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Destinazione Londra e il suo melting pot ; Willy intervista Chiara Carpentieri.

Come qualunque altra categoria anche quella dell’attore è soggetta a migrazione.

willy e la nave

E molte giovani attrici e attori, prendono il largo per approdare, chi per fare esperienze, per poi fare ritorno in Patria, chi per speranza-convinzione di sfondare, su lidi stranieri. Anche la mia amica Chiara Carpentieri ha voluto sfidare se stessa alzando la vela e puntando il timone verso le coste Inglesi. Chiara è una giovane attrice che da un anno vive e lavora a Londra.

PRIMO PIANO

In questi giorni è a Roma, voglio intervistarla per farmi raccontare la sua esperienza londinese. Ci diamo appuntamento nel pomeriggio in centro. Ci sediamo in una piccola latteria in vicolo del Gallo davanti a due tazze di caffellatte e due paste.

W. Ciao Chiara, ti vedo in ottima forma!
C. Ciao Willy, è bello rivederti!

W. Allora, devi dirmi tutto su questa tua esperienza!
C. Va bene, non so però da dove iniziare!

W. Ti aiuto io, perché hai deciso di partire!?
C. Una scelta di pancia! Voglia di essere presa per un ruolo perché sei la più giusta e talentuosa, non perché conosci il produttore o il regista…desiderio di meritocrazia! Voglia di poter rispondere alla domanda “che lavoro fai?”, con la semplicità di un “sono un’attrice”, senza che ti si replichi “ma io intendevo per vivere!”. Perchè Londra è una città difficile, ma se al talento, unisci lo studio e la dedizione, puoi arrivare in alto. Così sono partita: piena di paure, entusiasmo e desiderio di mostrare chi sono e cosa so fare.

W. Conoscevi già la scuola inglese!?

C. Beh, da bambina mi sono avvicinata al teatro per gioco, frequentando una scuola di teatro in Inglese, La Bottega d’Europa; ed è da lì che il mio desiderio di calcare i palcoscenici a preso vita. Era per me la normalità recitare in inglese…arrivata in accademia a 19 anni quasi avevo difficoltà a lavorare su testi italiani! Ma in realtà più che “scuola inglese” quello che mi ha avvicinata al teatro anglosassone è stato indubbiamente la mia passione per i musical, e il periodo di studio presso la Musical Theatre Academy di Roma.

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W. La natura gesticolante di noi italiani, ti ha aiutato o intralciato!?
C. Con mia grande sorpresa mi ha intralciata. Fin da subito ho notato una forte differenza tra il mio modo di vivere il palco e quello degli attori inglesi; molto più composti e “naturali”, vedevano il mio “hand acting” come un’esagerazione. In fase di lavorazione dei personaggi, mi è capitato, su richiesta del regista, di dover interpretare scene con le braccia distese lungo il corpo, tenute ferme da un mio collega.

W. anche gli attori e registi inglesi, saranno buoni e cattivi bravi e mediocri, il punto interessante è, come si sono rapportati con te, che vieni dall’Italia, il paese che ha inventato la commedia. Ti hanno caricato di aspettative, erano incuriositi, o semplicemente snob!?
C. Che esperienza rapportarsi con attori e registi di Londra! Il melting pot culturale che la città presenta si rispecchia anche sulla scena, portandoti a confrontarti con persone provenienti da tutto il mondo per cultura, lingua ed esperienza artistica! L’apertura che vivono gli inglesi giorno per giorno verso “lo straniero”, è come un abbraccio, non caldo come il nostro, ma rispettoso, interessato, curioso, desideroso di apprendere e unire quel che è tuo con il mio, creando uno scambio umano ed artistico per crescere e lavorare inscieme nel bene di tutti, senza invidia, ma con la sola sana competizione sul campo di un’audizione.

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W. Avendone le possibilità, dove apriresti un teatro e perché proprio lì!?
C. Domanda da un milione di dollari??…no! Dietro casa mia, a Roma…nel mio quartiere! Io, che col teatro ci sono cresciuta e del teatro vivo, non ho mai avuto il piacere di essere in scene a Talenti, perché un teatro vero, lì non c’è. Questo è un sogno a cui penso spesso, un progetto che nella mia mente è chiaro e concreto. Ti svelo un segreto: c’è un edificio, un ex cinema abbandonato; uno di quelli di una volta, con il palco sotto lo schermo, che mi piacerebbe tanto rilevare e trasformare nel Mio Teatro, un piccolo gioiello per arricchire una parte della mia città!

W. Progetti futuri!?
C. Tutto un po’ top secret: uno spettacolo in vista su cui non posso ancora dir nulla e un progetto artistico personale che spero cominci a germogliare pian piano.

W. Bene! Hai soddisfatto la mia curiosità!
C. Sono contenta! Un saluto ai lettori di “Detti e Fumetti allora!

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[Dario Santarsiero -Willy il bradipo – per “Detti e Fumetti”- Sezione teatro – Articolo del 4 maggio 2015]

Willy e Francesca ci raccontano RESPIRO (L’ultimo giorno)

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Nel mio girovagare per teatri, sono approdato al Teatro “Lo Spazio” dove andrà in scena “Respiro”(L’ultimo giorno) scritto da Maria Teresa De Carolis per la regia di Luca Olivieri. Ritrovando così una nostra vecchia conoscenza, l’attrice Francesca Stajano. Mentre gli attori sul palco provano una scena particolarmente drammatica, mi siedo in prima fila e aspetto pazientemente, che facciano una pausa. Dopo pochi minuti mi faccio notare da Francesca che salutandomi scende dal palco e viene a sedersi vicino a me.

W. Ciao Francesca, vedo che sei molto impegnata, quindi ti porterò via poco
tempo!
F. Ciao Willy! Non ti preoccupare! Fammi pure tutte le domande che vuoi!
W. Parlami dello spettacolo, di che si tratta!?
F. Il testo è scritto da Maria Teresa De Carolis per la regia di Luca Olivieri.
Affronta la tematica dell’olocausto, focalizzandosi sugli effetti che questa atroce catastrofe umana ha su di un particolare nucleo familiare. Elena, giovane donna ebrea, incinta del secondo figlio, assiste, durante una festività religiosa al massacro della sua intera famiglia e viene in seguito internata in un campo di concentramento. Qui dovrà subire tra l’altro le attenzioni morbose di una Kapò alla quale lei soggiacerà per poter far sopravvivere oltre a lei anche il
suo bambino.
W. Perché mettere in scena un dramma già trattato nei libri,  dal cinema e dalla televisione!?
F. Perchè probabilmente certe atrocità che l’uomo ha compiuto e che ancora oggi purtroppo compie, spesso in nome di ideali visioni del mondo, non vengano dimenticate. Il teatro può e deve avere anche una funzione di denuncia, di rinnovato scandalo verso il sonno della ragione che ha permesso simili mostruosità.
W. Cosa ti ha colpito del tuo personaggio!?
F.Dunque in realtà io interpreto due personaggi molto diversi tra di loro,
Matilde donna russa risoluta e cinica ed Elena , la protagonista, vittima per eccellenza quindi timida, ingenua, sottomessa. Quando sono Matilde mi colpisce la sua forza, che se giustamente esercitata, può essere salvifica e indicare anche una strada da percorrere a chi stenta a camminare. Quando sono Elena rimango colpita da quanto dolore si possa provare sulla propria pelle senza avere la forza di reagire, di come l’oblio sia l’unica soluzione possibile per non impazzire. In fondo sono due facce della stessa medaglia in qualche modo, perché seppur diverse si completano, e quindi è molto affascinante fare questo percorso con loro.

W. Ben sapendo quello che è successo nella realtà, quanto ti è pesato estraniarti dal contesto, cioè dall’emozione personale, e far emergere l’attrice!?
F.La realtà dell’Olocausto, per quanti libri si possano leggere e per quante foto si possano vedere, non riusciremo mai veramente a capirla fino in fondo, anche perché è il male senza fondo e senza ritorno, the dark side of the moon. Tuttavia non mi è facile estraniarmi e la mia recitazione spesso prende strade inaspettate e non volute ma che sono il frutto della reale emozione che  sto provando in quel momento.
W. Se non sbaglio questa è la prima volta che lavori sotto la regia di Luca Olivieri, con un testo così impegnativo, come ti sei trovata divisa tra il conoscervi reciprocamente, parlo naturalmente dal punto di vista attrice-regista, e interpretare un testo che rappresenta ciò che realmente è accaduto cioè, il dramma dell’olocausto!?
F.Con Luca Olivieri sono al primo con la sua regia ma al terzo come lavoro, il primo è stato una lettura di poesie tratte dalla sua raccolta Petali, nel secondo sono stata protagonista del booktrailer per il suo romanzo e book Come Sarah Conrad divenne un’assassina con la regia di Raffaello Sasson e la fotografia di Federico Sisti, per questo lavoro ho vinto un Premio come migliore attrice al Booktrailer On Line Awards, chiaramente questo ha reso ancora più solido il
nostro rapporto artistico. Comunque per rispondere alla tua domanda quando lavoro non ci sono rapporti personali che tengano, divento quei personaggi e quindi non mi preoccupo di chi mi osserva e poi con Luca si è instaurato un bellissimo rapporto di fiducia e stima reciproca, mi sa guidare, mi capisce e questo per una attrice è moltissimo, direi tutto. In Respiro oltre ad essere la protagonista femminile svolgo anche il ruolo di aiuto regista , una nomina che
mi sono guadagnata sul campo, sempre per la mia mania di fare nelle
compagnie il ruolo del teschio, definisco così una attrice che si spende molto per lo spettacolo e lavora per la riuscita globale. Mi fa piacere anche lavorare con professionisti del calibro di Daniele Ferrari, Daniela Cavallini, Enza Li Gioi e Mino Sferra. La scala a chiocciola è la nostra compagnia ed è piena di elementi validi anche nel cast tecnico, la costumista Fabrizia Migliarotti , gli scenografi
Eugenio Piscopello e Luca Ercoli, il nostro tecnico audio e luci Carlo Sabelli e il musicista compositore Maestro Adriano Dragotta che ha creato delle musiche originali eseguite con il suo magico violino che danno l’atmosfera giusta a tutto lo spettacolo. Inoltre abbiamo anche un contributo video di Federico Sisti e Raffaello Sasson molto emozionante…. Non aggiungo di più Willy, venite a vederci e scoprirete molto altro…
W. Grazie Francesca! La prossima volta che ci incontreremo, sarà sul set di un nuovo film!?
F.Lo spero, c’è in cantiere un progetto ma per il momento sono impegnata con la promozione di Frammenti il corto con la regia di Sasson e la fotografia di Sisti di cui sono protagonista insieme ad attori come Federico Scribani e Paola Sebastiani. Stiamo girando i Festival in Italia e all’estero, e in Maggio saremo proiettati al Riff di Fabrizio Ferrari a Roma per poi approdare in Luglio  al Cinemadamare di Franco Rina, entrambi sono due  importantissimi Festival per i corti d’autore e siamo veramente felici di parteciparvi.
W. Bene, a presto allora!
F.A presto Willy è sempre un piacere incontrarti. Un saluto a tutti i lettori e vi aspetto dal 15 al 19 Aprile al Teatro lo Spazio di Roma per un attimo di… Respiro!
[Dario Santarsiero  (Willy il bradipo) per “Detti e Fumetti” – sezione teatro – articolo del 14 aprile 2015]

TUTTE LE VOLTE DI WILLY – SU DETTI E FUMETTI SI PARLA DI TEATRO E NARRATIVA

Ogni tanto su DETTI E FUMETTI facciamo dei bilanci. Oggi vogliamo ripensare a quel giorno in cui abbiamo conosciuto Dario Santarsiero e con lui abbiamo deciso di parlare di teatro e narrativa.

Il blog, da quando è nato, ormai sei anni fa (2009), si è posto l’obiettivo di avvicinare i lettori di varia al fumetto, mediante l’inserimento di rubriche che raccontassero le altre arti, l’architettura, la musica, la pittura, la scultura, la poesia, la danza,  il teatro, il cinema, ribaltando lo schema classico della rivista che usava il fumetto come pausa tra una rubrica e l’altra. Dario è sempre stato in prima linea per realizzare questo obiettivo.

Ricordo che durante una delle nostre arrampicate sulle impervie montagne dei sibillini, comodamente seduti nello scompartimento del treno Dario ed io abbiamo immaginato di dare un taglio giornalistico accattivante alle sue rubriche di Teatro.

 

Vi racconterei anche di quando abbiamo fantasticato su una  ambiziosissima Storia del Teatro a Fumetti ma li eravamo in inverno sul divano davanti al fuoco con i bimbi che ci roteavano attorno e lo scotch era d’obbligo,  per il freddo, quindi non eravamo del tutto lucidi.

 

Pertanto è meglio concentrarsi sulla “mission”  delle rubriche di Willy ( William il bradipo), personaggio nel quale Dario si è dovuto calare per entrare nella nostra redazione. Intervistiamolo.

F.Caro Dario, in occasione di questo “bilancio” su quanto ci hai raccontato finora del Teatro che sensazione hai? E’ stato interessante indagare questo mondo e per te è stato appagante?

W. I miei amici che ci seguono sono entusiasti. Per me intervistare i protagonisti del Teatro, capire come lavorano, come si pongono con lo spettatore è stato molto istruttivo e questa esperienza la userò per raccontare nuove storie.

F. E’si perché tu nasci come scrittore e autore teatrale, ci hai parlato della tua esperienza in questi articoli.

RACCONTI SPARSI – intervista a Dario Santarsiero in occasione dell’uscita del suo nuovo libro.

SCRIVERE DI EMOTIVITÀ NON È FACILE

ALLORA COME VA? LA COMMEDIA TEATRALE DI DARIO SANTARSIERO

 

Ma torniamo al nocciolo dell’intervista: quale è il taglio giornalistico? quali sono state le scelte e le strategie per avvicinare il Teatro ai lettori di un mezzo così dinamico quale è la rete?

W. Realizzare un blog che parla di Teatro è stata una sfida non da poco; ma ciò creduto fin da subito. Volevo far conoscere ai miei amici e ad un “pubblico più ampio” gli aspetti meno in vista di questo mondo teatrale quali le piccole, ma non per questo meno importanti, compagnie teatrali, formate sia da professionisti che da dilettanti.

-WILLY PRESENTA DA GIOVEDÌ A GIOVEDÌ LA NUOVA COMMEDIA DI LEONARDO MADIER

WILLY E LE SCUOLE DI TEATRO. IMPARARE RECITANDO. L’INTERVISTA A SANDRO TORELLA

WILLY PRESENTA “LE RICHIESTE DI ANTON” – ATTI GROTTESCHI DI ANTON CECHOV. DI LEONARDO MADIER CON LA COMPAGNIA MADIER GROUP

WILLY INTERVISTA IL REGISTA VIRGILIO SCAFATI DELLA COMPAGNIA TEATRANTI TRA TANTI

WILLY E LE COMPAGNIE TEATRALI AMATORIALI

Volevo raccontare le realtà e le professioni che poco si conoscono come quella del fotografo di scena ( …) o del compositore di musica per teatro ( …); non ultimo fare loro partecipi  di cosa provano veramente gli attori. Insomma come ho già scritto ho voluto farvi vedere e continuerò a farlo cosa c’è dietro le quinte… senza pero svelarne tutti i segreti altrimenti si perde la magia del Teatro!

INTERVISTA AD ALESSIA FANUTTI, FOTOGRAFA DI SCENA.

WILLY INTERVISTA IL COMPOSITORE MINO FREDA

WILLY INTERVISTA IL REGISTA RAFFAELE SASSON

WILLY INTERVISTA L’ATTRICE FRANCESCA STAJANO PER DETTI E FUMETTI

-WILLY E LA PERFORMANCE ART PER DETTI E FUMETTI

F. Ci hai veramente incuriositi; ci andremo a rileggere questo percorso nel mondo del Teatro. E ora per concludere spezza una lancia in favore del fumetto che ospita le tue rubriche.

W.Che dire: leggete tanti tanti fumetti che altro non sono che un medium alla pari del Teatro per raccontare storie. Credo nella potenza narrativa del fumetto al punto di essermi trasformato in Willy il bradipo, che è con il Biondo Tartarugo e Red l’orso ha costituito la squadra degli handler, gli addestratori di Osvy il porcospino che vuole salvare il mondo recitando gli aforismi dei personaggi famosi perché come lui anche io credo che divulgare l’arte, la cultura sia la sola possibilità che abbiamo per salvare questo nostro amato pianeta. Le avventure di Osvy le potete leggere sul nostro blog DETTI E FUMETTI e presto le ritroverete raccolte insieme a tre storie dove ci sarò anche io.

F. So che non frequenti molto i social. Quindi ti do una mano a preparare un gioco con i tuoi follower. Lo sai Facebook mostra solo a un 5-10% dei tuoi follower il post che ora manderemo on air. Se non raccogli un certo numero di condivisioni e un certo numero di LIKE dopo qualche minuto dalla pubblicazione del post esso scompare dalle pagine dei tuoi follower. A Facebook  interessa l’interazione degli utenti con dei contenuti.  Ebbene con le tue interviste hai dato visibilità a tanti. Ora vediamo se loro faranno lo stesso con te. Vediamo se con questo post saremo in grado di superare quel tuo famoso post … si quello in cui ai parlato di tatuaggi artistici (WILLY E LA BODY ART. INTERVISTA A KATIA STEFANI, IN ARTE MADAME DECADENT)? E con questa scommessa ti saluto,  ciao Dario, oops Willy, a presto! Ci vediamo nella prossima rubrica.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – presentazioni – Articolo del 21 febbraio 2015]

RACCONTI SPARSI – intervista a Dario Santarsiero in occasione dell’uscita del suo nuovo libro

Dario Santarsiero nasce e vive a Roma, fin da bambino affascinato  dai fumetti che il nonno materno leggeva, inizia a scrivere brevi racconti, perfezionandosi con il tempo. Ha pubblicato con la casa editrice Albatrosilfilo “In treno da Monte Mario a Valle Aurelia e viceversa” Ottenendo un discreto successo. Scrive anche per il teatro, le sue commedie sono andate in scena con “la compagnia del Brivido”in diversi teatri di Roma.

In occasione dell’uscita del suo ultimo libro“Racconti sparsi” autoprodotto su Amazon  siamo andati a trovarlo per  intervistarlo e farlo conoscere meglio agli amici di DETTI E FUMETTI, rivista per cui Dario, nelle vesti di  Willy il bradipo, scrive di Teatro.

F. ciao Dario stavolta  da intervistatore diventi intervistato. Fa strano vero?  Sai che ti dico diamoci del lei che fa più’ cool e ci aiuta a calarci nell’atmosfera giusta.
F. Come e quando si è reso conto che le piaceva scrivere, che sarebbe diventato uno scrittore?
D. Devo la mia iniziazione a mio nonno materno, lettore sfegatato di fumetti, che mi ha trasmesso l’amore per la lettura. La scrittura e’ stata la fase successiva.
F.Segue orari/abitudini , ha un luogo/stanza dove preferisce scrivere? in che situazione ama scrivere i suoi libri?
D.Non ho un posto o abitudini precise, scrivo dove posso e quando ne ho la possibilità’,dovendomi dividere tra impegni lavorativi e familiari.
F. Ci sono scrittori disciplinati, metodici, che stilano scalette e rileggono mille volte i loro scritti; e autori che istintivamente buttano giù frasi su frasi fino a comporre un romanzo. Lei cosa fa, Che tipo di scrittore è?
D.  Sono sicuramente della seconda specie! Scrivo una intera pagina senza leggerla se non alla fine. A volte lascio “fermentare” l’intera pagina per un giorno, e poi la rileggo eliminando o aggiungendo a seconda se riesce il “tutto tondo”.
F.per descrivere i suoi personaggi a chi si è riferito qualcuno che esiste nella vita reale? Esistono o sono frutto della sua fantasia?
se sono frutto della sua fantasia, come li costruisce i discorsi ed i comportamenti di qualcuno che non e’ mai esistito?
D.La maggior parte dei personaggi e’pura fantasia, però a volte ne inserisco alcuni veri, che mi hanno colpito sulla metro o per la strada. Immaginandomi le scene i dialoghi arrivano da soli, in un certo senso sono gli stessi personaggi a suggerirmeli.
F.Ci racconti l’emozione del suo primo libro (o racconto o storia) pubblicato…
D.E’ una sensazione profonda intima. In soldoni e’ come vedere crescere il proprio figlio
F.quali scrittori l’hanno influenzato? ci consigli un libro non suo.
D.Non c’e uno in particolare, ma tanti scrittori per lo più stranieri che mi hanno influenzato. Due libri mi sento di consigliare, il primo e’ “Adriano” della scrittrice yosenaure. Il secondo e’ “il profumo”di Patrick Suskind.
F. Che ne pensa di tutti gli aspiranti scrittori che
dicono di leggere poco “per non farsi influenzare” o perché il poco tempo libero che hanno lo impiegano per scrivere. Che peso ha la cultura per lei.
D.La cultura ha un peso rilevante per me, però non mi sento di dare un giudizio su chi legge poco per non farsi influenzare. A mio avviso, il tempo lo trovi anche se leggi tanto.
F.Per lavoro so che è spesso a contatto con opere d’arte e gli piace recarsi al cinema. Quanto tutto questo contamina i suoi scritti?
D.Io adoro il cinema, che in minima parte, influisce nei miei racconti.
F. stiamo andando bene ora pero’ sdrammatizziamo un po’, sai io non intervisto scrittori e quindi ho cercato sul web le domande piu’ indicate. Te le ripropongo, vediamo come rispondi; una faceva così’:”Secondo lei uno scrittore oggi deve usare almeno 45 vocaboli diversi in 2000 battute, con tutto lo spettro della punteggiatura e un’aggettivazione misurata. Altrimenti la lingua muore.
Oppure uno scrittore oggi deve scrivere in modo semplice. Altrimenti muore lui. “Quale delle due secondo lei?
D.Sicuramente la seconda! Scrivere in modo troppo ricercato nasconde al lettore il vero spirito del libro.
F. C’è ne era un’altra: “Uno scrittore oggi deve trovarsi un lavoro che lo mantenga, scrivere il romanzo, beccare un editore, fare le presentazioni, promuoversi su internet, fare amicizia con i critici. E poi trovarsi un altro lavoro che lo mantenga….” Cosa ne pensa, si riesce a vivere di scrittura?
D.Ah, ah…il tortuoso cammino della scrittura. Vivere di scrittura è oggi un privilegio che pochi scrittori possono permettersi. Io non ne faccio parte,  lavorando ho un modo diverso di affrontare questo tortuoso cammino.
F. Lasciamo una porta aperta alla speranza. Affrontiamo l’argomento vendite. Sappiamo che uno scrittore emergente spesso addirittura paga la casa editrice per essere pubblicato. Quello affermato oggi si prendesolo  il 7% sul prezzo di copertina del suo romanzo. Ma allora l’autoproduzione e’ l’unica via rimasta? Tu l’hai intrapresa;in estrema sintesi come si fa?
D.Credo che l’autoproduzione, per chi non ha possibilità o non ha scritto il libro dell’anno, e’ una buona possibilità di farsi conoscere. Io ho scelto Amazon. Con pochi semplici click vieni guidato nell’inserimento del tuo libro, decidi tu il prezzo, Amazon si prende il 30%. Puoi sapere in tempo reale quanto hai guadagnato entrando nel tuo account. Semplice.
F. Concludiamo con il racconto della sua ultima opera e della sua genesi che poi era il vero motivo dell’ intervista.
“Racconti sparsi” è composto da una serie di storie sempre più brevi, che hanno in comune l’animo umano. Il filo inizia a dipanarsi con ”Fughe” dove un uomo scopre se stesso in una stazione di benzina. O con “E” il protagonista ha la forza di tornare nel suo passato e vivere così il presente. Osservare tutto ciò ci circonda, con distacco, ci protegge dalla vita. E’ quello che fa il portiere nel “Quello del terzo piano”. Tutti i personaggi vivono ai margini di una follia latente, che li accompagna nel loro cammino.

“Racconti sparsi”. lo trovi  facendo click  QUI  ed è scaricabile  su piattaforma kindle, Ipad,  Iphone e su dispositivi Android.

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti- sezione letteratura articolo del 3 settembre 2014]
[l’illustrazione è disegnata da Filippo Novelli]

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Willy presenta da Giovedì a giovedì la nuova commedia di Leonardo Madier

Cari amici oggi sedetevi comodi, prendete i pop corn perchè vi voglio parlare “da giovedì a giovedì”…

…o meglio vi voglio parlare di una nuova commedia dal titolo “da giovedì a giovedì” tutta incentrata sull’amore che la nostra amica, l’attrice Francesca Stajano ci propone in questi giorni.; “Da giovedì a giovedì “è messa in scena dalla Compagnia Madier, scritta da Aldo De Benedetti e diretta da Leonardo Madier.

[La Compagnia Madier]

In questa commedia si supera qualsiasi tabù anche quello del tradimento. Infatti come l’autore Aldo De Benedetti farà dire ad uno dei suoi personaggi :”L’amore è l’unica cosa che conta, l’unica cosa che vale. Tradite, tradite vostro marito, il vostro amante …. ..ma non tradite mai l’amore “.

[Elisa Fattori – Francesca Stajano]

La storia si svolge nell’apatica vita dell’alta borghesia e, sia La Madre (Francesca Stajano) che la figlia di lei (Elisa Josefina Fattori) interpretano due facce della stessa medaglia, cioè apparire più che essere. Ma mentre la prima è più smaliziata e non guarda che al presente, circondandosi di lusso e sregolatezza, la figlia, ha una vena romantica e fa di tutto, per ingelosire il distratto marito, interpretato dallo stesso regista della commedia Leonardo Madier, con una tale ambiguità che quest’ultimo assume un investigatore privato(Giancarlo Martini) per pedinarla. E lo farà appunto “Da giovedì a giovedì” Quando il marito sarà fuori per lavoro tutta la settimana.

La divertente commedia,sarà al Teatro Testaccio via Romolo Gessi 8 dal 20 al 25 maggio ore 21 , domenica ore 18.
Vi aspetto, ciao Willy

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI- sezione teatro – articolo del 13 maggio 2014]

 

 

Willy e la BODY ART. Intervista a Katia Stefani, in arte Madame Decadent

Cari amici dopo avervi parlato di Performance Art non potevo non addentrarmi in una sua crrente, la Body Art. Per l’occasione sono andato ad intervistare Katia Stefani, ai più nota come Madame Decadent

W. Ciao Katia! Sorriso aperto e  stretta di mano vigorosa, decisa, che mette ha proprio agio. Parlaci un po’ di te.

M.   Più che parlare di me, preferisco parlare del mio lavoro. Certo il mio percorso di vita influenza, certamente, il risultato finale del lavoro stesso. Per quel che mi riguarda non riesco a scindere vita vissuta da vita artistica. C’è un intreccio invisibile che non riesco a comandare. Nasco principalmente come pittrice, ma il mio modo deciso di approcciarmi alle superfici da dipingere mi hanno portata ad una richiesta sempre maggiore di dipingere pubblicamente, da lì sono entrata a far parte di una compagnia teatrale. Il mio compito era dipingere senza alcuna traccia enormi teloni bianchi che scandivano i tempi dello spettacolo, senza mai uscire di scena. Fu una dura prova ma si potrebbe dire che quello fu il tuffo che mi fece acquisire la sicurezza necessaria per mettermi a lavorare da sola su performance più concettuali. Dipingo su ogni supporto, con ogni materiale e in qualsiasi situazione, cerco di  non pormi limiti e affrontare ogni novità come una sfida. Nelle mie performance mantengo un controllo maniacale che mi porta a gestire in prima persona ogni aspetto della performance stessa, dalla musica alle luci ecc.

(Foto di Flavio Parente)

W. Il tuo nome è Katia Stefani, perché cambiarlo in Madame Decadent?

M. Quando nacque Madame Decadent, non avevo idea che potesse assumere un’identità così precisa, diventare in maniera così chiara il mio alterego. Madame Decadent nasce da sola, lei c’è sempre stata dentro me,  solo non aveva un nome. Il nome le è stato dato per gioco, nato dal mio amore per le ambientazioni decadenti vittoriane. Madame Decadent è il mio demone tormentato, lei è la sola che sale sul palco, lei è colei che dipinge, che strappa e inchioda. Questa scissione di personalità mi permette di essere più concentrata sul mio lavoro e lasciare la Katia di ogni giorno sotto al palco. Per una volta mostrare con fierezza quei demoni che ogni giorno per riuscire a sopravvivere teniamo nascosti.

W. Non posso fare a meno di notare i tuoi innumerevoli tatuaggi, a che età il primo, e perché?

M. Il mio rapporto con i tatuaggi è sempre stato molto forte, ricordo che da bambina inventavo storie con i tatuaggi che mio padre aveva sul suo corpo. Passavo le ore a far parlare quei disegni. In più sono cresciuta con la bellissima storia d’amore dei miei bis nonni che ha alimentato la famigliarità con questa antica pratica. Mio nonno era un marinaio e aveva entrambi le braccia tatuate, innamorato della mia futura bis nonna per l’ennesima volta andò a chiedere  la mano alla famiglia di lei e per l’ennesima volta si senti rifiutare, causa le sue braccia tatuate. Dopo l’ennesimo no tornò nella fabbrica di pelati dove lavorava, dopo aver lasciato il mare per dimostrare le sue buone intenzioni, e affondò entrambi le braccia nell’acqua bollente che serviva per bollire i pelati. Si ustionò, ma i tatuaggi rimasero sotto la pelle lucida. A questo punto la famiglia della mia bis nonna capì quanto le sue intenzioni fossero serie, così acconsentirono per il matrimonio. Quindi è comprensibile l’amore e il legame stretto che ho il tatuaggio e nemmeno c’è troppo da stupirsi se il mio primo tatuaggio l’ho fatto a tredici anni con ago e china da sola nella mia cameretta!

 

W. L’Abramovic  è un caposaldo della Body Art, lo è anche per te?

M. L’Abramovic è sicuramente una dei massimi rappresentanti dell’Arte performativa anche se devo dire a malincuore che alcuni dei suoi ultimi lavori non mi hanno entusiasmata. Sono sicuramente molto più legata e ispirata dall’ Abramovic degli anni settanta, più tangibile e meno eterea. Sono molti gli artisti che mi ispirano e a cui devo molto. Mi piace attingere ispirazione anche da fonti più disparate, cercare nella totale diversità di visione credo sia molto utile.

(foto di Mirko Turini)

W. Alcune forme estreme di body Art possono spingere il corpo fino al limite, ad esempio nell’azionismo viennese, che mortifica in pratiche dissacranti e profanatorie il corpo umano, coinvolgendo anche la religione. Tu come ti rapporti con le forme estreme?

M. Adoro gli estremismi ma per entusiasmarmi devono essere davvero tali. Ad oggi vedo molta voglia di dissacrare fine solo a se stessa, con poco spessore dietro. Spesso vengo associata alla Body Art Estrema per via dei tatuaggi ma il mio lavoro è completamente diverso, la direzione direi opposta. Il mio scopo è arrivare nello stomaco dello spettatore senza sangue, senza tagli, riuscire a colpire più dove fa male solo con la pittura. Questa è la mia sfida.

(foto di Mirko Turini)

W. Nelle tue performance comunichi un chiaro disagio interno, questo stato, lo esprimi al meglio in un ambiente metropolitano o fuori, in aperta campagna ?

M. Ad oggi ho principalmente lavorato in ambienti metropolitani ma vorrei studiare una specifica performance per ambientazioni naturali. Se dovessi scegliere una locazione naturale in Italia, sceglierei l’abbazia di San Galgano a Siena, è un’ambiente davvero magico.

 

W. A cosa si ispireranno le tue future performance?

M. Le mie future performance saranno, come sempre è stato, il risultato della vita che vivrò. Filtrata, assimilata e rielaborata per diventare la mia opera. In questo momento, dopo un periodo di pausa, mi sono rimessa a studiare un nuovo lavoro che parlerà di costrizione e privazione.

(foto di Paola Panicola)

[L’uso delle foto di FLavio Parente, Mirko Turini e Paola Panicola è stato autorizzato dagli autori e dall’artista Katia Stefani]

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI -sezione Teatro – articolo del 25 gennaio 2014]

[Illustrazioni di Filippo Novelli – tutti i diritti riservati]

WILLY e la PERFORMANCE ART per DETTI E FUMETTI

Mi sono reso conto di aver tralasciato, non volutamente, una, lasciatemi passare il termine, costola del teatro: La Performance art.

Inizia negli anni sessanta, con artisti come Allan Kaprow, che inventò il termine happening, Vito Acconci, Hermann Nitsch e Joseph Beuys, Wolf Vostell e Nam June Paik. Alcuni studiosi fanno risalire la performance art agli inizi del XX secolo. I Dadaisti, ebbero un ruolo  di primo piano, con la loro poesia non convenzionale, tenute spesso al Cabaret Voltaire di Zurigo da Richard Huelsenbeck, Tristan Tzara e altri. La Performance art non è confinata alla tradizione artistica europea; anche in  altri paesi come  Asia, America Latina, e in altre parti del mondo.

È una forma artistica dove l’azione di un individuo o di un gruppo, in un luogo particolare e in un momento particolare costituiscono l’opera. Può avvenire in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, o per una durata di tempo qualsiasi.

Gli happening sono una forma d’arte contemporanea che nasce come abbiamo detto, da Allan Kaprow (18 Happenings in 6 Parts, New York, 1959) che si struttura, non tanto sull’oggetto ma sull’evento che si riesce ad organizzare. Lo “happening” è una forma di teatro dove diversi elementi si sottraggono alla logica, compresa l’azione scenica che può risultare priva di ispirazione, sono aggregati e organizzati in una struttura a compartimenti.

 

LIVE WORKS performance art award, Curandi Katz foto: alessandro sala – Cesuralab per Centrale Fies

 

negli happening l’artista tende a far crollare la quarta parete tra lui e il pubblico  togliendolo dal ruolo di fruitore passivo. E, In alcuni casi lo coinvolge, anche per denunciare, una situazione di degrado, come nel caso del fotografo e performer Augusto De Luca, che ha organizzato una partita di golf nelle buche stradali di Napoli.

Gli happening si svolgono generalmente, all’aperto come una sorte di irruzione nella quotidianità. Come  in quelli del fotografo statunitense  Spencer Tunick che coinvolgendo una massa di persone nude, è arrivato a fotografarne nel maggio del 2007, a Città del Messico, battendo il suo record personale oltre 18.000 persone ne El Zócalo, la piazza principale della città.

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Teatro – articolo del 25 gennaio 2014]

 

 

Willy e le scuole di teatro. Imparare recitando. L’intervista a Sandro Torella

Imparare recitando

Anche i più fortunati che  hanno ricevuto in dono dal dio Apollo, la sacra arte della recitazione, devono essere guidati da un ottimo maestro se vogliono affinare e migliorare il proprio talento.

Tornado nel mondo delle persone normali, tutti posso cullare il sogno di poter recitare almeno una volta nella loro vita su di un vero palcoscenico, che non deve essere per forza uno dei più famosi in Italia, ne basterebbe uno di trenta posti, tanto per cominciare. Ma per farlo servono le scuole di teatro. A Roma come in qualunque altro posto della Penisola, si possono trovare  buone scuole gestite da attori che hanno deciso di condividere con degli allievi le loro esperienze accumulate da anni di duro lavoro. Frequentare un corso di recitazione  può dare  una spinta favorevole alla propria autostima. Il mettersi in gioco salendo sul palcoscenico e recitare una parte in una commedia o in un dramma, apre porte che il possessore non sapeva di avere. Un esempio concreto me lo ha dato una mia amica. Con una decisione stoica, lavoro, casa, si è iscritta ad una di queste scuole; si è lasciata travolgere dall’entusiasmo e soprattutto, guidare dal suo maestro, tanto che, ad ottobre, ha debuttato con una compagnia amatoriale proprio in un teatro da trenta posti; il regista era così entusiasta che le ha assegnato un monologo nel secondo atto. Ottenendo un ottimo successo. C’è anche chi si iscrive perché sa, che per la carriera che vuole intraprendere, dovrà parlare alle conferenze per esporre le proprie idee o le sue scoperte in campo scientifico, e cosa c’è di meglio di un corso di recitazione, per coinvolgere e attirare l’attenzione su di se.

Insomma, andare a scuola, non è da poveri sfigati, che sperano un domani di calcare le tavole dei più famosi palcoscenici d’Europa, è riconoscere i propri limiti e  grazie a loro, fare di tutto per superarli.

INTERVISTA A SANDRO TORELLA

Oggi intervistiamo sull’argomento scuole di teatro, l’attore Sandro Torella che è ildirettore artistico al teatro Duse ne dirige la scuola comica  Essere attori”.

Sono atteso da Sandro all’ingresso del teatro

 W. Ciao Sandro come va!?

S. Ciao Willy tutto bene, vieni entriamo che ti offro un caffè così parliamo con calma

 W. Allora Sandro iniziamo col parlare un po’ di te

 S. La domanda più difficile a cui rispondere, mi costringi a mentire. Scherzo. Forse. Sono un individuo in continua evoluzione, questo posso dirlo con certezza. Forse faccio sempre le stesse cose o quasi ma in modo diverso nel tempo. Cerco di capire, di andare oltre, è la mia natura. Sia nel teatro che nel privato in genere. Amo vivere piuttosto che lasciarmi vivere. Sono più che altro come mi vedono gli altri e non mi piace molto parlare di me, tendo ad osservarmi poco da fuori, soprattutto negli ultimi anni. Mi limito a vivere.

 W. So che hai scritto un libro “Essere attori” editato  da Cultura e Dintorni Editore.

Ce ne vuoi parlare

 S. Si, nasce come “appunti da un corso” per una questione di comodo, di utilità pratica per me e per i discenti. Nel senso che era utile per me fare un quadro della situazione rispetto a ciò che mi muove ad agire come insegnante/regista e per gli allievi attori può essere un utile promemoria. Poi di fatto è diventato un utile promemoria anche per me: rileggo quel che ho scritto e ci trovo cose nuove! Strano ma vero. L’idea è nata da una mia allieva che prendeva appunti alle mie lezioni (faccio anche un po’ di teoria) trovandole molto interessanti, lei era o è una ricercatrice di antropologia, se non sbaglio. Lei stessa aveva contatti con la casa editrice e mi hanno spinto e aiutato a rendere questi appunti una pubblicazione. Non mi sento un autore, detta in breve. Lo sono incidentalmente ma per una nobile causa, nel senso che quel che c’è scritto su quel libro è una sintesi di anni di lavoro, in cui credo molto. Era opportuno impegnarsi a mettere su carta queste esperienze, credo. Anche perché oggi in Italia ci sono molte teorie e molto confuse. Questo libro può fare molta chiarezza, se qualcuno avesse voglia di leggerlo. Lo ritengo un piccolo strumento ma molto utile.

W. Quando ti sei reso conto che volevi fare l’attore, a quale scuola ti sei rivolto?

S. A una delle tante scuole private. Sono un po’ tutte uguali, seguono gli stessi criteri. Dicono di fare un lavoro sulla “verità” di scena ma poi di fatto non sanno neanche di cosa  si tratti. L’accademia statale peggio ancora. Poi qualcuno fa qualcosa di diverso ma non c’è chiarezza. Non c’è un minimo denominatore comune, una regola di base comune e imprescindibile: ognuno fa il suo, un po’ diverso, che prevede sempre la “falsitàˆ” in scena. Basta poi vedere una fiction o uno spettacolo a teatro. L’attore finge sempre. Non mi invento nulla. Ti giro la domanda: c’è un attore anche solo uno che ti “colpisce al cuore” che ti emoziona? C’è un attore anche solo uno che sappia veramente “cambiare forma” quando cambia ruolo, senza bisogno di artifici e parrucche?

 W. Come e quando hai deciso di aprire una scuola di recitazione?

 S. E’ successo per caso. Stavo lavorando con attori professionisti come regista e come al solito andavo incontro ai soliti problemi di comprensione. Il fatto che non ci sia una chiara regola comune nella formazione rende poi impossibile un vero lavoro attoriale e di regia. Lo spettacolo è l’incontro tra gli individui attraverso il confronto e la crescita. Finiva per diventare uno scontro fine a se stesso per l’incapacità di confrontarsi in modo costruttivo. Mancavano i giusti punti di riferimento, un modo di lavorare comune a tutti, principi solidi e incontestabili. Sembrava come al solito la fiera dell’ego. Per cui ho detto a me stesso: quel che non ho, me lo costruisco. E ho creato questa nuova scuola. Nuova nei presupposti. Mi sono messo in discussione più volte nella mia vita e nella mia attività di attore e regista. Ho fatto tanti tipi di spettacolo e ho lavorato anche io in modo “falso” e l’ho voluto correggere in “verità” di scena con grande fatica e grande soddisfazione. Credo molto in quel che faccio e nella possibilità di un cambiamento vero.

 W. Perché insegnare teatro comico?

 S.  Non insegno solo teatro comico! credo molto nel lavoro sulla verità  anche nel comico. Il comico è una delle possibili dinamiche. Il comico non per forza è intrattenimento. Purtroppo oggi si crede che il teatro debba essere intrattenimento! Il teatro per sua natura non è intrattenimento. Assolutamente no. Può esserlo o meglio si può fare dell’intrattenimento a teatro, ma la natura del teatro è la possibilità evolutiva. Il teatro deve scuotere, deve emozionare. L’intrattenimento è omogeneizzazione, serve a distrarre. Su questo poggia l’inganno: si crede che il “teatro impegnato” debba essere noioso e quello leggero sia divertente. Dipende come lo fai! Se il teatro impegnato è “falso” e non emotivo è chiaro che annoia. Cosi come un teatro leggero recitato in modo finto e artefatto rischia di non far ridere o di non lasciare nulla in memoria. Mi capita di vedere commedie a teatro e non ricordarmi neanche la trama. Possono fare ridere al momento ma non resta nulla in memoria. Sono atti inutili. Momenti di intrattenimento che non possono definirsi teatro, ma possono legittimamente essere eseguiti all’interno del luogo teatro.

Quando però diventano l’unica possibilità di fare cose a teatro e in più vengono “confuse” con la parola prosa e con la parola cultura, siamo di fronte allo sterminio delle funzioni primarie del teatro e delle possibilità relazionali tra gli individui. Stiamo andando verso la società degli emarginati tecnologici fieri della loro incapacità relazionale.

Per questo difendo con tutto me stesso la verità in scena e il teatro capace di raccontare e emozionare veramente. Per questo ti chiedevo se conosci attori che ti sappiano colpire al cuore.

 W. Quale è il target con cui vorresti lavorare  e perché?

S.  Il mio target ideale è chiunque. Il teatro come atto di condivisione riguarda tutti, nessuno escluso. Chiunque può essere attore. Anche lo spettatore è attore, nel senso che partecipa attivamente all’incontro teatrale se l’incontro lo permette. E questo non significa salire sul palco o parlare ma significa essere coinvolto emotivamente, respirare il respiro della verità in scena. Se gli attori fingono, lo spettatore è costretto all’alienazione. Purtroppo siamo di fronte alla situazione inversa: spettatori talmente abituati al distacco e alla finzione in scena che se si trovano di fronte ad attori veri, che non fingono, si offendono. Non vale forse per le nuove generazioni, ma gli anziani pretendono quasi la finzione, la macchietta, l’assurdità, perché drogati di televisione.

La finzione in scena è un’altra dose, purtroppo. Per questo ritengo che il ricambio generazionale del pubblico debba allinearsi con la “verità” in scena degli attori e dei registi, con un teatro contemporaneo vero. Altrimenti si estinguerà il teatro e nei pochi teatri che rimarranno si farà intrattenimento di quart’ordine. Ci sta già accadendo ora! E’ l’ultimo momento per invertire la rotta.

 W. Cosa vorresti sentirti dire da i tuoi  allievi?

 S. Ciò che già mi dicono. Sono tutti in linea con questo mio pensiero, non perché io sia un genio o li violenti, ma perché una volta evidenziato è di facile lettura. Se si capisce il problema è impossibile non cambiare rotta. E’ naturale. Il “falso in scena” è come il male: perde. Sempre. Può resistere ma non ha possibilità, è destinato a cedere.

 W. La soddisfazione più grande?

 S. Far si che questo accada a velocità esponenziale.

W. Un ultima domanda di rito, cosa stai preparando?

S. Riporterò in scena al teatro Duse, per il quarto anno consecutivo ” fanculo il PIL”

Dal 16 gennaio al 19 gennaio 2014.

Allora Ti aspetto a teatro, ti do l’indirizzo:

Teatro Duse Via Crema 8 – 00182 Roma (zona Re di Roma)
info: 06.70305976 340.6485291

W. Ci sarò, grazie Sandro a presto!

 [Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione TEATRO – articolo del 29 novembre 2013] – illustrazioni di Filippo Novelli – diritti riservati.

Willy presenta "Le richieste di Anton" – Atti grotteschi di Anton Cechov. di Leonardo Madier con la compagnia Madier Group

Salve amici, Francesca Stajano,  una nostra vecchia conoscenza che recentemente abbiamo intervistato,si getta in una nuova impresa, e, con la  complicità della Compagnia Madier Group, presentano, al Teatro le Salette,“Le richieste di Anton”-Atti grotteschi di Anton Cechov.

[…]Perchè Cechov autore teatrale è innovativo: […] perchè crea una struttura drammaturgica nuova caratterizzata dalla soppressione dell’eroe a beneficio del gruppo – un coro sprovvisto di centro dove ciascuno conserva tuttavia la sua individualità -, dai piccoli intrighi distribuiti tra personaggi anch’essi episodici, dal miscuglio dei generi (dramma, farsa, commedia, tragedia), dall’importanza del tempo e dalla composizione paradossale.

Se c’è poca azione apparente, se i personaggi si distinguono per la loro aspirazione a trasformare il mondo e la loro inanità, sono tuttavia lungi dal rimanere inattivi in scena: Cechov li presenta in un quotidiano scelto, d’occasione, sia durante feste familiari (anniversari, incontri ufficiali, balli, scampagnate), sia durante eventi drammatici (incendi, vendita di una proprietà, partenze), altrettanti punti di snodo delle vite individuali e collettive. […](brano tratto dal sito La frusta.it  potete approfondire QUI )

Ma torniamo al nostro spettacolo: “Le richieste di Anton”-Atti grotteschi di Anton Cechov, diviso in tre atti unici, è un divertente spettacolo che vi farà conoscere un Cechov inconsueto.

I tre atti si intitolano: “l’Orso”, “Il tabacco fa male” e “La domanda di matrimonio”.

Nel primo vediamo una vedova alle prese con un nervoso creditore. Nel secondo, una conferenza sul tabacco, si trasformerà in qualcosa di inaspettato. Nel terzo, un timido e una zitella cercheranno di trovare l’amore.

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – Sezione Teatro – articolo del 11 ottobre 2013]