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Willy intervista Il regista Virgilio Scafati della compagnia Teatranti Tra Tanti

Cari amici oggi intervisto Virgilio Scafati il regista della compagnia “Teatranti Tra Tanti” e promuovo la loro commedia in scena in questi giorni.

Vado a trovarlo al teatro Duse dove la Compagnia debutterà con una commedia dal titolo “Doppie punte” Scritto da Fabio Salvati dal 27 al 29 settembre 2013.

W. Ciao Virgilio, ti disturbo!?

V. Ciao Willy, assolutamente, sapendo del tuo arrivo ci siamo presi un momento di pausa

W. Come stanno andando le prove!?

V. Bene, la compagnia è motivata, quindi ce la mettono tutta per riuscire nell’impresa.

W. Prima di rivolgerti alcune domande, mi sono informato sulla vostra compagnia, vediamo se le informazioni che ho in mio possesso sono esatte, dunque:

La compagnia teatrale amatoriale Teatranti Tra Tanti, in breve T.T.T., nasce nel 2007 per iniziativa di un gruppo di amici da sempre appassionati di teatro e che fino ad allora si erano impegnati in sporadici spettacoli di piazza. L’obiettivo è mettere in scena commedie, soprattutto, ma non necessariamente, comiche da portare in giro per i teatri Italiani.

L’esordio è del 2007 con “E’ una caratteristica di famiglia” di Ray Cooney, rappresentata con discreto successo sia a Roma sia in Abruzzo. Dopo uno stop di circa un anno e mezzo per seri impedimenti occorsi ad alcuni componenti della compagnia, si ritorna in scena nel 2010 con “Il mistero dell’assassino misterioso” di Lillo e Greg, commedia portata in giro con grande successo per due anni in vari teatri italiani e che ha portato alla compagnia il premio gradimento del pubblico al concorso “Passaggio a Teatro” svoltosi a Passaggio di Bettona (Pg), e quello per Miglior allestimento scenografico al concorso “Il Confetto d’Oro” svoltosi a Sulmona (Aq).

Dalla fine del 2012 la compagnia comincia a lavorare a più progetti di vario genere e nasce così lo spettacolo “Anche i Pink Floyd possono sbagliare” scritto ed interpretato da Alessandro Martorelli cofondatore con Virgilio Scafati della compagnia.

A settembre 2013 è la volta di Virgilio Scafati di portare avanti un progetto nuovo e diverso dagli altri finora rappresentati, nasce quindi “Doppie punte”, due atti che alternano momenti di ilarità ad altri altamente drammatici.

Ho dimenticato qualcosa!?

V. Perfetto, le tue informazioni erano esatte.

W. Bene, ora Puoi farci una sinossi di “Doppie punte”?

V. Il primo atto si intitola “Era perfetta” e racconta di una giovane ragazza che si presenta al cospetto di un altero e tracotante selezionatore per un colloquio di lavoro presso una finanziaria. Inizialmente sembrerebbe che la giovane debba venire soverchiata dai modi di fare del selezionatore ma le sue risorse le permettono di capovolgere la situazione anche grazie all’inattesa collaborazione di un simpatico barista dall’aria spensierata ma che ricorda un po’ il grillo parlante di Collodi. L’atto si chiude con un “piccolo” colpo di scena e con il selezionatore lasciato a fare i conti con la propria personalità fanciullesca.

Il secondo atto si intitola “Un bene dell’anima” si svolge nel retrobottega di una parrucchiera dove una donna di mezza età, nata e cresciuta in una borgata romana, è in attesa che la sua amica Sabrina, occupata con un’altra cliente, possa dedicarsi a lei. Nell’attesa nasce un falso monologo in cui Ornella, la protagonista, ripercorre un po’ la sua vita raccontandola alla sua amica coiffeur e tra momenti di euforia e qualche depressione tira un po’ le somme dei suoi primi cinquant’anni ma non immagina che il finale le riserverà una amarissima sorpresa.

W. Della compagnia abbiamo parlato ed accennato allo spettacolo, ora parlaci un po’ di te, quando e come sei stato contagiato dalla passione per il teatro

V. da bambino ho visto tanto teatro in televisione. Il venerdì su RAI2 c’era sempre una commedia (altri tempi) ed io me le guardavo tutte, comiche e drammatiche. Poi intorno ai 13 anni, durante le vacanze estive, ho visto alcuni miei amici più grandi fare uno spettacolo in piazza; ne rimasi folgorato tanto che l’anno successivo feci di tutto per essere anche io sul palco in piazza. Infine all’età di 22 anni più o meno, fui chiamato da un collega a far parte di una compagnia amatoriale dell’azienda in cui lavoro e da allora, salvo qualche pausa di riflessione, non ho più smesso. 

W. Quando assegni un ruolo su cosa basi la scelta

V. mi piacciono molto le scommesse, cioè vedo una persona che mi ispira, mi piace e penso che potrebbe fare un determinato ruolo e cerco di raggiungere l’obiettivo. A volte vinco altre volte pareggio… Poi ci sono attori della mia compagnia che conosco da troppi anni e so già che in un certo ruolo potrebbero fare faville.

W. Come vedi la figura dell’attore nella realtà quotidiana, come può contribuire all’interno della società?

V. Consiglio a tutti di provare almeno una volta a fare l’attore; è meglio di una seduta dallo psicologo. Recitare fa bene alla mente e credo che il mondo e la società possono solo guadagnarci ogni volta che qualcuno decide di fare l’attore.

 

W. Il regista ha delle responsabilità non solo verso gli attori ma anche nei confronti del pubblico, è vero secondo te?

V. si, ma fino ad un certo punto. Non bisogna fossilizzarsi troppo con l’idea di pubblico. Uno spettacolo si può fare anche davanti ad un solo spettatore ma soprattutto non bisogna “prostituirsi” cioè cercare il gradimento e l’applauso a tutti i costi. Se si crede in un testo si deve portare in scena anche rischiando critiche feroci o un flop di pubblico.

W. il classico sogno nel classico cassetto?

V. un sogno solo?  ne avrei tanti piccoli e grandi. Vorrei fare ,come regista ed attore, “E fuori nevica” di Vincenzo Salemme ma lui non concede a nessuno i suoi testi e questo lo rispetto ma non lo capisco. Mi piacerebbe anche poter fare “Rumori fuori scena” ma con la scenografia originale su due piani. Ma forse la cosa che mi piacerebbe di più è sentire un giorno qualcuno che mi ringrazia per averlo avviato al teatro.

W. Bene ti ringrazio , ti lascio alle prove, ma prima vogliamo ricordare l’appuntamento ai lettori di Detti e Fumetti?

V. Ma certamente, lo spettacolo sarà al teatro Duse via Crema n 8 (Zona Re di Roma) con la commedia “Doppie punte”. Dal 26 al 29 settembre ore 21, domenica ore 18

[info: 06.70305976 340.6485291.] Vi aspetto, ed aspetto te caro Willy!

W. Non mancherò all’appuntamento!

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti-sezione Teatro – articolo del 27 settembre 2013]

Willy e le compagnie teatrali amatoriali

Cari amici oggi voglio parlarvi del volto nascosto del teatro: Le compagnie amatoriali.

Fatto salvo quelle messe su per far ridere parenti e amici, sono una vera e propria risorsa, nascosta ma molto importante. Nascono dalla passione di persone che amano il teatro ma che per svariati motivi non lo hanno trasformato in una professione. E forse, è stato meglio così. Proprio perché non dipendono, dal punto di vista economico da grosse produzioni che pretendono modifiche al copione o impongono quell’attore piuttosto che un altro, possono scegliersi sia gli attori che i copioni. I registi e, qui non c’è nessuna differenza tra amatoriali e i cosiddetti professionisti, sanno magistralmente guidare la compagnia verso il successo dello spettacolo o verso il fallimento, come del resto fanno gli affermati.

Questo non significa che essere regista di una compagnia amatoriale, sia tutto rose e fiori, anzi il più delle volte ci si deve barcamenare tra scogli di vario genere, dalla malattia “prime donne” per esempio. Ne sono colpite e colpiti, anche gli uomini non fanno eccezione, almeno un paio in ogni compagnia. La prima conseguenza è una continua rivalità, coinvolgendo la compagnia e che finisce, se non fermata in tempo, ad una sorta di schieramento, i Chiariani e gli Andreani; cioè nella compagnia si formano due schieramenti, chi parteggia per Chiara e chi per Andrea.

Provocando sguardi torvi e incomprensioni che sfociano inevitabilmente in litigi.  Questa malattia non provoca problemi solo dietro le quinte, anche sul palco, perché non si sa mai chi ci può essere tra il pubblico questa sera! C’è il problema a volte molto difficile da superare quello del rischio “divorzio”. L’altro coniuge che tollera questa bizzarria del teatro, come una cosa che si risolverà nel giro di poco tempo, etichettandola come: ”Tanto si stancherà presto!”. Scopre invece che non è così; arrivando quindi al fatidico bivio: “O me o loro!”.

Di solito questo avviene a poche settimane dal debutto, provocando agitazione e gastrite al regista, che se la situazione volge al peggio deve trovare una sostituzione valida altrimenti salta lo spettacolo. Se da un lato il problema economico non ha rilevanza dall’altro lato ce l’ha. La compagnia si autofinanzia e anche questo problema confluisce nella voce divorzio. “Perché non solo sottrai  tempo alla famiglia con queste sciocchezze, ci butti anche i soldi sopra!”.

Di conseguenza almeno rientrarci con le spese è prioritario se si vuole evitare di riformare ogni volta il gruppo per le inevitabili defezioni che l’aut-aut impone. Vincere la diffidenza degli impresari, non è difficile, basta garantirgli un fisso a sera, quanto quella degli spettatori, passata la prima e seconda serata coperta per la maggior parte da amici e parenti, con le altre, in media lo spettacolo resta in piedi per quattro cinque serate, ci si affida al passaparola, e questo come si può ben immaginare, non lascia molti margini di tranquillità. Ecco per quale “periglioso mare” naviga la compagnia. Ma nonostante tutto, riescono a portare, non sempre a buon fine lo spettacolo. Tutto questo per sottolineare le difficoltà che la maggior parte del pubblico ignora. Etichettando le compagnie amatoriali come un semplice passatempo.

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Teatro -articolo del 27 settembre 2013]

[Illustrazioni di Filippo Novelli] – tutti i diritti riservati

WILLY intervista il compositore Mino Freda

Diventare compositore  non è cosa facile. Bisogna avere non solo la sensibilità per far “uscire” le note giuste da uno strumento, ma anche una fervida immaginazione, per trasportarti con la musica in paesi lontani. A Questo penso mentre mi fermo davanti alla
palazzina dove ha lo studio di registrazione  Mino Freda.

Mino mi accoglie sulla porta con una calorosa stretta di mano, poi mi invita ad entrare in una atmosfera decisamente “musicale”.

Nella sala di incisione dove sulle  pareti ci sono i riconoscimenti della passione di Mino per la musica,  troneggia un mixer da regia a cui si affida per creare le sue melodie.

La sua creatività, lo ha spinto a sperimentazioni sempre più mature; così è stato per la radio e la televisione. Le colonne sonore dei vari programmi, e in particolare nel cinema una su tutte il film “Le rose del deserto” del regista Mario Monicelli, hanno  lasciato un segno indelebile non solo nella sua carriera ma anche nel suo animo.

Ovviamente la cosa che mi sta più a cuore, come potete immaginare, è il suo interesse per il teatro.

Tra i vari lavori ha musicato “Allora come va!?” ( il mio ultimo lavoro andato in scena al Manhattan  di Roma, NdA)

 

[W.] A che età e cosa ha scatenato in te la passione per la musica?

 [M.] Non ci crederai, ma sembrerebbe un racconto d’altri tempi. Il mio amore per la musica è nato in una chiesa nella periferia di Roma, la mia parrocchia d’infanzia, a sei anni, quando facevo il chierichetto. In quella chiesa c’era un organo con circa 6500 canne – è uno dei più grandi d’Europa – e di certo non poteva rimanermi indifferente. L’imponenza del suono era così coinvolgente che di ritorno a casa non facevo che suonare un vecchio Bontempi simulando le parti della Messa. In seguito, nel periodo della formazione, la musica sacra antica è stata per me importante per il rigore e la ricchezza delle tecniche contrappuntistiche che sono indispensabili se vuoi comporre musica.

 [W.] Un compositore prestato al teatro, cosa hai provato, visto che vieni da esperienze cinematografiche?

 [M.] Di solito il mio contributo sonoro nel teatro nasce sempre in accordo con il regista che condivide sovente un’idea dell’”uso” del suono che ritrovi poi nel cinema. Se la musica nel teatro conserva in molti casi un impianto da “commento” o qualche volta svolge una funzione specifica per la scena, l’uso del suono e dei rumori tende invece a interagire con il testo drammaturgico e in molti casi lo amplia. Ad esempio, proprio con il regista Raffaello Sasson, (nel tuo “Allora come va”) – anche lui proveniente da esperienze cinematografiche – abbiamo usato il suono secondo le tipiche modalità cinematografiche, con un’attenzione spaziale ben precisa e non solo come apporto evocativo. Insomma, il teatro ha modo di tirarsi fuori dal testo; il suono, in qualche modo, contribuisce così a costruire uno spazio scenico più profondo e più realistico. Quello che voglio dire è che il suono non è solo un condimento, oppure un elemento cha ha una specifica funzione all’azione. Ha un corpo; una sua entità fisica alla stregua della presenza attoriale, della voce, della scenografia, delle luci, etc.

 [W.] Quale è la differenza  emotiva nel musicare un film o uno spettacolo teatrale?

 [M.] Sono due situazioni diverse. Il cinema è una grande macchina che pretende perfezione perché tutto ciò che sarà prodotto deve permanere su una pellicola il più a lungo possibile, per cui ogni elemento partecipa a rendere l’opera “eterna”. Nel teatro l’unico elemento stabile è il testo, per il resto tutto è affidato all’estemporaneità e alla precarietà del tempo … ogni riproposizione del testo è diversa, cambia la compagnia, le scene, i costumi e ogni altra cosa, compreso l’eventuale presenza di musica, di suoni etc.

In fondo se parliamo di teatro di prosa, cioè escludendo forme come le sperimentazioni multimediali o quello di carattere musicale (l’Opera, il musical, la commedia musicale etc.), l’attenzione al suono e alla musica è di solito secondaria. Il più delle volte l’opera teatrale si condisce all’ultimo con qualche intervento di musiche originali e con qualche suono di scena. E’ difficile trovare un testo impregnato di suoni o di musiche con valenze drammaturgiche. Come dire, partire dal suono, così come avrebbe fatto nel cinema uno Stanley Kubrik.  L’idea di teatro borghese, “contemporaneo”, imperniato sul solo “testo”, denota tra l’altro come esso sia lontano dalla sua origine, da quel teatro antico, dove termini come coro, orchestra, riportano a forme di esecuzioni musicali, in cui il testo era intonato e accompagnato da suoni. Questo basterebbe farci riflettere su quanto in passato siano state così vicine le due arti.

 [W.] Cosa ti senti di dire ai giovani compositori che vogliono intraprendere la tua stessa carriera?

 [M.] Il contributo da parte di noi compositori è quello di apportare il massimo di esperienze che provengono da svariate forme e stili musicali. Per questo mestiere occorre essere poliedrici e conoscere moltissimi generi e adattarsi a ogni richiesta proveniente dal regista o dalla produzione. Purtroppo, il panorama musicale odierno è caratterizzato da un’estrema classificazione di generi e pertanto il rischio è quello per cui un regista spesso è costretto ad adattarsi ad un’offerta che potrebbe essere non consona alla richiesta, con un risultato inevitabilmente mediocre. Condivido ciò che consiglia il maestro Morricone: “Il compositore di musica applicata deve conoscere le tecniche di composizione, di orchestrazione e  conoscere bene generi come la musica classica, pop, jazz, la musica popolare etc.; a questo bisogna aggiungere un’ eccellente conoscenza della computer music. Da parte mia consiglierei anche una bella dose di letture, di conoscenza del teatro, del cinema, della danza e finanche delle arti visive. Un po’ troppo? No, solo tanta curiosità per scoprire la “bellezza” nascosta pronta per essere donata agli altri!”

 [W. ]Grazie Mino, a presto!

[M.] Grazie a te Willy, Arrivederci!

“Unchained Souls – soundtracks”, ultimo cd di Mino Freda (CNI 2013)

NOTE BIOGRAFICHE

Mino Freda (Roma 1963), è compositore, sound designer, produttore e storico dell’arte. Dopo un’esperienza  decennale in orchestre sinfoniche e liriche, con cui ha compiuto tournée in Italia e all’estero si è dedicato prevalentemente all’attività di compositore, il più delle volte operando nell’ambito delle arti visuali. Che gli deriva essenzialmente dai suoi interessi di storico dell’arte e in particolare dalle ricerche che da alcuni anni conduce attorno al concetto d’interazione tra musica e arte.

Per Rai Radio Tre ha composto le musiche de “L’occhio magico. Ha collaborato  con Rai 2 per il programma Ballarò.

Scrive  per  riviste specializzate di musica contemporanea e pubblicato musiche pianistiche per l’edizione musicale “Domani Musica”.

Nel 2006  entra nel mondo del cinema, firmando  le musiche originali dell’ultimo film di Mario Monicelli Le Rose del Deserto, ed. FreeLife Company srl. Pubblicate nel cd soundtrack (CNI 2007). In seguito, faranno parte di una compilation delle colonne sonore dei film compositori del calibro di N.Rota, E. Morricone, C. Rustichelli, P. Piccioni, N. Piovani, A. Trovaioli etc.

Nel 2008, compone e produce l’intera colonna sonora, nonché sound design (ed. mus. Look Studio-CNI) del film dal titolo Totem Blue  del regista esordiente Massimo Fersini (Leucasia prod.2008). Il film ha ottenuto l’Award excellence al Indie Film Fest in california (The Indie Fest).

Nel marzo 2010, e nell’aprile dello stesso anno conquista l’Award Accolade sempre in California.  Sempre nello stesso anno, le musiche del film vengono pubblicate su iTunes (Totem Blue soundtrack) dalla CNI e compone le musiche per il film di Francesca Garcea, Il Volo di Dio (I contrari prod. 2010) e nel 2011 presenta al Festival Internazionale del Cinema di Firenze – I 50 giorni – il suo spettacolo multimediale Silent (movie) Ghost basato su un film muto di genere horror del 1927.

Nel 2012, compone le musiche originali del film-documentario “Giuseppe Di Donna. Vescovo di Andria” diretto dal regista Massimo Fersini (Leucasia prod. 2012) e una serie di produzioni per la pubblicità e spettacoli in DVD.

Il 2013 lo vede produttore con l’associazione culturale Uno.cinque, di cui è fondatore e vicepresidente, del suo ultimo cd per la CNI dal titolo Unchained Souls, una raccolta di musiche scritte per il cinema.

Si interessa di teatro Collaborando come compositore e sound designer a progetti teatrali con i registi Raffaello Sasson (Allora come va, Parenti e serpenti), Mariella Gravinese (Il venditore di attimi) e Nicola Abbatangelo (El Dante). E’ docente IED – Roma al corso di Sound Design.

(Per approfondimenti: www.minofreda.it)

 

 [Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – rubrica di Teatro – articolo del 9 luglio 2013]

Willy intervista il regista Raffaele Sasson

Salve amici, continua il nostro ciclo di interviste ai protagonisti del mondo del teatro. Oggi abbiamo intervistato un regista teatrale, Raffaello Sasson.

 

W. Perché hai deciso di fare il regista?

R. Ho deciso di fare il regista perché dopo aver scritto un paio di sceneggiature ho sentito il bisogno fisico di tradurre quelle parole in immagini.

W. I tuoi esordi sono nel cinema noir, cosa ti ha spinto verso il teatro?

R. Ho esordito al teatro partecipando ad un concorso. Il mio testo Il Dolce Veleno dell’Inganno è arrivato tra i primi sei su settecento testi valutati dalla giuria e come premio mi hanno dato la possibilità di portarlo in scena. Da quel momento mi sono innamorato e non ho più smesso di fare teatro. Infatti subito dopo ho fondato la Compagnia del Brivido. La cosa più bella è il rapporto che si instaura con il pubblico, diretto e sincero.

W. Che sensazioni provi nel dirigere gli attori nei ruoli che gli hai assegnato?

R. L’attore non può semplicemente stare in scena ma deve lavorare duramente per imparare a parlare ed agire autenticamente in palcoscenico. Ed è una sensazione stupenda dirigere e aiutare gli attori a prendere possesso dei personaggi che gli ho assegnato. Certo, non è un lavoro semplice. È un lungo viaggio; arrivati a destinazione l’attore non entra in scena per recitare ma per agire autenticamente. Il pubblico deve credere che quei personaggi sono carne viva. Il lavoro con gli attori è quello che rende unico e meraviglioso questo lavoro.

W.  Davanti a te un palcoscenico vuoto, cosa vedi?

R. Davanti a me il palcoscenico è vuoto ma in realtà avendo già letto il testo tre volte e preso appunti, avendo già parlato con i miei capi reparto come: lo scenografo, la costumista, il light designer,  ho già bene in mente le atmosfere che voglio trasmettere e dunque ho una visione d’insieme che mi sarà utile in seguito e che mi farà da guida nei momenti di grande difficoltà (ci sono sempre). La gestione dello spazio ed i movimenti degli attori sono tra le cose, tra le tante, che curo con molta attenzione.

W. Grazie Raffaello, ci vediamo al tuo prossimo lavoro!

Grazie a te caro Willy a presto!

 

Note Biografiche

Raffaello Sasson è nato a Roma e si è diplomato in regia cinematografica all’Istituto Superiore della Cinematografia a Roma. Ha cominciato la sua carriera nel mondo della pubblicità e degli videoclip collaborando con grossi nomi della musica italiana. In seguito ha diretto diversi thriller psicologici e nel 2003 ha fondato la Compagnia del Brivido portando in teatro thriller acclamati da critica e pubblico tra i quali ricordiamo Il Demonio, thriller ambientato nell’Austria di fine ‘800. Attualmente ha appena portato in scena lo spettacolo Allora come va? scritto da Dario Santarsiero e sta in preparazione per girare il film L’ultima moglie di Dracula scritto da Francesca Stajano. Nelle prossime settimane uscirà il nuovo CD musicale del M° Mino Freda, compositore di diverse colonne sonore tra i quali i film di Mario Monicelli, dal titolo UNCHAINED SOULS contenente la colonna sonora del film Il Demonio scritto e diretto da Raffaello Sasson.

Per saperne di più:

www.raffaellosassoncinema.com

www.raffaellosassonteatro.com

www.youtube.com/user/raffaellosassonregia

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – Rubrica di Teatro – articolo del 1 giugno 2013]

 

 

Scrivere di emotività non è facile

Il  Teatro non è soltanto recitazione, è qualcosa che fa emozionare. Per chi ha letto le tre interviste,  all’attrice Francesca Stajano alla fotografa di scena  Alessi Fanutti  ed al regista Raffaello Sasson,  dove il tema erano le  emozioni,  avrà intuito che ciò che emerge sono la capacità di “sentire” l’emozione e di “esprimerla”.  Esprimerla con la recitazione, che Francesca Stajano fa con i movimenti del corpo, con l’espressione del viso e con la voce, modulandola a seconda delle situazioni. Sentirla come riesce a farlo  Alessia Fanutti che  la estrapola con la fotografia e ferma in uno scatto l’alone che traspare da un personaggio che in quel momento esprime una sensazione, che sia di gioia o di dolore.  Da un palco in apparenza vuoto e silenzioso, ma pieno di tutti i personaggi che fino a quel momento hanno calpestato quelle assi, una foto, può rendere visibile l’emozione  a chi sa guardare. E nel  caso del  Raffaello Sasson,  l’esperienza dell’emozione esprime con i personaggi che animano il palcoscenico, di fronte ad un pubblico severo che non ammette incertezze ma solo conferme che l’emozioni, possono e devono entrare a pieno diritto nell’animo umano. Dare vita  all’emozione non è facile.

Scrittori, registi e artisti tentano  con il loro lavori di stimolare l’animo umano.  Non sempre ci riescono ma quando ciò avviene,  allora esci dal tuo solito stato difensivo ed entri in un mondo totalmente diverso, fatto di sensazioni che ti trascinano in vortici a cui è impossibile sfuggire, a volte è così forte da farti star male; ne sa qualcosa chi ha avuto a che fare con la sindrome di Stendhal. Apro una piccola parentesi per chi non sappia cosa sia la sindrome di Stendhal detta anche sindrome di Firenze (città in cui si è spesso manifestata), è il nome di una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se esse sono compresse in spazi limitati. La malattia, piuttosto rara, colpisce principalmente persone molto sensibili e fa parte dei cosiddetti “malanni del viaggiatore”. E qui entra in ballo la sensibilità, non solo deve essere innata ma deve essere anche educata. Una domanda che mi sono posto, è stata come si fa ad educarla, una delle tante possibili risposte potrebbe essere quella di osservare. Anche se non basta, ma farlo, può giocare un ruolo determinate per stimolarla, la sensibilità intendo. Come stavo dicendo non basta osservare ma compenetrare in ciò che si vede. Nel mio caso, mi riferisco al teatro, dove si tutto è finzione ma è anche un luogo vero, perché veri sono gli attori il regista con le loro problematiche, che mettono da parte una volta entrati in scena. Da qui in poi tutto sta nella bravura e nella sensibilità del’attore, che farà vivere il  personaggio, dandogli la possibilità di emozionare.

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – rubrica di Teatro – articolo del 28 maggio 2013]

Intervista ad Alessia Fanutti, Fotografa di scena.

Cari amici, continua la mia indagine nell’animo umano attraverso interviste ad attori e agli artisti che gravitano attorno al mondo del teatro.Oggi intervistiamo Alessia Fanutti, fotografa di scena.

Willy: Alessia cosa ti ha spinto ad intraprendere la professione di  fotografa?

Penso sia stata principalmente la curiosità;  fotografare le persone ti aiuta a capire chi hai davanti e allo stesso tempo è un invito a esplorare te stesso, a conoscerti.

Crescendo scopri che quello che vedi è solo una minima parte della realtà e il mezzo fotografico può farti carpire molte sfumature di quello che c’è dietro, è una piccola magia.

W. Perché ti sei avvicinata al teatro?

E’ successo per caso, la Compagnia del Brivido è stata una delle prime ad accogliermi e ho avuto modo non solo di fotografare ma di partecipare all’intero iter di preparazione di uno spettacolo: è un’esperienza intensa e coinvolgente, un lavoro di equipe dove ogni piccola idea deve sposarsi con la struttura portante del progetto. Quando leggi un copione non sai bene quali sorprese ti riserverà ma ben presto prende forma e s’impossessa del tuo mondo onirico… l’emozione della Prima è impagabile!

W. Cosa ti suscita più emozione fotografare la scena o gli attori mentre recitano?

Sono due cose ben distinte che però danno entrambe delle sensazioni particolari?

Mi piace fotografare la scena perché mi permette di contestualizzare il personaggio, di comunicare qualcosa della sua storia anche attraverso la scenografia…durante una filata non si ha mai il tempo di distinguere le emozioni ma l’approccio è diverso, cogli un’espressione particolare del volto di un attore e un momento dopo fotografi una scena intera dove tre personaggi fanno contemporaneamente tre cose diverse. L’emozione più grande è vederle in sequenza e rendersi conto da pochi scatti di quello che sta succedendo sul palco.

W. Nel descrivere la tua ultima personale hai :“Le immagini sono così invitate a rendere l’idea di un tempo sospeso, fino a creare un paradosso: fermare un istante che non esiste.”

Ciò che hai detto si può in un certo senso accostare al mondo del teatro?

Certamente, e per un semplice motivo: ogni sera gli attori portano in scena qualcosa di nuovo. Il teatro è bello per questo, è sempre in evoluzione e un copione non è mai definitivo. Nella personale che ho esposto volevo giocare sull’ambiguità temporale per creare dei personaggi un po’ “surreali”, inafferrabili  in un certo senso…….nel teatro i personaggi sono caratterizzati e hanno un vissuto ben preciso ma sono “instabili”, la loro storia si arricchisce sera dopo sera, potendoli fotografare ogni volta ne uscirebbero sfumature caratteriali sempre diverse.

NOTE BIOGRAFICHE

Alessia Fanutti è nata a Udine, classe 1985, ha dedicato gli ultimi anni allo studio della fotografia sperimentandone l’applicazione pratica in diversi settori, spaziando dalla fotografia di scena al ritratto. Consapevole della necessità di rendere il suo lavoro sempre più personale e ricercato, continua a tutt’oggi a frequentare corsi di specializzazione e intraprendere esperienze lavorative che possano farla crescere culturalmente e come artista visivo. Vive e lavora a Roma dall’età di 21 anni.

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – Rubrica di Teatro – articolo del 12 maggio 2013]

[Illustrazioni di Filippo Novelli 2009- tutti i diritti riservati]

Willy intervista l'attrice Francesca Stajano per DETTI E FUMETTI

Cari amici ho deciso di iniziare questa rubrica di teatro con alcune interviste ad attrici ed attori perchè trovo interessante indagare il loro animo, la loro passione; perchè  è bello svelare il motivo che ha innescato quella scintilla che ha fatto loro dedicare la vita all’arte della recitazione.

Iniziamo con l’intervista a Francesca Stajano.

W. A che età hai deciso  che da grande avresti fatto l’attrice?

La mia decisione di entrare nel mondo dello spettacolo è nata molto presto, avevo circa cinque anni quando indossando le meravigliose camicie da notte di mia madre mi pavoneggiavo davanti allo specchio giocando alla signora, in bilico su scarpe con i
tacchi, mi divertivo a fare le facce buffe, serie, spaventate. Poi il mio primo spettacolo a sei anni, del quale curavo anche la regia “Il Chicca Show” in occasione delle cene in casa dei miei genitori per allietare i loro ospiti. In seguito verso gli otto anni avevo una amica che addirittura mi scriveva dei testi che io recitavo alle feste di compleanno.

W. Dei ruoli che hai fino ad ora interpretato te ne è rimasta una infinitesima parte?

Dei ruoli che interpreto mi resta sempre qualcosa, ma essendo io una persona positiva, prendo sempre i lati belli dei personaggi mentre quelli tristi li lascio al personaggio nel momento in cui esco da lui. Si perchè la mia caratteristica è proprio quella di entrare nella pelle del personaggio come se il personaggio fosse un involucro vuoto che inizia a vivere quando io gli dò vita. E’ un mio metodo personale e che deriva da più di dodici anni di studio della recitazione e di tutti i suoi meccanismi.

W.Le sensazioni che provi quando calchi le tavole del palcoscenico a cosa sono paragonabili?

Quando sono in scena ci sono ma in realtà non ci sono, mi spiego. E’ il personaggio che è in scena, in quel momento Francesca non c’è. Per questo motivo odio dover suggerire battute in scena ad attori poco professionali che non ricordano la parte, vedi io sono perfettamente in grado di farlo perché quando salgo in palcoscenico conosco alla perfezione anche la parte degli altri, tuttavia il mio personaggio non conosce le battute degli altri perché sta vivendo in scena come nella realtà dove nessuno conosce cosa ci risponde il nostro interlocutore. Questo mi porta a dover uscire dal mio personaggio in scena per poter suggerire, devo ridiventare Francesca e attivare un altro tipo di memoria. Spesso questo mi ha danneggiata nella interpretazione, per salvare gli altri ci rimetto io. Ma per fortuna riesco a camuffare il tutto e sono solo io che soffro ahahahahahh

 W. Essere guidata da un ottimo regista fa aumentare le emozioni o consolida quelle che provi già?

Essere guidata da bravi registi è meraviglioso. Per quanto mi riguarda io mi affido completamente, non sono di quelle attrici che vogliono farsi da sole le regie, io ho rispetto ed eseguo alla lettera quello che mi viene richiesto, o perlomeno ci provo. Così facendo
ho sempre scoperto nuove emozioni che io da sola non sarei stata in grado di procurarmi. Questo è il bello di essere dirette, la scoperta oltre quello che si immagina di se stessi e delle proprie potenzialità.

Grazie Francesca al prossimo spettacolo!

Grazie a te caro Willy , e un bacio grande a tutto il mio pubblico che mi segue sempre con affetto e curiosità.

NOTE BIOGRAFICHE

Di origini salentine Francesca Stajano vive a Roma. Attrice di teatro e
tv, inizia lo studio della recitazione nel 1997 con il laboratorio di Claudio
Boccaccini, due anni dopo procede nello studio con il Laboratorio di Giancarlo
Sepe. Nel 2000 frequenta il laboratorio di Giuliano Vasilicò ed inizia lo
studio del metodo Strasberg con Luciano Curreli,in seguito partecipa a vari
stages e laboratori e conclude la sua preparazione artistica dopo circa dodici
anni. Fonda il Teatro Aldo Fabrizi di Morlupo. Insegnante di recitazione e personal coach molto richiesta, studia anche canto lirico da soprano , canto jazz, canto per musical con Simone Sibillano. Frequenta il Corso di sceneggiatura per il cinema di Bernardino Zapponi
(sceneggiatore di Fellini) presso la libreria il Leuto di Roma. Studia danza classica, moderna e contemporanea tuttora. Partecipa a diversi lavori teatrali ,con registi di spicco nel panorama teatrale europeo, con ruoli da protagonista.  La vediamo in Tv in diverse fictions ( per citarne qualcuna L’amore non basta, Cuore, Le ragazze di Piazza di Spagna, Don Matteo, Un medico in famiglia, Paolo VI,)partecipa anche al primo spot della Tim (Un numero fatto di persone).  Ultimamente debutta come autrice teatrale e produttrice e sceneggiatrice nella Sasson&Stajano Production.  E’ organizzatrice e direttrice insieme a Raffaello Sasson della Compagnia del Brivido che si occupa di teatro, cinema, mostre ed eventi culturali e che opera in tutta Italia.

E’ inoltre inserita nella Compagnia dei Poeti d’Azione di Alessandro D’ Agostini e nella Compagnia Lirica Mondo d’Arte di Davide Olivoni.  Riveste inoltre in diverse manifestazioni legate al cinema e allo spettacolo il
ruolo di madrina ed è ambasciatrice ufficiale dell’Annuario del Cinema ed Audiovisivi di Elettra Ferraù.E’ membro permanente della giuria del Premio Medaglie d’Oro Una Vita per il Cinema fondato da Alessandro Ferraù.  Per il suo impegno e la sua professionalità ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, Premio Dolmen Salento, Premio Giovani e Barocco, Premio Emozioni, Targa di riconoscimento in occasione dei 60 anni dell’Annuario del Cinema , Targa di riconoscimento per il ruolo di madrina dell’International Tourfilmfestival.

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – rubrica di TEATRO – articolo del 8 maggio 2013]

[Illustrazioni di Filippo Novelli – tutti i diritti riservati]

 

FINALMENTE SHREK A TEATRO

 

L’orco verde più simpatico e maldestro di sempre torna a combinare guai in nome dell’amore. Riuscirà, lo stravagante protagonista, a conquistare il cuore della sua “bella”? Il musical che ha sbancato i botteghini di New York, Londra e Parigi, arriva al Teatro Olimpico portando sul palco il mondo delle favole in un modo mai visto prima dal 14 febbraio 2013

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti]