WILLY INTERVISTA EMANUELE SALCE PER DETTI E FUMETTI

Cari Amici di Detti e Fumetti oggi scambieremo quattro chiacchiere con l’attore Emanuele Salce.

Allora Emanuele, ti sei diplomato in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1991. Dopo alcune esperienze come regista di documentari per Videosapere ed il Dipartimento Scuola Educazione della Rai, sei stato    assistente alla regia di Dino Risi, Ettore Scola, Marco Risi,  Livia Giampalmo e Pasquale Squitieri, apparendo occasionalmente come attore [Concorrenza sleale, Le barzellette].

Negli anni 2000la sua attività, nel cinema [Colpo d’occhio] [Il padre e lo straniero], in televisione e, soprattutto, in teatro si è intensificata, sia come interprete [La parola ai giurati], [ La baita degli spettri, Riccardo III, Il topo nel cortile] ed anche come autore: [Mumble, Mumble  confessioni  di un orfano d’arte] presentato per la prima volta al Teatro Cometa Off di Roma nel 2010, e poi replicato nelle stagioni successive con successo sempre crescente, con il  critico Andrea Pergolari come co-autore, racconti, con i moduli del paradosso e del grottesco, la tua condizione di orfano di due padri artistici: Luciano Salce e Vittorio Gassman .

Nel 2009, sempre insieme a Pergolari, hai raccontato la figura del padre Luciano a vent’anni dalla scomparsa nel volume [Una vita spettacolare] e nel documentario [L’uomo dalla bocca storta], che è stato presentato al IV Festival Internazionale del Film di Roma, al Biografilm di Bologna [2010], al Premio Sergio Amidei [2011] ed ha avuto la menzione speciale come miglior documentario sul cinema ai Nastri d’argento 2010.

Sei socio del Mensa Italia dal 1987.

W. Perché hai deciso di recitare?

E’ stata una necessità. Tardiva poiché avvenuta (consapevolmente) intorno ai quarant’anni e derivante dall’esigenza di doversi mettersi in gioco a trecentosessanta gradi rispetto alla mia vita di uomo prima ancora che di professionista. Prendendo piena responsabilità nel portare la mia consapevolezza allo stato fattivo ed applicato delle mie scelte quotidiane. Sapevo che se non fossi passato di qui, non avrei mai risposto a certe mie domande, dalle quali forse temevo anche di ricevere risposta. Quindi non una scelta consequenziale alla condizione di figlio d’arte, né tantomeno dettata da una qualche pulsione o passione artistica ma, ripeto, umana.

W. Il tuo spettacolo [Mumble, Mumble: confessioni  di un orfano d’arte] presentato per la prima volta al Teatro Cometa Off di Roma nel 2010 dopo oltre cinquecento repliche e dieci anni di applausi e apprezzamenti dalla critica nazionale che cosa ti ha lasciato?

Beh, tanto per cominciare è ancora presente, questo va detto. Andremo ancora in scena questa estate e poi in autunno. E mi ha dato tanto. Tutto quello che cercavo, cui accenno nella risposta precedente. E’ stato il tramite attraverso il quale ho trovato le risposte alle mia domande. Mi ha dato ampio modo di mettermi in gioco senza “maschere”, senza veli, senza alibi. Siamo cresciuti assieme si potrebbe dire, acquisendo consapevolezza e conoscenza reciproca nel corso degli anni. Un po’ come avere una sorta di gemello che ti fa da specchio e ti aiuta a crescere in una sorta di onesto e leale confronto quotidiano. E’ stata una montagna da scalare all’inizio, piena d’insidie ma poi, una volta giunto in vetta, ho provato la gioia di un alpinista che ha scalato il K2 a mani nude. E misurarsi con le insidie, anche quelle interiori, è sempre necessario. Arrivare in cima al K2 in elicottero non sarebbe la stessa cosa…

W. Brillante, drammatico, in quali di questi due filoni riesci a dare il meglio di te?

Questo non lo so. Si dice che un attore per essere completo dovrebbe sapersi destreggiare su ambo i fronti con la stessa abilità e naturalezza. Posso dirti che cerco di mettere sempre tutta la mia verità ogni volta che affronto un personaggio, che sia comico o tragico, anche quando apparentemente le sue caratteristiche sono quanto di più distante da me possa esserci. Perché in realtà, anche in piccola parte, dentro di noi ci sono tutti i possibili colori e sfumature dell’umano, tutto sta a cercarle, trovarle e metterle sulla tavolozza.

W.  Nella tua carriera oltre al cinema c’è anche la televisione come hai vissuto questa esperienza?

Come un’esperienza. Come un’occasione di misurarmi con me stesso in una forma artistica comunque “sorella” di cinema e teatro. Necessaria al completamento di una formazione artistica ed anch’essa assolutamente funzionale. Più o meno come credo possa essere per un tennista giocare sul cemento, sull’erba o sulla terra rossa.

W. Cosa comporta il mestiere dell’attore?

Di base ha le stesse regole degli altri lavori. E come per gli altri lavori cambia il modo in cui il lavoratore approccia e vive il proprio impegno. Quindi sono le motivazioni, l’ambizione, l’abnegazione, talvolta anche la fortuna ad indirizzare una carriera in un senso piuttosto che in un altro. Ci sono attori che vivono per il proprio lavoro, altri che vivono grazie al loro lavoro, altri che più semplicemente lavorano per vivere. Poi ci sono il talento e la predisposizione, che sono doni, ma che vanno anche e soprattutto allenati e conservati con cura. Per il mio patrigno (V. G.) ad esempio, il mestiere era un assoluto totalitario, che ne implicava anche la condizione di venirne cambiati. E per lui è stato certamente così. Per altri resta un mestiere o anche una semplice passione, un diletto.

W. Sei  socio del Mensa Italia dal 1987, ce ne vuoi parlare?

Certo, nulla di compromettente!… Da giovane ero attratto dalle sfide e c’erano questi test di questa associazione di “superintelligenti” a cui ci poteva sottoporre. L’ho fatto che avevo 19 anni, l’ho fallito di pochissimo e mi invitarono a riprovare dopo un anno. E così vi entrai a vent’anni. Ma non sono molto attivo come socio. Debbo dire che sono pessimo in questo senso. Deve essere stata una sfida atta a nutrire solo il mio orgoglio evidentemente.

W. Quale è il tuo sogno del cassetto?

Migliorarmi come essere umano! Fare un buon uso del tempo di cui disponiamo in questa vita. Cercare di apprendere qualcosa di nuovo ogni giorno, mettersi in discussione e cercare di arrivare a coricarsi la sera sereni ed addormentarsi soddisfatti. Cosa che non mi riesce quasi mai ovviamente. Poi forse, dopo 12 anni, scrivere un altro testo da portare in scena.

W. Bene caro Emanuele, ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa piacevole chiacchierata

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Teatro- articolo del 16 maggio 2021]

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