CLO’ e l’EX CINEMA AIRONE un intervento di Salvaguardia e Recupero

Questa volta voglio parlarvi di un’intervento molto vicino a noi, che come tanti gioielli della nostra bellissima Roma, rimangono nascosti e poco conosciuti

L’ex‐Cinema Airone, sito in via Lidia nel quartiere Appio, è opera dell’architetto Adalberto Libera, caposcuola del razionalismo italiano.

La Cassa Nazionale per l’Assistenza agli Impiegati Agricoli incarica gli architetti Calini e Montuori per la realizzazione, nei primi anni ’50, di alcuni fabbricati in un lotto del quartiere Appio-Latino ed il progetto del cinema rientra in tale intervento immobiliare. Per la sala cinematografica lo spazio disponibile è quello risultante dalle citate palazzine. Lo studio del progetto è affidato ad Adalberto Libera. L’edificio per spettacoli, realizzato tra il 1953 e il 1956 e da subito destinato a sala cinematografica, è caratterizzato da un’ampia sala per 8oo spettatori a forma ovoidale intessa dall’architetto come l’interno di uno strumento musicale e rappresenta il tema della sala collettiva, già affrontato da Adalberto Libera con il Palazzo de i Congressi all’Eur.

[disegni di Adalberto Libera]

Di proprietà privata fino a pochi anni fa e ridotto, dopo diverse vicende gestionali, in stato di abbandono, Roma Capitale ha recentemente acquisito il bene al suo patrimonio con l’intento di salvaguardarlo e restituirlo alla cittadinanza.

[ stato attuale]

L’obiettivo primario è  il recupero degli spazi dal degrado attuale e il possibile riuso della storica sala cinematografica quale moderno centro multimediale per la realizzazione di spettacoli di prosa, danza, musica, cinema e conferenze, nel pieno rispetto degli spazi originali.

La struttura, soggetta a improprie modifiche, è attualmente in stato di forte degrado da quando, nel 1998, è stata utilizzata per l’ultima volta con la destinazione d’uso di discoteca.

Tale uso improprio, oltre alle infiltrazioni di acqua piovana, hanno arrecato danno alla decorazione murale realizzata nel 1955 da Giuseppe Capogrossi sul soffitto della scala che conduce alla sala: successive pitturazioni hanno coperto l’originale dipinto che si ispirava al dibattito sull’”informale” e al tema del “flusso”.

Come l’edificio anche la decorazione presenta un notevole interesse artistico e certamente merita di essere urgentemente recuperata  e riaperta al pubblico.

[Maria Clotilde Massari per DETTI E FUMETTI – sezione Architettura e Design – articolo del 17 marzo 2014]

La Green Architecture. Clo’ ci raccontà del vincitore al MIPIM AWARDS del 2011

Salve amici, lo sapete benissimo che le mie rubriche sono incentrate sulla bio-architettura, la green architecture e quant’altro. Ebbene oggi vi raccontero’ del vincitore del noto premio MIPIM del 2011.

Il nuovo Headquarter di 3M Italia (sede italiana della nota multinazionale
americana), è uno dei  piu’ importanti interventi di architettura “green” in Italia; ha vinto il primo premio nella categoria ‘Green Building’ dei MIPIM AWARDS 2011. E’ situato al Malaspina Business Park nei pressi di Milano, è stato sviluppato per la multinazionale
americana, da Prelios, tra i principali gestori immobiliari a livello internazionale, su progetto di MCA – Mario Cucinella Architects. Una sinergia che ha reso possibile la realizzazione a tempo record – 16 mesi di costruzione dalla prima pietra all’ingresso dei
dipendenti– di quella che si conferma essere un ”icona di sostenibilità” dopo
aver già ottenuto numerosi riconoscimenti.

L’headquarter 3M è infatti uno dei principali esempi di eco-architettura a
destinazione terziaria, in cui ciascun componente – dal design alle scelte
cromatiche, dall’impiego di materiali e tecnologie all’avanguardia, fino
all’integrazione nel contesto circostante – è pensato per la massima
performance energetica ed ambientale.

L’edificio ha una superficie di 10.600 mq, è largo circa 22 m, ha un piano interrato e
cinque esterni, e si distingue per un design unico, che lo rende immediatamente
riconoscibile.

La forma e l’orientamento ottimali consentono un efficace controllo ambientale:
le facciate nord, est e ovest sono progettate con vetri e particolari sistemi
di ombreggiatura.

Il fronte sud è stato disegnato con una serie di terrazze che offrono spazi
ombreggiati.

Le terrazze agiscono inoltre come tampone ambientale proteggendo dagli sbalzi
climatici estremi in estate e inverno.

Il nuovo building e il conseguente allestimento degli spazi interni sono
realizzati nel rispetto dei più recenti criteri di sostenibilità ambientale.

Il progetto ha previsto inoltre particolare attenzione al contenimento dei
consumi energetici in tutte le stagioni dell’anno, soprattutto attraverso
l’utilizzo di materiali edilizi e costruttivi eco-compatibili e alla scelta di
tecnologie impiantistiche all’avanguardia.

Inoltre sulla copertura dell’edificio sono stati installati pannelli
fotovoltaici.

Il complesso si sviluppa in senso orizzontale, garantendo la presenza di ampie
fasce di verde e spazi per lo svago ed il relax. L’habitat ufficio, invece,
viene inteso come strumento di socialità e di efficacia aziendale, per questo
motivo particolare attenzione è stata data alla realizzazione di un ambiente
fisico accogliente e dinamico tramite il controllo delle soluzioni
architettoniche, materiali, colori, illuminazione e arredo.

L’edificio punta ad essere il naturale punto di richiamo e di incontro tra 3M e
i propri clienti.

Gran parte del piano terreno e del primo piano sono per questo destinati a
spazi che possono favorire il contatto col pubblico, quali un’area di
accoglienza, sale riunioni, una zona espositiva e dimostrativa dei prodotti 3M
ed un informale e rilassato internet bar.

Ciao da Clo’.

[Maria Clotilde Massari per DETTI E FUMETTI – sezione Architettura e Design – articolo del 17 marzo 2014]

CLO ED I SISTEMI FOTOVOLTAICI IN ARCHITETTURA

Architettura e fotovoltaico: ormai nella nostra società è sempre maggiore l’esigenza di unire un ambiente green nelle scelte progettuali delle nostre città.

Gli interventi di integrazione dei sistemi fotovoltaici negli edifici si possono distinguere in due categorie:

  • interventi retrofit, si definiscono quando il sistema fotovoltaico è integrato nella struttura di un edificio esistente; sono interventi complessi perché non sempre soddisfano tutti i requisiti che garantiscono un’ottima collocazione della superficie dell’impianto.
  • Integrazione su nuovi edifici, si definisce quando il sistema fotovoltaico è integrato alla struttura di un edificio che deve essere costruito. In questo caso è possibile curare contemporaneamente gli aspetti impiantistici ed estetici del progetto.

Un esempio di intervento retrofit  lo troviamo a Londra, alla stazione Blackfriars, il più grande ponte solare del mondo. A comporlo oltre 4.400 pannelli fotovoltaici posti a copertura del tetto della stazione, che riescono a produrre abbastanza energia (900.000 kWh all’anno) per fare quasi 80.000 tazze di ‘tea’ al giorno. Hanno inaugurato il ponte Network Rail, First Capital Connect, e Solarcentury che ha realizzato il design e l’installazione di 6000 metri quadrati di pannelli.

L’impianto fornisce fino alla metà del fabbisogno energetico della stazione, riducendo le emissioni di CO2 di circa 511 tonnellate all’anno, pari a circa 89.000 viaggi in auto di percorrenza media. Oltre alla più grande installazione al mondo di pannelli solari su un ponte, la stazione è stata totalmente rinnovata (c’è anche una nuova entrata sulla sponda sud del Tamigi): un progetto che ha puntato ad un miglioramento dei trasporti e al risparmio del 505 del fabbisogno energetico sul consumo totale del nuovo interscambio tra First Capital Connect e i servizi di London underground.

Coinvolti nel progetto Network Rail e First Capital Connect. l’AD di Solarcentury Frans van den Heuvel ha dichiarato:

“Il nostro lavoro su Blackfriars mostra i due benefici chiave del solare. Primo, può essere integrato nell’architettura esistente modificando in modo sbalorditivo il profilo di Londra. Secondo, può essere integrato nei più complessi progetti ingenieristici; in questo caso è stato installato sopra un sito in costruzione, sopra linee ferroviarie e su di un fiume”.

La capitale inglese si dimostra quindi tutt’altro che timida nell’abbracciare progetti innovativi e in scala senz’altro ragguardevole: un esempio che sarebbe bello fosse seguito più spesso e con più coraggio dalle metropoli italiane.

 

Per saperne di piu’ : http://www.cifgroup.it

Ciao a tutti da Clo’

[Maria Clotilde Massari per DETTI E FUMETTI – sezione Architettura – Articolo del 4 marzo 2014]

Il premio oscar Cate Blanchett in blue Jasmine – la recensione di RED BEAR

Negli ultimi otto anni il grande Woody aveva puntato la sua macchina da presa sull’Europa, regalandole ritratti romantici e suggestivi: Londra, con Match Point (2005), Barcellona, con Vicky Cristina Barcelona (2008), Parigi, con Midnight in Paris (2011), Roma con To Rome with Love (2012).

Con Blue Jasmine si torna negli States, non solo nella tradizionale location di New York, ma anche sulla West Coast, a San Francisco. Nella Grande Mela sono ambientati i flashback, mentre nella città californiana il presente del racconto.

Jasmine (Cate Blanchett), è una donna allo sbando, che deve ricostruirsi una vita: il marito (Alec Baldwin) è stato travolto da un crac finanziario e, anche a causa dei suoi numerosi tradimenti, Jasmine decide di lasciarlo, trasferendosi a San Francisco a casa della sorella (Sally Hawkins). Ma ricominciare non è affatto facile: la bella newyorkese è costretta a passare da una vita lussuosa, fatta di gioielli, feste e ville a più piani, all’affannosa ricerca di una fonte di sostentamento. La discrasia dirompente tra ciò che c’era prima e ciò che c’è ora è sottolineata da Allen attraverso frequenti flashback sulla vita precedente di Jasmine.

Incapace di inventarsi un qualsiasi lavoro, Jasmine decide quindi di trovare un uomo che la mantenga. L’obiettivo sembra raggiunto quando, ad una festa, conosce un ricco vedovo, Dwight, a cui però tiene nascosto il suo burrascoso passato. I due si fidanzano ma, proprio sulla porta della gioielleria dove si sono recati per comprare l’anello di fidanzamento, il passato di Jasmine viene fuori in modo rocambolesco. Dwight, furioso per le menzogne della donna, interrompe subito il fidanzamento. La conclusione della storia la lasciamo, naturalmente, alla visione del film.

Blue Jasmine si distacca dagli ultimi film di Allen, caratterizzandosi più sul versante drammatico della narrazione, con i toni tragicomici a cui il regista americano ci ha abituati. Il film, in generale, è gradevole ma lontano dai vertici dell’arte alleniana, che ha raggiunto a volte il livello della genialità. La prova di Cate Blanchett è sontuosa, e Alec Baldwin si conferma, dopo To Rome with love, un’icona perfetta dell’ironia di Allen. Concludendo, anticipiamo che Woody è già al lavoro sul suo prossimo film, Magic in the Moonlight, che sarà nelle sale nell’estate del 2014, confermando la sua fama di instancabile narratore di storie (dal 1982 dirige un film all’anno).

Un saluto da RED BEAR

[Stefano Milani per DETTI E FUMETTI – sezione CINEMA – articolo del 12 dicembre 2013]

Il capitale Umano, l’articolo di RED BEAR per DETTI E FUMETTI

Italia, in un luogo imprecisato della Brianza, notte fonda; un cameriere sta rientrando a casa con la bicicletta quando viene investito da un’auto lanciata a forte velocità.

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Così si apre “Il capitale umano”, l’ultimo film di Paolo Virzì che vuole raccontare l’Italia dei furbi e di quelli che provano a fare i furbi ma sono destinati a soccombere.  L’incidente che apre il film ci conduce, in un lento affiorare di indizi e dettagli, nella vita di due famiglie brianzole. La prima è quella di Giovanni e Carla (Fabrizio Gifuni e Valeria Bruni Tedeschi). Lui è un rampante finanziere di provincia, in rapida ascesa grazie ad operazioni e investimenti piuttosto spericolati; lei fa la moglie, piuttosto annoiata e nostalgica di un lontano passato di attrice teatrale. La seconda è la famiglia di Dino e Roberta (Fabrizio Bentivoglio e Valeria Golino). Lui è un agente immobiliare un po’ imbranato che sogna la scalata sociale ed ha in Giovanni il suo mito, al punto da farsi coinvolgere in un’operazione spericolata; lei, forse l’unico personaggio positivo del film, è una psicologa che opera in una struttura pubblica. Entrambe le coppie hanno figli, fidanzati tra loro. Dall’intrecciarsi di queste vite, in cui affiorano diversi personaggi secondari, nasce l’affresco di un Paese senza morale, che ha ormai le fondamenta putrefatte. “Avete scommesso sulla rovina di questo paese. E avete vinto”, dice Carla a Giovanni in una delle scene finali del film. E proprio in questa frase è racchiuso il destino di un’Italia in cui pochi vincono e tantissimi corrono verso la rovina.

Con “Il capitale umano” Paolo Virzì fa un salto in avanti nel suo percorso artistico, regalandoci un film di respiro europeo che abbandona la goliardia toscana e il cinismo burlone romano per addentrarsi nei meandri di un intreccio potente e inaspettato. A voler trovare un limite nel film, lo individuerei nell’eccessiva tipizzazione dei personaggi: il riccone implacabile e gelido, la moglie annoiata che lo tradisce con l’intellettuale, i figli viziati con il SUV e la divisa della scuola d’elité, la frustrazione del parvenu che sogna la scalata sociale. Ma si tratta certamente di uno dei film italiani più belli degli ultimi anni, impreziosito da un cast di primo livello in cui domina Fabrizio Bentivoglio che interpreta con maestria un personaggio forse lontano dalle sue corde come quello del parvenu un po’ ingenuo Dino.

Ciao dal vostro Red Bear

[Stefano Milani per DETTI E FUMETTI – sezione CINEMA – articolo del 9 febbraio 2014]

Appunti di viaggio 2010-2013

I miei appunti di questi ultimi tre anni, frasi celebri, riflessioni di importanti autori. Fonte di ispirazione e affinità elettive.

 

Sono qui, perché…

“Sono qui per stigmatizzare i pensieri, proporvi dei passi che altrimenti avreste perduto; passi che prima erano abbandonati alla deriva nello spazio e nel tempo. Riflettere con voi su concetti, situazioni diluite in decine di tomi su cui nessuno avrebbe potuto soffermarsi per un tempo adeguato. Lottare insieme per la Conoscenza che rende l’uomo libero, per raggiungere la consapevolezza che non si è Isola, Monade disconnessa nell’Universo, per scalare insieme verso un nuovo altopiano e il traguardo sarà non più l’Unicum ma l’Uno”.[Filippo Novelli  -OSVY estratto di P-P]

 

 

Non era la mia guerra

“[…] il mio posto nel mondo mi piaceva di più prima. […] Era un posto pieno di nebbia, che invece a guardarlo bene era fiato rappreso, cristallizzato in volo da una giornata di quelle fredde in cui Roma è un parcheggio dell’Ikea pieno di monumenti e scippatori.
In mezzo, di lato, dovunque, c’è la vita di tutti i giorni. È una cosa enorme, pesante, faticosa, difficile perfino da dire, come uno di quei segreti che uno sceneggiatore americano ci campa per tre film. È roba di ossa lise, di piegamenti per raccogliere calzini sporchi, di cassetti pieni di ricordi talmente antichi da sembrar reperti. La fila dal dottore, chi è l’ultimo, speranza riposta in un superenalotto rancoroso ma sognante; la pasta cattiva alla mensa aziendale.. […] passa a prendere la roba in tintoria, rinnova il documento.
Lasciami stare.
Ho mangiato verdura e bevuto latte dopo Chernobyl […]
Laciami stare, o scateno una guerra che nemmeno te la sogni…
Pubblicato da Lollo alle 19:29 del 25-1-14 [Lorenzo Bartoli estratto da “Non era la mia guerra”]

 

La memoria

La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota.
C’è poi la memoria storica, quella che non riguarda i fatti della tua vita o le cose che hai letto, ma quello che è accaduto prima che tu nascessi.

Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene – a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove.(Umberto Eco)

 

La Fiaba

“Si può parlare agli uomini anche parlando di gatti (o di porcospini, direi) e si può parlare di cose serie ed importanti anche raccontando fiabe allegre. Le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire ad educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo. I bambini capiscono più di quello che noi sospettiamo, sono disponibili per ogni audacia, non soffrono di schematismi, ignorano i regolamenti ufficiali, adorano i giochi di parole distinguono a occhio nudo le immagini piene da quelle vuote, le fantasie ben nutrite di realtà da quelle puramente automatiche.” ( G.Rodari 1970 alla giuria del Premio Andersen)

 

 

 

 

Il senso dell’utopia

“Il senso dell’utopia, un giorno, verrà riconosciuto

tra i sensi umani alla pari con la vista, l’udito, l’odorato, …

Nell’attesa di quel giorno tocca alle favole mantenerlo vivo”. [G. Rodari]

 

Il mio desiderio è che i fumetti arrivino a più gente possibile

Il mio desiderio è che i fumetti arrivino a più gente possibile. Con mia madre ho sempre fatto così: glieli mettevo in mano. Perché con chi non sa, con chi non ha mai visto, bisogna avere quella pazienza che hai con un bambino, la prima volta che gli insegni a leggere. [Micol Beltramini]

 

Una carezza

“Ciò che facciamo agli smartphone assomiglia in modo preoccupante a una carezza”.
(Chris Ware)

 

Fumetto – il mezzo

La parola per descrivere il mezzo che uso per cercare di generare emozioni in chi legge esiste già: “fumetto”. Non sento alcuna esigenza di inventarne una nuova. Perché per me un buon fumetto è proprio un’opera dove disegno e testo lavorano insieme per tradursi in emozioni per il lettore. Questo lavoro su due binari paralleli e di uguale importanza io la chiamo “scrittura” del fumetto. Ma solo perché mi torna comodo usare una parola semplice. Quindi, facciamo che non abbiamo bisogno di nobilitare il fumetto come non abbiamo bisogno di nobilitare la letteratura o il cinema. Riguardo alla candidatura di Una storia al premio Strega ritengo che i premi sono importanti per diffondere un’opera. Ma io sono un autore. Il mio interesse è soprattutto per la realizzazione dell’opera, per il racconto e, in misura un poco minore, per la diffusione presso i lettori. Se allo Strega accetteranno la candidatura di Una storia sarò contento, perché così, chissà, persone che non avrebbero mai avvicinato il fumetto potrebbero trovarselo sotto gli occhi. [Gianni Gipi Pacinotti]

 

Mio padre era un orologiaio

Mio padre era un orologiaio. Lasciò il suo lavoro quando Einstein scoprì che il tempo è relativo. [Zack Snyder -WATCHMEN]

 

La liberta’

La liberta’ non e’ star sopra un albero
non e’ neanche un gesto o un’invenzione
la liberta’ non e’ uno spazio libero
liberta’ e’ partecipazione.
(Giorgio Gaber)

 

 

Io non penso di essere un divulgatore

“Io non penso di essere un divulgatore o di fare qualcosa per diffondere la cultura. Penso di essere io stesso un utente del mio sito, e quindi mi chiedo ogni giorno cosa posso fare per renderlo migliore per chi lo usa.”
(Greg Sung)

 

Leggete per vivere

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.”
(Gustave Flaubert)

 

Scrivo per non avere più volto

“Scrivo per non avere più volto. Scrivo per dire la differenza. La differenza che mi avvicina a tutti quelli che non sono io, […] Non scrivo per loro, ma dentro di loro, e con loro.”

(Tahar Ben Jelloun).

 

Le grucce

Per sette anni non mi riuscì un passo.
Quando fui dal gran medico, lui
m’ha chiesto: “Perchè queste grucce?”
E io: “sono storpio”, gli ho detto.

E lui: “non c’è da stupirsi.
Fa’ una prova, per cortesia!
Son questi arnesi, a storpiarti.
Va’, cadi, striscia a quattro zampe”.

Ridendo come un mostro
le mie belle grucce mi prese,
sulla schiena me le spezzò,
ridendo le scagliò nel fuoco.

Come sia, son guarito: cammino.
Una risata m’ha guarito.
Solo, a volte, se vedo stampelle,
per qualche ora cammino un po’ peggio.

(Le grucce, Bertold Brecht)

 

Il giornalista

Il giornalista è un signore che racconta le storie degli altri.

(Enzo Biagi)

 

I libri più utili

I libri piu’ utili sono quelli dove i lettori fanno essi stessi metà del lavoro: penetrano i pensieri che vengono presentati loro in germe, correggono ciò che appare loro difettoso, rafforzano con le loro rigflessioni ciò che appare loro debole.

[Voltaire]

 

Le nostre idee

Le nostre idee, i nostri idoli, le nostre costumanze presuntamente sante, e le nostre visioni che passano per ineffabili, mi sembravano generati senz’altro dai sussulti della macchina umana, al pari del soffio delle narici, dell’acqua salata delle lacrime […]. Mi irritava che l’uomo sprecasse così la propria sostanza in costruzioni quasi sempre nefaste […] disputasse di libero arbitrio invece di soppesare le mille oscure ragioni che ti fanno battere le ciglia se improvvisamente avvicino ai tuoi occhi un legno..

[Marguerite Yourcenar]

 

In un’epoca dove tutto è già stato detto

[…] … in un’epoca dove tutto è già stato detto e visto non ci resta che procedere nella combinazione di nuove figure, assemblando spezzoni di frasi e sequenze. Trasformando la citazione in stornamento”.

[Aldo Grasso]

 

Il social

Oggi la nuova grande narrazione si chiama “social”. Siamo spinti a essere presenti sui media sociali e a interagirvi, a creare contenuti, a relazionarci con innumerevoli soggetti, il tutto per giustificare, confermare, rafforzare la nostra presenza, ovvero la nostra esistenza “social”. Come dice David Meerman Scott “on the web you are what you publish” e aggiunge: “if you publish nothing you are nothing”. Se produci contenuti interessanti creerai attorno a te interesse, reputazione e forse anche possibilità di sfruttare commercialmente tutto questo. Ma le modalità che i singoli hanno di estrarre valore dalla loro identità e dai loro comportamenti digitali sono infinitesime rispetto a quanto ottengono da essi le grandi piattaforme di comunicazione come Google, Facebook e tutti i media sociali. Per essi, questo “essere social” produce valore, anche monetario, poiché viene incanalato nei meccanismi di analisi dei Big Data. Il “valore social” di un fatto, di un contenuto, di una relazione finisce per essere pari alla possibilità di immetterlo nei processi di estrazione del valore, di metterlo in connessione con altri dati e di rendere questi dati immediatamente utilizzabili per azioni commerciali o politiche o di qualsiasi altro genere purché trovino un acquirente.

Le piattaforme social sono oggi lo strumento di sfruttamento biocapitalistico della naturale tendenza sociale delle persone. In realtà, non basta che Facebook prometta di essere per sempre gratuito: tutti i media sociali dovrebbero pagare gli utenti per ogni contenuto postato, sia pure pochi centesimi di dollaro, come fa Google AdSense.

Questa spinta a “essere social” è la grande narrazione dei nostri giorni e come ogni grande narrazione finisce per condizionare le scelte e le vite di decine di milioni di persone in tutto il mondo. [Sei su OSVY-AFORISMI A FUMETTI E QUESTO E’ UN BRANO DI Biagio Carrano-dal suo Blog L’immateriale]

 

La libertà

“La libertà è la possibilità di dubitare, la possibilità di sbagliare, la possibilità di cercare, di sperimentare, di dire no a una qualsiasi autorità, letteraria artistica filosofica religiosa sociale, e anche politica” (Ignazio Silone, in Uscita di Sicurezza)

 

I have a dream

I have a dream … E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno che un giorno ci leveremo in piedi e vivremo fino in fondo il senso delle nostre convinzioni (Martin Luter King)

 

La mission DEL FUMETTO

La mission DEL FUMETTO deve essere quella di rivolgersi a tutti i lettori, anche ai lettori da barbiere…
G. MANFREDI
[…] Negli anni novanta inizia un’intensa attività di sceneggiatore di fumetti, dando alla luce i personaggi di Gordon Link (editoriale Dardo) e di Magico Vento, creato nel 1997 per Sergio Bonelli Editore. Nel 2005 realizza, assieme al disegnatore argentino Miguel Angel Repetto, un Maxi Tex intitolato La pista degli agguati e negli anni seguenti entra a far parte dello staff di autori di Tex. È del 2007 Volto Nascosto, miniserie di quattordici numeri. Ad ottobre 2011 è uscita la nuova miniserie, dalla durata di diciotto numeri, collegata a quest’ultima di cui è una specie di prosecuzione ideale, chiamata Shanghai Devil, pubblicata sempre dall’editore milanese [QUESTO ED ALTRO SU WIKIPEDIA]

 

Sono solo curioso

“Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso”.

[A.Einstein]

 

Sto solo facendo il mio lavoro

O scegli di correre alla mia velocità …. o scendi dalla macchina.
Peccato che io sia cosi’ dannatamente consapevole…
“MI CHIAMO JOHN DOE CHE CI CREDIATE O MENO…STO SOLO FACENDO IL MIO LAVORO”.[Bartoli-Recchioni]

Io reagisco

Io reagisco, io cerco di migliorarmi..

(.estratto da una intervista del docu-fim Suicidio Italia – regia di Filippo Soldi)

 

Le società

Le società sono state plasmate più dalla natura dei mezzi con cui gli uomini comunicano che dai contenuti della comunicazione”. [M.McLuhan e Quentin- il medium è il messaggio]

 

Leggere i fumetti

chi è abituato a leggere un quotidiano, a muoversi tra le sue regolari colonne di testo, trova spesso difficile assimilare il fumetto… ma per chi come noi è abituato alla televisione, ai videogiochi, è abituato ad elaborare immagini e informazioni su diversi livelli contemporaneamente, sembra cosa naturale e perfino preferibile adottare questo medium” [London Dayly Telegraph]

 

 

Pensiero Ecologico

Usiamo meno energia e otteniamola il più possibile da fonti rinnovabili; ricicliamo tutto il riciclabile e viaggiamo solo quando indispensabile;

produciamo e mangiamo cibo locale:meno globalizzazione,più autoproduzione.
Minimizziamo il lusso e il superfluo.
Utilizziamo il più possibile il telelavoro.
Non lasciamo che sia l’economia a guidare la politica e affianchiamo agli economisti ecologi e filosofi.
Non risolviamo le questioni diplomatiche con la guerra e fondiamo i carri armati e le portaerei per trasformarli in cose più utili.
Dalla competizione e competitività passiamo alla cooperazione e condivisione.
Ascoltiamo la scienza e incoraggiamo la ricerca, favorendo lo scambio di informazione. [dal libro Prepariamoci di Luca Mercalli]

 

 

Non smettete mai…

Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta.

Non smettete di pensare.

Siate voci fuori dal coro.

Siate il peso che inclina il piano. […]

Siate sempre informati e non chiudetevi alla conoscenza perché anche il sapere è un’arma.

Forse non cambierete il mondo, ma avrete contribuito a inclinare il piano nella vostra direzione e avrete reso la vostra vita degna di essere raccontata.

Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai.

(Bertrand Russell)

 

Aforismi,perchè

Nel cuore di ogni aforisma, per quanto nuovo o addirittura paradossale esso possa apparire, pulsa un’antichissima verità. (Arthur Schnitzler)

 

Affinità elettive

Ieri è passato in TV mio cugino, ZAGOR, l’aquila di tuono. [il corvo detto CONDOR-personaggio del Mondo di Osvy]

 

Il cattivo nei film

Ogni film vale solo quanto il suo cattivo. Dato che gli eroi e gli espedienti tendono a ripetersi di pellicola in pellicola, solo un grande cattivo può trasformare una buona prova in un trionfo”.[Roger Ebert]

 

Super eroi

Il mondo non ha bisogno di un supereroe, di un salvatore, ma ogni giorno sento qualcuno che lo invoca” (SUPERMAN RETURNS)

 

Il male assoluto

Il male assoluto del nostro tempo è di non credere nei valori. Non ha importanza che siano religiosi oppure laici. I giovani devono credere in qualcosa di positivo e la vita merita di essere vissuta solo se crediamo nei valori, perché questi rimangono anche dopo la nostra morte.
(R.L.Montalcini)

 

Quando muori

Quando muore il corpo sopravvive quello che hai fatto, il messaggio che hai dato.
(R.L.Montalcini)

 

Non è passato un secolo dai miei tempi, ma molti secoli.

Non è passato un secolo dai miei tempi, ma molti secoli. La tecnologia di oggi era impensabile cinquanta-sessant’anni fa. Ma la tecnica da sola non basta, serve una visione più ampia.
(R.L.Montalcini)

 

 

 

 

Le donne

In Africa ci sono migliaia di donne intelligenti che non hanno la possibilità di usare il cervello. Tutto quello per cui mi impegno in Africa (con la mia Fondazione) è l’istruzione.
(R.L.Montalcini)

 

EBRI

Nel 2001 ho avuto l’idea dell’EBRI (European Brain Research Institute). Mi sono chiesta: in che cosa l’Italia ha sempre primeggiato? Nelle neuroscienze. Nel Settecento Galvani e Volta scoprirono l’elettricità animale; a fine Ottocento Golgi inventò la colorazione con l’argento delle cellule nervose; Vittorio Erspamer riuscì a isolare la serotonina e altri neurotrasmettitori e Giuseppe Levi, il mio professore, fu tra i primi a sperimentare la coltura in vitro.
(R.L.Montalcini)

 

Io sono la mente

Ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole.
Io non sono il corpo:
io sono la mente.

– Rita Levi-Montalcini

 

Il coraggio

«Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella “zona grigia” in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.»
Rita Levi Montalcini
(Torino, 22 aprile 1909 – Roma, 30 dicembre 2012)

 

FACEBOOK

FACEBOOK è come il nucleare, nè buono nè cattivo, poi c’è chi ci fa le bombe…

 

CON ME

Non sarò più la persona che vi aspettate io sia…e con me il mondo” [OSVY di Filippo Novelli]

 

L’autentica sapienza

L’autentica sapienza risiede principalmente nel sapere insegnare agli altri avendo l’aria di non insegnare affatto. (Pope)

 

Il desiderio

…allora è proprio vero, il desiderio è il segreto, per non stare bene mai [L.Carboni-SUGO]

 

LE FUMETTERIE

LE FUMETTERIE, LE CASE EDITRICI SPECIALIZZATE dobrebbero prestare una grande attenzione ai fumettisti di frontiera, capaci di attirare l’interesse di persone (i follower) che sono fuori dal mondo del fumetto ma che grazie a loro potrebbero entrarvi

 

COSA ESPORTARE NEI PAESI EMERGENTI

stiamo approfondendo il tema: ” cosa esportare nei paesi emergenti oltre alle fabbriche…i valori il senso della giustizia che alla base della nostra legislazione sul lavoro”.( Nesi)

 

Parafrasando L’Avvelenata

Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni
credete che per questa gloria da nulla, avrei disegnato fumetti?
va beh, lo ammetto che mi son sbagliato e accetto le critiche così sia,
chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato…

Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante,
mia madre non aveva poi sbagliato a dir che un laureato conta più di un fumettaro
Sebbene non più giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo,
E giù accuse d’ arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta…

Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa,
però non ho mai detto che a disegnar fumetti si fan rivoluzioni, forse si può far poesia;
io disegno quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi:
vendere o no non passa fra i miei rischi, non comprate i libri e criticatemi pure…

Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù sul web a regalarvi tutto questo … Mi divertirei molto di più’ a star con i miei …
se son d’ umore nero allora disegno frugando dentro alle nostre miserie:
di solito ho da far cose più serie, tipo progettare e costruire, si costruire su macerie o mantenermi vivo…

Io tutto, io niente, io genio, io cretino,
io solo qui alle quattro del mattino.
Ed io che ho sempre detto che era un gioco sapere usare la matita e il suo retro

Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso,
Che volete mi piace disegnare quel porcospino, mi piace il suo destino, poi sono nato fesso
e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare:
ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a quel paese tutto il resto!

Parafrasando Francesco Guccini (l’avvelenata)

 

 

 

 

Un destino divinatorio

Esiste un destino divinatorio implicito nelle radici delle parole e nelle prime onde della loro propagazione; Osvy utilizza l’aforisma donando la sua brevità all’inquieto lettore, navigatore nello sterminato mondo della Rete […] [Si ringrazia Giuseppe Pontiggia che con la sua introduzione al LIBRO di Gino Ruozzi: Scrittori italiani di aforismi è stato ispiratore di questo articolo]

 

CLO E LE CASE ECOLOGICHE

Ciao carissimi, oggi la vostra amica pipistrella Clo vi parlerà di case ecologiche.

Vi chiederete: “Cosa significa progettare case sostenibili e a basso impatto energetico?”

Le case più ecologiche, quelle che possono vantare una classe energetica A o A+,  devono rispondere a precisi criteri costruttivi che tengano conto delle più attuali tecnologie per la bioedilizia e il risparmio energetico.

Risparmio energetico non significa solo un forte contributo alla salute dell’ambiente, ma anche un grandissimo risparmio per noi: usare le fonti rinnovabili ed evitare la dispersione di energia anche in casa ci consente di tagliare notevolmente i costi delle bollette. n

Ma esistono anche case ecologiche , amiche dell’ambiente e a basso costo: appena 180 euro.

A crearla, con il solo utilizzo di sabbia, argilla, paglia, acqua e materiali di recupero presi dai cassonetti dell’immondizia, è l’ex insegnante di arte Michael Buck, piccolo proprietario terriero residente nell’Oxfordshire, in Gran Bretagna.  Per edificare la struttura, un monolocale dall’aspetto fiabesco, sono stati necessari otto mesi di lavoro e la collaborazione di diversi amici di Buck. Per la costruzione del tetto è stato utilizzato del legno e della paglia, mentre la pavimentazione è stata realizzata con delle doghe di legno abbandonate da un vicino di casa. Per le finestre sono stati usati dei vecchi vetri di un camion: gli unici materiali non biodegradabili assieme ai chiodi. L’ex insegnante ha pensato anche al riscaldamento, garantito da un forno a legna posizionato sotto la mezzanine dove si trova il letto. L’acqua è garantita invece da una fonte naturale, presente all’esterno della casa, e l’illuminazione tramite le classiche candele.

“Un giorno – ha commentato il costruttore – la casa scomparirà nel paesaggio. Se venisse abbandonata diventerebbe in breve tempo un tumulo di terra”. Al momento la casetta è stata affittata ad un piccolo allevatore che paga l’affitto non con il denaro ma con il latte e la panna prodotta dalle sue mucche.

In Russia a Sud-Ovest della capitale Mosca è sorto un ecovillaggio a Kovcheg, dove le case sono biodegradabili.

Il nome in russo Kovcheg vuol dire arca, forse perché come l’arca di Noè racchiude in sé il nucleo di una nuova vita nel mondo inquinato del futuro.

La costruzione del villaggio ecologico risale all’anno 2009. Kovcheg si estende per circa 120 ettari nella regione di Kaluga, a 170 Km da Mosca, tra le foreste della Russia. L’ecovillaggio è diviso in 80 lotti individuali abitati da circa 40 famiglie, le prime che hanno creduto nel progetto pilota. Ascoltando le loro testimonianze si comprende di come la vita qui sia serena e a contatto con la natura: queste persone cucinano e si lavano con l’acqua del ruscello che attraversa Kovcheg, consumano prodotti biologici che coltivano loro stessi negli orti. Il loro sostentamento è dovuto alla vendita di oggetti artigianali ed utensili, seminari sulle costruzione ecologiche, sull’apicoltura e sulla produzione di documentari sul loro stile di vita.

Galina, una donna di circa 50 anni, vive a Kovcheg da due anni quando si è trasferita con il marito, sua figlia e sua sorella. Abitano in una casa ecologica e biodegradabile fatta con paglia e argilla, mentre l’apicoltore Fiodor si è costruito da solo l’abitazione con legno e una miscela di lino e canapa per renderla più isolata dall’esterno. Il resto della ecopopolazione è composta da informatici, medici, attori…che nella maggior parte dei casi lavorano da casa, con il telelavoro.

La vita in comune prevede spazi di cohousing e assemblee per la decisione degli investimenti da fare nel villaggio, ad esempio se acquistare una parabolica, o se costruire una sauna-bagno turco, la bania. A Kovcheg vivono anche dei bambini che frequentano le scuole autogestite dell’ecovillaggio dove imparano anche a differenziare i rifiuti, una sana abitudine da prendere sin da piccoli.

Per saperne di piu:

www.casaeclima.com

www.ecologiae.com

[Maria Clotilde Massari per DETTI E FUMETTI – sezione Architettura – articolo del 25 gennaio 2014]

Willy e la BODY ART. Intervista a Katia Stefani, in arte Madame Decadent

Cari amici dopo avervi parlato di Performance Art non potevo non addentrarmi in una sua crrente, la Body Art. Per l’occasione sono andato ad intervistare Katia Stefani, ai più nota come Madame Decadent

W. Ciao Katia! Sorriso aperto e  stretta di mano vigorosa, decisa, che mette ha proprio agio. Parlaci un po’ di te.

M.   Più che parlare di me, preferisco parlare del mio lavoro. Certo il mio percorso di vita influenza, certamente, il risultato finale del lavoro stesso. Per quel che mi riguarda non riesco a scindere vita vissuta da vita artistica. C’è un intreccio invisibile che non riesco a comandare. Nasco principalmente come pittrice, ma il mio modo deciso di approcciarmi alle superfici da dipingere mi hanno portata ad una richiesta sempre maggiore di dipingere pubblicamente, da lì sono entrata a far parte di una compagnia teatrale. Il mio compito era dipingere senza alcuna traccia enormi teloni bianchi che scandivano i tempi dello spettacolo, senza mai uscire di scena. Fu una dura prova ma si potrebbe dire che quello fu il tuffo che mi fece acquisire la sicurezza necessaria per mettermi a lavorare da sola su performance più concettuali. Dipingo su ogni supporto, con ogni materiale e in qualsiasi situazione, cerco di  non pormi limiti e affrontare ogni novità come una sfida. Nelle mie performance mantengo un controllo maniacale che mi porta a gestire in prima persona ogni aspetto della performance stessa, dalla musica alle luci ecc.

(Foto di Flavio Parente)

W. Il tuo nome è Katia Stefani, perché cambiarlo in Madame Decadent?

M. Quando nacque Madame Decadent, non avevo idea che potesse assumere un’identità così precisa, diventare in maniera così chiara il mio alterego. Madame Decadent nasce da sola, lei c’è sempre stata dentro me,  solo non aveva un nome. Il nome le è stato dato per gioco, nato dal mio amore per le ambientazioni decadenti vittoriane. Madame Decadent è il mio demone tormentato, lei è la sola che sale sul palco, lei è colei che dipinge, che strappa e inchioda. Questa scissione di personalità mi permette di essere più concentrata sul mio lavoro e lasciare la Katia di ogni giorno sotto al palco. Per una volta mostrare con fierezza quei demoni che ogni giorno per riuscire a sopravvivere teniamo nascosti.

W. Non posso fare a meno di notare i tuoi innumerevoli tatuaggi, a che età il primo, e perché?

M. Il mio rapporto con i tatuaggi è sempre stato molto forte, ricordo che da bambina inventavo storie con i tatuaggi che mio padre aveva sul suo corpo. Passavo le ore a far parlare quei disegni. In più sono cresciuta con la bellissima storia d’amore dei miei bis nonni che ha alimentato la famigliarità con questa antica pratica. Mio nonno era un marinaio e aveva entrambi le braccia tatuate, innamorato della mia futura bis nonna per l’ennesima volta andò a chiedere  la mano alla famiglia di lei e per l’ennesima volta si senti rifiutare, causa le sue braccia tatuate. Dopo l’ennesimo no tornò nella fabbrica di pelati dove lavorava, dopo aver lasciato il mare per dimostrare le sue buone intenzioni, e affondò entrambi le braccia nell’acqua bollente che serviva per bollire i pelati. Si ustionò, ma i tatuaggi rimasero sotto la pelle lucida. A questo punto la famiglia della mia bis nonna capì quanto le sue intenzioni fossero serie, così acconsentirono per il matrimonio. Quindi è comprensibile l’amore e il legame stretto che ho il tatuaggio e nemmeno c’è troppo da stupirsi se il mio primo tatuaggio l’ho fatto a tredici anni con ago e china da sola nella mia cameretta!

 

W. L’Abramovic  è un caposaldo della Body Art, lo è anche per te?

M. L’Abramovic è sicuramente una dei massimi rappresentanti dell’Arte performativa anche se devo dire a malincuore che alcuni dei suoi ultimi lavori non mi hanno entusiasmata. Sono sicuramente molto più legata e ispirata dall’ Abramovic degli anni settanta, più tangibile e meno eterea. Sono molti gli artisti che mi ispirano e a cui devo molto. Mi piace attingere ispirazione anche da fonti più disparate, cercare nella totale diversità di visione credo sia molto utile.

(foto di Mirko Turini)

W. Alcune forme estreme di body Art possono spingere il corpo fino al limite, ad esempio nell’azionismo viennese, che mortifica in pratiche dissacranti e profanatorie il corpo umano, coinvolgendo anche la religione. Tu come ti rapporti con le forme estreme?

M. Adoro gli estremismi ma per entusiasmarmi devono essere davvero tali. Ad oggi vedo molta voglia di dissacrare fine solo a se stessa, con poco spessore dietro. Spesso vengo associata alla Body Art Estrema per via dei tatuaggi ma il mio lavoro è completamente diverso, la direzione direi opposta. Il mio scopo è arrivare nello stomaco dello spettatore senza sangue, senza tagli, riuscire a colpire più dove fa male solo con la pittura. Questa è la mia sfida.

(foto di Mirko Turini)

W. Nelle tue performance comunichi un chiaro disagio interno, questo stato, lo esprimi al meglio in un ambiente metropolitano o fuori, in aperta campagna ?

M. Ad oggi ho principalmente lavorato in ambienti metropolitani ma vorrei studiare una specifica performance per ambientazioni naturali. Se dovessi scegliere una locazione naturale in Italia, sceglierei l’abbazia di San Galgano a Siena, è un’ambiente davvero magico.

 

W. A cosa si ispireranno le tue future performance?

M. Le mie future performance saranno, come sempre è stato, il risultato della vita che vivrò. Filtrata, assimilata e rielaborata per diventare la mia opera. In questo momento, dopo un periodo di pausa, mi sono rimessa a studiare un nuovo lavoro che parlerà di costrizione e privazione.

(foto di Paola Panicola)

[L’uso delle foto di FLavio Parente, Mirko Turini e Paola Panicola è stato autorizzato dagli autori e dall’artista Katia Stefani]

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI -sezione Teatro – articolo del 25 gennaio 2014]

[Illustrazioni di Filippo Novelli – tutti i diritti riservati]

WILLY e la PERFORMANCE ART per DETTI E FUMETTI

Mi sono reso conto di aver tralasciato, non volutamente, una, lasciatemi passare il termine, costola del teatro: La Performance art.

Inizia negli anni sessanta, con artisti come Allan Kaprow, che inventò il termine happening, Vito Acconci, Hermann Nitsch e Joseph Beuys, Wolf Vostell e Nam June Paik. Alcuni studiosi fanno risalire la performance art agli inizi del XX secolo. I Dadaisti, ebbero un ruolo  di primo piano, con la loro poesia non convenzionale, tenute spesso al Cabaret Voltaire di Zurigo da Richard Huelsenbeck, Tristan Tzara e altri. La Performance art non è confinata alla tradizione artistica europea; anche in  altri paesi come  Asia, America Latina, e in altre parti del mondo.

È una forma artistica dove l’azione di un individuo o di un gruppo, in un luogo particolare e in un momento particolare costituiscono l’opera. Può avvenire in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, o per una durata di tempo qualsiasi.

Gli happening sono una forma d’arte contemporanea che nasce come abbiamo detto, da Allan Kaprow (18 Happenings in 6 Parts, New York, 1959) che si struttura, non tanto sull’oggetto ma sull’evento che si riesce ad organizzare. Lo “happening” è una forma di teatro dove diversi elementi si sottraggono alla logica, compresa l’azione scenica che può risultare priva di ispirazione, sono aggregati e organizzati in una struttura a compartimenti.

 

LIVE WORKS performance art award, Curandi Katz foto: alessandro sala – Cesuralab per Centrale Fies

 

negli happening l’artista tende a far crollare la quarta parete tra lui e il pubblico  togliendolo dal ruolo di fruitore passivo. E, In alcuni casi lo coinvolge, anche per denunciare, una situazione di degrado, come nel caso del fotografo e performer Augusto De Luca, che ha organizzato una partita di golf nelle buche stradali di Napoli.

Gli happening si svolgono generalmente, all’aperto come una sorte di irruzione nella quotidianità. Come  in quelli del fotografo statunitense  Spencer Tunick che coinvolgendo una massa di persone nude, è arrivato a fotografarne nel maggio del 2007, a Città del Messico, battendo il suo record personale oltre 18.000 persone ne El Zócalo, la piazza principale della città.

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Teatro – articolo del 25 gennaio 2014]

 

 

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