Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, siamo onesti: nel 2026, la nostra attenzione è ridotta a brandelli. Viviamo immersi in un mondo digitale fatto di algoritmi che ci dicono cosa guardare, cosa comprare e persino cosa pensare. In questo contesto come si inserisce il teatro? Il teatro e’ in controtendenza. Per un motivo molto semplice: tutto si svolge in presenza. Mentre lo schermo ci permette di essere spettatori pigri e sempre pronti, quando arriva la noia, a cambiare canale; la scena di contro ci toglie letteralmente il telecomando dalle mani. Che si tratti di avanguardia multimediale o di un classico, recitato da attori professionisti o amatoriali, il teatro ti guarda in faccia. Quando sei a teatro non sei un utente che paga un canone, sei un testimone. Quello che accade sul palco sta succedendo per te e con te, in quel preciso istante. È un valore che stiamo dimenticando. In una società frammentata, mentre stiamo vivendo crisi politico sociali più grandi di noi; mentre viviamo in un mondo dove la tecnologia corre veloce, il teatro si contrappone al caos a suo modo. Non risolve le nostre angosce e le nostre ansie con uno scroll o un like; il teatro ci costringe a vivere i drammi quotidiani collettivamente. È l’unico posto dove stare scomodi insieme agli altri. Il teatro cosi’ facendo diventa un atto rivoluzionario. Entrare in un teatro oggi non è un passatempo intellettuale, è un atto di coraggio. Significa sedersi al buio e accettare che l’immagine di noi stessi non sia adulterata dai filtri di un social. Il teatro non ti propone una copia edulcortata della realtà; ti prende per le spalle, ti scuote e ti chiede: “E tu, da che parte stai?” Il teatro nel 2026 non è un museo. È quel cantiere aperto dove, tra una battuta ed un applauso, proviamo ancora a capire cosa significhi restare umani in un mondo di pixel.
[ Dario Santarsiero per Detti e Fumetti- sezione Teatro – articolo del 10 maggio 2026]