Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi intervisterò la giornalista Valeria Arnaldi.

Allora Valeria nasci a Roma nel 1977 ti sei laureata in Scienze Politiche. Come giornalista professionista scrivi su quotidiani e mensili italiani e stranieri. Curi mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero e hai scritto e diretto spettacoli e cortometraggi. Hai pubblicato diversi libri di vario argomento, dall’arte ai fumetti alla cucina.
W. Chi o cosa ti ha spinto verso il giornalismo?
Non ricordo eventi particolari che abbiano fatto nascere questa passione, è come se ci fosse sempre stata. Il giornalismo mi ha sempre attirata. Era proprio la parola stampata ad affascinarmi. Sin da piccolissima. Appena ho imparato a scrivere, giocavo a costruire piccoli giornali. Avevo anche una rotativa giocattolo per fare le mie “stampe”. Giocavo a fare il giornale ed a leggere il telegiornale. Già in prima elementare avevo le idee chiare su quale lavoro mi sarebbe piaciuto fare da grande. In seguito ho orientato il percorso di studi – laurea, master e via dicendo – in tale ottica.
W. Perché hai scelto la Cultura invece della politica o della cronaca?
La Terza pagina era quella più vicina ai miei interessi: arte, libri, teatro, musica e via dicendo. Permette di sollecitare sguardi, riflessioni, emozioni, letture, visioni. Tutto il giornale però mi affascina e scrivo anche in altri ambiti. Quando ho iniziato a riflettere sulla professione, mi sono ripromessa di provare tutti i tipi di giornalismo: carta stampata, tv, radio, agenzia e via dicendo. Così ho fatto. E ho scritto e scrivo anche di altro. Credo che si debba imparare a “muoversi” in più ambiti, dalla cronaca alla cultura, dalla politica allo sport e via dicendo. Acquisire più competenze e osservare una medesima situazione da più punti di vista aiuta a comprenderla e illustrarla meglio.
W. Abbiamo detto che sei anche scrittrice. Quando hai terminato di scrivere un libro che sensazione provi?
Quando metto il punto conclusivo, è come se un “viaggio” fosse finito. In realtà, è proprio lì che inizia il viaggio del libro. Direi che sono contenta delle ricerche fatte e delle emozioni condivise, più o meno stanca a seconda del momento. Di solito, però, ho sempre una certa carica di energia, accumulata lavorando, che mi porta spesso a pensare subito al tema che mi piacerebbe approfondire nel libro successivo. Ci sono libri che sono vere e proprie “sospensioni” dalla vita reale, ti portano altrove mentre li scrivi, quasi come fossero vacanze che prendi da te stessa. Alcuni li ho vissuto così, quasi come vite alternative. Tra le pagine si fermano momenti, pensieri, sentimenti, a volte rimpianti, desideri. E quando concludo un libro, quelle emozioni sono tutte lì.
W. Sappiamo per la gioia dei nostri lettori di DETTI E FUMETTI che sei affascinata dall’animazione giapponese e hai scritto diversi libri di fumetto, in particolare lo sei di Hayao Miyazaki, ce ne vuoi parlare?
Di Miyazaki amo la profonda poesia. E lo “sguardo”. Miyazaki ricerca la meraviglia, come emozione ma anche come categoria filosofica. Attraverso la sua visione animata e, in generale, dell’animazione, ha rivoluzionato linguaggio, settore, perfino fantasie e ha dato nuove prospettive ai giovani, ma non solo. Le sue storie, pur straordinarie, hanno rimandi concreti.

Ciò fa sì che le fantasie possano essere percepite come possibilità fino a diventare aspirazioni. Il Bello, in Miyazaki, è obiettivo a cui tendere, non dono che arriva dall’alto, ma meta da conquistare con coraggio, impegno, dedizione. Miiyazaki parla di guerra, malattia, dolore, violenza, ambiente. E parla di opportunità. Per tutti e tutte. Ha cambiato le prospettive delle bambine, scegliendo come protagoniste delle storie non più “principesse” in attesa ma giovani donne, spesso chiamate a salvare i loro compagni, amici e parenti, in una visione moderna cui poi sarebbe approdata anche l’animazione internazionale anni dopo. In ogni personaggio, in ogni contesto, in ogni orizzonte, Miyazaki racconta anche un poco di sé, del suo sguardo carico di emozioni e sogni, consapevole delle responsabilità, a volte velato di una malinconia che pare venire da lontano. In ogni avventura, vede e porta più solleciti alla riflessione, per un pubblico di tutte le età che proprio quando si fa incantare dalle sue narrazioni, di fatto, si “risveglia”.
W. E’ vero che Lady Oscar è la tua eroina preferita? Ho letto il tuo bellissimo libro.
Lady Oscar, eroina di Riyoko Ikeda è bella, forte, coraggiosa, rigorosa per morale, generosa nell’animo, anche inquieta però, modernamente fragile. Ed è una creatura “sacrificata”, sin dalla nascita. La adoravo da bambina e, cresciuta, l’ho apprezzata pure da nuovi punti di vista.
Negli anni, l’opera è stata considerata una sorta di manifesto femminista a fumetti. È stata la stessa autrice a puntare l’attenzione su questa interpretazione e sui limiti nei quali erano costrette le donne non solo nel Settecento pre-rivoluzionario francese ma anche all’epoca della realizzazione del manga, a partire dalla sua stessa sfida di volersi fare mangaka. Lady Oscar si è proposta dunque come nuovo “modello”. Come poteva non sollecitare gli animi? Oscar offriva nuove prospettive a bambine e ragazze, regalando loro altri orizzonti e la capacità di immaginarsi “armate” contro il mondo. Ed è anche un manga di denuncia “sociale”. A essere portata sotto i riflettori dall’autrice, infatti, è la schiavitù di costumi, società, pregiudizi. L’eroismo di Oscar non è quello di una donna in lotta per la parità, ma quello di matrice epica classica che porta l’eroe tragico ad accettare il suo destino. Oscar non può scegliere cosa essere perché la sua coscienza matura a decisione già presa. Non è interessata al genere che deve portare in scena ma alla perfezione, all’ideale che può – e deve – incarnare. Lady Oscar è la storia corale di mille e una schiavitù che caratterizzano la Vita, attimo dopo attimo, per paradosso, nelle regole che l’uomo le ha imposto.
W. Cosa consiglieresti ad una giovane giornalista che vorrebbe scrivere sull’animazione giapponese?
Oggi esistono molte forme e tanti strumenti per scrivere di animazione giapponese. Io lo faccio nei libri, ma ci sono tanti altri mezzi e c’è un pubblico sempre più ampio e attento. L’animazione, un tempo, fino a non molti anni fa, a dire il vero, era considerata per ragazzi, oggi la platea si è decisamente ampliata, come l’offerta. I grandi nomi dell’animazione, tra registi e personaggi, sono noti alla gran parte delle persone. L’interesse è alto e in costante crescita. Direi che lo spazio per muoversi è ampio. Non ci sono grandi consigli da dare. Credo che l’aspetto più importante sia trovare una chiave di narrazione e indagine. Per il resto, lo spazio è ampio, il pubblico è interessato, gli strumenti non mancano. Non rimane che iniziare.

W. Il tuo sogno nel cassetto?
Non si rivela mai, per scaramanzia.
W. Bene cara Valeria ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti, per questa interessante chiacchierata
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti – Sezione Giornalismo -Articolo del 15/07/ 2021]



