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DARIO SANTARSIERO ALIAS WILLY INTERVISTA ELEONORA CIMAFONTE

Cari lettori di Detti e Fumetti, sempre nell’ambito del filone attoriale, oggi intervisterò Eleonora Cimafonte.

Ritratto di Eleonora -Filippo Novelli

W. innanzitutto ti presento; sei  nata in un paesino della provincia romana il 16 dicembre del 1995.

A diciannove anni senza nessuna esperienza recitativa precedente, vieni ammessa all’accademia di recitazione Fondamenta di Roma, qui hai modo di studiare e lavorare con attori e registi come Graziano Piazza, Giampiero Rappa, Sergio Basile. Subito dopo il diploma iniziano i primi lavori e soddisfazioni a livello professionale; tra i primi c’è il terzo posto come giovane attrice emergente al festival teatrale “Echi nel bosco” con il monologo di Elettra tratto dall’Oreste di Vittorio Alfieri; da lì hai collaborato con varie compagnie teatrali, tra cui Chiara Guidi e partecipato a vari spettacoli della scena principalmente romana. Sei passata a lavori più contemporanei, cercando sempre di lavorare con registri e personaggi completamente diversi tra loro. Da poco sono arrivati anche i primi lavori nell’ambito dell’audiovisivo, tra cui vari cortometraggi e la serie disponibile su Prime Video “Primordio” con la regia di Gaetano Pasella, di cui avremo presto grandi novità.

W. Perché hai voluto fare l’attrice?

Perché è stata la coincidenza più bella della mia vita. Al liceo ero una ragazzina molto timida, che provava sempre un velato senso di inadeguatezza nei confronti di ciò che la circondava. Alla domanda “cosa farete dopo?” tutti i miei compagni rispondevano in maniera decisa; invece, io a quella domanda che ci facevano innumerevoli volte, non sapevo mai cosa rispondere. Credo che questo sentirmi “persa” mi abbia portato a scavare a fondo su ciò che volevo realmente fare. Pensai che sarebbe stato bello provare a trasmettere agli altri anche solo la metà di ciò che provavo io nei personaggi degli innumerevoli film che guardavo ogni giorno; essere parte di qualcosa che a me per prima faceva stare bene. Ho deciso così di fare il provino in accademia; sono stata ammessa e da lì la mia vita è cambiata; mi sono innamorata follemente di questo mestiere, che mi ha dato la risposta che tanto cercavo.

W. Che cosa è per te l’applauso?

E’ un qualcosa che onestamente mi imbarazza un po’ proprio per il forte valore che gli attribuisco. A ogni battito è come se qualcuno ti stesse dicendo “sono stato qui con te tutto il tempo” ti fa sentire infinitamente grato.

W. Dal punto di vista professionale, cosa ti insegna un fallimento?

Non è un qualcosa che mi destabilizza, tutt’altro, mi spaventerebbe molto di più l’idea di non poter fare meglio di così. La meraviglia di questo mestiere è che ha mille possibilità. Parliamo di rappresentare delle persone, che sono la cosa più complessa che esista, c’è sempre qualcosa che avresti potuto fare meglio, qualcosa sui cui avresti potuto lavorare di più e soprattutto qualcosa che puoi non aver colto della persona che stai provando a raccontare. È stimolante, un po’ come quando credi di conoscere una persona, c’è sempre qualcosa che non sai e che forse non saprai mai, l’unica cosa che puoi fare, nella maniera più umile e rispettosa possibile, è cercare di avvicinartici un po’ di più. 

W. L’attore ha delle responsabilità nei confronti della società?

Quello che amo di più di questo mestiere è la libertà. Che sia in teatro o in un prodotto audiovisivo di avere la possibilità, in base alle storie che si raccontano, di poter parlare alle persone.  A quello che si sta facendo si può dare un peso e valore sociale e politico, ad esempio, un qualcosa a cui magari ripensi e ti confronti con chi ti sta accanto una volta finito, ma allo stesso tempo si può semplicemente raccontare a qualcuno una storia. Una storia che ti distacca per un’oretta dalla realtà, che magari non ha niente a che vedere con il tuo quotidiano, che ti fa immergere completamente in quello che stai guardando, che ti da un po’ di respiro e di sollievo dalla vita di tutti i giorni. Sapere di poter contribuire, anche in parte ovviamente piccolissima a questo, è davvero tantissimo.

W. Davanti al bivio tra cinema e teatro cosa sceglieresti e perché?

Il teatro, senza nessun dubbio. Amo follemente il cinema, è qualcosa che fa da sempre parte del mio quotidiano, quando ho iniziato avevo una conoscenza blanda del teatro, senza il cinema probabilmente ora non sarei qui ma è un qualcosa che amo vivere più da spettatrice, nonostante i lavori intesi che ho svolto in questo periodo. Con il teatro è tutto l’opposto però, amo il grande lavoro che c’è dietro, le prove, la dedizione, l’importanza a cose apparentemente piccole che lì sopra diventano grandi, l’empatia, l’energia e la sincerità che pretende fino alla fine. Credo che non potrò mai fare a meno di tutto questo, è come un primo amore per me.

W. Ti trovi piu’ a tuo agio con una regista o con un regista?

E’ completamente indifferente, ciò che da merito o demerito ad una persona nell’ambito lavorativo è solo collegato al tipo di essere umano che si ha difronte. Amo farmi guidare da un o una regista che abbia rispetto e serietà per te e per quello che si sta facendo insieme; sono stata molto fortunata finora.

W. Il tuo sogno nel cassetto?

Banalmente continuare così, sono agli inizi e avere la possibilità di fare questo mestiere anche in futuro è il sogno più grande che posso concedermi, non è assolutamente una cosa scontata, tutt’ora sono una privilegiata.

W. Bene Eleonora, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti

per questa bella chiacchierata

[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI -sezione Teatro- articolo del 1 Febbraio 2022]

Le foto sono di proprietà di Eleonora Cimafonte e protette da copyright. Per l’autorizzazione all’utilizzo contattateci

DARIO SANTARSIERO ALIAS WILLY INTERVISTA L’ATTRICE ROBERTA RUSSO

Amici di Detti e Fumetti, oggi intervisterò Roberta Russo. Inizio con la mia consueta presentazione di Roberta.

W. All’età di  sedici  anni hai intrapreso i primi studi di recitazione con frequenza biennale presso la Scuola del Teatro Calabria diretta da Rodolfo Chirico, coadiuvato dall’avvicendarsi di numerosi artisti. Hai debuttato a 19 anni al Teatro Politeama Siracusa nel reggino. Hai proseguito il percorso professionale negli anni successivi collaborando con varie compagnie locali.  Successivamente sei partita per un’esperienza lavorativa nelle Repubbliche Baltiche come presentatrice per un programma sul gaming online, periodo nel quale hai intrecciato collaborazioni artistiche con rappresentanti della Facoltà di Filologia romanza ed Ambasciata Italiana a Rīga. Ti sei  trasferita a Roma nel 2014 arricchendo il suo percorso professionale, formativo ed esplorativo dei vari linguaggi espressivi.

W. Perché hai scelto di fare l’attrice?

R. Quando ero molto piccola ho perso un fratello. Qualche anno dopo, a scuola, mi hanno chiesto di leggere un estratto dall’Antigone di Sofocle che vedevo per la prima volta. Erano tutti più grandi di me e mi sentivo morire al pensiero di leggere in pubblico. Leggendo apprendevo dell’impedimento alla sepoltura di Polinice. Per superare la timidezza, mi sono concentrata tantissimo su quello che stavo leggendo e devo aver applicato quello che oggi so chiamarsi “sostituzione emotiva” perché quando ho alzato gli occhi mi guardavano tutti in silenzio. Ho pensato di aver fatto qualcosa di sbagliato e mi sono seduta in un angolo, quando una ragazza mi ha passato un biglietto. Dentro c’era scritto il numero di telefono di una scuola di recitazione e la frase “devi per forza andare qui”.

W. Qual è stata la sensazione che hai provato la prima volta che sei andata in scena?

R. Vivevo la mia prima relazione importante. Il mio compagno era lì con me. Mi ha dato un bacio e mi ha spinta in scena. Quando ho visto la gente, invece di accelerare, il cuore si è calmato. Mi sentivo al sicuro.

W. Che cos’è per te l’applauso?

R. Il momento in cui cerco con lo sguardo se per caso è arrivato lo spettatore che non c’è.

W. La figura attoriale che responsabilità ha, in questo momento così difficile come la pandemia?

R. Aggiro e rigiro la domanda: come avremmo superato il primo lockdown senza Arte?

Senza ascoltare musica, guardare un quadro, utilizzare un gioco creato da un grafico, leggere un libro, vedere un film, una soap, una serie, un video o la ripresa di uno spettacolo teatrale o circense?

Forse saremmo impazziti. Eppure siamo talmente abituati ad essere circondati di arte da darlo per scontato. Come certi contadini dell’Ex Magna Grecia che rinvengono reperti archeologici nei giardini e li adoperano come sottovasi. Così è l’artista oggi in generale e l’attore nel particolare. La pandemia non ha fatto che portare alla luce la terrificante precarietà delle nostre condizioni lavorative che però era reale e tangibile anche quando stava nascosta sotto al tappeto. L’attore, in questo momento, ha una forte responsabilità innanzitutto verso sé stesso: quella di fare rete coi colleghi per farsi riconoscere e rispettare come lavoratore.

W. Cosa sceglieresti di recitare un dramma o un musical e perché?

R. Sarò sicuramente impopolare: non mi piacciono I musical. Non riesco a decifrare il codice linguistico e mi innervosisco appena si comincia a cantare. Penso invece di potermi definire melomane. In un’opera, il codice condiviso inizialmente –  secondo il quale TUTTO si esprime in musica – per me è molto più facile da seguire e dunque mi è più naturale partecipare emotivamente a ciò che vedo. Quando vivevo a Rīga, I biglietti base, all’Opera Nazionale, costavano appena 4 lat (circa 6 euro). Ci andavo spesso… ma divago. La risposta è intuibile e se potessi scegliere, in questo momento, mi piacerebbe molto lavorare su Ibsen. Possibilmente su “la donna del mare” (la mia preferita), ma non solo.

W. Se la figlia della tua migliore amica volesse fare l’attrice, cosa le diresti?

R. Innanzitutto aspetterei che chiedesse la mia opinione, poi le direi quello che hanno detto a me: “Non ti svendere, fallo solo se ti scappa come la pipì e non aspettarti che qualcuno ti insegua o ti ringrazi. Bisogna guadagnarsi tutto”.

W. Il tuo sogno nel cassetto?

R. Avere una casa mia dove far riposare I miei poveri libri, stanchi di essere impacchettati ogni tre mesi.

W. Bene cara Roberta, grazie anche a nome dei nostri lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata.

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – Sezione Teatro – articolo del 24 gennaio 2022]

Dario Santarsiero Alias Willy intervista Carmelinda Gentile

Cari lettori di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo con noi Carmelinda Gentile.

RItratto di Carmelinda Gentile di FIlippo Novelli

W. Ciao Carmelinda innanzitutto ti presento. Sei nata nel 1973 a Siracusa. Muovi i primi passi nella scuola di teatro classico Giusto Monaco. Dopo il diploma e la scuola di teatro, hai deciso di trasferirti ad Amsterdam  e raggiungere i tuoi fratelli, rimanendoci per cinque anni. Poi ritorni in Italia e lavori con Luca Ronconi, Albertazzi, Piera Degli Esposti, Paola Gassman, Ugo Pagliai. Sei stata scelta per il ruolo di Beba in Montalbano, hai lavorato per molte edizioni degli spettacoli dell’Inda, hai fatto corsi nelle scuole preparando i ragazzi a partecipare al Festival dei Giovani a Palazzolo Acreide, ideato dal professor Giusto Monaco. Poi a quarant’anni ritorni ad Amsterdam e fondi una compagnia amatoriale Korego Theater group, dove insegni recitazione  a giovani italiani che vivono come te ad Amsterdam.

W. Hai sentito l’esigenza di fondare questa compagnia teatrale  perché?

C.Perché senza teatro non sono più io e perché il teatro consola chi lo fa e chi lo guarda , e chi meglio di noi che viviamo lontano ha bisogno di consolarsi e condividere momenti di bellezza .

W. Recitate in Italiano ?

C.Si  cerchiamo di essere testimoni della nostra lingua e cultura e di non perdere le nostre radici .

W. la risposta del pubblico quale è stata?

C. Abbiamo un pubblico appassionato che ci segue , sia di italiani che olandesi amanti della cultura italiana.

W. L’emozione più forte la provi sul palcoscenico o su un set cinematografico?

C. Sono due emozioni diverse , ma sicuramente il teatro da emozioni molto più forti a cui è difficile rinunciare .

W. Nella fiction “il Commissario Montalbano” interpreti prima la fidanzata poi la  moglie del vice commissario Mimì Augello, interpretato da Cesare Bocci. Cosa ti ha lasciato il personaggio di Beba?

L’ affetto del pubblico.

W. Cosa diresti a tua nipote che vuole seguire il tuo esempio?

C. Il teatro è fatto di tantissime prove, sacrifici , delusioni e rinunce ma è quel luogo non luogo dove tutto diventa possibile e dove si è veramente liberi .

W. Il tuo sogno nel cassetto?

Lo sto vivendo

W. Bene, ti ringrazio per questa chiacchierata Carmelinda anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti- sezione TEATRO – articolo del 18-12-2021]

Dario Santarsiero alias Willy intervista Luigi di Fiore

Cari lettori di  Detti e Fumetti, oggi parleremo con l’attore Luigi Di Fiore.

Ritratto di Fiore di Filippo Novelli

  W. Allora Luigi, sei nato Milano, 18 luglio 1964 Ti diplomi nel 1985 alla bottega teatrale diretta da Vittorio Gassman. L’anno successivo vieni scelto, tra 1000 candidati, per rappresentare il ruolo di Don Giovanni nell’Elvira o la passione teatrale diretta da Giorgio Strehler. L’anno successivo vieni chiamato a Roma per interpretare l’agente Quadri nella miniserie televisiva La piovra 4. Interpreti numerose fiction televisive e partecipi a film di respiro internazionale, senza abbandonare mai l’attività teatrale.Dal 1996 fino al 2001 vesti i panni di Luca De Santis nella soap spia, Marco e Laura, La ragnatela, La piovra 5 Il cuore del problema, Amanti e segreti, Cuore contro cuore, Distretto di Polizia ed Incantesimo. Nell’ottobre 2001 gi r i inol tre alcuni documentari per Geo & Geo. Dal 2009 hai interpretato il ruolo di Franco nella terza e quarta stagione de I Cesaroni. Nello stesso anno vinci il palmarès come migliore attore al Festival du cinema de Paris. Nel 2013 hai interpretato il ruolo di Druso Pollione in Barabba. Nel 2013 hai interpretato il ruolo di Corrado Muraro ne Il commissario Nardone al fianco di Sergio Assisi Nel 2013 interpreti il personaggio di Vittorio, nella fiction Rosso San Valentino. 2013 interpreti il personaggio di Giancarlo in CrossingLines Nel 2013 sei sul set di Provaci ancora prof 5 e Mani pulite.

W. Perché hai scelto di fare l’attore?

Periodicamente questa domanda mi è stata rivolta più volte nel

corso della mia carriera. La risposta più istintiva dovrebbe essere

legata alla “chiamata”. Sono stato scelto non ho scelto io. Una sorta

di vocazione religiosa, una questione dello spirito, o degli spiriti,

come avrebbe detto Louis Jouvet. Il primo spettacolo teatrale a cui

ho assistito fu il “Fanfani rapito” di e con Dario Fo. Ne rimasi incantato. Avevo 11 anni. Quel giorno mi sono detto che non avrei

immaginato altra vita se non quella che sembrava trasparire dalla “Comune” fondata da Dario Fo. Sono stato fortunato, casa mia distava dalla Palazzina Liberty, sede del Teatro della Comune, non

più di 150 metri. Dal giorno dello spettacolo cominciai a frequentarla tutti i pomeriggi. Sono diventato una specie di mascotte della comunità, la scelta, a quel punto, non era più detraibile.

Foto concessa da Luigi FIore

W. All’inizio della carriera essere scelto da Strehler tra mille

candidati che sensazione hai provato?

Dopo essermi diplomato alla “Bottega” di Vittorio Gassmann entrare

nel tempio della cultura europea diretto dal più grande regista del

‘900 significava solo una cosa. Il massimo. L’iperbole. La gioia pura.

Sono stati due anni magnifici in cui ho affinato i miei studi come mai

avrei potuto immaginare di poter fare. Gli anni più belli della mia

vita personale e professionale.

Foto concessa da Luigi Fiore

W. Che cosa è per te il talento?

Il talento è un insieme di imprinting ereditati dalla famiglia, le prima esperienze sociali, intendo proprio la scuola materna, ci includo anche le prima esperienze erotico-sentimentali con la Cinzia quando si giocava al dottore e all’infermiera e ci nascondeva nelle cantine o nei solai del condominio. Tutto questo concorre a formare una tua sensibilità rispetto ai sentimenti. Ma tutto questo non basta. Il talento per il talento non vale niente se non è sottoposto ad una

rigida disciplina dell’apprendimento, dell’approfondimento. Troppi

talenti ho visto smarrirsi per aver immaginato che bastasse solo

quello per riuscire nella professione.

W. Aver ricoperto per cinque anni il ruolo di Luca De Santis nella

soap opera Un posto al sole, cosa ti ha lasciato?

Tanto amaro in bocca. Una famiglia che ha dimenticato i suoi figli

mandati al “fronte” a combattere una guerra che scongiurasse la chiusura del Centro di produzione di Napoli. Una volta vinta la guerra era necessario rinnovare i “soldati”, tanto per rimanere nella

retorica della metafora, diritto sacrosanto, quello che risulta manchevole è la condanna all’oblio, come se tutto quello che hai fatto in 5 anni della tua vita personale e professionale non valesse

nulla.

W. Quale responsabilità ha un attore nei confronti della società?

In questo tipo di società praticamente nullo. In una comunità ideale

dovrebbe essere una figura di riferimento per tutte le nuove generazioni, a partire dalla scuola. Gli attori sono gli unici in grado

di trasmettere il sapere per via pedagogica con un forte elemento

emotivo, l’unico in grado di trascendere lo spirito di uno studente o

studentessa. Ma non lo capiranno mai.

W. Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono recitare?

Di diventare ricchi, se ancora non lo sono, trovando altre strade. Poi

potranno dedicarsi anima e corpo ad un lavoro che non esiste e non

è riconosciuto, nelle sue peculiarità da una società malata, profondamente malata, in coma direi.

W. Quale è il tuo sogno del cassetto?

La pace nel mondo ed una morte veloce, istantanea. Tra cento anni.

W. Bene Luigi grazie anche ha nome dei lettori di Detti e Fumetti

per questa bella chiacchierata

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione teatro articolo del 17 dicembre 2021]

Dario Santarsiero in arte WILLY presenta LA RESSA DEI CONTI di Enrica Corradini – Regia di Gloria Luce Chinellato

Cari lettori di Detti e Fumetti, la regista Gloria Luce Chinellato, torna di nuovo a teatro con la sua Compagnia Gli Stupefatti, con lo spettacolo “La Ressa Dei Conti”. Scritto da Enrica Corradini.

W, Bentornata Gloria Luce, allora raccontaci di questo nuovo progetto, scritto da una nostra vecchia conoscenza: Enrica Corradini, tua madre. [vedi Detti e Fumetti – sezione Teatro – articolo del 15 agosto 2019]

G.L. Grazie Willy, si dal 9 dicembre torno in scena con la mia compagnia. Sono emozionata e spaventata insieme. Emozionata perché chi mi conosce sa quanto mi renda felice il rumore dei passi su quelle travi di legno, l’odore che si respira dietro al sipario, le voci del pubblico, i bisbigli dietro alle quinte, l’entusiasmo del gioco e l’adrenalina del “chi è di scena”. Spaventata perché dopo quasi due anni di stop forzato tornare in un teatro al chiuso, fatto di persone, di luci e di ombre mi terrorizza e galvanizza insieme. Ci verranno a sostenere nonostante il Covid? Avremo il nostro pubblico? Riusciremo anche questa volta ad uscirne soddisfatti? Esiste ancora qualcuno che va a teatro? Non lo so… ma spero veramente di sì. Quello di cui però sono certa è che Dal 9 al 12 dicembre 2021 torno in scena con la mia compagnia. Torno in scena con uno spettacolo in cui credo. Torno in scena con una squadra che ormai è più una famiglia. Torno in scena…e torno a respirare perché il teatro mi è mancato come l’aria.

La storia si svolge in un silenzioso paese ai confini con la Svizzera quattro strani personaggi intrecciano la propria vita intorno alla misteriosa morte di Amir, un venditore ambulante. La baronessa Pollovicini, accompagnata da Rocco, il suo ambiguo maggiordomo, nasconde un segreto che il ragioniere Bernasconi, uomo mite ma non troppo, avrebbe certamente voluto restasse tale. E invece.

Con il contributo della moglie Agnese, una medium dalle mille risorse, si ritrova al centro di un intrigo dai molti lati oscuri. Quattro personaggi, quattro segreti, quattro inganni destinati a sconfessare l’idea che “ingannare chi inganna non sia un inganno”. Una commedia che non intende fare la morale, ma solo strappare qualche sorriso e qualche riflessione sul fatto che a teatro come nella vita non sempre vincono i buoni. Ma spesso i cattivi perdono.

W.Molto bene, ricordando hai nostri lettori di Detti e Fumetti le date e il teatro, auguriamo tanta merda alla regista Gloria Luce Chinellato e alla sua compagnia!

info:

Dal 9/10/11 dicembre 2021 ore 20.45

Teatro Petrolini Via Rubattino 5

Info e Prenotazioni: +39 3387036899

[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI sezione TEATRO – articolo del 12 dicembre 2021 ]

DARIO SANTARSIERO ALIAS WILLY INTERVISTA ROBERTO ZIBETTI

Cari amici di Detti e Fumetti oggi intervistiamo l’attore Roberto Zibetti.

Allora Roberto, sei nato a Summit, 11 marzo 1971 nel New Jersey, da genitori italiani, sei cresciuto a Torino. Nel 1990 debutti in teatro con [Gli ultimi giorni dell’umanità], regia di Luca Ronconi; in seguito lavori anche per il cinema e la televisione. Oltre a lavorare come attore, sei anche regista teatrale. Dopo aver debuttato sul grande schermo, sotto la regia di Francesco Calogero, con il film [Nessuno 1992], lavori con altri registi importanti come: Klaus Maria Brandauer, Bernardo Bertolucci e Giacomo Battiato; con quest’ultimo reciti in [Cronaca di un amore violato 1996], in cui hai il tuo primo ruolo da protagonista.

Tra il 1997 e il 2001 sei tra gli interpreti principali dei film [Il carniere, Radio freccia], regia di Luciano Ligabue, [A casa di Irma], [Non ho sonno], regia di Dario Argento; inoltre partecipi al film [I cento passi 2000], diretto da Marco Tullio Giordana. Nel 1998 debutti in televisione nella miniserie tv [Trenta righe per un delitto], regia di Lodovico Gasparini. Successivamente lavori in altre fiction tv, tra cui: [Distretto di polizia 2 2001], [Incantesimo 6 2003], la miniserie [Attacco allo Stato 2006], regia di Michele Soavi, la serie di Rai 3, [La squadra 8 2007] e [Il commissario De Luca 2008], regia di Antonio Frazzi. 

Continui con il cinema con [Pasolini 2014], regia di Abel Ferrara [Shades of Truth 2015], regia di Liana Marabini – Condor Pictures [Ho ucciso Napoleone 2015], regia di Giorgia Farina AFMV – [Addio fottuti musi verdi 2017], regia di Francesco Ebbasta [Cobra non è 2020], regia di Mauro Russo 

W. Quando hai capito che volevi essere un attore?

foto di Roberta Krasnig

Ero molto giovane, mi appassionai al teatro durante gli anni del liceo. Mi piaceva imparare a memoria testi e poesie. Leggevo, appassionandomi molto, le biografie degli attori del passato, la Duse, Jouvet, Copeau, Stanislavskij. Facevo una scuola di recitazione il pomeriggio e tutti gli stages che mi capitavano a tiro, in Italia e all’estero. Successe poi tutto molto velocemente. Prima Ronconi, poi il Teatro dell’Elfo dove feci il mio primo protagonista nel Risveglio di Primavera. Con Il Campiello di  Strehler al Piccolo, mi trovai  a recitare addirittura nella storica sala dell’Odeon a Parigi. Ricordo l’effetto che mi fecero quei camerini che sembravano delle suites d’albergo, coi divani di velluto rosso su cui riposarsi. Dai 19 anni ero praticamente  sempre in tournée d’inverno e sul set d’estate. A 26 anni girai Io Ballo da Sola con Bertolucci e un cast internazionale. Furono anni intensissimi e mi fu evidente che quella sarebbe stata la mia strada.

W. in Cronaca di un amore violato 1996, hai il tuo primo ruolo da protagonista cosa hai provato?

foto di Roberta Krasnig

Avevo 23 anni, era il 1994; non fu facile trovare il giusto distacco da un personaggio così complesso e da una storia molto dolorosa. Giacomo Battiato seppe guidarmi con grande delicatezza e attenzione ed io gli fui molto riconoscente. Col tempo, grazie all’esperienza e alla tecnica, si impara che anche le più nascoste e profonde contraddizioni dell’animo umano possono e devono essere raccontate da un attore in modo molto intenso ma restando consapevoli che si tratta di un gioco, seppur con contenuti  a volte drammaticamente seri.  E’ ad esempio il caso del personaggio di Massimo Giuseppe Bossetti che interpreto nel film Yara di Marco Tullio Giordana, che uscirà in autunno su Netflix.

W. Passare dal teatro alla televisione cosa ha comportato?

foto di Roberta Krasnig

In realtà per quanto mi riguarda il gesto tecnico di recitare non è   diverso, che si tratti di televisione, di cinema o di teatro. Semmai è una questione di dimensione. In televisione le accortezze  da tenere presenti sono semplicemente diverse e riguardano direi soprattutto la capacità di mantenere concentrazione e divertimento pur tra mille variabili. La macchina da presa è uno spettatore esigente ed implacabile, coglie anche le minime sfumature. Spesso i ritmi televisivi sono molto veloci e raramente si fanno delle vere prove:  bisogna dunque arrivare preparatissimi per “giocare” al meglio con i colleghi e il regista fin dal primo take. Come quella del palco, a me piace molto l’atmosfera del set ed ho grande  ammirazione per il lavoro di tutte le maestranze, dunque il passaggio di cui mi chiedi mi è sempre risultato molto naturale, ogni nuovo lavoro mi sembra un’occasione di crescita.

W. Roberto Zibetti regista, ce ne vuoi parlare?

foto di Roberta Krasnig

Nel 1996 ho fondato una compagnia teatrale con altri colleghi, si chiamava ‘O Zoo No, con cui ho prodotto, diretto o co-diretto numerosi spettacoli proprio con l’obiettivo di imparare la complessa arte della regia teatrale, partendo dagli assunti della ricerca novecentesca, che riguardano di base un approccio collettivo alla creatività. Non è facile mettere insieme le grandi individualità che contraddistinguono il mondo artistico, ma quando ci si riesce i risultati sono a mio avviso strepitosi. Ho diretto un cortometraggio Green (Acerbo), girato in 16mm, mischiando membri della mia famiglia e attori professionisti: dirigere un set è un’esperienza  magica ed esaltante, anche se spesso faticosissima. Più recentemente ho messo in scena dei lavori di poesia da me interpretati: La Gerusalemme Liberata del Tasso in versione pop-rock ( Gerusalemme Unplugged) con la musica dal  vivo del chitarrista Giorgio Mirto accompagnato da Celesete e Placido Gugliandolo dei Moderni; lo scorso maggio  al Cafemuller di Torino “Una luce nella selva oscura”, il primo canto dell’Inferno di Dante ambientato in un affascinantissimo paesaggio sonoro, opera di Raffaele Toninelli. Se vi interessa, quest’ultimo lo trovate on demand sulla piattaforma niceplatform.eu, corredato da un’intervista sul mio percorso di attore.

W. Il teatro che ruolo ha nella società?

Il teatro per la società ha il ruolo di uno specchio. E’ lo stesso anche per il cinema e per tutte le nuove tecnologie di rappresentazione,  che vanno moltiplicandosi esponenzialmente per numero e tipologia. Anche i  social network sono uno specchio, anche se certo molto caleidoscopico e un po’ folle. Il teatro, essendo uno spazio concreto, a cui si può accedere fisicamente, con dei corpi vivi da guardare e percepire,  rende ancora più esplicito il suo essere una terra di frontiera, un luogo ‘altro’ dove guardare a noi stessi e ai nostri comportamenti. Il  buio e il silenzio che regnano su un palco prima dell’inizio di una rappresentazione ci riportano ad una certa ritualità che, se accortamente corredata  di bellezza e poesia, può essere di grande aiuto a farci sentire vivi in mezzo ai nostri simili  in quest’epoca sempre più frenetica, individualistica  e virtuale.

W. Di fronte ad un gruppo di giovani attrici  e attori  cosa consiglieresti?

Mettetevi insieme e sperimentate il più possibile. Se da un lato è importante essere consapevoli della propria originalità e del proprio talento, alla fine è nel confronto con l’altro da sé che questa originalità trova il terreno più fertile per crescere e brillare. Lavorate sodo al vostro percorso individuale ma mantenete curiosità e affetto per ciò che sta fuori da voi. Le nuove piattaforme televisive offrono infinite e preziose possibilità di lavoro e di carriera, che è giusto ricercare,  ma l’arte della recitazione richiede tempo e volontà di approfondire. Fate una buona scuola e mantenetevi umili e desiderosi di apprendere, mettendovi in gioco senza paura appena ne avete occasione.

W. Il tuo sogno nel cassetto?

Interpretare un musicista classico in un film o una serie.

W. Bene caro Roberto, grazie anche a nome die lettori di Detti e Fumetti, per questa interessante chiacchierata

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE CINEMA – ARTICOLO DEL 7 SETTEMBRE 2021]

Dario Santarsiero- WILLY intervista IMMA PIRO PER DETTI E FUMETTI

Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo con noi IMMA PIRO.

Allora Imma, sei nata a Napoli 8 dicembre 1956 Hai esordito nel cinema nel 1974 nel film di Sergio Corbucci “Ilbestione”, accanto a Giancarlo Giannini. Nello stesso anno hai recitato come attrice protagonista nel film di Vittorio Caprioli “Vieni, vieni amore mio”. Tra gli altri film che hai interpretato “La mazzetta” con Nino Manfredi, “Ecco noi per esempio”, con Adriano Celentano, “Fontamara” con Michele Placido e molti altri.

Nel 1992 nel film di Aurelio Grimaldi “La ribelle” interpreti la madre siciliana di Penelope Cruz. Negli anni novanta vieni chiamata a interpretare un film in Germania: “Tchass”, una coproduzione svizzera-austro-tedesca per la regia di Daniel Helfer, al quale fa seguito “Slaughter of the cock”, pellicola girata tra Cipro, Dubai e Damasco sotto la direzione di Andreas Pantzis accanto a Seymur Cassel e Valeria Golino. Sei spesso tornata al cinema lavorando in pellicole come “Viva l’Italia” di Massimiliano Bruno. Nel film di Nanni Loy “Scugnizzi”, presentato a Venezia in concorso nel 1989.

Alla fine degli anni settanta hai debuttato in televisione con la regia di Citto Maselli nello sceneggiato a puntate “Tre operai” 1978, a cui sono seguiti vari lavori sulle reti Rai e Mediaset tra cui:  “Donne armate” di Sergio Corbucci, “Compagni di scuola” di T. Aristarco e “C. Norza”, con Massimo Lopez e Riccardo Scamarcio, “Un difetto di famiglia” con Lino Banfi e Nino Manfredi, “Il capo dei capi” per la regia di Alexis Sweet e Enzo Monteleone e molti altri.

Nel 1981 hai debuttato in teatro con Eduardo De Filippo in “La donna è mobile”, rimanendo fino al 1987 accanto al figlio Luca nel ruolo di prima attrice.

Hai lavorato nel 1982 con e sotto la direzione di Carlo Cecchi in un testo di Anton Cechov: “Ivanov”, con Anna Buonaiuto. Con Sergio Fantoni nella stagione teatrale 1988-89, in “Purché tutto resti in famiglia” una black comedy di Alan Ayckbourn. Con Nello Mascia, sotto la direzione di Maurizio Scaparro, hai interpretato in veste di protagonista il ruolo di Clara in “Fatto di cronaca” di Raffaele Viviani, debuttando nel 1987 al Festival di Spoleto: lo spettacolo, sempre per la regia di Scaparro, fu ripreso da RaiDue nel 1992 per la trasmissione “Palcoscenico 92”.

Nel 2005, sotto la direzione di Franco Però hai interpretato “Adelaide” di Fortunato Calvino al teatro Nuovo di Napoli. Per la tua interpretazione ti sei aggiudicata il premio “Girulà” 2006. Da ricordare anche la tua interpretazione nel ruolo di Amalia Iovine nella messa in scena di Francesco Rosi, dopo ben 18 anni accanto a Luca De Filippo nella stagione 2005-2006, “Napoli milionaria”, conquistando nel 2007 il premio intitolato a Salvo Randone. Tanti ruoli da comprimaria in fiction televisive di successo come “Orgoglio”, “Compagni di scuola”, “Il Capo dei capi”, “Assunta Spina”, “Intelligence”, “Il tredicesimo Apostolo”.

Nel 2014 hai partecipato al Festival di Todi, Regia di Enrico Maria Lamanna testo “Vico Sirene” di Fortunato Calvino. Nello stesso anno partecipa al 48h film project con il cortometraggio “L’ospedale delle bambole” di Francesco Felli. Nel 2015 hai curato la regia di un testo di Scarpetta ”O’ Scarfalietto” per un gruppo di giovani dell’Accademia L’Arte nel cuore curandone anche l’adattamento.

W. Quando hai deciso che la recitazione avrebbe fatto parte della  tua vita?

L’ho deciso a cinque anni. Vedendo molti film in bianco e nero con  mia madre. Quando vedevo gli attori chiedevo a mia madre se li conosceva  E lei mi rispondeva che avevano  fatto la scuola insieme.   Oppure mentre nel film si stavano  baciando, gli chiedevo  se si baciano veramente.  Mamma rispondeva che avevano  lo scotch sulla bocca. Mia madre che da giovane era molto bella, cantava mentre suo fratello suona. Io la sentivo  cantare mentre si esibiva  per gli amici e i parenti con una gestualità che oltrepassava la quotidianità, aveva le movenze di una attrice. Io ero talmente affascinata da mia madre che  ho iniziato a mettermi davanti allo specchio e provare le sue  scarpe con i tacchi a spillo, mi truccavo con l’Eye-Line e con le pinzette tiravo su le ciglia.  Ed da qui che parte la mia passione per la recitazione. Sono salita per la prima volta sul palcoscenico in una  discoteca per adolescenti, siamo negli anni ’70, c’era un concorso di bellezza dove ho partecipato costretta dai miei cugini; ed ho vinto una coppa d’argento e un mazzo di fiori. La seconda volta è successo l’anno dopo, mi hanno fermata sull’autobus per fare una sfilata al teatro Mediterraneo di Napoli e quando sono salita su quel palco ho capito, non so perché, che ci sarebbe voluto del tempo per farmi scendere. Devo dire che questo mestiere mi ha salvato la vita, perché essendo io una scapestrata, dovevo stare attenta al mio fisico, non potevo farmi male. Insomma ho scelto il mestiere che mi piaceva. Avevo studiato lingue per il turismo, l’unica raccomandazione nella mia vita che ho avuto, sempre negli anni ’70,  è stata quella per  entrare come hostess all’Alitalia. Ricordo che avevo appena girato cinque giorni nel film di Giancarlo Giannini, e alla persona  che mi voleva raccomandare  come  hostess all’Alitalia,  ho risposto che non mi interessava perché volevo fare l’attrice; non gli ho detto forse farò il cinema, ero veramente convinta di essere un’attrice. Questo è un mestiere che ti da grandi ansie, perché se non sei una star, se non sei arrivata e non sai cosa farai dopo domani, pensi che tutto sia finito, in realtà rallenta ma poi ricomincia. E quando si complimentano con me, mi confermano che ho scelto la strada giusta; pur vivendo con tutte le mie insicurezze che mi aiutano a fare sempre meglio. Ed ora che sono passati più di quarant’anni sono molto felice di aver intrapreso questa carriera.

W. L’esordio nel ‘74 al fianco di  Giancarlo Giannini, ce ne vuoi parlare?

Il primo incontro tra me e Giancarlo Gianni è stato a piazza dell’Aracoeli negli uffici della Champion che era la produzione di Carlo Ponti. Oltre a Giancarlo Giannini c’era anche Sergio Corbucci. Io mi sono presentata una sera d’inverno, senza cappotto con una gonna una camicetta ed un maglione traforato come andavano di moda a quel tempo, ero letteralmente congelata. Ricordo che subito dopo la porta d’ingresso la parete era tappezzata con  le foto della Loren e a dire la verità mi ha portato bene, perché Giancarlo si è rivolto a Sergio Corbucci e gli ha detto che doveva prendermi nel cast, perché gli piacevo e gli ricordavo la  Loren da piccola. Ed eccomi qua.

W. Sul tuo cammino c’è la televisione, che ha aperto le sue porte con Alberto Lattuada, in che modo ha arricchito la tua carriera?

Il mio esordio in televisione è stato nel ‘76 in bianco e nero su  Rai2 con Il  Rotocalco “Odeon tutto quanto fa Spettacolo”. Lattuada è stato importantissimo per me, lo avevo visto per un film qualche anno prima,  si era ricordato di me, e mi ha chiamato.

W.  Non sbaglio nell’affermare che  lavorare con Eduardo De Filippo ha lasciato nel tuo cuore un segno  profondo

Io credo che la disciplina forte, grossa, importante, l’ho acquisita con Eduardo. Vederlo tutti i giorni, alle prove per quattro anni nei cinque spettacoli che ho  fatto con lui non sono pochi. Eduardo aveva problemi con il cuore e non si provava dieci ore al giorno, si provava alcune ore ma erano prove intense interessantissime, di cui mi ricordo benissimo. Da poco sono usciti due libri, prima a Napoli con l’inserto di Repubblica di maggio, per i centoventuno anni dalla sua nascita e c’è anche  una mia testimonianza, tra i tanti che hanno lavorato con lui. Mi sono riletta e mi sono commossa. Il giornalista Giulio Baffi che ha scritto la biografia, conosceva Eduardo e non solo ha chiesto la testimonianza degli attori ma anche quella della costumista, dell’attrezzista, in una parola tutte le maestranze che hanno lavorato con e per Eduardo. Una cosa molto bella.

W. Da insegnante come, ti poni nei confronti dei tuoi allievi?

Ho capito questo, non fare la signorina Rottermeier, altrimenti non si arriva al cuore e alla  mente dei ragazzi. Quando mi sono messa sui trampoli, ho visto il loro sguardo cambiare. Devi essere si insegnante dando o migliorando le loro nozioni, cercando però di far passare l’amore per questo mestiere, perché se non vi innamorate non lo potete fare. Però se questo lo dici da persona adulta della mia età, arriva sempre un po’ come una roba pesante. Mentre io cerco di veicolare questo messaggio con la comicità

W. Il tuo sogno nel cassetto?

Stare bene, avere una buona memoria fino alla fine dei miei giorni e stare sulla scena nella vita come nel mio lavoro ancora a lungo. Perché tanto  noi siamo avvantaggiati possiamo fare i vecchietti. Sempre se  la salute e la memoria ci aiutano e soprattutto continua l’amore per questa carriera, altrimenti  ci godiamo la  meritata pensione

W. Bene cara Imma, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa piacevole chiacchierata

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -articolo del 19 giugno 2021]

INTERVISTA A Giorgio de Finis-direttore del Museo delle Periferie a Tor Bella Monaca-IL RESOCONTO SU IPER EDIZIONE 2021.

Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo intervistato GIORGIO DE FINIS, il direttore del MUSEO DELLE PERIFERIE A TOR BELLA MONACA e con lui abbiamo tirato le somme della manifestazione appena terminata IPER, EDIZIONE 2021.

Prima di farci quattro chiacchiere con Giorgio ecco a voi una breve presentazione

W. Nato nel 1966, sei antropologo, giornalista, filmmaker e fotografo, artista, oltre che autore di libri e contributi scientifici. Tra il 2011 e il 2012 inventi il MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia, un museo abitato nello spazio occupato di via Prenestina 913. Dal 2018, per due anni, dirigi il Museo di arte contemporanea di Roma con il progetto sperimentale MACRO Asilo. Conclusasi questa esperienza, se ne apre un’altra, dirigere  il Museo delle Periferie inaugurato meno di un anno fa a Tor Bella Monaca.

W: L’esperienza del Macro Asilo cosa ti ha lasciato?

GdF: Il MACRO Asilo è stato un progetto unico nel suo genere. Mi ha lasciato la convinzione che un altro modo di vivere la città (e il museo) sia possibile, e che una città libera, collaborativa, plurale, aperta, autogestita e pubblica non è affatto una utopia o peggio una follia, come qualcuno erroneamente crede o vorrebbe farci credere. Rimane anche un po’ l’amaro che questa straordinaria esperienza sia stata interrotta bruscamente. Ma io credo di essere costretto ad abitare temporaneamente delle crepe…

W: Perché scegliere la periferia?

GdF: Il mio biglietto da visita per la direzione del MACRO è stato un progetto realizzato in periferia, nel quadrante di Roma Est. Mi sento di dire che Roma è la più interessante città europea, in ragione delle contraddizioni e dei conflitti che la attraversano che sono le contraddizioni e i conflitti delle grandi metropoli non occidentali… a Roma sono arrivati, prima che altrove, i “problemi” che dovranno affrontare tutte le capitali se non si inverte la rotta imposta da una globalizzazione che crea sempre più disparità, rottamando chi rimane ai margini di quella che Verga avrebbe definito la fiumana del progresso.

PH CREDIT: il dito puntato al cielo è di Fabio Moscatelli

W: I tuoi studi di antropologia ti hanno aiutato in questa scelta?

GdF: L’antropologia si occupa degli umani e oggi gli umani sono per il 50% + 1 urbani.

W: Dal 21 al 23 maggio Nel Teatro di Tor Bella Monaca si è svolto il primo Festival delle Periferie che ha coinvolto con spettacoli e dibattiti non solo le periferie romane ma anche quelle europee. Come è andata?

GdF: Al di sopra delle nostre più rosee aspettative. In tre giorni la periferia l’abbiamo messa al centro, come vuole l’acronimo scelto per questo museo, il Rif, che è proprio il centro della parola periferia.

W: Ora questa nuova sfida del Museo delle Periferie, ce ne vuoi parlare?

GdF: Un museo delle periferie sembra un ossimoro… cosa c’è da valorizzare in luoghi che per definizione sono brutti, grigi, tristi, dei dormitori o delle piazze dello spaccio? Va da sé che la nostra idea di periferia sia diversa da quella stereotipata e stigmatizzante dei media.

W: Cosa consiglieresti a dei giovani artisti nati e cresciuti in periferia?

GdF: Di non rincorrere i diversi centri (anche paradigmatici) del sistema dell’arte, troppo affollati e stereotipati… L’arte deve confrontarsi con i luoghi che hanno maggiormente la capacità di trasformarsi. Bisogna attingere idee ed energia dove le cose accadono.

W: Il tuo sogno nel cassetto?

GdF: Una città che sia davvero di tutti e un mondo dove gli umani imparino ad essere un po’ più periferia, rispettando le altre forme di vita che abitano il Pianeta. La rivoluzione copernicana non si è ancora realizzata.

W: Bene Giorgio, ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata

[Dario Santarsiero-alias Willy per DETTI E FUMETTI -sezione Teatro – articolo del 3 giugno 2021]

Willy Intervista Mauro Caldera, IL Fondatore di 361Comunicazine PER IL CICLO GIORNALISMO TRA TECNICA E PASSIONE

Cara lettori di Detti e Fumetti per la rubrica GIORNALISMO TRA TECNICA E PASSIONE oggi intervisterò Mauro Caldera, fondatore di 361Comunicazione.

W. Allora Mauro, sei di  origini piemontesi, la tua carriera da  giornalista inizia  come insegnante e autore di libri di creatività per poi passare a quella della comunicazione. Fondi nel 2004 la 361Comunicazione, una società dedicata al mondo degli eventi, della cultura, della musica e dello spettacolo.

Collabori con manager nazionali, segui gli artisti emergenti e i big, curando  la loro comunicazione e la loro promozione.

W. Quando hai realizzato che saresti diventato un giornalista?

Ho sempre avvertito una grande necessità di comunicare con gli altri in modo semplice cose belle, e interessanti. Una comunicazione culturale  alla portata di tutti. Forse la prima esigenza l’ho sentita quando ancora stavo insegnando e da buon creativo quale sono sempre stato, ho aperto ad Asti la prima scuola di giornalismo per bambini; si chiamava “Il Piccolo Giornalista”. Dove educavo, all’ interno di questa struttura, i bambini a raccontare quello che stava loro attorno. Ho capito che quello era il mio ruolo, insegnavo ai bambini, una cosa che poi in realtà avrei voluto fare io

W. Hai affermato “Mi sono ritrovato ufficio stampa mio malgrado!” Ce ne vuoi parlare?

Quando ho iniziato a fare il giornalista per delle testate web e per i settimanali, ho incontrato spesse volte difficoltà a relazionarmi con altri uffici stampa, perché talvolta rendevano difficile il mio lavoro, non mi permettevano con facilità di fare delle belle interviste. Ad un certo punto da giornalista ho cercato di mettermi dalla parte dei miei colleghi, agevolando il loro lavoro e fare in modo che gli artisti che rappresentavo venissero raccontati da più persone possibili. Ho sempre pensato e sostengo che per un l’ufficio stampa sia importante rivolgersi a tutte le testate, dalle più piccole alle più grandi. E’ tutto un percorso professionale, il giornalista che oggi scrive per una piccola testata, se capace, farà una strada che lo porterà ad una testata più grande e ricorderà di quanto io sia stato disponibile nei suoi riguardi, dando  così un buon esempio di ufficio stampa

W. Artisti affermati e giovani emergenti, cosa ti lascia ognuno di loro?

Ognuno di loro mi lascia tanto, specie se riesco ad entrare in sintonia con loro. Io con ciascuno di loro mi calo in forma sartoriale, nel senso che adatto a ciascuno di loro un metodo personalizzato, non ho un modello che applico con tutti. Ognuno di loro mi arricchisce, ognuno di loro mi lascia la sua storia, mi lascia ogni volta una esperienza diversa. Mi auguro sempre che l’arricchimento sia reciproco. Anche perché cerco di strutturare con loro un cammino, un percorso che in un certo senso è un po’ didattico, insegnando loro che la disponibilità che danno alla stampa e alla gente, è direttamente proporzionale al  loro successo.  

W. Seguirli passo, passo nella loro carriera artistica, mi riferisco, in special modo ai più giovani, te li fa sentire un po’ “figli” tuoi?

No, non li sento figli miei ma li sento compagni di viaggio. Nel senso che gli trasferisco la mia esperienza per migliorare il loro percorso artistico e loro trasferiscono a me la loro voglia di comunicare. E’ un incontrarsi a metà strada, è un condividere giornalmente i miei consigli e le loro esigenze. Scegliamo assieme questo percorso non glielo impongo io, di conseguenza è un percorso che viviamo insieme e che loro non subiscono in alcun modo

W. Quando un esordiente vince un festival che sensazioni provi?

Una grande felicità, perché la vittoria è il premio della perseveranza e del grande impegno che hanno messo, della grande passione, della grande umiltà, della grande voglia di imparare giorno per giorno. Quindi per me è una festa e in un certo senso sono doppiamente felice, perché penso  di essere riuscito anche nell’intento di far  passare ai media e alla gente il pensiero di questi artisti che per me sono persone uniche, il mio ruolo è stato farli emergere e celebrare la loro unicità

W. Cosa consiglieresti a dei giovani artisti che vogliono entrare nel mondo dello spettacolo  o dell’intrattenimento?

Di studiare, di fare tanta gavetta, di fare tanta esperienza; di non pensare che i social facciano tutto. Un percorso artistico si costruisce quando si hanno le idee chiare e quando si sa quale strade percorrere. Un percorso artistico non si fa mai da soli ma si fa con delle persone attorno che insieme all’artista credono alla sua missione. La goccia dopo goccia è assolutamente la formula magica, nel senso che passo dopo passo si va lontano, i balzi non aiutano nessuno. Le visualizzazioni, le sponsorizzazioni tutti questi grandi successi acquisiti in poco tempo non portano da nessuna parte, se poi non c’è nulla da raccontare. Consiglio ai giovani di ricercare una propria originalità e di far emergere la loro vera identità e di pensare anche con il punto di vista del pubblico “Cosa voglio portare loro? Quale è il  messaggio che voglio portare e che il mio pubblico deve riconoscermi?” Un ultima cosa: consiglio di non comportarsi da vip ma di essere sempre grati e umili al pubblico che è  l’unico che permette a questi artisti di calcare il palco, di andare in televisione e magari un giorno di avere successo e di essere riconosciuti   

W. Quale è il tuo sogno nel cassetto?

A dire il vero il mio sogno del cassetto potrebbe essere proprio quello che sto vivendo adesso. Forse non ce l’ho e se dovessi avere un sogno nel cassetto sognerei di avere attorno a me tante persone appassionate come sono io, per fare grandi progetti e per cercare di fare sempre la differenza ma non in contrasto con i miei colleghi  che stimo e che sono sempre in sintonia e in contatto. Ma creare la differenza significa essere indentificato per un mio stile, quello che io definisco sempre, un stile sartoriale, a volte meno digitale e più analogico. Nel senso che io sono un po’ come le formichine, che adora mettere da parte poco per volta ma costantemente, piuttosto che fare i botti grandi e ritrovarmi dopo con un vuoto davanti a me

W. Bene, caro Mauro, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata

Sono io che ringrazio voi, per l’opportunità che mi avete offerto. Io tendenzialmente non amo molto espormi, preferisco lavorare dietro le quinte ma a volte penso che sia importante comunicare il pensiero, le idee, le intenzioni per incontrare sempre più gente che la pensi come la penso io

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Spettacolo e Teatro- articolo del 21 maggio 21]

Dario Santarsiero ALIAS Willy intervista ASCANIO CELESTINI PER DETTI E FUMETTI

Cari lettori di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo il piacere di Fare quattro chiacchiere con il nostro amico Ascanio Celestini. Partiamo subito!

W. Allora Ascanio sei nato a Roma il 1 giugno 1972 figlio di Gaetano Celestini, di professione restauratore di mobili, del Quadraro e di Piera Comin, in gioventù parrucchiera, di Torpignattara. Trascorri la tua gioventù nel quartiere periferico di Casal Morena. Consegui la maturità classica nel 1991.  Dopo gli studi universitari in lettere con indirizzo antropologico ti avvicini al teatro a partire dalla fine degli anni 90 collaborando, in veste di attore, ad alcuni spettacoli del Teatro Agricolo O del Montevaso, tra cui [Giullarata dantesca 1996-1998]rilettura dell’Inferno di Dante alla maniera dei comici dell’Arte. In quel periodo entri in contatto con Gaetano Ventriglia e Eugenio Allegri.

Dopo gli anni con il Teatro Agricolo O del Montevaso, insieme a Gaetano Ventriglia, scrivi e interpreti il tuo primo spettacolo, [Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini 1998] Lo spettacolo è stato finalista al Teatro della Pergola di Firenze per la rassegna Il Debutto di Amleto.

Nel 2000 scrivi e interpreti [Radio clandestina 2000], spettacolo teatrale sull’eccidio delle Fosse Ardeatine, cui seguono [Cecafumo 2002], montaggio di fiabe della tradizione popolare italiana riviste per un pubblico di ragazzi e adolescenti, [Fabbrica 2002], narrazione in forma di lettera sulla vita operaia, attraverso tre generazioni di lavoratori, dalla fine del XIX secolo alla dismissione industriale degli anni ’80-’90; 

Dal 2001 hai scritto e interpretato diverse trasmissioni radiofoniche per Rai Radio 3, tra cui [Milleuno, raccontiminonti buffonti] e quattro edizioni di [Bella Ciao]. Sempre nell’ambito radiofonico, diverse sono state le tue collaborazioni con Radio Onda Rossa. Per diversi anni a partire dal 2006 hai partecipato alla trasmissione di Rai 3 [Parla con me], condotta da Serena Dandini. Quasi tutti i tuoi spettacoli sono diventati libri, in particolare [Storie di uno scemo di guerra premio Bagutta, Premio Fiesole Narrativa Under 40] e [La pecora nera premio Anima] nascono come veri e propri romanzi.

Dal 2003 inizi a portare il tuo teatro in Belgio e Francia.

Sei stato chiamato da Jean-Louis Colinet  a partecipare al festival internazionale di Liège con [Fabbrica] e [La Fine del mondo]. Da allora fino al 2020 sarai presente in tutte le edizioni. Michael Delaunoy, Angelo Bison e Pietro Pizzuti del Théâtre le Rideau de Bruxelles portano in scena [Scemo di guerra, La Pecora Nera e Fabbrica Prix du Théâtre per il migliore monologo, 2005].

Il 15 marzo 2010 a Roma inizi le riprese del film [La pecora nera] prodotto da Alessandra Acciai, Carlo Macchitella e Giorgio Magliulo opera prima tratta dall’omonimo libro che è stato anche uno spettacolo teatrale sull’istituzione manicomiale. Il film, in concorso alla 67ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia vince il Premio fondazione Mimmo Rotella e al festival Annecy cinéma italien, durante il quale ti è stato assegnato il Premio Speciale della Giuria. Il film [La pecora nera], vince il premio come migliore interpretazione maschile nella XXVIII edizione del Sulmona cinema Film Festival dicembre 2010, il Ciak d’oro come Miglior Opera Prima (giugno 2011) e al Bobbio Film Festival 2011 il Premio “Gobbo d’oro” al Miglior Film agosto 2011.Inoltre sei candidato come Miglior Regista Esordiente al Nastrod’argento giugno 2011.

I tuoi successi continuano con il libro [Le barzellette 2019] storia di un ferroviere che passa metà della sua vita lavorativa in una stazione terminale e l’altra metà in viaggio per il mondo.

Parteciperai al [festival delle periferie IPER] che si terrà il 21-22-23 maggio 2021 al Teatro Tor Bella Monaca. Prima edizione del Festival delle Periferie che dedica tre giornate al tema della periferia, quella romana ma anche di altre metropoli, con un programma molto vario tra incontri, performance artistiche, videoarte, concerti, film, documentari, lezioni e tavole rotonde per rilanciare, attraverso un’iniziativa festosa e plurale, un’idea di cultura inclusiva e partecipata. Per info: https://iperfestival.it/

W: Cosa o chi ti ha spinto verso la recitazione?

– a vent’anni cominciavo a fare ricerca sul campo, raccoglievo storie. Ma appena quelle storie venivano tirate fuori dal loro contesto, appena diventavano registrazioni da trascrivere e studiare, perdevano la loro vitalità. Era come prendere una persona vive e sezionarla sul tavolo anatomico. Per capire come è fatta dentro devi aprirla e, inevitabilmente, ti trovi davanti a un cadavere. Il teatro mi sembrava una forma di oralità riprodotta e controllata nella quale tenere vive le storie.

W: la laurea in antropologia ti ha aiutato nel tuo percorso artistico?

– non mi sono laureato. Appena ho avuto l’opportunità di cominciare a lavorare in teatro l’ho fatto senza esitare.

W: Essere nato e cresciuto in periferia quanto ha contribuito al tuo impegno nel sociale?

– in occasione di un congresso del PCI nel ’49 Pasolini scrive che “in Italia la cultura è ancora «borghese», poiché la società è borghese”. Settant’anni dopo è cambiato tutto, ma non è cambiato niente. La cultura intesa come “insieme delle cognizioni intellettuali (…) acquisite attraverso lo studio” è tutt’ora profondamente borghese. Ma, sempre per citare Pasolini, “il letterato è disposto a tradire la sua classe sociale” se è un intellettuale moderno che ha preso coscienza della propria responsabilità storica. Tenersi lontano dall’habitat nel quale la borghesia trova le condizioni ambientali favorevoli al suo sviluppo è certamente un incentivo per tenere sveglio il proprio impegno politico.

W: Nei tuoi monologhi la sofferenza umana è travestita con un velo di ironia, ce ne vuoi parlare?

– non voglio raccontare la sofferenza umana, ma la condizione umana. Una cornice molto più ampia.

W: La globalizzazione è stata un fallimento o qualcosa si può ancora salvare?

– gli uomini sono riusciti a essere delle persone complesse anche nei campi di sterminio. Nemmeno Auschwitz è riuscito a ridurre l’uomo a una macchinetta telecomandata. L’uomo non si perde mai del tutto.

W: Nello spot di presentazione di IPER il Festival delle periferie che si terrà dal 21-22-23- maggio 2021 al Teatro Tor Bella Monaca, proclami con un megafono mentre giri in macchina: [Che le periferie non sono Grigie! Non sono Tristi! Non sono un Dormitorio!] Cosa sono allora?

– le classi dirigenti della città ignorano le periferie. Sia nel senso che le abbandonano, sia nel senso che non le conoscono. Tuttavia le periferie sono dispositivi eccezionali. Non dobbiamo farci influenzare dall’ignoranza delle classi dirigenti.

W: Recitare per il sociale ha ancora un senso e perché?

Negli anni ’50 gli intellettuali del PCI sostenevano che tra cultura e politica bisognava compiere una scelta. Il solito Pasolini sosteneva “invece che il dovere è porsi il problema di una scelta, e non è detto che tale problema possa avere una soluzione: può ridursi o farsi dramma – non problematicità pura, ma dramma, di sentimenti, psicologico”. Non è detto che l’intellettuale debba sposare una battaglia. Però non può ignorare il problema.

W: Quale è il tuo sogno nel cassetto?

– non si capisce dalle risposte? È fare uno spettacolo su Pasolini

W. Grazie Ascanio a nome dei lettori di DETTI E FUMETTI e a presto!

-Ciao, grazie a voi ci vediamo all’IPER, il Festival delle Periferie!

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Teatro e Spettacolo – Articolo del 18 Maggio 2021]

INFORMAZIONI Iper – Festival delle Periferie

A Roma dal 21-23 maggio 2021

vi segnalo una bella iniziativa che prenderà vita al Teatro di Tor Bella Monaca  da venerdì 21 a domenica 23 maggio dalle ore 10 alle ore 21 Festival  promosso dal Museo delle Periferie, Azienda Speciale Palaexpo nell’ambito di Roma Culture. 

Prima edizione del Festival delle Periferie che dedica tre giornate al tema della periferia, quella romana ma anche di altre metropoli, con un programma molto vario tra incontri, performance artistiche, videoarte, concerti, film, documentari, lezioni e tavole rotonde per rilanciare, attraverso un’iniziativa festosa e plurale, un’idea di cultura inclusiva e partecipata.

Perché come recita Ascanio Celestini: “ Le periferie,  non sono grigie, non sono tristi, non sono un dormitorio!”. Le periferie, hanno molto da dire, sono una fucina di creatività e di esperienze che vanno ben al di là del disagio che certamente esiste ma che non è l’unica realtà presente. Esistono anche le voci di artisti nati e cresciuti in questo ambiente suburbano, che del disagio ne hanno fatto un cavallo di battaglia. Basti pensare agli artisti della Street Art che da San Basilio a Tor Marancia, passando per Ostiense, il Quadraro, il Pigneto, fino a San Lorenzo e Rebibbia, hanno usato le facciate di palazzi e palazzine, riqualificando così interi quartieri romani. Ma non solo: la Danza, la Musica, il Cinema e il Teatro  contribuiscono in modo determinante a questa riqualificazione, che auspichiamo sia un trampolino di lancio per unificare culturalmente tutte le periferie di  Europa.

Per info: