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Chi è l’artista oggi?

Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI oggi parliamo di un argomento centrale per chi è appassionato di arte. Cerchiamo di indagare chi è l’artista.

Per farlo partiamo da una riflessione di uno dei più famosi critici d’arte. Uno dei più noti: Bonito Oliva.

OLIVA parte da un assunto interessante: l’artista é un paradosso biologico.

Un individuo destinato alla fine che tuttavia tenta di generare qualcosa capace di SOPRAVVIVERE a sé stesso. In questa visione, la creazione non è un mero oggetto, ma l’atto supremo dell’io, un’espressione di soggettività assoluta e performativa che trasforma la speranza di durata in un’opera che aspira all’eternità.

La riflessione richiama Platone e la sua intuizione sulla pericolosità della libera espressione nella città ideale: se l’arte libera mette in crisi l’ordine, allo stesso tempo svolge una funzione critica e trasformativa nella società. Viene così evidenziata la tensione tra la dimensione privata dell’atto creativo (la volontà individuale di lasciare una traccia) e le sue conseguenze pubbliche e sociali.


Chi È l’ARTISTA


Mettiamo in fila i seguenti  4 punti evidenziati da Bonito Oliva.

Permanenza e mortalità

L’artista esplora la fragilità dell’esistenza umana e il desiderio di superare la morte fisica. Attraverso l’opera d’arte, il momento fugace viene fissato nel tempo, trasformando la tela in un monumento che sopravvive alla scomparsa del creatore.

Gerhard Richter: Nelle sue serie di “Vanitas” o nei ritratti sfocati tratti da fotografie di famiglia e storiche

(Fotobilder), esplora la caducità della memoria, la transitorietà della vita e l’ossessione della pittura nell’immortalare soggetti ormai scomparsi.

Damien Hirst, la cui serie di dipinti Cherry Blossoms (o le sue opere celebri sulla natura morta e la morte) indaga la costante tensione tra bellezza visiva, degrado fisico e mortalità inevitabile.

Soggettività performativa

L’atto di dipingere smette di essere solo un mezzo per produrre un oggetto fisico bello o decorativo e diventa un’azione tracciata sulla tela. La pittura racchiude l’energia corporea, la psiche e il gesto dell’artista, rendendo il quadro una registrazione diretta del suo vissuto emotivo e fisico. Cecily Brown o Jenny Saville possono essere presi da esempio.

Cecily Brown è un esponente di spicco della pittura gestuale contemporanea. Le sue pennellate vigorose, dense ed edonistiche mostrano come il processo pittorico stesso sia un gesto corporeo vivo. Nelle sue tele, l’espressione di sé e l’energia fisica dell’artista sono evidenti quanto i soggetti rappresentati.

Alternativa figurativa è Jenny Saville, in cui la materia pittorica spessa e il corpo dell’artista si fondono nel gesto violento ed emotivo di plasmare la carne sulla tela.

Libertà espressiva e ordine sociale

Questa tematica richiama la visione di Platone (che nella Repubblica guardava con sospetto agli artisti in quanto potenziale minaccia per la stabilità della polis). L’arte rivendica la propria autonomia e libertà illimitata di fronte alle norme, ai valori istituzionali, alla morale pubblica o alla censura statale. Banksy o Ai Weiwei ne sono un esempio.

Banksy: Nonostante operi come street artist e pittore su tela/supporti recuperati, incarna perfettamente lo scontro con l’ordine sociale. Le sue opere mettono a nudo le ipocrisie del potere, della politica, del consumismo e della polizia, dimostrando come la libertà espressiva possa sfidare apertamente le leggi e le convenzioni della società.

Ai Weiwei, le cui opere visive e installative sfidano direttamente l’autorità statale e il controllo politico dell’informazione.

Ambivalenza dell’artista contemporaneo

E’ interessante evidenziare la doppia natura dell’artista moderno: da un lato figura carismatica e creatrice integrata nel mercato, dall’altro voce critica, provocatrice o persino agente destabilizzante della propria comunità. L’artista oscilla tra il ruolo di “star” celebrata dalle istituzioni e quello di figura che ne sovverte le fondamenta.

Takashi Murakami o Maurizio Cattelan ne sono un esempio.

Takashi Murakami è maestro nel muoversi tra critica culturale e integrazione commerciale. Con il suo movimento Superflat, critica l’appiattimento della società di consumo e la cultura otaku, pur vendendo opere a cifre da record, gestendo un’azienda di produzione e collaborando con grandi brand di moda. Incarna perfettamente l’ambivalenza tra il sistema e la sua decostruzione.

Maurizio Cattelan utilizza l’ironia e la provocazione mettendo continuamente in discussione il ruolo dell’artista e le strutture di potere del mondo dell’arte e della società.

Noi ci vediamo alla prossima ricerca.

[FILIPPO NOVELLI PER DETTI E FUMETTI – Sezione ARTE- Articolo del 24 settembre 2026]

La classifica dei capolavori più celebri della storia dell’arte, suddivisi per tecnica pittorica

Amiche e amici di DETTI E FUMETTI devo ammettere che la gara per completare il tour delle dieci opere più famose mi ha incuriosito a tal punto che ho voluto verificare se avessi nella mia collezione le opere principali per ciascuna tecnica pittorica.

Ecco pertanto  la classifica dei capolavori più celebri della Storia dell’arte, suddivisi per tecnica pittorica:

Olio su tela: La Gioconda – Leonardo da Vinci
   * Dove si trova: Museo del Louvre, Parigi (Francia)
Affresco: La Creazione di Adamo (dalla Volta della Cappella Sistina) – Michelangelo Buonarroti
   * Dove si trova: Cappella Sistina, Musei Vaticani, Città del Vaticano
Pittura a tempera (su tavola): La Nascita di Venere – Sandro Botticelli
   * Dove si trova: Galleria degli Uffizi, Firenze (Italia)
Acquerello: Il Leprotto (Feldhase) – Albrecht Dürer
   * Dove si trova: Museo Albertina, Vienna (Austria)
Pastello su cartone: L’Urlo – Edvard Munch (versione del 1893 in pastello e tempera)
   * Dove si trova: Museo Munch, Oslo (Norvegia)
Mosaico (arte parietale/pittorica): Il Mosaico di Giustiniano e il suo seguito – Maestranze bizantine
   * Dove si trova: Basilica di San Vitale, Ravenna (Italia)
Pittura a tempera a secco (su parete): Il Cenacolo (L’Ultima Cena) – Leonardo da Vinci
   * Dove si trova: Refettorio di Santa Maria delle Grazie, Milano (Italia)
Guazzo (Gouache): I Nudi Blu (Nus bleus) – Henri Matisse
   * Dove si trova: Centre Pompidou, Parigi (Francia)
Pittura acrilica: A Bigger Splash – David Hockney
   * Dove si trova: Tate Britain, Londra (Regno Unito)

Queste le opere. Mi manca Ravenna per completare la collezione. A voi?

Scrivetelo nei commenti

[FILIPPO NOVELLI PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE – ARTICOLO DEL 22 SETTEMBRE 2026]

I dieci quadri più famosi del mondo

Cari amiche e amici di DETTI E FUMETTI

oggi voglio parlarvi dei dieci quadri più famosi del mondo. Perché proprio oggi? Perché proprio in queste settimane sono riuscito a terminare il most famous paint tour.

Nel 1989 ho visitato il Louvre per vedere

 * Mona Lisa (La Gioconda) – Leonardo da Vinci | 1503–1519 | Museo del Louvre (Parigi, Francia)

L’ anno prima nel 1988 avevo avuto la fortuna di vedere nella mostra su VanGogh alla Galleria Nazionale di Arte Moderna

 * La notte stellata – Vincent van Gogh | 1889 | Museum of Modern Art – MoMA (New York, USA).

Ho dovuto attendere fino al 2001 per andare a vivere vicino Milano e vedere il terzo quadro più famoso del mondo

 * Il Cenacolo (L’Ultima Cena) – Leonardo da Vinci | 1495–1498 | Refettorio di Santa Maria delle Grazie (Milano, Italia)

Ricordo che forse era il 1977 quando avendo la fortuna di abitare a Roma, ho visto

 * La Creazione di Adamo – Michelangelo Buonarroti | 1508–1512 | Cappella Sistina (Città del Vaticano).

Nel 1981 in occasione del tour della Spagna ho visto

 * Guernica – Pablo Picasso | 1937 | Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía (Madrid, Spagna)

Nonostante fosse a poche centinaia di chilometri da casa a Firenze ci sono andato tardi. Forse era il 1979 e li ho potuto vedere

 * La nascita di Venere – Sandro Botticelli | 1484–1486 | Galleria degli Uffizi (Firenze, Italia)

Era il 1988 quando ho avuto la possibilità di vedere una personale di Munch a Monaco di Baviera

 * L’urlo – Edvard Munch | 1893 | Museo Nazionale di Oslo (Oslo, Norvegia)

Nel 2026 sono stato in Olanda e ho visto

 * Ragazza con l’orecchino di perla – Johannes Vermeer | 1665 | Mauritshuis (L’Aia, Paesi Bassi)

E anche ( anche se in fase di restauro)

 

 * Ronda di notte – Rembrandt van Rijn | 1642 | Rijksmuseum (Amsterdam, Paesi Bassi)

Infine nel 1999 sono riuscito a vedere a Vienna

* Il bacio – Gustav Klimt | 1907–1908 | Österreichische Galerie Belvedere (Vienna, Austria)

Queste erano i dieci quadri più famosi del mondo. Voi quale preferite?

Ci vediamo per le prossime classifiche artistiche.

[FILIPPO NOVELLI PER DETTI E FUMETTI SEZ. ARTE ARTICOLO DEL 19 SETTEMBRE 2026]

Mario Schifano, il nuovo realismo

  Amici di Detti e Fumetti oggi vogliamo consigliarvi una visita alla nuova mostra su MARIO SCHIFANO che si sta tenendo presso il Palazzo delle esposizioni di Roma .

  Negli ultimi tempi, la figura di Mario Schifano ha vissuto una potente riscoperta istituzionale, culminata in mostre che hanno finalmente restituito ordine al suo caos creativo. L’ultima grande retrospettiva significativa ha messo in luce non solo il “pittore maledetto”, ma lo studioso dell’immagine mediatica. Le sale espongono i celebri monocromi degli anni ’60,

dove il colore è colata materica, segnali stradali di un’Italia che correva verso il boom. Si passa poi ai paesaggi anemici

e alle rivisitazioni della storia dell’arte, dove Schifano “rifà” Futurismo e De Chirico

con la velocità di un clic televisivo.

L’allestimento evidenzia il suo rapporto ossessivo con la tecnologia: le fotografie ritoccate e le tele computerizzate degli anni ’80 e ’90 testimoniano una fame di futuro senza precedenti.

Vedere le sue opere oggi significa immergersi in un flusso ininterrotto di loghi (Coca-Cola, Esso) e natura filtrata dallo schermo. La mostra non celebra solo un artista, ma un sismografo umano capace di registrare ogni scossa della cultura di massa. È un’esperienza psichedelica e lucida, che conferma Schifano come l’unico vero rivale europeo di Andy Warhol, ma con una passionalità e una tragedia squisitamente mediterranee.

Biografia

Mario Schifano (Homs, 1934 – Roma, 1998) è stato il volto elettrico della Scuola di Piazza del Popolo.

  • Le Origini: Nato in Libia, si trasferisce a Roma dove lavora inizialmente al Museo Etrusco di Villa Giulia (esperienza che segnerà il suo uso della materia e dei fondi).
  • L’Ascesa: Negli anni ’60 diventa una star internazionale. Amico dei Rolling Stones e frequentatore della Factory di Warhol, incarna perfettamente il binomio genio e sregolatezza.
  • Lo Stile: Pioniere nell’uso di smalti e nitro su carta telata, ha traghettato la pittura verso l’era della riproducibilità tecnica, utilizzando la televisione come musa costante.
  • L’Eredità: Nonostante una vita segnata da eccessi e problemi giudiziari, la sua produzione sterminata resta una colonna portante dell’arte contemporanea, simbolo di una libertà espressiva che non accettava confini tra “alto” e “basso”.

“Io non dipingo quello che vedo, ma quello che guardo.” — Mario Schifano

[ Filippo Novelli per Detti e Fumetti – sezione arte- articolo del 26 aprile 2026]

Maria Barosso il mondo nei suoi acquarelli

Maria Barosso visse tra il 1879 e il 1960 e fu testimone delle grandi trasformazioni urbanistiche di Roma.

Grazie alla sua arte e al rigore filologico e’ annoverata tra le cosidette artiste archeologiche. I suoi acquerelli sono memorabili per resa estetica e precisione documentale

Grazie alle sue prospettive, alla rappresentazione delle atmosfere, la dovizia di particolari, oggetti, impalcature e attrezzature, riusciamo a immergerci nell’Italia del primo 900.

Riportiamo una selezione di opere in parte ricavate dalla mostra monografica che le e’ stata dedicata a marzo di questo anno: MARIA BAROSSO,artista e archeologa nella Roma in trasformazione – Centrale Monte Martini ( 17/10/25-15/03/26)

[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 15.03.26]

L’EVENTO LIVE QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO. IL LIBRO, LA MOSTRA DEI RITRATTI E LE INTERVISTE

Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI

da oggi potete rivivere l’evento del 28 febbraio 26 presso il polo museale LA VACCHERIA.

Per vostra comodita’ lo abbiamo diviso in due parti:

La storia del blog e la presentazione dell’evento PRIMA PARTE EVENTO

Le interviste SECONDA PARTE EVENTO

[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – ARTICOLO DEL 28 2 26]

L’ AI e La fotografia per L’ARTE

Oggi voglio parlarvi dell’impatto che sta avendo, secondo me, l’AI sull’Arte e su come usarla senza esserne sopraffatti.

L’AI secondo il parere di molti e’ arrivata nel mondo dell’ARTE come un tornado che diventera’ sempre piu’ grande e non ha trovato persone  culturalmente attrezzate per reagire.

Non e’ la prima volta che una tempesta si infrange in questo mondo. Successe con l’invenzione della fotografia. Da allora l’ Arte e’ cambiata per sopravvivere all’impatto.

In un recente articolo che ho letto su persepolis viene spiegato bene il cambiamento. Ve lo riporto per poi proseguire insieme la riflessione sull’Ai.

“Tutti possono fare una tela bianca con una linea e addirittura tagliarla con un coltello ( Fontana) o attaccare una banana al muro ( Cattelan), ma il motivo per cui quella è considerata arte e la propria no risiede nell’evoluzione storica del concetto di arte stessa.

Per millenni, l’arte è stata una sfida tecnica dove il genio era chi, come Michelangelo o Caravaggio, riusciva a copiare meglio la realtà.

Con l’avvento della fotografia, copiare la realtà è diventato inutile, spingendo i pittori a concentrarsi su ciò che la macchina non poteva cogliere, come le impressioni di luce e vento. Nel ‘900 si è passati dal voler copiare il mondo al volerlo interpretare: attraverso il cubismo e l’astrattismo, l’opera ha smesso di rappresentare un oggetto (come un cavallo) per mostrare come l’artista “sente” quell’oggetto. Picasso stesso affermò che gli ci volle una vita intera per imparare a dipingere come un bambino.

Negli anni ’60 si è verificata una rivoluzione radicale: l’arte non è più l’oggetto, ma il pensiero. In questo contesto, l’opera non è più, ad esempio, una sedia fisica, ma la domanda stessa su “che cos’è una sedia” . Da qui derivano la Land Art, l’Arte Povera e le installazioni, dove l’idea non può essere replicata anche se l’oggetto lo è.

Il valore dell’arte contemporanea, quindi, non è nella mano, ma nella mente. Nel caso della celebre banana di Cattelan, l’opera non è il frutto, ma il dibattito che essa genera. Sebbene sia facile imitare un gesto, è difficilissimo inventarlo per primi nel contesto e nel momento giusto. In definitiva, la vera arte è sempre l’invenzione di un nuovo modo di vedere il mondo“.

Che paura ci puo’ fare l’AI se siamo consapevoli e pronti a reagire?

Se l’utilizzo dell’AI e’ dichiarato, se se ne fa un uso etico ( leggi: non usare l’ai per generare immagini che non abbiano come fonte quelle di altri artisti ma esclusivamente le proprie. La promulgazione di leggi di tutela per gli artisti e’ essenziale) allora l’AI diventa quell’amplificatore di potenzialita’ di cui fino ad oggi non si disponeva.

Esempi che mi vengono in mente:

Ricerca di parole, dati,correlazioni all’interno di migliaia di pagine in pochi secondi.

Interpolazione di immagini fisse per creare traiettorie in movimento e generare animazioni di una tua illustrazione.

Conversione di strumenti musicali in altri che non hai a disposizione e loro mixaggio e  masterizzazione per evitare passaggi costosi in uno studio di registrazione vero e proprio.

In generale l’eliminazione (e la loro automazione)  di passaggi manuali lunghi, noiosi e ripetitivi -a volte anche molto costosi – che spesso erano un muro che bloccava le potenzialita’ di un artista dall’attuare la propria opera ( liberare tempo  per amplificare gusto, intuito, sensibilita’, la Visione, tutte doti umane che la macchina non ha)

Se della AI se ne fa un corretto uso,credo che assisteremo ad una democratizzazione dell’Arte.

Nello stesso tempo assisteremo  alla  evoluzione dell’artista.

Se vogliamo  piu’ che una evoluzione, assisteremo ad un ritorno in chiave moderna dell’artista rinascimentale; periodo nel quale non si poteva piu’ restare semplici artigiani della matita, ma occorreva divenire scienziati (Leonardo oggi studierebbe il prompting engineering, l’arte di saper fare le domande giuste all’AI e riconoscere le sue allucinazioni che fanno scadere a livelli bassissimi un opera Ai), occorreva divenire direttori di orchestra, manger illuminati (la prima ingegnerizzazione di una bottega d’arte fu fatta da Raffaello che aveva decine di allievi che completavano le sue commissioni sotto la sua egida), occorreva essere visionari (pensate a Michelangelo quando progetto’ la cupola autoportante del Duono; oggi di cosa sarebbe capace con l’AI?)

Osvy direttore di orchestra di Filippo Novelli

In conclusione l’artista oggi se vuole accettare e vincere la sfida dell’AI deve evolvere scientificamente e strutturarsi culturalmente, acquisendo competenze che lo portino a controllare i nuovi mezzi a sua disposizione come un Direttore di Orchestra. Solo cosi’ potra’ abbattere muri e raggingere traguardi e opportunita’ nuove.

[ Filippo Novelli  per DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE, ARTICOLO DELL’8 FEBBRAIO 2026]

ARTE E MUSICA in Kandinskij

E’ il giugno del 2022; si chiude un ciclo di studi e per la prima volta faccio un speech in pubblico per parlare delle mie due/tre grandi passioni: l’ARTE e la MUSICA. della terza ne parleremo in chiusura.

Perchè proprio di ARTE E MUSICA? Suonare in inglese si dice PLAY; e infatti cosi’ è stato per me: la musica e il disegnare erano i giochi che facevo con mio padre da quando avevo smesso di gattonare. Cosi, dopo un corso di mandolino, uno di canto e percussioni, passai a studiare il pianoforte e a suonare in una orchestra giovanile. Nel frattempo disegnavo in continuazione, riempendo album e tele come se non ci fosse un domani; è tutto documentato dal mio biografo (mio padre); trovate tutti i miei disegni di allora QUI. i brani suonati li trovate QUI

Ma veniamo al nostro Kandinskij.

K. nasce a Mosca nel 1866, fin da bambino cresce in lui la passione del disegno;   durante una visita ad un museo, viene affascinato da un dipinto di Monet che modificherà il suo approccio all’arte. Il dipinto del maestro impressionista rappresentava i covoni di grano; quel quadro visto da lontano appare agli occhi di Vasilij come una macchia gialla, informe, capace però di trasmettere una forte emozione.

Kandinskij iniziò a dipingere e lavorò molto su questa intuizione fino a pubblicare l’opera intitolata “Lo spirituale nell’arte”; nel testo teorizza come la combinazione tra forme e colori sia alla base di ogni opera d’arte.

Astrattismo – blaue reitre

Nel 1911 Kandinskij fonda il gruppo avanguardista chiamato Blaue Reiter (il cavaliere Azzurro) con l’amico Franz Marc e riunisce i principali esponenti dell’espressionismo tedesco con l’obiettivo di rinnovare L’arte,  Questo gruppo, simile a quello dei  Fauves francesi in seguito si evolve grazie a Kandisnkij verso una nuova corrente di avanguardia pittorica.

E’ in questa periodo infatti che realizza il suo primo acquerello astratto fondando l’omonima corrente: L’ASTRATTISMO.

L’Astrattismo è un movimento artistico non figurativo, il termine indica infatti quelle opere pittoriche e plastiche che esulano dalla rappresentazione di oggetti reali.

Il linguaggio  astratto è visuale fatto di forme, colori e linee al fine di  negare la rappresentazione della realtà per esaltare i propri sentimenti.

Secondo gli astrattisti il colore può avere due possibili effetti sullo spettatore: un “effetto fisico”, superficiale e basato su sensazioni momentanee, determinato dalla registrazione da parte della retina di un colore piuttosto che di un altro ed un “effetto psichico” dovuto alla vibrazione spirituale attraverso cui il colore raggiunge l’anima.

Kandinskij lo esprimeva appunto attraverso una metafora musicale (i suoi piu’ famosi quadri prendono il nome da composizione musicali: intermezzo, improvvisazione, composizione): il colore è il tasto, l’occhio è il martelletto e l’anima è un pianoforte con molte corde.

Colori e suoni:

Il colore può essere caldo o freddo, chiaro o scuro e questi quattro “suoni” principali possono essere combinati tra loro, descriverà inoltre i colori in base alle sensazioni e alle emozioni che suscitano nello spettatore, paragonandoli a strumenti musicali, tra questi abbiamo ad esempio: Il rosso – un colore caldo, vivace e vitale, paragonato al suono di una tuba L’arancione – che esprime energia e movimento può essere associato ad una campana Il giallo-dotato di una follia vitale, di un irrazionalità cieca, viene paragonato ad una tromba Il verde – associato al violino, indica immobilità, noia, che appena vira verso il giallo diventa giocoso mentre se verso il blu diventa pensieroso Il blu- che quando intenso suggerisce quiete mentre se affiancato al nero è fortemente drammatico, viene associato al violoncello Il viola- come l’arancione è instabile, paragonabile al fagotto Il marrone- invece viene visto come ottuso e poco dinamico Il bianco- viene percepito come un “non-suono” e può essere paragonato ad una pausa che precede altri suoni Il nero- spento e macabre, viene visto come la fine di un’esecuzione musicale, ma a differenza del bianco, esso fa risaltare gli altri colori

Kandinskij approfondisce anche l’uso di punto, linea e superficie e vi scrive uno dei suoi saggi piu’ famosi.

Il punto è il primo nucleo del significato di una composizione, nasce quando il pittore tocca la tela; è statico.

La linea è la traccia lasciata dal punto in movimento, per questo è dinamica essa può’ inoltre essere orizzontale, verticale, diagonale, può essere spezzata, curva o mista.

Bene e con questo è tutto.

Ah vi avevo promesso di dirvi la mia terza passione. Vi ci faccio arrivare con questa riflessione che condiziona la vita di alcuni pittori.

Sapete cosa è discromatopsia piu’ noto come daltonismo?

Il daltonismo è un difetto di natura prevalentemente genetica, che consiste nell’incapacità – totale o parziale – di distinguere i colori a causa, principalmente, di un’alterazione delle strutture fotosensibili a livello della retina. Il termine “daltonismo” deriva dal chimico John Dalton che per primo stese un articolo in cui esponeva il problema derivato dalla sua cecità cromatica. Essa è dovuta ad un allele recessivo, posizionato sul cromosoma X. Questo allele codifica per una proteina prodotta dalle cellule della retina dell’occhio che consente di distinguere i colori. Dato che gli individui di sesso femminile hanno due copie del cromosoma X, l’allele presente sul secondo cromosoma può sopperire alla mancanza della proteina. la malattia, infatti, colpisce soprattutto i maschi (XY) e meno le femmine (XX).Nonostante quanto detto, è possibile che il daltonismo possa manifestarsi anche dopo la nascita: le patologie che colpiscono occhi, retina, cervello, nervo ottico e alcune componenti chimiche, potrebbero causare forme di cecità cromatica più o meno gravi. La forma più comune di daltonismo è la cecità rosso-verde: i soggetti affetti non sono in grado di distinguere i due colori perché le loro lunghezze d’onda, sono percepite come identiche. Riguardo alle cure non sono ancora noti dei rimedi per tutte le forme di discromatopsia, ma è stato elaborato un software apposito dedicato a coloro che ne soffrono. Alcuni tipi sono suscettibili a miglioramento mediante operazioni chirurgiche.

un saluto a tutti i lettori di DETTI E FUMETTI e grazie per l’ospitalità, magari ci rivediamo.

(Estratto da TESI ANNA NOVELLI -RESPIGHI-ROMA)

[Anna Novelli – sezione ARTE e MUSICA – articolo del 16 giugno 2022]

Memorie dal Territorio – 30ª edizione degli Incontri d’Arte Contemporanea presso il museo la Vaccheria di Roma.

Amici di Detti e Fumetti

dal 16 aprile 2025, La Vaccheria ospita Memorie dal Territorio, la 30ª edizione degli Incontri d’Arte Contemporanea promossi dal Liceo Majorana di Roma. A cura di Anna Cochetti, la mostra è parte delle settimane che il liceo dedica ogni anno alla creatività, all’arte contemporanea e al dialogo tra arte e scienza.

Per la prima volta ospitata fuori dalla sede scolastica, l’esposizione approda negli spazi de La Vaccheria, offrendo una cornice più ampia e accessibile. L’edizione 2025 raccoglie le opere di numerosi artisti che hanno partecipato alle edizioni precedenti, con un focus sul tema della memoria, intesa in tutte le sue forme: personale, collettiva, simbolica.

La Vaccheria

Inaugurazione: 16 aprile 2025, ore 11:15

Indirizzo: La Vaccheria – Via Giovanni L’Eltore, 35 – Roma

Un appuntamento che celebra trent’anni di incontri tra studenti, cittadini e artisti nel territorio del Municipio IX, con il patrocinio istituzionale e una forte vocazione educativa e culturale.

INTERVISTA A GIORGIA LATTANZI SUL MONDO DEL MOSAICO

Cari Lettrici e Lettori di Detti e fumetti, oggi intervisteremo Giorgia Lattanzi, Mosaicista.

Giorgia mi è stata presentata da amici comuni, quando ho scoperto che esprimeva la sua arte con il mosaico, ne ho subito approfittato per intervistarla.

Giorgia di Filippo Novelli
Ph Silvia Saccucci

Allora Giorgia, Sei nata a Roma nel 1983, vivi a Palombara Sabina e lavori tra Roma e provincia. Ti sei diplomata prima al Liceo Artistico sperimentale indirizzo beni Culturali poi presso la Scuola Mosaicisti del Friuli nel 2006. Nel 2008 collabori nella realizzazione dei mosaici nella Metropolitana di Napoli per la stazione di Toledo sui disegni dell’artista sudafricano W.Kantridge. Nel 2014 vinci il Bando Nazionale per il restauro dei mosaici del periodo Modernista a Barcellona ( casa Batllo, Parc Guell) e frequenti un corso breve di restauro .  Realizzi i tuoi mosaici in una grande villa nelle Isole Baleari, Spagna.

Dal 2013 partecipi alla mostra di Nazzano Romano dove i mosaicisti contemporanei provenienti da tutto il mondo si incontrano e realizzano oltre alla mostra dei mosaici parietali visibili presso Nazzano.

Nel 2007 realizzi con gli allievi della classe V elementare della scuola Ghandi di San Basilio, quartiere alla periferia est di Roma, un mosaico applicato all’esterno dell’edificio scolastico.

Nel 2019 vince il bando per la realizzazione di un mosaico istallato nel parco dei Mosaici di Blevio in provincia di Como.

 Insegni Mosaico mediante corsi e workshop.  Lavori come mosaicista nella progettazione e realizzazione di mosaici contemporanei Attualmente sei studente presso l’Accademia di Belle Arti di Roma indirizzo di Pittura
In primavera aprirai un  corso di mosaico a Poggio Mirteto.

 

D: A che età hai scoperto il mosaico?

G:A 13 anni visitavo uno studio di Pesaro per il quale mio padre faceva da rappresentante. Li ho visto per la prima volta delle ragazze che eseguivano dei mosaici.

Ph Silvia Saccucci

D:Perché il mosaico è visto come un’arte minore?

G: A mio parere il mosaico è legato a doppio taglio con l’arte antica. Dove le arti maggiori erano La Pittura, la Scultura e l’Architettura. In tal senso il mosaico è un’arte applicata in quanto non vive di vita propria ma necessita un supporto di natura architettonica per l ‘applicazione, pittorico per la fase progettuale e per la scultura quando si riveste una forma predefinita.

Ph Silvia Saccucci

D: Che senso ha il mosaico nella società odierna?

G: L’arte segue il potere e se prima gli imperatori ad esempio del periodo ravennate utilizzavano il mosaico per rafforzare ed imporre il proprio potere appunto, ora nella società contemporanea è forse la grafica e la fotografia a ricoprire questo ruolo. Il mosaico ha tutt’ora, per lo meno in Italia, un identità  legata all’ arte antica e non ha conquistato l’interesse delle masse, non ha ancora avuto il suo Andy Warhol che con la PoP Art ha accorciato le distanze tra la classe colta e quella popolare.

D: In primavera aprirai un corso di Mosaico a Poggio Mirteto ce ne vuoi parlare?

G:Si, sarà un corso promosso dalla regione Lazio presso l’Associazione B-Art, dove ragazzi volenterosi esperti di teatro e di musica sostengono e promuovono l’Arte nelle sue varie sfaccettature tra cui il mosaico. Sarà un corso di base e chi vuole può avvicinarsi a questa tecnica dove non sono richieste esperienze o capacità particolari. E’ più un occasione per stare insieme e imparare divertendosi !

D: Che sensazioni hai quando termini  un mosaico?

G: Una liberazione, mi sembra come di aver messo al sicuro un tesoro, tiro un sospiro di sollievo ecco. Dopo tante ore di lavoro dove l’attenzione è molto alta vedere fissate tutte queste tessere con una buona dose di colla cementizia mi tranquillizza mi dà stabilità.

D: Il mosaico per la sua natura narrativa,  può essere paragonato ad una pratica zen?

G: Penso proprio di si perché mentre si realizza un mosaico tutto intorno si silenzia e ci si immerge in un’atmosfera nuova dove il ritmo è scandito dalle tessere. Tagliarle, prenderle ed una la volta sovrapporle al disegno. Gesti ripetuti ma non con  meccanicità. Tutto scorre tra le nostre mani che sono collegate al ritmo del nostro cuore e questo si sperimenta davvero quando si realizza il mosaico.

D: Distruggeresti un tuo mosaico come si fa con i mandala?

G: Non con l’intento preciso di farlo anche se poi  mi è capitato di vedere  lo sgretolarsi di un mosaico per aver sbagliato la combinazione delle colle utilizzate, o di dover smontare un lavoro per aver invertito l’orientamento del disegno. Quando si fanno delle prove rapide in fase di studio si assemblano le tessere e poi si riprendono. E’ una pratica simile al Mandala ma si fa con una  differente  devozione …

D: Qual è il tuo sogno nel cassetto?

G: Dirigere una scuola d’Arte dove si insegna la tecnica del mosaico ai ragazzi. Praticando il buonumore e la gioia e creare insieme delle opere bellissime piene di colore, e perché no cancellare anche le guerre incollandoci un bel mosaico enorme sopra così da  farle sparire.

D: Bene cara , grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per aver aperto una finastra nel mondo del mosaico.

[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 2 APRILE 2025]

 

 

La mostra BAROCCO GLOBALE – la nuova mostra alle Scuderie del Quirinale

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Care Amiche e cari Amici di DETTI E FUMETTI,

le porte delle Scuderie stanno per riaprire: ” Barocco Globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini” è il nostro nuovo progetto che apriremo al pubblico venerdì 04 aprile per terminare domenica 13 luglio . La mostra è stata realizzata con la Galleria Borghese di Roma e con la partecipazione e la collaborazione di prestigiose istituzioni e musei nazionali e internazionali. “Barocco Globale” ci accompagnerà in un viaggio attraverso una cosmopolita romana , al centro di una complessa rete di viaggi e rapporti che trascendono confini nazionali e culturali. L’Africa, l’America, l’Asia erano presenze tangibili e visibili nella Roma di questa epoca; opere d’arte di maestri del Barocco come Gian Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona, Nicolas Poussin , ci proiettano in un mondo sorprendentemente multietnico e multiculturale, in cui missionari e diplomatici mettevano in dialogo, alla corte dei Papi, il Giappone con la Persia, il Congo col Nuovo Mondo.

Nelle sale delle Scuderie, tutte le opere ci porteranno, in modo diverso, alla scoperta di questa storia straordinaria che ci parla di transculturalismo, di globalizzazione, di viaggi intercontinentali, di tradizioni culturali, di grandi protagonisti e storie inaspettate . Viaggiatori, religiosi, ambasciatori e artisti arrivano a Roma da tutto il mondo con un bagaglio di saperi e cultura di formidabile varietà. Alcuni di essi si fermeranno a Roma per sempre; altri riprenderanno il proprio viaggio portando con sé l’esperienza ei segni di una città che sapevano comporre le diversità di sguardo sul mondo.

[ Filippo Novelli per Detti e Fumetti Sezione Arte – articolo del 21 marzo 2025]

Berthe Morisot, pittrice a tutti i costi -Intervista a Maria Cristina Bulgheri

Cari lettori di DETTI E FUMETTI oggi intervistiamo  Maria Cristina Bulgheri.

Maria Cristina illustrazione di Filippo Novelli

Maria Cristina sei nata a Livorno il 22 marzo 1965, ti sei laureata alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Pisa con una tesi su Dante, diventato da allora il tuo faro. Hai insegnato cinque anni alla scuola elementare prima di diventare giornalista professionista: sei cresciuta nelle fila del quotidiano Il Tirreno di Livorno, per il quale ancora oggi collabori, pur essendo tornata dietro la cattedra. Un’altalena tra mondo della scuola e mondo dei giornali legato alla nascita dei tre figli (due femmine e un maschio). Da sempre, ma soprattutto grazie a loro, hai stretto un rapporto particolare con la letteratura per l’infanzia. Hai pubblicato il libro “C@ro Babbo Natale” (Felici Edizioni) che ha ottenuto diversi premi in concorsi letterari. Collezioni matite da ogni dove. Le tue storie le scrivi un po’ ovunque: dagli scontrini ai fazzoletti di carta. Su di essi appunti le idee che poi consegni al pc, con il sogno che ce ne sia sempre una nuova dietro l’angolo.

D: La voglia di scrivere   per l’infanzia, è arrivata in concomitanza con la nascita dei tuoi figli o era già presente dentro di te?

MC: Dario, cito una frase che è solita ripetere mia mamma e che recita così: “E’ proprio vero che sei nata con la penna in mano, forse l’avevi già quando eri nella pancia!”. Ho memoria del mio esame della cosiddetta “primina”, sai quello che si faceva (in tempi giurassici) per poter accedere alla seconda elementare, se – come me – eri andato a scuola anticipato. Ecco, dovevo scrivere un pensierino: occupai mezza pagina! Le maestre mi fecero un sacco di complimenti ed io rimasi sorpresa perché non mi sembrava di aver fatto niente di così eclatante. Ricordo poi che, un paio d’anni dopo, cominciavo a cullare l’idea di scrivere un romanzo: il protagonista era un pagliaccio. Alle medie entrai nel trip del giornalismo e fondai il giornalino di classe: si chiamava “Domitilla”. Scrivevo le recensioni sulle canzoni del Festival di Sanremo. Passione, quella della kermesse sanremese, che continuo ad avere! Poi il giornalismo è diventato la mia professione e la scrittura una quotidianità. In maternità si è trasformata in scrittura per i miei i figli: tutte le loro domande, i loro perché mi aprivano orizzonti fantastici che mettevo sulla carta.

D: Cosa ti ha spinto dopo tanti anni, a tornare sui tuoi passi e sederti nuovamente dietro una cattedra?

MC: La necessità di conciliare la famiglia ed il lavoro. Il giornalismo da professionista, in redazione non lo permette, gli orari sono dilatati. Ho chiesto a gran voce il part time ma non mi è stato concesso. La parità è ancora un miraggio. Ci ho pensato a lungo, poi ho deciso che la scuola era comunque una strada che mi apparteneva con altrettanta passione”

  
D: Quanto incide il tuo essere giornalista con la scrittura per l’infanzia?

MC: Può sembrare strano, ma molto. Spesso le idee per qualche racconto, mi vengono proprio leggendo qualche articolo sui giornali oppure da quella deformazione professionale di osservare la realtà per carpirne qualche aspetto da evidenziare. 

D: Perché il graphic novel?

MC: Sarò franca, la scelta dell’etichetta “graphic novel” non è mia, ma della casa editrice. Io pensavo più ad “albo illustrato”.

D: Nel tuo ultimo graphic novel racconti la vita di Berthe Morisot, pittrice impressionista; ce ne vuoi parlare?

MC: Non ho il dono della sintesi ma ci provo. Berthe l’ho incontrata a Milano su una tela dipinta da Edouard Manet in una mostra monografica a lui dedica a. Berthe era la sua modella, amica e forse qualcosa di più, ma poco importa. È stata soprattutto una donna volitiva, piena di talento, che ha sfidato le convenzioni del suo mondo e della società francese di metà Ottocento per inseguire la sua passione: diventare pittrice. Tanto da divenire la cofondatrice con Monet, Degas, Cezanne, Pissarro del movimento che verrà definito Impressionismo, di cui peraltro quest’anno ricorrono i 150 anni dalla nascita.

La culla di Morisot -illustrazione di Anna Novelli (13)

D: Possiamo avere un anticipo del nuovo graphic novel? 

MC: Certo. Nel libro racconto Berthe immaginandola da piccola alle prese con i tubetti delle tempere, mentre sogna campi di fiori e paesaggi marini materializzarsi sulle tele. L’accompagno passo, passo, nella sua “battaglia” per diventare pittrice, in un mondo all’epoca riservato soltanto agli uomini. Una pittrice peraltro innovativa, che rompe con gli schemi della pittura tradizionale, trascinando con sé i suoi amici, “pazzi” come lei, che poi hanno dato vita all’Impressionismo. A tradurre le mie parole in disegni e a dare corpo a Berthe, ci ha pensato poi Marina Cremonini, con i suoi pennelli “magici”. 

D: Una tua caratteristica è quella di scrivere le storie su qualsiasi pezzo di carta, compresi gli scontrini. È un modo per non dimenticare o per seminare?

MC: Sicuramente per non dimenticare: magari un’idea mi viene in macchina ascoltando la radio e al primo semaforo cerco di appuntarla da qualche parte prima che se ne voli via dal finestrino: l’età non aiuta e soprattutto il moto perpetuo delle mie giornate.

D: Sappiamo che collezioni matite da tutto il mondo; quante ne possiedi al momento?

MC: Confesso che non le ho mai contate. Ma sono tante e tutte diverse. Un po’ sono in bella vista sulla scrivania, un po’ sono sistemate in qualche scatola di latta o di legno. Si tratta di lapis presi nei viaggi, alle mostre, nei musei o avuti in regalo. Da quando sono a scuola poi, colleghi e colleghe, alunni ed alunne    contribuiscono alla mia collezione in modo carinissimo. Non li uso, ma l’idea di tener un lapis in mano vale più di mille tastiere!

D: Bene cara Maria Cristina, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata.

Grazie a voi di cuore.

Il Graphic Novel

In “Berthe Morisot, pittrice a tutti i costi” viene raccontata la vita di Berthe Morisot l’unica donna tra i fondatori dell’Impressionismo francese. Quando in Francia, e nel resto dell’Europa, fino a dopo la metà dell’800 alle donne erano precluse le scuole d’Arte. La determinazione di Berthe travalica gli ostacoli del perbenismo, dandole così l’opportunità, di entrare in contatto con gli impressionisti del calibro di Claude Monet, Jacob Pissarro, Alfred Sisley; solo per citarne alcuni.  Tutta la storia è narrata con toni caldi e decisi; l’opera di Maria Cristina Bulgheri è arricchita dalle illustrazioni realizzate da Marina Cremonini; con la sua tecnica ad acquerello, ha dato vita e vigore al racconto, trasportando tutti noi nelle atmosfere della Belle Époque.

[DARIO SANTARSIERO per Detti e Fumetti -sezione arte e letteratura – articolo del 30 novembre 2024]

Ci vorrebbe un creativo

Chi è il creativo oggi? Quanto è al centro della comunicazione odierna?

Ho letto un interessante articolo che ci dà spunto per importanti riflessioni.  Si parlava di Biasion che definisce la creatività non  una proprietà unica, ma  il risultato della complementarietà tra deduzione e intuizione, tra ragione e immaginazione, tra emozione e riflessione, tra pensiero divergente e pensiero convergente.

Continuava la riflessione citando Guilford il quale dice che esistono una serie di aspetti che definiscono la creativita’:

  • la fluidità, ovvero la capacità di produrre abbondanti idee, senza riferimento alla loro adeguatezza ai fini della risoluzione del problema;
  • la flessibilità, cioè la capacità di cambiare strategia ideativa, quindi di passare da una successione di idee ad un’altra, da uno schema a un altro;
  • l’originalità, che consiste nella capacità di trovare risposte uniche, particolari e insolite;
  • l’elaborazione, ovvero il percorrere fino alla fine una strada ideativa con ricchezza di particolari collegati in maniera sensata tra di loro;
  • la sensibilità ai problemi, vale a dire il selezionare idee e organizzarle in forme nuove, capire cosa non va e cosa può essere perfezionato negli oggetti di uso comune.

( estratto dell’articolo creatività della rivista State of Mind).

In fondo per tenere vivo questo blog, creare collegamenti tra le diverse arti bisogna essere molto creativi.

Leggevo questo articolo riflettendo tra me e me l’altro ieri, seduto su una panchina del cortile dietro al Campidoglio, cortile che si affaccia su Roma ed alle spalle avevo la statua del Colosso di Costantino recentemente ricostruita grazie allo sponsor PRADA.

Certo che il nostro sindaco ha proprio sbagliato Sponsor… io ne  avrei sicuramente scelto un altro. Gli ci vorrebbe proprio un creativo nello staff. Quasi quasi gliela mando una mail… voi che dite?

[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 25 NOVEMBRE 2024]

Intervista di Dario Santarsiero a Leli Baldissera Fotografa per DETTI E FUMETTI

Vincitrice Menzione Opera più votata da Terna

Amici di DETTI E FUMETTI oggi siamo con Leli Baldissera “Premio Driving Energy 2024 – Fotografia Contemporanea” e Vincitrice Menzione Opera più votata da Terna.

LELI di Filippo Novelli

Allora Leli, sei nata nel 1990 in Brasile, vivi e lavori a Roma. Sei artista, fotografa e ricercatrice. Consegui una laurea e il master in Arti Visive e un dottorato in Antropologia Sociale, e hai svolto delle ricerche sulle donne artiste. Come fotografa hai 15 anni di esperienza, durante i quali hai lavorato in studi fotografici e come freelance nella città di Porto Alegre.

D. Cosa o chi ti ha indirizzato verso la fotografia?

L. Sono sempre stata coinvolta nel mondo dell’arte, disegnavo e dipingevo, e quando avevo 15 anni mia madre mi regalò la mia prima macchina fotografica e ho iniziato a concentrarmi maggiormente sulla fotografia. Ho studiato Arti Visive e lì all’università ho dovuto scegliere un ambito in cui approfondire e ho scelto anche la fotografia perché ho visto che potevo avere più scelte nel costruire una professione.

D. Che responsabilità ha una fotografa nei confronti nella società?

L. La mia visione è sempre focalizzata sul lato politico e antropologico, penso che la produzione di immagini non sarà mai slegata da questi soggetti. Ma sono scelte personali il modo in cui ogni persona prenderà la produzione della propria arte. Oggi viviamo in un mondo pieno di immagini e tutti hanno accesso a migliaia di immagini tutto il giorno, l’educazione visiva e il rispetto per ciò che viene fotografato e pubblicato sono essenziali.

D. Nel tuo paese, il Brasile, la fotografia ha un ruolo rilevante nel denunciare lo sfruttamento ambitale? 

L. Sì, ma non solo denunciando lo sfruttamento ambientale ma anche denunciando ogni tipo di sfruttamento e problema sociale. Abbiamo grandi fotografe e fotografi documentaristi e artisti che producono immagini di grande impatto sulla nostra cultura e anche sui nostri problemi. Più recentemente anche in chiave decoloniale e con una visione del mondo meno eurocentrica, in cui i soggetti stessi producono immagini su se stessi e sul loro territorio, come gli indigeni, i quilombolas e i senzatetto che producono materiale audiovisivo sulla loro situazione.

D. Perché prediligi il colore anziché il bianco e nero?

L. La mia attenzione sui colori che si trovano nel mondo reale e’ dovuta al fatto che  i colori possono parlare di sentimenti e trasmettere sensazioni; tuttavia apprezzo anche le luci e le ombre enfatizzate dall’uso del bianco e del nero.

D. Nei tuoi lavori emerge prepotentemente il corpo femminile, ce ne vuoi parlare?

L. Come donna e artista, penso che sia importante trasformare lo storico “sguardo maschile” sul corpo femminile in donne che rappresentano se stesse e le altre. Disconnettere il corpo femminile da uno sguardo sessualizzato, approfondendo la dimensione dei suoi significati.

D. “Ocupação” è l’opera vincitrice del premio Terna 2024, perché la scelta di fotografare la facciata di un palazzo?

L. Non è solo la foto di un palazzo, ma di un palazzo che è un’occupazione nel centro della città dove vivevo, in un viale vicino a casa mia. Per me questa foto rappresenta un ritratto delle persone che vivono lì, ma senza mostrare i loro volti. I volti si mostrano nel modo in cui hanno occupato quel posto vuoto e lo hanno trasformato nella loro casa con il loro tocco personale. Non avere una casa e non avere diritto alla casa è una questione che mi tocca personalmente e politicamente.

D. Il tuo sogno nel cassetto?

L. Ritornare a disegnare e dedicare maggiormente la mia arte a questa tecnica che ad un certo punto della mia vita era stata abbandonata.

D. Bene cara Leli grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata

L. Grazie a lei, apprezzo l’interesse per il mio lavoro e lo spazio fornito per parlare un po’ di quello che faccio. Grazie mille.

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -sezione Arte – articolo del 15 ottobre 2024]

Willy intervista l’artista visiva Maria Angeles Vila Tortosa per DETTI E FUMETTI

Cari Lettrici e lettori di Detti e Fumetti, oggi sono in compagnia dell’artista visiva Maria Angeles Vila Tortosa e scambieremo con lei due chiacchiere, per conoscerla meglio. 

Allora Maria Angeles, nasci nel 1978 a Valencia. Ti laurei all’Accademia di Belle Arti presso l’Università Politécnica di Valencia, dove consegui il dottorato in incisione e il Cap [corso di abilitazione pedagogica].

Vinci la borsa di studio Erasmus presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e la borsa di studio Leonardo da Vinci presso la romana Stamperia d’Arte l’Acquaforte di Luigi Ferranti.

Nel tuo lavoro rielabori alcuni temi specifici legati al mondo femminile, come la vita domestica, gli affetti familiari, la maternità e l’accudimento.
Il mezzo espressivo che preferisci è l’incisione, una tecnica antica, usata per parlare di femminismo e stereotipi di genere. 

Mentre le incisioni elaborate su carta, si trasformano in pavimenti, libri, light box e scatole lignee allo scopo di realizzare piccole scenografie portatili o grandi installazioni tridimensionali.

Come docente hai organizzato e curato corsi per bambini presso l’Istituto Cervantes di Sofia e di Roma, presso la Reale Accademia di Spagna, la Casa Museo Mario Praz e tanti altri spazi pubblici e privati. Sei la responsabile dei laboratori pittorici dell’Istituto Marymount. Nel 2018 e 2019 pubblichi i libri illustrati La Lupa di Roma e Il Colosseo, tradotti in cinque lingue.

Nel 2022 collabori con Maria Grazia Chiuri direttrice artistica di Dior, per la sfilata Cruise Sevilla, realizzando dei manifesti che successivamente diventeranno abiti importanti.

Oggi, vivi e lavori tra Roma e Valencia.

Per apprendimenti:

D. Cosa ti ha spinto verso l’arte? 

M. La noia. Da piccola passavo tanto tempo da sola, ho avuto tanti momenti noiosi, appena ho saputo che c’era un corso di pittura mi sono iscritta e credo che da lì sia cominciato tutto.

D. Cosa significa per te essere un’artista visiva?

M. Raccontare, domandare, riflettere e denunciare attraverso diverse discipline.

D. Nel 2007 la perdita di tuo padre ha segnato una svolta decisiva nella tua vita d’artista; ce ne vuoi parlare?

M. La perdita di mio padre ha segnato la mia vita, lui per me è stato un pilastro fondamentale, mi ha spinta a studiare Belle Arti e sostenuta in tutte le tappe della mia carriera.

Prima della sua mancanza il mio lavoro aveva una matrice astratta, ero attratta dalle tecniche, dalle materie, amavo la pittura informale italiana e spagnola e mi muovevo in un racconto che viaggiava in quelle linee. 

Quando è venuto a mancare, ho sentito un forte bisogno di fare ricerca sulla memoria, sulle memorie della mia famiglia. Sono finita dentro un armadio alla ricerca di una borsa bianca di mia madre che conteneva l’archivio fotografico domestico. Il gioco è iniziato lì e, dal quel momento, ho inserito la figura umana dentro le mie opere. Sono diventata narrativa, ho viaggiato attraverso le memorie di persone care e sconosciute, ho dialogato con loro all’interno delle mie opere e, in quel viaggio, ho vissuto il mio lutto senza nemmeno esserne consapevole. Questo è il potere dell’arte, diventa rifugio nei momenti difficili.

D. Sempre nel 2009 insieme ad Alicia Herrero [Ballerina coreografa pedagoga della danza] fondate las Mitocondria cosa ti ha lasciato?

M. Alicia, come direbbe Michela Murgia è la mia sorella “d’anima”. Con lei sono anni che condivido il mio lavoro artistico e il mio sentire in quanto donna. Noi siamo una famiglia che si allarga con le nostre figlie e tutto diventa performance.

Alicia è un punto di riferimento artistico, intellettuale ed umano.

Las Mitocondria è un progetto di vita, è un riflettere su tutto quello che ci preoccupa, è condivisione in progetti artistici e soprattutto è amicizia.

D. Sei impegnata anche nel sociale con l’arte partecipativa. A chi ti rivolgi?

M. Mi rivolgo agli esseri umani, a tutti senza distinzione. Sono anni che per me l’arte non ha un valore completo se non è condiviso con gli altri. Trovo molto arricchente aprire gli orizzonti e costruire insieme, credo sia anche un nostro dovere.

D. dal 13 settembre al 13 ottobre 2024 sei insieme all’artista e poetessa Bianca Pucciarelli Menna, in arte Tomaso Binga, per una mostra al Mattatoio di Roma dal titolo: CORPUS NATURAE.  Il filo conduttore che vi lega è il linguaggio delle piante e un legame profondo tra corpo e natura. Ce ne vuoi parlare?

M. Conosco Bianca da tantissimi anni, ho sempre apprezzato molto il suo lavoro e amato le sue poesie e performance. 

Quando Benedetta mi ha proposto di realizzare Corpus Naturae sono stata molto felice, per me è un grande onore essere in conversazione con un’artista lottatrice come Binga.

L’ironia ci accomuna e, anche se apparteniamo a due generazioni diverse, a due culture lontane, i nostri lavori si sono incontrati nel Mattatoio, si parlano e si ascoltano. Trovo che il progetto sia meraviglioso!

D. Bene cara Maria Angeles ti ringrazio anche a nome delle Lettrici e Lettori Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata.

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 30 SETTEMBRE 2024]

Willy intervista Andrea Lelario per DETTI E FUMETTI

Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, oggi scambieremo due chiacchiere con l’artista Andrea Lelario Litografo e incisore.

Allora Andrea nasci nel 1965 a Roma dove frequenti il corso di Tecniche dell’Incisione tenuto da Pippo Gambino e Duilio Rossoni presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.
Nel 1990 consegui il diploma in Decorazione con Enzo Frascione e nello stesso anno vinci il Premio “Accademia di Belle Arti di Roma” istituito dal Direttore Cesare Vivaldi.

Dal 1995 al 1997 curi la rassegna di arti visive Capranic’Art, allestita all’interno di Palazzo Capranica di Roma, contestualmente progetti un mosaico per la metropolitana di Roma, realizzato nella stazione di Numidio Quadrato. 

Nel 2010 vieni invitato nello studio televisivo Rai ArtNews per la realizzazione in diretta di un’opera, Genos. Negli anni 2017/2018, collabori con William Kentridge ad un progetto di litografie e incisioni.

Nel 2018 realizzi l’opera Site-specific per il nuovo Rettorato di Tor Vergata La memoria e i volti. Lo sguardo dell’Università Tor Vergata nei ritratti dei rettori, sei matrici in rame incise a punta secca e inchiostrate

Attualmente sei docente di prima fascia di Tecniche dell’Incisione e Grafica d’Arte e Litografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.

[Per approfondimenti: https://abaroma.it/docenti/prof-andrea-lelario/]

D. Cosa ti ha spinto verso il mondo dell’arte?

A. La molla iniziale, sin da bambino, è legata al desiderio di comunicare, di condividere le proprie emozioni con altre persone. E il canale a portata di mano, il più naturale che avevo era il disegno. Poi è arrivata l’incisione.

D. Perché proprio l’incisione?

A. Ho cominciato a sperimentare questa tecnica da ragazzo. Mi attraeva l’idea di interagire con il metallo, come uno scultore, di praticarvi innumerevoli solchi, segni più o meno profondi che nel loro insieme creativo generano l’opera con l’azione della stampa finale. Poi chiaramente sono stato affascinato dalla poetica e dal talento dei grandi maestri incisori che mi hanno ispirato e spinto a confrontarmi con questa arte, a farla mia in qualche modo, ad attualizzarla; arte ancora oggi poco conosciuta. Purtroppo.

D. Cosa provi pensando al mosaico sotto la fermata della metro Numidio Quadrato, sapendo delle migliaia di persone che ogni giorno la frequentano?

A. Mi viene in mente il flusso di persone che ogni giorno passa e si lascia alle spalle quel mosaico, di corsa la mattina per andare al lavoro o scuola e poi più lentamente la sera quando si rientra. Il mosaico è lì, fedele, paziente, attento. Un po’ come un osservatore diciamo. Ma pronto anche a essere osservato per chi vuole fermare per un momento dal solito tran tran. Magari riesce a regalare una piccola emozione, un pensiero nuovo… questo mi farebbe  piacere. 

D. Lasciare con il bulino un segno sul rame, cosa significa per te? 

A.Significa appunto lasciare un segno, letteralmente. È quasi un piacere fisico l’interazione con il metallo. 

Un contatto primigenio con la materia. Tutto questo mi fa infatti pensare alle incisioni rupestri, alle tracce ancestrali dell’Homo Sapiens.

D. Nella tua lunga carriera d’artista, in cosa vorresti migliorarti?

A. C’è sempre un’evoluzione nel percorso di un artista. Per quello che mi riguarda, non posso sapere la meta esatta verso cui sto andando… La cosa importante è però avere una direzione, un obiettivo, portare con sé la giusta “attrezzatura”. A me basta sapere di non aver perduto per strada la sensibilità, la capacità di cogliere gli aspetti significativi dell’esistenza, le emozioni. Quando si diventa maturi o si invecchia si è meno permeabili, ci si irrigidisce, non si dialoga come prima. E questo rappresenta una perdita per un artista. Secondo me, il suo bagaglio non dovrebbe mai finire di riempirsi, lasciare posto al nuovo, all’inedito. 

D.  Quando vedi i tuoi studenti dell’Accademia di Belle Arti mettere in pratica i tuoi insegnamenti che sensazione hai?

A.Penso al lavoro che hanno davanti. Sento una forte responsabilità nei loro confronti. Spero fra me e me di averli accompagnati nel modo giusto per una piccola porzione della loro vita, di aver aperto loro una prospettiva futura. L’Accademia è molto importante per la formazione artistica. È il periodo della conoscenza e della sperimentazione, dell’applicazione e della verifica, della condivisione e della crescita. Passaggio fondamentale per capire sé stessi e gli altri; per osservare l’orizzonte che abbiamo di fronte. E nella fase storica che stiamo attraversando, quella dell’IA che promette scenari nuovi nel campo dell’arte non sempre positivi, tutto questo è ancora più necessario e urgente. Ma questo è un altro capitolo …

D.dal 13 settembre al 13 ottobre 2024 il Mattatoio di Roma ti ha aperto le porte a una tua mostra dal titolo “Nomadi del Sogno” ce ne vuoi parlare?

A.“Nomadi del sogno” nasce dall’idea di realizzare con Nicoletta Provenzano, curatrice attenta e appassionata,un racconto composto da una selezione delle mie opere; un viaggio dentro il mio immaginario che attraversa vari mondi, da quello naturale a quello sognato, dall’inconscio al conscio, dalle particelle elementari alle galassie dell’universo. Tutto questo cucito da piccoli frammenti, da segni infiniti che tentano, come esseri microscopici, di ordinare, o meglio,riordinare dentro al labirinto dell’esistenza le briciole delle emozioni provate fino ad oggi.

D. Bene, caro Andrea ti ringrazio anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, per questa interessante chiacchierata. 

A. Grazie a te ed un saluto alle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 19 SETTEMBRE 2024]

FILIPPO NOVELLI ART BOOK

E’ con molto piacere che oggi vi presento una raccolta di disegni e dipinti dai primi anni 80 ad oggi del nostro illustratore, il pittore Filippo Novelli. L’ art book e’ la testimonianza di un percorso di ricerca e sperimentazione di Filippo, che raccoglie, tra l’altro, la maggior parte dei ritratti degli artisti che abbiamo intervistato in DETTI E FUMETTI.

Lo trovate al link qui sotto o facendo click sulla cover

https://www.amazon.it/FILIPPO-NOVELLI-BOOK-Filippo-Novelli/dp/B0CFCWTQJX/ref=mp_s_a_1_7?qid=1691919020&refinements=p_27%3AFilippo+Novelli&s=books&sr=1-7#immersive-view_1691919061050

( Dario Dantarsiero per DETTI E FUMETTI-SEZIONE ARTE- ARTICOLO DEL 13 AGOSTO 2023)

WILLY IL BRADIPO alias Dario Santarsiero intervista i CASA ABIS per DETTI E FUMETTI

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, oggi intervisterò Gabriele Abis e Stella Falchi una coppia sia sulla scena che nella realtà di giovani e dinamici attori comici che hanno inventato e lanciato su TikTok: Casa Abis. In questi brevi video ci mostrano una coppia sposata alle prese con la vita di tutti i giorni.

https://youtu.be/s8fdqg7TuDk

Fumetto di Filippo Novelli

Se fate click sul disegno potete vedere il live painting

All’apparenza non sembra nulla di particolare, invece Gabriele e Stella hanno trasformato questi sketch in qualcosa di innovativo, come ad esempio il modo di fissare il vuoto senza sbattere le ciglia da parte di Gabriele mentre Stella gli elenca in modo compulsivo-ossessivo, tutte le regole di comportamento dell’uomo perfetto lette su DonnaPlus. Di seguito le loro Biografie.

Stella Falchi è nata a Roma il 21/03/1991. Amante della recitazione fin dalla tenera età si cimenta tra le quattro mura domestiche in scenette divertenti o imitazioni delle grandi attrici della commedia italiana. Dopo i vent’anni, inizia finalmente ad approcciarsi in modo professionale alla recitazione, frequentando numerosi stage e seminari d’arte drammatica e frequentando per 7 anni una scuola di recitazione. Iniziano per lei le prime esperienze come attrice, passando da Ionesco a Shakespeare, Brecht, Goldoni, Williams e altri autori della sceneggiatura teatrale. Inizia a coltivare anche la passione per la scrittura teatrale, cimentandosi nella stesura di varie commedie e la riscrittura di opere letterarie e drammaturgiche, poi messe in scena. All’età di 30 anni diventa attrice e autrice con Gabriele Abis del duo comico CASA ABIS, entrando a far parte dell’agenzia VERA di Paolo Ruffini e portando in scena dal 2023 la tournée con lo spettacolo “CASA ABIS” in tutta Italia e vantando un seguito di più di un milione di followers totali nelle varie piattaforme social.

Gabriele Abis è nato a Roma il 27/10/1990. La sua passione è sempre stata a senso unico, la recitazione.Frequenta un laboratorio di recitazione organizzato dalla scuola e capisce di non voler fare altro nella vita. Durante l’adolescenza frequenta corsi e laboratori e dopo essersi diplomato decide di entrare all’accademia d’arte drammatica. Frequenta il primo anno presso la scuola di recitazione Fondamenta e l’anno dopo viene ammesso all’accademia nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico dove si diploma nel 2014. Parallelamente frequenta corsi di critica cinematografica e scrittura cinematografica. Sviluppa una passione per la regia teatrale e per l’insegnamento che lo portano a scrivere e dirigere, nonché a recitare, diverse commedie e opere nell’arco di pochi anni. Nel 2021 insieme a Stella Falchi, fonda il duo comico CASA ABIS. Insieme a Stella è autore e attore degli sketch divenuti popolari nel web con più di un milione di followers e con più di 30 milioni di like, aprendo così la strada alla tournée dello spettacolo “CASA ABIS” in tutta Italia. Anche lui ormai da un anno fa parte della scuderia dei comici di Paolo Ruffini.

W. Quando si è formata, dal punto di vista artistico, la coppia Gabriele Abis e Stella Falchi di Casa Abis?

Inizialmente ci siamo uniti grazie ad una produzione teatrale messa in scena nel 2016 dove Gabriele era produttore e regista e Stella curatrice della parte di movimento scenico, uno spettacolo creato in occasione del triste evento del terremoto ad Accumuli e Amatrice, dove insieme siamo riusciti a raccogliere dei fondi da mandare in donazione ai terremotati. Da quel momento la nostra vita artistica non si è più divisa e siamo diventati anche coppia nella vita, continuando a portare in scena diverse opere teatrali autoprodotte. Casa Abis a livello social nasce nel settembre 2021.

W. Chi dei due ha l’intuizione giusta e chi la mette in pratica?

Ci definiamo un unica mente pensante e un unico motore. Solitamente Gabriele  la fonte creativa e Stella l’esecutrice, ma spesso ci scambiamo i ruoli, più che altro confrontiamo molto le nostre idee che poi unite creano il risultato finale che volevamo.

W. Che senso ha recitare in una società in continua evoluzione?

Questa società ha ritmi serratissimi, il pubblico ha sempre meno tempo e meno capacità di concentrazione e le informazioni e l’intrattenimento si sta adeguando a  questa “velocità”. Per questa ragione che ora un contenuto di 90 secondi comincia ad essere “un pò lungo”, o uno sketch di oggi è completamente diverso da quello che poteva essere prima dell’avvento dei social, più nello specifico i REEL di Instagram e i TIK TOK. La società si sta allontanando da quella che può essere la classica recitazione teatrale. Il nostro senso è quello di cercare come adeguarsi a questo cambiamento, senza snaturare o desacralizzare l’arte e riuscire a portare il nostro pubblico a teatro  e magari in un prossimo futuro al cinema. Questo è molto stimolante. Il nostro lavoro non può fermarsi ad un traguardo, soprattutto se il traguardo stesso è in continua trasformazione.

W. Chi ha la meglio in un diverbio dal punto di vista teatrale?

Gabriele. Perché è il regista. Ma Stella da brava attrice alla fine fa quello che le pare.

W. Qual è la prima regola che insegnate ai vostri allievi?

L’ascolto e il respiro. La cosa più importante per l’attore è l’ascolto e questo non si apprende con tecniche specifiche ma è una scelta coraggiosa da prendere. Avviene in un momento specifico. Come un’illuminazione che ci costringe a metterci a nudo perché solo così si potrà essere autentici. Apre le porte a quello che volevamo sentire ma anche a quello che non volevamo sentire a quello che sapevamo di noi e quello che era nascosto nel nostro più profondo. L’attore lavora con la propria anima e se c’è un tappo sarà sempre non autentico. Il respiro sarà il vento dell’anima che farà vibrare la nostra voce e ci permetterà di parlare in maniera autentica e vera.

W. I vostri sogni nel cassetto?

Sarebbe molto bello riuscire a riportare Casa Abis in un film o una sitcom, ma i sogni sono sempre tanti e quando si comincia a sognare non si smette più, alcuni dei nostri sogni si sono già avverati, come quello di portare il sorriso a tanti, anche a chi sicuramente è meno fortunato e vive un momento di difficoltà o tristezza, altri sogni si avvereranno presto… ma non possiamo dire di più.

W. Prima di salutarci vogliamo sapere quando sarà il vostro prossimo spettacolo!

Saremo l’8 Luglio al Teatro Studio 8 di Nettuno alle ore 21! Non vediamo l’ora. Invitiamo tutti a non perdersi questo spettacolo perché vi promettiamo che passerete una serata leggera e divertente.

W. Bene, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata

Grazie a voi, è stato un piacere poter parlare di Stella e Gabriele anche al di fuori dello schermo.

[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI -sezione MEDIA – Articolo del 7 luglio 2023]

La genesi di un logo

Stavo leggendo uno scritto sulle stazioni Nagayama e presi quella del cerchio, prima stazione per diventare unità perché il primo requisito di una orchestra deve essere questo: l’unione tra tutti i componenti della orchestra.

Poi iniziai a cercare l’ispirazione nella botanica perché volevo che il logo ricordasse un germoglio, un fiore a rappresentare la potenza del nuovo che nasce. Scelsi il cardo. Narra la leggenda che gli scozzesi lo presero come loro simbolo poiché questo fiore li salvò. Una notte mentre erano accampati alle porte del nemico e stavano dormendo, il nemico tentò di sorprenderlo nel sonno.Tuttavia avvicinandosi alle tende uno dei soldati calpesto’ un cardo e lanciò un urlo di dolore. Gli scozzesi si svegliarono e poterono difendersi fino a vincere il nemico. Da quel giorno il cardo su sui loro vessilli come segno di fortuna.

Da lì alle scritte disegnate dalle scie degli strumenti il passo fu breve.

Fino ad arrivare alla attuale semplificazione dei tratti.

Questa è la genesi del nostro logo, il logo della Pursue Respighi Orchestra.

(Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI SEZIONE ARTE ARTICOLO DEL 28.06.23)

CECILIA CANZIANI -Curatrice Roma a Portrait L’intervista di Willy per DETTI E FUMETTI

L’ intervista a Cecilia Canziani di Willy oggi la ascoltate facendo click QUI

Ascolta “INTERVISTA A CECILIA CANZIANI per DETTI E FUMETTI” .

BIO

Cecilia Canziani è una curatrice indipendente e docente presso l’Accademia di Belle Arti de L’Aquila. E’ co-fondatrice insieme a Ilaria Gianni del centro di ricerca sull’arte contemporanea IUNO e con Angelika Burtsher, Agnese Canziani e Daniele Lupo del progetto editoriale di libri d’artista per l’infanzia Les Cerises.
Tra i progetti indipendenti recenti: 2023: Roma, a portrait, Palazzo delle
Esposizioni, Roma; Una felice corsa, Fondazione del Monte di Bologna e
Ravenna, Bologna; 2022: Sara Basta. La prima madre, con C. Meli, Fondazione Pastificio Cerere, Roma; In metamorfosi, Marta Roberti. sZo Roma; 2021: Io dico io, Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, con Lara Conte e Paola Ugolini (2021), Anastasia Potemkina, MAXXI Aquila; La giusta misura, con Chiara Camoni, (2018- on going. Palazzo Bentivoglio, Bologna; Murate Art District Firenze; Società delle api, France, MOSTYN, UK; GAM, Torino); 2019: Autoritratto. Bettina Buck, Chiara Camoni (Murate Art District, Firenze; Shape, colour, taste, sound and smell. Adelaide Cioni /Guy Mees (p420, Bologna). Collabora regolarmente con Flash Art, suoi testi compaiono in cataloghi e
monografie.

[Dario SAntarsiero alias WillY per DETTI E FUMETTI – Sezione ARTE – articolo del 24.06.2023]

Willy intervista Luigi Piccolo Direttore della Sartoria Farani

Cari lettori e lettrici di Detti e Fumetti ho avuto il piacere di incontrare il Direttore della famosa Sartoria teatrale Piero Farani, Luigi Piccolo e non mi sono lasciato sfuggire l’occasione per intervistarlo.

Allora Luigi, sei nato a Udine, hai studiato lettere a Padova con l’intenzione di diventare un restauratore, ma grazie all’amicizia con il regista Giancarlo Cobelli, nel 1980 sei stato contattato da Paolo Tommasi che all’epoca era il suo scenografo e costumista. Dopo due anni, come assistente ai costumi, sempre grazie a Cobelli hai incontrato Piero Farani che ti ha proposto di aiutarlo nella conduzione della storica sartoria dove sono stati realizzati i costumi per gran parte dei capolavori del cinema italiano degli anni 60 – 70. Nato dalla collaborazione con l’amico Danilo Donati, all’epoca astro nascente, poi costumista di Pasolini, Fellini e Zeffirelli, due premi Oscar e innumerevoli altri premi. Dal 1997, dopo la scomparsa di Farani, hai preso in mano le redini e la conduzione della sartoria; senza rinnegare niente del passato, le sperimentazioni che tanto piacevano a Farani, la sartoria si è orientata nella ricostruzione storica del costume e, tra i clienti più affezionati degli ultimi anni possiamo citare Colleen Atwood, la costumista di Tim Burton, che ha vinto quattro di Oscar. Da cinque anni insegni storia del cinema allo IED di Roma.

W: Com’è stato, da assistente ai costumi, uscire da una realtà come quella Veneta e approdare in quella di Roma?

Un salto nel buio, è stata l’incoscienza dei 20 anni a guidarmi; partire per Roma, dove non ero mai stato e dove non conoscevo nessuno, se ci ripenso oggi mi sembra quasi un sogno.

W: Poi l’incontro con Piero Farani, ce ne vuoi parlare?

Cobelli, il mio pigmaglione, abitava nello stesso palazzo dove viveva Farani, sapendo che cercava un assistente mi propose il fatale incontro. Incredibile ma vero, all’epoca ancora contavano i rapporti umani.

W: Cosa provi quando un tuo abito è indossato sul set da un attore famoso?

Emozione, amo talmente il mio lavoro che ancora mi emoziono, come l’immensa Tilda Swinton che si è commossa indossando la giacca di Totò di Uccellacci e uccellini.

W: Ultimamente la sartoria teatrale in Italia è in crisi perché?

Perché lo stato non aiuta in nessun modo gli artigiani, anzi. Perché è sempre piu difficile trovare manodopera valida, di improvvisazioni se ne trovano in gran quantità, ma non servono. Perché non si producono film in costume, per il contemporaneo non c’è bisogno della sartoria. E dire che in Francia lavoriamo a 4/5 produzioni in costume all’anno, se non di piu.

W: In un mondo globalizzato la sartoria Farani che ruolo riveste?

Il ruolo di un piccolo artigiano che continua imperterrito per la sua strada, riconosciuto e stimato nel mondo; lavoriamo molto in Francia, Inghilterra, recentemente a Dubai, Giappone e via dicendo. Diciamo che Internet ha facilitato i contatti e ridotto le distanze.

W: Qual è la prima cosa che insegni ai tuoi allievi?

La curiosità, bisogna essere curiosi nella vita, altrimenti resti relegato nel tuo guscio. Purtroppo i giovani di oggi, rispetto alla mia generazione, hanno tutte le possibilità del mondo, ma non sono in grado di usufruirne, non sono educati alla ricerca.

W: Quando un film finisce gli abiti di scena che fine fanno?

Tornano a noi, vanno nei famosi magazzini, come quelli dei film di Pasolini esposti a Palazzo, solitamente abitano in un magazzino, sono conservati gelosamente.

W: Il tuo sogno nel cassetto?

Creare un museo con tutti gli abiti autentici che ho raccolto in quasi 45 anni di attività, oltre 5.000 pezzi che vanno dalla metà del 1700 all’Alta moda degli anni 70.

W: Caro Luigi, grazie anche a nome delle lettrici e lettori di Detti e fumetti, per questa interessante chiacchierata.

Grazie a voi,

[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 27 febbraio 2023]

Willy alias Dario Santarsiero intervista Johanne Affricot, Direttrice Artistica Spazio Griot

Cari lettori di Detti e Fumetti, non potevo perdere un importante evento che si svolge al  Mattatoio di Testaccio padiglione 9b: Spazio Griot. Ho intervistato per voi Johanne Affricot, curatrice e produttrice culturale indipendente romana, di discendenza haitiana e ghanese, fondatrice nel febbraio 2015 del magazine culturale “GRIOTmag” blog italiano estesasi poi in SPAZIO GRIOT, con il suo collettivo: Celine Angbeletchy (EHUA) e Eric Otieno Sumba, che sono alla continua ricerca di un linguaggio culturale internazionale e locale, che approda nella cultura africana e la sua diaspora,  con le sue sfumature artistiche e sonore.

W: A che età hai capito che l’arte avrebbe fatto parte della tua vita?

J: Sai, non saprei dirti con esattezza quando ho capito a che età l’arte avrebbe fatto parte della mia vita. Credo che l’aver fatto discipline artistiche come danza moderna, quando ero bambina, così come teatro, da adolescente, con la grandissima Francesca Maria Romana Coluzzi (scomparsa purtroppo nel 2009), abbia contribuito a maturare il mio interesse verso l’estetica e il linguaggio artistico. Subito dopo la fine dei miei studi universitari, ho iniziato a lavorare per un’organizzazione non governativa; mi occupavo di responsabilità sociale di impresa e relazioni esterne. I progetti che gestivo, o che sviluppavo, erano tutti legati a forme di espressione creativa (cinema, moda, scrittura principalmente). Poi negli anni questa direzione ha assunto una linea più chiara, e in maniera del tutto naturale ho iniziato a lavorare per agenzie creative o associazioni culturali nelle quali, come responsabile di progetto, concepivo sia idee e contenuti, sia dirigevo o coordinavo i progetti. Da Nastro. Say Yes to It, al Teatro Parenti di Milano, al MIT in Town alla Fondazione Auditorium Parco della Musica a Triumphs and Laments, di William Kentrdge, al MAXXI. Tutte attività che ho amato, che si sono depositate nella mia identità, ma a cui mancava qualcosa.

W: Perché lo Spazio Griot?

J: SPAZIO GRIOT perché proprio partendo da varie esperienze lavorative, così come dalla mia esperienza di bambina, prima, donna poi, Nera, cresciuta con l’audiovisivo, la letteratura, la cultura italiana, insomma, non vedevo alcuna rappresentazione di me stessa che fosse reale e presente, nel senso letterale del termine; piuttosto, una narrazione falsata da pregiudizi, stereotipi, da assunzioni, da chiusura. Così, ricca di una forte visione, e di un discreto bagaglio, nel 2015 decido di fondare GRIOTmag. L’idea era ed è quella di colmare la pesante lacuna che c’è nel racconto delle soggettività marginalizzate ed escluse, utilizzando un approccio artistico multidisciplinare, appunto, perché l’arte, nelle sue varie declinazioni, è il linguaggio che sento mi appartenga, probabilmente da sempre. Il focus di GRIOTmag è sempre stato raccontare le comunità artistiche e culturali della diaspora africana e dell’Africa per dirla più semplicemente, delle persone Nere, razzializzate, comprendendo anche altri gruppi, anche se non è un’impresa semplice perché si tratta pur sempre di un progetto indipendente, e portare avanti più istanze culturali e sociali, per quanto siano fortemente interconnesse, è complesso; ma non mi spaventa, bisogna solo strutturarsi meglio e avere un dialogo costante con la comunità, le istituzioni, il settore privato.

W:con che spirito gli artisti afro-italiani affrontano la realtà culturale italiana?

J: È una domanda complessa perché ogni condizione è soggettiva. Bisogna sempre prendere in considerazione che non si parla di un blocco monolitico ma di individualità: come tu sei un individuo e le persone italiane bianche sono individui. Posso dirti, però, che la maggior parte della comunità artistica afro-italiana con cui mi sono relazionata condivide una esperienza comune di alienazione, che assume diverse forme, che deriva da tanti luoghi, cercando e creandosi allo stesso tempo il proprio posto, con tutti gli oneri del caso. Ma c’è anche tanta felicità.

W: Il cinema africano che impatto ha in Italia?

J: Non credo abbia un impatto vero e proprio, anche se sentenziare in questo modo rischia di essere deviante, non avendo dati alla mano. Se parliamo di mainstream, posso dirti però con certezza: zero.

E credo lo veda anche tu; se parliamo di undergound, ci sono stati dei blog che facevano un ottimo lavoro di racconto e archiviazione di cosa viene prodotto nel continente e nella diaspora. Ma sono sempre iniziative indipendenti, non supportate. Poi abbiamo i festival di cinema africano indipendenti: da Roma a Firenze a Verona a Milano, o altre iniziative culturali che al loro interno ospitano l’audiovisivo africano e diasporico africano.

W:Le performance musicali dei giovani quanto sono influenzate dal retaggio culturale africano?

J: Dipende cosa intendi. Se parliamo di musica pop, c’è una onda di giovani sempre più crescente e potente che, partendo dagli UK, dalla Francia, dal Portogallo fino ad arrivare in Italia, sta includendo e diffondendo tutte una serie di sonorità, come l’afrobeats per esempio (con la “S”, perché è diversa dell’aforbeat di FelaKuti, per citarti un nome gigante), che stanno ridefinendo la club culture contemporanea anche nel nostro paese. Se prima l’hip-hop e il rap americani la facevano da padrone, oggi questo genere dirompente ha fatto il suo ingresso, guadagnandosi non pochi apprezzamenti e onori. E mi sembra si sia seduto per restare del tempo.

W: Che ruolo ha il teatro in Africa e come si rapporta qui in Italia?

J: È sempre difficile perimetrare un genere artistico a un continente piuttosto che a singoli paesi. Posso dirti che in Nigeria, in Ghana, in Etiopia ci sono  lunghe e antiche tradizioni orali performative, così come letterarie. La difficoltà, qui in Italia, in Europa e così via, sta nello spogliarsi di un approccio o sguardo occidentale a qualsiasi forma artistica che viene dall’Africa—in questo caso. Sicuramente ci sono similitudini, ma anche tante diversità, quindi il gioco che ci farà vincere tutt* sta nel rilassare il nostro giudizio e senso estetico, e farci attraversare da ciò che presenta codici nuovi o molteplici. Poi possono piacere o non piacere, è legittimo, ma questa è un’altra storia. Liliana Mele e Ilenia Caleo il 5 luglio nello spazio esterno tra il padiglione 9a e il padiglione 9b del Mattatoio parleranno proprio di questo, nell’incontro Archivi dispersi e resistenze. Il teatro etiope prima, durante e dopo l’impero di HailéSelassié. Mele, che è italo-etiope ha sviluppato la sua tesi di laurea magistrale proprio su questo, e invito tutt* le/i lettor* di Detti e Fumetti a partecipare a questo incontro culturalmente arricchente e rilevante.

W:Cosa consiglieresti ad una giovane afro-italiana che ha deciso di intraprendere il duro cammino dell’arte?

J: Le consiglierei di ascoltarsi, di trovare o fare comunità; di connettersi con chi ha intrapreso questo percorso da tempo. Questo le consiglierei.

W:Qual è il tuo sogno nel cassetto?

J: Ne ho tanti, sai? Al momento, parlando di sogni concreti, vorrei avere un nostro spazio fisico dove poter sperimentare, esplorare e discutere. Vorrei che SPAZIO GRIOT diventasse un tempo lungo più strutturato, vorrei che fosse sostenuto e non fosse trattato come un trend o un’anomalia del sistema.

W: bene Johanne ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti.  

J: Grazie per lo Spazio, Willy. A Presto.

Cari amici, vi ricordo le date di Spazio Griot in essere al Mattatoio padiglione 9b dal 30 luglio al 4 settembre 2022.

Di seguito il link su cui cliccare per avere tutte informazioni

https://www.mattatoioroma.it/mostra/sediments-after-memory

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti- Ssezione teatro  – Articolo del 10-7-2022 ]

Clément Cogitore – La mostra –Notturni- presso lo spazio espositivo del Mattatoio – ROMA 16.03-29.05.22

Cari amici, sono andato a visitare la mostra di Clément Cogitore al ex Mattatoio di Roma e ho pensato di condividere con voi questa bella e interessante esperienza culturale.

Vi riporto la bella presentazione di Laura

Clément Cogitore –Notturni- Mattatoio 16.03-29.05.22

a cura di Maria Laura Cavaliere

La mostra è promossa da Roma Culture e Azienda Speciale Palaexpo con la collaborazione di Accademia di Francia a Roma – Villa Medici. Si ringrazia Institut Français

Organizzazione Azienda Speciale Palaexpo

Clément Cogitore (Colmar, 1983) è un artista e cineasta francese che indaga le frontiere tra cinema e arte contemporanea, utilizzando film, video, installazioni e fotografie. L’esposizione Notturni, presenta per la prima volta in Italia, una selezione delle più importanti opere video, nelle quali l’artista esplora le contraddizioni e le ambiguità delle immagini contemporanee tra verità e falsificazione, testimonianza diretta e ready-made di immagini filmiche, mettendo in discussione il rapporto con il reale e con la storia.

Le opere di Cogitore sono costituite da elementi visivi eterogenei, da forme narrative non lineari che oscillano tra documentario e finzione, senza mai configurarsi in un’unica forma di rappresentazione, nelle quali la stessa finzione diventa una sorta di “teatro” della realtà.

La notte qui evoca ciò che è sconosciuto o irrazionale, come il sogno, le tenebre, l’aurora boreale, le atmosfere chiaroscurali tratteggiate da un’illuminazione artificiale, ed è metafora delle labili frontiere della rappresentazione.

TAHRIR 2012 video 16.9, color 7min 50s

L’opera trova la sua origine nella riutilizzazione di un filmato televisivo che rappresenta una delle manifestazioni di protesta del popolo egiziano contro il regime di Mubarak. Nel corso della seconda rivoluzione del 2011 presso la piazza Tahrir del Cairo

Il montaggio stroboscopico delle immagini crea uno spazio irreale, un campo di battaglia dove manifestanti e forze dell’ordine sembrano confondersi in preda alla violenza. L’artista conferisce così una nuova realtà alle immagini e sfidando ogni limite di percezione. Cerca di esplorare le analogie tra la psiche umana e lo scorrere della immagini in movimento

Clément Cogitore, The Resonant Interval, 2016  video, HD 169, color, 22min 37s.

The Resonant Interval  trae spunto dalle leggende e dalle superstizioni dei popoli indigeni del circolo polare artico, riguardanti la presunta percezione di suoni emessi dall’aurora boreale e la comparsa di un misterioso oggetto luminoso in Alaska.

Video in mostra:

 

Clément Cogitore – Les Indes Galantes

Clément Cogitore – Le discours des vanités au XVII° siècle

Mattatoio Piazza Orazio Giustiniani 4-Roma 

Orario: dal martedì alla domenica

Dalle 11.00 alle 20.00 lunedì chiuso

Biglietto: intero € 6.00; intero residenti a Roma € 5.00 ridotto € 5.00

Ridotto residenti a Roma e Universitari degli Atenei romani € 4.00

L’ingresso alla mostra è sottoposto alla regolamentazione COVID 19 in vigore

https://www.mattatoioroma.it/mostra/clement-cogitore-notturni

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 18 marzo 2022]

LIFE & WAR

L’allestimento della mostra sulla guerra di questi giorni alla Galleria Nazione di Arte Moderna merita senz’altro una visita.

Nella prima sala ci accolgono le foto di Gohar Dashti (2008) che ritraggono scene familiari all’interno di un incredibile scenario di guerra.

Ad attenderci nella sala successiva dei mastini in ferro che si sbranano l’uno con l’altro a testimoniare la bestialità della guerra.

La crudeltà dell’uomo che crocefigge un altro uomo.

Guttuso

Seguono una serie di rappresentazioni delle guerre in Italia e nel mondo.

Dalle guerre di indipendenza in cui si rappresenta e si sbatte in faccia dello spettatore la morte.

Fattori

alle guerre coloniali con tutta la loro ferocia dove un esercito armato fino ai denti fa strage degli indigeni armati solo di lance e spade.

La seconda guerra mondiale sublimata nelle installazioni di Alberto Burri, medico chirurgo divenuto pittore durante la prigionia (deportato in Texas) che ha sapientemente rappresentato gli orrori della guerra nelle sue opere.

Burri

A proteggere l’Arte dalla violenza e dalla brutalità della guerra, davanti alla porta del museo troverete ad attendervi un branco di leoni di lava nera.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 14 marzo 2022]

VIAGGIARE E’ CULTURA – PARTE SECONDA – L’ITALIA CENTRALE

Cari amici di DETTI E FUMETTI il nostro BLOG crede molto nel viaggio perchè non c’è uomo piu’ colto, istruito, aperto alla cultura dell’altro di un uomo che ha viaggiato per dirla con Alphonse de Lamartine.

Se il nostro mondo fosse paragonato ad un libro infatti che non avesse mai viaggiato è come se avesse letto una sola pagina per dirla con Agostino di Ippona.

C’è chi si spinge oltre quando dice che viaggiare ci tiene in vita o quanto meno di mantiene la vista dal momento che se rimani fisso in un posto per troppo tempo diventi cieco perchè non osservi piu’ nulla intorno a te per dirla con Josef Koudelka.

Vogliamo riproporvi una selezione di luoghi unici cominciando dalla capitale, da ROMA per poi allargare il nostro sguardo all’Italia centrale e infine ad alcuni luoghi esclusivi e curiosi che meritano un viaggio per essere scoperti ed apprezzati.

L’ITALIA CENTRALE

DARIO SANTARSIERO -WILLY INTERVISTA CESARE PIETROIUSTI per DETTI E FUMETTI

Cari lettori di detti e Fumetti, oggi intervisterò l’artista Cesare Pietroiusti

W. Allora Cesare iniziamo ti introduco ai nostri lettori: laureato in Medicina con una tesi in Clinica Psichiatrica (1979), sei noto per la tua pratica fondata sulla generosità, sui paradossi delle azioni ordinarie e degli scambi economici, tra cui il rifiuto di vendere le proprie opere, e per avere contribuito a creare numerosi gruppi, spazi di ricerca e progetti collettivi.

La frequentazione di Sergio Lombardo, che nella primavera del 1977 aveva aperto il suo studio in un grande appartamento per farlo diventare uno spazio espositivo, è stata determinante nello sviluppare il tuo interesse per l’arte.

Invitato alla XII Quadriennale di Roma del 1996, rinunci ad esporre un’opera individuale per proporre una partecipazione aperta e collettiva ad artisti amici.

Nel 1999 ti è stato assegnato a Bologna il Premio Francesca Alinovi, oggi Premio Alinovi Daolio. Nel 2000 sei stato fra gli iniziatori del progetto Nomads & Residents a New York. Dal 2006 sei membro del Comitato Scientifico e co-curatore del Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti di Como; sei stato inoltre docente allo IUAV di Venezia e MFA Faculty presso LUCAD, Lesley University di Boston. Dal 2015 sei inoltre membro del comitato promotore del Forum dell’Arte Contemporanea italiana, e, dal 2018, presidente del CdA dell’Azienda Speciale PalaExpo di Roma.

Eating Money performance, Ikon Gallery, Birmingham 2007

W. Perché hai scelto l’arte come tuo stile di vita?

C. E’ più che uno stile, direi che è una “forma di vita”. L’ho scelta perché è quella che più di ogni altra sentivo libera dai condizionamenti delle specializzazioni e delle “capacità” professionali: io, infatti, mi sono tendenzialmente sempre sentito incapace a fare qualsiasi cosa. Col tempo, poi ho capito che l’arte come forma di vita può addirittura valorizzare le incapacità, così come gli errori, gli effetti collaterali, i fallimenti, e far diventare la loro elaborazione un vero e proprio lavoro.

W. Cosa intendi quando affermi che l’arte è provocazione?

C.  Più che pro-vocare (chiamare fuori), l’arte con-voca, cioè chiama a un incontro con l’altro, che è un incontro in campo neutro, un campo né mio né tuo, un campo dove non vengono meno soltanto le specializzazioni disciplinari (e disciplinate), ma anche gli abituali modi di pensare, i rapporti fra mezzi e fini, fra cause ed effetti, fra prima e dopo.

W. In questi tempi di globalizzazione l’artista che ruolo svolge?

C.  Lo stesso di sempre: è colui/colei che fa mostra e fa un lavoro della libertà di pensiero. Tutti ce l’hanno, la libertà di pensiero, ma per lo più se lo dimenticano (o meglio, nessuno glielo ricorda). Nessuno, tranne l’artista e forse il filosofo (che comunque non la prova sperimentalmente).

W. L’arte a chi appartiene?

C.  A chi ha le idee per darle senso, non a chi ha i soldi per comperarla.

W. Sei presidente di una prestigiosa sede come il Palazzo delle Esposizioni di Roma, che responsabilità comporta dal punto di vista divulgativo?

C. Responsabilità grandi, grandi doti di equilibrio ed enormi e costanti rischi di fraintendimento. Poiché i media, quelli che si occupano della divulgazione (strana parola, no?), non sono interessati alla libertà, al pensiero critico, all’emancipazione, ma soltanto a quella fastidiosa caricatura del discorso che è il pettegolezzo, lo scandalo che produce pruriginose forme di vasildilatazione generalizzata per cinque minuti, e poi non lascia nulla.

W. Ora al Palazzo delle Esposizioni c’è una nuova mostra,  promossa da Roma Culture, ideata e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo “Tre Stazioni per Arte-Scienza” ce ne vuoi parlare?

Palazzo delle Esposizioni, Roma

C. E’ un grande progetto che cerca di dimostrare che forza del ragionamento, bellezza estetica, paradossi, storia e incertezze possono convergere e trovarsi in un territorio intermedio fra loro, laddove nuovo senso si costruisce, a sorpresa dei singoli specialisti. Una grande mostra che tutti gli studenti, tutte le persone curiose, o potenzialmente tali – insomma tutti e basta – dovrebbero venire a visitare.

W. Qual è il tuo sogno nel cassetto?

C. Tornare a fare l’artista a tempo pieno…

W. Bene, grazie caro Cesare anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata. 

[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 3 novembre 2021]

AMANTI VOLANTI – DA PAOLO E FRANCESCA A MARC E BELLA

La gran parte della fortuna di Chagall è legata alla rappresentazione dell’amore fluttuante nell’aria, quello tra lui e Bella; un amore sospeso che si distacca dal terreno, fuga dalla realtà quotidiana, sublime e ultraterreno.

Chagall-sulla città 1917

Pochi sanno che, con molta probabilità, l’ispirazione della famosa “icona chagalliana” deriva da un’opera molto meno nota ma non meno poetica il dipinto di Paolo e Francesca di Giuseppe Frascheri, 

Dante e Virgilio incontrano Paolo e Francesca, olio su tela, 1846, Civica Galleria d’Arte Moderna Savona.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 2 novembre 2021]

D

MANI

Marco Antonio, il triumviro romano che sposò Cleopatra e che fece la guerra civile contro l’altro triumviro Ottaviano (perdendo), un giorno venne lungamente attaccato in senato da Cicerone (l’attacco, le Filippiche, sono oggi sinonimo di lunghezza). L’attacco fu cosi aspro e duro, oltre che lungo che Marco Antonio alla fine perse la pazienza e fece uccidere Cicerone. Gli fece tagliare le mani perché avevano scritto le filippiche e la testa perché le avevano pensate, poi, come era usanza, la mano destra e la testa vennero esposte sui rostri nel foro. E la mano sinistra vi chiederete?  Non se ne seppe più  nulla per moltissimo tempo. Ebbene narra la leggenda che i romani chiamassero “la mano di cicerone”, la mano che apparve sulla sommità del palazzo in via dei cerchi (del circo) di fronte al Circo Massimo a Roma, il Garum, l’attuale sede del museo della Cucina (imperdibile, da vedere insieme alla fantomatica mano).Di fronte alla sede della Borsa a piazza affari,  Palazzo Mezzanotte, in  stile architettonico di epoca fascista, a Milano, Cattelan realizzò una installazione provvisoria: L.O.V.E. (Libertà Odio Vendetta  Eternità) a forma di mano  si dice nell’atto del saluto romano, per richiamare, sempre ad interpretazione di alcuni, lo stile del palazzo che gli si presentava innanzi. Immaginò’ che, come capita spesso ai reperti romani, il tempo l’aveva erosa. Solo il dito medio si era salvato. Era il tempo della grande crisi finanziaria globale 2008-2011. Il dio denaro, che aveva sede nel palazzo della borsa, stava fagocitando l’umanità.  Il “gesto” alcuni pensarono essere indirizzato a lui. La statua doveva rimanere li per soli 14 giorni. Invece ancora oggi è  li. Cattelan fu contento di questo fatto e, la leggenda narra, che in una intervista un giorno disse: “Un giorno ricorderanno il mio dito che sfida il dio denaro come oggi si ricorda la mano di Cicerone, eroico pensatore che perse la vita per salvare la repubblica sfidando il tiranno  Marco Antonio.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 31 ottobre 2021]

L’UMBria E iL TURISMO DI PROSSIMITA’ – DAL VALLO DEL NERA ALLE FONTI DEL CLITUNNO

Amici di DETTI E FUMETTI anche quest’anno vi proponiamo una fantastica idea per gite di un giorno in UMBRIA

In un periodo dove si è alla ricerca di luoghi ameni e poco frequentati per i noti motivi; in un periodo dove il “TURISMO DI PROSSIMITA” ci sta dando modo di scoprire quanto L’ITALIA sia ricca di luoghi incantevoli da visitare in un giorno, l’UMBRIA è la regina per la sua posizione baricentrica nello stivale e la sua ricchezza di borghi medievali e parchi tematici.

Tra SPOLETO e FOLIGNO, lungo la via Flaminia sgorgano dalla roccia le FONTI del CLITUNNO, uno splendido parco naturalistico che affonda le sue origini nella notte dei tempi. Già noto ai Romani per le sue acque sacre, consacrate al dio Giove Clitunno, una volta navigabili fino al Tevere, il Parco venne ristrutturato dal Conte Paolo Campello della Spina nella seconda metà dell’ottocento e da allora ha mantenuto l’aspetto che attualmente possiamo ammirare.

Ricco di trote, oche e cigni il parco è una vera e propria oasi di pace nel cuore dell’Umbria. Una tappa obbligata per poeti e artisti di ogni epoca.

Fra tutti ricordiamo il passaggio di Virgilio che lo cita nelle sue Georgiche, Corot, Byron che vi sosta nel Tour in giro per le bellezze italiane fino ad arrivare a Giousuè Carducci che gli dedica la famosa ode alle fonti del Clitunno appartenente al Ciclo delle Odi Barbariche.

[…] Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’itali iddii.[…]

Dopo la sosta in uno dei tipici ristoranti di pesce riprendiamo la gita in direzione NORCIA. Dopo poche decine di chilometri entriamo nella Valnerina costellata di castelli e borghetti medievali. Tra tutti spicca il paesino di Vallo del Nera.

Nascosto agli sguardi dei passanti lungo la valle, con una cinta muraria perfettamente conservata e attualmente ancora abitata, Vallo del Nera è una vera e propria scoperta. Un tesoro che spunta dai boschi e si erge a guardia della valle. Si narra fosse abitato già dal IV a.C. da tribu’ di origine celtica e in seguito (VI d.C.) da cristiani fuggiti dalla Siria. Dal XII secolo entra a far parte dei territori di Spoleto.

Ne sono testimonianza le splendide chiese che punteggiano il borgo e lo pongono tra i borghi piu’ belli di Italia. Una tappa imperdibile per il nostro Turismo di Prossimità .

Alla prossima perla dell’Umbria.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione ARTE – articolo del 11 agosto 2021]

Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno MUNARI- La mostra

Cari amici di Detti e Fumetti vi vogliamo ricordare una bellissima mostra in corso a Palazzo delle Esposizioni di Roma: Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno Munari, promossa da Roma Culture, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo e ideata dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona, in collaborazione con la Fondazione Chiaravalle Montessori e l’Associazione Bruno Munari. Il senso del tatto e l’esperienza del bello sono stati duramente colpiti dalle limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria. Accettando una sfida che può sembrare audace, dopo il grande successo al Museo Tattile Statale Omero di Ancona, nel centenario del Manifesto del tattilismo di Filippo T. Marinetti, la mostra, coordinata nell’edizione romana dal Laboratorio d’artedell’Azienda Speciale Palaexpo, rimette al centro l’importanza del toccare e il suo valore estetico ed educativo. Un’occasione per conoscere meglio due tra i più illustri protagonisti della cultura italiana moderna, riconosciuti e apprezzati in tutto il mondo e per la prima volta insieme in un’esposizione, attraverso il pensiero e i materiali di Maria Montessori e i progetti e i lavori originali di Bruno Munari. Partiti da esperienze, formazioni e riflessioni differenti, trovano proprio nell’esperienza estetica tattile un possibile punto di incontro. L’allestimento, ripensato per l’occasione da Fabio Fornasari, è costruito attorno a cinque nuclei tematici: le forme, i materiali, la pelle delle cose, alfabeti e narrazioni tattili, manipolare e interagire. Ogni sezione racconta il dialogo tra i due protagonisti attraverso oggetti, libri, strumenti esposti su tavoli appositamente ideati e disegnati, le cui forme sono in dialogo con le opere a parete. A conclusione del percorso l’ultimo tavolo-laboratorio permette ai visitatori di osservare, manipolare e sperimentare in sicurezza una selezione di opere e oggetti che approfondiranno, ogni mese, aspetti e collegamenti diversi. Del poliedrico artista e designer Bruno Munari saranno esposte più di 30 opere originali e lavori editoriali, che testimoniano come tutto il suo lungo percorso creativo, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, sia stato sempre caratterizzato da una forte attenzione ai temi della multisensorialità – e della tattilità in particolare – e dall’impiego a livello artistico di una grande quantità e varietà di materiali naturali e industriali anche a fini pedagogici. Accanto alle macchine inutili e ai messaggi tattili, la scimmietta Zizì, originale giocattolo di design vincitore delprestigioso premio Compasso d’Oro e le dieci opere della serie positivo-negativo. Novità della tappa romana è il Libroletto (1993), realizzato con Marco Ferreri e composto da sei morbidi cuscini bordati di micro-storie. Di Maria Montessori verranno presentati sia il modello educativo sia alcuni oggetti storici prestati per la prima volta dall’Opera Nazionale Montessori di Roma. Particolare attenzione verrà dedicata ai materiali di sviluppo studiati per l’educazione sensoriale e della mano, definita da lei stessa come l’organo dell’intelligenza. Dalle tavolette termiche alle lettere smerigliate, dagli incastri solidi alla torre rosa, fino alle tavole botaniche e alle spolette dei colori, per accompagnare i visitatori alla scoperta del mondo attraverso oggetti che parlano di geometria, geografia, musica, matematica costruendo allo stesso tempo bellezza. Una mostra dinamica che guarda verso il futuro e la possibilità di poter tornare a vivere a pieno le esperienze tattili e multisensoriali con una nuova e più matura consapevolezza. Il 21 giugno alle ore 17,00 la mostra sarà presentata in anteprima con una tavola rotonda on line in diretta streaming sui canali social del Palazzo delle Esposizioni per raccontarne la genesi e i due protagonisti. A partire dall’autunno, se le norme anti – Covid 19 lo permetteranno, saranno organizzati laboratori didattici per le scuole e le famiglie, nonché workshop e giornate di formazionerivolti a docenti, educatori ed operatori museali secondo il metodo Bruno Munari e il modello montessoriano. Il catalogo della mostra Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno Munari è a cura di Corraini Edizioni.Maria Montessori (1870-1952) è stata un’educatrice, pedagogista, filosofa, medico, neuropsichiatra infantile e scienziata italiana, internazionalmente nota per il metodo educativo che prende il suo nome, adottato in migliaia di scuole dell’infanzia, elementari, medie e superiori in tutto il mondo. Fu tra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia.Bruno Munari (1907-1998) è stato uno dei massimi protagonisti dell’arte, del design e della grafica del ‘900. Ha sempre dedicato la propria attività creativa alla sperimentazione, con un’attenzione particolare al mondo dei bambini e dei loro giochi. Le sue creazioni nei campi della pittura, scultura, design, fotografia e didattica ne attraversano le diverse poetiche seguendo il filo della sua personalissima ricerca.

Scheda informativaTitolo: Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno Munari

Sede: Palazzo delle Esposizioni – PIANO ZERO – Via Milano 13 – RomaPeriodo: 22 giugno 2021 – 27 febbraio 2022

Promossa da: ROMA Culture (culture.roma.it) e Azienda Speciale PalaexpoIdeata da: Museo Tattile Statale Omero, Comune di Ancona, in collaborazione con Fondazione Chiaravalle Montessori, Associazione Bruno Munari

Organizzata da: Azienda Speciale Palaexpo 

Sponsor Tecnico: GonzagArredi MontessoriInformazioni e orari: consulta il sito www.palazzoesposizioni.it

Ingresso: Gratuito 

Social Media: Fb –Palazzo delle Esposizioni;

Instagram – Palazzoesposizioni;

Tw-Esposizioni

(Filippo Novelli per Detti e Fumetti articolo del 6 luglio 2021)

INTERVISTA A VALENTINA LAURIA PER DETTI E FUMETTI

Amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo intervistato Valentina Lauria, una Entertainment Designer che abbiamo conosciuto in occasione dell’incontro con Stefano Pancari, il nostro esperto di musica nonchè founder di Sfera Ingegneria.

F. Ciao Valentina raccontaci quale è stata la tua formazione e come sei arrivata a lavorare per Sfera Ingegneria

V.: Ho sempre saputo di voler lavorare nel mondo dell’arte visiva e il mio percorso è rimasto sempre in quest’ambito. Fare la pittrice alla Van Gogh però non è mai stata un’opzione; dall’Istituto d’arte sono passata alla Libera Accademia di Belle Arti e, dopo la laurea in Graphic Design, all’Accademia Nemo, dove mi sono diplomata in Entertainment Design.

Anche durante il percorso di formazione non sono mancati i periodi lavorativi nella grafica marketing oriented, nel copywriting, seo e illustrazione per l’infanzia per una piccola pubblicazione.

Sfera è l’ultimo approdo nel mio percorso fino ad ora; un approdo sorprendente ed innovativo per il campo in cui opera e che, proprio per il suo approccio nuovo e creativo, rappresenta un terreno fertile per una comunicazione diversa, che porti un messaggio fuori dal coro.

F.:sei un esempio di come sia possibile conciliare l’essere una artista classica e nel contempo abbracciare una professione come quella di Entertainment Designer che usa la sua cultura artistica in altri ambiti come la pubblicità, la comunicazione ecc.. lo vivi come un arricchimento personale o come un compromesso per poter pagare le bollette?

V.: Ora, le parole “esempio” e “artista” mi mettono un tantino soggezione, mi sento sempre dalla parte del braccio produttivo più che di quello virtuoso e illuminato. Ma il designer è l’artista di oggi, con i mezzi di oggi e una società differente, improntata sulla tecnologia e sullo stile specifico di questo periodo e finanziata dai committenti odierni. Non più un Lorenzo il Magnifico ma una Sfera Ingegneria. Solo che quello che creiamo noi, raramente lo si trova incorniciato in foglia d’oro sopra un camino padronale.

Parlando della mia figura nello specifico, l’ Entertainment Design è una parolona che unisce Graphic Design, Illustrazione, Scrittura e tutto quello che è Comunicazione Visiva per l’intrattenimento. Sono tutte mattonelle di un percorso che ha come filo conduttore il desiderio o il bisogno di trasmettere qualcosa. Io voglio farlo nella maniera migliore possibile.

Non lo vivo ne’ come un arricchimento e neanche come un compromesso. E’ tutto parte di me. Quando lavoro, qualunque sia l’attività specifica, attingo da tutte le esperienze che ho nel mio bagaglio per riuscire a creare qualcosa di diverso, ma proprio perché viene dalle mie esperienze, che sono solo mie, è anche qualcosa di mio. Il mio lavoro e la mia passione.

F.: quando un cliente ti incarica di sviluppare un progetto dal punto di vista visuale quali sono le tre cose che ti dai come obiettivo per raggiungere il tuo scopo ed accontentarlo.

  1. Comprensione. La cosa più difficile è capire cosa desidera una persona e/o un’azienda. Non solo cosa vuole, ma quello di cui ha bisogno. Spesso e volentieri capita che il mio cliente non abbia esattamente idea di COME arrivare al punto in cui vuole arrivare, ma crede che sia proprio quello ciò che io ho bisogno di sapere. In verità, il processo funziona molto meglio se mi viene detto l’obiettivo, così che io possa offrire le opzioni più adatte allo scopo e che quindi accontenteranno entrambe le parti.

2. Chiarezza. E’ sempre importante chiarire come funziona il mio lavoro. Nonostante i tempi corrano, chi non è mai entrato in contatto con la mia professione non ha la più pallida idea di quello che faccio e di cosa comporti a livello di tempo e di costo. Perciò ci tengo sempre a chiarire qual è il processo di lavoro, quanto tempo ed impegno richiede, e perché. Così che chi richiede la mia professionalità sappia esattamente in cosa sta investendo il suo denaro e la sua fiducia.

3.Rispetto. Gli strafottenti non piacciono a nessuno, sfido chiunque a dire il contrario. Sono perfettamente cosciente di non essere nata imparata e, in quanto essere umano, di poter sbagliare. Così come sono cosciente che chiunque altro si trovi nella stessa umana condizione. Nell’umiltà e nel rispetto si trovano infiniti punti d’incontro. Da appassionata lettrice so che chiunque ha una storia, e affronta battaglie personali più o meno silenziose. Perciò è necessario mostrare rispetto, sempre e comunque. Quando questa condizione viene a mancare, il lavoro diventa un peso e nessuno lavora bene con un masso sullo stomaco.

F. Di recente anche Sfera Ingegneria, ha deciso come noi di DETTI E FUMETTI di utilizzare il fumetto per parlare di temi importanti come la sicurezza. Sfera ti ha chiesto di disegnare Looks That Kill  

Come è stato diventare fumettista e cosa ti ha affascinato della nona arte.

V.: Parlando di rispetto, chiedo scusa a tutti i fumettisti professionisti per averli “derubati” di questa etichetta. Io non lo sono. Provo solamente una grande e spassionata ammirazione per questo medium che unisce immagini e parole, creando infiniti mondi nuovi. Da fruitrice appassionata di comics e manga fin da ragazzina, ho solo scimmiottato le meraviglie di altri, tentando di mettere questo medium, questo modo di comunicare al servizio di un messaggio particolarmente importante.

F. Consigli per le giovani sul tuo mestiere?

V.: Disegnate tanto, apprendete tutto e provateci sempre. Sarete svalutate fino all’osso, ostacolate e ridotte ad un “ah ma tu fai disegnini, non hai un lavoro vero?”; tuttavia se questo è quello che volete fare veramente nella vostra vita allora non demordete. L’idea giusta per farcela è sempre dietro l’angolo.

F.Su cosa lavorerai nei prossimi mesi?

V.: Oltre ai sopracitati lavori intendi? Nel rinnovo del mio sito web, nel creare materiale per la pubblicazione e la rivendita online; inoltre collaborerò con fotografi e mastri spadai…  diciamo che non avrò il tempo di annoiarmi. Anche perché la mia libera professione è appena iniziata e non voglio assolutamente perdermi quest’avventura.

F. : Grazie Valentina a nome di tutti i nostri lettori.

V. : Grazie a voi e seguiteci sui nostri canali!

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -Sezione Fumetto – Articolo del 15 dicembre 2020]

IL SENSO DELLA PITTURA OGGI -INTERVISTA A MARIA CHIARA ARCONTE PER DETTI E FUMETTI

Oggi vogliamo parliamo di un certo tipo di pittura. L’unica che oggi possa competere con la computer grafica, con le immagini patinate, perchè è pittura rivoluzionaria, pittura fuori le righe.

[Maria Chiara Arconte -ritratto di Filippo Novelli]

Ho apprezzato questo genere perchè è attuale e nello stesso tempo antico. Mi ricorda a tratti il movimento dei Fauves e il suo piu’ illustre rappresentante, Matisse, .

Come nei Fauves anche nella giovane pittrice che sto per presentarvi si coglie la voglia di accostare i colori puri in liberà e la funzione emotiva legata alla composizione che trasmette nella sua arte.

Sto parlando di Maria Chiara Arconte. Oggi abbiamo fatto quattro chiacchiere per conoscerla meglio.

F: Ciao Maria Chiara vorrei che ti presentassi ai nostri lettori e rispondessi alla domanda diretta del perche’ dipingi.

M.C.: Ciao a tutti, sono Maria Chiara, in arte Machi e sono una pittrice ed illustratrice. Perché dipingo? Perché è l’unica cosa che so fare. Io sono la mia arte, in continua evoluzione. 

F.: i tuoi cari genitori amici compagna/o come vivono questo tuo essere artista?
M.C.: Beh, io sono la mia forza e devo ringraziare solo me stessa per tutto il percorso artistico e di vita. Il mio compagno mi incoraggia e ama molto la me stessa pittrice, con tutte le peculiarità del caso, tanto da farmi notare quando non sono in studio a creare. Lui sicuramente mi sostiene, amando quello che creo, ma anche come io vedo il mondo.

F. quanto è difficile vivere di arte?
M.C.:Difficile. Probabilmente in gioventù non ho spinto abbastanza, ma solo perché tra un lavoro retribuito e l’arte che non è pagata, ho dovuto scegliere ciò che mi permetteva di pagare le bollette. Ho portato avanti gli studi e i progetti in parallelo con il lavoro, cosa che faccio tutt’ora e questo ovviamente ti porta a compiere delle scelte. Siamo nel paese dell’arte, ma non si vive di arte.

F. quale è il messaggio che stai portando avanti?

M.C.: L’arte è stata da sempre la mia salvezza, il mio rifugio. Crescendo, mi sono resa conto che nell’arte non si arriva mai, per cui voglio superare i miei limiti, sempre, rimanendo però me stessa.

Mi ritengo una persona  determinata, poliedrica, in continua evoluzione, per cui se dovessi dire in sintesi il messaggio della mia arte, direi è: “Segui un obiettivo, un sogno e cerca di raggiungerlo per migliorare te stesso”.

F.: è importante insegnare/promuovere l’arte? e se si perché.

M.C.:Certo che è importante, perchè l’arte cura l’anima.

Ma attenzione alla speculazione. Mi sono resa conto che negli anni è cresciuta l’offerta formativa, ma la fetta del mercato è sempre più ristretta. Internet grazie ai social, da visibilità ma mi rendo conto che sono molto pochi i veri artisti e bisogna sgomitare ancora di più per farsi notare.

Si deve inoltre combattere con una visione arcaica dell’artista e dell’arte e la maggior parte delle case editrici guardano al nuovo con sospetto,. Idem i curatori nel mondo dell’arte, dove preferiscono piazzare dipinti sacri piuttosto che dipinti di arte moderna.

Probabilmente anche il lettore o l’acquirente deve essere incoraggiato a fare il salto. Penso sempre a quando nel 2002 mi iscrissi alla Scuola Comics e i professori ci dicevano che i manga erano il male. Ed io che ero cresciuta con i manga e sognavo di fare i manga, abbandonai l’idea.

Nel giro di pochi anni invece, sempre più disegnatori italiani, hanno adottato lo stile dei manga e ora sono anche apprezzati.

F.: lasciaci un frase per incoraggiare i giovani a non abbandonare questo mondo.
M.C.: Ragazze/i “Mai abbandonare i propri sogni. Guardate lontano, ad un obiettivo e lavorate nel presente. Verrete ripagati. “


F.: Parlaci di domani, deii tuoi progetti futuri
M.C.: Il mio obiettivo principale per il momento è finire il 3° anno all’università in Scienze dell’Educazione e Formazione, laurearmi ed iscrivermi il prossimo anno al master di Arteterapia. nel mentre, dipingere, dipingere, dipingere, per arrivare ad uno stile che per ora ho solo nella testa ma che piano piano prenderà forma.

Poi vorrei mettere mano al libro di illustrazioni per bambini che ho nel cassetto da qualche anno, scritto dalla mia migliore amica e illustrato da me. Inoltre ho trovato un lavoro che mi appaga e sento che è la strada giusta ma lascio spiragli aperti, chissà cosa succederà.

F.: Grazie Maria Chiara per questo tuffo nell’arte.

M.C.: A voi, a presto!

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione Arte –

Articolo del 1 dicembre 2020]

AGRIANO -La mostra di acquarelli di Filippo Novelli – Le stagioni

Vi presentiamo la nuova mostra Le stagioni di Agriano di Filippo Novelli

quadri agriano filippo novelli (3)

Agli scorci dei vicoli assolati, alle case in pietra e agli archetti tipici del paese umbro, Novelli  questa volta ritrae le stagioni.

quadri agriano filippo novelli (2)

Il sole che riluce tra le foglie gialle e rosse dell’autunno,

quadri agriano filippo novelli (4)

che si rifrange sulle strade innevate.

quadri agriano filippo novelli (1)

I campi blu di lenticchia e fiori selvatici ai bordi del paese.

L’inverno è la stagione migliore per cogliere i silenzi che invadono i piccoli viottoli, che si inerpica per le lievi salite dell’altopiano.

quadri agriano filippo novelli (5)

Ci saranno molte opere nuove; un motivo in più per visitare la mostra che si terrà presso il giardino di via san. luca 79 ad Agriano dal 14 al 16 agosto 2020.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 14 agosto 2020]

DA GRANDE FARO’ L’ARTISTA – Willy alias Dario Santarsiero presenta il libro scritto ed illustrato dalla redazione di DETTI E FUMETTI

In una società dove la maggior parte delle professioni tradizionali spariranno per la rapida evoluzione tecnologica, quella dell’artista sopravviverà e anzi diverrà fulcro della nuova società nella quale l’industria dell’intrattenimento la farà da protagonista. Cosi’ inizia la storia dei cinque amici della redazione di DETTI E FUMETTI che hanno voluto mettere su carta e illustrare in un libro  “DA GRANDE FARO’ L’ARTISTA” come la loro passione di bambini sia diventata un vero e proprio mestiere.

Ancora una volta ce ne parla il nostro bradipo preferito, WILLY alias Dario Santarsiero.

 

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Qui trovate la presentazione

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[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI sezione ARTE – articolo del 11 maggio 2020]

DA GRANDE FARO’ L’ARTISTA-IL LIBRO

Amici è su AMAZON il libro DA GRANDE FARO’ L’ARTISTA un libro coroale di YUKIKO KONDO, ERIKA LAVOSI, MARIA CLOTILDE MASSARI, DARIO SANTARSIERO e FILIPPO NOVELLI illustrato da FILIPPO NOVELLI

Potete leggere la trama e sfogliare le pagine facendo click sulla foto

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[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione fumetto -articolo del 16 aprile 2020]

Al Mattatoio il Master Arti Performative e Spazi Comunitari si apre al pubblico con talk, incontri, percorsi e performance

Amici esco dalla mia comfort zone (il teatro) per ricordarvi di una bella
iniziativa che si terrà a Roma a partire dal 23 febbraio nella splendida location del Mattatoio di Testaccio: il Master di Arti Performative e Spazi Comunitari 

willy
E’ una occasione da non perdere specialmente per le fantastiche performance ma anche per gli interessanti incontri e laboratori di giovani artisti che si terranno tra febbraio e marzo. Il tutto sarà gratuito! Lasciate qui i vostri commenti

Willy il Bradipo

 

 

Comunicato stampa a cura di

sponsor

A febbraio inizia la programmazione degli appuntamenti aperti al pubblico e gratuiti
Roma, 19 febbraio 2020 – Arte, performance, architettura, comunità e condivisione con il
territorio: sono questi gli ingredienti che daranno vita alle attività del Mattatoio nei prossimi
mesi. In occasione del Master annuale di II livello Arti Performative e Spazi Comunitari
(PACS), la Pelanda sarà luogo di scoperta e incontro ospitando il lavoro di circa 30 fra artisti,
curatori e ricercatori internazionali e proponendo oltre all’offerta formativa rivolta agli
studenti, un programma di incontri, talk, e performance, rivolto a tutti e gratuiti, in un dialogo
costante con gli altri spazi dell’Azienda Speciale Palaexpo.
Ha preso avvio a gennaio, negli spazi del Mattatoio, il Master annuale di II livello Arti
Performative e Spazi Comunitari (PACS), il primo percorso di alta formazione in Italia che
coniuga l’approfondimento dei linguaggi artistici e la ricerca in campo performativo con
l’attivazione dello spazio pubblico e del territorio urbano. Realizzato grazie alla
collaborazione tra l’Azienda Speciale Palaexpo e il Dipartimento di Architettura
dell’Università degli Studi Roma Tre, diretto da Cesare Pietroiusti, Presidente Azienda
Speciale Palaexpo e Francesco Careri, docente del Dipartimento di Architettura
dell’Università degli Studi Roma Tre, con il coordinamento generale e l’ideazione della
drammaturgia didattica di Ilaria Mancia, il coordinamento della sezione Spazi comunitari di
Natalia Agati, il Master si svilupperà, da gennaio fino a novembre 2020, attraverso una
prassi di ricerca e studio che coinvolgerà artisti e operatori nazionali e internazionali.
Seminari teorici e momenti di sperimentazione laboratoriale contribuiranno ad approfondire
il percorso didattico in un’ottica di scambio e di costruzione di una visione creativa e critica,
sostenendo una ricerca interdisciplinare di eccellenza nel campo delle arti performative.
Oltre 120 persone hanno inviato la richiesta di partecipazione e tra queste ne sono state
selezionate 36. L’Azienda Speciale Palaexpo per garantire una maggiore accessibilità al
Master ha messo a disposizione 20 borse di studio.
Un percorso innovativo, che va ben oltre l’offerta formativa indirizzata agli studenti iscritti, e
che abiterà tutti gli spazi del Mattatoio, aprendosi verso l’esterno e innestandosi nel territorio
cittadino con un programma che includerà a ingresso gratuito i talk e gli incontri tenuti dagli
artisti e docenti, oltre che gli esiti dei diversi laboratori, e con un calendario di performance
presentate da alcuni degli artisti coinvolti nel master. Una duplice linea di apertura e
programmazione pubblica, nella quale prende corpo un’idea di formazione diffusa, porosa
e in costante dialogo con l’esterno, in cui la pratica e la teoria si intrecciano tra loro.
Antico porto romano, luogo di feste e carnevali medievali, zona industriale all’interno di un
quartiere operaio, il Mattatoio di Testaccio è storicamente sede di pratiche e scambio di
saperi artigianali e oggi luogo denso di attraversamenti e co-abitazione tra realtà differenti:
le aule della Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Roma Tre e
dell’Accademia di Belle Arti, il Centro Anziani di Testaccio, la Scuola Popolare di Musica, il
Centro Culturale Curdo “Ararat”, fino ai grandi spazi espositivi dei Padiglioni 9a e 9b,

passando per i tanti festival che ogni anno occupano temporaneamente la Pelanda: Short
Theatre, Romaeuropa Festival, Nuova Consonanza, ecc.
L’intento di PACS è farsi occasione per una trasformazione e attivazione in senso
comunitario del Mattatoio, rendendolo sempre più cuore pulsante dell’attività culturale
dedicata al contemporaneo di Roma, crocevia di lingue, culture e linguaggi, hub aperto e
abitato da comunità in dialogo tra loro, in cui possano crearsi le condizioni ideali per far
fiorire la sperimentazione, la produzione e la ricerca artistica, oltre che nuovi modi di vivere
la città.
Organizzeranno parte delle attività del Master artisti, ricercatori, docenti, curatori tra i più
rilevanti nel panorama delle arti contemporanee – come Alessandro Sciarroni, Leone d’oro
alla carriera alla Biennale Danza 2019, Stefan Kaegi del collettivo Rimini Protokoll,
vincitore, tra i tanti riconoscimenti internazionali, del Premio Ubu 2018 per il miglior
spettacolo straniero in Italia, Agrupación Señor Serrano, compagnia Leone d’Argento alla
Biennale di Venezia 2015, Silvia Bottiroli, ex-direttrice artistica di Santarcangelo Festival
e ora direttrice del DAS Theatre di Amsterdam, Daniel Blanga Gubbay, co-direttore
artistico del prestigioso Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles, Andrea Lissoni neo direttore
della Haus der Kunst di Monaco e, ancora Muta Imago, Chiara Camoni, Francesca Grilli,
Daniela Angelucci, Simone Pappalardo, Ilaria Bussoni, Julie Faubert, Daniele
Roccato, ecc. – e della progettazione architettonica internazionale, come Germán
Valenzuela e Stalker, guideranno i partecipanti nell’esplorazione dei linguaggi performativi
di teatro, musica, danza, architettura e arti visive, verso forme inedite di ricerca
interdisciplinare e nell’osservazione delle potenzialità dei luoghi attraversati, per sviluppare
modalità di rigenerazione e inventare inediti modelli di uso dello spazio urbano attraverso
l’intervento artistico, condividendo con il pubblico i processi, le fasi di lavoro, i risultati.
Si apriranno le porte al pubblico con l’arrivo a Roma il 23 febbraio di Stefan Kaegi che
approfondirà la storia e le tecniche del potente teatro documentario imbevuto di realtà del
famoso collettivo Rimini Protokoll e mostrerà il lavoro svolto con gli studenti. A seguire
l’artista belga Benjamin Verdonck, apprezzato a livello internazionale e reduce dalla prima
mondiale del suo nuovo lavoro, presenterà tre performance dei suoi magici teatri in
miniatura.
Seguirà l’indagine del corpo performativo, esplorando il rapporto tra immobilità e pittura, dell’
“Accademia dell’immobilità” di Luigi Presicce, quello tra voce, corpo e racconto in Gola di
Chiara Guidi, quello tra danza e spazio-tempo non teatrale di Annamaria Ajmone o,
ancora, l’immersione nella ripetizione del movimento di Alessandro Sciarroni. Si
attraverseranno le esplorazioni partecipative di Stalker, l’ideazione di strutture
architettoniche che permettono ai corpi di agire lo spazio dell’architetto cileno Germán
Valenzuela, nonché la pratica sensoriale dell'”immaginario della città sensibile” proposta da
Alain Michard.
Si scoprirà la scrittura di una drammaturgia fatta di immagini attraverso i dispositivi digitali e
gli oggetti di Agrupación Señor Serrano, e molto altro. Tutti gli eventi saranno a ingresso
gratuito.
Tessendo inoltre delle reti con le altre istituzioni culturali della città – quali il Teatro di Roma
– Teatro Nazionale, Istituto Svizzero, Academia Belgica e Reale Accademia di Spagna a
Roma – da febbraio a novembre il Mattatoio, e in particolare la Pelanda, sarà abitato da un
vasto ed eterogeneo panorama di linguaggi, visioni e pratiche, con cui potrà entrare in

contatto la città intera, nella convinzione che linguaggio artistico, architettura e comunità
siano alleati nell’agire sulla realtà.
Il programma delle attività aperte al pubblico è a cura di Ilaria Mancia.
CALENDARIO EVENTI APERTI AL PUBBLICO
FEBBRAIO – MARZO
Ingresso gratuito
(In programmazione gli appuntamenti da aprile a novembre)
• 23 FEBBRAIO | ore 18:00 | On transplanted performers and remote controlled
audiences- lecture di Stefan Kaegi – Rimini Protokoll – Ingresso gratuito fino a
esaurimento posti
• 28 FEBBRAIO | ore 19:00 | Local World – apertura del laboratorio tenuto da Stefan
Kaegi – Rimini Protokoll
a seguire incontro con Daniel Blanga Gubbay (co-direttore artistico
Kunstenfestivaldesarts) – Ingresso gratuito fino a esaurimento posti
• 6, 7 MARZO – 3 performance di Benjamin Verdonck
6 marzo
h.19.00 One more thing
h.19.30 Gille learns to read
h.20.00 Waldeinsamkeit
7 marzo
h.18.30 e 20.30 One more thing
h.19.00 e 21.00 Gille learns to read
h.19.30 e 21.30 Waldeinsamkeit
Ingresso gratuito – posti limitati, prenotazione obbligatoria a
prenotazioni.mattatoio@palaexpo.it
• 12 MARZO | ore 19:00 | apertura del laboratorio Teatro da tavola e azioni nello
spazio urbano tenuto da Benjamin Verdonck – Ingresso gratuito fino ad
esaurimento posti
GLI ARTISTI
Stefan Kaegi produce spettacoli di teatro documentario, programmi radiofonici e opere in
ambiente urbano, in una varietà diversificata di collaborazioni. Utilizzando ricerche,
audizioni pubbliche e processi concettuali, dà voce a “esperti” che non sono attori formati
ma hanno qualcosa da dire. Insieme a Helgard Haug e Daniel Wetzel, sotto il nome Rimini
Protokoll, co-realizza opere di teatro documentario e installazioni.
Rimini Protokoll è un collettivo di autori e registi tra i più importanti degli anni 2000, vincitori,
tra gli altri riconoscimenti internazionali, del Premio Ubu 2018 per il miglior spettacolo
straniero in Italia con Nachlass, presentato a Roma da Short Theatre e Romaeuropa

Festival. Le loro opere si collocano nel regno del teatro, del suono e della radio, del cinema
e dell’installazione, in un continuo sviluppo degli strumenti espressivi per trovare prospettive
insolite sulla realtà ordinaria
On transplanted performers and remote controlled audiences
Come mettere in scena dei ready-made viventi e ricontestualizzare degli esperti sul palco?
Benvenuti nella zona grigia tra realtà e finzione. Permettete a dei materiali documentari e a
degli interventi teatrali di accompagnarvi all’interno di argomenti complessi, come il
cambiamento climatico e le politiche dell’Europa. Stefan Kaegi mostrerà e commenterà
alcuni brevi estratti video dalle recenti produzioni della compagnia Rimini Protokoll,
introducendo al pubblico e agli studenti la propria pratica artistica, ragionando intorno ai
meccanismi del teatro documentario e della rappresentazione mediata da dispositivi
tecnologici.
Daniel Blanga Gubbay vive a Bruxelles, dove lavora come curatore e ricercatore. È
attualmente alla direzione artistica del Kunstenfestivaldesarts a Bruxelles, insieme a Dries
Douibi e Sophie Alexandre. Ha conseguito la laurea specialistica con Giorgio Agamben
presso IUAV, Venezia, e un dottorato in Studi culturali a Palermo. Nel 2014 ha avviato
Aleppo, una piattaforma curatoriale con sede a Bruxelles per programmi pubblici di
performance e pratiche discorsive. Tra i recenti programmi curati: Can Nature Revolt?, un
programma pubblico per Manifesta, Palermo 2018; Black Market, Bruxelles 2016; The
School of Exceptions, Santarcangelo, 2016. Ha lavorato come co-curatore per LiveWorks,
un programma di residenza in Centrale Fies e tra il 2015 e il 2019 è stato direttore del
Dipartimento di Arti e Coreografia (ISAC) presso l’Académie Royale des Beaux Arts di
Bruxelles. Alcune recenti presentazioni: Talking About the Weather (2019, Oslo); Dance
Under Cover of a Fictional Rhythm (2018, Sharjah, Emirati Arabi Uniti); The Movement as
Living Non-Body (2018, Movement Research, NY); Knowing the Unknown (2017, Museum
of Impossible Forms, Helsinki) e Prophecies Without Content (American University of
Beirut).
Local World
Immagina una pièce che è una conferenza a cui nessuno arriva in aereo. Una performance
in cui gli scienziati invitati non appaiono fisicamente, ma ognuno è rappresentato da una
persona del luogo. All’inizio dello spettacolo, fanno ingresso sul palcoscenico all’interno del
classico allestimento da conferenza, aprono il copione e lo spettacolo inizia. Local World è
l’invenzione di una performance sulle soluzioni tecniche e sulla cooperazione in una crisi
globale. Ma che avviene a livello locale, in nome del mondo intero. E succede offline, con
le tecniche del teatro. Nessun viaggio che consumi CO2, ma anche nessuna
videoconferenza malfunzionante: la tele-presenza non deve essere qualcosa di digitale, non
implica necessariamente una latenza dentro uno schermo ghiacciato. La telepresenza può
innescare un processo politico e sociale in cui le regole della rappresentazione cambiano.
Non dover essere ovunque diventa un gioco teatrale che può essere eseguito ogni sera da
un nuovo cast di avatar locali. Al centro di questo gioco ci sono persone che si fanno
portatrici di idee. Il loro “io” può essere paragonabile all’io di un traduttore simultaneo. Solo
che non traducono da una lingua all’altra, ma da un corpo all’altro.
Benjamin Verdonck vive e lavora ad Anversa. È un regista, scrittore e artista visivo con
una pratica idiosincratica sia in teatro che al di fuori di esso. Il suo lavoro può essere visto
come un flusso continuo di performance, installazioni, azioni, spettacoli da tavolo e
pamphlets con una corrente sotterranea ricorrente: evidenziare la mancanza di dibattiti

pubblici sui cambiamenti in corso nel nostro sistema ecologico, che stanno gradualmente
diventando irreversibili. In contrapposizione al suo lavoro su larga scala nello spazio
pubblico, negli ultimi anni Verdonck ha lavorato a una serie di forme mobili più piccole di
teatro. Dal 2006 è artista teatrale in residenza nel famoso teatro municipale Toneelhuis di
Anversa.
Waldeinsamkeit, Gille learns to read e One More Thing sono parte di una serie in continua
crescita di installazioni mobili di Benjamin Verdonck, da lui costruite. L’impatto ambientale
della costruzione rivela l’intento artistico da tempo presente nel lavoro di Verdonck e ci parla
della catastrofe ambientale. Creati con mezzi semplici, queste installazioni permettono
all’artista di viaggiare leggero con il suo lavoro, di apparire ovunque, in ogni momento, e
andare in scena facilmente. Semplici nel concetto e nella realizzazione, queste installazioni
lasciano che siano le forme, i colori e i materiali a parlare da soli, così che l’artista finisca
per ritirarsi sempre più dal palcoscenico, a favore della calma e di un affascinante “Theater
der Dinge” (Teatro delle Cose). Installazioni di piccole dimensioni e durate brevi, per una
platea ridotta, che abbia familiarità con l’arte o no. Una serie di opere poetiche che sfuggono
alle condizioni e alle aspettative convenzionali dell’industria artistica, pur essendo
estremamente presenti, tangibili e concrete.

INFO
MATTATOIO
Roma, Piazza Orazio Giustiniani 4
http://www.mattatoioroma.it
Per le prenotazioni: prenotazioni.mattatoio@palaexpo.it
AZIENDA SPECIALE PALAEXPO
http://www.palaexpo.it
Ufficio stampa Azienda Speciale Palaexpo
Piergiorgio Paris, T 06 48941206 – p.paris@palaexpo.it
Francesca Spatola T 0648941212 f.spatola@palaexpo.it
Segreteria: Dario Santarsiero T 06 48941205 – d.santarsiero@palaexpo.it

IMPRESSIONISTI SEGRETI-La Recensione della Mostra di DETTI E FUMETTI

Visitando la mostra IMPRESSIONISTI SEGRETI che si sta tenendo a PALAZZO BONAPARTE di ROMA, oltre ad apprezzare la fantastica location,

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ho avuto l’opportunità di apprezzare de visu quanto la straordinaria capacità degi impressionisti di dipingere l’atmosfera.

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Con l’Impressionismo-  nome “dispregiativo” dato dagli accademici alla corrente pittorica per identificare quei pittori che si rifacevano allo stile di monet [dal titolo di un quadro di C. Monet, Impression: soleil levant (1873, Parigi , Musée Marmottan)]

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C. Monet, Impression: soleil levant (1873, Parigi , Musée Marmottan)]

– la Pittura esce dalle sale buie e stantie dello studio del pittore classico per immergersi nella pittura an plen ar.

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L’atmosfera è il vero protagonista delle opere degli artisti presenti in mostra.

 

Dipingere l’atmosfera vuol dire colorare le ombre degli oggetti e ritrarre i riflessi che la terra produce sugli oggetti circostanti; ma non solo; dipingere l’atmosfera ti permette di generare una prospettiva cromatica e di rendere vivido il soggetto del quadro scandendo il trascorrere del tempo mediante il colore che muta nei vari momenti del giorno.

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Questa peculiarità di trattamento del colore viene fatta propria da Cézanne che introduce la teoria cosiddetta della “modulazione”,

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con cui appunto si rende per la prima volta l’atmosfera desiderata suggerendo sensazioni diverse all’osservatore, il quale in questo modo torna al centro in una sorta di neo rinascimento.

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Il percorso della mostra costruito dalle curatrici di chiara fama Claire Durand-Ruel e Marianne Mathieu ci permette di apprezzare l’evoluzione dell’impressionismo e la contaminazione dell’Arte da parte della Scienza con gli esperimenti del pointinismo e divisionismo, la cui tecnica consisteva nella stesura di colori puri a piccole pennellate affiancate, spesso puntiformi, nell’intento di ottenere la massima luminosità degli stessi;

20200110_140007.jpg Nel, Ritratto della violinista Irma Sèthe, il pittore  Théo Van Rysselberghe cala su tela le recenti teorie scientifiche di ottica secondo le quali due colori primari, se affiancati, a distanza generano il loro complementare.

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Infine una piacevole scoperta, quella della opere della pittrice impressionista Berthe Morisot,

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una donna pittrice impressionista, rarità per l’epoca (le donne non frequentavano le accademie d’arte in quel periodo), famosa per i suoi colori opalescenti con cui sapeva  magistralmente rendere le figure.

Per la bellezza delle opere e l’opportunità unica di poter vedere questi capolavori nascosti provenienti dalle collezioni private [oltre 50 opere di artisti tra cui Monet, Renoir, Cézanne, Pissarro, Sisley, Caillebotte, Morisot, Gonzalès, Gauguin, Signac, Van Rysselberghe e Cross] consiglio vivamente una visita alla mostra che rimarrà aperta fino all’8 marzo 2020.

A presto

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 10 gennaio 2020]

 

 

 

 

 

 

LA QUINTANA -edizione speciale per Norcia -I costumi- le immagini del back stage

DETTI E FUMETTI è stata dietro le quinte della manifestazione della Quintana per approfondire lo studio sui costumi medievali nelle rappresentazioni storiche in italia.

Il 6 ottobre si è svolta l’edizione speciale della Quintana di Foligno 2019 dedicata agli amici colpiti dal terremoto di Norcia.

L’italia è da sempre ai vertici della sartoria di settore e ha ricevuto svariati Oscar per i costumi nei film. L’Arte con la a maiuscola l’abbiamo trovata nella cura dei costumi medievali di queste manifestazione.

Siamo stati nel back stage per ammirare gli abiti della sfilata avvenuta a Norcia la settimana prima della Quintana; I cavalieri, le dame e gli altri figuranti hanno sfilato per le vie del paese. noi c’eravamo grazie al gruppo fotografico FEST ,che sempre più spesso sta collaborando con DETTI E FUMETTI nella realizzazione di reportage fotografici. Vi riportiamo alcune delle immagini più rappresentative. Buona visione.

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[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Arte e Costume – articolo del 7 ottobre 2019]

 

Agriano- La Mostra di Acquerelli di Filippo Novelli. 23-25 agosto 2019- Agriano (NORCIA (PG))

Agriano è un piccolo paese posto su un altopiano che incontri sulla via che va da Norcia a Cascia, nel cuore dell’Umbria.

20190818_115458Un paesino come ce ne sono a centinaia in Italia, un tempo rurale, che ha visto negli anni sempre più gente andare via per popolare le periferie delle grandi città. Lo hanno fatto i nostri genitori, che con nostalgia tornavano per l’estate a trascorrere momenti felici tra queste montagne. Noi bambini, quando ci lasciavano “al paesino dai nonni”, eravamo colmi di gioia per il senso di libertà ed indipendenza che ci davano questi luoghi.

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Questa sensazione l’ho provata io negli anni ’70, quando trascorrevo le vacanze in Abruzzo dai miei nonni e l’ho rivista negli occhi di mia figlia qui ad Agriano.

Oggi lavoro per consentire alle persone di tornare nel proprio paese di origine, collaborando a creare un rete telematica che consenta loro di lavorare dove preferiscono, senza essere obbligati ad ammassarsi nelle grandi città inquinate da smog e traffico. Tornare ad Agriano sarebbe bellissimo.

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Per il momento ci torno d’Estate; qui posso dedicarmi ai miei acquerelli dimenticandomi dello scorrere del tempo.

Agriano mi ha adottato una ventina di anni fa. E’ accogliente con tutti, che tu sia un cittadino o che tu venga dal paesino vicino. Ti incanta con le sue case in pietra a faccia vista, con i suoi campi di grano, con i suoi cieli azzurri e le sue notti stellate.

Agriano ti abbraccia come si abbracciano le sue case che, con un susseguirsi di archetti, sembrano darsi la mano le une con le altre.

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Agriano ti regala scorci inaspettati al calar del sole, in un susseguirsi di vicoli stretti e piazzette alberate. Giri l’angolo e scopri un campanile, un portoncino celeste, un muretto a secco.

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Agriano è la sua gente, che a primo impatto appare chiusa e guardinga come ogni montanaro che si rispetti; poi la frequenti e scopri la sua accoglienza e calore. Ogni casa ti apre le sue porte; ogni agrianese ti tratta come un fratello. Non importa se stai con lui una manciata di giorni all’anno; la volta successiva che vi vedete è come fosse ieri. E allora si torna a far tardi sotto le stelle, a passeggiare nei prati dell’altopiano, a sfidarsi nelle scalate più dure per raggiungere la vetta più alta.

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Agriano è stata ferita qualche anno fa; la paura l’ha fatta abbandonare da molti. Ma la tenacia della gente di qui e la beltà dei luoghi sta facendo ripopolare Agriano.

Io, agrianese d’adozione, ho sentito la necessità di imprimere nella mia memoria questo momento di rinascita, provando a disegnare queste vedute, questi scorci, questi paesaggi bucolici.

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Vi lascio un pensiero che la mia amica Francesca ha voluto dedicare al nostro paese in questa circostanza.

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“Non basta una scossa o una crepa per togliere l’amore per questo luogo del cuore. Ogni volta che si arriva da te, quando sulla via si scorge il tabernacolo – “l’immaginetta”-, un sorriso si apre su ogni viso e tutti i crucci vengono dimenticati. Questo è il suo potere e fin quando noi saremo qui per lui, lui sarà qui per noi”.

Alcuni acquerelli della mostra.

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INFO:

AGRIANO- Acquerelli di Filippo Novelli – Agriano ( Norcia (PG) ) presso il giardino di via San Luca 79  -dal 23 al 25 Agosto 2019.

 

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 23 agosto 2019]

Palazzo Barberini, un gioiello nel cuore di Roma; curiosita’ su Mantegna e Raffaello

Palazzo Barberini è  un must per chi visita Roma in questi giorni.

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La curiosità di vedere uno tra i primi fumetti mai disegnati al mondo mi ha spinto a recarmi a palazzo Barberini, attualmente sede della Galleria Nazionale di arte Antica di Roma.

Ma c’è di più; il visitatore potrà seguire un sottile e segreto filo rosso che lega le sue principali opere. Il filo dell’elogio alla bruttezza e alla bellezza.

 

Chi si reca in questo periodo infatti potrà ammirare l’opera Ecce homo di Mantegna.

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Il filo rosso è l’elogio alla bruttezza e alla bellezza che lega alcune delle principali opere esposte.

Ecce homo, ecco l’uomo, la frase che i sacerdoti dissero a Pilato consegnandogli Gesu’, da il titolo all’opera tra le più famose del Mantegna, eccezionalmente presente al Palazzo Barberini in prestito dal Museo Jacquemart-André di Parigi.

E’ un’opera originalissima, giusto per rimarcare la sua presenza in questo blog possiamo dire che è un fumetto in fieri, infatti in alto compaiono le frasi dei sacerdoti e del popolo da loro sobbillato “crocifiggilo”.

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Scritte “al limite tra spazio dipinto e spazio reale” come recita Monte,

Ecce homo è originale anche perche’ anziché ritrarre Gesu’ con Pilato come poteva far pensare il titolo datogli dal Mantegna, si incorona il Cristo con i volti di cinque persone.Tra loro spiccano il sacerdote e la vecchia, la cui smorfia rimanda agli studi sui volti grotteschi che Leonardo da Vinci in quegli anni (1500) stava svolgendo a Mantova.

Al Museo Barberini quindi puoi passare dalla bruttezza alla estrema bellezza facilmente, seguendo il filo rosso leonardesco che dall’opera del maestro toscano passa attraverso le stanze del Narciso caravaggesco, simbolo dell’esaltazione della bellezza,

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fino a quelle della Fornarina di Raffaello. Raffaello aveva il culto di Leonardo e nella Fornarina esso traspare, non essendo altro che un omaggio alla Gioconda.

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Pochi sanno infatti che sullo sfondo, prima del bosco di mirto, la pianta dedicata a Venere, v i era un paesaggio molto simile a quello della Monalisa. Si narra che la Fornarina altro non sia che un tributo alla perduta Monna Vanna desnuda di Leonardo.

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La Fornarina merita da sola una visita al Palazzo poiché rappresenta una sorta di opera sintesi dell’arte dell’urbinate; possiamo infatti dimostrare che è quasi un compendio delle sue piu’ famose opere.

Ritroviamo in essa:

  • la Velata per le somiglianze nei lineamenti del volto

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  • il ritratto di Maddalena Strozzi per il gioiello pendente che le tiene il turbante238px-ritratto_di_maddalena_strozzi

 

  • La Sacra famiglia di Francesco I per il turbante fatto di una seta dorata a righe verdi e azzurre annodato tra i capellithe_holy_family_-_rafael

Ma non è finita; ad introdurre Mantegna, Caravaggio e Raffaello a Palazzo vi sono due archistar di livello non da meno;  infatti salirete alle sale espositive  attraverso la scala del Bernini

e ne uscirete scendendo attraverso la scalinata del Borromini.

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti sezione Arte- articolo del 25 gennaio 2019]

Il Ritratto fotografico-intervista a Stefano Massini

Amici di Detti e Fumetti oggi vi parliamo di ritratto in ambito fotografico.

osvy fotografo

Siamo andati ad intervistare Stefano Massini, componente dell’Associazione di Fotografi FEST (dal tedesco “impostare”, organizzare e declinare l’arte fotografica) artefici di una  originale iniziativa volta a portare il ritratto fotografico professionale nelle case di ognuno di noi. Il logo di FEST rappresenta il ring, una speciale lampada per la fotografia che elimina l’ombra sul volto del soggetto da fotografare.

logo fest

 

Ma riprenderemo più avanti questo argomento.

Era da qualche anno che non intervistavamo un fotografo. Volevamo indagare quella terra di confine che sta tra il Mestiere e l’Arte.

Oggi come mai prima d’ora la fotografia si è dimostrata essere il medium più alla portata di tutti coloro che sentono il bisogno di esprimere la propria creatività; oggi come mai prima d’ora i social se ne sono accorti e stanno cavalcando l’onda. Infatti, numeri alla mano, la fotografia si sta dimostrando il più diretto ed efficace medium per condividere i propri stati d’animo, il proprio estro, la propria individualità; d’altronde non c’è nulla di più immediato per trasmettere una sensazione di una immagine.

A Stefano abbiamo chiesto di raccontarci cosa rappresenta oggi la fotografia.

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F.: il digitale e l’analogico nel tuo lavoro; pregi e difetti secondo te.

S.:Pregi: La fotografia digitale è più comoda, ti permette di fare quanti scatti vuoi, senza un limite; hai subito un’anteprima dello scatto; in fase di post produzione puoi recuperare le zone troppo in ombra o quelle bruciate e puoi stravolgere completamente i colori.

Nella fotografia a pellicola tutte queste cose non le possiamo fare, ma proprio per questo, ti permette di imparare veramente l’arte fotografica.

Con il rullino hai pochi scatti. Questo potrebbe essere visto come un limite ma in realtà avendo pochi scatti, non puoi permetterti il lusso di  sbagliare. Per questo motivo prima di scattare pensi alla foto che stai facendo, studiando la luce, la composizione etc.. affinché risulti al meglio.

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Le foto scattate con rullino hanno un look imperfetto che le rendono affascinanti e poi per vedere le foto devi per forza stamparle, e la stampa sta andando a perdersi con il digitale. È un’emozione unica vedere le proprio foto stampate e poterle toccare con mano!

Difetti: l’analogico ha un costo molto più elevato rispetto al digitale (costo rullino e sviluppo)

il digitale proprio perché alla portata di tutti, per la sua facilità di utilizzo, ha prodotto negli anni,  moltissima “cyber spazzatura”.

F.: cosa è per te la scuola, la tecnica e quanto ne tieni conto nel tuo lavoro. Quando è  che invece bisogna dimenticarsene.

S.: Nel mio percorso di apprendimento (che parte da autodidatta) ho avuto la fortuna di conoscere molti amici, tra cui fotografi affermati, che sono stati la mia scuola, grazie a loro ho imparato facendo, ho affinato la tecnica nel tempo, partecipando a numerosi eventi.

Ritengo comunque la scuola fondamentale, lo studio è alla base di tutte le discipline.

Quello che la scuola non può insegnarti è fotografare con il cuore,  rendere eterna un’emozione senza pensare a troppi tecnicismi.

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F.: cosa è per te la post produzione. C’è sempre stata nel mondo della fotografia ma con l’avvento del digitale che ruolo ha?

S.:La post produzione è sempre stata presente già ai tempi della camera oscura ma con l’avvento del digitale è diventata un mezzo fondamentale, uno strumento per rendere la propria fotografia più potente e per risolvere problemi se e quando si dovessero presentare. Naturalmente proprio perché potente, andrebbe dosata con attenzione, perché cominciare ad elaborare una fotografia ed arrivare ad un risultato finale grafico ed artefatto, è un attimo.

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F.: quanto sono importanti i gruppi di fotografia, quanto è importante fare mostre, avere un ritorno dal pubblico.

S.: Personalmente ho sempre vissuto la fotografia come un momento molto personale e solitario, una valvola di sfogo o un rifugio sicuro dallo stress e dai problemi della vita ma nel tempo, poco alla volta, ho cominciato a vivere la mia passione anche con amici ed ho scoperto quanto possa essere importante la condivisione; il confronto è motivo di grande crescita professionale ed umana. Le mostre sono un sicuro punto di incontro che avvicinano appassionati e non, una vetrina meno veloce dei social ma sicuramente più concreta e quando si crea interesse verso la propria fotografia, la cosa può solo che generare grande soddisfazione, è il carburante che ti fa andare avanti.

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F.: cosa apprezzano di piu’ gli altri delle tue opere.

S.: Da quello che mi dicono, quando ricevo commenti sulle mie foto, è il riuscire a fare fotografie non banali e tecnicamente valide. Per me, già il fatto di riuscire a catturare l’attenzione di qualcuno, attraverso i miei lavori, significa che sto andando nella giusta direzione ma c’è veramente ancora tanto da fare e da imparare, la fotografia è bella per questo…è infinita.

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F.: quali sono i tuoi soggetti preferiti. e perché .

S.:Il genere che più mi appartiene e rappresenta è il ritratto, soprattutto femminile ed in questi anni ho fotografato decine di modelle nazionali ed internazionali.

Mi ispiro a  fotografi di livello superiore al mio e che fanno le foto ESATTAMENTE come piacerebbe farle a me, con la stessa filosofia, tecnica, approccio.

Quindi il ritratto è il genere che più mi emoziona, indipendentemente dalle belle modelle ritratte di cui internet è piena.

 Altro genere che apprezzo molto è la street photography, che pratico di rado ma nei miei momenti di pausa tra un set ed un altro in studio.

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F.: progetti in corso?

S.:A brevissimo inizierà una mia collaborazione con un noto fotografo ritrattista internazionale.

Mentre a lungo termine mi piacerebbe poter organizzare un bel viaggio fotografico, stile reportage, in un posto lontano tipo Birmania.

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F.: che consigli daresti ad un amico che si avvicina oggi al mondo della fotografia

S.: Studia molto, scatta solo le cose che ti interessano, usa prima di tutto la testa e solo dopo la macchina fotografica e poi devi essere tenace e non sentirti mai bravo ma sii umile e pensa  che avrai sempre da imparare.

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F.: Grazie Stefano e alla prossima

S.: Ciao a tutti a presto

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Fotografia – articolo del 6 novembre 2018]

Intervista a Laura Allevato – La moda nella società attuale

Noi di Detti e Fumetti siamo da sempre curiosi di capire tutte le declinazioni dell’Arte. Quello della Moda era un settore rimasto  fino ad oggi inesplorato. Desideriamo colmare questa lacuna.

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Per farlo abbiamo intervistato la nostra amica Laura Allevato.

F.:Cosa è la moda calata nella società odierna?

L.: Cerco di risponderti raccontandoti un fenomeno che sta spopolando in questo periodo e la sta’ facendo da padrone nel settore. Oggigiorno la Moda e’ sempre più alla ricerca di quegli stereotipi che l’acquirente possa riconoscere facilmente come “status symbol” ed il mondo da cui sta’ attingendo a “man bassa”  sempre piu’ e’ quello della musica, in particolare dal mondo dell musica RAP/TRAP.

Personaggi come Kanye West o  Rihanna ad esempio,   oltre ad aver creato dei loro brand e collaborato con case di moda streetwear (Nike, Puma, Adidas, per dirne tre tra le principali), stanno portando avanti (soprattutto sui social) il loro clash di capi sportivi e pezzi unici di brand di alta moda (es: Gucci o Versace ).

I marchi che dominano queste nuove tendenze sono ad esempio: OFF- WHITE, SUPREME, ACOLDWALL.

Io personalmente resto fedele – malgrado debba seguire le leggi del mercato – alla progettazione, che parte da un’idea:  pura, non contaminata, non contestualizzata; il marchio guida resta sempre per me quello di  COMME DES GARCONS.

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F.: Ai nostri lettori,  della persona che intervistiamo, interessa da sempre capire quale sia stato il passaggio che lo ha portato dall’essere un appassionato di una tal arte  al divenire un professionista del settore.

L.: Sinceramente non ricordo bene quale sia stato il momento esatto in cui ho deciso che da grande “volevo fare la stilista”,  ricordo solo che gia’ durante il liceo, amavo disegnare e la moda era entrata nella mia vita. Seguivo il movimento “dark” hai presente…

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Quindi a pensarci bene è stato grazie alla musica, attraverso il modo di vestire dei suoi protagonisti, che tutto è iniziato. La musica ha ispirato da sempre le mie creazioni; con esse ho pensato che  avrei potuto comunicare agli altri quello che era il mio stato d’animo. Per questo motivo ho lasciato la facoltà di architettura per entrare in Accademia di Moda e Costume; da quel momento tutto è iniziato a scorrere in modo molto naturale.

 

F.: Hai preceduto la domanda successiva. Abbiamo dedicato molti articoli al “da grande farò l’artista” illustrando quali sono le scuole giuste da frequentare per raggiungere una preparazione di buon livello. Quali secondo te sono le migliori nella capitale e quelle nelle principali città di Italia?

L.: Io ho frequentato l’Accademia di Moda e Costume,dove sono felice di aver ricevuto una formazione culturale sopra la media rispetto a tutte le altre scuole di moda del momento e di aver studiato approfonditamente anche il costume (non a caso il direttore creativo di Gucci, Alessandro De Michele, che ha frequentato la mia stessa scuola, dimostra in modo eccellente quanto la storia del costume sia fondamentale per la nostra professione).

Oggigiorno si ha più’ scelta in Italia;  sono nate diverse buone scuole di Moda (lo IED a Roma e Milano; il Polimoda a Firenze, la Marangoni a Milano).

F.: Usciamo un po’ fuori dagli schemi: Se tu avessi la bacchetta magica quali dovrebbero essere le principali azioni da  intraprendere per valorizzare il Mondo della Moda che, come si legge dai giornali economici è quello con segno + al pari del Food & Beverage e del Turismo?

L.:  Sarebbe bello non perdessimo il contatto con le ns origini  e che queste ultime venissero tutelate dai Beni Culturali ,  intendo dire che mi piange il cuore ogni volta che marchi storici italiani (Versace,Valentino,Gucci,ecc) diventano di proprieta’ di famose holding del lusso straniere (Kering,LVMH,).

F.: Per concludere raccontaci a cosa stai lavorando ora è quali sono i tuoi progetti futuri prossimi.

L.: Al momento collaboro con la Diesel per cui già avevo lavorato anni fa in qualità di Senior Knitwear Style & Product Manager.  Sto lavorando  per il loro brand Diesel Black Gold,che sfila a Milano.

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collaboro anche con altre aziende in giro per il mondo (soprattutto Cina/Hong Kong)

e fondamentalmente mi occupo dello sviluppo creativo e tecnico della categoria maglieria.

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Ho infatti preferito nel tempo specializzarmi su una merceologia specifica al pari dei   designer che seguono il denim.

E’ un ambito estremamente tecnico, e lo preferisco a quello di chi preferisce fare il tuttologo, come la maggior parte dei miei colleghi.

Tra i progetti che tenevo nel cassetto uno l’ho realizzato gia’ 2 anni fa’,in collaborazione con l’Accademia ,progettando un master di maglieria”Creative Knitwear Design”,oggi portato avanti dall’Accademia e da Modateca. Ne devo realizzare ancora altri di sogni nel cassetto ma  lasciamo che sia il tempo a svelarli!

F.: Allora dobbiamo risentirci presto. Al prossimo sogno realizzato. Ciao Laura

L.: Ciao a tutti i lettori di DETTI E FUMETTI.

[Filippo Novelli  per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE & MODA – articolo del 29 Ottobre 2018]

 

Intervista a Fabio D’Andrea – La storia di Roma e Trastevere nel libro “Uno de Nojantri”

Ciao amici oggi vogliamo parlarvi della città  in cui la maggior parte dei nostri redattori è nata: Roma.

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Per farlo siamo andati ad intervistare una nostro amico: Fabio D’Andrea che ha scritto un libro sulla Capitale, quasi un inno al suo Rione più rappresentativo: Trastevere; il testo è così coinvolgente che vieni magicamente trasportato nei luoghi della tua infanzia dove puoi risentire gli odori ed i sapori antichi che oggi la generazione del fast food non può immaginare nemmeno lontanamente.

Ma non solo: Fabio ha eseguito un sapiente lavoro di catalogazione di tradizioni e luoghi perduti che esalta la magnificenza della nostra Città’ Eterna, rendendo “Uno de Nojantri” un libro da custodire nella propria biblioteca per poterlo pescare e rileggere all’uopo, quasi fosse “er dizionario de Roma“.

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Ma sentiamo dalla sua voce come è nata l’idea di scrivere un libro del genere.

Fa: Nascere e vivere Trastevere è già stato per me un privilegio, figuriamoci avere in casa un nonno Trasteverino DOC che alla sera invece della solita favoletta ti racconta le marachelle e le combriccole di quando era regazzino, i fattacci dei vicoletti, le storie di vita che hanno caratterizzato la Roma dagli anni 50 ai 70… Ecco raccontare la rocambolesca vita di mio nonno è diventato lo spunto per narrare le vicende delle famiglie del Rione Trastevere, dove tutto era più a misura d’uomo, dove le famiglie si aiutavano veramente e la povertà non era una barriera insormontabile ma un valore aggiunto che univa e avvicinava le persone per la vita… il tutto naturalmente condito da un romanesco moderno, facile da capire perché largamente usato nel quotidiano ma che ti riporta indietro nel tempo, e spero faccia provare e riassaporare sensazioni ed emozioni particolari in chi legge.

F.: È stato il tuo primo libro di successo. Cosa avevi scritto prima e cosa pensi pensi di scrivere dopo. Il successivo libro dopo un grande successo mette sempre un.po di timore. Tu ne hai?

Fa: Sì è stato il mio primo libro pubblicato veramente. In precedenza ho scritto un romanzo “fantasy” durante gli anni del liceo, ma è rimasto un sogno nel cassetto e attende nuova fortuna. Qualche anno fa ho realizzato un paio di articoli di carattere scientifico per “addetti ai lavori”, anche se per un decennio ho tenuto la redazione mensile del giornalino scout del quartiere. Ora c’è un pò di apprensione perché  dopo un lungo lavoro, durato quasi sette anni, mi trovo a correggere le nuove bozze in molto meno tempo. La seconda parte della storia è quasi pronta e si potrebbe stamparla in solo un biennio di lavoro… Il timore c’è, perché  sarà difficile produrre un testo all’altezza del primo… come direbbero a Trastevere: “Bbona la prima!”…

F.: Uno de Nojantri parla di una storia vera, oppure hai inserito degli elementi romanzati?

Fa: Le storie narrate sono tutte autentiche e vissute in prima persona da mio nonno Ettore se non come attore principale sicuramente come comprimario. Da parte mia procedere secondo un ordine temporale, devo confessare, è stato molto faticoso, poichè tutti i racconti sono stati registrati e narrati in prima persona dalla viva voce di mio nonno; è per questo che la scelta narrativa lo coinvolge in prima persona…

Ho adottato l’escamotage di far raccontare le storie in prima persona perché in questo modo sembra quasi di ascoltare una persona che ti è seduta al tuo fianco.

 

F.: E’ vero! ogni pagina è una nuova scoperta, come il disvelarsi di un segreto di cui si viene messi al corrente e, per certi versi, è proprio questo il messaggio più bello: sono le storie dei nostri nonni che non devono andare perse….

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Le immagini di famiglia che si frammezzano al racconto ti fanno entrare in confidenza con le storie raccontate, catapultandotici dentro; è a quel punto che scatta l’emozione…

F.: Il nostro blog vuole da sempre far scoprire ai nostri lettori quale sia stato il passaggio che ti ha fatto diventare da appassionato di letteratura a scrittore professionista. Raccontaci come è accaduto per il tuo caso e se ne hai lascia qualche consiglio a uno che vorrebbe intraprendere la carriera di scrittore.

 Fa: Francamente non c’è stato un momento di passaggio vero e proprio.

Leggere è sicuramente la mia passione principale e leggendo ti viene naturale cominciare a scrivere: piccoli brani, poesie, testi di canzoni, racconti. Dare una continuità a tutto questo tanto da portarti a pubblicare un testo non si è dimostrata una impresa facile; sono qui alla mia prima esperienza;

Se posso dare un consiglio direi che la cosa più importante è quella di non arrendersi. Fondamentale è trovare l’idea giusta, quella che alla fine rende tutto più facile e che, una volta realizzata, rende tutta la fatica fatta non solo sopportabile ma estremamente gratificante!

Da qui a raggiungere il grande successo la strada è ancora molto lunga, ma è sempre dalle piccole cose che può nascere un buon inizio e per questo posso dire di essere sulla buona strada…

trastevere

F.: Direi che siamo molto soddisfatti di quanto ci hai narrato. Grazie per averci raccontato Roma ed in particolare la “Trastevere de ‘na vorta“.. Ti aspettiamo con il tuo prossimo lavoro. In bocca alla …lupa.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI- sezione Letteratura – articolo del 24 ottobre 2018]

Raccolta Aforismi

osvy interviste

Facciamo tutto: Recensioni, interviste, libri … ma soprattutto ci piace recitare aforismi. Qui ve ne lasciamo alcuni che abbiamo diffuso sui social ultimamente.

 

osvy e curti

Da Giga a Mega, il nostro compito sarà recuperare la capacità del racconto: troveremo nuove stalle dove sederci in cerchio e raccontare storie. Perché i Giga, da soli, saranno il segno della bulimia dell’istante, del “qui ed ora”, di un eterno presente che non produce storie e non sedimenta memoria. Dovremmo ricondurli a dei Mega dicibili, raccontabili. (Ilda Curti)

 

 

osvy e einstein

La creatività è contagiosa, trasmettila. (Albert Einstein)

 

 

osvy e Khayyam

La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte.
(Omar Khayyam)

 

ercolani

Nella vita ognuno sceglie le sue priorità: per me sono sempre state la libertà e la bellezza.
Non ho investito nella carriera o nel mattone, ma nella cultura e nello spirito, ricchezze che nessuna crisi potrai mai levarmi. (A.Ercolani)

 

 

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Penso che forse non mi leggi più. Ma ora
tu sai tutto di me, della mia prigionia e del mio dopo; ora sai che non può nascere l’aquila
dal topo. (E. Montale)

 

 

Osvy e montale

«La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui». (E.Montale)

 

osvy e tejpal

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Fumetto – articolo del 20 giugno 2018]

DA GRANDE FARO’ LA SCULTRICE

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Una matita, un quaderno a quadretti e tanta passione; così è iniziato tutto; tornavo a casa dopo la scuola, prendevo dal cassetto del mobile della sala un vecchio quaderno  e cominciavo a riempire di disegni le pagine rimaste vuote dall’anno scolastico precedente.

 

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Avevo circa 7 o 8 anni quando in un pomeriggio d’estate mi capitò fra le mani un piccolo diario di mia madre, lo aprii e mi soffermai su un disegno di una contadinella realizzato da lei. Era davvero bellissimo e colorato, e ricordo bene che in quel momento pensai dentro di me “anche io da grande vorrei disegnare così bene!”.

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Inutile dire che da quel giorno non ho più smesso di esercitarmi nel disegno;  i soggetti che amavo di più ritrarre erano i cavalli, la mia seconda grande passione.

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Di lì a poco a scuola cominciai ad approfondire gli studi d’arte ed iniziai ad usare l’argilla, un materiale naturale, morbido e grigio. Indovinate la prima scultura che realizzai? Un cavallo. Ne conservo ancora le foto!

Mi piaceva talmente tanto riuscire a modellare con quel materiale così freddo e scuro tutto ciò che mi passava per la mente che ben presto ai miei genitori dissi “io nella vita…. non posso fare altro che la scultrice!!!”La scultura ha di bello il fatto che hai davanti a te un oggetto tridimensionale che puoi vedere, puoi toccare e puoi godere da ogni lato; la scultura è un modo di essere, è una scelta di vita.

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Chi sceglie di dare “vita” ad un materiale grezzo e freddo, che sia argilla o marmo, è una persona che sceglie di cambiare il destino delle cose, di guardarle con altri occhi, un po’ come quando con gli occhi al cielo guardiamo le nuvole ed in esse riusciamo ad immaginare uccelli, guerrieri, volti, ecco… fare scultura è come immaginare un cielo pieno di personaggi dove le altre persone vedono solo un cielo pieno di nuvole!

 

I miei riferimenti

Quando arrivò il momento della scelta della scuola superiore era scontato che io volessi iscrivermi all’Istituto d’arte; ero desiderosa di conoscere l’arte in tutte le sue forme, di studiare la vita dei più grandi maestri e venire a conoscenza delle loro tecniche artistiche.

A scuola mi sono divertita tantissimo nello sperimentare  tutte le tecniche che ci venivano insegnate, dalla pittura alla scultura; al termine dell’anno scolastico eravamo soliti realizzare degli spettacoli, creando oggetti e pitture di “scena” sempre diversi.

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Terminati gli studi superiori scelsi l’Accademia di Belle Arti, e tra una scultura e l’altra  passavo le ore nella biblioteca del quartiere a sfogliare i libri sui grandi maestri dell’arte; studiai soprattutto le vaste collezioni dei disegni anatomici di Leonardo e delle sculture di Michelangelo.

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Tutt’ora sto terminando gli studi per poter esercitare l’insegnamento dell’arte nelle scuola; mi piacerebbe poter essere come gli insegnanti che ho avuto, pieni di passione per il proprio lavoro e con grandi capacità per poter trasmettere ai miei futuri allievi la stessa passione per il mio lavoro che loro hanno trasmesso a me. La scultura nasce dallo studio del corpo, dalle tecniche, dalle forme, ma soprattutto dalla creatività dello scultore che deve essere conservata con cura e anche con un po’ di “gelosia” perché non vi è cosa più bella che riuscire a difendere giorno dopo giorno  la propria immaginazione!

Le scuola che mi hanno consigliato

Terminata la scuola media i miei insegnanti mi consigliarono di iscrivermi al liceo scientifico perché ero abbastanza brava a scuola. Mi piacevano tutte le materie, così avrei potuto avere una preparazione completa per poter scegliere successivamente qualsiasi università; ma io la pensavo diversamente, io volevo fare l’artista! Come si fa a credere ad una bambina di 13 anni anche se aveva le idee così chiare? Come si fa a recarsi all’istituto d’arte che dista ben 60 km da casa, cioè ad un’ora di autobus? E’ facile comprendere il perché inizialmente i miei genitori non se la sentirono di assecondarmi. Fu così che frequentai per un anno il liceo scientifico, svogliatamente tanto che  raggiunsi appena la sufficienza in tutte le materie …tranne che nella storia dell’arte e nel disegno dove presi ovviamente dieci. Fu per questo motivo che i miei si convinsero a farmi cambiare scuola. Fui felicissima!

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Il primo giorno di scuola fu così emozionante che lo ricordo ancora. Ricordo che c’era un ragazzo con una maschera veneziana davanti al portone dell’Istituto d’Arte che salutava ogni studente che arrivava.  La mia esperienza scolastica la rifarei un milione di volte ancora, perché l’arte ti fa guardare tutto con occhi diversi e ti fa amare davvero quello che fai trasportato dalla passione.

I mestieri che si possono fare…

Avendo frequentato una scuola bellissima, ricca di stimoli e soprattutto una scuola “professionale” ovvero una scuola che ti prepara ad una “professione”, avevo acquisito tutti i mezzi e le competenze per fare qualcosa di mio anche a casa. Già durante le scuole superiori ebbi modo di “lavorare” facendo ritratti per amici e parenti su commissione.

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Appena terminata la scuola feci diversi lavori di decorazione come ad esempio  i trompe l’oeil,  che sono delle decorazioni di pareti di case. A scuola ho acquisito anche una notevole manualità tanto che oggi fabbrico oggetti come orologi ornamentali, vasi, eccetera. Pensate a casa chiamano me se c’è da cambiare una sega a nastro.

L’arte è in fondo il mestiere del cuore. Ogni giorno mi domando di cosa c’è bisogno? cosa mi piacerebbe vedere attorno a me? E’ questo lo stato d’animo con cui mi predispongo a creare. Le professioni possibili con un diploma o una laurea artistica sono innumerevoli.

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Vi faccio un elenco di getto: lo scenografo teatrale, cioè la persona che disegna ed allestisce le quinte degli spettacoli che si fanno a teatro; l’insegnante di arte nelle scuole primarie e secondarie; il critico d’arte, la guida nei musei e tanti tanti altri mestieri.

Ciao da Petra!

[Erika Lavosi per DETTI E FUMETTI – sezione arte- articolo del 21 novembre 2017]

MONET a ROMA-la recensione di DETTI E FUMETTI

Visitare la mostra di Monet a Roma è una occasione da non perdere per chi è amante dell’impressionismo ma c’è un MA grande così.

Se andrete alla mostra per godervi il Monet impressionista, vedere le sue opere celebri,

 

allora avrete preso una grossa cantonata ed uscirete dalla mostra fortemente delusi; vi ronzerà nella testa la classica frase: “Pochi quadri; i più famosi non c’erano; la mostra è troppo breve”. Quindi se siete questo tipo di visitatori  risparmiatevi i soldi del biglietto per la prossima mostra.

Se invece la vostra aspettativa si concentrerà sulla voglia di trovare un Monet Rivoluzionario e d’Avanguardia dei movimenti pittorici  che lo seguiranno, allora questa mostra è una pietra miliare che un appassionato di pittura non può assolutamente perdere nella sua vita.

Ci sarebbe molto da scrivere ma oggi ci soffermeremo solo su tre punti.

-il quadro delle rose

-il roseto

-il lago con le ninfee

Prima pero’ apriamo una parentesi su un aspetto della mostra, quello che ci da modo di  capire come iniziò la carriera artistica del pittore francese e da dove scaturì la scintilla rivoluzionaria che ha fatto di Monet un genio ed un esempio della pittura moderna.

Monet fin da giovanissimo era un appassionato di caricature; potremmo quasi dire che faceva fumetti ante litteram. Non faceva che caricaturizzare tutto ciò che incontrava, dapprima i suoi familiari poi i personaggi di moda dell’epoca e rivendeva le caricature ai giornali per vivere.

Ed ancora: la mostra ci racconta che la sua fissazione per il desiderio di dipingere la luce iniziò con un rifiuto.

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Il quadro che ora è uno dei suoi capolavori gli venne rispedito al mittente perché ritenuto “brutto”; da questo quadro inizio’ la voglia di rivalsa del pittore; il palesarsi della sua forza. Conservò il quadro gelosamente con sé per tutta la vita. Non volle rivenderlo mai più . Gli fu da esempio e lezione, punto di partenza per intraprendere la sua arte da pittore rivoluzionario.

il quadro delle rose

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In questo quadro l’importante non è il soggetto, seppur evocativo perché ritrae la pianta simbolo di rinascita e i fiori caduci simbolo nel contempo dell’effimero; in questo quadro l’importante è “la dimensione” mai nessuno prima di Monet aveva osato dipingere su queste dimensioni,

che fino ad allora erano riservate a scene di rappresentanza, storiche evocative. In questa scelta MONET è stato rivoluzionario e ha segnato la strada per gli altri pittori che lo hanno seguito.

il roseto

Monet  progettò il suo giardino accuratamente per poterlo dipingere al meglio e cogliere la luce in tutte le fasi delle stagioni e del giorno.  Come vedremo più avanti a Monet non è mai interessato realmente al soggetto; a lui interessa come lo attraversa e/o riflette la luce.

Ecco perché un soggetto lo ripete tante e tante volte. Nella mostra si può notare quando nell’ennesima ripetizione Monet si sia spinto oltre la pittura impressionista divenendo pittore di avanguardia.

 

Le linee di luce si sono intrecciate alle ombre e la pittura è sfociata nell’overall  compiendo un  salto nel tempo che solo con Pollock avremmo potuto apprezzare.

Il lago delle ninfee

Iniziamo con un aneddoto. Monet  amava moltissimo coltivare piante e fiori a tal punto che  fece ingrandire il suo giardino per far inserire un lago artificiale dove far crescere le sue famose ninfee. Trascorsero  15 anni prima che ne poté dipingere una.  Durante i lavori di ristrutturazione si trasferì a Londra.

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Quindi possiamo dire sicuramente che fu grazie al problema delle ninfee se oggi possiamo godere dei quadri londinesi di Monet.

Tornando alle ninfee e alla ripetizione quasi alla noia dello stesso soggetto per decine e decine di quadri, anche in questo caso dobbiamo soffermarci sulle vere intenzioni dell’autore.

Il suo scopo primario non  era quello di dipingere le ninfee, bensì di usare il lago come specchio sulla realtà e dipingere la luce e le atmosfere che esso rifletteva. Le ninfee divenivano così prettamente un gioco di vedo non vedo per scorgere il mondo che era oltre 

[Filippo Novelli del DETTI E FUMETTI – sez. ARTE – articolo del 21 dicembre 2017]

 

 

 

UN VIAGGIO ESPERIENZIALE- LA SERRADA DI DEPERO

Questa estate ho voluto fare una vacanza esperienziale a scopo culturale che conciliasse le esigenze della mia famiglia di trascorrere le vacanze estive al fresco andando in montagna .

Sono andato a Serrada, in trentino, per immergermi dentro l’opera di Fortunato Depero.

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Il pittore, infatti, dopo una vita trascorsa tra i fasti ed i successi di Roma e New York ,si ritirò in questo paesino,  vicino a Folgaria,  per  trovare la serenità e la tranquillità che solo la natura riusciva a trasmettergli.

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Lui stesso in una lettera descrive questi luoghi

«Serrada offre un paesaggio eternamente mutevole. In estate è un pianoro, una verde conca riposante circondata da altere groppe di monti, da scalinate di roccia discendenti, a volte dolci e altre a precipizio. Dentro legioni di abeti e tra plotoni di pini e larici, in vedetta, giace il paesello: campanile a testa di cipolla e naso appuntito all’insù. La chiesa aspetta a bocca aperta i fedeli e il cimitero tace e origlia quadrato e rassegnato con le croci a braccia distese. In autunno i prati, i campi e i boschi si popolano di aratri, di falci, di accette e di mucche al giogo. La terra si rivolta nera e appare punteggiata di tuberi benefici, simili a biondi ciottoli. Il ritmo secco del taglialegna si ripercuote nel bosco. I larici ingialliscono, i faggi arrossano e i cespugli radenti si insanguinano. Merli e tordi sfrecciano, il fringuello svetta e l’allodola ferma nell’azzurro canta la luce che l’abbaglia. Serrada d’inverno offre un paesaggio polare. Dal bianco lenzuolo sorgono scheletri di vetro e mani multiple di fantasmi. Ogni osso e ogni dito hanno il proprio lembo di candore. Il vento nordico arriva galoppante con in groppa il sole dagli occhi di fosforo, con criniere d’oro e bardature d’argento. Nitrisce accecando. L’ampia distesa è uno specchio e il cielo e le case capovolte vi si riflettono turchine. Lo sciatore affascina: distende le braccia per impugnare le ali al vento. Con le lame degli sci ai piedi taglia lo spazio con rasoiate parallele. Il suo binario aereo, diritto, curvilineo e a zig zag è perfetto. Il bolide umano scende fra stupendi pennacchi di neve, fra soffi di polvere luminosa, reggendo i volantini equilibratori. Scende un angelo del firmamento sicuro nello spazio e nella luce che lo aureola, raggiante in questo autentico prisma di poesia» (cit. da Fortunato Depero nelle opere e nella vita,1940).

E’ stato molto interessante percorrere la cittadina ed ammirare le  opere del maestro; ogni estate la comunità di Serrada si veste a festa ed organizza manifestazioni a tema, laboratori di pittura per bambini e incontri di approfondimento.

In ogni locale, hotel, punto di informazioni ti viene data una guida grazie alla quale si possono meglio comprendere le opere sparse per la cittadina.

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Depero lo conosciamo come pittore. In realtà lui si definì  fin dal principio scultore. Ce ne accorgiamo da come tratta il concetto di tridimensionalità nei suoi dipinti.

Pochi sanno che la sua esperienza artistica iniziò con un rifiuto. Non fu infatti accettato alla Accademia delle Belle Arti di Vienna.

Questo episodio fece di lui un rivoluzionario, il capostipite della “seconda fase del futurismo” che si fonda sull’ arte totale capace di sopravanzare l’ arte museale e da esposizione in voga fino a quel momento ( anche per lo stesso futurismo della cosiddetta prima fase )

Con Depero (cosi’ come con Balla) l’arte entra nella quotidianità della gente, grazie alla pubblicità, all’arredamento, agli allestimenti teatrali, alla moda, all’architettura, all’editoria e così via.

A poche curve da Serrada (da fare con cura anche in estate) c’è  Rovereto dove Depero fonda la CASA FUTURISTA e dove potrete trovare la testimonianza tangibile di quanto sopra detto in fatto di DESIGN. Insomma un viaggio esperienziale totalizzante, ne è valsa la pena ( intendo per le curve :-))

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 20 dicembre 2017]

DA GRANDE FARO’ L’ARTISTA- IL LIBRO

 

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Da grande farò l’artista da il titolo ad un libro in cui Osvy ed i suoi amici di  DETTIEFUMETTI  raccontano la loro passione artistica ed il modo per trasformarla in una vera e propria professione.

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Impara l’arte e mettila da parte non è più un “detto” da seguire, fidatevi noi ce ne intendiamo. In una società dove è previsto che la maggior parte delle professioni tradizionali spariranno a causa della rapida evoluzione tecnologica da qui ai prossimi dieci-venti anni, la professione dell’artista sarà una delle poche che non solo sopravviverà ma diverrà fulcro della nuova società che vedrà protagonista l’industria dell’intrattenimento.

potete acquistare il libro su AMAZON

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[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI- sezione arte- articolo del 21 novembre 2017]

Arf 2016 – edizione II -Oltre l’autoproduzione del fumetto – la soluzione definitiva.

E’ un sabato mattina, il sole splende su Roma; il traffico capitolino ci ha dato una tregua e così in men che non si dica riusciamo a raggiungere la Pelanda, nuova sede dell’ARF, il FESTIVAL DI STORIE, SEGNI & DISEGNI alla sua seconda edizione.

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(ARFIO e l’autoproduzione di Filippo Novelli)

 

Mentre la stampa accreditata inizia già a scrivere epici pezzi sulla nuova Woodstock del fumetto, noi siamo seduti in sala per assistere alla conferenza “Quando l’editore non c’è; L’indie italiano da ieri a domani.

Ospiti :Stefano S3Keno Piccoli, Ratigher, Samuel Daveti, Alessandro Martoz Martorelli (LabA4- Crisma) e Marco Tavarnesi (Inuit).

A moderare l’incontro: Riccardo Corbò.

Da quando ho iniziato ad occuparmi di fumetti, vi confesso, questo è stato il mio argomento preferito. E presto capirete perché.

Inizia a parlare Piccoli ripercorrendo la sua esperienza sull’ autoproduzione degli anni ’90, dell’epoca d’oro, quella, per intenderci, quando alle fiere modello ARF si vendevano 5000 copie in 3 giorni . Era un’altra epoca ci ricorda.

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Piccoli ci racconta come a quei tempi  si usciva con il “grezzo sul grezzo”, cosa che oggi non è più possibile se non altro per la consapevolezza e il livello professionale dell’autoproduzione.

Oggi ci si autolimita, consci di quanto bravi siano i tuoi “conoscenti” del Web.

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Quando abbiamo iniziato non esisteva Internet; non si sapeva cosa facevano gli altri (gli fa sponda Ratigher); se tra i tuoi sei amici che disegnavano eri il piu’ bravo, ti facevi pochi problemi e pubblicavi. Oggi no. Prima di pubblicare ti senti in dovere di raggiungere un livello “alto”.

Ma veniamo al punto, continua Piccoli. L’autoproduzione nasce per due motivi: o per scelta consapevole o, siamo sinceri, per bisogno  perché nessuno ti pubblica.
Corbo’ a Ratigher: tu perche’ lo hai fatto? Sei stato promotore di modelli rivoluzionari e mi dicono che qui all’ARF ne proporrai uno nuovo che dovrebbe diventare la risposta “definitiva” al problema dell’autoprodzione.

Ratinger: io ho iniziato con l’autoproduzione con un gruppo di amici ( i super amici poi fratelli del cielo) perche’ volevamo pubblicare le nostre strane storie, liberi dai vincoli dell’editore.

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Oggi tutti ne pubblicano ma è sorto un nuvo problema. Non ci sono più i soldi da investire che vi erano una volta.

Corbo’: PIC NIC, il primo free press di fumetto italiano che trovava i soldi dagli sponsor, per me continua ad essere il modello perfetto di autoproduzione. Perché non avete continuato?

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Ratigher: forse perche’ tra noi non vi era un account manager con spirito imprenditoriale capace di procacciare i clienti giusti, forse anche perché in Italia gli Sponsor non erano e non sono pronti ad entrare in questo mercato, sebbene oggi tornato ad essere florido, vedi le presenze di Lucca che raggiungono i 400.000 visitatori.. Chissa’…

Corbo’: Peccato. Ma sappiamo che non ti sei fermato nello studio di modelli efficaci di autoproduzione. Hai sperimentato il modello di vendita “Prima o Mai. Facci capire in cosa consiste.

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Ratigher: Il modello “Prima o Mai” consiste nel mettere in vendita il fumetto per un periodo di tempo limitato terminato il quale il fumetto non si vende piu’. Una sorta di vendita on demand ma con un livello di difficoltà ulteriore: il tempo limitato.

Ho sperimentato che inserendo questo fattore tu stimoli l’acquirente all’acquisto nella consapevolezza che altrimenti rischia di non avere più la possibilità dell’acquisto. Se con il metodo di autoproduzione clessica in 5 mesi ho venduto 1000 copie. Con questo metodo, in meno della metà del tempo, sono riuscito a venderne il 10% in piu’.

Vi confesso, continua Ratigher, che a livello di costi – benefici questo era il solo metodo (dico era perché a breve vi racconterò quello nuovo e definitivo) che valesse la pena per avere uno stipendio di un operaio specializzato (1.800,00 euro/mese).

Scusate la provocazione ma, non è che si deve avere la fissa dei soldi, ma sono contrario a fare fumetti per hobby. Ecco perche’ sono alla continua ricerca di modelli efficaci.

Corbo’: ce ne parlerai a breve. Ora pero’ indaghiamo anche altri modelli di autoproduzione di successo dando la parola a Samuel Daveti dei Mammaiuto.

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Corbo’: si legge sul vostro sito: “Le attività di vendita che intraprendiamo sono finalizzate a dare agli autori il massimo compenso possibile per il loro lavoro, e a pagare le spese vive dell’associazione”. Che vuol dire?

Daveti: I Mammaiuto, che prendono il nome dalla banda di pirati del film Porco Rosso di miyazaki, è un’associazione formata da un collettivo di autori che ha deciso di ribaltare la proporzione dei guadagni nel rapporto editore-autore, dando l’80% di utili all’autore anziché all’editore e lasciare il resto per le spese del collettivo. Terminate le copie di partenza prodotte ( 200 circa) con un investimento di qualche migliaio di euro, l’autore è svincolato dal “contratto” con il nostro collettivo.

Siamo un gruppo di amici che si è iniziato ad autoprodurre sostanzialmente perche’ volevamo  svincolarci dagli editori classici, i quali se la serie per cui disegni non va, te la chiudono e ti lasciano appeso (esperienza vissuta sulla mia pelle), abbiamo iniziato ad autoprodurci.

Il metodo che abbiamo utilizzato, molto di voga attualmente, è il Crowdfunding (dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento) o finanziamento collettivo in italiano, è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni. È una pratica di microfinanziamento dal basso che mobilita persone e risorse[ fonte Wikipedia].

Corbo’: Si può essere un fumettista essendo un ingegnere? Alla provocazione di Ratigher sul concetto di fumettista per hobby cosa rispondi?
Daveti: Mi sono psesso chiesto se si puo’ essere fumettisti pur non vivendo di questo lavoro. Ci sono persone che hanno nel fumetto la parte più libera. Si può fare il fumettista anche senza soldi alla ricerca di un editore. E’ pur vero che se non guadagni delle tue tavole non sei un fumettista. Ci dovrebbe essere piu’ attenzione da parte degli addetti ai lavori. Gli editori dovrebbero aiutare gli artisti a vivere con questo lavoro altrimenti loro sono “costretti” a trovarne un altro per vivere.

Vedo Corbo’ che annuisce rivolto verso Piccoli, ospite della conferenza ma anche uno degli organizzatori di Arf, quasi a dire, voi con la Job-Arf questo incontro editore-autore volete alimentare.

Corbo’: Il processo di produzione di un fumetto è costoso; so di artisti che sono  disposti anche a pagare pur di farsi produrre. E questa, secondo me, è una perversione.  Una soluzione potrebbe essere quella di includere in sè tutto il processo dall’idea del fumetto fino alla stampa sempre con alla base il  Crowdfunding. Un esempio di successo è Inuit di cui ci parlato Marco Tavarnesi presente alla Conferenza.

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Il Crowdfunding e i suoi limiti del finanziare una specifica opera possono essere superati da un altro modello il Patreon (da patron, ‘mecenate’), spostando gli investimenti dall’opera all’artista. Una sorta di nuovo mecenatismo nei confronti di fumettisti, che vengono stipendiati mensilmente per dare “libero” sfogo alla propria creatività. Metodo nordamericano che comincia a vedersi anche in Italia.

Corbo’: Martoz parlaci di Crisma, il modello di Autoproduzione ad oggi più nuovo, il Mecenatismo.

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Martoz: Crisma è una rivista annuale prodotta di un centro culturale, La Torre,che finanzia la Cultura e quindi il fumetto che ne è parte (ogni collaboratore viene regolarmente pagato).

Corbo’: Concludo sperando di avere soddisfatto le vostre curiosità sull’autoproduzione. Avete avuto modo di avere una panoramica a 360° su questo modo di fare fumetti, ma c’è un metodo ancora nuovo che ancora non conoscete e di cui vi parlerà Ratigher tra qualche ora. Ci vediamo dopo.

Abbiamo, per modo di dire, ingannato l’attesa deliziandoci con la mostra di Lorenzo Ceccotti e assistendo alla sua conferenza; relatore il bravissimo Adriano Ercolani.

Ercolani: Ceccotti è un autore di talento che con il tempo è divenuto riconoscibile. Parliamo di Ceccotti attraverso le sue opere in mostra.

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Iniziamo con il Poster della mostra. In stile volutamente semplice e lontano da artifici tecnologici, rappresenta tra l’altro l’archetipo di Roma, la lupa, ma anche il canide simbolo della Arf. Riprende i due uomini che attraversavano il fiume del precedente poster di Gipi quasi a ricordare l’arrivo al nuovo approdo, il Macro.

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Si continua a parlare della serie The Nostalgist e  del disegno en plan air dal vero in digitale  della Bretone fatto per la voglia di perdere un pò di vizio grafico. Prodotto in occasione del viaggio in Bretagna assieme a 5 blogger. Ceccotti ci racconta l’aneddoto per cui lo inizio con la destra e lo fini’ (per una tendinite) con la sinistra. Ecco il motivo del guanto stretto tra le mai della ragazza.

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Infine si è parlato delle copertine per Einaudi, con cui Ceccotti inizia il processo che lui indica come  un percorso  artistico “per tornare a zero”.

La conversazione continua sul rapporto tra scrittura e disegno e su quanto sia difficile il rapporto con uno sceneggiatore. Per Ceccotti fare i fumetti con uno scrittore è 10 volte più difficile che essere tu stesso lo scrittore dei tuoi fumetti. E’ pur vero che Il bravo sceneggiatore e colui che lancia uno stimolo e si aspetta una sorpresa. Più c’ è comunicazione su un piano eolico meglio è.

Lo sceneggiatore è l’innesco che scatena la forma

Erocolani lo provoca introducendo il concetto di Nerd nel Fumetto.

Ceccotti: Non mi piacciono i nerd, intesi come coloro che vogliono sempre la stessa cosa. Il Fumetto non deve essere per i Nerd ma andare oltre. Il fumetto con una semplice penna e della carta ti permette di creare qualsiasi cosa; pertanto è limitante l’idea che il fumetto si possa fermare a delle persone con un limite personale nell’Arte, cioè quello che per me è il nerd, un mono-maniaco, con un infinito feedback con sé stesso fino a quando la comunicazione tende a zero. E come quando su Facebook non dai contenuti ma condividi solo la notizia di altri. Che ci stai a fare?

Ercolani: Siamo quasi ( 23 maggio) al 60-esimo anniversario dalla nascita di Andrea Pazienza. Cosa ti senti di aver ereditatato da lui?

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Ceccotti: La volontà di esplorare una gamma stilistica differente. Pazienza dice che la sua tecnica di disegno funziona a stanze. A seconda di quello che devi raccontare si entra in una diversa. La varietà stilistica non è una forma di vanità culturale ma è dettata dalla necessità. E’ pur vero che se esci dal tuo seminato( cambi tecnica) ogni volta è un rischio, se cambi il fallimento e dietro l’angolo. Da qui la mia ossessione tecnica.

Finito l’incontro su Ceccotti arriva l’atteso evento di Ratigher dove finalmente di svela la nuova frontiera dell’autoproduzione.

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Ratigher:Fare un libro di fumetti impiegandoci mesi se non anni per poi ottenere una percentuale di guadagno irrilevante alla lunga non paga. C’e’ una nuova frontiera: il poster-fumetto che con un utile stimato intorno al 25% supera di gran lunga i guadagni del libro fumetto.

E con questo rivoluzionario modello che mi vede concorde e mi ricorda gli anni in cui, uscito dalla scuola d’arte, avevo superato le tele e i pennelli per dedicarmi alla stampa di grande formato,

passo e chiudo dall’ARF.

Filippo Novelli

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Fumetto – articolo del 22 maggio 2016]

Per chi vuole saperne di piu’ direttamente dal nostro Blog DETTI E FUMETTI puo trovare qui le notizie:

–PIC NIC

–MAMMAIUTO

–INUIT

–CRISMA

–DETTI E FUMETTI il free press

–DETTI E FUMETTI chi siamo

I BAMBINI, L’ARTE E LE LORO LISTE DEI DESIDERI

Quest’anno al posto della lettera a Babbo Natale mi sono ritrovato sulla scrivania una lista di ben 7 desideri.

La lettera iniziava così:

Caro Babbo per queste feste vorrei..

1- realizzare delle cornici che mi ricordano il mare
2- correre a tutta velocità per il centro della la città
3- leggere storie di strani animali
4- realizzare l’action figure del cane del vicino
5- andare al Planetario per vedere come sta Plutone
6- andare al museo per copiare i quadri famosi con la carta copiativa
7- andare a dar da mangiare ai gabbiani sui tetti di Parigi

Cominciamo con il primo desiderio:

“ realizzare delle cornici che mi ricordano il mare”
Mesi fa eravamo andati al mare a raccogliere delle conchiglie.

La difficoltà dell’impresa in una scala da 1 a 10 era pari a 3. Missione compiuta.

“La manualità e l’arte”

Giocare all’arte visiva, scoprire le qualità dei materiali usati dai grandi artisti, come stoffe, carta, colla, cartone. Imparare giocando. Divertirsi a fare qualcosa di diverso dalla routine scolastica. Jean Piaget individua nel gioco il mezzo consono al bambino per sperimentare, apprendere, conoscere. “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”. Facendo e giocando i bambini conoscono gli strumenti e le regole del linguaggio figurativo, imparano a costruire immagini e messaggi, si avvicinano alla comprensione dei percorsi mentali e delle idee presenti nelle opere degli artisti. (*)”

Preso dall’entusiasmo per il successo del primo obiettivo ho deciso di realizzare tre desideri in una sola volta: il 2,3 e 6

2- correre a tutta velocità  per il centro della la città
3- leggere storie di strani animali 
6- andare al museo per copiare i quadri famosi con la carta copiativa
Correre in Centro con la folla e il freddo era praticamente impossibile …però una soluzione c’era.

A ROma ci sono due musei, il MACRO e il MAXXI, che ben si prestano all’impresa; sono pieni di scale, corridoi, passaggi e passatoie dove correre;hanno costruzioni su cui arrampicarsi, insomma un vero spasso. Li avremmo anche potuto vedere e leggere di animali fantastici e copiare i quadri famosi.

Attrezzati di cartella, colori e blocco notes siamo partiti e ci siamo divertiti moltissimo.

Grado di difficoltà 5. Missione compiuta.

 

“Il Museo.

L’alfabetizzazione artistica passa dalle visite al museo. Portare i bambini alla scoperta del museo, dove dimostrano di saper «leggere» le opere. 

 Insegnare l’Arte è un investimento culturale sulla comunità del futuro. Stimola e accresce la creatività, l’inventiva, la fantasia e l’abilità manuale, e insegna a raggiungere un risultato partendo dall’osservazione.

 Compito nostro è quello di trasmettere l’essenza comunicativa di un’opera e i suoi contenuti sotto forma di gioco. Guidare i bambini nelle sale espositive, certamente non per proporre modelli e, quindi, limiti al libero operare individuale. 

Occorre decidere in anticipo la parte (o le parti) del museo che si vogliono vedere in modo più approfondito; non costringeteli a soffermarvici troppo. Guardate le opere che vorrete vedere al museo su internet; stampatele e, se potete, lasciategli portare una o due figure per farlo andare a “caccia” delle opere all’interno del museo. La figura servirà come punto di partenza per parlare dell’opera. La visita al museo sarà piena di gioiose esclamazioni del tipo “Questo lo conosco!”(*).

Mi sono lasciato per ultimi i desideri più complicati nella speranza che se ne dimenticasse.

Ho iniziato a distrarla proponendole di colorare un disegno di dinosauro o di un drago, di realizzare un collage ritraendo il suo giocattolo preferito, la giraffa. L’ho avvicinata a nuove tecniche di disegno insegnandole l’uso della china.

Le ho ricordato l’importanza del riciclo e con la carta dei regali avanzata abbiamo fatto lo sfondo al suo disegno a china.

Ma non c’è stato verso. Non voleva rinunciare al suo desiderio: realizzare l’action figure del cane del vicino. Capite? non il pupazzetto, la statuina, no l’action figure. Troppo NERD!

L’unico materiale che avevamo in casa era la creta. Livello di difficoltà 7. Missione compiuta.

 Dare alcune regole

Prima di iniziare ad impastare la creta abbiamo disegnato il bozzetto del cane e le ho spiegato che occorreva costruire una struttura di sostegno altrimenti si sarebbe afflosciata … ho anche iniziato a raccontarle cosa era il cemento armato, il modulo di elasticità …mi guardava perplessa e quindi ho smesso ripromettendomi di riprendere l’argomento tra qualche anno [**]

 

Rimanevano gli ultimi due desideri uno facile l’altro impossibile:

5- andare al Planetario per vedere come sta Plutone

7- andare a dar da mangiare ai gabbiani sui tetti di Parigi

Mi ha detto lo sai che i pianeti del nostro sistema solare sono diminuiti. Plutone è stato declassato a pianeta nano. Vorrei vedere se lo hanno lasciato a Nettuno.

Lo abbiamo trovato. Per fortuna.

Con la scusa di andare al planetario, sapendo che in via provvisoria si era spostato a Villa Torlonia, ne ho approfittato per farle vedere una casa fantastica che non la trovi nemmeno nel libro di Biancaneve o nella terra di mezzo del Signore degli Anelli: Il Museo del vetro presso la Casina delle Civette.

E’ rimasta estasiata dalla bellezza delle vetrate e affascinata dai mille comignoli e tettoie.

Rimaneva da dar da mangiare al gabbiano. Costruiamolo noi le ho detto. Iniziava in quel momento il  Laboratorio di robotica di Tecno-town e così con il computer e i mattoncini della Lego lo abbiamo fatto!.

Livello di difficoltà 8. Missione compiuta?

Macchè …mi dice questo è finto e da qui non si vede la torre Eiffel.

Eravamo ai Fori Imperiali  e ad una bancarella di souvenir compro la torre, saliamo sull’Altare della Patria… e anche l’ultimo desiderio viene esaudito.

Livello di difficoltà 10. missione compiuta.

La migliore vacanza delle mia vita, credetemi.

(*) citazioni e altri approfondimenti sul tema li trovi qui:

http://www.magnanirocca.it/fmr/perche-portare-i-bambini-al-museo/

http://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/musei-e-giusto-portare-anche-i-bambini

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI- Sezione ARTE – Articolo del 6 gennaio 2015]

Professionista o "omo sanza lettere"?

Oggi la prosa di Leonardo viene giudicata tra le migliori del Rinascimento italiano; aliena da ogni retorica, artificio e sonorità, è tutta aderente alle cose: rifacendosi al linguaggio parlato, ha colore, robustezza, concisione, in modo da dare energia e spigliatezza all’espressione.
Leonardo si dimostrò inventore anche nella scrittura, tanto da apparire molto più moderno rispetto tanto ai suoi predecessori che ai suoi contemporanei. Francesco Flora dichiara che:”la prosa grande, la prima prosa grande d’Italia, è da trovare negli scritti di Leonardo”.
Ma ai suoi tempi non gli fu riconosciuta questa sua “professionalità”; era definito, come lui stesso riporta nel codice atlantico “Omo sanza lettere”, ossia uno che non conosce il latino. Ai suoi detrattori replicava così:
Siete Gente stolta! Non sapete che io potrei rispondervi, così come fece Mario ai patrizi romani: ”i professionisti, i letterati che si fanno ornamento delle altrui fatiche (citazioni, sapere derivato dagli altri e non derivato dalla propria fatica di genio ed inventiva)  il mio lavoro non vogliono riconoscere. La mia opera è tratta dalla esperienza, e non dalle parole di altri.
Sappiate che è l’esperienza la maestra degli autori di cui voi letterati, voi professionisti si riempiono la bocca. Perché il problema  resta quello della verità di ciò che si argomenta.
Manon ci si può fermare all’esperienza; essa  fa conoscere la realtà delle cose ma non da la necessità razionale dei fenomeni, la legge nascosta della manifestazione delle cose. La natura è costretta dalla ragione della sua legge che in lei infusamente vive. «nessuno effetto è in natura sanza ragione; intendi la ragione e non avrai più bisogno di esperienza; una volta compresa la legge che regola un fenomeno non occorre ripeterne l’osservazione:l’intima verità del fenomeno è raggiunta.
In conclusione due sono le cose che devi sapere: che le leggi che regolano la natura si esprimono mediante la matematica e che non esiste scienza che inizi e finisca nella mente senza prima passare per l’esperienza.
Leonardo da Vinci [ si ringrazia wikipedia per alcune citazioni ]
[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 1 agosto 2012]