a prendere forma, con l’uso distintivo del basso a 5 corde di Fieldy e l’accordatura bassa delle chitarre.
L’Esordio (1994): Il loro album omonimo, “Korn”, viene pubblicato e segna un punto di svolta. Contiene brani come “Blind” e “Shoots and Ladders” che mostrano subito il loro stile innovativo e brutale, affrontando temi di abuso, isolamento e disagio.
Il Successo Commerciale (1996-2002):
“Life Is Peachy” (1996): Continua l’esplorazione di sonorità oscure e testi controversi.
“Follow the Leader” (1998): È l’album che li consacra a livello mondiale, debuttando al primo posto nelle classifiche di Billboard. Contiene hit come “Freak on a Leash” e “Got the Life”, che ricevono ampia rotazione su MTV e nelle radio rock. La band diventa una delle più grandi nel mondo del metal.
“Issues” (1999): Un altro successo commerciale, che mantiene la loro posizione di preminenza nel genere.
“Untouchables” (2002): Mostra un’evoluzione nel suono, con una produzione più levigata e sperimentazioni elettroniche, pur mantenendo l’aggressività caratteristica.
Cambiamenti e Sperimentazioni (2003-2007):
“Take a Look in the Mirror” (2003): Segna un ritorno a sonorità più crude e pesanti.
L’abbandono di Head (2005): Brian “Head” Welch lascia la band per motivi religiosi e di dipendenza. Questo evento segna un periodo di incertezza per il gruppo.
“See You on the Other Side” (2005): Il primo album senza Head, che vede la band sperimentare con influenze più industriali ed elettroniche.
“Untitled” (2007): Un altro album sperimentale, con diversi produttori e collaboratori.
La Nuova Era e il Ritorno di Head (2008-Presente):
L’arrivo di Ray Luzier (2007-2009): Ray Luzier diventa il batterista ufficiale, portando nuova energia.
“Korn III: Remember Who You Are” (2010): Un tentativo di tornare alle radici del loro suono iniziale.
“The Path of Totality” (2011): Un album fortemente influenzato dalla musica dubstep, con collaborazioni di artisti come Skrillex.
Il Ritorno di Head (2013): Brian “Head” Welch torna ufficialmente nella band, per la gioia dei fan. Questo porta a una rinnovata coesione e creatività.
“The Paradigm Shift” (2013): Il primo album con il ritorno di Head.
“The Serenity of Suffering” (2016): Acclamato dalla critica e dai fan come un ritorno alla forma, con un suono aggressivo e maturo.
“The Nothing” (2019): Un album profondamente emotivo e cupo, che riflette il dolore personale di Jonathan Davis.
“Requiem” (2022): L’ultimo lavoro in studio, che continua a mostrare la capacità della band di evolversi pur mantenendo la propria identità.
Stile e Influenze
Sonorità: Caratterizzata da chitarre a sette corde accordate molto basse (spesso in A o Drop A), bassi funky e distorti, e una batteria potente e complessa. L’uso della cornamusa da parte di Jonathan Davis è un marchio distintivo.
Vocalità di Jonathan Davis: Spazia da canti puliti e melodici a growl, urla, beatbox, e un caratteristico “scat” senza parole che esprime rabbia e frustrazione.
Testi: Spesso incentrati su temi di dolore, abuso, dipendenza, alienazione, depressione, paranoia e rabbia. Molti testi sono autobiografici, attingendo alle esperienze personali di Jonathan Davis.
Influenze: La band cita influenze diverse, che vanno dall’hip hop (N.W.A., Ice Cube), al funk (Red Hot Chili Peppers, Faith No More), al metal (Metallica, Pantera, Sepultura), fino a band alternative come Nine Inch Nails.
Eredità e Impatto
I Korn sono universalmente riconosciuti come una delle band più influenti del nu metal. Hanno ispirato innumerevoli gruppi e hanno contribuito a ridefinire il suono del metal per una nuova generazione. La loro combinazione di aggressività musicale e vulnerabilità emotiva nei testi ha risuonato con milioni di fan, creando una comunità fedele. Hanno dimostrato che il metal poteva essere sia pesante che profondamente personale, aprendo la strada a una maggiore diversità espressiva all’interno del genere.
Korn concerto di Firenze rock del 13.06.2025
Discografia Essenziale
Korn (1994)
Life Is Peachy (1996)
Follow the Leader (1998)
Issues (1999)
Untouchables (2002)
The Serenity of Suffering (2016)
The Nothing (2019)
Requiem (2022)
Korn Firenze Rock 13.06.2025
Blind
Per STORIA DI UNA CANZONE abbiamo scelto di parlare di Blind.
La canzone più nota e iconica dei Korn è senza dubbio “Blind”, il brano che apre il loro album di debutto omonimo del 1994. “Blind” non solo ha definito il sound della band, ma è anche considerata una delle canzoni fondamentali per la nascita del genere nu metal.
Ecco il testo in italiano e una spiegazione dettagliata:
Testo di “Blind” (Korn) in italiano
[Intro: Jonathan Davis] Siete pronti?!
[Strofa 1: Jonathan Davis] C’è un posto nella mia mente Un posto dove mi piace nascondermi Non conosci le possibilità E se dovessi morire? Un posto dentro il mio cervello Un altro tipo di dolore Non conosci le possibilità
[Ritornello: Jonathan Davis] Sono così cieco! Cieco, cieco
[Strofa 2: Jonathan Davis] Un altro posto che troverò Per sfuggire al dolore dentro Non conosci le possibilità E se dovessi morire? Un posto dentro il mio cervello Un altro tipo di dolore Non conosci le possibilità
[Ritornello: Jonathan Davis] Sono così cieco! Cieco, cieco
[Bridge: Jonathan Davis] Sempre più in profondità, sempre più in profondità, sempre più in profondità Mentre sogno di vivere una vita che sembra essere Una realtà perduta Che non può mai trovare un modo per raggiungere il mio L’autostima è bassa, quanto in profondità posso andare Nel terreno su cui giaccio, se non trovo un modo per Vedere attraverso il grigio che annebbia la mia mente Questa volta guardo per vedere cosa c’è tra le righe
[Pre-Coro: Jonathan Davis] Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventano cieco
[Coro: Jonathan Davis & Head] Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco (riesco a vedere che sto diventando) Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco (diventando cieco) Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco!
[Outro: Jonathan Davis] Sono cieco Sono cieco Sono cieco Sono cieco
Spiegazione e Contesto Socio-Temporale di “Blind”
“Blind” è stata pubblicata nel 1994, un periodo di transizione significativo per la musica rock e la cultura giovanile. Gli anni ’90 videro il declino dell’hair metal e del glam rock degli anni ’80 e l’emergere di nuovi generi che riflettevano un senso di alienazione e disillusione. Il grunge, con band come Nirvana e Pearl Jam, aveva già spianato la strada a un suono più crudo e a testi più introspettivi. I Korn, tuttavia, portarono questa tendenza a un livello successivo, mescolando l’aggressività del metal con elementi di hip-hop, funk e industrial, dando vita al nu metal.
Il contesto socio-temporale è fondamentale per comprendere “Blind”:
Disillusione post-Reagan/Bush Sr.: Dopo decenni di politiche conservatrici negli Stati Uniti e un’economia in fase di cambiamento, molti giovani si sentivano emarginati e senza prospettive. La promessa del “sogno americano” sembrava irraggiungibile per molti.
Aumento delle problematiche sociali: Gli anni ’90 videro una crescente consapevolezza di problemi come l’abuso di sostanze, la salute mentale, il bullismo e la violenza. Questi temi, spesso tabù, trovavano sfogo nella musica.
Nascita di Internet e globalizzazione: Sebbene ancora agli inizi, l’avvento di Internet stava iniziando a connettere le persone in modi nuovi, ma anche a creare un senso di isolamento paradossale per alcuni, amplificando il confronto con vite “perfette” o irreali.
Cultura giovanile underground: Molti giovani si sentivano incompresi o rifiutati dalla cultura mainstream. Le sottoculture, come quella metal e hip-hop, fornivano un senso di appartenenza e uno spazio per esprimere rabbia e frustrazione. I Korn, con il loro sound grezzo e le loro tematiche oscure, divennero rapidamente un punto di riferimento per questa generazione.
Korn Firenze rock 13.06.2025
La Poetica di “Blind”
La poetica di “Blind” è intrinsecamente legata all’esperienza personale di Jonathan Davis, il frontman dei Korn. La canzone è stata scritta prima che Davis si unisse ai Korn, quando era nella sua precedente band, i SexArt, e affronta apertamente i suoi problemi con la dipendenza da droghe, in particolare dalla metanfetamina.
Analizziamo i temi principali:
Alienazione e Isolamento: Il “posto nella mia mente, un posto dove mi piace nascondermi” rappresenta un rifugio mentale dalla dura realtà, ma anche un simbolo dell’isolamento che deriva dalla dipendenza e dalla sofferenza interiore. La sensazione di essere “cieco” non è solo fisica, ma metaforica: l’incapacità di vedere una via d’uscita, di percepire la realtà in modo lucido, o di comprendere le “possibilità” al di fuori della propria prigione mentale.
Dolore e Trauma: I “diversi tipi di dolore” e la domanda “E se dovessi morire?” riflettono la profondità della sofferenza di Davis e la sua lotta con pensieri autodistruttivi. La musica dei Korn, e “Blind” in particolare, è nota per la sua capacità di veicolare il dolore in modo viscerale, spesso attraverso le vocalizzazioni gutturali, i sussurri e le grida di Davis, che riproducono la sofferenza emotiva e fisica.
Perdita di Speranza e Disillusione: Il bridge è particolarmente potente: “Sempre più in profondità… sogno di vivere una vita che sembra essere una realtà perduta”. Questo esprime una profonda disillusione e una lotta per aggrapparsi a qualsiasi parvenza di normalità o felicità. L’autostima “bassa” è un tema ricorrente nei testi dei Korn, che spesso esplorano le ferite emotive e psicologiche.
La Lotta per la Consapevolezza: Il ripetuto “Riesco a vedere, riesco a vedere che sto diventando cieco” è un paradosso struggente. Indica la consapevolezza della propria condizione di degrado e dipendenza, pur essendo intrappolati in essa. È la disperata presa di coscienza di una progressiva perdita di controllo e di lucidità, una forma di cecità autoimposta o indotta dalle circostanze. “Guardare per vedere cosa c’è tra le righe” suggerisce un tentativo, seppur debole, di trovare un significato o una verità nascosta nella propria sofferenza.
Catarsi e Aggressione Sonora: La poetica dei Korn non è solo nei testi, ma anche nel loro sound. Le chitarre a 7 corde pesanti e dissonanti, il basso slappato di Fieldy e la batteria complessa e tribale di David Silveria creano un muro di suono che amplifica il senso di oppressione e frustrazione. L’esplosione finale di “Blind” con il growl di Davis è una liberazione catartica di tutta la rabbia e il dolore accumulati, un urlo primordiale che ha risuonato con milioni di fan in tutto il mondo che si sentivano allo stesso modo.
Korn Firenze rock 13.06.2025
In sintesi, “Blind” è un inno crudo e onesto alla lotta contro la dipendenza e il trauma interiore. È una canzone che ha dato voce a una generazione di giovani che si sentivano inascoltati e incompresi, offrendo loro un senso di riconoscimento e, per molti, una forma di catarsi attraverso l’espressione di un dolore condiviso.
Vi lascio con l’intro del concerto di Firenze Rock del 13.06.2025
Amic* di DETTI E FUMETTI benvenuti nel nostro tour del mondo della musica.
Innanzitutto grazie per i feedback positivi e le tante visite che mettendo in testa alle nostre visualizzazioni proprio gli articoli che parlano di musica, fanno ben sperare sugli esiti positivi del progetto che stiamo portando avanti: il fumetto STORIA DI UNA CANZONE.
Prima di pubblicare il fumetto ci aspettano ancora almeno quattro puntate che stiamo scrivendo i miei amici ed io su quattro pietre miliari della musica.
i pink flyoid
il musical
la musica elettronica
il nu metal
Delle vere e proprie bombe! Non so in che ordine usciranno ma saranno degli articoli molto interessanti che vi consiglio di non perdere.
Come dice il titolo partiamo dalla musica elettronica.
Ho iniziato ad appassionarmi alla musica grazie a mia zia che un giorno mi regalò la musicassetta MAGNETIC FIELDS di JEAN MICHEL JARRE del 1981. Le date sono importanti.
Ritrovai nelle sonorità dei brani molte assonanze con la musica elettronica di un italiano, GIORGIO MORODER, che mio padre faceva suonare per casa H24 da una decina d’anni. Avete presente la DANCE MUSIC di DONNA SUMMER. Era scritta da Moroder (1974).
Mio padre aveva suonato la batteria da adolescente e aveva un suo gruppo; quando giocavamo assieme costruivamo tamburi con i mezzi piu’ disparati. Soprattutto i fustini del DIXAN di varie dimensioni a cui modificavamo il fondo e che rivestivamo con la corda delle navi.
Dalla passione per le percussioni a quella per le tastiere elettroniche il passo per me fu breve e la scintilla fu proprio Jean Michel Jarre. Da li avanti per me è iniziato un viaggio quasi simbiotico sebbene inconsapevole al tempo che solo ora riesco a cogliere riascoltando le vecchie registrazioni dei miei brani di musica ambient.
Ma chi era JMJ? Non molti lo sanno ma JMJ da grande voleva fare il pittore. L’ho scoperto solo di recente …ma ci si poteva arrivare. I suoi quadri sperimentali altro non sono che la trasposizione in segni e colore di quella che poi fu la sua poetica musicale. Un epigono di Kandinsky potremmo dire. Trovate un interessante approfondimento di Kandinsky- MUSICA E PITTURA in un recente articolo a questo link QUI.
Non ci dilungheremo nella sua biografica perche’ ce ne sono mille in rete. Quello che mi interessa farvi conoscere sono gli inizi della sua carriera di pioniere, il contesto in cui si muoveva e come nascevano le sue composizioni.
Jean-Michel Jarre, originario di Lione, fin da bambino mostrava un profondo fascino per le orchestre circensi e gli assoli del jazzista Chet Baker. Nonostante la sua infanzia non facesse presagire il suo futuro come figura di spicco del synth-pop, egli era anche un giovane pittore e chitarrista in band rock liceali.
La sua vita non seguì il percorso tipico del “figlio d’arte” predestinato a seguire le orme paterne, poiché suo padre, Maurice Jarre, lo abbandonò all’età di cinque anni per intraprendere la carriera di compositore di colonne sonore a Hollywood. Questa assenza paterna fu cruciale, poiché gli permise di non assimilare passivamente l’influenza artistica del padre, lasciandolo libero di esplorare le avanguardie musicali, molto distanti dal sinfonismo classico del genitore (le cui opere includevano colonne sonore per film come “Lawrence d’Arabia” e “Il Dottor Zivago”). Questa assenza contribuì anche ad alimentare una vena malinconica e introspettiva che sarebbe diventata dominante nella sua opera matura4.
La sua passione per la musica nacque dal rifiuto della notazione accademica classica. Jarre era insofferente alle lezioni di pianoforte classico che gli venivano impartite. Invece, imparò l’espressione emotiva e visiva della musica assistendo, insieme a sua madre, alle performance di sassofonisti jazz come Harchie Sheep e John Coltrane nel club parigino “Le Chat-qui-Peche”. Da queste esperienze comprese come la musica potesse tradurre stati emotivi e suggestioni visive senza la necessità di tecnicismi o testi cantati5.
Jarre trovò un primo spazio di libertà creativa nella pittura. Espose quadri ispirati all’astrattismo di Pierre Soulages e al surrealismo di Joan Miró e Yves Tanguy in una galleria di Lione chiamata “L’Oeil Ecoute” (“l’Occhio ascolta”), una definizione che ben si addiceva al suo futuro stile “jarriano”. Parallelamente, esplorò la musica rock negli anni ’60, suonando la chitarra nei gruppi Mystère IV e The Dustbins.
La simultaneità di queste due pulsioni creative – pittura e musica – lo spinse a cercare una metodologia espressiva che risolvesse la loro apparente inconciliabilità sotto il segno di una nuova forma di sinestesia ancora da inventare6. Sulla scia di artisti come Eric Satie, John Cage e Terry Riley, Jarre iniziò a sperimentare con nastri riprodotti al contrario e mescolando i suoni della chitarra con flauti, pianoforti preparati, percussioni ed effetti rumoristici, per poi passare all’uso di radio e rudimentali dispositivi elettronici6.
Questa sua ostinazione a esplorare oltre i confini della musica tradizionale lo condusse, nel 1969, al “Groupe de Recherches Musicales (GRM)” di Parigi, fondato da Pierre Schaeffer, il “guru” della “musica concreta”. Schaeffer divenne una sorta di figura paterna artistica per Jarre, che nello stesso anno pubblicò il suo primo 45 giri di musica “concreta”, intitolato “La Cage” e “Eros Machine”78. Questo singolo, e il successivo album Deserted Palace del 1972, sebbene vendessero poche copie, furono un preludio alla sua inclinazione sistematica a creare paesaggi atmosferici attraverso ingegnosi puzzle di effetti, anticipando la “noise music”.
Il processo compositivo di JEAN
L’assistere in gioventu’ alle performance di sassofonisti jazz come Harchie Sheep e John Coltrane, gli insegnò come la musica potesse tradurre stati emotivi e suggestioni visive senza la necessità di tecnicismi o testi cantati, in contrasto con la notazione accademica classica verso cui nutriva insofferenza.
Il suo stile, che avrebbe raggiunto la maturità con Oxygene, si disvela in una “fluttuante stratificazione verticale dei suoni vaporosi”. In Oxygene, Jarre utilizza “risorse pittoriche di effetti ambientali” per perseguire uno “spirito di allusione visiva”. L’intero telaio armonico e tonale dell’album è configurato come una “sorvegliata trasposizione degli accostamenti tra bande di colore e campiture di diversa tonalità, trattati come frequenze cromatiche capaci di suscitare l’idea del ‘mare’, dell”aria’, della ‘terra’, del ‘cielo'”. La copertina stessa dell’album, un globo terrestre scuoiato a rivelare un teschio umano, funge da “contenitore grafico” e “amplificazione plastica al portato visionario dell’album, fornendo una traccia di lettura simbolica”.
Concetti e Temi Ricorrenti: Jarre spesso struttura le sue opere attorno a concetti specifici. Ad esempio, Equinoxe è concepito per riflettere “il passaggio delle ventiquattro ore del giorno”, con ogni parte che rappresenta diversi momenti del giorno e della notte. L’artista desiderava che l’ascoltatore usasse l’album nelle varie fasi della sua giornata o dei suoi stati emotivi12. In Zoolook, il suo processo creativo si è aperto a collaborazioni più ampie e all’uso innovativo della voce umana. Ha manipolato voci registrate in giro per il mondo da un etnologo, trattandole come veri e propri strumenti per riprodurre bassi, fiati, archi e arpeggi, evocando un’orchestra fonetico-multietnica.
L’uso della Tecnologia e l’Integrazione tra Arte e Suono: Jarre ha sempre abbracciato la tecnologia. È stato tra i primi possessori del Fairlight, il primo sintetizzatore-campionatore digitale. Più recentemente, in Amazonia, ha utilizzato un algoritmo codificato per un’app (“Eon”) preposta alla ricombinazione virtualmente infinita di groove, pattern percussivi, effetti e temi melodici. Questo gli ha permesso di creare una “visione fantasmatica” dell’Amazzonia, sentita ed evocata attraverso l’emozione fotografica, mescolando suoni d’archivio e atmosfere naturali.
Omaggio e Auto-riflessione: In Oxymore, Jarre rende omaggio a Pierre Henry, pioniere della musica concreta, scegliendo un titolo che riflette la natura “ancipite” del suo stile, anfibio tra avanguardia e classicismo. La suite è descritta come una “fibrillante mantecatura digitale” di campioni tratti da un archivio analogico di Henry, con l’ambizione di svincolare l’esperienza sonora dal suo corollario visivo, pur essendone il fondamento. Jarre assembla il suo “film” con effetti sonori, musiche e rumori, come auspicato da Henry, superando i confini della “musica musicata”.
Il processo creativo di Jarre è quindi una fusione di sperimentazione sonora, una forte componente visiva (spesso sinestetica), l’integrazione di tecnologie innovative e una costante ricerca di nuove forme espressive che trascendono i generi tradizionali.
MAGNETIC FIELDS
Magnetic Fields (o “Les Chants Magnétiques” in francese) è un album iconico di Jean-Michel Jarre, pubblicato nel 1981. Rappresenta un punto di svolta nella sua discografia, essendo il primo lavoro in cui Jarre ha iniziato a integrare strumentazione digitale, pur mantenendo il suo inconfondibile stile elettronico e atmosferico.
L’album è spesso considerato un’evoluzione dei suoi predecessori, “Oxygène” ed “Équinoxe”, mantenendo la loro melodicità e l’uso innovativo dei sequencer, ma introducendo anche elementi più ritmici e un suono più “secco”. La traccia principale, “Magnetic Fields, Pt. 1”, è un capolavoro sinfonico di quasi 18 minuti, con molteplici linee di synth che si intrecciano in un crescendo emozionante. “Magnetic Fields, Pt. 2” è invece un brano più orientato al singolo, ritmato e accattivante. Il titolo francese, “Les Chants Magnétiques”, è un gioco di parole (un omofono) che non si traduce direttamente in inglese, dove è noto come “Magnetic Fields”. L’album ha avuto un buon successo commerciale e critico, consolidando la reputazione di Jarre come pioniere della musica elettronica.
Discografia
•La Cage” / “Eros Machine” (45 giri di musica “concreta”): 1969
•Deserted Palace (primo album solista): 1972
•olonna sonora del film “Le Granges Brulees”: 1972 (o poco dopo, nello stesso solco di Deserted Palace)
•Oxygene: 1976
•Equinoxe6: 1978
•Magnetic Fields7: inizio 1981
•Concerts In China (doppio album, in parte “studio album”): 1982
•Music For Supermakets (disco a tiratura unica il cui master è stato bruciato; composto per una mostra d’arte contemporanea): pubblicato prima di Zoolook, la fonte non specifica l’anno esatto ma è anteriore al 1984.
•Zoolook: la fonte lo indica come “l’ultimo suo lavoro significativo” prima del periodo dei mega-live (iniziati nel 1986), pubblicato successivamente a Music For Supermakets.
•Rendez-Vous: 1986
•Revolutions: la fonte non indica l’anno preciso, ma è menzionato in relazione al concerto di Londra del 1988, suggerendo una pubblicazione nello stesso anno.
•Waiting For Cousteau: la fonte non indica l’anno preciso, ma è menzionato come successivo a Revolutions e precedente a Chronologie, e in relazione al concerto di Parigi La Defense del 1990, suggerendo una pubblicazione nello stesso anno.
•Chronologie: 1993
•Oxygene 7: 1997
•Metamorphoses: 2000
•Geometry Of Love: 2003
•Interior Music: (stesso periodo di Geometry Of Love)
•Session 2000: (stesso periodo di Geometry Of Love)
•AERO (antologia di brani ripescati e rielaborati): 2004
•Teo & Tea: 2007
•Electronica: The Time Machine (anche chiamato Electronica 1): 2015
•In The Heart Of Noise (anche chiamato Electronica 2): 2016 (pubblicato sette mesi dopo The Time Machine)
•Oxygene 3: dicembre 2016
•Planet Jarre (compilation): settembre 2018
•Equinoxe Infinity: 2018 (dopo Planet Jarre)
•Amazonia: 2021
Il concerto di Jean-Michel Jarre tenutosi in realtà virtuale a Capodanno 2020, con l’avatar di Jarre che si esibiva all’interno di una Notre-Dame ricostruita digitalmente, è stato pubblicato come album live con il titolo “Welcome To The Other Side (Live In Notre-Dame VR)” nel 2021
•Oxymore: 2022
•Oxymoreworks (raccolta di remix/rilavorazioni): 2023
BIBLIO: si ringrazia Antonini di Onda Rock per gli spunti.
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE MUSICA – ARTICOLO DEL 19 giugno 2025]
E’ il giugno del 2022; si chiude un ciclo di studi e per la prima volta faccio un speech in pubblico per parlare delle mie due/tre grandi passioni: l’ARTE e la MUSICA. della terza ne parleremo in chiusura.
Perchè proprio di ARTE E MUSICA? Suonare in inglese si dice PLAY; e infatti cosi’ è stato per me: la musica e il disegnare erano i giochi che facevo con mio padre da quando avevo smesso di gattonare. Cosi, dopo un corso di mandolino, uno di canto e percussioni, passai a studiare il pianoforte e a suonare in una orchestra giovanile. Nel frattempo disegnavo in continuazione, riempendo album e tele come se non ci fosse un domani; è tutto documentato dal mio biografo (mio padre); trovate tutti i miei disegni di allora QUI. i brani suonati li trovate QUI
Ma veniamo al nostro Kandinskij.
K. nasce a Mosca nel 1866, fin da bambino cresce in lui la passione del disegno; durante una visita ad un museo, viene affascinato da un dipinto di Monet che modificherà il suo approccio all’arte. Il dipinto del maestro impressionista rappresentava i covoni di grano; quel quadro visto da lontano appare agli occhi di Vasilij come una macchia gialla, informe, capace però di trasmettere una forte emozione.
Kandinskij iniziò a dipingere e lavorò molto su questa intuizione fino a pubblicare l’opera intitolata “Lo spirituale nell’arte”; nel testo teorizza come la combinazione tra forme e colori sia alla base di ogni opera d’arte.
Astrattismo – blaue reitre
Nel 1911 Kandinskij fonda il gruppo avanguardista chiamato Blaue Reiter (il cavaliere Azzurro) con l’amico Franz Marc e riunisce i principali esponenti dell’espressionismo tedesco con l’obiettivo di rinnovare L’arte, Questo gruppo, simile a quello dei Fauves francesi in seguito si evolve grazie a Kandisnkij verso una nuova corrente di avanguardia pittorica.
E’ in questa periodo infatti che realizza il suo primo acquerello astratto fondando l’omonima corrente: L’ASTRATTISMO.
L’Astrattismo è un movimento artistico non figurativo, il termine indica infatti quelle opere pittoriche e plastiche che esulano dalla rappresentazione di oggetti reali.
Il linguaggio astratto è visuale fatto di forme, colori e linee al fine di negare la rappresentazione della realtà per esaltare i propri sentimenti.
Secondo gli astrattisti il colore può avere due possibili effetti sullo spettatore: un “effetto fisico”, superficiale e basato su sensazioni momentanee, determinato dalla registrazione da parte della retina di un colore piuttosto che di un altro ed un “effetto psichico” dovuto alla vibrazione spirituale attraverso cui il colore raggiunge l’anima.
Kandinskij lo esprimeva appunto attraverso una metafora musicale (i suoi piu’ famosi quadri prendono il nome da composizione musicali: intermezzo, improvvisazione, composizione): il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto e l’anima è un pianoforte con molte corde.
Colori e suoni:
Il colore può essere caldo o freddo, chiaro o scuro e questi quattro “suoni” principali possono essere combinati tra loro, descriverà inoltre i colori in base alle sensazioni e alle emozioni che suscitano nello spettatore, paragonandoli a strumenti musicali, tra questi abbiamo ad esempio: Il rosso – un colore caldo, vivace e vitale, paragonato al suono di una tuba L’arancione – che esprime energia e movimento può essere associato ad una campana Il giallo-dotato di una follia vitale, di un irrazionalità cieca, viene paragonato ad una tromba Il verde – associato al violino, indica immobilità, noia, che appena vira verso il giallo diventa giocoso mentre se verso il blu diventa pensieroso Il blu- che quando intenso suggerisce quiete mentre se affiancato al nero è fortemente drammatico, viene associato al violoncello Il viola- come l’arancione è instabile, paragonabile al fagotto Il marrone- invece viene visto come ottuso e poco dinamico Il bianco- viene percepito come un “non-suono” e può essere paragonato ad una pausa che precede altri suoni Il nero- spento e macabre, viene visto come la fine di un’esecuzione musicale, ma a differenza del bianco, esso fa risaltare gli altri colori
Kandinskij approfondisce anche l’uso di punto, linea e superficie e vi scrive uno dei suoi saggi piu’ famosi.
Il punto è il primo nucleo del significato di una composizione, nasce quando il pittore tocca la tela; è statico.
La linea è la traccia lasciata dal punto in movimento, per questo è dinamica essa può’ inoltre essere orizzontale, verticale, diagonale, può essere spezzata, curva o mista.
Bene e con questo è tutto.
Ah vi avevo promesso di dirvi la mia terza passione. Vi ci faccio arrivare con questa riflessione che condiziona la vita di alcuni pittori.
Sapete cosa è discromatopsia piu’ noto come daltonismo?
Il daltonismo è un difetto di natura prevalentemente genetica, che consiste nell’incapacità – totale o parziale – di distinguere i colori a causa, principalmente, di un’alterazione delle strutture fotosensibili a livello della retina. Il termine “daltonismo” deriva dal chimico John Dalton che per primo stese un articolo in cui esponeva il problema derivato dalla sua cecità cromatica. Essa è dovuta ad un allele recessivo, posizionato sul cromosoma X. Questo allele codifica per una proteina prodotta dalle cellule della retina dell’occhio che consente di distinguere i colori. Dato che gli individui di sesso femminile hanno due copie del cromosoma X, l’allele presente sul secondo cromosoma può sopperire alla mancanza della proteina. la malattia, infatti, colpisce soprattutto i maschi (XY) e meno le femmine (XX).Nonostante quanto detto, è possibile che il daltonismo possa manifestarsi anche dopo la nascita: le patologie che colpiscono occhi, retina, cervello, nervo ottico e alcune componenti chimiche, potrebbero causare forme di cecità cromatica più o meno gravi. La forma più comune di daltonismo è la cecità rosso-verde: i soggetti affetti non sono in grado di distinguere i due colori perché le loro lunghezze d’onda, sono percepite come identiche. Riguardo alle cure non sono ancora noti dei rimedi per tutte le forme di discromatopsia, ma è stato elaborato un software apposito dedicato a coloro che ne soffrono. Alcuni tipi sono suscettibili a miglioramento mediante operazioni chirurgiche.
un saluto a tutti i lettori di DETTI E FUMETTI e grazie per l’ospitalità, magari ci rivediamo.
(Estratto da TESI ANNA NOVELLI -RESPIGHI-ROMA)
[Anna Novelli – sezione ARTE e MUSICA – articolo del 16 giugno 2022]
Sono undici anni che, verso la fine di maggio, stacco da tutti e tutto e mi trasferisco all’ARF per registrare e testimoniare cosa sta accadendo nel mondo del fumetto. L’Arf e’ quel luogo dove ogni anno ritrovi quegli amici che magari non vedi da un anno ma sembra ieri.
Dai tempi del Massimo (2015 – prima edizione dell’Arf) devo ammettere che l’organizzazione degli spazi, il programma, le mostre e le presentazioni sono cresciute raggiungendo in questo 2025 un livello altissimo. Ogni anno poi gli Arfer danno vita a nuove iniziative che da sole valgono il biglietto del festival.
Il dettaglio dell’Arf di questo anno lo trovate qui.
Tra le nuove iniziative (i format) sono stato piacevolmente colpito da due in particolare: innanzitutto dalla Best Nine.
Bello e intelligente l’allestimento; funzionale la location. Ottima l’idea moltiplicatrice di visibilità per gli autori.
BEST NINE , infatti vede protagonisti 9 libri a fumetti di 9 autrici / autori di 9 case editrici . Ogni titolo di questa “super selezione” propone le prime 24 tavole a fumetti esposte, la presentazione del libro insieme alla sua autrice o il suo autore con il firmacopie dedicato all’interno della BEST NINE stessa: dagli USA Becky Cloonan con Somna (di Star Comics, realizzato con Tula Lotay); dalla Francia Thierry Martin con Ultimo respiro (ReNoir) e Valentin Seiche con Samurai Gunn (Toshokan) e David B. con Il grande male (Coconino Press); dal Regno Unito Clarrie Pope con Welcome Home (Memo Edizioni) e Bryan Talbot con La leggenda di Luther Arkwright (Tunué); dalla Croazia Danijel Žeželj con Days of hate (Eris Edizioni) fino agli italiani Emanuele Tenderini con Lumina (Tatai Lab) e Gigi Cavenago con I racconti di domani (Sergio Bonelli Editore), sui testi di Tiziano Sclavi .
Per quanto riguarda Cavenago Arf gli ha dedicato anche un Talk. Bellissimo è stato assistere negli anni alla crescita e consacrazione di Gigi Cavenago oggi entrato a pieno titolo nel gota degli autori presenti sulle piattaforme multimediali con un episodio della serie “Love, death + robots”(la nota serie di Netflix).
Per quel che riguarda la seconda iniziativa che ci è piaciuta dobbiamo fare una premessa. Detti e fumetti si è dato fin dalla sua nascita una mission specifica: essere un hub nel web per connettere le diverse arti con il fumetto. Come saprete da qualche anno il nostro focus è sulla creazione di una connessione tra fumetto e musica. Abbiamo portato i Mardi gras, i coautori del graphic musical Sandcastle con cui qualche mese fa abbiamo debuttato all’Auditorium Parco della Musica; devo dire che questo hub sta funzionando. Sononrimasti piacevolmente colpiti dall’ARF. inoltre abbiamo in lavorazione un altro fumetto corale sulla musica, di cui non possiamo ancora dirvi nulla, ma siamo sicuri che l’impatto sarà ancora più forte.
Era quindi inevitabile che tutta la nostra attenzione si focalizzasse su quello che riteniamo sia stato il fulcro della undicesima edizione dell’Arf: la connessione tra fumetto e musica. Interessantissimo in questo senso il talk con i due protagonisti Piotta e Toffolo dei TARM (i tre allegri ragazzi morti)
Arf si può dire che ha costruito questa edizione tutta intorno a Toffolo: oltre al concerto e al talk, infatti gli ha dedicato anche una mostra personale:Starman.
La giusta consacrazione della trasversalita’ del fumetto che con Toffolo si fa musica e performance multimediale.
Cercate i suoi videoclip. Ve ne renderete conto.
La mostra Starman testimonia come Toffolo sia stato il precursore di tante declinazioni del fumetto e, se vogliamo, il punto di congiunzione tra Pazienza e Calcare.
Nel talk, Toffolo, nel ripercorrere la sua carriera, ironicamente ce lo dice: “Io ed i miei amici fumettisti abbiamo seminato per chi è venuto dopo di noi”;
TOFFOLO ha fatto crescere l’albero della cultura fumettistica in Italia. Quell’albero sotto l’ombra del quale tutti voi potete sedervi e raccoglierne i frutti (lo ha rimarcato con riferimento bonario a Calcare).
Nel talk con Toffolo c’era anche Piotta alias Tommaso Zanello ( rapper e produttore discografico pietra miliare della scena romana) anche lui come Toffolo un artista d’ avanguardia del rap e hip pop con al centro dei suoi testi il tipico umorismo romano. Non a caso è lui l’autore della sigla del recente bellissimo documentario Rai della Scuola Romana della risata.
E che dire dei due loro concerti promossi dall’ARF? Semplicemente fantastici. La cigliegina sulla torta di questa edizione.
Arf ph
Ogni anno Arf si conferma nei suoi must (Talk, Arfkids, Arfalley, Job arf, la self area, le mostre, le masterclass, le mostre alla sala Dali’ di Piazza Navona, le iniziative per organizzazioni no profit, il Gen) e insieme ha la capacità -ogni anno – di aggiungere sempre qualcosa di nuovo. Motivo per tornare il prossimo anno … perché la dozzina è sempre un numero magico; chissà cosa ci riserverà.
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI, SEZIONE FUMETTO, ARTICOLO DEL 31 MAGGIO 2025]
“Siamo da sempre affezionati al mondo del fumetto, che crediamo abbia il potere di raccontare qualsiasi tipo di storia“.
“Ringraziamo infinitamente le artiste e gli artisti che hanno messo a disposizione le loro matite dandoci modo di essere la dove c’è bisogno di aiuto e continuare nella nostra missione di salvare vite”. OPEN ARMS
Si apre così la collaborazione con ARF di oggi domenica 25 5 25, un palindromo significativo per questa preziosa iniziativa dal titolo:
A(B)BRACCIO, IL LIVE DRAWING CHE SALVA VITE
15 artiste e artisti della Self Area di ARF Festival a sostegno di Open Arms, Charity Partner della manifestazione per questo 2025
Nelle giornate di sabato 24 e domenica 25 maggio l’area Self di ARF! Festival del Fumetto ha ospitato un’attività speciale in collaborazione con il partner solidale dell’edizione 2025: Open Arms, l’organizzazione umanitaria che opera ovunque ci sia bisogno di aiuto.
Per l’occasione, 15 autori e autrici provenienti da realtà indipendenti hanno disegnato dal vivo su Flyi Disc (Frisbee freestyle) , trasformando oggetti semplici in pezzi unici e originali che saranno in seguito messi all’asta per sostenere le attività della ONG . Da 10 anni infatti Open Arms opera nel Mediterraneo Centrale e dove c’è bisogno di ONG ha aprendo il primo corridoio umanitario via mare, o in Afghanistan, Ucraina e Niger dove negli anni sono stati condotti corridoi umanitari aerei.
A prendere parte all’attività di live drawing per Open Arms sono Federico Gaddi di Bad Moon Rising; Pastacolazione; Lucia Manfredi di Lok Zine; Jazz di Trincea Ibiza; BonnyZed; Luciana Di Stefano di Bangarang! fumetti; Andrea Fasano di Blekbord; Chiara Fiordeponti del Collettivo Viscosa; Juta di Linea Bar; Alessio Ravazzani di Mammaiuto; Marco & Blumello; Arianna Melone di Nuova editoria organizzata; Elia di Padova di Ragdoll e Michelangelo Sansebastiano di Tofu e Teppismo. Il live drawing durante il Festival è stato coordinato da Francesca Protopapa, curatrice della Self ARF.
Amiche e amici di DETTI E FUMETTI siamo giunti alla undicesima edizione dell’ARF.
Dal 23 al 25 maggio il festival romano del fumetto si terrà presso il Mattatoio.
ARF! è il Festival del Fumetto di Roma che da quest’anno proporrà più ospiti internazionali che mai, star del Fumetto, della Musica e del Cinema, il ritorno delle Masterclass e nuovi format come BEST NINE e 2 grandi concerti live , il venerdì e il sabato sera.
Tornano dunque le mostre super esclusive ei gli incontri nella Sala TALK , cuore pulsante nonché vero e proprio marchio di fabbrica, di ARF!, che per tutto il weekend sarà animata dai più importanti protagonisti del Fumetto italiano e straniero, da editori, autrici e autori, da personalità dal mondo del Cinema, della Musica e della Cultura come Davide Toffolo,Sara Pichelli , Zuzu , Licia Troisi , Andrea Arru e Samuele Carrino , indimenticabili protagonisti de Il ragazzo dai pantaloni rosa , Becky Cloonan , Piotta,RobertoRecchioni, Alessandro Celli ; torna l’ Artist Alley per incontrare le stelle del panorama fumettistico nazionale e internazionale (tra cui Otto Schmidt , Ivan Brandon , Alessandro Cappuccio , Eleonora Carlini , Fiore Manni e molti altri) con le proprie postazioni per dediche personalizzate, sketch e commission; torna la Job ARF! , il format di successo che ogni anno crea vere opportunità professionali attraverso colloqui di lavoro tra autrici, autori esordienti e case editrici (con oltre 6.000 portfolio ricevuti!); torna la Self ARF! , un vero e proprio “Festival nel Festival” interamente dedicato al mondo delle autoproduzioni e della microeditoria indipendente, che da quest’anno raddoppia i suoi spazi ospitando 70 realtà e diventando così la più grande Area SELF in un festival di fumetti in Italia!
Naturalmente, come ogni anno, negli ampi spazi della Città dell’Altra Economia non mancherà l’amatissima ARF! Kids , l’area del Festival pensata per i giovanissimi, con i laboratori creativi non-stop di qualità (che ogni anno si registrano sempre il tutto esaurito !), gli incontri con i libri e le letture, le attività disegnate su misura dai migliori talenti dell’editoria italiana per l’infanzia.
Ma entriamo davvero nel vivo di questa edizione 2025. Il nuovo ARF! presenterà 7 mostre, di cui la prima in programma da giovedì 15 maggio(una settimana prima dell’apertura del Festival)a sabato 12 luglio 2025 presso la Sala Dalì di Piazza Navona, di fronte alla Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini: Ahora y para siempre HEROÍNAS delle due superstar Belén Ortega e Mirka Andolfo . Una “doppia mostra” con cui ARF! Rinnova anche quest’anno la lunga e preziosa partnership con l’ Instituto Cervantes di Roma e che celebra Spagna e Italia attraverso due delle loro migliori eccellenze, due straordinarie fumettiste europee. Affermati nel mercato globale, Ortega e Andolfo stanno portando, nel cosiddetto fumetto mainstream (ancora dominato da “machismi superomistici”), un nuovo modo di guardare, disegnare e narrare le figure femminili, utilizzando il fumetto come spazio politico e poetico, dove il femminile è voce narrante, soggetto attivo, forza in movimento.
E arriviamo all’apertura dei cancelli di venerdì 23 maggio , dove nel Foyer Uno della Pelanda del Mattatoio ecco in mostra «un vero innovatore nel campo del Fumetto e tra i maggiori autori italiani di graphic novel», Davide Toffolo , che non solo firma il manifesto di questa undicesima edizione, ma sarà anche protagonista dell’esposizione che celebra trent’anni di tavole a fumetti, illustrazioni e disegni originali e del concerto gratuito dei Tre Allegri Ragazzi Morti (di cui è voce e frontman) in programma sabato 24maggioalle 21 al Testaccio Estate, presso l’adiacente Campo Boario della Città dell’Altra Economia, apertura ufficiale del tour italiano.
Sullo stesso palco alla stessa ora, la sera prima, venerdì 23 maggio , è in programma il live di Piotta – gratuito e sempre in collaborazione con i partner di Testaccio Estate – che in oltre 2 ore tra brani e relativi visual attraversa 25 anni di carriera, con particolare attenzione a “ La Scuola Romana” , colonna sonora dell’omonimo film appena andata in onda su Rai 2, e all’ultimo album “ ‘Na notte infame” . Piotta sarà accompagnato dal compositore Francesco Santalucia (piano, basso, percussioni), dal polistrumentista Augusto AKU Pallocca (sax, synth, rap), da Francesco Fioravanti (chitarra elettrica e acustica), da Claudio Cicchetti (batteria e percussioni), con il video designer e sound engineer Cristiano Boffi.
Nei prestigiosi spazi della Pelanda, anche la mostra personale di Tony Sandoval , il pluripremiato autore originario di Sonora (Messico) ormai residente da tanti anni a Parigi, le cui opere in ambito bande dessinée sono pubblicate in Italia dalla Tunué, con un’antologica sospesa tra ombra e candore, Creature d’ombra e tempesta , realizzata in collaborazione con la Galerie Daniel Maghen di Parigi.
E Jon McNaught , raffinatissimo artista britannico che pubblica abitualmente per editori come Éditions Dargaud (con cui a gennaio ha pubblicato il suo nuovo graphic novel Hors Scène ) e Nobow Press, così come per prestigiosi periodici quali London Reviews of Books e The New Yorker . Nell’esplorare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive, concentrandosi su piccoli momenti quotidiani che occupano il centro della scena ( Dentro e fuori scena ), McNaught, attraverso una narrazione mai convenzionale, ci incoraggia a contemplare la bellezza spesso trascurata del mondo che ci circonda: lo straordinario nell’ordinario! L’artista che nel Regno Unito conta una lunga esperienza di docenze universitarie in grafica editoriale, narrativa e incisione presso la Glasgow School of Art, la Goldsmiths o la UWE di Bristol sarà uno dei protagonisti delle treLectio Magistralisdi ARF! 2025, che si terranno nella Sala Talk . Le altre due Lectio saranno curate da due veri fuoriclasse del comicdom internazionale, come Bryan Talbot (UK) e David B. (Francia) presenti entrambi in Best Nine, la grande novità di questa edizione. BEST NINE , un nuovo spazio – o meglio, un nuovo format di ARF! – che vede protagonisti 9 libri a fumetti di 9 autrici / autori di 9 case editrici . Ogni titolo di questa “super selezione” vedrà le prime 24 tavole a fumetti esposte, la presentazione del libro insieme alla sua autrice o il suo autore con il firmacopie dedicato all’interno della BEST NINE stessa: dagli USA Becky Cloonan con Somna (di Star Comics, realizzato con Tula Lotay); dalla Francia Thierry Martin con Ultimo respiro (ReNoir) e Valentin Seiche con Samurai Gunn (Toshokan) e David B. con Il grande male (Coconino Press); dal Regno Unito Clarrie Pope con Welcome Home (Memo Edizioni) e Bryan Talbot con La leggenda di Luther Arkwright (Tunué); dalla Croazia Danijel Žeželj con Days of hate (Eris Edizioni) fino agli italiani Emanuele Tenderini con Lumina (Tatai Lab) e Gigi Cavenago con I racconti di domani (Sergio Bonelli Editore), sui testi di Tiziano Sclavi .
Autrici e autori molti dei quali saliranno come speaker sul palco della Sala TALK e “ruoteranno” nelle sessioni di firmacopie presso il BOOKSHOW® , il grande “bookshop performativo” gestito dalla Libreria Giufà dove sarà possibile trovare tutti i titoli di tutti gli ospiti di tutte le case editrici presenti al Festival per sketch e dediche.
Negli atelier della Galleria delle Vasche – in ambito SELF Area – non mancheranno inoltre le esposizioni diNicoz Balboa , tatuatore e fumettista la cui opera è saldamente radicata nella tradizione delle tematiche LGBTQ+ e trans femministe (che in Italia pubblica per la Oblomov Edizioni e il mensile Linus diretto da Igort ) e la fumettista e illustratrice SantaMatita , Premio Bartoli di ARF! – CDM 2024 come “Miglior promessa del Fumetto italiano”. Infine la mostra/gioco di Trincea Ibiza, collettivo ultra creativo «acido vibrante e psichedelico» vincitore del Premio PressUP 2024, e la mostra/contest FOLD IT YOURSELF! interamente dedicata alle fanzine degli studenti di Scuole d’Arte, Grafica e Fumetto.
All’ARF! tornano anche le Masterclass , vere e proprie (imperdibili!) lezioni di Fumetto – aperte a tutti – in collaborazione con le migliori Scuole e Accademie specializzate e quattro grandi firme del settore: Emiliano Mammucari (con RUFA), Eleonora Carlini (con la Scuola Internazionale di Comics), Fulvio Risuleo e Antonio Pronostico (con NABA).
Sin dalla sua prima edizione ARF! è anche sinonimo di solidarietà : dopo Emergency, CESVI, Dynamo Camp, Amnesty International, UNHCR, Mediterranea Saving Humans, Associazione antimafie daSud, Medici Senza Frontiere e AssoPace Palestina, quest’anno il partner solidale del Festival sarà Open Arms , l’organizzazione che da 10 anni opera ovunque ci sia bisogno di aiuto, attraverso un progetto che vedere le collettività indipendenti dell’area SELF realizzare dal vivo dei disegni sulla superficie di 15 frisbee, che saranno in seguito messi all’asta per sostenere le attività della ONG.
Nato nel 2015, in 11 anni ARF! è diventato un vero punto di riferimento nel panorama delle manifestazioni italiane, posizionandosi efficacemente nel calendario nazionale degli eventi di settore con carattere e identità, un Festival ormai in grado di richiamare oltre 15.000 visitatori tra appassionati e curiosi, bambini, ragazzi e famiglie. ARF! è anche co-fondatore e Sede Legale di RIFF • Rete Italiana Festival Fumetto, l’Associazione nazionale di categoria dell’intero comparto professionale: www.retefumetto.it
Vi lasciamo i riferimenti:
Festival ARF!èrealizzato con il contributo di Roma Capitale – Assessorato alla Cultura – Dipartimento Attività Culturalied è promosso daAzienda Speciale Palaexpo , con la partnership di ATAC , PressUp , Koh-I-Noor, Bakeca.it. e Tenuta Testaccio. Media Partner: Gli Audaci, Letture Metropolitane e Mega Nerd.
INFO PUBBLICO ARF! «Festival di storie, segni e disegni» XI edizione
MATTATOIO + CITTA’ ALTRA ECONOMIA IngressoPiazza Orazio Giustiniani 4, (Testaccio) Roma
Amiche e amici di DETTI E FUMETTI, dal 15 maggio al 12 luglio 25 presso l’Istituto Cervantesdi Roma ( piazza Navona) si terrà la Mostra di Belen Ortega e Mirka Adolfo.
ARF! e l’Instituto Cervantes di Roma presentano alla Sala Dalì di Piazza Navona la mostra in prima assoluta di Belén Ortega e Mirka Andolfo “ AHORA Y PARA SIEMPRE HEROÍNAS” .
Le stelle della DC Comics – Wonder Woman , Supergirl , Catwoman , Harley Quinn , Punchline , Trinity e le Bombshells – incontrano Angelina , Leslie , Lady Hellaine , Paprika e Clelia attraverso disegni originali, sketch e riproduzioni delle tavole digitali native, dal 15 maggio al 12 luglio 2025 .
In occasione dell’inaugurazione dell’esposizione, giovedì 15 alle ore 18, le autrici incontreranno il pubblico per un talk e una sessione di dediche .
Per la prima volta dal 2016, a suggerire la lunga e preziosa collaborazione tra l’Istituto Cervantes di Roma e ARF! Festival, la Sala Dalì di piazza Navona ospita una doppia mostra che celebra Spagna e Italia attraverso due delle loro migliori eccellenze.
Dall’Andalusia Belén Ortega , che appartiene a pieno titolo a quella “scuola spagnola” che sta spopolando nei comics nordamericani di genere supereroistico grazie ad artisti acclamatissimi come Pepe Larraz, Jorge Jimènez o Rafa Sandoval (ma la lista potrebbe proseguire con David Aja, Daniel Acuña, Jorge Fornés, Marcos Martín fino a Salvador Larroca o al compianto Carlos Pacheco), risultando un’autrice di primo piano nell’attuale scena professionale iberica, come sottolineato lo scorso gennaio anche dal Festival di Angoulême.
Dal Piemonte (anche se originaria di Napoli), l’altrettanto eccezionale Mirka Andolfo , una delle poche autrici italiane che – al pari di colleghe come Sara Pichelli o Elena Casagrande – può essere definita una superstar di livello internazionale, avendo raggiunto i massimi livelli del Fumetto, tanto nel panorama editoriale italiano quanto nei mercati di Francia e Stati Uniti. Anno dopo anno, ogni nuovo progetto a fumetti targato Andolfo è un successo!
Pur provenendo da due esperienze artistiche ben distinte, Belén e Mirka condividono una posizione comune: sono entrambe giovani autrici europee affermate nel mercato globale che stanno portando nel cosiddetto Fumetto contemporaneo (ancora dominato da machismi superomistici o immaginari comunque codificati) un nuovo modo di guardare, disegnare e narrare le figure femminili, con uno sguardo europeo capace di reinterpretarle attraverso una sensibilità, dove il corpo non è solo superficie, ma identità in trasformazione, agente di senso e conflitto.
La Ortega agisce dall’interno del mito supereroistico più iconico, riforgiandolo con un segno che è anche molto influenzato dai manga; la sua linea fonde costantemente il dinamismo giapponese alla composizione occidentale.
E che si tratti di Wonder Woman (con la sua idea di giustizia che passa per la compassione e l’empatia) o della sua giovane figlia Trinity , che si tratti di Catwoman o Punchline , le sue heroínas – o villain – sono donne attualissime e complesse, anche nelle contraddizioni. Rappresentano il diritto di essere tutto: giuste, ambigue, dolci, terribili, ironiche, guerriere, divertenti. In una parola: libere!
La Andolfo, invece, partendo dall’erotico o dal grottesco dei suoi fumetti creatori posseduti , ci parla di desiderio, di identità e di emancipazione. Le sue protagoniste sono creature che cambiano pelle, scardinano ruoli, si confrontano con la propria umanità. Da Sacro/Profano a Blasfamous , sfidano i ruoli che la società vuole imporre loro, incarnando versioni diverse di una femminilità che rifiuta di essere addomesticata. Sexy, ironiche, romantiche, esagerate, comiche o sovrannaturali, per queste protagoniste il proprio corpo non è mai semplice estetica. È un campo di battaglia dove si combattono forze contrastanti: la vergogna, il desiderio, l’identità, la seduzione, l’empowerment. È linguaggio e maschera, è rifugio e arma, è ciò che le definisce agli occhi del mondo attraverso trasformazioni profonde (fisiche, emotive, simboliche) che le portano a ridefinire sé stesse.
Come sottolineare Stefano “S3Keno” Piccoli , direttore di ARF! Festival e curatore della mostra: “ La scelta di unire in una sola esposizioneBelén OrtegaeMirka Andolfoè perchéentrambe le autrici, utilizzano il fumetto come spazio politico e poetico, dove il femminile è voce narrante, soggetto attivo, forza in movimento. Dove ognuna delle loro eroine racconta una stessa tensione, quella tra immagine impostazione e verità interiore, tra ciò che si è e ciò che si sceglie di diventare.”
Le opere in mostra saranno raccolte nell’ARFbook 2025 , il catalogo delle mostre di ARF! disponibile presso il Bookshop di ARF! Festival dal 23 maggio al Mattatoio La Pelanda a Roma.
Riferimenti
Ingresso gratuito. Orari di visita: da martedì a venerdì dalle 14:00 alle 20:00 | sabato dalle 12.00 alle 20.00; domenica e lunedì chiuso
Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti oggi parleremo con lo sceneggiatore e regista Alessandro Pondi.
ALESSANDRO, ritratto di Filippo Novelli
Allora Alessandro, nasci a Ravenna il 20 gennaio 1972. Esordisci nel 1997 con il romanzo Gli angeli non mangiano hamburger. Il libro viene letto da Matilde Bernabei della Lux Vide che ti propone di entrare nella sua squadra di sceneggiatori; inizia così a scrivere per la televisione e il cinema vicino a Luciano Vincenzoni e Tonino Guerra. Dal 99’ scrivi le sceneggiature di: “Questa casa non è un albergo”, “Compagni di scuola”, “Grandi domani”, “Don Matteo”, “Il bambino della domenica”, “L’uomo che cavalcava nel buio”, “Il signore della truffa”, “K2 – La montagna degli italiani”, “Trilussa – Storia d’amore e di poesia”, “L’oro di Scampia”, “I fantasmi di Portopalo” e molti altri. Hai ideato la soap opera “Cuori rubati” la serie televisiva “Il commissario Manara”. Per il cinema firmi pellicole d’autore come “K. Il bandito” di Martin Donovan, “Litium “Cospiracy” di Davide Marengo, che commedie sentimentali come “Poli Opposti”, “Copperman” e “Divorzio a Las Vegas”. Scrivi il noir di Marco Bocci “La caccia”, la horror comedy “Il mostro della cripta” e “Rapiscimi”. Ma anche Cinepanettoni campioni di incassi come: “Natale a Beverly Hills” e” Natale in Sudafrica”, dove sei altamente criticato per il basso livello di comicità, ma vinci due Biglietti d’oro con un incasso complessivo di 40 milioni di euro al botteghino. Nel 2007 esce un tuo racconto Noir “Nessuno di noi” nella raccolta “Omicidi all’italiana” edito da Colorado Noir e distribuito da Mondadori. Nello stesso anno collabori con Paolo Logli, e con lui fondi – insieme a Riccardo Irrera e Mauro Graiani – la factory di scrittura creativa 9 mq storytellers. Nel 2008 vinci il premio per la miglior sceneggiatura al Festival Internazionale di Salerno con il film “Il bambino della domenica”. Nel 2012 il premio per il miglior soggetto e sceneggiatura alla 33 esima edizione “Una vitaper il cinema”, con il film “K2 – La montagna degli italiani” e due premi Moige per “L’oro di Scampia” e i “Fantasmi di Portopalo”. Per il teatro firmi la commedia sentimentale “Unadonna in casa”, e i due musical “Un po’prima della prima” con Pino Insegno e “Il pianeta proibito” con Lorella Cuccarini. Hai collaborato con sceneggiatori importanti come Martin Donovan, Tonino Guerra, Sandro Petraglia, Andrea Purgatori, Alessandro Camon e Luciano Vincenzoni.
D: Poco più che ventenne scrivi Il tuo primo romanzo “Gli angeli non mangiano hamburger” dove un giovane di nome Piero intraprende, in compagnia di un alter ego Pier, un viaggio verso Roma. Chi o cosa ti ha ispirato?
A: Mi stavo affacciando alla scrittura, ero appena arrivato a Roma con una valigia piena di sogni, volevo fare cinema ma mi sembrava un traguardo ancora molto lontano. “Gli angeli non mangiano hamburger” è nato un po’ per gioco, tanto per rompere il ghiaccio e mettermi alla prova nel racconto lungo. Nasce senza troppe aspettative, anche se alla fine è stato il mio biglietto da visita per iniziare con la televisione e il cinema. Matilde Bernabei, di Lux Vide, lesse il mio romanzo e mi chiamò a sceneggiare una serie televisiva giovanilistica dal titolo “Questa casa non è un albergo” e da lì è cominciato tutto.
D: Nel 2017 scrivi, insieme a Giuseppe Fiorello, Paolo Logli, Salvatore Basile, Alessandro Angelini, che firma anche la regia, la mini serie “I Fantasmi di Portopalo.” Ispirato da una storia vera: Il naufragio della F174, del 1996. Cosa ti ha lasciato?
A: Mi ha lasciato sentimenti forti come la rabbia, ma anche tanta umanità e amore per il prossimo. È un film scomodo, un film inchiesta che racconta la tragedia di un naufragio di clandestini avvenuto nel Natale del ’96, davanti alle coste siciliane, nella totale indifferenza della gente. È avvenuto durante un giorno di festa, che rende ancor più triste e dolorosa la tragedia. È una storia di disperazione, di omertà, ma anche di speranza. Prima di scrivere la sceneggiatura, io, Logli e Fiorello siamo stati in Sicilia, a Portopalo, a intervistare le persone che hanno vissuto la tragedia. È stato un lavoro complesso ed emotivo. Abbiamo trovato resistenze, molti volevano dimenticare quella storia, non volevano che la raccontassimo. Credo che avessero paura di come l’avremmo narrata, perché lì c’erano state colpe gravi da parte di molti, abitanti e istituzioni. Ci siamo sentiti addosso un profondo senso di responsabilità, ma alla fine siamo riusciti a trovare una chiave di racconto empatica e il film ha emozionato milioni di italiani e sensibilizzato le istituzioni. Abbiamo acceso un piccolo faro, siamo stati invitati alla Camera dei Deputati per ricordare la tragedia e il film ha ottenuto il premio più importante, quello del pubblico, il Moige.
D: Quando consegni una sceneggiatura metti in conto che ci saranno dei tagli?
A: Una buona sceneggiatura non dovrebbe avere scene superflue, o fronzoli, tutte dovrebbero susseguirsi in un crescendo cinematografico di emozioni e informazioni dentro uno schema drammaturgico di tre atti. Quindi sì, lo metto in conto, ma per evitare che succeda e sperare che il film venga girato esattamente come l’hai immaginato quando l’hai scritto. Ma poi c’è il montaggio, e può succedere che ti accorgi che l’attore è stato meno incisivo di quanto ti aspettassi o che una scena è venuta un po’ troppo lunga e allora, se serve al film, meglio tagliare.
D: Sempre nel 2017 esordisci nella regia con il film “Chi mi ha visto?” con Pierfrancesco Favino e Giuseppe Fiorello; perché la scelta di fare il regista?
A: La regia cinematografica è sempre stata la mia aspirazione, sin da subito, da quando sono arrivato a Roma. Ma chi avrebbe scritto un film ad un ragazzetto di vent’anni appassionato di cinema? Nessuno. Sapevo che avrei dovuto pensarci io, e così ho iniziato a scrivere. E dopo averne scritti una ventina per altri registi, alla fine ho diretto “Chi m’ha visto”. Ed è stato liberatorio e avvincente. Liberatorio perché finalmente ero riuscito a realizzare il mio desiderio, avvincente perché non c’è cosa più bella che lavorare sul set con gli attori e coordinare un gruppo di artisti, un po’ come fa un direttore d’orchestra.
D: Secondo te, cosa dà più risalto, la sceneggiatura o la regia?
A: La storia è alla base di tutto. Se non hai una bella storia per le mani puoi avere anche il più bravo regista del mondo, ma il film non sarà mai un gran film. Diversamente, con una storia vincente puoi anche permetterti di sbagliare il regista.
D: Hai diretto Enrico Brignano in due film: “Tutta un’altra vita” 2019 e “Una commedia pericolosa” 2023. Come è stato lavorare con lui?
A: Divertente e faticoso. Enrico è un grande professionista, dotato di un talento straordinario, con i tempi sia della commedia che del dramma. È un artista completo e generoso, ma allo stesso tempo è una super star, quindi molto impegnato e alla fine rimane sempre poco tempo per provare. Sia Tutta un’altra vita che Una commedia pericolosa li abbiamo girati in poche settimane, un po’ per alleggerire i costi di produzione, ma soprattutto perché li abbiamo girati nella finestra di uno spettacolo e l’altro di Enrico.
D: Come sai, nel mondo del cinema o del teatro è più difficile far ridere che far piangere; sulla base di ciò, hai mai pensato di scrivere un dramma?
A: Ho scritto diversi film drammatici. “L’oro di Scampia”, “Mio papà”, “I fantasmi di Portopalo”, ho scritto film anche molto duri come “La caccia” di Marco Bocci, però non ho ancora affrontato un film drammatico da regista. Ed è una cosa che non mi sento di escludere nel mio futuro.
D: Il tuo sogno nel cassetto?
A: Sono molto scaramantico e i sogni nel cassetto ci sono, ma li lascio chiusi nel cassetto finché non si realizzeranno e allora vi dirò: questo era il mio sogno.
D: Grazie caro Alessandro anche a nome delle Lettrici e Lettori di detti e Fumetti per questa piacevole chiacchierata
A: Grazie a te e un caro abbraccio a tutti i lettori di Detti e Fumetti.
Alla prossima.
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI- SEZIONE CINEMA- ARTICOLO DEL 2 MAGGIO 2025]
dal 16 aprile 2025, La Vaccheria ospita Memorie dal Territorio, la 30ª edizione degli Incontri d’Arte Contemporanea promossi dal Liceo Majorana di Roma. A cura di Anna Cochetti, la mostra è parte delle settimane che il liceo dedica ogni anno alla creatività, all’arte contemporanea e al dialogo tra arte e scienza.
Per la prima volta ospitata fuori dalla sede scolastica, l’esposizione approda negli spazi de La Vaccheria, offrendo una cornice più ampia e accessibile. L’edizione 2025 raccoglie le opere di numerosi artisti che hanno partecipato alle edizioni precedenti, con un focus sul tema della memoria, intesa in tutte le sue forme: personale, collettiva, simbolica.
Inaugurazione: 16 aprile 2025, ore 11:15
Indirizzo: La Vaccheria – Via Giovanni L’Eltore, 35 – Roma
Un appuntamento che celebra trent’anni di incontri tra studenti, cittadini e artisti nel territorio del Municipio IX, con il patrocinio istituzionale e una forte vocazione educativa e culturale.
Cari Lettrici e Lettori di Detti e fumetti, oggi intervisteremo Giorgia Lattanzi, Mosaicista.
Giorgia mi è stata presentata da amici comuni, quando ho scoperto che esprimeva la sua arte con il mosaico, ne ho subito approfittato per intervistarla.
Giorgia di Filippo NovelliPh Silvia Saccucci
Allora Giorgia, Sei nata a Roma nel 1983, vivi a Palombara Sabina e lavori tra Roma e provincia. Ti sei diplomata prima al Liceo Artistico sperimentale indirizzo beni Culturali poi presso la Scuola Mosaicisti del Friuli nel 2006. Nel 2008 collabori nella realizzazione dei mosaici nella Metropolitana di Napoli per la stazione di Toledo sui disegni dell’artista sudafricano W.Kantridge. Nel 2014 vinci il Bando Nazionale per il restauro dei mosaici del periodo Modernista a Barcellona ( casa Batllo, Parc Guell) e frequenti un corso breve di restauro . Realizzi i tuoi mosaici in una grande villa nelle Isole Baleari, Spagna.
Dal 2013 partecipi alla mostra di Nazzano Romano dove i mosaicisti contemporanei provenienti da tutto il mondo si incontrano e realizzano oltre alla mostra dei mosaici parietali visibili presso Nazzano.
Nel 2007 realizzi con gli allievi della classe V elementare della scuola Ghandi di San Basilio, quartiere alla periferia est di Roma, un mosaico applicato all’esterno dell’edificio scolastico.
Nel 2019 vince il bando per la realizzazione di un mosaico istallato nel parco dei Mosaici di Blevio in provincia di Como.
Insegni Mosaico mediante corsi e workshop. Lavori come mosaicista nella progettazione e realizzazione di mosaici contemporanei Attualmente sei studente presso l’Accademia di Belle Arti di Roma indirizzo di Pittura In primavera aprirai un corso di mosaico a Poggio Mirteto.
D: A che età hai scoperto il mosaico?
G:A 13 anni visitavo uno studio di Pesaro per il quale mio padre faceva da rappresentante. Li ho visto per la prima volta delle ragazze che eseguivano dei mosaici.
Ph Silvia Saccucci
D:Perché il mosaico è visto come un’arte minore?
G: A mio parere il mosaico è legato a doppio taglio con l’arte antica. Dove le arti maggiori erano La Pittura, la Scultura e l’Architettura. In tal senso il mosaico è un’arte applicata in quanto non vive di vita propria ma necessita un supporto di natura architettonica per l ‘applicazione, pittorico per la fase progettuale e per la scultura quando si riveste una forma predefinita.
Ph Silvia Saccucci
D: Che senso ha il mosaico nella società odierna?
G: L’arte segue il potere e se prima gli imperatori ad esempio del periodo ravennate utilizzavano il mosaico per rafforzare ed imporre il proprio potere appunto, ora nella società contemporanea è forse la grafica e la fotografia a ricoprire questo ruolo. Il mosaico ha tutt’ora, per lo meno in Italia, un identità legata all’ arte antica e non ha conquistato l’interesse delle masse, non ha ancora avuto il suo Andy Warhol che con la PoP Art ha accorciato le distanze tra la classe colta e quella popolare.
D: In primavera aprirai un corso di Mosaico a Poggio Mirteto ce ne vuoi parlare?
G:Si, sarà un corso promosso dalla regione Lazio presso l’Associazione B-Art, dove ragazzi volenterosi esperti di teatro e di musica sostengono e promuovono l’Arte nelle sue varie sfaccettature tra cui il mosaico. Sarà un corso di base e chi vuole può avvicinarsi a questa tecnica dove non sono richieste esperienze o capacità particolari. E’ più un occasione per stare insieme e imparare divertendosi !
D: Che sensazioni hai quando termini un mosaico?
G: Una liberazione, mi sembra come di aver messo al sicuro un tesoro, tiro un sospiro di sollievo ecco. Dopo tante ore di lavoro dove l’attenzione è molto alta vedere fissate tutte queste tessere con una buona dose di colla cementizia mi tranquillizza mi dà stabilità.
D: Il mosaico per la sua natura narrativa, può essere paragonato ad una pratica zen?
G: Penso proprio di si perché mentre si realizza un mosaico tutto intorno si silenzia e ci si immerge in un’atmosfera nuova dove il ritmo è scandito dalle tessere. Tagliarle, prenderle ed una la volta sovrapporle al disegno. Gesti ripetuti ma non con meccanicità. Tutto scorre tra le nostre mani che sono collegate al ritmo del nostro cuore e questo si sperimenta davvero quando si realizza il mosaico.
D: Distruggeresti un tuo mosaico come si fa con i mandala?
G: Non con l’intento preciso di farlo anche se poi mi è capitato di vedere lo sgretolarsi di un mosaico per aver sbagliato la combinazione delle colle utilizzate, o di dover smontare un lavoro per aver invertito l’orientamento del disegno. Quando si fanno delle prove rapide in fase di studio si assemblano le tessere e poi si riprendono. E’ una pratica simile al Mandala ma si fa con una differente devozione …
D: Qual è il tuo sogno nel cassetto?
G: Dirigere una scuola d’Arte dove si insegna la tecnica del mosaico ai ragazzi. Praticando il buonumore e la gioia e creare insieme delle opere bellissime piene di colore, e perché no cancellare anche le guerre incollandoci un bel mosaico enorme sopra così da farle sparire.
D: Bene cara , grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per aver aperto una finastra nel mondo del mosaico.
[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 2 APRILE 2025]
Amici di Detti e Fumetti, amanti e fan di KASHAAN, l’attesa è finita il grande evento avrà luogo tra pochi giorni qui a Roma.
A partite da venerdì 28 marzo 2025 la mostra Amano Corpus Animae , dedicata al Maestro YOSHITAKA AMANO , arriva a Roma nello spazio espositivo del Museo di Roma a Palazzo Braschi . La mostra, ideata e sviluppata da Lucca Comics & Games e curata da Fabio Viola , è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura , Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il supporto organizzativo di Zètema Progetto Cultura , e celebra i 50 anni di carriera del Maestro raccogliendo in un unico percorso espositivo più di 200 tra opere originali, cel d’animazione e oggetti di culto. Partner Istituzionali: Presidenza del Consiglio dei Ministri , Ministero della Cultura , Ambasciata del Giappone , Comune di Lucca .Sponsor: Japan Foundation .Partner per la mobilità: Atac .Partner media: RDS Next , Cultura PoP , MegaNerd . Partner: VIVI .Partner tecnico: RISTOGEST . Catalogo: Lucca Comics & Games .
Un viaggio nella storia dell’animazione e dell’intrattenimento mondiale vissuto attraverso le numerose tappe che hanno contraddistinto la carriera dell’artista di Shizuoka. Un percorso reso unico anche grazie all’ambientazione in cui la mostra viene ospitata: il Museo di Roma a Palazzo Braschi , che sancisce definitivamente il rapporto tra l’artista giapponese e la città di Roma da lui sempre amata, sin dagli anni ’70. Amano Corpus Animae è la prima esposizione che l’artista realizza nell’ Urbe , città che per la sua arte è stata frutto di ispirazione e dalla quale ha recepito molteplici suggestioni: soprattutto le mitologie greco romane.
Il Maestro si è affermato come un creatore di mitologie contemporanee , che sonoentrate nelle case di tutti, abbattendo le barriere del tempo e rimanendo impresse nell’immaginario collettivo di diverse generazioni. I visitatori potranno ripercorrere la genesi dei suoi anime e dei suoi videogiochi di assoluto valore, con gli inconfondibili sketch e painting econ la commissione di disegni e colori tipici di alcune sue opere. Da Tatsunoko a Final Fantasy , dai primi passi mossi dall’artista negli anni ’70 negli studi di animazione fino alle opere più recenti, la mostra comprende gran parte delle creazioni che hanno contribuito ad affermare Amano come uno degli artisti più talentuosi nel panorama mondiale, un personaggio designer di assoluta grandezza consacrato anche nell’olimpo degli artisti contemporanei.
A rendere ancora più unico l’appuntamento di Palazzo Braschi saranno le opere originali , mai esposte in Italia ,che raccontano la collaborazione di Yoshitaka Amano con il celebre Michael Moorcock, senza dubbio uno dei più importanti esponenti della letteratura fantastica, autore dell’opera Elric di Melnibonè. I visitatori potranno godere dell’incontro dei due maestri e dei loro immaginari, quello narrativo e quello visivo, in sei tavole dalle quali si evince la genesi che ha guidato il Sensei nella creazione delle opere di Final Fantasy.
Caratterizzata da una poliedrica produzione, che va dal videogioco al manga, dall’anime al teatro, dalla moda alle fine art attraversando il mondo dell’editoria e del fumetto, l’arte del Maestro sarà restituita attraverso le cinque sezioni della mostra .
le porte delle Scuderie stanno per riaprire: ” Barocco Globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini” è il nostro nuovo progetto che apriremo al pubblico venerdì 04 aprile per terminare domenica 13 luglio . La mostra è stata realizzata con la Galleria Borghese di Roma e con la partecipazione e la collaborazione di prestigiose istituzioni e musei nazionali e internazionali. “Barocco Globale” ci accompagnerà in un viaggio attraverso una cosmopolita romana , al centro di una complessa rete di viaggi e rapporti che trascendono confini nazionali e culturali. L’Africa, l’America, l’Asia erano presenze tangibili e visibili nella Roma di questa epoca; opere d’arte di maestri del Barocco come Gian Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona, Nicolas Poussin , ci proiettano in un mondo sorprendentemente multietnico e multiculturale, in cui missionari e diplomatici mettevano in dialogo, alla corte dei Papi, il Giappone con la Persia, il Congo col Nuovo Mondo.
Nelle sale delle Scuderie, tutte le opere ci porteranno, in modo diverso, alla scoperta di questa storia straordinaria che ci parla di transculturalismo, di globalizzazione, di viaggi intercontinentali, di tradizioni culturali, di grandi protagonisti e storie inaspettate . Viaggiatori, religiosi, ambasciatori e artisti arrivano a Roma da tutto il mondo con un bagaglio di saperi e cultura di formidabile varietà. Alcuni di essi si fermeranno a Roma per sempre; altri riprenderanno il proprio viaggio portando con sé l’esperienza ei segni di una città che sapevano comporre le diversità di sguardo sul mondo.
[ Filippo Novelli per Detti e Fumetti Sezione Arte – articolo del 21 marzo 2025]
Amici di DETTI E FUMETTI finalmente ci sarà una grande mostra su MAGNUS: IL SEGNO DI MAGNUS da ALAN FORD a TEX.
ad anticipare la mostra l’evento “Aspettando Magnus” un importante appuntamento che la introduce in programma al Palazzo del Fumetto martedì 25 marzo alle 18.00, tappa di avvicinamento alla grande mostra “Il segno di Magnus. Da Alan Ford a Tex” che sarà inaugurata sabato 5 aprile. Il direttore artistico del Palazzo del Fumetto Luca Raffaelli assieme al responsabile del bookshop Riccardo Pasqual raccontano i retroscena del lavoro del grande artista Roberto Raviola, alias Magnus, che considerava il fumetto come mezzo attraverso cui indagare la realtà, impostando un percorso di ricerca artistica che si intreccia a una ricerca legata all’esistenza.
In attesa della grande, nuova mostra, il Palazzo del Fumetto propone l’ingresso alla struttura a prezzo speciale: il biglietto, fino al 4 aprile, è di 4 euro e permette di accedere all’esposizione permanente, che compie due anni proprio a marzo ed è stata arricchita recentemente di nuove opere, alle mostre Click & Strip (prorogata al 6 aprile) e Disimpegno a cura del collettivo Artisti per il domani (visitabile ancora solo per questo weekend, fino a domenica 23 marzo). Prezzo scontato anche per le visite guidate di sabato 22 e domenica 23 marzo, e della prossima settimana, sabato 29 e domenica 30 marzo: l’avvio è alle 16.00 e il costo 6 euro. Per informazioni http://www.palazzodelfumetto.it.
da wiki ecco le sue opere e la sua carriera in breve
Magnus è uno degli autori più sfaccettati nel panorama del fumetto italiano ed europeo. Le sue opere hanno toccato i più disparati generi, dal fantasy all’erotico e il suo stile si è lentamente evoluto da una produzione seriale necessariamente scarna ed essenziale (Kriminal, Satanik) al fumetto d’autore curato in ogni minimo particolare (Le Femmine Incantate, Tex).
I primi successi arrivano con i neri firmati Magnus & Bunker, che ricalcano in parte lo stile di Diabolik ma lo arricchiscono di elementi nuovi: una maggiore crudezza e realismo insieme alle prime ventate di liberazione sessuale.[9] Ancora più dirompente è il successo di Alan Ford, per la novità dell’opera e la sua forte carica umoristica; dopo qualche anno in sordina la serie ottiene successo nelle vendite[10] e diventa quello che oggi si definirebbe un cult.
Volendosi affrancare dalle produzioni in serie, Magnus tenta il volo come autore e ottiene un buon successo di critica con Lo Sconosciuto. Le aree più conservatrici della critica faticano ad accettare la qualità di opere come Necron o Le 110 Pillole, considerandole pornografiche. Solo quando il fumetto erotico, grazie a personalità come Milo Manara e Franco Saudelli, sarà definitivamente legittimato come forma d’arte, anche Raviola verrà rivalutato.[11] Nel frattempo l’opera Le 110 Pillole ottiene un rilevante successo in Francia e viene pubblicata insieme a Necron in paesi come Germania, Paesi Bassi, USA e Spagna.
Con Le 110 Pillole, Magnus inizia ad inseguire una perfezione stilistica che si farà sempre più estrema e lo porterà ad allungare notevolmente i tempi di lavorazione di ogni successiva opera. Ne sono una riprova i sette anni necessari per terminare il celebrato Texone del 1996.
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione Fumetto -articolo de 21 marzo 2025]
Amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo intervistato l’attore Pietro Romano.
Pietro Romano , ritratto di Filippo Novelli
Allora Pietro faccio una tua breve presentazione per i nostri amici: Nasci a Roma nel 1974 da una famiglia di artisti: tua madre è stata una cantante lirica ed insegnante di educazione musicale; tuo padre, capogruppo e attore. A sedici anni frequenti l’Accademia d’Arte Drammatica Pietro Scharoff. Nel 1997, entri a far parte della “Compagnia stabile del teatro dialettale romano Checco Durante” diretta da Alfiero Alfieri, nella quale resterai fino al 2005.
Pietro Romano Ph Giorgio Amendola
Dal 2000 pur continuando a prestare la tua opera per il teatro popolare, inizi una collaborazione con il teatro Sistina di Roma. Oltre ai molteplici ruoli che hanno segnato il tuo esordio nella televisione, altro importante capitolo è, sicuramente, l’approdo al mondo pubblicitario dove, dal 2000, presti, volto e voce per le più grandi aziende nazionali ed internazionali.
Pietro Romano in UN ROMANO A ROMA Ph Marco De Gregori
W. Qual è il ruolo dell’attore in questo periodo scosso prima dalla pandemia ed ora dalla guerra? P. Al di là delle difficoltà del periodo che hanno oggettivamente colpito il nostro settore più di altri, sicuramente chi, come me, porta in scena la comicità, ha sentito, forse come non mai, quasi la responsabilità di far sorridere: una sorta di dovere morale di offrire leggerezza, di riportare, proprio con questo scopo, il Pubblico a teatro. Quanto agli altri generi artistici, senza dubbio cultura e bellezza offrono la possibilità di distogliere l’attenzione dal momento storico, per rinfrancare lo spirito… credo ce ne sia realmente bisogno! A tal proposito, sulle mie pagine social, ho proposto, a chi ha la bontà di seguire i miei percorsi professionali, dei brevissimi video o reels, che dir si voglia, sia per contrastare volgarità e violenza che si tende a divulgare sul web e sia per rendere il teatro tascabile. Allontanandomi, dunque, dalle varie tendenze, ho – dicono “coraggiosamente” – scelto di presentare la poesia del grande Trilussa (scrittore e giornalista vissuto tra fine ‘800 e metà ‘900 noto soprattutto per le sue composizioni in dialetto romanesco) in una nuova veste, mai vista fino ad ora, utilizzando i potenti mezzi tecnici che la modernità dei tempi in cui viviamo ci mette a diposizione. Troverete, tra l’altro un’affinità col mondo dei fumetti.
Pietro Romano in IL SOLITO IGNOTO Ph Roberto Passeri
W. che cos’ è per te l’applauso? P. È il rinnovarsi di un’alleanza che si suggella ogni sera, ad ogni replica, battuta dopo battuta, scena dopo scena. È come sentire l’abbraccio del Pubblico per dire “hai vinto pure stavolta e noi siamo con te!”: la magia, insomma, di un legame profondo, fatto di aspettative e di promesse mantenute…
W. Dal punto di vista professionale, cosa ti insegna un fallimento? P. L’intelligenza dell’autoanalisi, sempre necessaria, com’è necessaria l’umiltà di riconoscere che c’è sempre qualcosa da imparare: non c’è niente di più grave e rischioso, nel mio mestiere, ma – credo – in tutti, del sentirsi arrivati al traguardo, del perdere la capacità di sorprendere e di sorprendersi…
W. Come sei approdato alla pubblicità? P. Pare che un volto naturalmente espressivo e un “pizzico” di talento abbiano una notevole valenza commerciale… sarà per questo! Al di là di una simpatica risposta, sentivo la necessità di allargare gli orizzonti, sperimentare linguaggi diversi, mettermi alla prova condensando in pochi secondi un messaggio che in teatro si dilata nello spazio della sala e nel tempo del racconto. Sono passati 22 anni dal mio primo spot e sono oltre 50 i filmati realizzati fino ad oggi con le più note Aziende sia nazionali che internazionali tanto da ricevere, nel 2021, il prestigioso premio “Facce da Spot” presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio. Per me è stato come vincere l’Oscar!
Pietro Romano SONO ROMANO E SI SENTE Ph Roberto Passeri
W. Dal 19 al 29 maggio 2022 al Teatro Anfitrione è andata in scena la commedia “Il solito ignoto”, ce ne vuoi parlare? P. Il mio ultimo lavoro, che interpreto e di cui firmo testo e regia: si tratta di una commedia nel rispetto della tradizione stilistica della Commedia dell’Arte, alla quale spesso mi ispiro che si snoda persino giocando con contenuti che suscitino nel Pubblico sentimenti e sensazioni vagamente d’altri tempi, tuttavia affatto démodé. La storia si intreccia nell’evoluzione dell’equivoco amoroso, in una coppia d’evidente agiatezza sociale ed economica, ma stanca della solita routine.
Pietro Romano Spot AMAZON ALEXA 2021
Il piattume di una cadenza ritmica ormai insopportabile viene, però, scosso da un arrivo sorprendente… L’avvicendamento di fatti, caratteri e letture spesso introspettive, lasciano che lo spettacolo scorra godibile e senza tempo. La romanità rimane l’energia di un lessico immortale, che conferma la scelta letteraria e culturale del Teatro Dialettale, senza cedere il passo al compromesso del neologismo, che indebolirebbe, a mio avviso, lo spessore popolare e ne sbiadirebbe le tinte. Il resto è da vedere in teatro, consentimi, anche per la forza dei miei straordinari attori: Serena D’Ercole, Gianfranco Teodoro e Marta Forcellati. Le musiche sono di Simone Zucca…
Pietro Romano – Spot Facile.it 2021
W. Quando ti vedremo di nuovo a teatro? P. Fosse per me, stasera! Battute a parte, potrebbero esserci belle sorprese in via di definizione. Chi vorrà, potrà trovare tutti gli aggiornamenti riguardanti gli eventi dal vivo anche dal sito. http://www.pietroromano.it.
W. Il tuo sogno nel cassetto? P. In realtà, ne avrei moltissimi… quello che, forse, “scalpita” di più e fin da bambino, è senza dubbio il desiderio di interpretare “Rugantino” (l’unico, quello “vero” di Garinei e Giovannini) al Sistina, magari con relativa tournée, o Don Silvestro in “Aggiungi un posto a tavola”, sempre a firma della gloriosa “premiata ditta”… Al cinema, invece, mi piacerebbe affiancare lo straordinario Giancarlo Giannini, o la Signora Loren, splendida ed indiscussa regina della nostra storia artistica, meravigliosa icona del cinema italiano; naturalmente, lavorerei volentieri con Sergio Castellitto, di sicuro tra i più grandi del momento, e ancora, aggiungerei la regia di Sorrentino; e tra sogni e cassetti c’è sicuramente Roberto Benigni, al quale, peraltro, si dice che somigli… e visto che si sogna gratis, potrei andare avanti per ore…
W. Bene, grazie Pietro per questa bella chiacchierata, anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti.
P. Grazie a Voi per avermi ospitato tra le pagine di Detti e Fumetti e, per restare in tema, come dice uno dei tanti detti: “A buon rendere”!
[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – Sezione Cinema e Teatro – articolo del 20 settembre 2022]
Amici di DETTI E FUMETTI dal 3 al 6 aprile si terrà il Romics 2025 e in questa occasione verranno assegnati i Romics d’oro.
Insigniti del prestigioso Romics d’Oro durante la 34^ edizione del Festival Barbara Baraldi, Hal Hickel, Furuya Usamaru, Deanna Marsigliese.
Barbara Baraldi, autrice di thriller e sceneggiature di fumetti, dal 2023 è curatrice e sceneggiatrice di Dylan Dog per Sergio Bonelli Editore. Ha scritto la serie thriller best-seller Aurora Scalviati, profiler del buio per Giunti, oltre a romanzi per Mondadori, Einaudi e Castelvecchi. Ha collaborato con Walt Disney Company, e ha pubblicato graphic novel in Italia e Francia. Vincitrice di prestigiosi premi letterari, è tra i protagonisti di Italian Noir, documentario della BBC. I suoi libri sono tradotti e pubblicati in diversi Paesi. Parteciperanno all’incontro celebrativo Raul Cestaro e Gianluca Cestaro, Franco Busatta e Luca Crovi. L’incontro di celebrazione Romics d’Oro è in programma sabato 5 aprile.
Per l’occasione a Romics vi sarà anche
LA MOSTRA: BARBARA BARALDI – L’ARTE DEL BRIVIDO E DELLA PSICHE: DA DYLAN DOG AD AURORA SCALVIATI. Un percorso che attraversa il thriller, l’horror e il fumetto, celebrando la capacità dell’autrice di raccontare il lato oscuro della mente umana. Saranno esposti materiali inediti, copertine, tavole illustrate e sceneggiature che svelano il suo processo creativo. Un focus speciale sarà dedicato al suo lavoro su Dylan Dog, di cui è curatrice editoriale dal 2023, con anteprime esclusive e approfondimenti sulle sue storie più iconiche. Un viaggio affascinante tra incubo e realtà, per scoprire una delle autrici più originali
INFORMAZIONI IN BREVE
Quando: da giovedì 3 a domenica 6 aprile dalle ore 10:00 alle 20:00. Dove: Fiera Roma, Via Portuense 1645, 00148 Roma (RM), ingresso Nord ed ingresso Est (tutti i giorni) Organizzatori: Fiera Roma e ISI.Urb Ingresso: L’accesso alla manifestazione sarà consentito esclusivamente ai visitatori che avranno acquistato preventivamente il biglietto. I biglietti sono acquistabili esclusivamente dal sito www.romics.it o presso i rivenditori autorizzati Vivaticket.
Cari amici di DETTI E FUMETTI da oggi e per i prossimi 7 giorni vi daremo una panoramica a 360 gradi di quello che potrete vedere a Romics questo anno.
Iniziamo dai più piccoli
ROMICS – AREA KIDS&JUNIOR. Dedicata ai più giovani, Romics – Area Kids&Junior accoglie bambini e ragazzi con un ricco programma di attività pensate per stimolare creatività e apprendimento. Tra laboratori tematici, giochi interattivi e momenti di intrattenimento, l’area offre un’esperienza coinvolgente, in cui i giovani visitatori possono divertirsi insieme ai propri genitori.
Tra le attività in programma: in collaborazione con la casa editrice Tunué, laboratori di disegno dedicati a SpongeBob, Sonic e Pera Toons,
guidati dagli autori Spike Comics e Filodoro. Rai Kids metterà a disposizione alcuni dei titoli più amati del proprio catalogo per regalare momenti di intrattenimento con i cartoni più iconici di sempre.
Per GigaCiao, Dado accompagnerà i partecipanti nella creazione di vignette umoristiche, mentre per Giunti, Michela Frare disegnerà insieme a bambini e ragazzi ispirandosi a Spidey e Stitch.
Inoltre, Marco Gervasio insegnerà ai più piccoli come dare vita a Topolino. Non mancheranno infine laboratori e workshop con autori e case editrici, realizzati in collaborazione con l’Istituzione Sistema Biblioteche e Centri Culturali di Roma Capitale.
ACQUISTA IL BIGLIETTO ONLINE
Inquadra il QR Code e scarica il comunicato stampa della 34^ edizione di Romics:
Romics è organizzata da Fiera Roma e ISI.Urb.
Con il supporto di Regione Lazio e Camera di Commercio Roma. Con il Patrocinio del Centro per il libro e la lettura. Partner: Warner Bros. Discovery, Istituzione Biblioteche Centri Culturali – Roma Capitale, IOEA – International Otaku Expo Association, World Cosplay Summit, Heroes – International Film Festival, I Castelli Animati, Città dell’Animazione. Media Partner: RAI, Atac, Radio Globo, Lo Spazio Bianco, Passion4Fun, Comingsoon.it, Screenweek.it, e Screenworld.it.
Romics è una fiera internazionale certificata da ISFCERT – Istituto Certificazione Dati Statistici Fieristici, ente ufficiale riconosciuto da Accredia.
INFORMAZIONI IN BREVE
Quando: da giovedì 3 a domenica 6 aprile dalle ore 10:00 alle 20:00. Dove: Fiera Roma, Via Portuense 1645, 00148 Roma (RM), ingresso Nord ed ingresso Est (tutti i giorni) Organizzatori: Fiera Roma e ISI.Urb Ingresso: L’accesso alla manifestazione sarà consentito esclusivamente ai visitatori che avranno acquistato preventivamente il biglietto. I biglietti sono acquistabili esclusivamente dal sito www.romics.it o presso i rivenditori autorizzati Vivaticket.
Cari lettori di DETTI E FUMETTI il 26 febbraio 2025 alle ore 21 all’Auditorium Parco della Musica -teatro Studio Borgna per la presentazione del disco SANDCASTLE
Orgogliosi di aver partecipato alla realizzazione di questo progetto mediante la produzione dell’omonimo fumetto il graphic Novel SANDCASTLE
Scritto da Fabrizio Fontanelli, Dario Santarsiero e Filippo Novelli e disegnato da Filippo Novelli
Alcuni disegni del fumetto compaiono nella Intro di The Dance of the Sand che potete vedere al seguente link
Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, oggi sono in compagnia di Silvia Casini;
Silvia -E-Bic – di Filippo Novelli
scopriamo insieme la sua biografia: dopo la laurea in Lingue e Letterature Straniere, hai ricoperto il ruolo di project manager presso l’Istituto Internazionale per il Cinema e l’Audiovisivo dei Paesi Latini di Gillo Pontecorvo e Sandro Silvestri. Ti sei occupata di relazioni internazionali e della promozione dei film italiani all’estero. In seguito, ti sei specializzata in marketing strategico e hai iniziato a collaborare con diverse case di produzione e distribuzione cine-tv nel settore del product placement. Negli anni, hai collaborato con diversi siti web e testate giornalistiche. Attualmente gestisci Upside Down Magazine, sei consulente esterna della Hop Film, ghostwriter per l’agenzia Comon e scrivi le riviste Anime Dossier, Anime Enciclopedia e Confidenze. Hai curato la sezione cinematografica della mostra Itadakimasu – Piccole Storie Nascoste nella Cucina degli Anime (Palazzo della Meridiana, dal 12 ottobre 2023 al 28 gennaio 2024). A Roma sei responsabile della programmazione culturale dei Japan Days del Mercatino Giapponese. Nel 2024 con Raffaella Fenoglio e Francesco Pasqua, avete scritto “La ragazza che amava Miyazaki”. Mentre Giulia Tomai ne ha illustrato le pagine.
D. Com’ è nata la passione per Hayao Miyazaki?
S. Tanto tempo fa mi sono innamorata di Miyazaki. È stata una vera epifania.
Principessa Mononoke e La città incantata mi hanno catturato nel profondo, e da lì tutto il resto della sua straordinaria filmografia. Condivido con Miyazaki la stessa passione per lo stupore, per l’eccezionale che si manifesta nel quotidiano, per le parole che toccano il cuore e per i sentimenti che possono spaventare e travolgere.
D. Qual è il punto focale del lavoro del regista Miyazaki?
S. Hayao Miyazaki è noto per il suo approccio unico nel mescolare elementi fantastici con temi universali, dando vita a narrazioni che non solo intrattengono, ma invitano anche ad una riflessione critica sul mondo contemporaneo. Una delle sue caratteristiche più distintive è l’abilità di costruire mondi immaginari ricchi di fascino.
Film come Il mio vicino Totoro e Ponyo sulla scogliera trasportano gli spettatori in universi dove la natura e la magia si intrecciano in una perfetta simbiosi. Tuttavia, dietro questa bellezza visiva si nasconde un messaggio profondo sulla relazione tra l’uomo e l’ambiente. Infatti, Miyazaki mette spesso e volentieri in luce l’importanza della preservazione di Madre Natura, un tema sempre più urgente nel contesto odierno. Inoltre, i personaggi di Miyazaki sono perlopiù giovani in cerca del loro vero sé. Attraverso le loro peculiarità intrinseche, vengono esplorate questioni come l’identità, l’autorealizzazione e le relazioni interpersonali. Un altro aspetto fondamentale è sicuramente l’inserimento di elementi folkloristici e culturali. Le sue opere sono intrise di riferimenti a piatti tipici, a miti, a leggende e a tradizioni storiche, contribuendo a creare un senso di forte autenticità. In questo modo, Miyazaki riesce a evocare emozioni profonde attraverso sequenze visivamente straordinarie, creando un’esperienza cinematografica indimenticabile. Motivo per cui la sua arte diventa un mezzo per sviscerare le complesse sfumature dell’esistenza umana. Infatti, i suoi lungometraggi non solo rivelano un’eccellente maestria artistica, ma anche un forte impegno verso questioni sociali ed ecologiche di indubbia importanza.
D. Con la Città Incantata Miyazaki vuole inviarci dei messaggi positivi, sei d’accordo?
S. Uno degli aspetti più significativi del film è il viaggio di crescita della protagonista Chihiro. Attraverso le sue avventure in un mondo magico e misterioso, ci si confronta con tematiche universali come l’identità, la responsabilità e la determinazione.
La trasformazione di Chihiro, da ragazzina capricciosa a umana coraggiosa, simboleggia il potere della scoperta interiore. Lungo il suo arduo cammino, apprende che l’amore e il supporto sono essenziali per affrontare le sfide della vita, e che anche nei momenti difficili è possibile trovare forza per andare avanti. La dimensione ecologica del film è altrettanto importante. Miyazaki ci invita a riflettere sull’interazione tra gli esseri umani e l’ambiente naturale. La città incantata è popolata da creature straordinarie e meraviglie naturali, ma è anche un luogo minacciato dall’avidità e dalla disconnessione degli esseri umani. La figura del dio putrido, bistrattato e inquinato, rappresenta le conseguenze scellerate delle azioni umane. Inoltre, negligenza e avidità si trovano in apertura con la trasformazione dei genitori di Chihiro in maiali, ma qui potrei soffermarmi per ore e non voglio tediare nessuno. Un altro punto focale del film è il tema della memoria. Molti personaggi, come Haku, non ricordano esperienze passate o addirittura il proprio nome, perché la strega Yubaba rappresenta lo schiavismo per eccellenza. Sottrae sempre parzialmente il nome dei malcapitati che finiscono nella città degli spiriti, motivo per cui a un certo punto non hanno più coscienza della loro identità. E anche su questo aspetto potrei dilungarmi per ore, ma faccio la brava e chiudo sottolineando il fatto che Miyazaki è bravissimo a mettere in evidenza l’importanza di onorare le proprie origini e il proprio passato, perché solo attraverso i ricordi, possiamo costruire un futuro migliore.
D. Aver scritto insieme a Raffaella Fenoglio e Francesco Pasqua “La ragazza che amava Miyazaki” cosa ti ha lascito?
S. Il libro è nato da un’idea di Francesco Pasqua e, dopo un brainstorming con me, ci siamo subito messi in contatto con Raffaella Fenoglio. Da quel momento, abbiamo iniziato a lavorare sulla sinossi. Raffaella e io abbiamo poi redatto la prima stesura del testo. Dopo un primo giro di bozze, il manoscritto è finito nelle mani di Francesco, che, in qualità di story editor, ha riorganizzato interi blocchi. Infine, è tornato nelle mie mani e in quelle di Raffaella per l’editing finale. Dopodiché, è magicamente uscito per Einaudi Ragazzi.
È stata un’avventura che abbiamo amato molto. E senza ombra di dubbio, è stata straordinaria. Francesco ha conosciuto una ragazzina che viveva in una mansarda, proprio come Kiki. Da quel momento, l’idea del libro ha preso forma nelle nostre menti. Infatti, La ragazza che amava Miyazaki è un libro perfetto per chiunque abbia voglia di sognare.
D. Quanto il personaggio di Sofia ti rappresenta?
S. La ragazza che ama(va) Miyazaki sono io, che cerco la vibrante energia umana in ogni sguardo, in ogni gesto, in ogni cuore spezzato.
Io che amo a dismisura il Giappone, tant’è che a Roma sono la responsabile culturale dei Japan Days, una manifestazione di J-culture molto seguita. E in caso qualcuno sia interessato agli anime, ai manga e più in generale all’universo culturale del Sol Levante, vi dico subito che l’inaugurazione dell’edizione primaverile è prevista per il 15 e il 16 marzo. Si terrà presso l’Ippodromo di Capannelle e sì… l’entrata è gratuita. Inoltre, condivido con Sofia anche l’amore per i manga. Sofia vuole diventare una mangaka, io invece sono una manga editor per una casa editrice. Quindi, ci accomuna la passione per questo bellissimo linguaggio espressivo.
D. Puoi anticiparci qualcosa sul tuo nuovo lavoro letterario?
S. Al momento, sono in fase di stesura e purtroppo non posso dire nulla per motivi di riservatezza. La policy degli scrittori rappresentati da agenzie letterarie è molto “rigida” in questo senso.
D. Bene cara Silvia, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per la bella chiacchierata.
S. Grazie a voi per l’intervista!
[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI – sezione Letteratura -articolo del 11 febbraio 2025]
Il Caffè Letterario di Euroma2 riparte nel segno dei libri per ragazzi, su Cinema e Manga
Cari amici di DETTI E FUMETTI APPUNTAMENTO a Euroma2 il 31 gennaio; per gli appassionati di film d’animazione, fumetti, cosplay e manga, tutti invitati a raccolta per omaggiare il regista giapponese Mijazaki e confrontarsi sulle rispettive passioni. A distanza di quarant’anni dalla nascita dello Studio Ghibli, fondato nel 1985 a Tokyo, tra gli altri dal regista giapponese Hayao Miyazaki, dando vita a numerosi film d’animazione giapponese che hanno segnato un’epoca, si presenta a Roma una data-evento a tema, con ospiti esperti del settore e impersonator di personaggi dei cartoni animati, come Lady Oscar.
Il Caffè Letterario del Centro Commerciale Euroma2 (viale dell’Oceano Pacifico n. 83, Roma) inaugura il primo appuntamento del 2025 della rassegna del venerdì, dedicata alle ultime novità editoriali e agli incontri con gli Autori, con un titolo sull’immaginario fantasy: “La ragazza che amava Miyazaki” di Silvia Casini, Raffaella Fenoglio e Francesco Pasqua, edito da Einaudi Ragazzi. Un libro illustrato di narrativa per ragazzi che rappresenta una storia di passione, arte e determinazione, a ricordare l’importanza di seguire i propri sogni e credere nel potere dell’amore, ovunque esso porti. Sofia ha diciotto anni e una passione sfrenata per il grande regista giapponese Hayao Miyazaki. Sogna di andare in Giappone per diventare una disegnatrice di manga, ma per il momento si accontenterebbe di scoprire chi sia Pagot, il misterioso writer che ha ricoperto i muri del piccolo borgo in cui vive con le immagini ispirate ai film del suo amato maestro. Tra disegni, fughe in bici e incontri sorprendenti, Sofia affronterà le proprie paure e i propri dubbi, imparando a credere in sé e nella forza del talento.
Ad attendere il pubblico ci sarà, oltre all’autrice Silvia Casini, uno tra i maggiori esperti di fumetti, anime e manga, regista e docente di cinema e animazione, Francesco Chiatante, che la intervisterà nell’area talk adibita per l’occasione al 2° piano, davanti alla libreria La Feltrinelli.
Venerdì 31 Gennaio sarà possibile incontrare, a partire dalle 16:30, negli spazi del Centro Commerciale della capitale e poi durante la presentazione, alle ore 17:30, l’impersonator di Lady Oscar, Eleonora Paola Tani, cioè colei che la incarna nelle fattezze e misure descritte nel manga che ha dato ispirazione al celebre cartone animato. Una somiglianza reale con Oscar impressionante: altezza, peso, taglia e numero di scarpe; oltre al fatto di avere gli stessi capelli e non dover utilizzare parrucche.
Eleonora (Paola) Tani inizia a vestire i panni di Oscar nel 1996 quando è già indossatrice e modella. Nel 2003 vince EXPOCARTOON come miglior personaggio femminile con alta uniforme, per poi tornare in gara solo nel 2015 a Etnacomics, per omaggiare con la sua Oscar la presenza della sensei Ikeda, vince la menzione speciale della giuria con l’uniforme rossa versione manga. Il premio maggiore come cosplayer è stato essere apprezzata dalla stessa Ikeda e da dei membri del suo staff per la fisicità che riporta esattamente le misure pensate per il personaggio di Oscar dalla sensei decenni prima. Presente da quasi 30 anni nelle fiere tematiche ed eventi ha il record di vestire i panni dello stesso personaggio da 29 anni, di aver partecipato a manifestazioni con i doppiatori originali.
Silvia Casini dopo la laurea in Lingue e Letterature Straniere, ha ricoperto il ruolo di project manager presso l’Istituto Internazionale per il Cinema e l’Audiovisivo dei Paesi Latini di Gillo Pontecorvo e Sandro Silvestri. Si è occupata di relazioni internazionali e della promozione dei film italiani all’estero. In seguito, si è specializzata in marketing strategico e ha iniziato a collaborare con diverse case di produzione e distribuzione cine-tv nel settore del product placement. Negli anni, ha collaborato con diversi siti web e testate giornalistiche. Attualmente gestisce Upside Down Magazine, è consulente esterna della Hop Film, è ghostwriter per l’agenzia Comon e scrive le riviste Anime Dossier, Anime Enciclopedia e Confidenze. Ha curato la sezione cinematografica della mostra Itadakimasu – Piccole Storie Nascoste nella Cucina degli Anime (Palazzo della Meridiana, dal 12 ottobre 2023 al 28 gennaio 2024). A Roma è responsabile della programmazione culturale dei Japan Days del Mercatino Giapponese.
Raffaella Fenoglio è scrittrice per ragazzi, autrice di ricettari detox a basso indice glicemico e di cinericettari. È anche blogger di «Tre Civette sul Comò», fa parte del comitato «Città che legge» di Bordighera ed è socia fondatrice di P.E.N.E.L.O.P.E., associazione apartitica per la parità di genere.
Francesco Pasqua, laureato in Discipline dello Spettacolo, è scrittore e sceneggiatore. Ha sceneggiato ”Soltanto uno scherzo” con Maurizio Crozza ed è stato story editor di Copperman con Luca Argentero. Tutti e tre gli scrittori sono gli autori del bestseller La cucina incantata (Trenta editore), che dopo essere uscito in versione illustrata (La cucina incantata illustrata, Trenta editore), l’11 gennaio è stato pubblicato in Spagna (La cocina encantada, Dolmen Editorial). La cucina incantata illustrata è stato anche fonte di ispirazione della mostra Itadakimasu – Piccole Storie Nascoste nella Cucina degli Anime (la prima edizione si è tenuta presso il Palazzo della Meridiana a Genova).
Francesco Chiatante. Regista e docente di cinema e animazione in scuole e università, divulgatore di cinema, fumetti e animazione, autore, videomaker e regista di film documentari, backstage video e videoclip. Apprende l’arte del cinema lavorando, tra gli altri, con maestri come Ivano De Matteo e Franco Zeffirelli. Nel 2015 completa il film Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay, sulla passione italiana ed europea per queste forme d’arte giapponesi, con interviste esclusive ad artisti, italiani, come Valerio Mastandrea, Caparezza, Paola Cortellesi, Maurizio Nichetti, e stranieri, il mangaka Yoichi Takahashi, il character designer di anime Masami Suda, l’attore e regista Shinya Tsukamoto e il regista premio Oscar francese Michel Gondry. Insegna Storia dell’Animazione Giapponese presso la Nemo Academy di Firenze dal 2018 e Fotografia Cinematografica presso la Link Campus University di Roma dal 2024, scrive articoli, speciali e fa interviste per il portale web sulla cultura pop giapponese AnimeClick.it e per la rivista di settore Nippon Shock Magazine edita da Nippon Shock Edizioni e collabora per libri, mostre e altri progetti col fisico e fumettista Andrea Romoli (autore della serie animata giapponese Spaceship Sagittarius prodotta dalla Nippon Animation nel 1986).
Gadget e stampe a tema manga in regalo per i partecipanti! Non mancate.
Cari lettori di DETTI E FUMETTI oggi intervistiamo Maria Cristina Bulgheri.
Maria Cristina illustrazione di Filippo Novelli
Maria Cristina sei nata a Livorno il 22 marzo 1965, ti sei laureata alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Pisa con una tesi su Dante, diventato da allora il tuo faro. Hai insegnato cinque anni alla scuola elementare prima di diventare giornalista professionista: sei cresciuta nelle fila del quotidiano Il Tirreno di Livorno, per il quale ancora oggi collabori, pur essendo tornata dietro la cattedra. Un’altalena tra mondo della scuola e mondo dei giornali legato alla nascita dei tre figli (due femmine e un maschio). Da sempre, ma soprattutto grazie a loro, hai stretto un rapporto particolare con la letteratura per l’infanzia. Hai pubblicato il libro “C@ro Babbo Natale” (Felici Edizioni) che ha ottenuto diversi premi in concorsi letterari. Collezioni matite da ogni dove. Le tue storie le scrivi un po’ ovunque: dagli scontrini ai fazzoletti di carta. Su di essi appunti le idee che poi consegni al pc, con il sogno che ce ne sia sempre una nuova dietro l’angolo.
D: La voglia di scrivere per l’infanzia, è arrivata in concomitanza con la nascita dei tuoi figli o era già presente dentro di te?
MC: Dario, cito una frase che è solita ripetere mia mamma e che recita così: “E’ proprio vero che sei nata con la penna in mano, forse l’avevi già quando eri nella pancia!”. Ho memoria del mio esame della cosiddetta “primina”, sai quello che si faceva (in tempi giurassici) per poter accedere alla seconda elementare, se – come me – eri andato a scuola anticipato. Ecco, dovevo scrivere un pensierino: occupai mezza pagina! Le maestre mi fecero un sacco di complimenti ed io rimasi sorpresa perché non mi sembrava di aver fatto niente di così eclatante. Ricordo poi che, un paio d’anni dopo, cominciavo a cullare l’idea di scrivere un romanzo: il protagonista era un pagliaccio. Alle medie entrai nel trip del giornalismo e fondai il giornalino di classe: si chiamava “Domitilla”. Scrivevo le recensioni sulle canzoni del Festival di Sanremo. Passione, quella della kermesse sanremese, che continuo ad avere! Poi il giornalismo è diventato la mia professione e la scrittura una quotidianità. In maternità si è trasformata in scrittura per i miei i figli: tutte le loro domande, i loro perché mi aprivano orizzonti fantastici che mettevo sulla carta.
D: Cosa ti ha spinto dopo tanti anni, a tornare sui tuoi passi e sederti nuovamente dietro una cattedra?
MC: La necessità di conciliare la famiglia ed il lavoro. Il giornalismo da professionista, in redazione non lo permette, gli orari sono dilatati. Ho chiesto a gran voce il part time ma non mi è stato concesso. La parità è ancora un miraggio. Ci ho pensato a lungo, poi ho deciso che la scuola era comunque una strada che mi apparteneva con altrettanta passione”
D: Quanto incide il tuo essere giornalista con la scrittura per l’infanzia?
MC: Può sembrare strano, ma molto. Spesso le idee per qualche racconto, mi vengono proprio leggendo qualche articolo sui giornali oppure da quella deformazione professionale di osservare la realtà per carpirne qualche aspetto da evidenziare.
D: Perché il graphic novel?
MC: Sarò franca, la scelta dell’etichetta “graphic novel” non è mia, ma della casa editrice. Io pensavo più ad “albo illustrato”.
D: Nel tuo ultimo graphic novel racconti la vita di Berthe Morisot, pittrice impressionista; ce ne vuoi parlare?
MC: Non ho il dono della sintesi ma ci provo. Berthe l’ho incontrata a Milano su una tela dipinta da Edouard Manet in una mostra monografica a lui dedica a. Berthe era la sua modella, amica e forse qualcosa di più, ma poco importa. È stata soprattutto una donna volitiva, piena di talento, che ha sfidato le convenzioni del suo mondo e della società francese di metà Ottocento per inseguire la sua passione: diventare pittrice. Tanto da divenire la cofondatrice con Monet, Degas, Cezanne, Pissarro del movimento che verrà definito Impressionismo, di cui peraltro quest’anno ricorrono i 150 anni dalla nascita.
La culla di Morisot -illustrazione di Anna Novelli (13)
D: Possiamo avere un anticipo del nuovo graphic novel?
MC: Certo. Nel libro racconto Berthe immaginandola da piccola alle prese con i tubetti delle tempere, mentre sogna campi di fiori e paesaggi marini materializzarsi sulle tele. L’accompagno passo, passo, nella sua “battaglia” per diventare pittrice, in un mondo all’epoca riservato soltanto agli uomini. Una pittrice peraltro innovativa, che rompe con gli schemi della pittura tradizionale, trascinando con sé i suoi amici, “pazzi” come lei, che poi hanno dato vita all’Impressionismo. A tradurre le mie parole in disegni e a dare corpo a Berthe, ci ha pensato poi Marina Cremonini, con i suoi pennelli “magici”.
D: Una tua caratteristica è quella di scrivere le storie su qualsiasi pezzo di carta, compresi gli scontrini. È un modo per non dimenticare o per seminare?
MC: Sicuramente per non dimenticare: magari un’idea mi viene in macchina ascoltando la radio e al primo semaforo cerco di appuntarla da qualche parte prima che se ne voli via dal finestrino: l’età non aiuta e soprattutto il moto perpetuo delle mie giornate.
D: Sappiamo che collezioni matite da tutto il mondo; quante ne possiedi al momento?
MC: Confesso che non le ho mai contate. Ma sono tante e tutte diverse. Un po’ sono in bella vista sulla scrivania, un po’ sono sistemate in qualche scatola di latta o di legno. Si tratta di lapis presi nei viaggi, alle mostre, nei musei o avuti in regalo. Da quando sono a scuola poi, colleghi e colleghe, alunni ed alunne contribuiscono alla mia collezione in modo carinissimo. Non li uso, ma l’idea di tener un lapis in mano vale più di mille tastiere!
D: Bene cara Maria Cristina, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata.
Grazie a voi di cuore.
Il Graphic Novel
In “Berthe Morisot, pittrice a tutti i costi” viene raccontata la vita di Berthe Morisot l’unica donna tra i fondatori dell’Impressionismo francese. Quando in Francia, e nel resto dell’Europa, fino a dopo la metà dell’800 alle donne erano precluse le scuole d’Arte. La determinazione di Berthe travalica gli ostacoli del perbenismo, dandole così l’opportunità, di entrare in contatto con gli impressionisti del calibro di Claude Monet, Jacob Pissarro, Alfred Sisley; solo per citarne alcuni. Tutta la storia è narrata con toni caldi e decisi; l’opera di Maria Cristina Bulgheri è arricchita dalle illustrazioni realizzate da Marina Cremonini; con la sua tecnica ad acquerello, ha dato vita e vigore al racconto, trasportando tutti noi nelle atmosfere della Belle Époque.
[DARIO SANTARSIERO per Detti e Fumetti -sezione arte e letteratura – articolo del 30 novembre 2024]
Cari amici di Detti e Fumetti come ogni fine anno guardiamo cosa è successo nel corso dell’anno.
Se il 2023 è stato l’anno di MARTA & CO, il 2024 lo ricorderemo senz’altro per SANDCASTLE.
Ciò non toglie che noi non dimentichiamo la nostra mascotte da cui tutto è nato nel 2009: il nostro eroe OSVY.
Sono oramai diversi anni che è uscito il racconto illustrato a puntate (web comic) L’UNIVERSOEDIO (del quale è in corso la trasposizione in graphic novel) e la raccolta di ILLUSTRAZIONI e short strip: Osvy, Aforismi per salvare il mondo che trovate su Amazon libri.
Ebbene nell’attesa del graphic novel e del volume 2 degli aforismi, Osvy ha continuato ad essere presente sui social. Vi riportiamo quello che é successo da allora fino ad oggi, fine 2024.
Strip: Il sentiero per il paradiso comincia all’inferno. ( Dante)
Ed ancora
Strip: Samarago
Ed ancora
Strip: È più difficile scrivere una canzone che un’opera, perché in tre minuti devi sinterizzare un progetto. ( Franco Battiato)Strip: Galimberti Strip:il colore è un mezzo per esercitare sull’anima una influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio è il martelletto che lo colpisce. L’ANIMA lo strumento dalle mille corde. ( Kandinsky)Post:Sai perché le persone non riconoscono quello che fai per loro? La prima volta che fai qualcosa per qualcuno generi in lui gratitudine. La seconda generi l’anticipazione. Cominciano ad aspettarsi qualcosa da te. La terza volta generi l’aspettativa. Cominciano ad aspettarsi quello che gli hai dato. La quarta volta generi un merito. Cominciano a pensare di meritarsi quello che gli dai. La quinta volta crei dipendenza. Cominciano a non poterne più fare a meno La sesta volta ti accorgi che non c’è reciprocità, ti stufi da dare e smetti di farlo. Cominciano allora ad odiarti perché da persona viziata creata da te che ha bisogno di quello che gli davi ora non ha più ciò che gli hai fatto credere di meritare. Allora rifletti e impara quale è il limite nel dare perché l’altro non ha limiti nel ricevere. (Mario Venuti)Post:Ricordati quando ti criticano, che per alcuni sarai sempre un broccolo; per altri invece la perfezione matematica di un frattale. ( F. Novelli)Strip:”Al bambino non possiamo consegnare l’Oceano, un secchiello alla volta. Però gli possiamo insegnare a nuotare nell’Oceano e allora andrà fin dove le sue forze lo porteranno, poi inventerà una barca e navigherà con la barca, poi con la nave. (…) La conoscenza non è una quantità. È una ricerca. Noi non dobbiamo dare ai bambini quantità di sapere, ma strumenti per ricercare.” (Gianni Rodari, La grammatica della fantasia).Strip:T. H. White: “La cosa migliore per combattere la tristezza è imparare qualcosa. È l’unica cosa che non delude mai. Puoi restare sveglio la notte ad ascoltare il disordine delle tue vene, puoi rimpiangere il tuo unico amore, puoi vedere il mondo intorno a te devastato da folli malvagi, o sentire il tuo onore calpestato nelle fogne delle menti più basse. Solo una cosa può aiutarti allora: imparare. Impara perché il mondo gira e cosa lo fa girare. È l’unica cosa che la mente non può mai esaurire, mai respingere, mai soffrirne, mai temere o diffidare, e mai rimpiangere.”Post: “Franz Kafka (1883-1924) non si è mai sposato e non ha avuto figli. Un giorno mentre passeggiava per il parco incontrò una bambina che piangeva perché aveva perso la sua bambola preferita. Si mise a cercarla insieme a lei ma non la trovarono. Kafka le diede appuntamento il giorno dopo nello stesso posto per riprendere le ricerche. Quando la rivide, Kafka diede alla bambina una lettera “scritta” dalla bambola che diceva: «Per favore non piangere. Ho fatto un viaggio per vedere il mondo. Ti scriverò delle mie avventure». Così iniziò una storia che proseguì fino alla fine della vita di Kafka. Durante i loro incontri nel parco, Kafka leggeva le lettere della bambola accuratamente scritte con avventure e conversazioni che la bambina trovava adorabili. Infine, le riportò la bambola (ne comprò una) che era tornata. «Non assomiglia affatto alla mia bambola», disse la bambina. Kafka le consegnò un’altra lettera in cui la bambola scriveva: «I miei viaggi mi hanno cambiata». La bambina abbracciò la nuova bambola e la portò tutta felice a casa. Un anno dopo Kafka morì. Molti anni dopo, la bambina oramai adulta trovò una letterina dentro la bambola. Nella minuscola lettera firmata da Kafka c‘era scritto: «Tutto ciò che ami probabilmente andrà perduto, ma alla fine l’amore tornerà in un altro modo.» Tratto da «Kafka e la bambola viaggiatrice»Post:”Se tu hai un panino e io un euro, e uso il mio euro per comprare il tuo panino, alla fine dello scambio io avrò il panino e tu l’euro. Sembra un equilibrio perfetto, no? A ha un euro, B ha un panino, poi A ha il panino e B l’euro. È una transazione equa, ma puramente materiale. Ora immagina di avere un sonetto di Verlaine o di conoscere il teorema di Pitagora, e io non ho niente. Se mi insegnerai, alla fine di questo scambio, avrò imparato il sonetto e il teorema, ma li avrai ancora anche tu. In questo caso non c’è solo equilibrio, ma crescita. Nel primo scambio c’è scambio di merce. Nel secondo, condividiamo la conoscenza. E mentre la merce si consuma, la cultura si espande senza fine. “. (Michel Serres)
Chi è il creativo oggi? Quanto è al centro della comunicazione odierna?
Ho letto un interessante articolo che ci dà spunto per importanti riflessioni. Si parlava di Biasion che definisce la creatività non una proprietà unica, ma il risultato della complementarietà tra deduzione e intuizione, tra ragione e immaginazione, tra emozione e riflessione, tra pensiero divergente e pensiero convergente.
Continuava la riflessione citando Guilford il quale dice che esistono una serie di aspetti che definiscono la creativita’:
la fluidità, ovvero la capacità di produrre abbondanti idee, senza riferimento alla loro adeguatezza ai fini della risoluzione del problema;
la flessibilità, cioè la capacità di cambiare strategia ideativa, quindi di passare da una successione di idee ad un’altra, da uno schema a un altro;
l’originalità, che consiste nella capacità di trovare risposte uniche, particolari e insolite;
l’elaborazione, ovvero il percorrere fino alla fine una strada ideativa con ricchezza di particolari collegati in maniera sensata tra di loro;
la sensibilità ai problemi, vale a dire il selezionare idee e organizzarle in forme nuove, capire cosa non va e cosa può essere perfezionato negli oggetti di uso comune.
( estratto dell’articolo creatività della rivista State of Mind).
In fondo per tenere vivo questo blog, creare collegamenti tra le diverse arti bisogna essere molto creativi.
Leggevo questo articolo riflettendo tra me e me l’altro ieri, seduto su una panchina del cortile dietro al Campidoglio, cortile che si affaccia su Roma ed alle spalle avevo la statua del Colosso di Costantino recentemente ricostruita grazie allo sponsor PRADA.
Certo che il nostro sindaco ha proprio sbagliato Sponsor… io ne avrei sicuramente scelto un altro. Gli ci vorrebbe proprio un creativo nello staff. Quasi quasi gliela mando una mail… voi che dite?
[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 25 NOVEMBRE 2024]
Cari amici di DETTI E FUMETTI abbiamo lasciato la parola al nostro amico MASSIMO CANORRO, giornalista di settore, per darvi la grande notizia che tutti quanti aspettavate: l’uscita del nostro fumetto, SANDCASTLE, la danza della sabbia, un graphic musical come lo abbiamo chiamato, frutto della collaborazione con i nostri amici i bravissimi MARDI GRAS,
La rock band italiana dal respiro internazionale che ha musicato la storia, realizzandone l’omonimo CD pubblicato da Underground Simphony Records.
Ecco come in questi giorni Massimo sta presentando il Graphic Musical SANDCASTLE alla Stampa.
Copertina di SANDCASTLE disegnata da Filippo Novelli
“America. Jersey City. In un paese in cui il male si presenta agli umani nelle forme più disparate, due fratelli soli al mondo inciampano in disavventure malinconiche, finché, grazie alla forza dell’amore, riusciranno a trasformare sé stessi e a cambiare il loro destino. Legati da un rapporto disperato e inevitabile, come solo il vincolo di sangue può essere, vivono la vita in comune, esistono insieme invece che divisi, si sentono qualcosa quando gli altri sono nulla. Perché due fratelli sono già una famiglia”.
(Sandro Bonvissuto, scrittore)
Se venissimo colpiti negli affetti più cari, riusciremmo a reagire trovando in noi una forza mai espressa? È il tema di Sandcastle, la danza della sabbia, un avvincente graphic musical – disegnato da Filippo Novelli (fondatore del blog Detti e Fumetti) su soggetto originale di Sante Sabbatini, Francesco Braida e dello stesso Novelli, con la sceneggiatura e dialoghi a cura di Dario Santarsiero (redattore di Detti e Fumetti per la sezione “Teatro e Letteratura”) , Fabrizio Fontanelli (musicista) e lo stesso Filippo Novelli – dove la colonna sonora è quella dei Mardi Gras.
La rock band italiana dal respiro internazionale ha infatti musicato la storia, realizzandone l’omonimo CD pubblicato da Underground Simphony Records. Negli 8 brani dell’album,i Mardi Gras hanno ulteriormente espanso il loro profondo playground sonoro, lasciandosi guidare dal racconto. Il graphic musical e il disco diventano così due oggetti inseparabili, nell’ambito di in progetto sviluppato a 360 gradi dagli autori che prevede anche la produzione di un merchandising a tema Sandcastle.
Disponibile su Amazon, Sandcastle, la danza della sabbia narra le vicende di due fratelli, Cecilia e Nicholas Amato, sullo sfondo della Jersey City negli anni ’80. Un racconto a tinte forti, con al centro la trasformazione di Nicholas, ragazzo geniale ma costantemente bullizzato che – dopo un incidente occorso a Cecilia, vittima di un tentativo di violenza da parte di Sebastian – riuscirà a lasciarsi alle spalle il suo passato difficile, per combattere chi ha cercato di approfittare di sua sorella. Non mancheranno i colpi di scena, molti dei quali alimentati dalla figura dell’affarista Don Nate Caruso, affiliato alla mafia italo-americana.
“È incredibile essere tra i protagonisti di un graphic musical – il commento dei Mardi Gras, classic rock band punto di riferimento nella scena romana –, e se già fa uno strano effetto rivedersi in foto e video, lo è ancora di più ritrovarsi nei disegni di Filippo Novelli”
Sandcastle verra’ presentato al Concerto dei Mardi Gras che si terrà ALL’AUDITORIUM il 26 2 2025
Biografie
Dario Santarsiero, autore teatrale e scrittore; le sue commedie sono andate in scena in diversi teatri romani.
Redattore di DETTI E FUMETTI per la sezione TEATRO e LETTERATURA, tra i suoi libri e fumetti ricordiamo: IN TRENO DA MONTE MARIO A VALLE AURELIA, RACCONTI SPARSI, FUGHE, DA GRANDE FARO’ L’ARTISTA, FARE TEATRO, MARTA, SALVO e OLIVIA.
Fabrizio Fontanelli autore e musicista, è il fondatore della band romana Mardi Gras. Cresciuto musicalmente tra Roma e Dublino, ha prodotto i quattro album e svariati singoli dei Mardies. Negli ultimi anni ha organizzato eventi musicali e letterari promuovendo la musica originale e creando connessioni tra autori e musicisti.
Filippo Novelli, ingegnere e maestro d’arte, è il fondatore del blog DETTI E FUMETTI nel quale: cura la rubrica di ARTE e FUMETTO, realizza fumetti didattici ed illustra gli articoli degli altri redattori. Tra i suoi libri e fumetti ricordiamo: OSVY, AFORISMI PER SALVARE IL MONDO, FUGHE, DA GRANDE FARO’ L’ARTISTA, MARTA, SALVO, OLIVIA, LA SICUREZZA IN CANTIERE A FUMETTI, LA STORIA DEL ROCK, ARCHITETTURA GLOBALE, FARE TEATRO, OSVY E IL GATTO, OSVY FIGHT THE COVID E ARTIGLIO, PRIMI PASSI NELL’OPEN INNOVATION E NELLA LEAN ECONOMY
MARDI GRAS
Un’intrigante miscela di pop, rock, soul, con qualcosa che rimanda al country irlandese e al grunge. Vi manda in confusione? Non deve, anche perchè il tutto è presentato in modo invitante, con riff accattivanti e messaggi potenti nei loro testi che arrivano dritti all’anima”
Cosi è descritto il viaggio sonoro dei Mardi Gras, inseriti nei 7 acts europei da scoprire da parte del Reader’s Digest, il magazine più letto al mondo;
La band romana è nata ufficialmente nel 2006, anno di uscita del loro primo album. Il nome Mardi Gras deriva dall’ultimo album in studio dei Creedence Clearwater Revival, oltre ad essere il noto Carnevale celebrato ogni anno a New Orleans.
A caratterizzare la band un caleidoscopio di musica, colori ed energia. Italiani ma da sempre con l’orecchio ed il cuore rivolti verso i songwriters americani, irlandesi ed inglesi, i Mardi Gras hanno voglia di raccontare storie, sentimenti e movimenti dell’anima. Un percorso che negli anni li ha fatti evolvere da gruppo acustico ad una vera e propria rock band, sempre rivolta ad un pubblico internazionale.
L’attitudine dei Mardi Gras li porta a rappresentare l’Italia allo Sziget festival di Budapest e ad intraprendere due tour in Irlanda, terra che li ha “adottati” nei primi anni del loro viaggio, con entusiastiche recensioni, passaggi e interviste radio. I Mardi Gras provengono da un album come “Drops Made” del 2006, definito “sette piccoli quadretti classici e senza tempo” da Rockerilla.
Anche “Among The Streams” del 2011, in cui il blend di irish rock, country e americana ha portato il lavoro della band ad essere inserito tra gli album rivelazione del 2011 secondo la stampa e la critica specializzata
Le svariate esperienze sui palchi italiani e irlandesi, anche al fianco di artisti come i Frames, Glen Hansard, Mundy, Jack Savoretti, Billy Bragg, Giorgio Canali, Paolo Benvegnù, li hanno imposti come una band dalla “sanguigna passionalità liberata soprattutto dal vivo” (Federico Guglielmi).
Le due canzoni di protesta dei Mardi Gras “The Wait” (contro la pena di morte) e “Scarecrow in the snow” (sulla paura del diverso indotta dai politici per scopi elettorali) sono ambedue ospiti del sito “Songs of the times” di Neil Young, una raccolta di “peace and protest songs” che il cantautore canadese ha stilato dopo l’11 Settembre.
Nel 2015 esce “Playground”, il terzo disco della formazione romana, registrato a Roma e masterizzato presso gli Abbey Road Studios di Londra da Simon Gibson.
Un campo giochi sonoro dove la band fa proprie tutte le sue influenze e le rielabora tra ballads, rock, funky e brani intimisti. Ospite speciale è Mundy uno degli artisti irlandesi più noti.
La band tra il 2018 e il 2021, in attesa del quarto album in studio, ha fatto uscire svariati singoli, tra cui due collaborazioni speciali con l’artista Irlandese Mark Geary. La loro rivisitazione di “One Guitar” di Willie Nile, oltre ad essere un singolo benefico per la “Light of Day Foundation” che si occupa di raccogliere fondi per la lotta al Parkinson, li ha portati ad essere ospiti nel 2021 durante le maratone online organizzate dalla fondazione, assieme ad artisti come Bruce Springsteen, Little Steven e molti altri.
“Sandcastle” è il loro quarto lavoro, un album sorprendente ed intenso che ritroviamo nelle live performance illustrate nel nostro graphic musical.
Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti oggi faremo due chiacchiere con la giornalista scrittrice Eva Giovannini.
Allora Eva, sei nata a Livorno nel 1980. Sei inviata e conduttrice Rai. Autrice dei podcast La Scelta di Eva (2024) e AstroPolitica (2022), hai co-condotto per la Rai Petrolio, Popolo Sovrano e due edizioni del Premio Strega. Autrice anche del saggio Europa Anno Zero (Marsilio ed.) e della graphic novel Oriana Fallaci: il Vietnam, l’America, e l’anno che cambiò la Storia (Round Robin. 2021), vincitrice del Premio Giornalistico Altiero Spinelli per gli Studi Europei e membro della Commissione di Saggi sull’Europa istituita dalla presidenza della Camera (2017).
Nel 2024 esce il Graphic Novel “L’ultimo Partigiano”. La storia raccontata a fumetti di Lanciotto Gherardi
D. Perché hai deciso di fare la giornalista?
Ho deciso di fare la giornalista, perchè sono sempre stata fin da piccola, una bambina molto curiosa di cose molto diverse tra loro. Inoltre ero una bambina incline alla noia, e quindi ho pensato che fare questo mestiere fosse un antidodo meraviglioso alla noia, perché effettivamente non c’è mai un giorno uguale ad un altro. Fare il giornalista significa fare l’opposto di un lavoro ripetitivo, anche se per anni si segue un filone come la politica, ogni giorno ci si immerge in nuove notizie, nuove spigolature, persone nuove e punti di vista
D. Chi avresti voluto come guida, quando hai iniziato la tua carriera?
Molte guide diverse, mio padre leggeva le interviste di Enzo Biagi, e di lui ricordo il grande rigore. Poi da adolescente mi piaceva il tipo di giornalista stile Lili Gruber. Della Gruber ho ambito di avere il talento e la chiarezza espressiva ed espositiva. Mi piaceva anche Oriana Fallaci; ho sempre letto i suoi libri fin da adolescente, e mi hanno ispirata per il loro coraggio, per la loro profondità; per questa penna sempre tagliente, però anche ironica.
D. Dicevamo nel 2024 esce il tuo Graphic Novel “L’ultimo Partigiano”. La storia raccontata a fumetti di Lanciotto Gherardi. Perché hai scelto proprio il Graphic Novel come mezzo di comunicazione?
E. Per il primo graphic novel ,il Vietnam, l’America, e l’anno che cambiò la Storia (Round Robin. 2021), che scrissi, mi sembrava un bel modo per far conoscere Oriana Fallaci anche alle nuove generazioni, non solo quindi attraverso i suoi libri, i suoi articoli ma con un mezzo più fruibile per le giovanissime e i giovanissimi che altrimenti si sarebbero persi un personaggio cosi grandioso. Questo secondo graphic novel, l’ultimo partigiano, e’ nato dal fatto che mi sono trovata in mano del materiale di questo partigiano Lanciotto Gherardi, episodi di vita vissuta che avevano una tale portata ironica, non dico sovversiva, però essere un antifascista, era una persona di grande spirito e ironia e allora il graphic novel mi è sembrato un modo, tra virgolette giocoso per narrare una vicenda in verità serissima, perché quest’uomo ha dato la vita per questa causa.
D. Che sensazioni si provano nel vedere un proprio racconto trasformarsi in un fumetto?
E’ una sensazione molto bella, perché hai come l’impressione che diventino eterne certe storie; il graphic novel consegna ad un pubblico vastissimo certe testimonianze: dai bambini di nove anni ai nonni di novanta, perché è uno strumento capace di arrivare a chiunque, facile ma non banale. E quindi è molto attraente e lo dimostrano i numeri di Lucca comics di questi giorni molto amato da un pubblico trasversale.
D. Torniamo per un attimo al primo Graphic novel. Oltre ad aver sceneggiato il graphic novel su Oriana Fallaci, l’hai anche intervistata; come la definiresti?
Purtroppo, non ho mai conosciuto di persona Oriana Fallaci, ho intervistato sua sorella Paola, dopo la morte di Oriana, quindi non posso dire che donna è stata a livello epidermico; purtroppo non ho avuto il piacere di sedermi di fronte a lei.Dai suoi scritti la definirei una donna assoluta, cioè incapace di mezze misure, di sfumature; o meglio, intellettualmente capacissima ma con un animo radicale. Era una donna che viveva di assoluti, capace di manifestare nella stessa situazione una enorme plateale fragilità e al contempo un essere completamente indomito e coraggiosissimo. E’ stata una persona che ha inciso di più non solo nelle vite di chi si è trovata di fronte, chiunque sia stato intervistato da lei è rimasto ipnotizzato, nel bene e nel male. Da chi se ne innamorato a chi l’ha odiata per il resto dei suoi giorni, come Kissinger, che si è pentito amaramente di averle rilasciato un’intervista. Comunque Oriana Fallaci lasciava sicuramente un segno.
D. Ma torniamo al tuo ultimo graphic novel.“L’ultimo Partigiano” storia di Lanciotto Gherardi ce ne vuoi parlare?
Lanciotto Gherardi, è la storia di un partigiano, di un uomo, morto purtroppo il giorno stesso della liberazione della città di Livorno, che lui aveva contribuito a liberare in maniera diretta, perché era a capo della brigata Oberdan Chiesa,che ha liberato la città il 19 luglio 1944. Morì lo stesso giorno entrando in città da liberatore e per beffa del destino ucciso da fuoco amico, per un errore di un soldato americano. Questa storia è nota in tutte le cronache della resistenza Toscana. A Lanciotto Gherardi è intitolata una via in città. E’ nella lapide dei caduti ma nessuno conosce chi era l’uomo Lanciotto Gherardi; ho avuto la fortuna, attraverso la mia famiglia, di aver conosciuto suo figlio, morto di covid novantenne pochi anni fa. Figlio che quando Lanciotto morì aveva già diciassette anni, quindi aveva un ricordo nitido, adulto del padre. Ho raccolto nel 2019 tutte le testimonianze di Lanciotto da suo figlio Alfredo, ed è stata una fortuna perché nel 2020 il covid se l’è portato via. A me sono rimasti i suoi aneddoti, i suoi racconti del padre, un antifascista vero, che però aveva sempre saputo distinguere tra gli esseri umani e le ideologie. Lui [Lanciotto Gherardi N.d.A.] salvava sempre l’uomo; i suoi nemici erano uomini prima di essere fascisti, erano delle persone. Lui valutava di caso in caso, non odiava a 360 gradi, non combatteva chiunque; e questo lo rendeva molto umano, molto più complesso della figurina che era emersa dai libri di storia; ho avuto il privilegio di intervistare Alfredo, di raccogliere le sue testimonianze e di raccontare la fine di un partigiano ma anche la sua vita.
D. Cosa ti ha lasciato il sodalizio con il fumettista-illustratore Tommaso Eppesteingher?
Il sodalizio con Tommaso Eppesteingher, mi ha lasciato moltissimo, mi ha lasciato un senso enorme di fiducia, perché io mi sono affidata alla sapienza di Tommaso, raccontando aneddoto per aneddoto, facendo la sinossi ma poi è stato lui a tradurre in immagini quello che io avevo ricevuto come suggestione dai racconti di Alfredo. Questo per me è sempre qualcosa di miracoloso, quando avviene questa conversione dalla parola al disegno e soprattutto perché avviene secondo me, questa bellezza espressiva che Tommaso è riuscito a restituire a Lanciotto, l’ha tolto dal bianco e nero di questa lapide di marmo, l’ha vestito e l’ha colorato, rendendolo un essere vivente. Questo è stato un regalo grandissimo.
D. Davanti ad una platea di studenti che si apprestano a diventare giornalisti, qual è la prima cosa che diresti?
Direi loro che se sono fruitori di notizie, di verificare sempre le fonti, se sono loro stessi a dare le notizie, di verificare anche in questo caso le fonti, e soprattutto di non risparmiarsi. Questo è un mestiere in cui negli anni ti devi affermare, ti devi far conoscere, non deve essere un lavoro d’ufficio; deve essere un lavoro di passione non comune e quindi serve una dose di sana abnegazione; che non vuol dire farsi sfruttare e non riconoscere i propri diritti, ci mancherebbe ; ma non risparmiatevi.
D. Il tuo sogno nel cassetto?
Ne ho molti, ne sto per realizzare uno, tra poco diventerò mamma. E quindi spero che le cose che ho imparato fin qui, di poterle raccontare e di avere un testimone nel mondo, quando anche io non ci sarò più. Devo dire che mi reputo una persona fortunata, perché ne ho realizzati molti di sogni, a partire da quello di fare la giornalista, che era il mio più grande sogno da sempre.
D. Bene cara Eva, grazie per questa bella chiacchierata; ma soprattutto, siamo felici con te per questa stupenda notizia! Tanti auguri da tutta la redazione e dalle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti!
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE FUMETTO- ARTICOLO DEL 4 NOVEMBRE 2024]
Amiche lettrici/lettori del blog DETTI E FUMETTI, in occasione di LUCCA COMICS ecco la classifica dei nostri fumetti più letti e una sorpresa finale per tutti voi
Al decimo posto
OSVY E IL GATTO
Sinossi:Cosa accade quando tua figlia adotta un gatto? Ve lo siete mai chiesto? Cambiano le tue abitudini, il modo di disporre gli oggetti ed i mobili della tua casa, le tue spese quotidiane. E’ una gioia si ma anche un grande impegno. Osvy, il porcospino antropomorfo ce lo racconta con il suo tipico humor nero.
Al nono posto
DA GRANDE FARÒ L’ARTISTA
SINOSSI:Osvy ed i suoi amici di DETTI E FUMETTI ci raccontano la loro passione artistica ed il modo per trasformarla in una vera e propria professione. In una società dove è previsto che nei prossimi decenni la maggior parte delle professioni tradizionali spariranno a causa della rapida evoluzione tecnologica, la professione dell’artista sarà una delle poche che non solo sopravviverà ma diverrà fulcro della nuova società che vedrà protagonista l’industria dell’intrattenimento.
Dall’ottavo al sesto posto
La terna di MARTA, SALVO E OLIVIA
Sinossi:Olivia la salute e la sicurezza raccontata ai ragazzi è la terza stagione di MARTA, per parlare di queste tematiche alla fascia dei ragazzi piu’ grandi prossimi ad entrare nel mondo del lavoro. L’intuizione di coinvolgere un gruppo di esperti di sicurezza nasce dalla consapevolezza che oggi il fumetto è divenuto un veicolo potente per trasferire cultura e nella fattispecie la cultura della sicurezza a tutte le fasce di età. Trattare temi come la sicurezza stradale, il junk food e altre tematiche di educazione civica con questo medium pensiamo valga per i più piccoli piu’ di mille ramanzine e raccomandazioni. Leggendo Marta o Salvo o ora Olivia il lettore compirà quel percorso virtuoso che dal conoscere il pericolo, passa per il saper essere coscienzioso, per arrivare quindi a sentire i comportamenti corretti e sicuri come parte del proprio agire quotidiano. Un iter formativo vero e proprio in materia di salute e sicurezza, nel quale l’immedesimazione che avviene nel fumetto e il desiderio di emulare i suoi eroi, tipico della giovane età, completerà il percorso di consapevolezza che tutti auspichiamo.
Al quinto posto
La storia del Rock di Steo
Sinossi:Un concept book in cui un saggio sul rock, dagli anni cinquanta ad oggi, si innesta in un fumetto sulla musica.
Al quarto posto
OSVY APHORISM TO SAVE THE WORLD- capitolo uno
Sinossi: un assaggio ( è solo il capitolo uno) degli aforismi di Osvy per far conoscere il porcospino bianco al pubblico internazionale.
Sul podio, in posizione numero tre
FUGHE – VERSIONE INTEGRALE
Sonossi:FUGHE, liberamente tratto da “Racconti Sparsi” di Dario Santarsiero, narra, attraverso i disegni di Filippo Novelli, di un uomo che viaggia per lavoro per l’Italia su di una FIAT 1100. Una sera d’inverno, per un guasto al motore, si rifugia in una stazione di servizio gestita da una ragazza. Insieme affronteranno un’ esperienza che sarà a dir poco risolutiva. “FUGHE” è una metafora sulla ricerca dell’avventura, nel tentativo di spezzare la routine di una vita banale e piatta e del prezzo che le persone semplici sono disposte a pagare.
FUGHE- versione integrale nasce allo scopo di farne una riduzione teatrale. In questa ottica amplia la prima versione aggiungendo quattro monologhi che vestono sui seguenti temi: la tecnologia, l’umanità, il diverso e l’ironia.
Al secondo posto
ARTIGLIO, Primi passi nell’open innovation e nella lean economy
Sinossi:Un fumetto sulle startup, dalla prima fase di ideazione fino al raggiungimento del successo. Artiglio ed i suoi amici ti accompagneranno nel compimento dei primi passi nel mondo dell’open innovation e della lean economy. Frutto di un pluriennale studio sulle metodologie innovative per fare impresa, trae spunto dai migliori bestseller in materia e li traduce con il medium accattivante, ironico e diretto del fumetto. Ritenuto il miglior fumetto prodotto da DETTI E FUMETTI, ARTIGLIO a tutti gli effetti e’ un manuale che svela la metodologia, i segreti e ti da tutte le dritte per diventare ricco.
Al primo posto
OSVY AFORISMI PER SALVARE IL MONDO
Sinossi: Osvy il bianco porcospino che recita aforismi per salvare il mondo. Dalla idea che il fumetto sintetizza il mondo reale così come l’aforisma sintetizza un pensiero, si genera una serie di aforismi grafici che il genitore utilizza per raccontare il senso della vita alla propria figlia in modo semplice e spiritoso.
Per chiudere questa rubrica e con essa il libro abbiamo scelto una struggente canzone dei Queen, manifesto della solitudine che si prova quando tutto finisce, quando l’avventura termina e tu desolato e solo non hai più futuro. Tutto è concluso, i sogni, le speranze. È in quel momento che vai alla ricerca dell’ultimo conforto: tornare nel ventre del Mondo, sublimazione del ventre materno.
Mother love- Illustrazione di Filippo Novelli
Mother love viene registrato tra gennaio e giugno del 1991 ma pubblicato in “Made in Heaven” solo nel 1995, quattro anni dopo la scomparsa di Freddie Mercury.
Mother Love infatti è l’ultimo brano registrato da da Freddie Mercury dopodiché il frontman dei Queen non è più rientrato in sala di registrazione. Non c’è la faceva tanto era il dolore per le conseguenze dell’AIDS.
È una è una canzone scritta due a quattro mani con Brian May, in cui come abbiamo accennato, lui chiede di ritornare indietro all’interno dell’amore materno. Solo, disperato e privo di speranza cerca l’ultimo conforto nel pensiero della madre.
Viste le precarie condizioni di Freddie la gestazione del brano fu particolare: prepararono la base su un file midi sul quale Freddie poteva cantare quando poteva. Anche la batteria era registrata. Una batteria elettronica che rimase tale e quale nell’album. Roger non ne registrò mai una versione dal vero.
Freddie ci canto sopra ci conto sopra. Sapete lui era molto.pignolo e provava centinaia di volte le incisioni prima di considerarle valide. Questa volta tuttavia si fermarono al secondo tentativo delle prime due parti, alla seconda strofa. Freddie lasciò lo studio perché troppo stanco con la.promessa di tornare l’indomani. Ma non ci mise più piede e di li a poco morì.
Quel giorno però diede l’anima. Ci sono degli acuti potenti e strugge ti allo stesso tempo che raggiungono anche il Si bemolle alto.
Davanti allo studio di Montreux oggi c’è una targa a terra che ricorda qui passò Freddie Mercury e canto’ la sua ultima canzone. Per terminare il brano Brian dovette cantare lui l’ultima strofa; non si sa bene se era stata già stata scritta con Freddie o se la scrisse lui dopo da solo.
Ultima curiosità del brano, quasi a simboleggiare il viaggio a ritroso di Freddie nel ventre materno, è il finale della canzone: c’è un mashup delle canzoni dei Queen a ritroso. Si parte dal concerto di Wembley fino ad arrivare alla prima canzone da solista di Freddie (allora Larry Lurex 1973), Going back, quando ancora i Queen non esistevano.
È con Mother Love, brano evocativo e rappresentativo di un passaggio della vita di un uomo che diventa un Mito, che i miei colleghi tutor ed io chiudiamo questa bellissima avventura del tutoring della young Orchestra (di cui questa raccolta è stata il testo delle masterclass) durato quasi due anni. Una chiusura che non è da vedere come fine di una fase, di un progetto, ma piuttosto come un passaggio, un ponte per transitare coloro che hanno mantenuta viva la passione per la Musica da questa esperienza verso altre sempre più belle, grandi e complesse.
[Carlo Di Tore Tosti per DETTI E FUMETTI- SEZIONE MUSICA- ARTICOLO DEL 29 OTTOBRE 2024]
Lettrici e lettori di DETTI E FUMETTI oggi vi parleremo del BOSS.
Ricordo stavamo decidendo i brani da insegnare ai ragazzi della Pursue quando Filippo mi disse: “Un tutor rock che si rispetti non puo’ non insegnare un brano del Boss. Fu così che nacque un nuovo capitolo di STORIA DI UNA CANZONE, il testo della masterclass della Orchestra giovanile che seguivo con Filippo ed altri colleghi. Un nuovo capitolo di STORIA DI UNA CANZONE è pronto per voi e presto entrerà a far parte della raccolta che abbiamo iniziato due anni fa e che pubblicheremo insieme ai poster, alle t-shirt e ad alcune partiture per orchestra andando a delineare un nuovo concept per cui DETTI E FUMETTI si è fatta conoscere nel web.
Bruce Springsteen- illustrazione di Filippo Novelli
A volte le strade delle canzoni non perseguono una linea retta, ma seguono altre traiettorie. La provi e riprovi, da solo o nello studio o con la tua band, pensi che sia perfetta per essere inclusa nel tuo nuovo album, ma poi viene misteriosamente tolta dalla tracklist finale per essere poi pubblicata come b side di un singolo, o per riemergere in qualche box commemorativo di quell’album come gustoso extra. Oppure all’improvviso vengono donate ad altri artisti amici che combinazione stanno registrando il loro disco nella sala accanto la tua.
E’ quello che è accaduto per “Because the night” uno dei brani più amati di Bruce Springsteen che invece di comparire in “Darkness in the edge of town” comparve invece nell’album “Easter” di Patti Smith uscito il 3 marzo del 1978.
Gli album uscirono a poca distanza l’uno dall’altro e galeotto fu Jimmy Iovine l’engineer che si occupava di entrambi gli album.
Il brano fu il primo che Bruce registrò nel primo giorno di session dell’album ed aveva solo una linea vocale ed un ritornello.
Afferma Springsteen:
“Sono davvero contento che sia giunto a lei tramite Iovine, se non fosse stato cosi magari sarebbe rimasto in qualche cassetto, sono un grande ammiratore di Patti. L’idea di una collaborazione fu fantastica. (Il brano di Springsteen usci poi in qualche suo box set di rarità).
Racconta Patti Smith:
“Non mi interessava cantare brani di altri; ogni volta in studio Iovine mi chiedeva: “Allora hai ascoltato il brano di Bruce? Andiamo da te ad ascoltarlo? e così per giorni e giorni. Nel 1978 costava molto telefonare a qualcuno che fosse molto distante. Fred Sonic Smith stava a Detroit e mi chiamava una volta a settimana, Un giorno ero in perenne attesa, ero frustrata mentre aspettavo, le 7 di sera, le 8 di sera..niente e cosi mi misi a sentrie questo dannato nastro di Bruce. Pensai subito che sarebbe stata una hit; era nelle mia chiave vocale, è un anthem, ci dovevo solo aggiungere qualcosa di mio, e cosi è stato; ho solamente descritto l’attesa della sua telefonata.
Fred mi chiamò poi a mezzanotte proprio quando fini di scrivere il testo che recita:
“Have I doubt whan I m alone/ Love is a ring, the telephone”,
Tornai in studio e la incidemmo in 2 giorni.
Da notare l’uso della parola Ring che ha il doppio senso di telefonata e anello, dunque unione tra due persone.
Ancora oggi nel 2024 il brano è sempre in setlist nei concerti di Bruce e Patti ed è sempre un momento topico dei loro live show.
[Fabrizio Fontanelli per DETTI E FUMETTI- SEZIONE MUSICA- ARTICOLO DEL 20 OTTOBRE 2024]
Amici di DETTI E FUMETTI oggi siamo con Leli Baldissera “Premio Driving Energy 2024 – Fotografia Contemporanea” e Vincitrice Menzione Opera più votata da Terna.
LELI di Filippo Novelli
Allora Leli, sei nata nel 1990 in Brasile, vivi e lavori a Roma. Sei artista, fotografa e ricercatrice. Consegui una laurea e il master in Arti Visive e un dottorato in Antropologia Sociale, e hai svolto delle ricerche sulle donne artiste. Come fotografa hai 15 anni di esperienza, durante i quali hai lavorato in studi fotografici e come freelance nella città di Porto Alegre.
D. Cosa o chi ti ha indirizzato verso la fotografia?
L. Sono sempre stata coinvolta nel mondo dell’arte, disegnavo e dipingevo, e quando avevo 15 anni mia madre mi regalò la mia prima macchina fotografica e ho iniziato a concentrarmi maggiormente sulla fotografia. Ho studiato Arti Visive e lì all’università ho dovuto scegliere un ambito in cui approfondire e ho scelto anche la fotografia perché ho visto che potevo avere più scelte nel costruire una professione.
D. Che responsabilità ha una fotografa nei confronti nella società?
L. La mia visione è sempre focalizzata sul lato politico e antropologico, penso che la produzione di immagini non sarà mai slegata da questi soggetti. Ma sono scelte personali il modo in cui ogni persona prenderà la produzione della propria arte. Oggi viviamo in un mondo pieno di immagini e tutti hanno accesso a migliaia di immagini tutto il giorno, l’educazione visiva e il rispetto per ciò che viene fotografato e pubblicato sono essenziali.
D. Nel tuo paese, il Brasile, la fotografia ha un ruolo rilevante nel denunciare lo sfruttamento ambitale?
L. Sì, ma non solo denunciando lo sfruttamento ambientale ma anche denunciando ogni tipo di sfruttamento e problema sociale. Abbiamo grandi fotografe e fotografi documentaristi e artisti che producono immagini di grande impatto sulla nostra cultura e anche sui nostri problemi. Più recentemente anche in chiave decoloniale e con una visione del mondo meno eurocentrica, in cui i soggetti stessi producono immagini su se stessi e sul loro territorio, come gli indigeni, i quilombolas e i senzatetto che producono materiale audiovisivo sulla loro situazione.
D. Perché prediligi il colore anziché il bianco e nero?
L. La mia attenzione sui colori che si trovano nel mondo reale e’ dovuta al fatto che i colori possono parlare di sentimenti e trasmettere sensazioni; tuttavia apprezzo anche le luci e le ombre enfatizzate dall’uso del bianco e del nero.
D. Nei tuoi lavori emerge prepotentemente il corpo femminile, ce ne vuoi parlare?
L. Come donna e artista, penso che sia importante trasformare lo storico “sguardo maschile” sul corpo femminile in donne che rappresentano se stesse e le altre. Disconnettere il corpo femminile da uno sguardo sessualizzato, approfondendo la dimensione dei suoi significati.
D. “Ocupação” è l’opera vincitrice del premio Terna 2024, perché la scelta di fotografare la facciata di un palazzo?
L. Non è solo la foto di un palazzo, ma di un palazzo che è un’occupazione nel centro della città dove vivevo, in un viale vicino a casa mia. Per me questa foto rappresenta un ritratto delle persone che vivono lì, ma senza mostrare i loro volti. I volti si mostrano nel modo in cui hanno occupato quel posto vuoto e lo hanno trasformato nella loro casa con il loro tocco personale. Non avere una casa e non avere diritto alla casa è una questione che mi tocca personalmente e politicamente.
D. Il tuo sogno nel cassetto?
L. Ritornare a disegnare e dedicare maggiormente la mia arte a questa tecnica che ad un certo punto della mia vita era stata abbandonata.
D. Bene cara Leli grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata
L. Grazie a lei, apprezzo l’interesse per il mio lavoro e lo spazio fornito per parlare un po’ di quello che faccio. Grazie mille.
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -sezione Arte – articolo del 15 ottobre 2024]
Cari Lettrici e lettori di Detti e Fumetti, oggi sono in compagnia dell’artista visiva Maria Angeles Vila Tortosa e scambieremo con lei due chiacchiere, per conoscerla meglio.
Allora Maria Angeles, nasci nel 1978 a Valencia. Ti laurei all’Accademia di Belle Arti presso l’Università Politécnica di Valencia, dove consegui il dottorato in incisione e il Cap [corso di abilitazione pedagogica].
Vinci la borsa di studio Erasmus presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e la borsa di studio Leonardo da Vinci presso la romana Stamperia d’Arte l’Acquaforte di Luigi Ferranti.
Nel tuo lavoro rielabori alcuni temi specifici legati al mondo femminile, come la vita domestica, gli affetti familiari, la maternità e l’accudimento. Il mezzo espressivo che preferisci è l’incisione, una tecnica antica, usata per parlare di femminismo e stereotipi di genere.
Mentre le incisioni elaborate su carta, si trasformano in pavimenti, libri, light box e scatole lignee allo scopo di realizzare piccole scenografie portatili o grandi installazioni tridimensionali.
Come docente hai organizzato e curato corsi per bambini presso l’Istituto Cervantes di Sofia e di Roma, presso la Reale Accademia di Spagna, la Casa Museo Mario Praz e tanti altri spazi pubblici e privati. Sei la responsabile dei laboratori pittorici dell’Istituto Marymount. Nel 2018 e 2019 pubblichi i libri illustrati La Lupa di Roma e Il Colosseo, tradotti in cinque lingue.
Nel 2022 collabori con Maria Grazia Chiuri direttrice artistica di Dior, per la sfilata Cruise Sevilla, realizzando dei manifesti che successivamente diventeranno abiti importanti.
Oggi, vivi e lavori tra Roma e Valencia.
Per apprendimenti:
D. Cosa ti ha spinto verso l’arte?
M. La noia. Da piccola passavo tanto tempo da sola, ho avuto tanti momenti noiosi, appena ho saputo che c’era un corso di pittura mi sono iscritta e credo che da lì sia cominciato tutto.
D. Cosa significa per te essere un’artista visiva?
M. Raccontare, domandare, riflettere e denunciare attraverso diverse discipline.
D. Nel 2007 la perdita di tuo padre ha segnato una svolta decisiva nella tua vita d’artista; ce ne vuoi parlare?
M. La perdita di mio padre ha segnato la mia vita, lui per me è stato un pilastro fondamentale, mi ha spinta a studiare Belle Arti e sostenuta in tutte le tappe della mia carriera.
Prima della sua mancanza il mio lavoro aveva una matrice astratta, ero attratta dalle tecniche, dalle materie, amavo la pittura informale italiana e spagnola e mi muovevo in un racconto che viaggiava in quelle linee.
Quando è venuto a mancare, ho sentito un forte bisogno di fare ricerca sulla memoria, sulle memorie della mia famiglia. Sono finita dentro un armadio alla ricerca di una borsa bianca di mia madre che conteneva l’archivio fotografico domestico. Il gioco è iniziato lì e, dal quel momento, ho inserito la figura umana dentro le mie opere. Sono diventata narrativa, ho viaggiato attraverso le memorie di persone care e sconosciute, ho dialogato con loro all’interno delle mie opere e, in quel viaggio, ho vissuto il mio lutto senza nemmeno esserne consapevole. Questo è il potere dell’arte, diventa rifugio nei momenti difficili.
D. Sempre nel 2009 insieme ad Alicia Herrero [Ballerina coreografa pedagoga della danza] fondate las Mitocondria cosa ti ha lasciato?
M. Alicia, come direbbe Michela Murgia è la mia sorella “d’anima”. Con lei sono anni che condivido il mio lavoro artistico e il mio sentire in quanto donna. Noi siamo una famiglia che si allarga con le nostre figlie e tutto diventa performance.
Alicia è un punto di riferimento artistico, intellettuale ed umano.
Las Mitocondria è un progetto di vita, è un riflettere su tutto quello che ci preoccupa, è condivisione in progetti artistici e soprattutto è amicizia.
D. Sei impegnata anche nel sociale con l’arte partecipativa. A chi ti rivolgi?
M. Mi rivolgo agli esseri umani, a tutti senza distinzione. Sono anni che per me l’arte non ha un valore completo se non è condiviso con gli altri. Trovo molto arricchente aprire gli orizzonti e costruire insieme, credo sia anche un nostro dovere.
D. dal 13 settembre al 13 ottobre 2024 sei insieme all’artista e poetessa Bianca Pucciarelli Menna, in arte Tomaso Binga, per una mostra al Mattatoio di Roma dal titolo: CORPUS NATURAE. Il filo conduttore che vi lega è il linguaggio delle piante e un legame profondo tra corpo e natura. Ce ne vuoi parlare?
M. Conosco Bianca da tantissimi anni, ho sempre apprezzato molto il suo lavoro e amato le sue poesie e performance.
Quando Benedetta mi ha proposto di realizzare Corpus Naturae sono stata molto felice, per me è un grande onore essere in conversazione con un’artista lottatrice come Binga.
L’ironia ci accomuna e, anche se apparteniamo a due generazioni diverse, a due culture lontane, i nostri lavori si sono incontrati nel Mattatoio, si parlano e si ascoltano. Trovo che il progetto sia meraviglioso!
D. Bene cara Maria Angeles ti ringrazio anche a nome delle Lettrici e Lettori Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata.
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 30 SETTEMBRE 2024]
A. Ho studiato al DAMS indirizzo spettacolo e poi un corso di regia alla casa dello spettacolo che mi ha dato le giuste competenze. Già da bambina facevo muovere le bambole costruendo sempre delle storie dove la regista ero io. Il mio primo spettacolo da regista, perché tu non lo sai ma io ho fatto anche l’attrice, e sono tutt’ora una cantante, dicevo il mio primo spettacolo da regista è stato Peter Pan il musical, a ripensarci oggi, mi vengono i brividi.
D. Allora Angelita, raccontaci la trama, ovviamente senza svelarci nulla
A. Come hai preannunciato sono la regista dello spettacolo “Lapide Pre-Mortem”, che andrà in scena il 28 e 29 settembre al teatro Petrolini. Tengo molto a questo spettacolo perché la compagnia “C’Era Un’Altra Volta” vuole rendersi utile aiutando la ricerca, con una raccolta fondi, da destinare alla Associazione Italiana AIL [contro le leucemie linfonomi e mieloma]. Tornado alla trama: La situazione è molto equivoca, il personaggio principale si ritrova a pensare di essere arrivato alla fine dei suoi giorni, prima di trapassare, vuole in qualche modo chiudere il cerchio e mettere ordine a tutte le situazioni famigliari e amichevoli. È una commedia molto divertente. La compagnia è ormai stabile e da diversi anni, portiamo in scena commedie tendenzialmente brillanti; perché, come in questo caso, attraverso la risata si vuole sfatare la concezione della morte, che viene vista come qualche cosa di atroce. Che dire ancora? Che sono, dopo tanti anni, felice di fare teatro, soprattutto con questa compagnia amatoriale, che non è da meno dei professionisti, se non per il fatto che non è il loro mestiere principale. A questo punto vi aspetto tutti al Teatro Petrolini il 28 e 29 settembre
D. E sono sicuro che le nostre Lettrici e Lettori verranno sicuramente ad applaudirvi!
Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, oggi scambieremo due chiacchiere con l’artista Andrea Lelario Litografo e incisore.
Allora Andrea nasci nel 1965 a Roma dove frequenti il corso di Tecniche dell’Incisione tenuto da Pippo Gambino e Duilio Rossoni presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Nel 1990 consegui il diploma in Decorazione con Enzo Frascione e nello stesso anno vinci il Premio “Accademia di Belle Arti di Roma” istituito dal Direttore Cesare Vivaldi.
Dal 1995 al 1997 curi la rassegna di arti visive Capranic’Art, allestita all’interno di Palazzo Capranica di Roma, contestualmente progetti un mosaico per la metropolitana di Roma, realizzato nella stazione di Numidio Quadrato.
Nel 2010 vieni invitato nello studio televisivo Rai ArtNews per la realizzazione in diretta di un’opera, Genos. Negli anni 2017/2018, collabori con William Kentridge ad un progetto di litografie e incisioni.
Nel 2018 realizzi l’opera Site-specific per il nuovo Rettorato di Tor Vergata La memoria e i volti. Lo sguardo dell’Università Tor Vergata nei ritratti dei rettori, sei matrici in rame incise a punta secca e inchiostrate
Attualmente sei docente di prima fascia di Tecniche dell’Incisione e Grafica d’Arte e Litografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.
A. La molla iniziale, sin da bambino, è legata al desiderio di comunicare, di condividere le proprie emozioni con altre persone. E il canale a portata di mano, il più naturale che avevo era il disegno. Poi è arrivata l’incisione.
D. Perché proprio l’incisione?
A. Ho cominciato a sperimentare questa tecnica da ragazzo. Mi attraeva l’idea di interagire con il metallo, come uno scultore, di praticarvi innumerevoli solchi, segni più o meno profondi che nel loro insieme creativo generano l’opera con l’azione della stampa finale. Poi chiaramente sono stato affascinato dalla poetica e dal talento dei grandi maestri incisori che mi hanno ispirato e spinto a confrontarmi con questa arte, a farla mia in qualche modo, ad attualizzarla; arte ancora oggi poco conosciuta. Purtroppo.
D. Cosa provi pensando al mosaico sotto la fermata della metro Numidio Quadrato, sapendo delle migliaia di persone che ogni giorno la frequentano?
A. Mi viene in mente il flusso di persone che ogni giorno passa e si lascia alle spalle quel mosaico, di corsa la mattina per andare al lavoro o scuola e poi più lentamente la sera quando si rientra. Il mosaico è lì, fedele, paziente, attento. Un po’ come un osservatore diciamo. Ma pronto anche a essere osservato per chi vuole fermare per un momento dal solito tran tran. Magari riesce a regalare una piccola emozione, un pensiero nuovo… questo mi farebbe piacere.
D. Lasciare con il bulino un segno sul rame, cosa significa per te?
A.Significa appunto lasciare un segno, letteralmente. È quasi un piacere fisico l’interazione con il metallo.
Un contatto primigenio con la materia. Tutto questo mi fa infatti pensare alle incisioni rupestri, alle tracce ancestrali dell’Homo Sapiens.
D. Nella tua lunga carriera d’artista, in cosa vorresti migliorarti?
A. C’è sempre un’evoluzione nel percorso di un artista. Per quello che mi riguarda, non posso sapere la meta esatta verso cui sto andando… La cosa importante è però avere una direzione, un obiettivo, portare con sé la giusta “attrezzatura”. A me basta sapere di non aver perduto per strada la sensibilità, la capacità di cogliere gli aspetti significativi dell’esistenza, le emozioni. Quando si diventa maturi o si invecchia si è meno permeabili, ci si irrigidisce, non si dialoga come prima. E questo rappresenta una perdita per un artista. Secondo me, il suo bagaglio non dovrebbe mai finire di riempirsi, lasciare posto al nuovo, all’inedito.
D. Quando vedi i tuoi studenti dell’Accademia di Belle Arti mettere in pratica i tuoi insegnamenti che sensazione hai?
A.Penso al lavoro che hanno davanti. Sento una forte responsabilità nei loro confronti. Spero fra me e me di averli accompagnati nel modo giusto per una piccola porzione della loro vita, di aver aperto loro una prospettiva futura. L’Accademia è molto importante per la formazione artistica. È il periodo della conoscenza e della sperimentazione, dell’applicazione e della verifica, della condivisione e della crescita. Passaggio fondamentale per capire sé stessi e gli altri; per osservare l’orizzonte che abbiamo di fronte. E nella fase storica che stiamo attraversando, quella dell’IA che promette scenari nuovi nel campo dell’arte non sempre positivi, tutto questo è ancora più necessario e urgente. Ma questo è un altro capitolo …
D.dal 13 settembre al 13 ottobre 2024 il Mattatoio di Roma ti ha aperto le porte a una tua mostra dal titolo “Nomadi del Sogno” ce ne vuoi parlare?
A.“Nomadi del sogno” nasce dall’idea di realizzare con Nicoletta Provenzano, curatrice attenta e appassionata,un racconto composto da una selezione delle mie opere; un viaggio dentro il mio immaginario che attraversa vari mondi, da quello naturale a quello sognato, dall’inconscio al conscio, dalle particelle elementari alle galassie dell’universo. Tutto questo cucito da piccoli frammenti, da segni infiniti che tentano, come esseri microscopici, di ordinare, o meglio,riordinare dentro al labirinto dell’esistenza le briciole delle emozioni provate fino ad oggi.
D. Bene, caro Andrea ti ringrazio anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, per questa interessante chiacchierata.
A. Grazie a te ed un saluto alle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 19 SETTEMBRE 2024]
Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, sono in compagnia del mio caro amico e regista Federico Sisti.
Federico nasce a Roma il 13/05/1985. Da 15 anni lavora come regista e documentarista, è corrispondente per programmi di cronaca, ha realizzato documentari sia in modo indipendente che per reti nazionali e internazionali. Il suo ultimo docufilm è ‘Una vita sul ring-la vita di Nino La Rocca’ Una produzione Rai documentari.
Il documentario racconta l’ascesa, le sfide, la caduta e le rivincite di Cheid Tijani Sidibe, in arte Nino La Rocca, campione europeo dei pesi Welter nel 1989. Nino è figlio di un malese e di una siciliana, La Rocca passa una vita a lottare per i suoi diritti e per ottenere la cittadinanza italiana. La sua esistenza passa dal Marocco dove nasce, alla vita di strada a Parigi, a quella delle stelle.
D. Cosa o chi ti ha spinto verso la strada della regia?
F. Inizio con il dire che non mi reputo un regista. L’ appellativo regista, rimanda molto al mondo della fiction, e non c’è niente di più lontano da quello che faccio.
D. Ci puoi dire perché preferisci girare un documentario anziché un film?
F. Mi sono avvicinato al mondo del documentario perché è la pura realtà, non c’è finzione, è lo studio della società per antonomasia, ed io ho sempre avuto un approccio sociologico. Quindi tutti questi lavori che ti riportano ad una realtà, spesso molto cruda, non sono stati casuali.
D. Ho visto il docufilm sulla piattaforma RaiPlay ‘Una vita sul ring-la vita di Nino La Rocca’ per la produzione Rai documentari. L’ho trovato emozionante e allo stesso tempo ti dà una forte spinta a non mollare mai. Ce ne vuoi parlare?
F. In un’epoca dove tutti avevamo negli occhi le grandi star sia dello sport che dello spettacolo la storia di Nino, quella di un ragazzo venuto dal Mali che trova il suo riscatto in Italia, diventa l’emblema dell’uomo che si è fatto da solo.
La storia di Nino La Rocca divenne potentissima, capace di catalizzare le folle, e penso che abbia avuto un ruolo chiave, nella creazione della sua popolarità. Poi gli anni 70-80 finiscono, un’epoca si chiude, la società cambia e con lei la tendenza a quel genere di narrazioni.
Quella società che un tempo lo aveva acclamato innalzandolo ad eroe, inizia pesantemente a criticarlo, lo tratta come un fenomeno da baraccone, viene dimenticato, i suoi successi quasi rinnegati, le sue capacità sportive denigrate e lui si rifugia in sé stesso vivendo isolato tra preghiere ed insegnamento, lontano da quei riflettori che ad un certo punto della sua vita, si sono fatti ormai troppo ingombranti.
D. Perché hai scelto proprio Nino La Rocca?
F. Penso di avere scelto Nino la Rocca perché c’erano tutti i presupposti per una storia interessante: il personaggio che sale in vetta e poi ricade, tutta la sua introspezione, una critica al divismo di quegli anni che ci dovrebbe far riflettere anche sulla nostra epoca.
D. Dopo l’ultimo ciak di ‘Una vita sul ring-la vita di Nino La Rocca’ che cosa hai provato?
F. Diciamo che è stata la fine di un’agonia [Ride N.D.S.] stavamo lavorando in condizioni estreme.
D. Bene caro Federico, grazie anche a nome delle Lettici e Lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata; ci salutiamo con la promessa di rivederci presto per presentare un tuo nuovo lavoro.
F. Grazie a te caro Dario, e un saluto alle lettrici e Lettori di Detti e Fumetti
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE CINEMA- ARTICOLO DELL 11 SETTEMBRE 2024]
Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI Arf fa il bis.
Presso i Giardini Luzzati a Genova, il 13/14/15 settembre 2024 si terrà il festival del fumetto
GEN, dalla parte del Fumetto!
una produzione CDM Lab con il Ce.Stoe la direzione artistica di ARF! Festival.
Ecco a voi i dettagli.
A Genova, il 13, 14 e 15 settembre 2024 arriva GEN, il nuovo evento interamente dedicato al Fumetto, una full immersion di 3 giorni di mostre esclusive, grandi ospiti dall’Italia e dall’estero, live performance e laboratori KIDS, una SELF Area dedicata all’autoproduzione e alla microeditoria indipendente, un bookshop con i firmacopie non-stop di tutte le autrici e gli autori presenti al Festival, tutto interamente a ingresso gratuito!
La prima edizione di GEN, con la direzione artistica di ARF Festival! è prodotta da CDM Lab insieme a Giardini Luzzati (il Ce.Sto) e si terrà durante lo svolgimento dell’ottava edizione di M.U.R.A. (Movimento Urbano Reti Artisti) che quest’anno prende il sottotitolo “Comics Edition”.
Camminando per i caruggi del Sestiere del Molo, da Porta Soprana alla Chiesa medievale di San Donato, nello spazio multifunzionale e archeologico dei Giardini Luzzati, straordinario punto di riferimento della partecipazione pubblica e della creatività della città, troveremo autrici e autori, protagonisti assoluti della kermesse, insieme alle loro storie, ai personaggi, ai libri e soprattutto a lettori e appassionati che – sin da questa prima edizione – potranno vivere un’esperienza immersiva di incontro e confronto «dalla parte del Fumetto» in ogni suo genere, formato, in ogni sua possibile declinazione.
L’apertura è affidata alla spettacolare performance dell’artista croato Danijel Žeželj – illustratore, fumettista e graphic designer pubblicato in tutto il mondo da editori come DC Comics, Marvel, Image, Dark Horse, DSTLRY, Dargaud e Mosquito e da testate internazionali come il The New York Times, il San Francsico Guardian o il The Washington Chronicle – che salirà sul palco esterno dei Giardini Luzzati per realizzare un gigantesco live painting, accompagnato dalle musiche dal vivo del trombettista Ramon Moro (a cui Žeželj realizzò la copertina dell’album Offering nel 2020), per una serata di suggestioni sonore e visive di rara intensità.
Il manifesto della prima edizione, così come la prima delle due mostre che verranno allestite all’interno dell’area archeologicica dei Giardini Luzzati, è firmato dalla fumettista e illustratrice Agnese Innocente, già vincitrice del prestigioso Premio Andersen 2021 come “Miglior libro a fumetti dell’anno” con Girotondo, scritto da Sergio Rossi. La giovane autrice toscana (classe 1994), amatissima da pubblico e critica, vanta già numerose pubblicazioni con Piemme, Mondadori, Einaudi Ragazzi, Erickson, Rizzoli, Disney, Papercutz, Space Between Entertainment, Il Castoro, Il Battello a Vapore, De Agostini, Giunti e Glénat Editions. Dell’autrice nel corso del 2024 sono usciti due nuovi graphic novel: Heartbreak Hotel (il Castoro) sui testi di Micol Arianna Beltramini e, per il mercato francese, Audrey Hepburn – Un ange aux yeux de faon (Glénat) sui testi di Jean-Luc Cornette, le cui tavole ancora inedite stanno esposte, grazie a GEN, per la prima volta.
A giungere da Oltralpe saranno anche lo sceneggiatore Martin Quenehen e il disegnatore Bastien Vivès, che hanno reinterpretato un’icona mondiale come Corto Maltese grazie a una loro versione “aggiornata e ringiovanita” del celebre marinaio, traghettandolo nel XXI Secolo con i due libri Oceano Nero e La Regina di Babilonia (pubblicati in Italia da Cong Edizioni) senza tradirne la sua natura romantica, scanzonata e disincantata, anarchicamente leale. I due autori saranno ospiti di GEN e la mostra Il Corto di Martin e Bastien, a Genova in anteprima assoluta, – realizzata in collaborazione con la Cong stessa – esporrà sia alcune tra le migliori tavole digitali tratte dai due libri che alcuni bellissimi disegni originali realizzati in china e acquerello da Vivès in occasione di due esposizioni alla Galleria Manjari & Partners di Parigi.
La terza esposizione in programma, la mostra “diffusa” The Genoeser Unleashed, è un’antologica che ha l’obiettivo di accendere un riflettore sull’illustrazione e le arti visive attraverso le copertine di una rivista immaginaria, per raccontare bellezze e contraddizioni di Genova. The Genoeser – omaggio alla storica rivista The New Yorker a alle sue celebri copertine – è «un progetto artistico collettivo, una finestra sulle storie di chi vive il capoluogo ligure ogni giorno, di chi l’ha lasciata e mai dimenticata, di chi – seppur di passaggio – ha potuto viverla in tutte le sue sfaccettature».
Ricchissimo il programma della Sala Talk, luogo di incontro e confronto tra autrici, autori e pubblico, che, nell’arco del weekend, vedrà la presenza di tantissimi protagonisti del fumetto e dell’illustrazione ma anche della cultura e dello sport, come l’attuale Vicepresidente vicario del CONI Silvia Salis e il giornalista e scrittore Federico Traversa.
All’interno della Sala Talk di avvicenderà un roster da grandi occasioni: da Ivo Milazzo – con un’attesissima Lectio Magistralis moderata da Lu Vieira – a Paolo Bacilieri, che condividerà il palco con Danijel Zezelj sul tema delle “geometrie cittadine”; da Claudio Calia e il suo graphic novel dedicato alla vita di Don Andrea Gallo agli autori Disney (ma non solo) Davide Aicardi, Sergio Badino, Francesco D’Ippolito, Andrea Ferraris e Giorgio Salati; dalla scrittrice Micol Arianna Beltramini con Agnese Innocente a Simona Binni (dove si parlerà anche di Resistenza e antifascismo); dal bestseller Davide Costa a Manfredi Toraldo (attuale Direttore della Scuola Internazionale di Comics di Genova), a Matteo Penna, Andrea Tridico, Alessandro Ripane, Enrico Macchiavello, Giulia Masia, Ste Tirasso, Francesca Sperti e Corinna Trucco di The Genoeser, fino ai super ospiti francesi Quenehen e Vivés che verranno moderati dal giornalista, critico e storico dell’immagine, Ferruccio Giromini.
Importante: l’accesso alla Sala Talk è gratuito e prevede un numero massimo di persone (circa 70). Per parteciparvi farà fede la formula «fino ad esaurimento posti» con una precedenza ai possessori della tessera dei Giardini Luzzati – il cui costo è di 10 euro e che, pur non essendo obbligatoria, garantisce suddetta priorità (https://www.spazio-comune.org/tessere-giardini-luzzati/)
Ogni autrice e autore che si avvicenderà nella Sala Talk di GEN, non appena terminato il proprio panel, si sposterà al bookshop del Festival – gestito dalla Libreria Sulla Strada di Genova – per session di dediche e firmacopie.
In questa prima edizione di GEN non poteva mancare la coloratissima Area KIDS, lo spazio con i laboratori creativi (a iscrizione gratuita tramite Eventbrite) che conterà sulle docenze di alcune tra le migliori firme italiane dell’editoria per bambini e ragazzi che verranno condotti lungo i percorsi della creatività e dell’immaginazione, tra pastelli, pennarelli, personaggi e storie da inventare. Laboratori per tutti i gusti e per tutte le fasce di età, con Ste Tirasso, Enrico Macchiavello, Giorgio Salati e Christian Cornia, Simona Binni, Chiaretta della Lucca Manga School, Sergio Olivotti, Sualzo, Vinci Cardona e Gud.
Ultima ma non ultima, l’esuberante e «festosamente chiassosa» SELF Area di GEN – un vero e proprio Festival nel Festival – che proporrà una ricca selezione tra le migliori realtà italiane dell’autoproduzione e della microeditoria indipendente, rappresentate nel 2024 da Amianto Comics, Attaccapanni Press, Bangarang Comics!, BMR Production, Bonny Zed, Frankenstein Magazine, Emanuele Giacopetti, Inuit, Lök Zine, MalEdizioni, Mammaiuto, Nalsco, Renape, Tofu & Teppismo. La SELF Area sarà inoltre arricchita da «uno stravagante percorso visivo», tre grandi illustrazioni inedite – Ponente, Centro e Levante – dedicate alla città di Genova realizzate dall’artista Alessandro Ripane.
GEN è una produzione CDM Lab insieme a il Ce.Sto, con la direzione artistica di ARF! Festival e le partnership di M.U.R.A., Sestiere del Molo, Scuola Internazionale di Comics di Genova, la Libreria Sulla Strada, Cong Edizioni Srl, The Genoeser e Koh-I-Noor.
Media partner: StayNerd + Gli Audaci + Good Morning Genova.
Orari:
Venerdì 13 settembre dalle 17:00 alle 23:00
Sabato 14 settembre dalle 10:00 alle 20:00 (con GEN Party serale).
Domenica 15 settembre dalle 10:00 alle 20:00.
L’accesso a tutte le aree di GEN è gratuito.
Il solo accesso alla Sala Talk sarà regolato da un numero massimo di persone; per partecipare agli incontri – comunque gratuiti – farà fede la formula «fino ad esaurimento posti» (circa 70) con precedenza ai possessori della tessera dei Giardini Luzzati. La tessera – il cui costo è di 10 euro – non è dunque obbligatoria, ma garantisce suddetta priorità: https://www.spazio-comune.org/tessere-giardini-luzzati/
“In un mondo che viaggia fin troppo velocemente si dimentica spesso di prendersi in considerazione in prima persona e nel presente.”
Ritratto di Chiara di Filippo Novelli
Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti vorrei presentarvi Chiara Narracci, sociologa; con lei parleremo del suo libro “A star bene si impara!” Edizioni G.A.Z.. Prima però, due righe di presentazione. Nata a Roma l’08/04/76, ti sei laureata in Sociologia a La Sapienza, hai due master in Consulenza e in Mediazione Familiare, collabori con: il consultorio Centro la Famiglia al Vicariato da 20 anni e con diversi avvocati matrimonialisti. Sei responsabile di diversi sportelli d’ascolto nelle scuole. Docente di Sociologia della famiglia nelle varie sedi italiane della Sicof [Scuola Italiana Consulenti della Coppia e della Famiglia].
Autrice dei seguenti libri: la grande abbuffata, pubblicato con la Regione Sicilia; le favole di Pietro, edizioni progetto cultura; le favole di Bruno, edizioni progetto cultura; le favole di Elena, edizioni progetto cultura.
Il libro di Chiara Narracci “A star bene si impara!” suggerisce come gestire le nostre emozioni e tentare di risolvere al meglio le proprie insicurezze e paure in tutti i campi della nostra vita, che minano il nostro equilibrio sia psichico che fisico. Nella seconda parte del libro, Chiara indica, tramite le favole, dedicate ai propri figli, come i miti e le leggende, ci aiutano ad accogliere e normalizzare le resistenze e le credenze cognitive.
D. Allora Chiara, come mai hai sentito l’esigenza di scrivere “A star bene si impara!”?
C. Per sfatare diversi pregiudizi che ci bloccano nella crescita personale, portandoci a vivere trascinando i piedi…
troppe volte sento affermazioni tipo: le persone non cambiano, al massimo peggiorano! O anche: sono fatto così!
Di qui l’idea della copertina, dove la pecora Rosa è colei che ha imparato a conoscersi e a volersi bene pertanto sceglie consapevolmente come gestirsi nelle varie situazioni.
D. Perché Conoscere la propria storia di vita e le relative dinamiche relazionali è fondamentale?
C. Ognuno di noi costruisce la propria peculiare storia di vita, in base a come viene più spesso definito dalle figure di riferimento… conoscere come ci siamo strutturati; comprendere come funzioniamo nelle dinamiche interne e relazionali; perdonare le mancanze ricevute ed imparare a compensare da soli
È la strada per la libertà di scegliere quali condizionamenti ricevuti fare propri, perché buoni per noi e quali lasciare andare.
È l’ignorare che ci porta a subire noi stessi e a farci sentire vittime degli altri e degli eventi… possiamo però imparare a gestire il nostro mondo emotivo.
D. Nella tua lunga esperienza come consulente e mediatore familiare, affermi che ciò che ci destabilizza ad ogni età è il mondo emotivo; ce ne vuoi parlare?
C. Grazie all’analisi transazionale di Berne compresi che il mondo emotivo è fermo all’infanzia e che l’imprinting emotivo ha effetti anche sui comportamenti associati alle varie emozioni che adottiamo nel presente.
Esser consapevoli che gli eventi di oggi sono tanto destabilizzanti perché a percepire la realtà è il bambino che eravamo e non l’adulto che siamo diventati aiuta a ricentrarsi velocemente. Come? Leggi il libro! [Sorride N.D.S.]
D. Quanto la comunicazione influisce sul nostro vissuto?
C. Moltissimo perché le parole deformano, definiscono e limitano la percezione della realtà esterna e interna, se un bambino viene spesso definito pigro si convincerà di esserlo e metterà in scena atteggiamenti in linea con questa etichetta pur di sentirsi considerato.
Pertanto, conoscere le proprie etichette, comprenderne il peso avuto e scegliere di non metterle in scena è liberatorio.
D. Nel libro indichi quali sono le regole di base della comunicazione e quali sono gli errori da evitare; ce ne puoi anticipare qualcuno?
C. Penso agli out-out! A tutte le volte che esasperati dall’atteggiamento disturbante di qualcuno gli intimiamo di cambiare pena il perderci… non funzionano! Nella migliore delle ipotesi producono un cambiamento momentaneo dettato dalla paura non dall’amore.
Sono convinta che l’unica leva che funzioni sia l’amore: il mettere in evidenza ciò che amiamo dell’altro, ci aiuta ad esempio ad avere maggior tolleranza verso ciò che ci piace di meno, portandoci ad ingentilire le etichette: un conto è dire ad un figlio, spesso e volentieri, che è un bugiardo, un conto è rimandargli che ha molta fantasia!
D. perché le favole hanno un significato socio pedagogico?
C. Le favole come i miti e le leggende si rivolgono direttamente al mondo emotivo, che come ho accennato e’ fermo all’infanzia pertanto ci livellano tutti ad un comune sentire bypassando le resistenze cognitive e culturali.
Con le favole si esplora il mondo emotivo e lo si normalizza consentendoci di accettarlo come parte di noi e della nostra storia.
Solitamente da adulti quando siamo in preda a forti emozioni ci giudichiamo come inadeguati portandoci a sentirci ancor più destabilizzati, la chiave invece è nel guardare al bambino che eravamo con tenerezza e tranquillizzarlo… per poi godere delle nostre risorse da adulti per gestirci al meglio nel presente.
D. Bene. Cara Chiara, sicuramente hai stimolato i nostri lettori a leggere il tuo libro “A star bene si impara!” G.A.Z. edizioni. Ed approfondire così il tema dell’emotività interiore.
C. Un saluto a te e alle lettrici e lettori di Detti e Fumetti
[WILLY ALIAS DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI- SEZIONE LETTERATURA- ARTICOLO DEL 4 SETTEMBRE 2024]
AL PALAZZO DEL FUMETTO PAF di Pordenone, LA STORIA DI 15 DONNE CHE NON HANNO AVUTO IL NOBEL MA LO AVREBBERO MERITATO.
Care amiche/i di DETTI E FUMETTI ci teniamo a presentarvi la nuova mostra di Cinzia Leone.
LEONE è una fumettista, una scrittrice, una illustratrice e una giornalista che inaugura il primo settembre una mostra di donne che il Nobel non l’hanno ricevuto, pur avendo tutte le carte in regola per ottenerlo.
L’esposizione è un tributo a 15 scienziate, dall’antichità ai giorni nostri, “matematiche, fisiche, chimiche, biologhe: tutte hanno sfidato i pregiudizi della loro epoca per accedere a un sapere scientifico riservato esclusivamente agli uomini” spiega l’autrice.
Il Premio Nobel è stato istituito nel 1901 e su un totale di 975 premiati, le donne premiate, a oggi, sono solo 66, pari al 4%, di cui solo 28 sono scienziate.
“Eppure – prosegue Cinzia Leone – alle donne che racconto, da Rosalind Franklin a Hedy Lamarr, dalle Apollo Sister a Eva Mameli, da Ipazia a Lise Meitner, quel premio sarebbe spettato di diritto”.
Ginger Rogers era solita ricordare: “sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti”. Così è toccato alle tante donne che hanno percorso il cammino della scienza in un mondo di uomini: fare tutto quello che facevano gli scienziati maschi ma controcorrente e spesso senza essere riconosciute.
“Dedico le storie delle mie caparbie e geniali donne da Nobel alle giovani e ai giovani di domani, perché nessun talento femminile vada mai più sprecato”, conclude l’autrice.
Cinzia Leone, oltre ad essere una fumettista e autrice di graphic novel è anche illustratrice, giornalista, art director e scrittrice di romanzi. Esordisce collaborando a “L’avventurista”, settimanale fondato da Vincino nel 1978, per proseguire con “Il Male”, periodico di satira dallo straordinario successo. Sempre in quell’anno, ha fatto il suo debutto come fumettista sulle pagine di “Alter” per poi pubblicare (come autrice unica) cinque libri, da “Il Diamante dell’Haganah” nel 1990 a “Quel fantastico treno”, un libro in cui sono presenti anche Pratt, Crepax, Muñoz e Mattotti. Nel 1998 riceve lo Yellow Kid di Lucca come migliore autore.
Nel frattempo, lavora come art director e giornalista per “Il Sole 24 ore” e fonda “La Nuova ecologia”, e “Il Riformista”.
Come scrittrice esordisce nel 2009 con il romanzo: “Liberabile, storia di un uomo qualunque”, cui ne seguiranno altri tre fino all’ultimo: “Vieni tu giorno nella notte”.
“Nel libro “Ti rubo la vita” – afferma Luca Raffaelli, direttore artistico del Palazzo del Fumetto e amico di Cinzia Leone – c’è una parte del mistero di quest’autrice: il desiderio di vivere la comunicazione (di idee, storie, immagini) vivendo più esistenze insieme. Cercando, in tutte, di portare avanti un linguaggio limpido, pulito, elegante che, ovviamente, ritroviamo nelle tavole (sintetiche ed emozionanti) di questa mostra da Nobel”.
L’inaugurazione è in programma alle 18.30 di domenica 1 settembre.
Per l’occasione, verrà ufficializzata da parte del Palazzo del Fumetto l’adesione al protocollo d’intesa Carta di Pordenone, che ha come scopo la promozione di un’immagine equilibrata e plurale di donne e uomini superando e contrastando gli stereotipi di genere, per la quale anche il linguaggio del fumetto può dare un contributo importante.
Da più parti mi è stato chiesto di fare un esempio concreto sul concetto di ispirazione; mi riferisco all’editoriale del 29 maggio 2024 https://dettiefumetti.com/tag/dettiefumetti/.
Eccolo: nella foto si vedono un paio di scarpe da ginnastica usate per camminare nei sentieri di montagna o per antichi borghi di cui l’Italia è felicemente ricca. Ma non è di questo che vi volevo parlare. Le punte di entrambe le scarpe indicano un orizzonte spezzato in lontananza da un monte. Ed è proprio la distanza tracciata dalle scarpe ad aprire le porte all’ispirazione. Da qui in poi si naviga in un oceano sconfinato costellato da pensieri e sensazioni che scaturiscono da quella linea immaginaria che le punte delle scarpe hanno tracciato. Averle osservate con occhio distratto mentre esauste, si asciugano al sole dopo i trenta minuti passati in lavatrice a trenta gradi e rimanerne completamente affascinato, è stato, almeno per me, naturale. Questo per ribadire il concetto, che l’immaginazione e la fantasia, che fanno parte indissolubile dell’ispirazione, vanno si educate fin da bambino, ma devono essere sottoposte ad un continuo allenamento, sia mentale che visivo. Per fortuna, non siamo tutti uguali, di conseguenza l’ispirazione non scaturisce dalla vista di un paio di scarpe, ma può, o meglio deve, arrivare da tutto ciò che ci circonda.
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE LETTERATURA- ARTICOLO DEL 23 AGOSTO 2024]
Ricetta per una commedia -L’editoriale di DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI
Prima o poi c’è sempre qualcuno che mi chiede “Ma dove trovi l’ispirazione per scrivere le tue commedie o i monologhi interiori?” In pratica, “Ma come te vengono in mente!?” Non è facile rispondere a questa domanda, non basta dire mi sono ispirato guardando fuori dalla finestra o camminando per strada. Sarebbe troppo riduttivo.
Illustrazione di Filippo Novelli
Credo che sia un miscuglio di vari fattori: innanzitutto, saper osservare cosa succede attorno a noi, è una buona fonte di ispirazione; poi, aver letto testi teatrali e andare spesso a teatro. Questo particolare mi ricorda che, quando ero poco più che ventenne, nel mio girovagare per i teatri, conobbi “Er Sor Giulio”, un simpatico vecchietto che cercava gente per fare la claque nei teatri di Roma [Per i neofiti: fare la claque [si legge: clack] significa applaudire e gridare bravo! E bravi! Durante lo spettacolo. Ma non bisognava esagerare però, altrimenti si scadeva nel ridicolo]. Ovviamente ho accettato e per molto tempo, assieme ad un eterogeneo gruppo di persone, ho presieduto alle prime nei grandi teatri o dove e quando c’era bisogno della squadra. Ma torniamo all’argomento principale, cioè, come si fa a scrivere una commedia, oltre a quello che ho detto prima, entra in giuoco l’immaginazione che aiuta molto nel buttare giù il corpo centrale dell’idea.
Un altro fattore molto importante è lasciare piena libertà ai personaggi. E sì, non è possibile ignorare i protagonisti di una commedia o di un dramma o di una tragedia, non si va da nessuna parte. I personaggi sono si frutto dell’immaginazione, ma appena escono dalla mente prendono una forma seppur immaginaria, divengono sensienti e acquistano sia personalità che temperamento. Un esempio tra tutti è che, se un personaggio non ha intenzione di muoversi o esprimere un’opinione, non lo farà e se costretto, lo farà mal volentieri, inficiando il resto della scena. Bisogna scendere a patti con il personaggio, cercando di capirne la personalità e convincerlo, quando non è del tutto d’accordo a compiere quell’azione. Solo così la commedia potrà continuare.
Da ultimo, ma non per questo meno importante, la pazienza di rileggere tutta la commedia per scovare refusi, aggiungere parole o addirittura paragrafi. Mi fermo qui, altrimenti dovrei scrivere un trattato, e non è detto che prima o poi non lo faccia.
[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI – Sezione Teatro – articolo del 29 maggio 2024]
Dieci, conto paro. con un numero tondo così che fai non le tiri le somme? E’ inevitabile.
Passando da una sala all’altra, come in un flashback, mi sono tornate in mente tutte le edizioni precedenti ed è stato bello ritrovare i vecchi amici ed ammirare la loro carriera che si è incrociata con quella delle varie edizioni dell’ARF una e più’ volte. C’è chi c’è nato ad ARF, chi ci ha lavorato, chi dal team dell’ARF è stato incoraggiato e portato per mano al successo.
Dei molti che ho incontrato in questa tre giorni ci tengo a ricordare in special modo loro cinque.
Karicola e Tauro che sono decollati verso il mercato francese dove il fumetto è venerato a livelli che qua in Italia ci sognamo. CLAIRE ET MALOU lo trovate qui.
Simona Binni che da autrice è diventata responsabile di un importante settore di una casa editrice (ARIEL di TUNUE) e che in questo periodo esce con DAMMI LA MANO (nuova edizione)
Margherita, LA TRAM, che finalmente con nostra grande soddisfazione ha calato a terra il suo impegno politico, esce con FINCHE’ L’ULTIMO CANTA ANCORA
Francesca Torre che conobbi tra gli organizzatori della sezione stampa e giornalismo dell’ARF oggi la ritrovo passata dall’altra parte con il suo primo graphic novel a parlarci di amore. L’ETA’ VERDE.
Io, che per questa edizione ero venuto in primis per ritrovare il mio FOCUS MUSICALE NEL FUMETTO (presto saprete perche’), come qui
e qui
e qui
… ma allora lo sapevate?
e che invece ho avuto una piacevole conferma della grandezza di MARGHERITA VICARIO che è sta protagonista del talk del sabato sera DISUNITI LIVE ospitato da ARF a cura di Gianmaria Tamarro,
Margherità ci ha parlato di se attraverso i millemila progetti in ballo, ci ha raccontato degli sbatti dei procuratori che da lei vogliono sempre qualcosa in più, quando invece una canzone potrebbe bastare a se stessa, di quanto è bello, difficile ma anche più comodo a volte stare dietro una cinepresa anziche’ davanti (il film GLORIA), di quanto è importante portare la militanza in ogni cosa che si fa, di quanto è fantastico cantare con una orchestra (nel suo SHOW GLORIA ce ne sarà una, impredibile). Ha concluso l’intervista confessandoci cosa è per lei CASA: E’ sapere che al tuo ritorno c’è il tuo compagno che sa cucinarti cose fantastiche anche senza olio. E non è poco.
Prima di chiudere il racconto di questa esperienza, un ringraziamento va tutti gli ARFER ma in particolare modo a Mauro Uzzeo che con i suoi ARF TALK ci ha dato modo di riflettere sul mondo del fumetto, comprendendo che in fondo il fumetto, il raccontare e il farsi raccontare storie, è una necessità insita nell’uomo, in quanto nelle storie ognuno di noi cerca una soluzione al vivere quotidiano e con essa la via per migliorarsi (Aristotele docet).
Chiudiamo il nostro racconto con un appuntamento fisso: la vignetta della nostra cara organizzatrice-stampa, oggi nelle inconsuete vesti di super eroina, Fabiana AKA ROUGHELLI
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Fumetto – articolo del 27 maggio 2024]
Lettori di DETTI E FUMETTI il 25 e il 26 maggio 2024 alle ore 21 al teatro petrolini in via Rubattino 5 , va in scena la commedia “Signor Amministratore!”, scritta da me, la Regia è di Angelita Puliafito, con la Compagnia Teatrale C’era una Volta.
Vi devo confessare una cosa: questa è stata la mia prima opera teatrale. All’epoca scrivevo racconti più o meno brevi; ma con il passare del tempo e della mia maturità di scrittore, mi sono reso conto che i personaggi “avvertivano” la necessità di muoversi con maggior libertà. Iniziando un nuovo racconto, uno dei personaggi ha rivolto una domanda ad un altro personaggio, che ha risposto. Dopo di che, pensare, scrivere e terminare Signor “Amministratore!”, è stato solo questione di tempo. Ovviamente in questi anni è stato ripreso e rimaneggiato più volte.
Ecco la sinossi: L’Amministratore di un Condominio, si trova nel sottotetto del palazzo; vuole capire come mai la fibra veloce, installata da pochi giorni, non funziona bene. Ma quando comincia a ripararla, inizia il va e vieni dei condomini che lo subisseranno di richieste assurde, intrecciate a intrighi di palazzo e amori.
Buona commedia!
Vi aspetto numerosi.
[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI -sezione TEATRO – articolo del 21 maggio 2024]
AMICI DI DETTI E FUMETTI. L’ATTESA E’ FINITA. ARF APRE IL SIPARIO.
ARF! e l’Instituto Cervantes di Roma presentano alla Sala Dalì di Piazza Navona la mostra in prima assoluta “Più di 100 proiettili” del rinomato artista sudamericano, vincitore di 4 Eisner Awards, Eduardo Risso. In occasione dell’inaugurazione dell’esposizione, che ospiterà circa 80 tavole originali, venerdì 17 maggio alle ore 18, l’autore incontrerà il pubblico italiano, per un talk e una sessione di dediche
Oltre ai famosi cento proiettili, sempre per la DC Comics o per linea adulta Vertigo, Risso illustra un paio di episodi di Transmetropolitan, diverse storie “nere” di Batman, sia per la collana Black & White che sui numeri #620-625 della serie regolare, che diventeranno il libro Batman: Broken Nights (pubblicato in Italia con il titolo Città Oscura), la fantascientifica Spacemen (2011), fino alla miniserie dedicata a Moloch all’interno del franchise Before Watchmen ispirato all’universo narrativo creato da Alan Moore. Uniche concessioni in casa Marvel una storia per Spider-Man (Severance package del 2001) e la miniserie Wolverine: Logan del 2008, scritta da Brian K. Vaughan. Nel 2013, sempre su testi di Azzarello, torna a uno dei personaggi più iconici di 100 Bullets disegnando la miniserie dedicata a Brother Lono, cui seguiranno il capitolo incentrato su Wonder Woman all’interno del Dark Knight III: Razza Suprema (2016) di Frank Miller e la nuova serie licantropica Moonshine (Image) ancora in corso. Parallelamente Risso di dedica anche ad altri progetti su personaggi di culto come The Spirit, Torpedo (su due episodi sceneggiati da Enrique Sánchez Abulí e ambientati nel 1972), il Sgt. Rock (sulla collana DC Horror presents) o la Hit-Girl in Canada scritta da Jeff Lemire, la bambina vigilante nata sulle pagine del Kick-Ass di Mark Millar. Attualmente – e nuovamente insieme all’immancabile Azzarello – sta realizzando un nuovo progetto a fumetti di genere “dark western” intitolato The Blood Brothers Mother (DSTLRY), ancora inedito in Italia.
«Il mio legame con il noir è nato in Argentina, dove il noir si legava a doppio filo col fatto che i fumetti fossero in bianco e nero ed era il genere che dominava il mercato. Ma voi in Italia avete i veri Maestri del bianco e nero, tra cui quello che io apprezzo di più: Sergio Toppi. Le mie fonti d’ispirazione più accentuate sono sicuramente Alberto Breccia e Jose Munoz, miei conterranei di cui leggevo le storie che mi hanno sempre appassionato. Toppi l’ho “scoperto” più tardi, quindi non posso rifarmi a lui come ispirazione. Sono comunque cresciuto con Ken Parker, Corto Maltese e qualche numero del Tex; sulla vecchia guardia sono decisamente preparato, sono un fan del fumetto italiano!» Eduardo Risso
EDUARDO RISSO – Più di 100 proiettili Dal 17 maggio al 6 luglio 2024. Ingresso libero Instituto Cervantesdi Roma – Sala Dalí – Piazza Navona, 91 – 00198 Roma Orari di visita: da martedì a venerdì dalle 14:00 alle 20:00 | sabato dalle 10:00 alle 14:00 e dalle 15:00 alle 20:00 Info: pnavona@cervantes.es | Tel.: 06 686 18 71 Ufficio Stampa Instituto Cervantes di Roma: Paola Saba – Mob. +39 338 4466199 – paolasaba@paolasaba.it
ARF! Festival di storie, segni e disegni • X Edizione – 24/25/26 maggio 2024 MATTATOIO e Città Altra Economia: Piazza Orazio Giustiniani 4, (Testaccio) Roma www.arfestival.it – info@arfestival.it Ufficio stampa ARF!: Fabiana Manuelli – Mob. +39 347 8263425 – stampa@fabianamanuelli.it
Amici di DETTI E FUMETTI a maggio a Roma c’è l’ARF.
Dal 24 al 26 maggio 2024, a Roma, negli spazi della Pelanda al Mattatoio e della Città dell’Altra Economia, torna ARF! Festival, la festa di chi ama, scrive, disegna, legge e respira fumetti.
Questo anno ARF celebra il traguardo della sua decima edizione.
In questa edizione sarà possibile visitare ben 9 mostre super esclusive, che vedranno la presenza di tutti gli artisti. La prima Più di 100 proiettili della superstar argentina Eduardo Risso, organizzata da ARF! e l’Instituto Cervantes di Roma con inaugurazione il 17 maggio presso la Sala Dalì di Piazza Navona. Dal 24 al 26 maggio, nei luoghi del Festival (Mattatoio + CAE), troveremo Xtraordinarie! dedicata all’Arte di Silvio Camboni; O partigiano, portami via che celebra l’intera carriera artistica di Baru; l’immaginifica I dreamed a dream di Dave McKean; Slice of Summer della giovane mangaka vietnamita Lâm Hoàng Trúc; la potenza lisergica di Hurricane e del suo Euforico Hangover (nella Self Area); il talento della fumettista e illustratrice Iris Biasio (Premio Bartoli di ARF! 2023 “Miglior promessa del Fumetto italiano”) e Avatar (dalla celebre serie USA creata da Michael Dante DiMartino e Bryan Konietzko) un percorso espositivo allestito nell’Area Kids.
In mostra anche i due street artist SOLO & Diamond, autori dell’opera murale (che rappresenta anche la versione variant del manifesto di ARF! 2024) realizzata a Testaccio, lo storico rione che ospita il festival, per celebrare i 10 anni di ARF!. Come ogni anno non mancheranno gli attesissimi incontri della Sala Talk, la Job ARF!, format di successo che, attraverso colloqui di lavoro tra autrici, autori esordienti e case editrici, crea vere opportunità professionali, l’ARFist Alley per incontrare decine di stelle del comicdom nazionale e internazionale (Rafael Albuquerque, Ivàn Brandon, Otto Schmidt, Sara Pichelli, il Collettivo Moleste e Rita Petruccioli solo per citarne alcune).
Inoltre le due aree a ingresso gratuito: la Self ARF!, un “festival nel Festival” interamente dedicato al mondo delle autoproduzioni e della microeditoria indipendente e l’ARF! Kids, l’area pensata per i giovanissimi, che si conferma come uno degli appuntamenti più attesi con i suoi laboratori creativi non-stop di qualità, gli incontri con i libri, le letture e il disegno sotto la guida dei migliori talenti dell’editoria italiana per l’infanzia. Completano il programma le attesissime Lectio Magistralis tenute dai Maestri:
il nostro idolo assoluto, Vittorio Giardino di cui vi abbiamo già parlato QUI
e
Hervé Barulea in arte Baru, grandissimo fumettista francese indiscutibili veterani del Fumetto italiano e franco-belga.
Nato nel 2015, in dieci anni il festival è diventato un punto di riferimento nel panorama delle manifestazioni italiane, posizionandosi efficacemente nel calendario nazionale degli eventi di settore con carattere e identità. ARF! è anche co-fondatore di RIFF • Rete Italiana Festival Fumetto, l’Associazione nazionale di categoria dell’intero comparto, di cui Stefano Piccoli (direttore di ARF!) è presidente. La decima edizione di ARF! Festival è promossa da Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo e le partnership di ATAC, PressUp e Koh-I-Noor.
Ci vediamo all’ARF!
INFO PUBBLICO ARF! «Festival di storie, segni e disegni» #ARF10 MATTATOIO + CITTA’ ALTRA ECONOMIA Ingresso Piazza Orazio Giustiniani 4, (Testaccio) Roma 24/25/26 maggio 2024 – Orario: 10:00-20:00 Biglietti: giornaliero € 12 – abbonamento 3 giorni € 24 Info: 060608 www.arfestival.it – info@arfestival.it Facebook: www.facebook.com/arfestival Twitter: @arfestival Instagram: @arfestival www.mattatoioroma.it
Amici di DETTI E FUMETTI oggi vi racconteremo la storia di WHEN I WAS YOUR MAN, scritta da Bruno Mars.
Bruno Mars è lo pseudonimo di Peter Gene Hernandez, nato alle isole Hawaii nel 1985. Mars si trasferisce a Los Angeles all’età di 22 anni per dedicarsi alla musica. Subisce il fascino di Jackson, Wonder, Prince, Presley e Brown e i suoi brani ne terranno una traccia indelebile.
Predilige il genere Soul, un po’ retro’ con delle contaminazioni di pop, R&B e funk. Con la sua band, gli Hoolingans, inizia a farsi conoscere dal grande pubblico. Inizialmente scrive i testi per Flo Rida, Travie McCoy e B.o.B. finche’ nel 2010 esordisce come solista e raggiunge la fama grazie a “Just the Way You Are” (Doo-Wops & Hooligans). Canzone e album che gli valgono il suo primo Grammy. Il suo secondo album, 24K Magic (2014) vince ancora una serie di Grammy e soprattutto contiene la canzone di cui parliamo oggi: WHEN I WAS YOUR MAN.
Si narra di un uomo che vive rimpiangendo di non aver amato abbastanza la sua compagna quando erano assieme. Consapevole di ciò ora vorrebbe dirglielo e farle sapere che è cambiato. Vorrebbe chiederle perdono dichiararle un amore eterno. Al piano via via si affiancano gli altri strumenti per farne una classica ballata dalla melodia semplice e facilmente orecchiabile
Tra gli epigoni di MARS che ne hanno fatto una cover ci piace ricordare personaggi del calibro di Adele, Sheeran e Legend.
Riportiamo qui di seguito il testo:
Same bed but it feels just a little bit bigger now Our song on the radio but it don’t sound the same When our friends talk about you, all it does is just tear me down ‘Cause my heart breaks a little when I hear your name
It all just sounds like ooh, ooh, ooh, hoo Mm, too young, too dumb to realize That I should have bought you flowers And held your hand Should have gave you all my hours When I had the chance Take you to every party ‘cause all you wanted to do was dance
Now my baby’s dancing But she’s dancing with another man
My pride, my ego, my needs, and my selfish ways Caused a good strong woman like you to walk out my life Now I never, never get to clean up the mess I made, oh And that haunts me every time I close my eyes
It all just sounds like ooh, ooh, ooh, hoo Mm, too young, too dumb to realize That I should have bought you flowers And held your hand Should have gave you all my hours When I had the chance Take you to every party ‘cause all you wanted to do was dance
Now my baby’s dancing But she’s dancing with another man
Although it hurts I’ll be the first to say that I was wrong Oh, I know I’m probably much too late To try and apologize for my mistakes But I just want you to know
I hope he buys you flowers I hope he holds your hand Give you all his hours When he has the chance Take you to every party ‘Cause I remember how much you loved to dance Do all the things I should have done When I was your man Do all the things I should have done When I was your man
Troverete questo articolo in STORIA DI UNA CANZONE; dalle illustrazioni del libro verranno prodotti diversi gadget tra cui il poster e la T shirt. Stay tuned.
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Musica -articolo del 23 aprile 2024]
Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi vi parliamo di MONOPATTINI ELETTRICI.
La mobilità è ormai la parola chiave del nuovo millennio. Nessun posto è troppo lontano, nessuna distanza è insuperabile. Sebbene il virus del COVID ci abbia insegnato a riunirci davanti ad un monitor, nulla potrà fermare la sete di aggregazione che l’uomo ricerca ogni giorno. Siamo animali sociali e in quanto tali esercitiamo ogni giorno il diritto di incontrare i nostri simili. È così che nel nuovo millennio prende vita, o meglio torna in voga, uno strumento che i nati negli anni 70 usavano da bambini: il MONOPATTINO. Certo oggi rinasce con un nuovo look, non è più una tavola di legno con due ruote minuscole ed un manubrio improvvisato, ma si rinnova dotandosi di una struttura che gli permette di andare su strada con un vero e proprio motore elettrico .
quali sono i rischi, i pericoli che comporta guidarne uno? approfondiamo il tema prendendo il fumetto OLIVIA LA SALUTE E LA SICUREZZA raccontata ai ragazzi
digitando sul browser di AMAZON questo titolo
Intanto eccovene un assaggio
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione fumetto -articolo del 23 aprile 2024]
Amici di DETTI E FUMETTI ecco un nuovo capitolo di Storia di una canzone. oggi vogliamo parlarvi di Sam Smith e della sua I’m not the only one.
Sam Smith nasce a Londra il 19 maggio 1992; studia canto e scrittura creativa al St. Mary di Cambridge e inizia a collaborare con i Disclosure con i quali si fa conoscere al grande pubblico nel 2012 grazie al brano Latch (Latch raggiunge l’undicesima posizione in Gran Bretagna).
Nel 2013 debutta come solista e l’anno successivo vince 4 Grammy con In the lonely hour.
Il suo stile inconfondibile è un soul contaminato dal pop, R&B e gospel con inserimenti di musica d’orchestra. Torna a vincere un altro Grammy Award con Petras con il brano Unholy e collabora con molti artisti. Nel 2015 con “Writing’s on the Wall” vince l’Oscar come miglior colonna sonora. Nel 2020 fa coming out e si dichiara non binario, portando avanti la causa per la sua e le altre categorie poco rappresentate nel panorama musicale fino ad allora.
I temi delle sue canzoni ruotano attorno all’amore, spesso non corrisposto, alla vulnerabilità e alla perdita.
La canzone di cui oggi vi vogliamo parlare ne è chiaro specchio. Stiamo parlando di I’m not the only one.
Pubblicata nel 2014 all’interno del suo album di esordio “In the Lonely Hour” che ha vinto il primo Grammy. Narra in prima persona del tradimento e della infedeltà di cui il cantante sospetta del suo compagno. Con una melodia malinconica e struggente, Sam Smith pone al centro le sue qualità canore.
L’apice nel ritornello quando l’artista dichiara: “dico che sono pazzo perché non credi che io sappia cosa hai fatto, ma quando mi chiami baby so di non essere l’unica” (“You say I’m crazy Cos you don’t think I know what you’ve done, But when you call me baby I know I’m not the only one”) esprime il tormento interiore della persona tradita, che è consapevole della situazione nonostante i tentativi di nasconderla.
Testo di I’m Not The Only One
You and me we made a vow For better or for worse I can’t believe you let me down But the proof is in the way it hurts
For months on end I’ve had my doubts Denying every tear I wish this would be over now But I know that I still need you here
You say I’m crazy Cause you don’t think I know what you’ve done But when you call me baby I know I’m not the only one
You’ve been so unavailable Now sadly I know why Your heart is unobtainable Even though Lord knows you kept mine
You say I’m crazy Cause you don’t think I know what you’ve done But when you call me baby I know I’m not the only one
I have loved you for many years Maybe I am just not enough You’ve made me realise my deepest fear By lying and tearing us up
You say I’m crazy Cause you don’t think I know what you’ve done But when you call me baby I know I’m not the only one
You say I’m crazy Cause you don’t think I know what you’ve done But when you call me baby I know I’m not the only one I know I’m not the only one I know I’m not the only one And I know.And I know.And I know.And I know.And I know… I know I’m not the only one
Questa e’ un nuovo capitolo di STORIA DI UNA CANZONE, la nostra rubrica che parla di musica e che presto diventerà un concept book acquistabile sui nostri canali insieme al poster e alla t-shirt. Stay tuned.
la pursue respighi orchestra ha interpretato il brano nel suo concerto dell’ ottobre 2024 che potete ascoltare qui.
[Filippo Novelli -sezione musica – articolo del 16 aprile 2024]
OLIVIA è il fumetto facente parte della collana MARTA, il fumetto scritto a piu’ mani da un team (IL TEAM MARTA) di esperti del settore della salute e sicurezza che ha adottato il medium del fumetto come veicolo per sensibilizzare i giovani alle tematiche di salute e sicurezza per farli arrivare preparati nel mondo del lavoro , pronti ad affrontare pericoli, esperti delle migliori pratiche per salvaguardare se e gli altri.
Questa terza stagione tratta infatti temi quotidiani al mondo dei giovani lavoratori o degli studenti universitari che di li a pochi anni ne entreranno a far parte.
Perche’ usare il fumetto, ci potremmo chiedere. Perche’ è un mezzo diretto, rapido, che arriva direttamente alle emozioni; è capace di parlare lo slang della platea giovanile che iperstimolata da notizie ed eventi difficilmente si presterebbe ad un seminario classico, ad un noioso sermone. Il fumetto è un tool “a portata di click” fruibile sullo smartphone; per questo fumetto abbiamo adottato la formula di racconti brevi-brevissimi oserei dire, molto vicini agli schetch, ai “meme”, che sono tanto popolari nel mondo giovanile, al fine di dare loro l’opportunità di un re-post, di uno spam, di viverli in un reel. In questa ottica abbiamo surfato sulle onde del flusso continuo di informazioni per farli fermare con letture di massimo 3-5 minuti che dessero modo di recuperare tutte le informazioni indispensabili. L’approccio è stato quello di recuperare i massimi esperti del ramo e far scrivere loro delle schede di approfondimento, per punti, per icone ed immagini al fine di richiamare spesso le infografiche, le mappe mentali tanto usate nei corsi universitari o sulle riviste di settore. Il feedback è stato molto positivo e ci è stato di stimolo per promuovere il fumetto nelle scuole attraverso il canale virtuoso delle onlus, associazioni no profit e società del settore che stanno acquistando il fumetto ( il tool della sicurezza come ci piace chiamarlo) e lo stanno regalando alle scuole in occasione della giornata delle prove di evacuazione ( prove biennali obbligatorie per gli studenti).
Da oggi e per le prossime settimane vi regaleremo alcune pagine del fumetto. Potete acquistare il fumetto completo di vignette e schede di approfondimento su AMAZON al link QUI.
PRIMA PUNTATA – OLIVIA E L’ELETTROCUZIONE
volete diventare promoter del progetto o sostenitori -in quanto onlus/impresa di settore – oppure volete richiedere che una impresa sponsorizzata effettui una presentazione della sicurezza per i giovani presso la vostra scuola? scriveteci per maggiori informazioni alla mail: filipponovelli.911i@gmail.com
il nostro team è a vostra disposizione
IL TEAM MARTA della terza stagione -OLIVIA
Dario Santarsiero
Michele Rovida
Paola Favarano
Stefano Paglino
Ivan Mainardi
Carla Mammone
Filippo Novelli
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione fumetto – Articolo del 5 aprile 2024]
un blog con la passione del fumetto e non solo
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