Amici di Detti e Fumetti, oggi intervisterò Roberta Russo. Inizio con la mia consueta presentazione di Roberta.
W. All’età di sedici anni hai intrapreso i primi studi di recitazione con frequenza biennale presso la Scuola del Teatro Calabria diretta da Rodolfo Chirico, coadiuvato dall’avvicendarsi di numerosi artisti. Hai debuttato a 19 anni al Teatro Politeama Siracusa nel reggino. Hai proseguito il percorso professionale negli anni successivi collaborando con varie compagnie locali. Successivamente sei partita per un’esperienza lavorativa nelle Repubbliche Baltiche come presentatrice per un programma sul gaming online, periodo nel quale hai intrecciato collaborazioni artistiche con rappresentanti della Facoltà di Filologia romanza ed Ambasciata Italiana a Rīga. Ti sei trasferita a Roma nel 2014 arricchendo il suo percorso professionale, formativo ed esplorativo dei vari linguaggi espressivi.
W. Perché hai scelto di fare l’attrice?
R. Quando ero molto piccola ho perso un fratello. Qualche anno dopo, a scuola, mi hanno chiesto di leggere un estratto dall’Antigone di Sofocle che vedevo per la prima volta. Erano tutti più grandi di me e mi sentivo morire al pensiero di leggere in pubblico. Leggendo apprendevo dell’impedimento alla sepoltura di Polinice. Per superare la timidezza, mi sono concentrata tantissimo su quello che stavo leggendo e devo aver applicato quello che oggi so chiamarsi “sostituzione emotiva” perché quando ho alzato gli occhi mi guardavano tutti in silenzio. Ho pensato di aver fatto qualcosa di sbagliato e mi sono seduta in un angolo, quando una ragazza mi ha passato un biglietto. Dentro c’era scritto il numero di telefono di una scuola di recitazione e la frase “devi per forza andare qui”.
W. Qual è stata la sensazione che hai provato la prima volta che sei andata in scena?
R. Vivevo la mia prima relazione importante. Il mio compagno era lì con me. Mi ha dato un bacio e mi ha spinta in scena. Quando ho visto la gente, invece di accelerare, il cuore si è calmato. Mi sentivo al sicuro.


W. Che cos’è per te l’applauso?
R. Il momento in cui cerco con lo sguardo se per caso è arrivato lo spettatore che non c’è.
W. La figura attoriale che responsabilità ha, in questo momento così difficile come la pandemia?
R. Aggiro e rigiro la domanda: come avremmo superato il primo lockdown senza Arte?


Senza ascoltare musica, guardare un quadro, utilizzare un gioco creato da un grafico, leggere un libro, vedere un film, una soap, una serie, un video o la ripresa di uno spettacolo teatrale o circense?
Forse saremmo impazziti. Eppure siamo talmente abituati ad essere circondati di arte da darlo per scontato. Come certi contadini dell’Ex Magna Grecia che rinvengono reperti archeologici nei giardini e li adoperano come sottovasi. Così è l’artista oggi in generale e l’attore nel particolare. La pandemia non ha fatto che portare alla luce la terrificante precarietà delle nostre condizioni lavorative che però era reale e tangibile anche quando stava nascosta sotto al tappeto. L’attore, in questo momento, ha una forte responsabilità innanzitutto verso sé stesso: quella di fare rete coi colleghi per farsi riconoscere e rispettare come lavoratore.
W. Cosa sceglieresti di recitare un dramma o un musical e perché?
R. Sarò sicuramente impopolare: non mi piacciono I musical. Non riesco a decifrare il codice linguistico e mi innervosisco appena si comincia a cantare. Penso invece di potermi definire melomane. In un’opera, il codice condiviso inizialmente – secondo il quale TUTTO si esprime in musica – per me è molto più facile da seguire e dunque mi è più naturale partecipare emotivamente a ciò che vedo. Quando vivevo a Rīga, I biglietti base, all’Opera Nazionale, costavano appena 4 lat (circa 6 euro). Ci andavo spesso… ma divago. La risposta è intuibile e se potessi scegliere, in questo momento, mi piacerebbe molto lavorare su Ibsen. Possibilmente su “la donna del mare” (la mia preferita), ma non solo.
W. Se la figlia della tua migliore amica volesse fare l’attrice, cosa le diresti?
R. Innanzitutto aspetterei che chiedesse la mia opinione, poi le direi quello che hanno detto a me: “Non ti svendere, fallo solo se ti scappa come la pipì e non aspettarti che qualcuno ti insegua o ti ringrazi. Bisogna guadagnarsi tutto”.
W. Il tuo sogno nel cassetto?
R. Avere una casa mia dove far riposare I miei poveri libri, stanchi di essere impacchettati ogni tre mesi.
W. Bene cara Roberta, grazie anche a nome dei nostri lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata.
[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – Sezione Teatro – articolo del 24 gennaio 2022]

