WILLY intervista Roberta Russo Vizzino

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, abbiamo già intervistato l’attrice Roberta Russo. [Vedi Detti e Fumetti 24 gennaio 2022]. È passato qualche  anno, e ora torniamo a scoprire una nuova Roberta Russo Vizzino che ha lasciato la carriera attoriale per intraprendere quella di modella d’arte e che lentamente va sostituendo con quella di scrittrice; ma lasciamo parlare Roberta.

W. Perché al primo cognome ne hai aggiunto un secondo?

R. Perché credevo fosse giusto. Quando sono nata le leggi erano diverse e mia madre non ha neppure pensato di potermi dare anche il suo cognome. Nel 2023 le ho chiesto se – potendo – l’avrebbe fatto e mi ha risposto: «Sì, in quest’ordine: Russo Vizzino». Il giorno seguente ho avviato la pratica, l’ha saputo quando le ho chiesto il consenso scritto per integrare la domanda. Era stupita che servisse il suo e non quello di mio padre, ma così è. Solo io potevo recuperare quello che per lei non era stato un diritto. Se penso ai due cognomi con i quali oggi posso firmare le cose che scrivo, c’è già dentro una micronarrazione. Russo, comunissimo, evoca immediatamente il rosso dei miei capelli, l’impetuosità del mio carattere, la mia origine meridionale (essendo, di fatto, il corrispettivo di Rossi al Sud). Vizzino, molto raro, richiama invece vizzo: qualcosa di segnato dal tempo. L’appassito, il fragile, il non più perfetto. Qualcosa che ha attraversato una trasformazione e ne è uscito ferito. Forse anche un corpo magro e minuto (quel -ino in cui riconosco il mio metro e cinquantasei d’altezza). Metterli insieme è già una storia minima: socialità e riservatezza, fuoco e appassimento, forza e fragilità. O, forse, qualcosa che brucia proprio perché è consapevole della propria finitezza. Sono io, in due parole. Il mio gesto si configura come un atto di coerenza simbolico. Revocando la cancellazione di mia madre ho posto le basi per evitare la mia. Ho affrontato un anno e mezzo di pratiche, documenti, ostracismi. Per me ha rappresentato un atto politico e identitario. Qualcosa che dicesse: chiunque essi siano, comunque essi siano, i miei genitori sono due e sono questi.

W. Cosa ti ha spinto a intraprendere la carriera di modella d’arte?  

R. Questa è una storia piuttosto divertente. Non avevo programmato di farlo. Nel 2015 avevo attraversato dei grossi problemi finanziari, non riuscendo più a permettermi di pagare l’affitto di casa. Dopo molte ricerche, ero stata accolta in un convento di Roma, dove – benché io sia sempre stata atea, e abbia ottenuto lo sbattezzo nel 2011 – ero stata bene per qualche mese. La madre superiora mi aveva raccomandato di accettare qualsiasi lavoro fino a racimolare la caparra per affittare una nuova casa e così avevo fatto. Credo di aver svolto ogni sorta di mestiere, in quel periodo. In particolare, mi avevano fissato un colloquio per lavorare in un’azienda vinicola. Quando mi ero presentata, però, il signore mi aveva squadrata dalla testa ai piedi e mi aveva detto di essere un pittore, offrendomi il doppio della paga per posare per lui. Avevo accettato per due motivi: il primo chiaramente era il bisogno, ma il secondo era il desiderio di abbattere il mio stesso pregiudizio sulla nudità. Oltre alla mia personale timidezza, ero sempre stata insofferente nei confronti del nudo anche a teatro, fino all’anno precedente, quando avevo visto La lista di Schindler al Piccolo Teatro Eliseo con la regia di Francesco Giuffrè. C’era un nudo scenico: un gruppo di persone prigioniere che andavano alle docce. Sui loro corpi era proiettata un’immagine mista tra l’acqua scrosciante e il gas mortale. Quella scena mi aveva cambiato irrevocabilmente la percezione del nudo. A tutto avrei pensato in quel momento, tranne che alla sessualizzazione dei corpi svestiti. Replicare l’effetto spettacolare e non sessuale di quel nudo è stata la mia personale crociata nei dieci anni in cui ho lavorato come modella d’arte. A giugno scorso, per esempio, sono stata tra le relatrici del seminario Medicina e Arte, Scarpe Rosse alla Sapienza su invito della dottoressa e professoressa Stefania Mardente che coordina il progetto. Il mio intervento ha riguardato la raffigurazione delle donne nell’arte e come si possa perorare un sistema di uguaglianza tra i sessi anche a partire da immagini e parole. La domanda alla quale ho cercato di rispondere per le e gli studenti che vi hanno preso parte, era se l’arte potesse contribuire a plasmare una società più giusta. Insomma, quello di modella d’arte è un lavoro che mi ha dato tanto, anzi tantissimo, in ogni senso possibile: sostentamento economico, fiducia in me stessa, libertà di creare. Ma oggi sento che anche questo percorso si sta chiudendo naturalmente. Ho deciso da poco di non posare più dal vero e di limitare la mia disponibilità a collaborazioni attentamente selezionate, sia per l’arte figurativa che per la fotografia. La scrittura è il luogo verso cui sto andando. 

W. Vuoi parlarci della scrittrice Roberta Russo Vizzino? 

R. Roberta Russo Vizzino come scrittrice nasce molto prima che io avessi la consapevolezza – o forse il coraggio – di chiamarmi così. Fin da bambina ero innamorata della letteratura. Ho letto l’Odissea in una versione per l’infanzia a nove anni e I promessi sposi a dieci. Avevo una vera ossessione per Giovanni Pascoli: potevo parlarne per ore. I libri mi sembravano oggetti magici. Quando non sapevo leggere chiedevo alle persone adulte di farlo per me. Sapevo – dai racconti di mio padre – che il nonno paterno, mai conosciuto, scriveva poesie. Anche mio padre ne componeva, ma non le metteva su carta: gli chiedevo di recitarmele a memoria, in macchina, per serate intere. E pensavo: “Solo io non sono capace di creare quella bellezza con le parole”. Un pomeriggio dei miei dieci anni, alla nostra Casa delle Rose – una vecchia casa in collina, circondata dai roseti, aveva appena piovuto – me n’ero andata in giardino a sforzarmi di tirare fuori da me le immagini che amavo nelle parole di tutti quegli uomini. E così avevo scritto per la prima volta. Era una poesia. Si intitolava Una goccia di rugiada. A quindici anni avevo scritto il primo racconto breve, Lei, per un amico di penna che viveva a Modena. Tra i diciotto e i vent’anni avevo iniziato a leggere in pubblico le “cose” che scrivevo. C’era un gruppo che cambiava continuamente nella ex sede del PCI di Villa San Giovanni: decine di persone, un paio di candele accese, una bottiglia di Martini bianco che girava di mano in mano e testi letti con un’urgenza quasi febbrile. Poi gli open mic di una taverna di Campo Calabro, che ci offriva da mangiare in cambio delle letture, e molti altri. Io proponevo quasi sempre testi provocatori. Adoravo i contraddittori rumorosi che interrompevano, ribattevano, si accendevano. Frequentavo quasi esclusivamente persone di circuiti intellettuali: gente che scriveva, suonava e faceva arte in mille forme. Quasi tutte persone più grandi di me. La scrittura è partita prima di tutto, ma si è radicata nella mia professionalità per ultima. Forse perché era ciò che amavo di più, e quindi ciò per cui temevo di più il rifiuto. Però mi fa sorridere quando qualcuno pensa che io sia una modella che all’improvviso si è messa a scrivere. Posare mi ha messa al centro dello sguardo altrui, in tutta la mia fragilità, e mi ha insegnato una forma nuova di forza: trasformare il silenzio della posa in spazio immaginativo interiore. Scrivere, per me, oggi, significa rovesciare lo sguardo altrui, ma restare concettualmente nuda. Restituire complessità a ciò che rischia di essere ridotto alla sola estetica. E questo vale tanto per i corpi di carne, quanto per i corpi di testo. Le cose che scrivo nascono sempre da una frattura: familiare, affettiva, sociale. Mi interessa ciò che si incrina, ciò che non combacia con il ruolo che ci viene assegnato. Ho attraversato una miriade di ambienti molto diversi tra loro, forse per questo mi sento fatalmente attratta dalle soglie. Anche quando parto da un dettaglio privato, sotto c’è sempre una domanda collettiva. Vivo la scrittura come una responsabilità. Se dovessi dire chi è Roberta Russo Vizzino come scrittrice, direi che è una donna che prova a “fare cose con le parole”. A trasformare l’esperienza anche più scomoda in fatto comune.

W. Visto il sentimento militante che muove la tua scrittura e il tuo senso  di giustizia, ti riconosci ancora nella figura di Antigone?

R. Prima di rivedermici io, spero che siano altre e altri a rivedermi in lei. Antigone è una delle personagge più complesse del teatro. Ha tutto: se solo sapesse pensare esclusivamente a sé stessa, potrebbe vivere una vita piena e felice, ma sceglie la morte piuttosto che piegarsi all’ingiustizia. Il punto non è seppellire Polinice perché è suo fratello, ma perché è un indifeso davanti a un sopruso del potere. Nella tragedia di Sofocle lei ha quindici anni, eppure non è raro sentire attrici dire che ci si sente mature per interpretarla solo dopo i trent’anni. La quantità di vita necessaria a comprendere il peso di quelle scelte, nella realtà, si conquista con molto più tempo, e a volte mai. Tutto quello che una volta facevo solo nelle assemblee e nelle manifestazioni, oggi lo metto nella scrittura. Per questo parlo di “attivismo letterario”.

W. Cosa ti ha lasciato il progetto sperimentale della Writing Room diretto da Luigi Saravo?

R. Ho conosciuto Luigi perché è stato mio insegnante. Era un corso di perfezionamento attoriale che si chiamava LSD, acronimo di Legge Sesso Delitto che ricalcava la struttura dell’Orestea di Eschilo. Un semestre di alta formazione che mi ha fatto fare diversi incontri fondamentali. Luigi aveva inaugurato anche un progetto collaterale, la Writing Room. Ci incontravamo a San Lorenzo, e il gruppo era composto principalmente da gente di spettacolo, tra cui Walter Da Pozzo, che ricordo con profondo affetto. La cosa straordinaria era l’anonimato. Si scriveva, si inviava il testo a Luigi, e lui rimandava un unico file senza firme, che veniva letto nell’incontro successivo. Per la prima volta ho potuto osservare come le mie parole funzionavano da sole, senza il filtro del mio corpo, del mio sesso, del mio volto. E quei testi venivano notati. Luigi mi ripeteva che la mia forza era nella scrittura e all’inizio questo mi spaventava. Oggi gli sono profondamente grata. Non sono in molte/i ad avere il coraggio di dirci qualcosa che ci ribalta la vita. È lì che ho ritrovato le mie parole, in qualche modo libere persino da me.

W.  Potremmo dire che il percorso teatrale è stato fondante per la  tua carriera di scrittrice?  

R. Decisamente sì. Il teatro mi ha insegnato a smontare le storie tecnicamente, a isolare ogni elemento come fosse un ingranaggio autonomo. Mi ha abituata a vivere tutto prima di narrarlo. Ho imparato ad alzare la tensione, proprio come, nella formazione attoriale, avevo imparato a piangere tecnicamente. È lo stesso esercizio: creare dal nulla l’apparenza di un dolore o di una gioia, rendendoli credibili per chi guarda. Mi ha fatto capire come funziona – e di cosa è fatto – il giocattolo-storia, solo così ho imparato a rimontarlo in modi sempre nuovi.

W. Bene cara Roberta grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata, che ci spinge a guardare dentro se stessi

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI ARTICOLO DEL 19.02.26]

Lascia un commento