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PASOLINI: UN’ESPLORAZIONE ONIRICA.TRA.PITTURA, DANZA E LA CITTA’ ETERNA. Willy intervista Conciatori

Care Lettrici e Lettori di Detti Fumetti oggi incontriamo nuovamente il nostro amico regista e videoartista Mauro Conciatori potete trovare l’intervista su “Quando la Voce chiede Tempo”, la raccolta delle interviste curata da me e disegnata da Filippo Novelli  e in  vendita su Amazon.

In questa nuova intervista vogliamo presentarvi il nuovo lavoro di Mauro.

Oltre la cronaca, oltre l’impegno politico più urlato e oltre la superficie delle opere più celebri, esiste un Pier Paolo Pasolini segreto, fatto di ombre, riflessi e movimenti sospesi. Il progetto artistico di Mauro Conciatori si propone oggi di rintracciarne l’essenza più profonda, scegliendo una via non convenzionale: quella del sogno e della poesia visiva. Attraverso un dialogo interdisciplinare che unisce la pittura di Giovanni Cerri, il linguaggio della poesia tout court e il paesaggio urbano di Roma, l’iniziativa invita lo spettatore a un viaggio introspettivo nella psiche del poeta friulano. Al centro di questa rilettura si collocano le tele di Giovanni Cerri. Le opere pittoriche diventano scenografie dell’anima, dove il volto del poeta o gli scorci della città non sono semplici ritratti, ma frammenti di un discorso interrotto. Se la pittura fissa l’istante, la poesia diventa anima pulsante di un Pasolini intimo e prorompente. La figura del poeta viene esplorata nella sua dimensione dinamica. “La poesia”, non solo le sua ma anche quella di Saffo, Alda Merini, Cristina Campo, Ana Cesar, Kostantinos Kavafis, Arsenij Tarkovskij, Dario Bellezza, e citazioni di ricordi di Dacia Maraini e Oriana Fallaci, sono per assonanze e avvicinamenti, sassi in un grande stagno per far emergere prepotentemente non il personaggio ma l’Uomo Pasolini. Un viaggio nella Poesia del ‘900. Un accostamento con Saffo e la tragedia greca della quale Pier Paolo Pasolini conosce bene la sintassi e la forza narrativa, non a caso due dei suoi film più impegnativi sono stati Edipo Re e Medea. Quindi due figure centrali e centralizzate, Saffo e Pasolini, tra Amore e Dolore, un connubio quasi inscidibile. Una visione poetica quella del Conciatori che è metafora della lotta, del desiderio e della vulnerabilità. Le interpretazioni restituite da Monica Guerritore in primis (una magistrale e straziante “Supplica a mia madre”) e a seguire Liliana Benini (eterea e severa), Bettina Carniato (le poetiche friulane della gioventù), Ginevra Colonna (intensa in una delle poesie di Pasolini più disturbanti di tutta la produzione pasoliniana), Laura Frascarelli (nei panni di Oriana Fallaci e non solo), Daniela Giovanetti (tra Kavafis e Saffo), Maria Gullo (una meravigliosa maschera greca), Marina Kazankova (la donna (im)perfetta che oscilla tra due mondi, dove il classicismo si reinterpreta con la lirica russa), Riccardo Leonelli (una “Ballata delle madri” empaticamente durissima) Diletta Masetti (partecipe del dolore pasoliniano dell’impossibilità di amare), Arianna Ninchi (atona di fronte
al maestro), Clara Orpelli (un fantasma sempre presente di una donna madre e sorella), Selvaggia Quattrini (dolente nello sguardo, persa in un presente senza futuro), Alessandro Pala Griesche (tra un principesco Dario Bellezza e un prete che presenta un padre nostro come mantra infinito di clemenza), Maria Libera Ranaudo (madre e donna senza futuro, senza passato, ma con un presente dove il dolore sgorga come fiumi infiniti), Malvina Ruggiano (leggiadra e innamorata, vede l’amore come rimedio di ogni ferita, ma poi ne apre altre), Aida Talliente (una friulana doc per raccontare la partitura più atavica del poeta) hanno fato forma a un ritratto intenso e onirico dove il personaggio diventa uomo, e dove l’uomo è cifra di un mondo che ha paura di accettare il “verbo” di una “voce” che esula dallo status quo. Interpretazioni lucide e attente a rispettare le diverse forme poetiche creando un affresco di rara potenza. Il terzo pilastro di questo progetto è Roma. Non la Roma monumentale dei turisti, ma quella che Pasolini ha amato e inventato nei suoi romanzi e film: la Roma delle borgate, delle architetture stranianti dell’EUR, dei
luoghi dove ha vissuto, delle notti infinite. La città viene riletta come un
organismo vivente che ha assorbito lo sguardo del poeta. Le strade diventano quinte teatrali dove il passato di Pasolini si fonde con il presente, in un continuo rimando tra realtà e visione onirica. Roma non è un semplice scenario, ma il catalizzatore di un’emozione che permette di scoprire un Pasolini inedito, lontano dai cliché. Con questo progetto Mauro non vuole celebrare il Pasolini monumento, ma il Pasolini spirito. Attraverso l’approccio onirico e poetico, l’integrazione delle diverse partiture artistiche permette di toccare corde che la sola analisi critica spesso ignora. Al fianco di attori di cinema e teatro degli incisi vengono operati da storici di Pasolini, come Renzo Paris e Marco Beltrame e dalla psicanalista Flavia Salierno per restituire un ritratto esaustivo dell’immortale poeta.

Nel gennaio 2026, l’opera è stata presentata a Roma e sono in programma ulteriori presentazioni a Milano per l’inizio di marzo 2026.

W. Perché un progetto su Pier Paolo Pasolini?

M. Sono diverse le motivazioni che mi hanno spinto a omaggiare il grande intellettuale friulano. In primis il desiderio di mostrare un Pasolini diverso da come viene raccontato. Molti film e documentari sono stati omaggi all’intellettuale friulano ma quasi tutti affrontano Pasolini dalla morte, dai misteri della sua morte, dal perché sia stato ucciso. Incidente o morte di Stato? Rispetto queste scelte ma spesso si è perso di vista Pasolini uomo. Pasolini e la sua poesia. Ecco ho voluto raccontare Pasolini da un punto di vista squisitamente artistico attraverso le sue poesie mettendole a confronto con Saffo, altra artista condannata dalla sua fama di donna che ama le donne ad essere dipinta come un mostro, non a caso amore saffico viene usato in tono sprezzante. Invece, secondo me, sia Pasolini che Saffo cercavano solo Amore, da cui il titolo che peraltro è l’incipit di una altro passaggio di Pasolini. Quindi non ho inventato nulla di nuovo se non rubare dal maestro. Andando avanti nella ricerca ho colto molti punti in comune con altri poeti che direttamente o indirettamente sono connessi a Pasolini. Quindi se da una parte Dario Bellezza, Alda Merini erano amici di lui, altri come Cristina Campo, Ana Cesar, e Arsenij Tarkovskij rappresentano uno spirito affine nel modo di affrontare non solo la poesia ma la vita stessa. A questo proposito Ana Cesar rappresenta il suo alter ego sudamericano che corrosa dal male interiore si diede la morte in giovanissima età. Non fu così per Pasolini in maniera diretta ma Pier Paolo cercava la morte in ogni istante della sua vita. In qualche modo a cominciare dalla morte del fratello ucciso nell’eccidio di Porzus.

Altri input mi sono arrivati dalla mia esperienza diretta. Sono nato all’EUR, quartiere romano dove ha vissuto Pasolini fino alla morte. E mi ricordo di quest’uomo bassino ma atletico che spesso faceva colazione nello stesso bar dove andavo con la mia governante. Un uomo che veniva mal tollerato da quel quartiere borghese, rigettato da quei pregiudizi di quegli anni. E questa è la prima volta che il mio vissuto si è incontrato con lui. In seguito ho frequentato brevemente Dario Bellezza, suo discepolo, ma soprattutto Laura Betti con la quale collaborai per una mostra di Pasolini a Parigi sul finire degli anni ’70. Un incontro determinante per me e per il mio vissuto. Quindi Pasolini mi ha sempre accompagnato nel percorso della mia vita. Una figura presente nella sua assenza. 

Per ultimo, credo, che di Pasolini non se non sia parlato a sufficienza, molti giovani lo conoscono poco, se non -e sempre- per la sua morte drammatica, perdendo di vista la caratura straordinaria di questo monumento sempre attuale della cultura italiana.  Un progetto questo di Pier Paolo Pasolini che vorrei approfondire ancora di più. Qui, per questioni di spazio e visibilità, non sono riuscito a raccontare il Pasolini pittore (anche se Giovanni Cerri in parte ha restituito qualcosa della sua arte) e soprattutto il Pasolini paroliere per canzoni. Insomma un uomo che è stato un vero artista a 360° e che merita di essere messo sul gradino più alto della gloria. Un uomo scomodo.

W. Qual è l’approccio artistico?

M. Ho cercato di raccontare Pasolini attraverso la commistione di linguaggi. Tra film classico e documentario, tra arte e musiche, a tal proposito vorrei ricordare il contributo di Federico Mullner che ha interpretato benissimo il mood dell’opera, e quello delle maschere create da Zoe Perfetti, esprimono perfettamente l’aria di tragedia greca. Tra interpretazioni attoriali puntuali iconiche e testimonianze di chi lo ha conosciuto come Renzo Paris, o analisi sul rapporto con la madre e l’elemento donna con la psicanalista Flavia Salierno, o il rapporto con Dario Bellezza che vedeva Pasolini come il suo nume e unico uomo degno del suo rispetto amorevole. Una visione onirica, come hai osservato te, dove la città, i luoghi vissuti da Pasolini diventano rivoli della sua anima, dove le donne che attraversano quei luoghi sono le sue mille sensazioni d’amore e di frustrazione di una città che lo ha accolto e respinto. Dove l’elemento umano è parte del paesaggio urbano. Dove ogni respiro è anelito di vita delle passioni di Pasolini. Dove il degrado urbano è quello che si respirava una volta ma che a distanza di 50 anni è cambiato solo in superficie ma in fondo rimane lo stesso degli anni ’70: “tutto cambia per non cambiare”. E questo è uno degli altri punti che mi interessava: l’immutabilità che il tempo non intacca. Questo ho tentato di renderlo attraverso le finte riprese in super8. In queste parte di montaggio è stato divertente cercare di trovare le giuste combinazioni per renderle più reali possibili. Piccoli artifizi e vantaggi dei nuovi mezzi. 

W. Includere le opere pittoriche dell’artista milanese Giovanni Cerri cosa ha dato al docufilm?

M. Moltissimo. Con lui ci siamo concentrati a ricreare ritratti di Pasolini ed evocazioni dei suoi film, in particolare quelli delle borgate e quelli dalle commedie greche. Un tratto, quello di Giovanni, che, pur facendo parte del suo bagaglio artistico, rispecchia quell’impatto della decadenza della città e dell’umanità. Un’artista che si è messo al servizio del racconto con grande umiltà e grande coraggio. Un impatto visivo che ben si fonde con il girato live, infatti uso molto dissolvenze e sovrapposizioni per creare un’immagine composita facendo tesoro del lavoro dei grandi registi e autori del passato. In qualche modo l’opera di Giovanni echeggia quella di Mimmo Rotella con i suoi paesaggi urbani composti da manifesti da film. Giovanni opera in sottrazione come me d’altronde, tutto il film è in sottrazione.

W. Nel docufilm, le poesie di Pasolini e l’arte, rafforzano il suo legame profondo con la città di Roma; perché questa scelta? 

M. Credo che le poesie di Pasolini su Roma siano ciò di più sincero e viscerale mai scritto sulla capitale. Uno sguardo disincantato su una città che accoglie e respinge, che seduce e abbandona, che ammalia e allontana. Una città in apparenza “aperta” ma profondamente chiusa. Una città implosa allora e oggi ancor di più. La Roma di Pasolini non è solo quella delle borgate, come nei suoi film, ma è quella della borghesia, quella dell’EUR, quella di Monteverde Vecchio, quella di piazza del Popolo, quella del centro storico. Le periferie e i campetti di calcio vengono dopo in quell’immaginario collettivo nel quel è stato relegato da sempre. Lui era un uomo che addentava la vita, la prendeva a morsi, e Roma è come lui, ti addenta e non ti lascia più. Quella di Fellini è soltanto un sogno, quella di Pasolini è tutta interna.

W. Qual è l’obbiettivo del progetto?

M. difficile da capire. L’intento è quello di rendere omaggio e cercare di far arrivare a tutti la grandezza di un poeta, come accennato, più ricordato per i suoi scandali, per la sua morte, per il suo cinema al limite del blasfemo, per il suo impegno politico come reietto del partito comunista che come immenso artista a tutto tondo. Lui è stato uno dei pochi a capire vizi e virtù di un’Italia che stava cercando di tornare alla vita. Quella vita che lui amava e odiava allo stesso tempo. Un uomo al di fuori del tempo e al di sopra del tempo. Un uomo, e non un personaggio, divisivo e seducente. Ecco vorrei sedurre più spettatori possibili per far conoscere i lati intimi di Pasolini artista.

W. Bene caro Mauro, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detto E fumetti, per questa interessante chiacchierata

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti  sezione Cinema ,articolo del 14-02-2026]]

Willy alias Dario Santarsiero intervista il regista Alessandro Pondi Regista per DETTI E FUMETTI

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti oggi parleremo con lo sceneggiatore e regista Alessandro Pondi.

ALESSANDRO, ritratto di Filippo Novelli

Allora Alessandro, nasci a Ravenna il 20 gennaio 1972. Esordisci nel 1997 con il romanzo Gli angeli non mangiano hamburger. Il libro viene letto da Matilde Bernabei della Lux Vide che ti propone di entrare nella sua squadra di sceneggiatori; inizia così a scrivere per la televisione e il cinema vicino a Luciano Vincenzoni e Tonino Guerra. Dal 99’ scrivi le sceneggiature di: “Questa casa non è un albergo”, “Compagni di scuola”, “Grandi domani”, “Don Matteo”, “Il bambino della domenica”, “L’uomo che cavalcava nel buio”, “Il signore della truffa”, “K2 – La montagna degli italiani”, “Trilussa – Storia d’amore e di poesia”, “L’oro di Scampia”, “I fantasmi di Portopalo” e molti altri. Hai ideato la soap opera “Cuori rubati” la serie televisiva “Il commissario Manara”. Per il cinema firmi pellicole d’autore come “K. Il bandito” di Martin Donovan, “Litium “Cospiracy” di Davide Marengo, che commedie sentimentali come “Poli Opposti”, “Copperman” e “Divorzio a Las Vegas”. Scrivi il noir di Marco Bocci “La caccia”, la horror comedy “Il mostro della cripta” e “Rapiscimi”. Ma anche Cinepanettoni campioni di incassi come: “Natale a Beverly Hills” e” Natale in Sudafrica”, dove sei altamente criticato per il basso livello di comicità, ma vinci due Biglietti d’oro con un incasso complessivo di 40 milioni di euro al botteghino. Nel 2007 esce un tuo racconto Noir “Nessuno di noi” nella raccolta “Omicidi all’italiana” edito da Colorado Noir e distribuito da Mondadori. Nello stesso anno collabori con Paolo Logli, e con lui fondi – insieme a Riccardo Irrera e Mauro Graiani – la factory di scrittura creativa 9 mq storytellers. Nel 2008 vinci il premio per la miglior sceneggiatura al Festival Internazionale di Salerno con il film “Il bambino della domenica”. Nel 2012 il premio per il miglior soggetto e sceneggiatura alla 33 esima edizione “Una vitaper il cinema”, con il film “K2 – La montagna degli italiani” e due premi Moige per “L’oro di Scampia” e i “Fantasmi di Portopalo”. Per il teatro firmi la commedia sentimentale “Unadonna in casa”, e i due musical “Un po’prima della prima” con Pino Insegno e “Il pianeta proibito” con Lorella Cuccarini. Hai collaborato con sceneggiatori importanti come Martin Donovan, Tonino Guerra, Sandro Petraglia, Andrea Purgatori, Alessandro Camon e Luciano Vincenzoni.

D: Poco più che ventenne scrivi Il tuo primo romanzo “Gli angeli non mangiano hamburger” dove un giovane di nome Piero intraprende, in compagnia di un alter ego Pier, un viaggio verso Roma. Chi o cosa ti ha ispirato?

A: Mi stavo affacciando alla scrittura, ero appena arrivato a Roma con una valigia piena di sogni, volevo fare cinema ma mi sembrava un traguardo ancora molto lontano. “Gli angeli non mangiano hamburger” è nato un po’ per gioco, tanto per rompere il ghiaccio e mettermi alla prova nel racconto lungo. Nasce senza troppe aspettative, anche se alla fine è stato il mio biglietto da visita per iniziare con la televisione e il cinema. Matilde Bernabei, di Lux Vide, lesse il mio romanzo e mi chiamò a sceneggiare una serie televisiva giovanilistica dal titolo “Questa casa non è un albergo” e da lì è cominciato tutto.

D: Nel 2017 scrivi, insieme a Giuseppe Fiorello, Paolo Logli, Salvatore Basile, Alessandro Angelini, che firma anche la regia, la mini serie “I Fantasmi di Portopalo.” Ispirato da una storia vera: Il naufragio della F174, del 1996. Cosa ti ha lasciato?

A: Mi ha lasciato sentimenti forti come la rabbia, ma anche tanta umanità e amore per il prossimo. È un film scomodo, un film inchiesta che racconta la tragedia di un naufragio di clandestini avvenuto nel Natale del ’96, davanti alle coste siciliane, nella totale indifferenza della gente. È avvenuto durante un giorno di festa, che rende ancor più triste e dolorosa la tragedia. È una storia di disperazione, di omertà, ma anche di speranza. Prima di scrivere la sceneggiatura, io, Logli e Fiorello siamo stati in Sicilia, a Portopalo, a intervistare le persone che hanno vissuto la tragedia. È stato un lavoro complesso ed emotivo. Abbiamo trovato resistenze, molti volevano dimenticare quella storia, non volevano che la raccontassimo. Credo che avessero paura di come l’avremmo narrata, perché lì c’erano state colpe gravi da parte di molti, abitanti e istituzioni. Ci siamo sentiti addosso un profondo senso di responsabilità, ma alla fine siamo riusciti a trovare una chiave di racconto empatica e il film ha emozionato milioni di italiani e sensibilizzato le istituzioni. Abbiamo acceso un piccolo faro, siamo stati invitati alla Camera dei Deputati per ricordare la tragedia e il film ha ottenuto il premio più importante, quello del pubblico, il Moige.     

D: Quando consegni una sceneggiatura metti in conto che ci saranno dei tagli?

A: Una buona sceneggiatura non dovrebbe avere scene superflue, o fronzoli, tutte dovrebbero susseguirsi in un crescendo cinematografico di emozioni e informazioni dentro uno schema drammaturgico di tre atti. Quindi sì, lo metto in conto, ma per evitare che succeda e sperare che il film venga girato esattamente come l’hai immaginato quando l’hai scritto. Ma poi c’è il montaggio, e può succedere che ti accorgi che l’attore è stato meno incisivo di quanto ti aspettassi o che una scena è venuta un po’ troppo lunga e allora, se serve al film, meglio tagliare.

D: Sempre nel 2017 esordisci nella regia con il film “Chi mi ha visto?” con Pierfrancesco Favino e Giuseppe Fiorello; perché la scelta di fare il regista?

A: La regia cinematografica è sempre stata la mia aspirazione, sin da subito, da quando sono arrivato a Roma. Ma chi avrebbe scritto un film ad un ragazzetto di vent’anni appassionato di cinema? Nessuno. Sapevo che avrei dovuto pensarci io, e così ho iniziato a scrivere. E dopo averne scritti una ventina per altri registi, alla fine ho diretto “Chi m’ha visto”. Ed è stato liberatorio e avvincente. Liberatorio perché finalmente ero riuscito a realizzare il mio desiderio, avvincente perché non c’è cosa più bella che lavorare sul set con gli attori e coordinare un gruppo di artisti, un po’ come fa un direttore d’orchestra.

D: Secondo te, cosa dà più risalto, la sceneggiatura o la regia?

A: La storia è alla base di tutto. Se non hai una bella storia per le mani puoi avere anche il più bravo regista del mondo, ma il film non sarà mai un gran film. Diversamente, con una storia vincente puoi anche permetterti di sbagliare il regista.

D: Hai diretto Enrico Brignano in due film: “Tutta un’altra vita” 2019 e “Una commedia pericolosa” 2023. Come è stato lavorare con lui?

A: Divertente e faticoso. Enrico è un grande professionista, dotato di un talento straordinario, con i tempi sia della commedia che del dramma. È un artista completo e generoso, ma allo stesso tempo è una super star, quindi molto impegnato e alla fine rimane sempre poco tempo per provare. Sia Tutta un’altra vita che Una commedia pericolosa li abbiamo girati in poche settimane, un po’ per alleggerire i costi di produzione, ma soprattutto perché li abbiamo girati nella finestra di uno spettacolo e l’altro di Enrico.  

D: Come sai, nel mondo del cinema o del teatro è più difficile far ridere che far piangere; sulla base di ciò, hai mai pensato di scrivere un dramma?

A: Ho scritto diversi film drammatici. “L’oro di Scampia”, “Mio papà”, “I fantasmi di Portopalo”, ho scritto film anche molto duri come “La caccia” di Marco Bocci, però non ho ancora affrontato un film drammatico da regista. Ed è una cosa che non mi sento di escludere nel mio futuro.

D: Il tuo sogno nel cassetto?

A: Sono molto scaramantico e i sogni nel cassetto ci sono, ma li lascio chiusi nel cassetto finché non si realizzeranno e allora vi dirò: questo era il mio sogno.

D: Grazie caro Alessandro anche a nome delle Lettrici e Lettori di detti e Fumetti per questa piacevole chiacchierata

A: Grazie a te e un caro abbraccio a tutti i lettori di Detti e Fumetti.

Alla prossima.

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI- SEZIONE CINEMA- ARTICOLO DEL 2 MAGGIO 2025]

Dario Santarsiero intervista Pietro Romano

Amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo intervistato l’attore Pietro Romano.

Pietro Romano , ritratto di Filippo Novelli

Allora Pietro faccio una tua breve presentazione per i nostri amici: Nasci a Roma nel 1974 da una famiglia di artisti: tua madre è stata una cantante lirica ed insegnante di educazione musicale; tuo padre, capogruppo e attore. A sedici anni frequenti l’Accademia d’Arte Drammatica Pietro Scharoff. Nel 1997, entri a far parte della “Compagnia stabile del teatro dialettale romano Checco Durante” diretta da Alfiero Alfieri, nella quale resterai fino al 2005.

Pietro Romano Ph Giorgio Amendola

Dal 2000 pur continuando a prestare la tua opera per il teatro popolare, inizi una collaborazione con il teatro Sistina di Roma. Oltre ai molteplici ruoli che hanno segnato il tuo esordio nella televisione, altro importante capitolo è, sicuramente, l’approdo al mondo pubblicitario dove, dal 2000, presti, volto e voce per le più grandi aziende nazionali ed internazionali.

Pietro Romano in UN ROMANO A ROMA Ph Marco De Gregori


W. Qual è il ruolo dell’attore in questo periodo scosso prima dalla pandemia ed ora dalla guerra?
P. Al di là delle difficoltà del periodo che hanno oggettivamente colpito il nostro settore più di altri, sicuramente chi, come me, porta in scena la comicità, ha sentito, forse come non mai, quasi la responsabilità di far sorridere: una sorta di dovere morale di offrire leggerezza, di riportare, proprio con questo scopo, il Pubblico a teatro. Quanto agli altri
generi artistici, senza dubbio cultura e bellezza offrono la possibilità di distogliere l’attenzione dal momento storico, per rinfrancare lo spirito… credo ce ne sia realmente bisogno!
A tal proposito, sulle mie pagine social, ho proposto, a chi ha la bontà di seguire i miei percorsi professionali, dei brevissimi video o reels, che dir si voglia, sia per contrastare volgarità e violenza che si tende a divulgare sul web e sia per rendere il teatro tascabile. Allontanandomi, dunque, dalle varie tendenze, ho – dicono “coraggiosamente” – scelto di
presentare la poesia del grande Trilussa (scrittore e giornalista vissuto tra fine ‘800 e metà ‘900 noto soprattutto per le sue composizioni in dialetto romanesco) in una nuova veste, mai vista fino ad ora, utilizzando i potenti mezzi tecnici che la modernità dei tempi in cui
viviamo ci mette a diposizione. Troverete, tra l’altro un’affinità col mondo dei fumetti.

Pietro Romano Ph Giampiero Rinaldi

Qualora ne aveste la curiosità vi consiglio di fare due passi sui miei profili:
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=CWYDjNeYdG0&list=PLs892F6tcJQHRjBnPR2fphBRzwaaUkghm
Facebook: https://www.facebook.com/watch/248143165226509/2609524699180302/
TikTok: https://vm.tiktok.com/ZMLyc3fMp/

Pietro Romano in IL SOLITO IGNOTO Ph Roberto Passeri

W. che cos’ è per te l’applauso?
P. È il rinnovarsi di un’alleanza che si suggella ogni sera, ad ogni replica, battuta dopo battuta, scena dopo scena. È come sentire l’abbraccio del Pubblico per dire “hai vinto pure stavolta e noi siamo con te!”: la magia, insomma, di un legame profondo, fatto di aspettative e di promesse mantenute…


W. Dal punto di vista professionale, cosa ti insegna un fallimento?
P. L’intelligenza dell’autoanalisi, sempre necessaria, com’è necessaria l’umiltà di riconoscere che c’è sempre qualcosa da imparare: non c’è niente di più grave e rischioso, nel mio mestiere, ma – credo – in tutti, del sentirsi arrivati al traguardo, del perdere la capacità di sorprendere e di sorprendersi…


W. Come sei approdato alla pubblicità?
P. Pare che un volto naturalmente espressivo e un “pizzico” di talento abbiano una notevole valenza commerciale… sarà per questo! Al di là di una simpatica risposta, sentivo la necessità di allargare gli orizzonti, sperimentare linguaggi diversi, mettermi alla prova condensando in pochi secondi un messaggio che in teatro si dilata nello spazio della sala e nel tempo del racconto. Sono passati 22 anni dal mio primo spot e sono oltre 50 i filmati realizzati fino ad oggi con le più note Aziende sia nazionali che internazionali tanto da ricevere, nel 2021, il prestigioso premio “Facce da Spot” presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio. Per me è stato come vincere l’Oscar!

Pietro Romano SONO ROMANO E SI SENTE Ph Roberto Passeri


W. Dal 19 al 29 maggio 2022 al Teatro Anfitrione è andata in scena la commedia “Il solito ignoto”, ce ne vuoi parlare?
P. Il mio ultimo lavoro, che interpreto e di cui firmo testo e regia: si tratta di una commedia nel rispetto della tradizione stilistica della Commedia dell’Arte, alla quale spesso mi ispiro che si snoda persino giocando con contenuti che suscitino nel Pubblico sentimenti e sensazioni vagamente d’altri tempi, tuttavia affatto démodé. La storia si intreccia nell’evoluzione dell’equivoco amoroso, in una coppia d’evidente agiatezza sociale ed economica, ma stanca della solita routine.

Pietro Romano Spot AMAZON ALEXA 2021

Il piattume di una cadenza ritmica ormai insopportabile viene, però, scosso da un arrivo sorprendente… L’avvicendamento di fatti, caratteri e letture spesso introspettive, lasciano che lo spettacolo scorra godibile e senza tempo. La romanità rimane l’energia di un lessico immortale, che conferma la scelta letteraria e culturale del Teatro Dialettale, senza cedere il passo al compromesso del neologismo, che indebolirebbe, a mio avviso, lo spessore popolare e ne sbiadirebbe le tinte. Il resto è da vedere in teatro, consentimi, anche per la forza dei miei straordinari attori: Serena D’Ercole, Gianfranco Teodoro e Marta Forcellati. Le musiche sono di Simone Zucca…

Pietro Romano – Spot Facile.it 2021


W. Quando ti vedremo di nuovo a teatro?
P. Fosse per me, stasera! Battute a parte, potrebbero esserci belle sorprese in via di definizione. Chi vorrà, potrà trovare tutti gli aggiornamenti riguardanti gli eventi dal vivo anche dal sito. http://www.pietroromano.it.


W. Il tuo sogno nel cassetto?
P. In realtà, ne avrei moltissimi… quello che, forse, “scalpita” di più e fin da bambino, è senza dubbio il desiderio di interpretare “Rugantino” (l’unico, quello “vero” di Garinei e Giovannini) al Sistina, magari con relativa tournée, o Don Silvestro in “Aggiungi un posto a tavola”, sempre a firma della gloriosa “premiata ditta”… Al cinema, invece, mi piacerebbe
affiancare lo straordinario Giancarlo Giannini, o la Signora Loren, splendida ed indiscussa regina della nostra storia artistica, meravigliosa icona del cinema italiano; naturalmente, lavorerei volentieri con Sergio Castellitto, di sicuro tra i più grandi del momento, e ancora, aggiungerei la regia di Sorrentino; e tra sogni e cassetti c’è sicuramente Roberto Benigni, al quale, peraltro, si dice che somigli… e visto che si sogna gratis, potrei andare avanti per ore…


W. Bene, grazie Pietro per questa bella chiacchierata, anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti.


P. Grazie a Voi per avermi ospitato tra le pagine di Detti e Fumetti e, per restare in tema, come dice uno dei tanti detti: “A buon rendere”!

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – Sezione Cinema e Teatro – articolo del 20 settembre 2022]

Willy intervista il regista Federico Sisti per DETTI E FUMETTI

Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, sono in compagnia del mio caro amico e regista Federico Sisti.

Federico nasce a Roma il 13/05/1985. Da 15 anni lavora come regista e documentarista, è corrispondente per programmi di cronaca, ha realizzato documentari sia in modo indipendente che per reti nazionali e internazionali. Il suo ultimo docufilm è ‘Una vita sul ring-la vita di Nino La Rocca’ Una produzione Rai documentari.

Il documentario racconta l’ascesa, le sfide, la caduta e le rivincite di Cheid Tijani Sidibe, in arte Nino La Rocca, campione europeo dei pesi Welter nel 1989. Nino è figlio di un malese e di una siciliana, La Rocca passa una vita a lottare per i suoi diritti e per ottenere la cittadinanza italiana. La sua esistenza passa dal Marocco dove nasce, alla vita di strada a Parigi, a quella delle stelle.  

D. Cosa o chi ti ha spinto verso la strada della regia?

F. Inizio con il dire che non mi reputo un regista. L’ appellativo regista, rimanda molto al mondo della fiction, e non c’è niente di più lontano da quello che faccio. 

D.  Ci puoi dire perché preferisci girare un documentario anziché un film?

F. Mi sono avvicinato al mondo del documentario perché è la pura realtà, non c’è finzione, è lo studio della società per antonomasia, ed io ho sempre avuto un approccio sociologico. Quindi tutti questi lavori che ti riportano ad una realtà, spesso molto cruda, non sono stati casuali.

D. Ho visto il docufilm sulla piattaforma RaiPlay   ‘Una vita sul ring-la vita di Nino La Rocca’ per la produzione Rai documentari. L’ho trovato emozionante e allo stesso tempo ti dà una forte spinta a non mollare mai. Ce ne vuoi parlare?

F. In un’epoca dove tutti avevamo negli occhi le grandi star sia dello sport che dello spettacolo la storia di Nino, quella di un ragazzo venuto dal Mali che trova il suo riscatto in Italia, diventa l’emblema dell’uomo che si è fatto da solo.

 La storia di Nino La Rocca divenne potentissima, capace di catalizzare le folle, e penso che abbia avuto un ruolo chiave, nella creazione della sua popolarità. Poi gli anni 70-80 finiscono, un’epoca si chiude, la società cambia e con lei la tendenza a quel genere di narrazioni. 

Quella società che un tempo lo aveva acclamato innalzandolo ad eroe, inizia pesantemente a criticarlo, lo tratta come un fenomeno da baraccone, viene dimenticato, i suoi successi quasi rinnegati, le sue capacità sportive denigrate e lui si rifugia in sé stesso vivendo isolato tra preghiere ed insegnamento, lontano da quei riflettori che ad un certo punto della sua vita, si sono fatti ormai troppo ingombranti.

D. Perché hai scelto proprio Nino La Rocca?

F. Penso di avere scelto Nino la Rocca perché c’erano tutti i presupposti per una storia interessante: il personaggio che sale in vetta e poi ricade, tutta la sua introspezione, una critica al divismo di quegli anni che ci dovrebbe far riflettere anche sulla nostra epoca.

D. Dopo l’ultimo ciak di ‘Una vita sul ring-la vita di Nino La Rocca’ che cosa hai provato?

F. Diciamo che è stata la fine di un’agonia [Ride N.D.S.] stavamo lavorando in condizioni estreme.

D. Bene caro Federico, grazie anche a nome delle Lettici e Lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata; ci salutiamo con la promessa di rivederci presto per presentare un tuo nuovo lavoro.

F. Grazie a te caro Dario, e un saluto alle lettrici e Lettori di Detti e Fumetti 

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE CINEMA- ARTICOLO DELL 11 SETTEMBRE 2024]

WILLY ALIAS DARIO SANTARSIERO INTERVISTA FERNANDA PINTO PER DETTI E FUMETTI

Cari Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, oggi intervisterò l’attrice Fernanda Pinto. Buona lettura!

La Fernanda Pinto di Filippo Novelli

Allora Fernanda la protagonista della serie web “Casa Surace”, Casa di produzione sul web con 400 milioni di visualizzazioni, enfatizzando l’eterno campanilismo t, sei nata a Napoli il 22/07/95.Ti sei fatta conoscere dal grande pubblico come ra nord e sud. Il tuo primo debutto è a teatro all’età di 16 anni nel musical “Rent in Neapolitan Language”, regia di Enrico Maria Lamanna, in scena al Festival di Benevento Città Spettacolo e al teatro Trianon di Napoli. Partecipi a diversi Stage con Mimmo Borrelli, a teatro, Francesco Munzi, al cinema e con altri esponenti del Musical Italiano. Ti formi presso il laboratorio teatrale Artefia con il maestro e attore Vincenzo Maria Saggese.Con la sua regia partecipi a diversi spettacoli nei maggiori teatri napoletani e al Festival della Filosofia di Velia. Nel 2013 inizi il tuo percorso di formazione come performer presso il laboratorio di Musical Mind the Gap a Napoli, una tra le prime scuole di Musical in Italia, diretto da Fabrizio Miano. Nel 2015 vinci una borsa di studio nella prestigiosa Accademia MTS MUSICAL THE SCHOOL di Milano, scegli però di restare a Napoli, perché nello stesso anno inizi a lavorare con la Casa di Produzione sul Web. Nel 2017 frequenti per circa un anno il Nuovo Teatro Sanità e lavori come attrice protagonista a diversi spettacoli con la regia di Mario Gelardi.  Successivamente: “Ritorno del Mammasantissima” con la regia di Luciano Saltarelli. Nel 2018 ti sei laureata presso l’Università Suor Orsola Benincasa con indirizzo Comunicazione e attualmente prosegui i tuoi studi presso l’Università Federico II di Napoli. Nel  2023 hai lavorato nella compagnia di Vincenzo Salemme con lo spettacolo scritto diretto e interpretato da Vincenzo Salemme dal titolo “ Napoletano? E famme ‘na pizza!”. Hai preso parte in alcune fiction Rai e Mediaset, come un Posto Al Sole, Rosy Abate 2. E come ospite Vip nel programma Pizza Girls in onda su La5.

W. Perché hai deciso di fare l’attrice?

In realtà non ho mai deciso di fare l’attrice. Direi che piuttosto è successo e basta. Ho iniziato un po’ per gioco a casa, poi a scuola, e poi non ho più smesso di giocare!

W. Che senso ha recitare?

Per me più che avere un senso credo sia una risorsa. Ho la possibilità di dare voce a quello che c’è dentro di me, e soprattutto, spesso a quello che non ho. Mi fa sperimentare e soprattutto mi diverto. Sai che c’è finzione, immaginazione, eppure c’è un tacito patto col pubblico, ci crediamo insieme e diventa tutto vero. Ed è bellissimo!

W.Chi ti tenta di più il teatro il cinema o la televisione? E perché?

Ho sempre lavorato maggiormente a teatro e mi piace davvero tantissimo. Però mi tenta tanto il cinema, e spero presto di farne esperienza!

W.Perché hai rinunciato alla borsa di studio dell’Accademia MTS MUSICAL THE SCHOOL di Milano, per la Casa di Produzione Web?

A malincuore rinunciai alla borsa di studio perché si, iniziavo il mio lavoro con Casa Surace, è stato istintivo, anche se non sapevo bene dove mi avrebbe portata quella scelta. Alla fine direi che è andata bene e oggi nonostante mi dispiaccia per non aver iniziato un percorso a Milano, non me ne pento. Il musical è stata una parte importantissima della mia vita e lo è ancora oggi, quindi mai dire mai!

W. E poi Casa Surace, ce ne vuoi parlare?

Faccio parte di Casa Surace da otto anni ormai. All’epoca avevo solo 19 anni ed ero l’unica donna del gruppo. È stato un fulmine a ciel sereno nella mia vita, in senso positivo ovviamente. Inaspettato. Ho imparato molto grazie a questa esperienza insieme a loro e ho ricordi bellissimi. Oggi andiamo avanti, spero con progetti sempre più grandi!

W. Cimentarti come pizzaiola nel programma Pizza Girls in onda su La5, ti ha aperto nuove prospettive?

L’esperienza a Pizza Girls è stata divertente, per una ragazza del SUD atipica che non sa cucinare, soprattutto. Nuove strade non saprei, ma sono una curiosa nel mio lavoro e cerco sempre di impegnarmi in quello che faccio. Non mi dispiacerebbe condurre un programma!

W.Il tuo sogno nel cassetto?

Mi hanno insegnato a non svelare i sogni, si sciupano e poi non si avverano.. posso dire però che è ancora lì nel cassetto. Incrociamo le dita!

W. Bene Fernanda, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata!

(DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI SEZIONE TEATRO – articolo del 2 luglio 2023)

L’ISCHIA FILM FESTIVAL, ARRIVARE CON LA RONDINE

Cari lettori di DETTI E FUMETTI oggi siamo all’ Ischia film festival che si tiene presso la fantastica location del castello aragonese ad Ischia.

L’Ischia Film Festival è un festival cinematografico internazionale specificamente dedicato alle location del cinema. Il festival è realizzato dall’Associazione Culturale Art Movie e Music e il suo ideatore e direttore artistico è Michelangelo Messina.

La prima edizione del festival si è tenuta nel 2003 presso l’isola d’Ischia con il nome di Foreign Film Festival. La manifestazione è nata con l’intento di conferire un riconoscimento artistico alle opere, ai registi, ai direttori della fotografia e agli scenografi che hanno valorizzato luoghi italiani o stranieri per invogliare lo spettatore a visitarne le bellezze.

Il festival, che si svolge in luglio, organizza annualmente il convegno nazionale sul cineturismo. La rassegna cinematografica si compone di tre sezioni competitive dedicate ai cortometraggi e ai documentari, una sezione speciale denominata Primo Piano dedicata ai lungometraggi e una sezione fuori concorso denominata Scenari.

Il festival fa parte dell’AFIC, l’Associazione Italiana Festival di Cinema, cui appartengono altre analoghe manifestazioni nazionali di promozione del cinema italiano. La diciassettesima edizione ha ottenuto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo e l’adesione del Presidente della Repubblica con una targa onorifica (fonte wikipedia).

Se volete avere maggiori informazioni sulla edizione del 2023 fate click al link

https://www.ischiafilmfestival.it/index.php/it/i-film/category/best-of-lungometraggi-2023

A noi di DETTI E FUMETTI e’ rimasta impressa la performance di ELODIE, oramai divenuta una artista a tutto tondo, che ha debuttato nel bellissimo film TI MANGIO IL CUORE, gangster movie ambientato in una puglia atavica e pastorale, a mezzastrada tra la Fonteamara di Silone e il Kill Bill di Tarantino, con cui il regista Pippo Mezzapesa ha vinto il Nastro d’argento.

La visita al Castello aragonese vale il viaggio ad Ischia.

In epoca medioevale il castello fu sempre indicato come Insula Minor per distinguerlo dall’Insula Major (l’Isola d’Ischia) che andava lentamente popolandosi.
È a questo periodo che risale l’attuale cripta della Cattedrale dell’Assunta con i suoi pregevoli affreschi.

Due ne ricordiamo:

-La cappella di Maria Maddalena che i Caracciolo fecero erigere per ingrazarsi i reali Angioni dell’epoca

-La cappella di san Gioacchino ( padre di Maria) con illustrata la storia della sua vita: dalla cacciata da Gerusalemme perche’ sterile, alla annunciazione del concepimento di Anna della Vergine Maria.

Il nome attuale di CASTELLO ARAGONESE ha origine dalla dinastia che più delle altre ha impresso all’isolotto la fisionomia che lo caratterizza: Alfonso I d’Aragona che trasformò nel XV secolo d.C. il preesistente Maschio angioino, costruendo le poderose mura difensive, fece scavare nella roccia la galleria di accesso pedonale.

Riferimenti: https://www.castelloaragoneseischia.com/it/news/cappella-dangi%C3%B2-e-cappella-caracciolo-nuove-scoperte-sugli-affreschi-del-castello-aragonese-d

Non puoi dire di aver visto il castello se non lo hai circumnavigato.

Noi di DETTI E FUMETTI lo abbiamo fatto nel miglior modo, ospiti del veliero LA RONDINE, in compagnia dei capitani Virginia e Pietro (figlia e padre)

Una straordinaria storia accompagna il veliero La Rondine

Negli anni venti il nonno di Virginia trasformo’ una delle prime navi cargo a vela (pensate portava persino le auto e il bestiame) in un vero e proprio veliero per navigare il tirreno.

Ci ha raccontato Virginia che trasportava gli ischitani fino in Sardegna e in Sicilia.

Oggi puoi salpare con loro pranzare a bordo e goderti le meraviglie dell’isola accompagnato dal racconto del vulcanico capitano che conosce mille e uno aneddoti dell’isola. L’autenticita’, l’avventura, il romanticismo in una parola: La Rondine.

Cercatela su instgram “larondinechart”

https://instagram.com/larondinecharter?igshid=MzRlODBiNWFlZA==

Ecco alcune foto dei panorami che potete ammirare dalla Rondine.

(Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – SEZIONE CINEMA – articolo del 2 luglio 2023)

willy il bradipo alias Dario Santarsiero intervista Paola Tiziana Cruciani

Paola Tiziana Cruciani di Filippo Novelli

Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi scambierò quattro chiacchiere con l’attrice Paola Tiziana Cruciani

Allora Paola Tiziana sei nata a Roma nel 1958, dal 1979 al 1981 frequenti il primo Laboratorio di Esercitazioni Sceniche diretto da Gigi Proietti, presso il Teatro Brancaccio di Roma, dove ti diplomi. Con i tuoi  colleghi del corso [Patrizia Loreti, Shereen Sabet, Rodolfo Laganà, Massimo WertmüllerSilvio Vannucci]fondate il gruppo comico La Zavorra, iniziando così la tua carriera teatrale e televisiva. Conclusasi nel 1984 l’esperienza con La Zavorra, inizi a lavorare come attrice, autrice e regista. Sono molte, le tue opere portate in scena per citarne alcune [Torno a casa lessa, Cose di casa, Sole 24 ore] o che sono state interpretate da altri. Nella stagione 2008-2009 sei in Ultima chiamata di Josiane Balasko, con Pino Quartullo. A novembre del 2010 impersoni al Teatro Sistina Eusebia nella commedia musicale di Garinei e Giovannini Rugantino, diretta da Enrico Brignano. Nel novembre 2013 sei di nuovo con Enrico Brignano dei panni di Eusebia, in scena nei teatri di Roma, Milano, Firenze e New York.Debutti al cinema nel film Fatto su misura del 1984. Da allora ti ritroviamo caratterista in numerose pellicole; hai collaborato con i registi: Paolo Virzì , Alessandro D’Alatri, Giovanni Veronesi. Nel 1999 sei candidata al David di Donatello come miglior attrice non protagonista per il film Baci e abbracci di Paolo Virzì. Ancora con Virzì reciti in Tutta la vita davanti del 2008. Debutti in Straparole, per la regia di Ugo Gregoretti nel 1981. Seguono diversi varietà come Attore amore mio, Io a modo mio, A come Alice, Al Paradise, Un altro varietà di Antonello Falqui su Rai 2 e molti altri. La tua prima apparizione come attrice in una fiction è in Aeroporto internazionale nel 1985.Nell’ottobre 2008 sei in Anna e i cinque. Nell’aprile 2012 sei con a Gigi Proietti tra i protagonisti della fiction Rai L’ultimo papa re. Nel 2015 sei narratrice di una puntata del programma Techetechete’. Nel gennaio 2019 va in onda la serie La dottoressa Giò, dove interpreti la caposala Gigliola Ardenzi. Negli ultimi anni ti sei dedicata all’insegnamento del mestiere ai giovani aspiranti attori.

DS. Perché hai voluto fare l’attrice?

PTC. Ho sempre amato il teatro e la capacità comunicativa degli attori.

Nel 1976 vidi Gigi Proietti in “A me gli occhi, please”. Andavo ancora al liceo. Tornai a casa e incollai il biglietto sul mio diario, accanto scrissi “ Ho deciso, da grande voglio fare l’attrice”. La fortuna è stata incontrare proprio Gigi.

DS. La scuola di Gigi Proietti cosa ti ha lasciato?

PTC. Tutto quello che so, se so qualcosa, lo devo a Gigi. E’ stato l’incontro più importante della mia vita.

DS. La zavorra è stato il tuo trampolino di lancio

PTC. Decisamente sì.

DS. Quali sono le differenze tra la comicità degli anni 80 e quella attuale?

PTC. All’epoca il varietà si faceva con gli autori e i copioni. Si facevano le prove. Adesso è tutto affidato all’improvvisazione.

DS. Se ti venisse proposto di formare nuovamente un gruppo comico la tua risposta quale sarebbe e perché

PTC. Ogni volta che formo una compagnia per mettere in scena una commedia scritta da me, in fondo creo un un nuovo gruppo comico.

DS. Tu e Rodolfo Laganà avete formato un duo molto affiatato ce ne vuoi parlare?

PTC. Eravamo e siamo molto amici. Abbiamo una comicità simile e ci divertiamo a lavorare insieme. Il segreto è tutto qui.

DS. Che sensazioni provi nel vedere i tuoi allievi muovere i primi passi sul palcoscenico?

PTC. Sono molto orgogliosa. Tifo sempre per loro.

DS. Il tuo sogno nel cassetto?

PTC. Riuscire ad andare in pensione.

DS. Bene Paola Tiziana grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata, aspettiamo con impazienza un tuo nuovo spettacolo!

PTC. Non dovrete aspettare molto. Grazie a voi.

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI -SEZIONE CINEMA E TEATRO- ARTICOLO DEL 28 novembre 2022]

WILLY IL BRADIPO ALIAS DARIO SANTARSIERO INTERVISTA RODOLFO LAGANA’

Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi scambierò quattro chiacchiere con l’attore e regista Rodolfo Laganà.

Rodolfo Lagana’ – Ritratto di Filippo Novelli

Allora Rodolfo, sei Nato e cresciuto a Roma il 7 marzo 1957, da padre calabrese e madre abruzzese, nel 1979 hai iniziato la tua carriera nel laboratorio teatrale di Gigi Proietti. Dopo esserti diplomato, insieme a Massimo Wertmüller, Paola Tiziana Cruciani, Giorgio Tirabassi e Patrizia Loreti avere creato il sodalizio La Zavorra. Avete partecipato a diverse trasmissioni televisive: il varietà di Rai 1 Al Paradise, i principali autori erano Antonello Falqui e Michele Guardi, riscontrando un notevole successo. Nel 1984 La Zavorra si sciolse. La tua carriera è andata avanti tra il teatro cinema e qualche passaggio nella pubblicità; fino al 2015 quando ti viene diagnosticata la sclerosi multipla. Nonostante la malattia tu continui la tua attività di attore.

W. Perché hai deciso di fare l’attore?

RL Era il 1978 andai al teatro Brancaccio a prendere i biglietti per vedere uno spettacolo di Gigi Proietti “ Gaetanaccio” mi accorsi che da una parte c’erano dei ragazzi in fila; incuriosito mi avvicinai e gli chiesi come mai erano in fila e mi risposero che stavano riempiendo una scheda per partecipare al Primo Laboratorio di Esercitazioni Sceniche diretto dallo stesso Proietti. Risposi ad una serie di domande che mi fece una elegante e garbata signora (Annabella Cerliani); lasciai i miei recapiti pensando” ma figurati se chiamano a me?” Mi chiamarono per telefono e mi dissero di presentarmi il 26 giugno ( e chi se la scorda quella data) per presentarmi al provino di ammissione per la scuola . Lo feci lo superai e mi presero . Incontrai Gigi e la mia vita cambiò. Devo tutto a Gigi. Immediatamente scattò tra noi un rapporto di grande simpatia e complicità che negli anni si e’ trasformato in un grande affetto. Ci volevamo e ci vogliamo un bene infinito.

W. Cosa ti ha lasciato la scuola di Gigi Proietti?

RL Professionalità Serietà Lavoro e tanta umiltà. Valori che ci ha trasmesso il maestro.

W. Negli anni ’80 nasce il sodalizio La Zavorra ce ne vuoi parlare?

RL La zavorra nasce da una intuizione di Antonello Falqui. Facemmo con lui “ Come  Alice” Con tutti i ragazzi della scuola.  Poi ci scelse a noi sei ( Cruciani- Wertmuller- Loreti- Vannucci- Sabet- Lagana’) e ci chiamò per fare Al Paradise varietà di rai 1 e ci chiamammo la Zavorra. Fu un successo pazzesco. Rappresentavamo per quell’epoca una assoluta novità.

W.nell’83 inizi la carriera cinematografica con “Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada” regia di Lina Wertmüller. Com’è stato lavorare con la Wertműller?

RL Fu il mio primo film. Ero molto emozionato tremavo come una foglia. Mi ritrovai a girare scene con Ugo Tognazzi  Gastone Moschin  Enzo  Iannacci e Valeria  Golino anche lei alla sua prima esperienza cinematografica. Lina era una grande regista dirigeva gli attori in maniera fantastica

W.Nell’85 la televisione e nell’89 il teatro: dove hai avuto la possibilità di esprimerti al meglio?  

RL Il teatro e’ la mia grande passione che spero di fare tutta la vita. Il palcoscenico il contatto diretto con il pubblico. A teatro non si bleffa o funzioni oppure il pubblico non torna.  

W. Cosa si prova ad avere un figlio che decide di fare l’attore?

RL Non ho mai forzato a fargli fare l’attore, e’ stata una sua libera scelta. Sono felice di questa sua scelta.  Credo lo possa fare perché ( anche se non dovrei dirlo io) e’ proprio bravo. Cercherò di dargli dei consigli e dei suggerimenti che ho maturato e carpito in 42 anni di mestiere. Ma la libertà di fare le sue scelte sarà sempre la sua. Mi tranquillizza la sua serietà e impegno.

W. nel 2015 una battuta d’arresto la sclerosi multipla

RL Quando mi hanno diagnosticato la malattia mi e’ caduto il mondo addosso e ho  pensato “ E mo’? Smetto di fare l’attore.” Ma ho anche pensato immediatamente che non ce penso per niente. Il palcoscenico per me e’ la migliore medicina che possa prendere e l’unica che mi fa bene infatti non smetto e anche quest’anno sarò in scena con due spettacoli in due teatri diversi.

W. Il tuo sogno nel cassetto?

RL Non mi basta un cassetto per contenere tutti i miei sogni continuo a farne ancora molti. La malattia può impedirmi di fare delle cose ma non potrà mai impedirmi di sognare. Grazie alla vita che e’ meravigliosa. E grazie a voi per questa intervista.

W. Bene Rodolfo, facci sapere quando andrai in scena e grazie anche ha nome dei lettori di Detti e fumetti, per questa bella chiacchierata.

[DARIO WILLY SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTO -SEZIONE CINEMA E TEATRO- ARTICOLO DEL 5 NOVEMBRE 2022]

l’inizio di una nuova rubrica: LA MEMORIA con Graziano Marraffa

Cari lettori di Detti e Fumetti, il cinema ha da sempre affascinato il pubblico fin dagli esordi. I fratelli Auguste e Louis Lumière nel 1887 proiettarono i primi brevi cortometraggi precorritori del moderno cinema. Le reazioni degli spettatori di allora ci fanno sorridere e intenerire allo stesso tempo, come il panico che scoppiò nella sala,  quando fu proiettato l’arrivo del treno: molti scapparono terrorizzati perché credevano che il treno l’avrebbe travolti. Ma il cinema è fatto anche di attori, che ci fanno commuovere o entusiasmare con la loro professionalità e bravura; ed è proprio degli attori che voglio parlarvi. Lo faccio con una  nuova rubrica intitolata La Memoria. Dove verranno ricordati appunto personaggi che hanno fatto la storia del cinema fini primi del novecento Attrici e Attori ormai dimenticati dai più che sarà interessante riscoprire e valorizzare. Ho coinvolto in questo nuovo appuntamento, il mio amico esperto di cinema Graziano Marraffa che periodicamente ci presenterà un’attrice o un attore dimenticati o sconosciuti ai più. 

Ritratto di Graziqno Marraffa di Filippo Novelli

Il primo ritratto per simpatia e riconoscenza vede Graziano Marraffa come protagonista.

Buona lettura. Ci ritroviamo qui. Tra poco. Rimanete connessi.

NOTE BIOGRAFICHE

Nato a Roma il 18 Ottobre 1975, è

Fondatore  e Presidente dell’Archivio Storico del Cinema Italiano – Associazione Culturale Onlus, costituito da un patrimonio illimitato di materiali cinematografici originali dagli anni ’30 ai giorni nostri, suddivisi in varie sezioni :

Cineteca, Videoteca, Manifestoteca, Biblioteca, Emeroteca, Fonoteca, Scenografia e Costumi.

Consulente e curatore di mostre iconografiche, retrospettive e Festival realizzati in collaborazione con prestigiose istituzioni internazionali.

Consulente internazionale per vari laboratori di sviluppo, stampa e post-produzione esperto in teoria e pratica del restauro cinematografico su supporti originali in pellicola b/n e colore.

(DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI SEZIONE CINEMA E TEATRO – ARTICOLO DEL 29 ottobre 2022)

DARIO SANTARSIERO ALIAS WILLY IL BRADIPO intervista MAURO CONCIATORI, un documentarista prestato al Cinema

Oggi cari lettori di Detti e Fumetti, oggi esploriamo un nuovo ambito del Cinema, facendo quattro chiacchiere con il mio amico Mauro Conciatori.

W. Allora Mauro ti presento al nostro pubblico: sei nato a Roma il 18 giugno 1957; sei un regista cinematografico, sceneggiatore e critico cinematografico. Sei stato direttore della rivista on-line di cinema Zabriskie Point, attiva dal 1999 al 2013. Come documentarista realizzi Sinfonia di una città, Architetti italiani del 900, L’oro di Dino – (Dino De Laurentiis, Giuseppe Rotunno) – L’architettura delle luci e La città garbata, prodotto dall’Istituto Luce, sul quartiere romano della Garbatella.

Aiuto regista di Michelangelo Antonioni su due progetti purtroppo non completati, hai lavorato come assistant director negli Stati Uniti negli anni Ottanta. Nel 2019 realizzi il film documentario L’intelligenza del cuore – dedicato all’attrice Ilaria Occhini. Sempre nello stesso anno finisci il montaggio di Amore a prima vista – dedicato all’attrice Elena Cotta. I due film documentari fanno parte di un progetto teso a omaggiare le grandi interpreti del cinema, televisione e teatro italiano.

Nel 2021 giri la serie animata “Le Visioni di Tim” per Tim Vision. Nel 2022 ultimi il docufilm “Over The Rainbow”, storie di ragazzi con la sindrome di Down. Nello stesso anno il cortometraggio H2NO. Gli ultimi anni sono particolarmente fecondi!

W. Perché hai deciso di fare il regista?

MC. A 4 anni, esattamente nel 1961, mentre la mia governante francese mi portava a spasso sui vialetti del laghetto dell’EUR la mia attenzione fu rapita da una visione del tutto particolare: una gru stava mettendo dentro l’acqua una spider. Chiesi alla mia governante che cercò di spiegarmi per bene cosa stesse accadendo, ma non mi capacitavo del perché far scivolare sul fondale un’automobile e non fare il contrario; alla fine, anche lei stordita dalle mie domande pressanti tagliò corto dicendomi “stanno girando un film, questo è il cinema “. Bene, risposi “da grande voglio fare il regista!”. Può sembrare una fiaba ma già da allora sapevo cosa avrei fatto. Ma non per vocazione reale (non potevo capire più di tanto) ma soltanto per il piacere di fare un qualcosa di anticonvenzionale come immergere una bellissima automobile nelle acque di un lago (a me sembrava gigante).

In qualche modo, a posteriori, il potere di fare qualcosa che agli altri non era permesso. All’epoca per me il cinema era una sala buia dove ammirare i miei eroi preferiti. Adoravo il cinema western, dove “tifavo” sempre per i “pellirossa”. Sempre dalla parte dei “deboli” e delle culture con rispetto della natura.

Ah. Dimenticavo di dire che il film in questione era L’eclissi di Michelangelo Antonioni. Già un segno del destino?!

A 17 anni, quindi 13 anni dopo, ero già su un set con Pupi Avati . Ero il 3 aiuto scenografo, ma per me respirare l’aria del set era magia pura. Il mio incanto iniziava a prender forma.

W. Cosa ti affascina in un documentario?

MC. La possibilità di poter avere una totale libertà di linguaggio. Non si hanno confini. Crescere e creare di pari passo con la storia. Di muovermi negli anfratti più reconditi di ciò che hai davanti a te. Di potermi muovere nella storia senza avere limiti. Avere si un punto di partenza ma poter cambiare tutto ciò che avviene tra l’inizio e la fine -che a volte devi aver ben chiara, mentre in molti altri casi ti arriva inaspettata per un dettaglio, per le mille pieghe della storia- attraverso le suggestioni che arrivano poco alla volta. Ma soprattutto è la storia stessa che cambia senza vedere, senza renderti conto che sta cambiando. Narrare la stessa storia a distanza anche di un solo anno prende forma e sostanza differente, perché noi mutiamo come muta la storia. Caso contrario saremmo dei rami secchi immutabili nel tempo.

Noi, esseri viventi, e il mondo che ci circonda, cambiamo di continuo, è come andar per mare, se vai dal punto A al punto B per svariate volte, sarà sempre diverso ciò che incontri, l’unica cosa che non cambia sono A e B, tutto ciò che è nel mezzo cambia, evolve…

Un’evoluzione totale, liberatoria nei confronti di noi stessi e del potenziale spettatore. Un punto sul quale non transigo è pensare sempre a chi dovrà usufruire di quelle immagini. Massimo rispetto per lo spettatore. Non creo gabbie ma palcoscenici aperti a chiunque. 

Fare un film di finzione è totalmente diverso, per questo negli anni ho preso le distanze dal cinema, soprattutto dal mainstream.

In un film hai dei confini entro i quali puoi agire. La sceneggiatura detta legge, senza essere di ferro, ma ti dà dei punti cardine dai quali non puoi deragliare, non puoi prescindere. E poi la fatica di un set composto da troppe maestranze e professionalità. Una macchina perfetta nella sua imperfezione. Un documentario “si accontenta” di una piccola troupe, dove tutti si sentono direttamente responsabili del proprio ruolo. In un film sono i capireparto che rispondono, in un documentario anche il runner è fortemente responsabilizzato. Ci si inventa ogni giorno.  Diciamo che in entrambi i casi non ci si annoia mai ma il set di un documentario è una piccola famiglia.

Inoltre, il documentario mi permette di poter spaziare dal sociale all’arte, dai ritratti a storie di vita reali dandomi ogni volta stimoli diversi.

Ad esempio, l’ultimo docufilm, Over the Rainbow, mi ha messo di fronte a delle realtà che tutti conosciamo ma che continuiamo a eludere: il mondo delle persone con la Sindrone di Down. Un “mondo” non ancora pienamente accettato. La diversità mette ancora paura ai “normodotati”, lo stato fa troppo poco, e non cerca di integrare questo mondo con il mondo “normale”. Ma poi cosa vuol dire normalità? 

Un progetto durato quasi 2 anni che mi ha assorbito totalmente e che rimarrà sempre dentro di me. Una pietra miliare per il mio cuore è la mia anima.

W. Dal punto di vista della regia cosa non rifaresti e perché?

MC. Non tornerei mai dagli States. Tornato in Italia dopo aver capito come funzionava la “macchina cinema” credevo di poter spaccare il mondo di celluloide in Italia, di poter fare la differenza, di poter dare qualcosa al cinema italiano. In realtà ho trovato soltanto porte chiuse e bastoni tra le ruote. Solo perché ero “un americano”. E considera che tra la fine degli anni ‘80 e ‘90 ero considerato tra i registi di maggior talento, anche se sono sempre stato un lupo solitario. Non è un’accusa ma una constatazione che mi ha reso più maturo e coerente con me e fornito maggior rispetto verso gli spettatori.

Di fatto non mi rimprovero questa scelta. “Va tutto bene”. Anche questo sentirmi estraneo al mondo del cinema italiano. 

In realtà l’unica cosa che mi rimprovero maggiormente è di non aver lottato abbastanza per imporre la mia visione cinematografica e, di conseguenza, essermi chiuso nel mio angoletto dorato, nella comfort zone, come regista di cinema d’impresa con corporate aziendali, brand e commercials.

Da un punto di vista prettamente tecnico e artistico non mi rimprovero nulla. Ogni progetto realizzato mi ha dato ciò che mi doveva dare. Non ho rimpianti e non mi debbo rimproverare nulla. Ogni scelta l’ho portata fino in fondo con coerenza, passione, amore.

W. Che responsabilità ha un regista nei confronti degli attori e di chi guarderà il film?

MC. L’onestà di saper raccontare storie con un linguaggio immediato e semplice, che non vuol dire semplicistico, ma di dedicare sempre la massima attenzione allo spettatore. Sai non credo a quei registi cosiddetti autoriali che si lamentano con frasi tipo “non hai capito ciò che volevo raccontare”. Ecco, quel “non hai capito “mi fa imbestialire. Se non ti hanno capito sei tu che hai fallito, non loro. Il regista ha il compito preciso di saper comunicare storie, eventi, drammi, emozioni, risate, attraverso la  “sincerità” del racconto. Una sincerità che rubo a Michelangelo Antonioni quando afferma che “un artista prima di tutto deve essere sincero”. 

Una sincerità che spesso non riscontro e che per me è essenziale quando narro delle immagini che “miracolosamente” si uniscono in un film. Come la potenza di un fulmine si abbina alla poderosità di un tuono.

Un regista è un artista ma anche un artigiano e come tale si deve preoccupare di creare un prodotto che possa soddisfare le svariate esigenze che sono dietro ad una pellicola. Incuriosire gli spettatori, accontentare il produttore, rendere felici gli attori per aver partecipato a qualcosa di unico.

Ecco, questo unico è importante nel rapporto che si instaura con gli attori sul set. Qui il regista si trasforma in un novello Freud, per capire in fondo l’anima dell’attore, poterne sfruttare le sfumature della sua anima al fine di dare unicità al personaggio che va a interpretare. Quindi un regista psicologo, padre, amante, al quale l’attore deve far riferimento. Senza questi prodromi il regista fallisce e con esso naufraga il film. Gli attori sono il medium registico “nell’inquadratura”.   In quanto tali il regista deve affidarsi a loro dopo che gli attori si sono affidati a lui. Senza un regista sarebbe anarchia totale. Ma scopro l’acqua calda. 

Sono contrario da sempre al regista anche attore, non può mai prendere le distanze da uno dei ruoli. Solo Orson Welles se lo poteva permettere. Unico. Gli altri grandi registi non hanno mai combinato i due ruoli. Griffith, Capra, Lubitsch, Ford, Tourner, Sirk, Ozu, Antonioni, Visconti, Zurlini, Coppola, Cimino, Scorsese, Villeneuve, P. T. Anderson (e così ho detto anche i miei registi preferiti!)

W. Vuoi parlarci della tua l’esperienza con Antonioni?

MC. Unica. E ho detto tutto e niente.

Uso una parafrasi della famosa scena da Gli ultimi fuochi di Elia Kazan e del nichelino, dove il produttore da una grande lezione di cinema al regista in crisi.

Eravamo nel borgo di Antonioni a Bovara di Trevi (Umbria). Estate. Mentre eravamo in piena preproduzione del film The Crew. All’epoca mangiavo il sugo di pomodoro ma non i pomodori crudi. Non sopportavo la consistenza. La contadina che portava in tavola i pomodori non capiva la mia reticenza ad assaggiarli. Per giorni Antonioni guardava il mio atteggiamento anche un po’ snob ma non accennava a nessuna critica. Aveva già avuto l’ictus ma con poche parole e molti gesti si faceva capire. Dopo una decina di giorni sbottò. Mi disse “mamma mia”, uno sguardo di rimprovero è un gesto stizzito della mano sinistra. Rimasi sorpreso dalla sua “azione”. Antonioni era sempre molto pacato con me, aveva un atteggiamento paterno, di comprensione, ma non digeriva che non provassi neanche ad assaggiare il pomodoro del suo orto. Quasi un affronto. Nonostante lo conoscessi mi senti in grande disagio, non potevo contraddire il maestro, il mio amato maestro di cinema e di cultura. Quindi, molto riluttante, assaggiai il famoso pomodoro che assomigliava più a un melone per la sua grandezza. 

Il mio volto riluttante si aprì in una smorfia di assoluto piacere. Il nirvana. La “carne” del rosso pomo era soda, dura, carnosa, voluttuosa. Un’esperienza al confine del mistico (nel piccolo borgo tutto aveva una connotazione al di là della comprensione umana). Mangiare quel pomodoro mi fece capire molte cose ma soprattutto quanta verità e quanta bellezza risiede nei piccoli gesti quotidiani, in qualcosa che volte non diamo peso. La lezione del maestro era questa: osservare, meditare, elaborare e partorire. In questo caso era suscitare in me la capacità di vedere ben oltre l’apparenza, di vedere cosa esiste dietro, dietro a ogni cosa, che sia un film o un pomodoro.

Da quel giorno in poi non ho più smesso di mangiare pomodori e di tentare di generare prodotti che siano buoni come quel pomodoro!

Poi potrei dire delle giornate passate insieme nei cinema di Roma a cibarci di immagini, oppure di scrivere e sentire i suoi No quasi violenti a schiaffeggiare la mia stoltezza cinematografica.

Lui è stato unico. Nella cinematografia mondiale e per me.

W. Non trovi che nell’ essere regista e critico cinematografico ci sia una sorta di contraddizione?

MC. No. Non esiste nessuna contraddizione, anzi, si può essere più attenti nelle definizioni di un’opera in entrambi i casi. Importante è sempre l’umiltà. Senza non si va da nessuna parte. Entrambi i ruoli hanno in comune la sincerità, senza di essa non si può dire di essere onesti. O dietro la macchina da presa o davanti ad uno schermo si deve avere la capacità di identificazione con la storia. 

W. Il tuo sogno nel cassetto?

MC. Realizzare un grande affresco sulla “Bellezza”, sul concetto, tra ideale e reale, tra ciò che si vede e ciò che è dietro all’immagine in se. Qui ritorna il ruolo del demiurgo come unico vettore di tante verità, quelle tante verità delle quali si compone il concetto astratto di Bellezza che ha affascinato da secoli l’essere umano. Un concetto tanto fragile quanto incorporeo nella sua vaghezza. “Non esiste saggezza senza incertezza”. E questo è ciò a cui aspiro.

W. Grazie Mauro anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti- Sezione Cinema – Articolo del 7-Agosto-2022]