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WILLY INTERVISTA MICHELE DI MAURO

Cari amici di Detti e Fumetti, oggi intervisterò  l’attore e regista nonché doppiatore Michele Di Mauro. 

MICHELE DI MAURO di Filippo Novelli

Allora Michele sei nato a  Torino il 9 luglio 1960. Sei un attore e regista teatrale dal 1980 in poi, hai collaborato con il Teatro Stabile di Torino, il Gruppo della Rocca, il Teatro Settimo e lo Stabile di Palermo.

Hai debuttato come attore cinematografico nel film di Gianluca Maria Tavarelli Portami via (1994); molto spesso inserito nei lungometraggi di Marco Ponti, ed anche ne Il partigiano Johnny (2000) e nel film Ravanello pallido (2001). Hai prestato la sua voce al personaggio di Moud nel lungometraggio di animazione Aida degli alberi (2001).

Ma non solo cinema e teatro nella tua carriera; hai lavorato spesso anche alla radio, conducendo vari programmi su Rai Radio 2 accanto a Ermanno Anfossi, Germana Pasquero e Andrea Zalone, come: Non ho parole (2001). Su Radio Deejay, invece, hai accompagnato Luciana Littizzetto negli sketch da lei proposti nel programma La Bomba.

Nel 2021 per Ad Alta Voce hai letto Il diavolo sulle colline di Cesare Pavese, trasmesso da Rai Radio 3.

Nel 2004 hai partecipato alla miniserie Le stagioni del cuore di Antonello Grimaldi con Alessandro Gassman,  Anna Valle, Martina Stella, Tatiana Lepore e Antonella Attili. L’anno successivo hai interpretato Sandrone in Manuale d’amore, mentre nel 2009, hai preso parte a La doppia ora di Giuseppe Capotondi con Ksenija Aleksandrovna Rappoport, Filippo Timi e Antonia Truppo.

Dal 2017 fai parte del cast de I delitti del BarLume, interpretando un goloso e logorroico commissario di polizia.

W. Perché hai voluto fare l’attore?

  M. Intanto…le cose scelte dal curriculum sono opinabili, ma…non importa. Vista l’informalità dell’intervista, eviterei di dire cosa ho o non ho fatto.

Per definirmi ai lettori di DETTI E FUMETTI io direi: “MICHELE DI MAURO , operaio dello spettacolo,attore, regista,  autore, insegnante”.

E basta. Ora però, caro Willy, rispondo alla domanda.

   Non ho, voluto fare l’Attore. Cioè, non in modo classico “era il mio sogno fin da piccolo” o cose così. No. Io ho fatto il Liceo Artistico e suonavo. Ero un ragazzo che negli anni ’80 voleva fare del Rock Progressive (E.L.P. Genesis, YES). E poi…sono inciampato nel teatro e sono rimasto intrappolato anima e corpo in quel Luogo meraviglioso. E poi la TV, il Cinema etc.

W. Che cosa è per te l’applauso?

M. Un meraviglioso modo di continuare la Comunione che il teatro (luogo dell’Applauso per eccellenza) stabilisce col Pubblico (elemento essenziale dell’Atto teatrale). L’applauso è riconoscimento, affetto, musica del corpo, carica e ri-carica immediata. Felicità.

PH Elvis Ranella

W. Dal punto di vista professionale, cosa ti insegna un fallimento?

M. Dirò, come tutti gli attori che vogliono far bella figura e sfoggiare una cultura teatrale di rango, che, come diceva un certo Samuel Beckett (… che poi a voi di DETTI E FUMETTI che state in fissa con gli AFORISMI piacerà di certo):

“Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio”.

Se invece stò più coi piedi per terra…direi che un fallimento ci sta. Due anche. Al terzo io comincerei ad allarmarmi. E poi…cambierei un po’ di cose sostanziali, nelle procedure “fallimentari”!

W. Davanti al bivio tra cinema e teatro cosa sceglieresti e perché?

M. E’ una domanda … cattiva WIlly!.

Non si può scegliere tra due cose “essenziali” del tuo lavoro (perché così diverse, una dall’altra)! Se però fossi obbligato per via che mi succede qualcosa di irrimediabile…direi che, a questo punto della mia carriera, dopo 40 anni di teatro (luogo che conosco centimetro dopo centimetro)… sceglierei il Cinema (luogo che conosco molto, molto meno).

W. Vuoi parlarci della serie tv appena conclusa Studio Battaglia e se ci sarà una seconda stagione ?

M. E’ finita ieri sera la prima, di stagione. E i frutti, di stagione, maturano col tempo: (dipenderà da Rai Uno, dell’Auditel e da Palomar che l’ha prodotta insieme a Rai Fiction e Tempest Film.).

W. Il tuo sogno nel cassetto?

M. Guarda, i miei cassetti debordano di cianfrusaglie (non butto mai niente) e non c’è posto per i sogni. E poi, devo dire, non sono un sognatore. E se qualcuno ce l’ho … lo tengo nel cofano della mia automobile (insieme a qualche regalo che non ho dato a qualcuno in un Natale passato, un paio di pantaloni che ho comprato ma non ho ancora portato a casa, un dvd di Fassbinder, un libro sulla Juventus e una maschera da Zorro).

Progetti, invece, ne ho. Sto scrivendo un monologo dal titolo:

13 stazioni per una seduta di cannibalismo.                                                 Poi.   Domani comincio la prima posa di una nuova serie per SKY di cui sono il protagonista. La serie è la versione italiana di CALL MY AGENT (Dis puor cent) e girerò fino a metà luglio (oltre ai 3 nuovi episodi dei DELITTI DEL BARLUME).               Farò anche uno spettacolo/concerto su un testo di Vitaliano Trevisan , titolo: SOLO RH e la regia di un altro spettacolo che s’intitolerà DESSERT SARTRE e debutterà ad ottobre al festival PLAY WHIT FOOD. Meno sogni, quindi, e più concretezza!!

Bene caro Michele grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa simpatica chiachhierata

Grazie a te, e saluti belli per tutti. SMACK! (direste voi, no?!!)

[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI – sezione CINEMA E TEATRO – Articolo del 12 aprile 2022]

Le FOTO DI SCENA tratte da “Call my Agent; Le Sedie sono di proprietà dell’autore ogni diritto è riservato.

Dario Santarsiero alias Willy intervista Luigi di Fiore

Cari lettori di  Detti e Fumetti, oggi parleremo con l’attore Luigi Di Fiore.

Ritratto di Fiore di Filippo Novelli

  W. Allora Luigi, sei nato Milano, 18 luglio 1964 Ti diplomi nel 1985 alla bottega teatrale diretta da Vittorio Gassman. L’anno successivo vieni scelto, tra 1000 candidati, per rappresentare il ruolo di Don Giovanni nell’Elvira o la passione teatrale diretta da Giorgio Strehler. L’anno successivo vieni chiamato a Roma per interpretare l’agente Quadri nella miniserie televisiva La piovra 4. Interpreti numerose fiction televisive e partecipi a film di respiro internazionale, senza abbandonare mai l’attività teatrale.Dal 1996 fino al 2001 vesti i panni di Luca De Santis nella soap spia, Marco e Laura, La ragnatela, La piovra 5 Il cuore del problema, Amanti e segreti, Cuore contro cuore, Distretto di Polizia ed Incantesimo. Nell’ottobre 2001 gi r i inol tre alcuni documentari per Geo & Geo. Dal 2009 hai interpretato il ruolo di Franco nella terza e quarta stagione de I Cesaroni. Nello stesso anno vinci il palmarès come migliore attore al Festival du cinema de Paris. Nel 2013 hai interpretato il ruolo di Druso Pollione in Barabba. Nel 2013 hai interpretato il ruolo di Corrado Muraro ne Il commissario Nardone al fianco di Sergio Assisi Nel 2013 interpreti il personaggio di Vittorio, nella fiction Rosso San Valentino. 2013 interpreti il personaggio di Giancarlo in CrossingLines Nel 2013 sei sul set di Provaci ancora prof 5 e Mani pulite.

W. Perché hai scelto di fare l’attore?

Periodicamente questa domanda mi è stata rivolta più volte nel

corso della mia carriera. La risposta più istintiva dovrebbe essere

legata alla “chiamata”. Sono stato scelto non ho scelto io. Una sorta

di vocazione religiosa, una questione dello spirito, o degli spiriti,

come avrebbe detto Louis Jouvet. Il primo spettacolo teatrale a cui

ho assistito fu il “Fanfani rapito” di e con Dario Fo. Ne rimasi incantato. Avevo 11 anni. Quel giorno mi sono detto che non avrei

immaginato altra vita se non quella che sembrava trasparire dalla “Comune” fondata da Dario Fo. Sono stato fortunato, casa mia distava dalla Palazzina Liberty, sede del Teatro della Comune, non

più di 150 metri. Dal giorno dello spettacolo cominciai a frequentarla tutti i pomeriggi. Sono diventato una specie di mascotte della comunità, la scelta, a quel punto, non era più detraibile.

Foto concessa da Luigi FIore

W. All’inizio della carriera essere scelto da Strehler tra mille

candidati che sensazione hai provato?

Dopo essermi diplomato alla “Bottega” di Vittorio Gassmann entrare

nel tempio della cultura europea diretto dal più grande regista del

‘900 significava solo una cosa. Il massimo. L’iperbole. La gioia pura.

Sono stati due anni magnifici in cui ho affinato i miei studi come mai

avrei potuto immaginare di poter fare. Gli anni più belli della mia

vita personale e professionale.

Foto concessa da Luigi Fiore

W. Che cosa è per te il talento?

Il talento è un insieme di imprinting ereditati dalla famiglia, le prima esperienze sociali, intendo proprio la scuola materna, ci includo anche le prima esperienze erotico-sentimentali con la Cinzia quando si giocava al dottore e all’infermiera e ci nascondeva nelle cantine o nei solai del condominio. Tutto questo concorre a formare una tua sensibilità rispetto ai sentimenti. Ma tutto questo non basta. Il talento per il talento non vale niente se non è sottoposto ad una

rigida disciplina dell’apprendimento, dell’approfondimento. Troppi

talenti ho visto smarrirsi per aver immaginato che bastasse solo

quello per riuscire nella professione.

W. Aver ricoperto per cinque anni il ruolo di Luca De Santis nella

soap opera Un posto al sole, cosa ti ha lasciato?

Tanto amaro in bocca. Una famiglia che ha dimenticato i suoi figli

mandati al “fronte” a combattere una guerra che scongiurasse la chiusura del Centro di produzione di Napoli. Una volta vinta la guerra era necessario rinnovare i “soldati”, tanto per rimanere nella

retorica della metafora, diritto sacrosanto, quello che risulta manchevole è la condanna all’oblio, come se tutto quello che hai fatto in 5 anni della tua vita personale e professionale non valesse

nulla.

W. Quale responsabilità ha un attore nei confronti della società?

In questo tipo di società praticamente nullo. In una comunità ideale

dovrebbe essere una figura di riferimento per tutte le nuove generazioni, a partire dalla scuola. Gli attori sono gli unici in grado

di trasmettere il sapere per via pedagogica con un forte elemento

emotivo, l’unico in grado di trascendere lo spirito di uno studente o

studentessa. Ma non lo capiranno mai.

W. Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono recitare?

Di diventare ricchi, se ancora non lo sono, trovando altre strade. Poi

potranno dedicarsi anima e corpo ad un lavoro che non esiste e non

è riconosciuto, nelle sue peculiarità da una società malata, profondamente malata, in coma direi.

W. Quale è il tuo sogno del cassetto?

La pace nel mondo ed una morte veloce, istantanea. Tra cento anni.

W. Bene Luigi grazie anche ha nome dei lettori di Detti e Fumetti

per questa bella chiacchierata

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione teatro articolo del 17 dicembre 2021]

DARIO SANTARSIERO ALIAS WILLY INTERVISTA ROBERTO ZIBETTI

Cari amici di Detti e Fumetti oggi intervistiamo l’attore Roberto Zibetti.

Allora Roberto, sei nato a Summit, 11 marzo 1971 nel New Jersey, da genitori italiani, sei cresciuto a Torino. Nel 1990 debutti in teatro con [Gli ultimi giorni dell’umanità], regia di Luca Ronconi; in seguito lavori anche per il cinema e la televisione. Oltre a lavorare come attore, sei anche regista teatrale. Dopo aver debuttato sul grande schermo, sotto la regia di Francesco Calogero, con il film [Nessuno 1992], lavori con altri registi importanti come: Klaus Maria Brandauer, Bernardo Bertolucci e Giacomo Battiato; con quest’ultimo reciti in [Cronaca di un amore violato 1996], in cui hai il tuo primo ruolo da protagonista.

Tra il 1997 e il 2001 sei tra gli interpreti principali dei film [Il carniere, Radio freccia], regia di Luciano Ligabue, [A casa di Irma], [Non ho sonno], regia di Dario Argento; inoltre partecipi al film [I cento passi 2000], diretto da Marco Tullio Giordana. Nel 1998 debutti in televisione nella miniserie tv [Trenta righe per un delitto], regia di Lodovico Gasparini. Successivamente lavori in altre fiction tv, tra cui: [Distretto di polizia 2 2001], [Incantesimo 6 2003], la miniserie [Attacco allo Stato 2006], regia di Michele Soavi, la serie di Rai 3, [La squadra 8 2007] e [Il commissario De Luca 2008], regia di Antonio Frazzi. 

Continui con il cinema con [Pasolini 2014], regia di Abel Ferrara [Shades of Truth 2015], regia di Liana Marabini – Condor Pictures [Ho ucciso Napoleone 2015], regia di Giorgia Farina AFMV – [Addio fottuti musi verdi 2017], regia di Francesco Ebbasta [Cobra non è 2020], regia di Mauro Russo 

W. Quando hai capito che volevi essere un attore?

foto di Roberta Krasnig

Ero molto giovane, mi appassionai al teatro durante gli anni del liceo. Mi piaceva imparare a memoria testi e poesie. Leggevo, appassionandomi molto, le biografie degli attori del passato, la Duse, Jouvet, Copeau, Stanislavskij. Facevo una scuola di recitazione il pomeriggio e tutti gli stages che mi capitavano a tiro, in Italia e all’estero. Successe poi tutto molto velocemente. Prima Ronconi, poi il Teatro dell’Elfo dove feci il mio primo protagonista nel Risveglio di Primavera. Con Il Campiello di  Strehler al Piccolo, mi trovai  a recitare addirittura nella storica sala dell’Odeon a Parigi. Ricordo l’effetto che mi fecero quei camerini che sembravano delle suites d’albergo, coi divani di velluto rosso su cui riposarsi. Dai 19 anni ero praticamente  sempre in tournée d’inverno e sul set d’estate. A 26 anni girai Io Ballo da Sola con Bertolucci e un cast internazionale. Furono anni intensissimi e mi fu evidente che quella sarebbe stata la mia strada.

W. in Cronaca di un amore violato 1996, hai il tuo primo ruolo da protagonista cosa hai provato?

foto di Roberta Krasnig

Avevo 23 anni, era il 1994; non fu facile trovare il giusto distacco da un personaggio così complesso e da una storia molto dolorosa. Giacomo Battiato seppe guidarmi con grande delicatezza e attenzione ed io gli fui molto riconoscente. Col tempo, grazie all’esperienza e alla tecnica, si impara che anche le più nascoste e profonde contraddizioni dell’animo umano possono e devono essere raccontate da un attore in modo molto intenso ma restando consapevoli che si tratta di un gioco, seppur con contenuti  a volte drammaticamente seri.  E’ ad esempio il caso del personaggio di Massimo Giuseppe Bossetti che interpreto nel film Yara di Marco Tullio Giordana, che uscirà in autunno su Netflix.

W. Passare dal teatro alla televisione cosa ha comportato?

foto di Roberta Krasnig

In realtà per quanto mi riguarda il gesto tecnico di recitare non è   diverso, che si tratti di televisione, di cinema o di teatro. Semmai è una questione di dimensione. In televisione le accortezze  da tenere presenti sono semplicemente diverse e riguardano direi soprattutto la capacità di mantenere concentrazione e divertimento pur tra mille variabili. La macchina da presa è uno spettatore esigente ed implacabile, coglie anche le minime sfumature. Spesso i ritmi televisivi sono molto veloci e raramente si fanno delle vere prove:  bisogna dunque arrivare preparatissimi per “giocare” al meglio con i colleghi e il regista fin dal primo take. Come quella del palco, a me piace molto l’atmosfera del set ed ho grande  ammirazione per il lavoro di tutte le maestranze, dunque il passaggio di cui mi chiedi mi è sempre risultato molto naturale, ogni nuovo lavoro mi sembra un’occasione di crescita.

W. Roberto Zibetti regista, ce ne vuoi parlare?

foto di Roberta Krasnig

Nel 1996 ho fondato una compagnia teatrale con altri colleghi, si chiamava ‘O Zoo No, con cui ho prodotto, diretto o co-diretto numerosi spettacoli proprio con l’obiettivo di imparare la complessa arte della regia teatrale, partendo dagli assunti della ricerca novecentesca, che riguardano di base un approccio collettivo alla creatività. Non è facile mettere insieme le grandi individualità che contraddistinguono il mondo artistico, ma quando ci si riesce i risultati sono a mio avviso strepitosi. Ho diretto un cortometraggio Green (Acerbo), girato in 16mm, mischiando membri della mia famiglia e attori professionisti: dirigere un set è un’esperienza  magica ed esaltante, anche se spesso faticosissima. Più recentemente ho messo in scena dei lavori di poesia da me interpretati: La Gerusalemme Liberata del Tasso in versione pop-rock ( Gerusalemme Unplugged) con la musica dal  vivo del chitarrista Giorgio Mirto accompagnato da Celesete e Placido Gugliandolo dei Moderni; lo scorso maggio  al Cafemuller di Torino “Una luce nella selva oscura”, il primo canto dell’Inferno di Dante ambientato in un affascinantissimo paesaggio sonoro, opera di Raffaele Toninelli. Se vi interessa, quest’ultimo lo trovate on demand sulla piattaforma niceplatform.eu, corredato da un’intervista sul mio percorso di attore.

W. Il teatro che ruolo ha nella società?

Il teatro per la società ha il ruolo di uno specchio. E’ lo stesso anche per il cinema e per tutte le nuove tecnologie di rappresentazione,  che vanno moltiplicandosi esponenzialmente per numero e tipologia. Anche i  social network sono uno specchio, anche se certo molto caleidoscopico e un po’ folle. Il teatro, essendo uno spazio concreto, a cui si può accedere fisicamente, con dei corpi vivi da guardare e percepire,  rende ancora più esplicito il suo essere una terra di frontiera, un luogo ‘altro’ dove guardare a noi stessi e ai nostri comportamenti. Il  buio e il silenzio che regnano su un palco prima dell’inizio di una rappresentazione ci riportano ad una certa ritualità che, se accortamente corredata  di bellezza e poesia, può essere di grande aiuto a farci sentire vivi in mezzo ai nostri simili  in quest’epoca sempre più frenetica, individualistica  e virtuale.

W. Di fronte ad un gruppo di giovani attrici  e attori  cosa consiglieresti?

Mettetevi insieme e sperimentate il più possibile. Se da un lato è importante essere consapevoli della propria originalità e del proprio talento, alla fine è nel confronto con l’altro da sé che questa originalità trova il terreno più fertile per crescere e brillare. Lavorate sodo al vostro percorso individuale ma mantenete curiosità e affetto per ciò che sta fuori da voi. Le nuove piattaforme televisive offrono infinite e preziose possibilità di lavoro e di carriera, che è giusto ricercare,  ma l’arte della recitazione richiede tempo e volontà di approfondire. Fate una buona scuola e mantenetevi umili e desiderosi di apprendere, mettendovi in gioco senza paura appena ne avete occasione.

W. Il tuo sogno nel cassetto?

Interpretare un musicista classico in un film o una serie.

W. Bene caro Roberto, grazie anche a nome die lettori di Detti e Fumetti, per questa interessante chiacchierata

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE CINEMA – ARTICOLO DEL 7 SETTEMBRE 2021]

WILLY ALIAS DARIO SANTARSIERO INTERVISTA ANTONELLA FATTORI PER DETTI E FUMETTI

Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo con noi Antonella Fattori. Conosciamola un po’ meglio.

W. Allora Antonella, sei nata a Prato, ti sei  diplomata all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma. Inizi a lavorare nel mondo del teatro in ruoli da attrice giovane con registi come Luigi Squarzina, Roberto Guicciardini e Luca Ronconi.

Nel 1985 vieni scelta da Nanni Moretti per un ruolo ne La messa è finita; nel 1988 il regista Silvio Soldini, nel suo primo lungometraggio L’aria serena dell’ovest ti affida il ruolo da protagonista. Il 1998 ti vede protagonista insieme ad Alessandro Gassmann della miniserie di Rai 1 Nessuno escluso per la regia di Massimo Spano. Con questa  interpretazione vinci il Premio Flaiano di Televisione e Radio nella categoria Premio per l’interpretazione. Sempre nel 1998 Carlo Lizzani ti sceglie come protagonista di un’altra miniserie per la Rai, La donna del treno, insieme ad Alessio Boni.

Nel 2000 lavori con Massimo Dapporto in una serie per Canale 5, Ciao professore, regia di José Maria Sanchez. Sempre nel 2000 torni al cinema con un ruolo da protagonista nel film Le complici, regia di Emanuela Piovano. Nel 2003 reciti nel ruolo della donna contessa Anna Ristori nella serie di Canale 5 Elisa di Rivombrosa, regia di Cinzia TH Torrini; nel 2004 Elisa di Rivombrosa- Parte seconda, sequel della serie. Nel 2007 reciti nella miniserie televisiva Chiara e Francesco, regia di Fabrizio Costa. Nel 2008 reciti nella fiction di 18 puntate per Rai 2 Terapia d’urgenza nel ruolo del medico Cristiana Gandini.

Nel 2010 ritorni al  teatro con un tuo testo scritto e interpretato dal titolo Giorni S-contati che affronta in chiave agrodolce il tema della realtà carceraria in Italia. Nel 2011 sei nella fiction Don Matteo 8, regia di Carmine Elia. Nel 2012 sei nel cast della serie poliziesca R.I.S. Roma Delitti imperfetti, regia di Francesco Miccichè. Nel 2013 interpreti Elisabetta nella seconda stagione della serie in quattordici puntate Le tre rose di Eva. Nel 2014 entri  nella seconda stagione de Il tredicesimo apostolo nel ruolo di Greta Lorenzini. Nel 2016 partecipi alla serie prodotta da Canale 5 Fuoco amico TF45Eroe per amore con Raoul Bova. Nel 2017 sei nella serie TV per Canale 5 Sacrificio d’amore, dove interpreti suor Agnese. Nel 2018 partecipi ad una docufiction Il precursore di Omar Presenti. Nel 2020 interpreti Chiara in un pilota tutto al femminile dal titolo Rosa shocking liberamente tratto da Sex and the city.

Antonella Fattori- disegno di Anna Novelli -colori Filippo Novelli

W. Cosa ti ha spinto a frequentare l’Accademia di arte drammatica?

Quand’ero ancora adolescente, a  Prato la mia città natale venne il maestro Ronconi  con il suo laboratorio teatrale. L’amministrazione di quei tempi dette al maestro Ronconi la possibilità  di formare un gruppo di lavoro che  ha lavorato per più di 4 anni ad un progetto di ricerca teatrale.Nelle strade di Prato, cittadina di provincia, gravitavano attori importanti scritturati da Ronconi per portare avanti questo bellissimo e ambizioso progetto.Ronconi  mise in scena vari spettacoli a cui assistevo rapita e entusiasta…per citarne alcuni ’La torre’ di Hofmannsthal. Seppi che cercavano comparse per lo spettacolo e  mi feci avanti. Rimasi folgorata da quel meraviglioso mondo e  appena diplomata alle superiori decisi  di provare ad entrare all’Accademia Naz. d’arte drammatica ‘Silvio D’Amico’ di Roma. Ricordo l’emozione che provai quando affrontai l’esame d’ammissione…era difficile entrare. Ce la feci al primo colpo! E al terzo  anno chi arrivò come  insegnante di recitazione?…Luca Ronconi. L’ho  avuto per tutto il terzo anno accademico e mi sono diplomata con un saggio finale con la sua regia ‘Il sogno’ di A. Strindberg. Spettacolo bellissimo del maestro! Si chiudeva così un cerchio e iniziava la mia carriera di attrice professionista.

W. Lavorare per registi come Squarzina, Guicciardini, Ronconi, è un bel trampolino di lancio, per una giovane attrice, ce ne vuoi parlare?

Appena uscita dalla scuola ho iniziato subito a lavorare come prima attrice. Squarzina mi scelse dopo un provino appena uscita dall’Accademia Era ‘I cinque sensi’ commedia scritta  dello stesso Squarzina con Sergio Fantoni. Poi  Guicciardini anche lui toscano come me.Grande uomo, colto  e   fine regista.Di  lui ricordo la classe , la  cultura e la sua sottile  ironia.Si, ho  avuto la fortuna di recitare con registi sensibili e preparati.

W. Nel 1998 con la mini serie su Rai 1 Nessuno escluso per la regia di Massimo Spano, vinci il Premio Flaiano, quale è stata la tua prima emozione?

Insieme al teatro cominciai a fare anche cinema e televisione mi scelse N.Moretti per un ruolo nella’ Messa e finita’ e poi S. Soldini  nel suo primo lungometraggio ‘L’aria serena  dell’Ovest’ film molto apprezzato dalla critica e poi ancora Cinzia Th Torrini per un bellissimo ruolo nel ‘La colpevole’ ruolo di una giovane vittima di stupro e pochi anni dopo mi scelse per ‘Elisa di Rivombrosa’ successo straordinario che mi ha dato la popolarità e poi ancora  M.Spano che mi affido’ il ruolo di una poliziotta della Dia con cui ho vinto il Premio Flaiano come miglior interprete di fiction .Ricordo ancora l’emozione di ricevere il premio a Pescara.I premi gratificano sempre anche se poi…e’ giusto dimenticarsene!

W. Essere un’ attrice in un momento così particolare come questo che stiamo vivendo ora, che responsabilità comporta?

Già! Periodo alquanto difficile.La pandemia ha scoperto come un vaso   di Pandora le molteplici  problematiche legate a questo nostro mestiere mettendo a dura prova tutto il nostro settore.Basti pensare che in Italia non c’è’ un riconoscimento giuridico del nostro lavoro.Non siamo ancora una categoria e questo ci preclude da tanti diritti sacrosanti che un riconoscimento di categoria ci assicurerebbe.Per questo sono nate tante associazioni(di cui anch’io faccio parte)in questo periodo con la funzione di far emergere e tutelare questo nostro scomparto dimenticato per tanti anni anche per nostre negligenze e per mancanza d’unione Le cose comunque stanno cambiando, con la pandemia siamo riusciti a interpellare e a interfacciarsi con  le varie istituzioni e a cercare di far conoscere e sensibilizzare sulle  nostre problematiche così diverse e spesso sconosciute proprio per la particolarità del nostro lavoro.Da poco i teatri hanno riaperto dopo più di un anno e mezzo di chiusura che ha acutizzato ancora più i problemi di quanto non ce ne fossero prima.Ma il teatro non muore, non  morirà mai e spero che dopo questo lungo periodo di fermo le persone abbiano voglia di tornare a vedere spettacoli dal vivo ,  a vivere la magia del teatro.Il teatro è condivisione , stare insieme e dopo tanta solitudine credo che le persone abbiano voglia di partecipare ad un rito collettivo.Da poco ho debuttato con  uno spettacolo ‘ Giro di vite ‘ adattamento   teatrale dal  romanzo  di Henry James.Il pubblico è venuto numeroso  nonostante il limite dei posti ,l’ho  visto entusiasta e partecipe  di poter tornare a rivivere insieme la magia dello spettacolo dal vivo.

W. Cosa   provi quando hai l’occasione di rivederti in televisione o al cinema?

Mah…io sono sempre molto critica nel mio lavoro.Penso sempre che avrei potuto far meglio o diversamente ma è anche uno stimolo a non fermarsi, a  non accontentarsi e a cercare di migliorare.

W. Un consiglio a dei giovani attori e attrici che voglio  emergere?

Il mondo dello spettacolo e’ un mondo difficile, fatto  di tante soddisfazioni ma anche di molteplici ostacoli…spesso la bravura non coincide con il successo ma se si ha determinazione ,pazienza e  fiducia in se’ stessi si può  ottenere risultati sorprendenti. E poi studiare,  studiare sempre, prepararsi su tutto,  disporre di più frecce possibili  nel proprio arco da poter lanciare al momento giusto, nel  posto giusto! Fare  in modo che quando il treno delle opportunità e della fortuna passa dalla tua stazione non ti trovi impreparato ma ti trovi  pronto a prenderlo al volo…per poi aspettarne un altro e un altro ancora senza mai mollare. Preparazione,pazienza… e   fortuna! Si…anche fortuna! Ricordo che durante l’Accademia andai a vedere il grande V.Gassman. Ricordo  la mia timidezza e soggezione quando andai a complimentarmi nel camerino per la sua interpretazione nell’Otello. Timidamente chiesi a Gassman cosa serviva oltre al talento per diventare un grande attore mi rispose con grande mia meraviglia ‘Fortuna ragazza mia…tanta fortuna! Negli anni  ho capito che aveva ragione!

W. Il tuo sogno nel cassetto?

Ho scritto un cortometraggio insieme ad un giovane attore-autore Alex Scala.Vorrei cimentarmi nella regia. Dopo tanti  anni davanti alla macchina da presa mi sento pronta per passare dall’altra parte della barricata. La Michelangelo Film  produrrà il cortometraggio.. Incrociamo le dita

W. Bene Antonella grazie anche a nome dei lettori di  Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – sezione CINEMA – ARTICOLO DEL 4 AGOSTO 2021]

Dario Santarsiero- WILLY intervista IMMA PIRO PER DETTI E FUMETTI

Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo con noi IMMA PIRO.

Allora Imma, sei nata a Napoli 8 dicembre 1956 Hai esordito nel cinema nel 1974 nel film di Sergio Corbucci “Ilbestione”, accanto a Giancarlo Giannini. Nello stesso anno hai recitato come attrice protagonista nel film di Vittorio Caprioli “Vieni, vieni amore mio”. Tra gli altri film che hai interpretato “La mazzetta” con Nino Manfredi, “Ecco noi per esempio”, con Adriano Celentano, “Fontamara” con Michele Placido e molti altri.

Nel 1992 nel film di Aurelio Grimaldi “La ribelle” interpreti la madre siciliana di Penelope Cruz. Negli anni novanta vieni chiamata a interpretare un film in Germania: “Tchass”, una coproduzione svizzera-austro-tedesca per la regia di Daniel Helfer, al quale fa seguito “Slaughter of the cock”, pellicola girata tra Cipro, Dubai e Damasco sotto la direzione di Andreas Pantzis accanto a Seymur Cassel e Valeria Golino. Sei spesso tornata al cinema lavorando in pellicole come “Viva l’Italia” di Massimiliano Bruno. Nel film di Nanni Loy “Scugnizzi”, presentato a Venezia in concorso nel 1989.

Alla fine degli anni settanta hai debuttato in televisione con la regia di Citto Maselli nello sceneggiato a puntate “Tre operai” 1978, a cui sono seguiti vari lavori sulle reti Rai e Mediaset tra cui:  “Donne armate” di Sergio Corbucci, “Compagni di scuola” di T. Aristarco e “C. Norza”, con Massimo Lopez e Riccardo Scamarcio, “Un difetto di famiglia” con Lino Banfi e Nino Manfredi, “Il capo dei capi” per la regia di Alexis Sweet e Enzo Monteleone e molti altri.

Nel 1981 hai debuttato in teatro con Eduardo De Filippo in “La donna è mobile”, rimanendo fino al 1987 accanto al figlio Luca nel ruolo di prima attrice.

Hai lavorato nel 1982 con e sotto la direzione di Carlo Cecchi in un testo di Anton Cechov: “Ivanov”, con Anna Buonaiuto. Con Sergio Fantoni nella stagione teatrale 1988-89, in “Purché tutto resti in famiglia” una black comedy di Alan Ayckbourn. Con Nello Mascia, sotto la direzione di Maurizio Scaparro, hai interpretato in veste di protagonista il ruolo di Clara in “Fatto di cronaca” di Raffaele Viviani, debuttando nel 1987 al Festival di Spoleto: lo spettacolo, sempre per la regia di Scaparro, fu ripreso da RaiDue nel 1992 per la trasmissione “Palcoscenico 92”.

Nel 2005, sotto la direzione di Franco Però hai interpretato “Adelaide” di Fortunato Calvino al teatro Nuovo di Napoli. Per la tua interpretazione ti sei aggiudicata il premio “Girulà” 2006. Da ricordare anche la tua interpretazione nel ruolo di Amalia Iovine nella messa in scena di Francesco Rosi, dopo ben 18 anni accanto a Luca De Filippo nella stagione 2005-2006, “Napoli milionaria”, conquistando nel 2007 il premio intitolato a Salvo Randone. Tanti ruoli da comprimaria in fiction televisive di successo come “Orgoglio”, “Compagni di scuola”, “Il Capo dei capi”, “Assunta Spina”, “Intelligence”, “Il tredicesimo Apostolo”.

Nel 2014 hai partecipato al Festival di Todi, Regia di Enrico Maria Lamanna testo “Vico Sirene” di Fortunato Calvino. Nello stesso anno partecipa al 48h film project con il cortometraggio “L’ospedale delle bambole” di Francesco Felli. Nel 2015 hai curato la regia di un testo di Scarpetta ”O’ Scarfalietto” per un gruppo di giovani dell’Accademia L’Arte nel cuore curandone anche l’adattamento.

W. Quando hai deciso che la recitazione avrebbe fatto parte della  tua vita?

L’ho deciso a cinque anni. Vedendo molti film in bianco e nero con  mia madre. Quando vedevo gli attori chiedevo a mia madre se li conosceva  E lei mi rispondeva che avevano  fatto la scuola insieme.   Oppure mentre nel film si stavano  baciando, gli chiedevo  se si baciano veramente.  Mamma rispondeva che avevano  lo scotch sulla bocca. Mia madre che da giovane era molto bella, cantava mentre suo fratello suona. Io la sentivo  cantare mentre si esibiva  per gli amici e i parenti con una gestualità che oltrepassava la quotidianità, aveva le movenze di una attrice. Io ero talmente affascinata da mia madre che  ho iniziato a mettermi davanti allo specchio e provare le sue  scarpe con i tacchi a spillo, mi truccavo con l’Eye-Line e con le pinzette tiravo su le ciglia.  Ed da qui che parte la mia passione per la recitazione. Sono salita per la prima volta sul palcoscenico in una  discoteca per adolescenti, siamo negli anni ’70, c’era un concorso di bellezza dove ho partecipato costretta dai miei cugini; ed ho vinto una coppa d’argento e un mazzo di fiori. La seconda volta è successo l’anno dopo, mi hanno fermata sull’autobus per fare una sfilata al teatro Mediterraneo di Napoli e quando sono salita su quel palco ho capito, non so perché, che ci sarebbe voluto del tempo per farmi scendere. Devo dire che questo mestiere mi ha salvato la vita, perché essendo io una scapestrata, dovevo stare attenta al mio fisico, non potevo farmi male. Insomma ho scelto il mestiere che mi piaceva. Avevo studiato lingue per il turismo, l’unica raccomandazione nella mia vita che ho avuto, sempre negli anni ’70,  è stata quella per  entrare come hostess all’Alitalia. Ricordo che avevo appena girato cinque giorni nel film di Giancarlo Giannini, e alla persona  che mi voleva raccomandare  come  hostess all’Alitalia,  ho risposto che non mi interessava perché volevo fare l’attrice; non gli ho detto forse farò il cinema, ero veramente convinta di essere un’attrice. Questo è un mestiere che ti da grandi ansie, perché se non sei una star, se non sei arrivata e non sai cosa farai dopo domani, pensi che tutto sia finito, in realtà rallenta ma poi ricomincia. E quando si complimentano con me, mi confermano che ho scelto la strada giusta; pur vivendo con tutte le mie insicurezze che mi aiutano a fare sempre meglio. Ed ora che sono passati più di quarant’anni sono molto felice di aver intrapreso questa carriera.

W. L’esordio nel ‘74 al fianco di  Giancarlo Giannini, ce ne vuoi parlare?

Il primo incontro tra me e Giancarlo Gianni è stato a piazza dell’Aracoeli negli uffici della Champion che era la produzione di Carlo Ponti. Oltre a Giancarlo Giannini c’era anche Sergio Corbucci. Io mi sono presentata una sera d’inverno, senza cappotto con una gonna una camicetta ed un maglione traforato come andavano di moda a quel tempo, ero letteralmente congelata. Ricordo che subito dopo la porta d’ingresso la parete era tappezzata con  le foto della Loren e a dire la verità mi ha portato bene, perché Giancarlo si è rivolto a Sergio Corbucci e gli ha detto che doveva prendermi nel cast, perché gli piacevo e gli ricordavo la  Loren da piccola. Ed eccomi qua.

W. Sul tuo cammino c’è la televisione, che ha aperto le sue porte con Alberto Lattuada, in che modo ha arricchito la tua carriera?

Il mio esordio in televisione è stato nel ‘76 in bianco e nero su  Rai2 con Il  Rotocalco “Odeon tutto quanto fa Spettacolo”. Lattuada è stato importantissimo per me, lo avevo visto per un film qualche anno prima,  si era ricordato di me, e mi ha chiamato.

W.  Non sbaglio nell’affermare che  lavorare con Eduardo De Filippo ha lasciato nel tuo cuore un segno  profondo

Io credo che la disciplina forte, grossa, importante, l’ho acquisita con Eduardo. Vederlo tutti i giorni, alle prove per quattro anni nei cinque spettacoli che ho  fatto con lui non sono pochi. Eduardo aveva problemi con il cuore e non si provava dieci ore al giorno, si provava alcune ore ma erano prove intense interessantissime, di cui mi ricordo benissimo. Da poco sono usciti due libri, prima a Napoli con l’inserto di Repubblica di maggio, per i centoventuno anni dalla sua nascita e c’è anche  una mia testimonianza, tra i tanti che hanno lavorato con lui. Mi sono riletta e mi sono commossa. Il giornalista Giulio Baffi che ha scritto la biografia, conosceva Eduardo e non solo ha chiesto la testimonianza degli attori ma anche quella della costumista, dell’attrezzista, in una parola tutte le maestranze che hanno lavorato con e per Eduardo. Una cosa molto bella.

W. Da insegnante come, ti poni nei confronti dei tuoi allievi?

Ho capito questo, non fare la signorina Rottermeier, altrimenti non si arriva al cuore e alla  mente dei ragazzi. Quando mi sono messa sui trampoli, ho visto il loro sguardo cambiare. Devi essere si insegnante dando o migliorando le loro nozioni, cercando però di far passare l’amore per questo mestiere, perché se non vi innamorate non lo potete fare. Però se questo lo dici da persona adulta della mia età, arriva sempre un po’ come una roba pesante. Mentre io cerco di veicolare questo messaggio con la comicità

W. Il tuo sogno nel cassetto?

Stare bene, avere una buona memoria fino alla fine dei miei giorni e stare sulla scena nella vita come nel mio lavoro ancora a lungo. Perché tanto  noi siamo avvantaggiati possiamo fare i vecchietti. Sempre se  la salute e la memoria ci aiutano e soprattutto continua l’amore per questa carriera, altrimenti  ci godiamo la  meritata pensione

W. Bene cara Imma, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa piacevole chiacchierata

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -articolo del 19 giugno 2021]

INTERVISTA DI WILLY IL BRADIPO A PINO QUARTULLO PER DETTI E FUMETTI

Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi parleremo con Pino Quartullo di scuole di recitazione oltre che di teatro e cinema.

W. Allora Pino facciamo un breve riassunto della tua vita a beneficio dei nostri lettori. Sei nato a Civitavecchia il 12 luglio 1957. Ti sei laureato in Architettura e diplomato in regia all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico. Hai  conseguito un diploma in recitazione presso il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Gigi Proietti. Nel 1987 vieni nominato all’Oscar con il cortometraggio Exit nella categoria live action, insieme a Stefano Reali. Dal 2000 al 2013 sei stato direttore artistico del Teatro Traiano di Civitavecchia. Hai insegnato recitazione  all’ ACT Multimedia, hai fatto molti laboratori molti stage di recitazione. Hai fondato la scuola delle Arti a Civitavecchia.

W. Perché la recitazione?

P. Per me è stata una cosa istintiva assolutamente naturale. Già quando frequentavo l’asilo salivo, sul palcoscenico dalle suore sentendomi magneticamente attratto dalla recitazione.

W. aver conseguito una laurea in architettura ti ha aiutato nella tua carriera di attore?

P. La laurea in architettura è stata molto importante per me, anche perché il mio piano di studi era già finalizzato allo spettacolo. Ho inserito gli esami di scenografia, storia del teatro. La mia tesi di laurea riguardava il progetto di un teatro circolare, con il pubblico al centro e il palcoscenico intorno al pubblico. Aver studiato architettura, mi ha anche insegnato dei codici di progettazione che ho poi ritrovato sia quando scrivo delle sceneggiature o quando devo pensare ad uno spettacolo. Immaginare una scenografia avere delle idee, fare una ricerca storica o di immagini. Per cui  l’ architettura è stata fondamentale.    

W. Quali responsabilità ha il regista nei confronti degli spettatori?

P. La prima responsabilità che ha il regista nei confronti degli spettatori, è  di non annoiarli, di coinvolgerli, di farli pensare, divertendoli o commovendoli ma ancora meglio divertendoli e commovendoli nello stesso momento. Perché si può.

W. Hai sperimentato sia il teatro che il cinema, con quali dei due esprimi più te stesso?

P. Credo che sia con il teatro che con il cinema io sia riuscito ad esprimermi. Quello che cambia naturalmente è il linguaggio; il fatto che il teatro poi purtroppo è  effimero non rimane più nulla, per lo meno di quella emozione, di quella esperienza tra esseri umani che si vive nei teatri. Certo anche il teatro può essere ripreso, può essere diretto per l’audiovisivo però,  non è mai come viverlo in quel momento. Per quanto riguarda la mia possibilità di espressione con i due linguaggi  credo che se un regista o un autore ha qualcosa da dire può farlo in entrambi i campi.

W. nei film:  “Quando eravamo repressi” (1992) e “Le donne non vogliono più” (1993) dove  hai  curato la  regia e partecipato come attore oltre aver scritto i  soggetti e le sceneggiature, dipingi i protagonisti come dei repressi sessuali nel primo e nel secondo racconti  la ricerca da parte di un uomo, di una paternità  che sconfina nell’ossessione. Nel 2021 riguardo queste tematiche cosa è cambiato e cosa no?

P. In “Quando eravamo repressi” Raccontavamo della noia tra i giovani in ambito sessuale. Perché potendo farlo già da ragazzi e bruciando le  tappe, tutto  è già scontato, si è più viziati dalle possibilità che si hanno e quindi rispetto ad allora trent’anni fa  è cambiato che le tappe si bruciano ancora più velocemente, c’è più apertura nei confronti degli scambi e il sesso è ancora più libero; pur con tutte le cautele che i problemi di ordine sanitario comportano però, questo bruciare le tappe, questo farlo subito farlo il prima possibile chiaramente ha tolto un po’ di fascino, un po’ di attesa, un po’ di mistero e quindi automaticamente un film sul calo del desiderio ancora oggi sarebbe attualissimo. Per quanto riguarda ”Le donne non voglio più” Anche qui penso che la storia di un uomo che voglia un figlio e non riesca ha trovare una donna sia molto contemporanea. Oggi come venticinque anni fa quando ho fatto il film, ci sono molte possibilità alternative come ad esempio affittare uteri. Una potrebbe venderti l’ovulo, un’altra potrebbe portare avanti la gravidanza. Conosco persone che lo hanno fatto, non soltanto coppie. E quindi quel mondo lì che ho esplorato nel novantatré, devo dire che ancora esiste ed ancora oggi è possibile; all’epoca era un po’ una novità oggi è un po’ più acquisito.

W. hai avuto la possibilità di conoscere e di lavorare   sia con Gigi Proietti che con Monica Vitti ce ne vuoi parlare?

P. Gigi Proietti ci ha  insegnato che il teatro è un lavoro molto serio, lavorare come attore è un lavoro molto serio ma anche molto divertente e va fatto contemporaneamente con grande serietà senza perdere mai il divertimento. E poi è la fantasia dell’attore che deve avere e che può stimolare quella del pubblico. Con una cassa e degli oggetti Gigi ha fatto vedere al mondo come l’attore possa creare quello che in scena non c’è. Non a caso poi Gigi Proietti ha fondato il Globe Theatre a Roma; ispirandosi a Shakespeare che è stato un grandissimo maestro di come con poco in scena si possa fare molto. Facendo  appunto lavorare la fantasia degli spettatori. E poi Gigi non è stato solo il maestro, è stato anche un amico, il mio testimone di nozze, il mio produttore, il mio regista; ma soprattutto l’amico, l’amico  più divertente che forse io abbia mai avuto. Monica Vitti l’ho avuta come insegnante in accademia. Anche Monica è stata una grande maestra, anche lei una grande amica; infatti dopo l’accademia, volle che io mi occupassi di un gruppo di ragazzi dell’accademia che lei aveva conosciuto quando ha insegnato, per una trasmissione televisiva che si intitolava “Passione Mia”, dove io e alcuni miei compagni di classe facevamo parte della trasmissione, interpretando delle Sit-Com. Abbiamo cantato io e lei in duetto la sigla di “passione Mia”. E poi  Monica e anche Roberto Russo che è il suo compagno e regista della trasmissione, hanno voluto dare più spazio a dei giovani registi tra cui me e nell’ultima puntata, hanno presentato in un cinema dei cortometraggi che abbiamo girato. Io grazie a lei, ho girato il mio primo cortometraggio che poi ha conseguito molti premi e anche una nomination all’Oscar. Il grande insegnamento di Monica è stato quello di dirci che bisogna avere molta tecnica, bisogna essere volendo molto puliti  tecnicamente; ma poi bisogna sporcare, poi bisogna lavorare sui propri difetti, perché altrimenti l’attore è solo corretto e rischia di essere senza personalità, un involucro neutro e quindi lei ha fatto l’esempio della sua voce un po’ rauca che all’inizio della sua carriera sembrava poter essere un ostacolo ma che invece è stato il suo punto di forza, la sua caratteristica. Quindi Lavorare sulle proprie peculiarità, sui propri difetti e sulla propria personalità in modo a distinguersi rispetto agli altri       

W. Tu e il co-regista Stefano Reali nel 1987 avete vinto diversi premi  con il cortometraggio Exit nella categoria live action; cosa ti ha lasciato?

P. Exit è stato uno dei momenti “sogno” della mia vita. Nel senso: tu giri un cortometraggio e poi vinci dei premi, poi vai a Chicago in un festival, poi lo vai a proporre  a Los Angeles in un cinema; perché  per partecipare agli Oscar bisognava aver vinto un concorso internazionale e noi avevamo vinto la Concia De Oro. Poi bisognava che il film fosse proiettato almeno tre giorni in un cinema di Los Angeles. Noi partimmo con la nostra pizza sotto il braccio alla volta di Los Angeles e lì trovammo un esercente che era pazzo dei vini italiani, delle monete italiane, oltre che del cinema italiano e quindi ci concesse di poterlo proiettare. Dopo alcuni mesi leggemmo un articolo sul Corriere della Sera che parlava del nostro cortometraggio; era ancora proiettato, dopo molti mesi nello stesso locale perché era l’attrattiva di quel cinema e che addirittura Spielberg l’aveva voluto in prestito per mostrarlo ai suoi allievi.  E’ stata la prova che a volte i sogni si realizzano; e anche se per un pelo non abbiamo vinto, partecipare alla notte degli Oscar è stato fantastico. Questa  esperienza è stata un incentivo a sperare che i sogni si realizzano, non è sempre così facile ma altre volte mi è successo che piccole cose diventassero molto grandi. Ed Exit è stato il detonatore  di questa possibilità.

W. Insegnare recitazione è una grande responsabilità, come ti poni davanti ai tuoi studenti?

P. Ho insegnato in diverse scuole. Grazie al fatto di aver frequentato il laboratorio di Gigi Proietti e l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica ma anche la scuola di Giovanni Battista Diotiaiuti sono  un po’ esperto in scuole di recitazione; ed è proprio questo che ho insegnato prima di tutto: studiare, ricercare, stare sempre attenti a tutto quello che il mondo dello spettacolo ci offre, e saper trasformare quello che la vita ti da in qualcosa che interessi anche il pubblico. Qualcosa che il pubblico magari ha dentro e che scopre con la poesia, con i film, con gli spettacoli, riconoscendosi in questi. Una cosa che mi hanno insegnato sia Aldo Trionfo [1921-1989 regista teatrale e attore teatrale italiano N.D.E]. che Gigi Proietti, oltre ad imparare naturalmente questa nostra arte, è importante creare dei gruppi, cercando di realizzare dei  progetti. Con quelle persone con cui si studia recitazione, si stabilisce un rapporto particolare di fratellanza, come se facendo recitazione, uno ricominciasse a vivere in un altro modo; rimpari a parlare, rimpari a camminare scopri te stesso. Come se gli insegnanti di recitazione fossero dei nuovi genitori. E quindi tra gli allievi si stabilisce un rapporto fraterno che poi continua, ed è ineguagliabile con quello che si può stabilire con altri colleghi nel corso degli anni. Quindi è importante scegliersi i colleghi giusti, per portare avanti imprese, produzioni, cortometraggi, film, spettacoli 

W. Il tuo sogno nel cassetto?

P. Negli anni spesso tanti progetti in cui uno crede, spesso verifica che non colgono l’entusiasmo dei produttori, delle istituzioni e quindi pur credendoci molto vengono accantonati. Ne ho tantissimi di progetti nel cassetto, uno a cui tengo di più è un soggetto trattamento scritto con Sergio Leone e con Luca D’Ascanio negli anni ottanta. Sergio Leone venne  vedere un mio spettacolo e mi propose di fare un film che lui avrebbe dovuto produrre e quindi andai a casa sua parecchie volte e abbiamo scritto insieme questa storia di una mummia a Roma. Una specie di Horror Commedia ambientata appunto a Roma. E questa sarebbe una cosa bella da riprendere anche per questa “ghiottoneria” per cinefili che è quella di aver scritto una cosa con Sergio Leone  

W.Bene caro Pino, ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa piacevole lezione sul teatro.

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti – sezione CInema – Articolo del 26-04-2021]

I PODCAST DI GABRIELLA GRIFO’ PER DDD Diletti Dal Divano – La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker.

Amici di DETTI E FUMETTI oggi vi presento il podcast di La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker.

Per una volta ho chiesto a Filippo di fare una eccezione: disegnare al posto del mio consueto fumetto il ritratto di Nola la protagonista della serie TV.

Ma veniamo alla storia:

Nell’episodio di oggi parleremo di un romanzo uscito nel 2012 che è riuscito a riscuotere un successo tale da ottenere nel 2018 un adattamento televisivo. Stiamo parlando di: “La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker.
Estate 1975. Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, scompare misteriosamente nella tranquilla cittadina di Aurora, New Hampshire. Le ricerche della polizia non danno alcun esito.

Facendo click sulla foto sarete indirizzati direttamente sul PODCAST

Nola ( alias Kristine Froseth) illustrazione di Filippo Novelli

Le musiche che ho utilizzato:
“Sappheiros – Memories” is under a Creative Commons license (CC-BY).
Music promoted by BreakingCopyright: https://bit.ly/b-sappheiros-memories
Rain sound effect: https://www.youtube.com/channel/UCTdyXszrxhMP-pbhy85Pa-g

Buon ascolto da Gigi’! Buon Cinema a tutti!

[Gabriella Grifò per DETTI E FUMETTI – sezione Cinema – articolo del 21 aprile 2021]

WILLY Intervista a NUNZIA SCHIANO PER DETTI E FUMETTI

Oggi cari amici intervisterò l’attrice Nunzia Schiano. Per gli appassionati  dei romanzi di Maurizio De Giovanni, è la Tata nel Commissario Ricciardi.

W. Come da tradizione iniziamo questa chiacchierata con la tua presentazione:: Sei nata e cresciuta a Portici (NA) il 16 maggio 1959, dove hai frequentato il liceo Orazio Flacco;  sei  nota soprattutto per il ruolo della madre di Mattia Volpe in “Benvenuti al Sud” (2010). Sei stata riconfermata nello stesso ruolo nel sequel “Benvenuti al Nord” (2012); interpreti soprattutto ruoli comici, vedi, “La valigia sul letto” (2009),  con Eduardo Tartaglia e Biagio Izzo.

Hai  più volte collaborato con Alessandro Siani  “Ti lascio perché ti amo troppo” (2006)  e hai recitato nel film di Leonardo Pieraccioni “Il paradiso all’improvviso” (2003).  Nel 2011 sei nel cast di “Napoletans”, di Luigi Russo, con Maurizio Casagrande e Massimo Ceccherini e in quello de  “La kryptonite nella borsa  di Ivan Cotroneo. Nel 2012 interpreti una zia del protagonista di “Reality”, di Matteo Garrone. Nel 2015 sei nel cast di “Ci devo pensaredi Francesco Albanese, con Francesco Albanese e Barbara Tabita. Nel 2016 interpreti la madre del protagonista Enzo Iupparello nel film “Vita, cuore, battito” di Sergio Colabona.

W: Cosa o chi ti ha spinto verso la recitazione?

N. Ho iniziato per gioco. Nel mio oratorio c’era un  teatro e da bambina mi esibivo perché mi piaceva farmi vedere sul palcoscenico. Al liceo un mio professore mi ha spinto verso la recitazione e  con il tempo mi sono resa conto che  quella di recitare era la mia  vita; ne ho parlato ai miei genitori, ed ho intrapreso questa strada, faticosa, perché devi studiare molto e impegnarti molto ma che ti  dà tantissime soddisfazioni!

W: Sembra che Portici, sia una fucina di attori: Troisi, Arena, de Caro, Nunzia Schiano,   è forse l’energia del Vesuvio che scatena il talento?

N. In un certo senso può essere vero!(Ride) Abitando tutti  a Portici abbiamo frequentato molto i teatri e gli spazi a nostra disposizione per crescere professionalmente. E come ho detto prima, è anche merito della nostra terra che ci da quell’energia che ci spinge a fare sempre di più e meglio.

W: Passare dalla musica popolare al teatro è stato naturale?

N. Abbastanza, in fondo il teatro è un arte popolare ci si rivolge sempre ad un pubblico che sceglie volontariamente di uscire di casa  per venire a vedere il nostro spettacolo, ed è la stessa cosa per andare ad un concerto

W: Ho letto che ami di più il teatro classico perché ?

N. Non è proprio così. Io non credo molto nelle definizioni, teatro classico attore, attrice  che possono fare solo teatro classico  sono definizioni che mi stanno strette. Amo sia il teatro  classico,  perché è da li che veniamo, sia quello moderno perché è giusto evolversi per riuscire a dare il meglio  di noi al pubblico.

W: Con il film di Carlo Vanzina “Vacanze di Natale 2000” del 1999, è iniziata la tua avventura cinematografica, ce ne vuoi parlare?

N. Carlo era un profondo conoscitore del cinema. Da lui ho imparato molto dalla recitazione ai movimenti, perché i tempi del cinema sono differenti da quelli del teatro. Carlo sapeva ciò che voleva e lo trasmetteva a noi attori, capiva le mie esigenze e le rispettava.

W: Nessuno è più adatto ad una parte drammatica come un’ attrice o un attore  comico. Che sensazione ti ha lasciato  aver partecipato come Tata Rosa alla fiction “Il commissario Ricciardi” tratto dai racconti di  Maurizio De Giovanni con la regia di Alessandro D’Alatri?

N.Ridere o piangere sono le facce di una stessa medaglia, in entrambi i casi non è facile. E’ vero però  che  un comico riesce ad interpretare parti drammatiche con un pathos sorprendente. Questo è riconosciuto di più all’estero, in Italia c’è ancora molto diffidenza ad assegnare ruoli drammatici ad attori brillanti nell’ambito cinematografico, mentre per quanto riguarda il Teatro, più aperto alla sperimentazione, gli attori comici hanno la possibilità di sperimentare parti drammatiche. Mi è stato detto che guardare alla televisione il Commissario Ricciardi era come stare a Teatro. E questo grazie al regista Alessandro D’Alatri. Alessandro è riuscito a far emergere la sensibilità di tutti i personaggi e il pubblico lo ha percepito. E’ stato molto gratificante.

W: Chi è Tata Rosa?

N. Una donna del sud che alla età di quattordici anni entra nella casa del Barone di Malomonte e si assume responsabilità dell’intera casa, compreso il commissario. E con la sua tenacia di donna cilentana lo protegge.

W: Ricapitolando: musica popolare, Teatro, Cinema, Televisione in quali di queste situazioni ti sei espressa al meglio?

N. Devo dire che ancora non ho dato il massimo, perciò continuo ancora a sperimentare.

W: Il tuo sogno nel cassetto?

N. Ce ne sono tanti, uno è di continuare a fare quello che ho scelto per la vita che mi piace molto.

W: Bene Nunzia, grazie per questa chiacchierata anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti.

N. Grazie a voi, e a presto!

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Spettacolo -articolo del 7 aprile 2021]

Willy presenta Monica Marangoni per il ciclo sul giornalismo “tra tecnica e passione”

Amici di DETTI e FUMETTI per il ciclo giornalismo tra tecnica e passione oggi abbiamo fatto quattro chiacchiere con Monica Marangoni.

W. Ciao Monica come di rito ti presento al nostro pubblico. Sei nata a Verona, dopo il diploma ti trasferisci a Milano, dove ti laurei in filosofia con 110 e lode presso l’Università Cattolica, con una tesi sul tema “Innocenza o giustificazione del nudo? Aspetti e forme filosofiche della comunicazione tra naturalismo, ideologia e ragione”. Dal 2012 sei giornalista professionista. A Milano inizi a lavorare nel settore della moda come ufficio stampa e successivamente con la Filmmaster Group, come junior producer nell’organizzazione di eventi e pubblicità.

Nel 2005 ti trasferisci a Roma ed inizi a lavorare come redattrice e conduttrice nel primo canale digitale terrestre della Rai, Rai Utile, dove conduci i programmi “Utile T-Gov”, “Territorio Digitale”, “Med Campus”, “Futuro Semplice”, “Digi.PA” e nello stesso periodo curi una rubrica legata alle novità editoriali, “Pensieri e Parole”. Nel 2006 conduci “Cagliari Digitale” per l’emittente televisiva sarda, Videolina.

Nel 2007 approdi a Rai Uno in qualità di inviata di servizi di medicina per il programma del weekend “Sabato & Domenica”, condotto da Franco Di Mare e Sonia Grey, con una rubrica in diretta (“Agenda Italia”), per parlare degli appuntamenti culturali più importanti del fine settimana. Negli anni successivi, nei quali sei inviata per “Uno mattina Weekend” e “Uno mattina”, sei la  co-conduttrice, con Fabrizio Rocca, sempre su Rai Uno, del programma della domenica mattina, “Magica Italia – Turismo e Turisti”, legato all’arte e alle bellezze culturali.

Nel 2009 vinci il Premio Gino Gullace per il giornalismo e presenti la XXIII edizione del Premio Pericle D’Oro 2009.

Nel 2011 vieni scelta per affiancare Vittorio Sgarbi come co-conduttrice, assieme a Metis Di Meo, nel programma “Ci Tocca anche Sgarbi”.

Nel 2013 lavori a “Le amiche del sabato”, rotocalco in onda il sabato pomeriggio su Rai Uno, e l’anno successivo al nuovo format, “TOP – Tutto quanto fa tendenza”, in seconda serata, sempre su Raiuno, in cui racconti le eccellenze made in Italy famose in tutto il mondo.

Nell’estate 2017 conduci “W la mamma” con Veronica Maya e Domenico Marocchi 

Nell’estate 2018 il programma “Un cane in famiglia” su Rai Uno.

Dal 2016 al 2019 hai fatto parte del cast di “Uno Mattina in famiglia” al fianco di Tiberio Timperi.

Dal 2017 conduci ogni anno, presso l’Auditorium della Musica a Roma, insieme a Pino Insegno, il Gran Premio Internazionale del Doppiaggio.  

Dal 2018 conduci a New York il Festival della musica italiana.  

Dal giugno a settembre 2019 conduci “Tutto Chiaro“, in diretta dalle 10.30 alle 11.30, sempre su Rai Uno.

Dal 2018 conduci la trasmissione “L’Italia con voi“, accompagnata al pianoforte da Stefano Palatresi, sul canale Rai Italia, interamente dedicato agli italiani nel mondo. Per la trasmissione ricevi il Premio Margutta 2019 insieme a Alberto Matano e Cristina Parodi.

Da gennaio 2021 conduci in diretta, su Rai Radio2, “Sanremo di Sabato”, approfondimento dedicato alla storia del Festival di Sanremo.

W: A che età ti sei resa conto dell’importanza della comunicazione?

M. Fin dalle mie prime esperienze in tv, qualche anno dopo la laurea, ho compreso che la comunicazione, intesa come presenza sui media, non serve solo per informare o intrattenere quanto per offrire un esempio. Io credo e spero che guardando i programmi che conduco il pubblico possa apprezzare l’entusiasmo, la passione, la preparazione che metto in ogni puntata che per me è come fosse sempre la prima. E anche quando affronto temi complicati cerco sempre di offrire una prospettiva di positività, un modello diciamo così di ottimismo che aiuta a guardare al lato migliore delle situazioni e di noi stessi. La tv è una maestra di vita, a patto però di prenderla sul serio

W: Ci incuriosisce la tua tesi di laurea “Innocenza o giustificazione del nudo? Aspetti e forme filosofiche della comunicazione tra naturalismo, ideologia e ragione” ce ne vuoi parlare?

M. La mia tesi è stata un percorso, non solo filosofico e intellettuale, ma anche e soprattutto umano perché ho voluto capire più in profondità se e in che modo il nostro corpo abbia un valore assiologico, valoriale. Mentre ero all’università ho lavorato nella moda, facendo sfilate, shooting, spot Tv, e ogni volta, anche guardando le mie colleghe che con molta disinvoltura si spogliavano e si facevano trasformare, mi chiedevo se fosse giusto e che significato dovessi dare a quel lavoro. Grazie a quella tesi, allo studio storico che ho fatto della nudità, ho acquisito maggior consapevolezza del mio corpo e del suo valore giungendo alla conclusione che, dopo il peccato originale momento in cui Adamo ed Eva “si sentirono nudi”, non si può più parlare di “innocenza” ma la nostra mente sempre dà un giudizio su ciò che vede o non vede.

W: Cosa ti ha spinto a passare dalla moda ad organizzare eventi ed infine alla televisione?

Foto di Giorgio Guglielmi

M. La vita ti porta sempre dove batte il tuo cuore. Sono le cose che desideri intimamente ad attrarti a loro non il contrario. E la prima volta che ho fatto un servizio in diretta ho capito che stare davanti ad una telecamera era per me una vocazione, una cosa del tutto naturale, come quando conosci una persona e ti sembra magicamente di averla già frequentata da sempre. E da lì ho voluto proseguire in quella direzione.

W: Quale programma RAI ti ha dato la possibilità di esprimere tutta te stessa?

M. In ciascuno ho trovato motivi di crescita professionale. Detto questo l’esperienza de l’Italia con voi, su Rai Italia, mi ha insegnato a coniugare al meglio i mille volti della mia anima, dal serio al frivolo, dalle notizie di cronaca e politica alla moda e all’arte. Posso intervistare il sindaco di New York o cantare assieme al maestro Palatresi cambiando il registro della mia conduzione con molta naturalezza.

W: Vinci due premi, nel 2009 e nel 2019, cosa ti hanno lasciato?

M. Lusinga sempre ovviamente ma diciamo che il premio migliore è sempre quello che non hai ancora ricevuto e che quello che conta è essere premiati ogni giorno con l’affetto del pubblico che segue i miei programmi come succede ogni giorno grazie ai telespettatori di Rai Italia.

W: Presentare a New York il Festival della musica italiana è motivo  di orgoglio?

M . Un’ esperienza bellissima di cui vado molto fiera. Non avete idea quanto all’estero sia percepita la fierezza di essere italiani e spero, pandemia permettendo, di tornare a presentarlo il prossimo Ottobre insieme a Carlo Conti.

W: Cosa suggerisci alle giovani donne che vogliono intraprendere la tua stessa carriera?

M. Non arrendersi mai. Tanta grinta e determinazione, ma anche tanta umiltà perché il mio è un mestiere che si impara sul campo. Il problema è trovare chi possa offrirti l’opportunità giusta e saperla cogliere senza scendere a compromessi. A volte bisogna anche rifiutare qualche occasione se non appare in linea con il profilo professionale che hai deciso di sviluppare.

W: Il tuo sogno nel cassetto?

M. Seguire il percorso delle grandi conduttrici, da Mara Venier a Milly Carlucci. Fare una televisione di qualità, che spazi dall’informazione all’intrattenimento. Se a Dio piacendo arriverò mai a condurre un programma come “domenica in” potrò dire di essere arrivata dove avrei voluto. Ma intanto so accontentarmi. L’importante è non fermarsi mai e guardare sempre avanti con gratitudine per ciò che la vita mi ha donato, a partire dalla mia famiglia che è il regalo più grande

W: Bene, grazie Monica anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa chiacchierata,  continueremo e seguirti sui canali RAI!

[Dario Santarsiero alias Willy il Bradipo per Detti e Fumetti-sezione Spettacolo -articolo del 7 aprile 21]

WILLY INTERVISTA – Mario Pirrello protagonista della serie TV “il commissario Ricciardi”

Oggi cari amici conosceremo l’attore Mario Pirrello uno dei protagonisti della serie TV Il commissario Ricciardi. 

e foto di scena sono di Anna Camerlingo

W: Allora Mario, sei nato a Torino nel 1972. Da giovane sognavi di fare il cuoco a Londra. Poi però hai deciso di studiare recitazione presso la scuola del Teatro Stabile di Torino. dopo essere stato allievo di Ronconi, a soli 25 anni ti sei ritrovato a lavorare con Gabriele Lavia, che ti ha cambiato la vita. Dopo questa esperienza teatrale, il regista Mario Martone ti chiede di sostituire un attore per “Le Operette Morali”. Sempre con Martone hai lavorato in “La Morte di Danton”. E dopo oltre 20 anni di carriera in teatro hai esordito anche sul piccolo e grande schermo. A gennaio 2021 sei in televisione con la fiction “Il Commissario Ricciardi”, diretta da Alessandro d’Alatri. 

M. Intanto voglio ringraziarvi per lo spazio che mi dedicate, sono contento di essere qui con voi.

W: Perché l’incontro con Gabriele Lavia ti ha cambiato la vita?

 L’enfasi sull’incontro con Gabriele Lavia è data dal fatto che dopo aver terminato la “Scuola del Teatro Stabile di Torino” ho iniziato subito a lavorare per lo Stabile di cui Lavia all’epoca era direttore e da lì a poco partecipai ad uno spettacolo di cui era anche regista. Entrare nel mondo del lavoro non è un passo scontato dopo gli studi. Se non avessi avuto questa possibilità di incominciare a lavorare come attore velocemente, sono sicuro che non avrei potuto sostenere a lungo la mia scelta di recitare e sarei ritornato presto a fare il mio precedente mestiere di cuoco. A tutto questo va affiancato la possibilità per un giovane attore di entrare in contatto con un mondo complesso e affascinante creato da una delle personalità attoriali tra le più rilevanti del nostro Paese e che ha attraversato gli anni a cavallo tra i due secoli.

W: Come ti sei sentito la prima volta su un set cinematografico?

Molto emozionato! Come, in modo magari diverso ma non troppo, sono emozionato ogni volta che inizio un nuovo lavoro. Un misto di paura e ansia, mischiate ad una grande disponibilità al gioco ed all’incontro.

W: Parlaci della tua esperienza con il regista Martone

Con Mario Martone ho collaborato due volte. La prima quando, sorprendentemente, mi chiamò per sostituire un attore che non poteva essere presente alla ripresa di uno spettacolo. Con mio enorme piacere e onore, divisi la maggior parte delle scene con Renato Carpentieri, uno straordinario interprete. In quell’occasione apprezzai la leggerezza con cui Martone portava avanti il lavoro, istaurando rapporti carichi di fiducia con tutti gli interpreti.

e foto di scena sono di Anna Camerlingo

La seconda volta mi chiamò quando decise di mettere in scena “La Morte di Danton” di  Büchner. Il piacere per la bellezza e per un gusto alla vita coltivato ed educato fu, ai miei occhi, il tratto distintivo di un processo sapiente di messa in scena che coinvolgeva ben 26 attori.

W: Sappiamo che a breve, approderai anche su Netflix con l’ultimo film di Marco Tullio Giordana, di che si tratta?

Si! Le riprese sono terminate ai primi di novembre. Quello che posso dire è che il film tratta dell’indagine straordinaria di un omicidio che scosse l’Italia circa 10 anni fa e il cui iter processuale non si è ancora concluso definitivamente. Spero presto di potervi raccontare di più di questo incontro per me importante e di questo progetto che mi vedrà interprete di una parte tanto delicata quanto drammatica.

W: Veniamo ora alla tua partecipazione alla fiction Il Commissario Ricciardi. Tu interpreti il Vice Questore Angelo Garzo, parlaci di lui 

Il mio primo approccio con il “Vice questore Garzo” è avvenuto nei romanzi. Il fastidio che De Giovanni riusciva a suscitare in me ogni qual volta questo piccolo uomo, pavido, burocrate zelante appariva, ho provato a portarlo con me nella trasposizione, nella speranza di suscitare nello spettatore il medesimo fastidio.

E come nei libri, ho cercato di non farne una macchietta, ma piuttosto ho provato a mostrare un uomo così inadeguato a sé stesso e al potere da essere sufficientemente ridicolo per suscitare qualche sorriso dal retrogusto amaro.

e foto di scena sono di Anna Camerlingo

La possibilità d’interpretare e dare un corpo a un personaggio che vive già nell’immaginario di chi ha letto i libri di Maurizio De Giovanni o magari i fumetti mi ha procurato una gioia quasi infantile. 

Non di rado ci si imbatte, nella realtà, in personaggi che hanno molti o anche solo alcuni tratti del “Vice questore Garzo” e questo, per chi lo interpreta, è una grande risorsa a cui attingere. Nel mio animo, ho la speranza che conoscere nella finzione un personaggio come Garzo, ci renda più facile riconoscere nella realtà individui con atteggiamenti e tratti simili.

W: Cosa ti ha lasciato questo personaggio?

Un desiderio enorme di rincontrarlo presto e con lui tutti gli altri personaggi presenti nei romanzi non ancora trasposti. Oltre, naturalmente ai loro straordinari interpreti.

W: Siamo curiosi di sapere quando inizieranno i nuovi episodi del Commissario Ricciardi

E di pochi giorni la notizia che la Rai ha confermato la volontà di continuare questa appassionante storia lasciata in sospeso. I tempi non saranno brevi per dare vita nuovamente ad un mondo così complesso e alla Napoli degli anni ‘30.

W: Un consiglio per le ragazze e ragazzi che vogliono intraprendere la tua stessa carriera?

Come ho già detto in altre occasioni “Mettersi in gioco”. L’ho sempre ritenuto un invito generico, eccessivamente carico di significati stratificati nel tempo. Ma pur essendo una affermazione abusata, se presa nella sua forma più semplice, alla lettera, contiene l’invito, per me importante, a predisporsi al divertimento nell’incontro tra sé e ciò che non si conosce.

W: Il tuo sogno nel cassetto?

Interpretare un super eroe decaduto che, facendo i conti con i propri limiti, ritrova lo straordinario nella quotidianità del vivere.

W: Bene caro Mario, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per la chiacchierata, restiamo in attesa dei nuovi episodi del Commissario Ricciardi, a presto!

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[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione spettacolo – articolo del 24 marzo 21]