Dario Santarsiero ALIAS Willy intervista ASCANIO CELESTINI PER DETTI E FUMETTI

Cari lettori di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo il piacere di Fare quattro chiacchiere con il nostro amico Ascanio Celestini. Partiamo subito!

W. Allora Ascanio sei nato a Roma il 1 giugno 1972 figlio di Gaetano Celestini, di professione restauratore di mobili, del Quadraro e di Piera Comin, in gioventù parrucchiera, di Torpignattara. Trascorri la tua gioventù nel quartiere periferico di Casal Morena. Consegui la maturità classica nel 1991.  Dopo gli studi universitari in lettere con indirizzo antropologico ti avvicini al teatro a partire dalla fine degli anni 90 collaborando, in veste di attore, ad alcuni spettacoli del Teatro Agricolo O del Montevaso, tra cui [Giullarata dantesca 1996-1998]rilettura dell’Inferno di Dante alla maniera dei comici dell’Arte. In quel periodo entri in contatto con Gaetano Ventriglia e Eugenio Allegri.

Dopo gli anni con il Teatro Agricolo O del Montevaso, insieme a Gaetano Ventriglia, scrivi e interpreti il tuo primo spettacolo, [Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini 1998] Lo spettacolo è stato finalista al Teatro della Pergola di Firenze per la rassegna Il Debutto di Amleto.

Nel 2000 scrivi e interpreti [Radio clandestina 2000], spettacolo teatrale sull’eccidio delle Fosse Ardeatine, cui seguono [Cecafumo 2002], montaggio di fiabe della tradizione popolare italiana riviste per un pubblico di ragazzi e adolescenti, [Fabbrica 2002], narrazione in forma di lettera sulla vita operaia, attraverso tre generazioni di lavoratori, dalla fine del XIX secolo alla dismissione industriale degli anni ’80-’90; 

Dal 2001 hai scritto e interpretato diverse trasmissioni radiofoniche per Rai Radio 3, tra cui [Milleuno, raccontiminonti buffonti] e quattro edizioni di [Bella Ciao]. Sempre nell’ambito radiofonico, diverse sono state le tue collaborazioni con Radio Onda Rossa. Per diversi anni a partire dal 2006 hai partecipato alla trasmissione di Rai 3 [Parla con me], condotta da Serena Dandini. Quasi tutti i tuoi spettacoli sono diventati libri, in particolare [Storie di uno scemo di guerra premio Bagutta, Premio Fiesole Narrativa Under 40] e [La pecora nera premio Anima] nascono come veri e propri romanzi.

Dal 2003 inizi a portare il tuo teatro in Belgio e Francia.

Sei stato chiamato da Jean-Louis Colinet  a partecipare al festival internazionale di Liège con [Fabbrica] e [La Fine del mondo]. Da allora fino al 2020 sarai presente in tutte le edizioni. Michael Delaunoy, Angelo Bison e Pietro Pizzuti del Théâtre le Rideau de Bruxelles portano in scena [Scemo di guerra, La Pecora Nera e Fabbrica Prix du Théâtre per il migliore monologo, 2005].

Il 15 marzo 2010 a Roma inizi le riprese del film [La pecora nera] prodotto da Alessandra Acciai, Carlo Macchitella e Giorgio Magliulo opera prima tratta dall’omonimo libro che è stato anche uno spettacolo teatrale sull’istituzione manicomiale. Il film, in concorso alla 67ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia vince il Premio fondazione Mimmo Rotella e al festival Annecy cinéma italien, durante il quale ti è stato assegnato il Premio Speciale della Giuria. Il film [La pecora nera], vince il premio come migliore interpretazione maschile nella XXVIII edizione del Sulmona cinema Film Festival dicembre 2010, il Ciak d’oro come Miglior Opera Prima (giugno 2011) e al Bobbio Film Festival 2011 il Premio “Gobbo d’oro” al Miglior Film agosto 2011.Inoltre sei candidato come Miglior Regista Esordiente al Nastrod’argento giugno 2011.

I tuoi successi continuano con il libro [Le barzellette 2019] storia di un ferroviere che passa metà della sua vita lavorativa in una stazione terminale e l’altra metà in viaggio per il mondo.

Parteciperai al [festival delle periferie IPER] che si terrà il 21-22-23 maggio 2021 al Teatro Tor Bella Monaca. Prima edizione del Festival delle Periferie che dedica tre giornate al tema della periferia, quella romana ma anche di altre metropoli, con un programma molto vario tra incontri, performance artistiche, videoarte, concerti, film, documentari, lezioni e tavole rotonde per rilanciare, attraverso un’iniziativa festosa e plurale, un’idea di cultura inclusiva e partecipata. Per info: https://iperfestival.it/

W: Cosa o chi ti ha spinto verso la recitazione?

– a vent’anni cominciavo a fare ricerca sul campo, raccoglievo storie. Ma appena quelle storie venivano tirate fuori dal loro contesto, appena diventavano registrazioni da trascrivere e studiare, perdevano la loro vitalità. Era come prendere una persona vive e sezionarla sul tavolo anatomico. Per capire come è fatta dentro devi aprirla e, inevitabilmente, ti trovi davanti a un cadavere. Il teatro mi sembrava una forma di oralità riprodotta e controllata nella quale tenere vive le storie.

W: la laurea in antropologia ti ha aiutato nel tuo percorso artistico?

– non mi sono laureato. Appena ho avuto l’opportunità di cominciare a lavorare in teatro l’ho fatto senza esitare.

W: Essere nato e cresciuto in periferia quanto ha contribuito al tuo impegno nel sociale?

– in occasione di un congresso del PCI nel ’49 Pasolini scrive che “in Italia la cultura è ancora «borghese», poiché la società è borghese”. Settant’anni dopo è cambiato tutto, ma non è cambiato niente. La cultura intesa come “insieme delle cognizioni intellettuali (…) acquisite attraverso lo studio” è tutt’ora profondamente borghese. Ma, sempre per citare Pasolini, “il letterato è disposto a tradire la sua classe sociale” se è un intellettuale moderno che ha preso coscienza della propria responsabilità storica. Tenersi lontano dall’habitat nel quale la borghesia trova le condizioni ambientali favorevoli al suo sviluppo è certamente un incentivo per tenere sveglio il proprio impegno politico.

W: Nei tuoi monologhi la sofferenza umana è travestita con un velo di ironia, ce ne vuoi parlare?

– non voglio raccontare la sofferenza umana, ma la condizione umana. Una cornice molto più ampia.

W: La globalizzazione è stata un fallimento o qualcosa si può ancora salvare?

– gli uomini sono riusciti a essere delle persone complesse anche nei campi di sterminio. Nemmeno Auschwitz è riuscito a ridurre l’uomo a una macchinetta telecomandata. L’uomo non si perde mai del tutto.

W: Nello spot di presentazione di IPER il Festival delle periferie che si terrà dal 21-22-23- maggio 2021 al Teatro Tor Bella Monaca, proclami con un megafono mentre giri in macchina: [Che le periferie non sono Grigie! Non sono Tristi! Non sono un Dormitorio!] Cosa sono allora?

– le classi dirigenti della città ignorano le periferie. Sia nel senso che le abbandonano, sia nel senso che non le conoscono. Tuttavia le periferie sono dispositivi eccezionali. Non dobbiamo farci influenzare dall’ignoranza delle classi dirigenti.

W: Recitare per il sociale ha ancora un senso e perché?

Negli anni ’50 gli intellettuali del PCI sostenevano che tra cultura e politica bisognava compiere una scelta. Il solito Pasolini sosteneva “invece che il dovere è porsi il problema di una scelta, e non è detto che tale problema possa avere una soluzione: può ridursi o farsi dramma – non problematicità pura, ma dramma, di sentimenti, psicologico”. Non è detto che l’intellettuale debba sposare una battaglia. Però non può ignorare il problema.

W: Quale è il tuo sogno nel cassetto?

– non si capisce dalle risposte? È fare uno spettacolo su Pasolini

W. Grazie Ascanio a nome dei lettori di DETTI E FUMETTI e a presto!

-Ciao, grazie a voi ci vediamo all’IPER, il Festival delle Periferie!

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Teatro e Spettacolo – Articolo del 18 Maggio 2021]

INFORMAZIONI Iper – Festival delle Periferie

A Roma dal 21-23 maggio 2021

vi segnalo una bella iniziativa che prenderà vita al Teatro di Tor Bella Monaca  da venerdì 21 a domenica 23 maggio dalle ore 10 alle ore 21 Festival  promosso dal Museo delle Periferie, Azienda Speciale Palaexpo nell’ambito di Roma Culture. 

Prima edizione del Festival delle Periferie che dedica tre giornate al tema della periferia, quella romana ma anche di altre metropoli, con un programma molto vario tra incontri, performance artistiche, videoarte, concerti, film, documentari, lezioni e tavole rotonde per rilanciare, attraverso un’iniziativa festosa e plurale, un’idea di cultura inclusiva e partecipata.

Perché come recita Ascanio Celestini: “ Le periferie,  non sono grigie, non sono tristi, non sono un dormitorio!”. Le periferie, hanno molto da dire, sono una fucina di creatività e di esperienze che vanno ben al di là del disagio che certamente esiste ma che non è l’unica realtà presente. Esistono anche le voci di artisti nati e cresciuti in questo ambiente suburbano, che del disagio ne hanno fatto un cavallo di battaglia. Basti pensare agli artisti della Street Art che da San Basilio a Tor Marancia, passando per Ostiense, il Quadraro, il Pigneto, fino a San Lorenzo e Rebibbia, hanno usato le facciate di palazzi e palazzine, riqualificando così interi quartieri romani. Ma non solo: la Danza, la Musica, il Cinema e il Teatro  contribuiscono in modo determinante a questa riqualificazione, che auspichiamo sia un trampolino di lancio per unificare culturalmente tutte le periferie di  Europa.

Per info:

WILLY INTERVISTA EMANUELE SALCE PER DETTI E FUMETTI

Cari Amici di Detti e Fumetti oggi scambieremo quattro chiacchiere con l’attore Emanuele Salce.

Allora Emanuele, ti sei diplomato in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1991. Dopo alcune esperienze come regista di documentari per Videosapere ed il Dipartimento Scuola Educazione della Rai, sei stato    assistente alla regia di Dino Risi, Ettore Scola, Marco Risi,  Livia Giampalmo e Pasquale Squitieri, apparendo occasionalmente come attore [Concorrenza sleale, Le barzellette].

Negli anni 2000la sua attività, nel cinema [Colpo d’occhio] [Il padre e lo straniero], in televisione e, soprattutto, in teatro si è intensificata, sia come interprete [La parola ai giurati], [ La baita degli spettri, Riccardo III, Il topo nel cortile] ed anche come autore: [Mumble, Mumble  confessioni  di un orfano d’arte] presentato per la prima volta al Teatro Cometa Off di Roma nel 2010, e poi replicato nelle stagioni successive con successo sempre crescente, con il  critico Andrea Pergolari come co-autore, racconti, con i moduli del paradosso e del grottesco, la tua condizione di orfano di due padri artistici: Luciano Salce e Vittorio Gassman .

Nel 2009, sempre insieme a Pergolari, hai raccontato la figura del padre Luciano a vent’anni dalla scomparsa nel volume [Una vita spettacolare] e nel documentario [L’uomo dalla bocca storta], che è stato presentato al IV Festival Internazionale del Film di Roma, al Biografilm di Bologna [2010], al Premio Sergio Amidei [2011] ed ha avuto la menzione speciale come miglior documentario sul cinema ai Nastri d’argento 2010.

Sei socio del Mensa Italia dal 1987.

W. Perché hai deciso di recitare?

E’ stata una necessità. Tardiva poiché avvenuta (consapevolmente) intorno ai quarant’anni e derivante dall’esigenza di doversi mettersi in gioco a trecentosessanta gradi rispetto alla mia vita di uomo prima ancora che di professionista. Prendendo piena responsabilità nel portare la mia consapevolezza allo stato fattivo ed applicato delle mie scelte quotidiane. Sapevo che se non fossi passato di qui, non avrei mai risposto a certe mie domande, dalle quali forse temevo anche di ricevere risposta. Quindi non una scelta consequenziale alla condizione di figlio d’arte, né tantomeno dettata da una qualche pulsione o passione artistica ma, ripeto, umana.

W. Il tuo spettacolo [Mumble, Mumble: confessioni  di un orfano d’arte] presentato per la prima volta al Teatro Cometa Off di Roma nel 2010 dopo oltre cinquecento repliche e dieci anni di applausi e apprezzamenti dalla critica nazionale che cosa ti ha lasciato?

Beh, tanto per cominciare è ancora presente, questo va detto. Andremo ancora in scena questa estate e poi in autunno. E mi ha dato tanto. Tutto quello che cercavo, cui accenno nella risposta precedente. E’ stato il tramite attraverso il quale ho trovato le risposte alle mia domande. Mi ha dato ampio modo di mettermi in gioco senza “maschere”, senza veli, senza alibi. Siamo cresciuti assieme si potrebbe dire, acquisendo consapevolezza e conoscenza reciproca nel corso degli anni. Un po’ come avere una sorta di gemello che ti fa da specchio e ti aiuta a crescere in una sorta di onesto e leale confronto quotidiano. E’ stata una montagna da scalare all’inizio, piena d’insidie ma poi, una volta giunto in vetta, ho provato la gioia di un alpinista che ha scalato il K2 a mani nude. E misurarsi con le insidie, anche quelle interiori, è sempre necessario. Arrivare in cima al K2 in elicottero non sarebbe la stessa cosa…

W. Brillante, drammatico, in quali di questi due filoni riesci a dare il meglio di te?

Questo non lo so. Si dice che un attore per essere completo dovrebbe sapersi destreggiare su ambo i fronti con la stessa abilità e naturalezza. Posso dirti che cerco di mettere sempre tutta la mia verità ogni volta che affronto un personaggio, che sia comico o tragico, anche quando apparentemente le sue caratteristiche sono quanto di più distante da me possa esserci. Perché in realtà, anche in piccola parte, dentro di noi ci sono tutti i possibili colori e sfumature dell’umano, tutto sta a cercarle, trovarle e metterle sulla tavolozza.

W.  Nella tua carriera oltre al cinema c’è anche la televisione come hai vissuto questa esperienza?

Come un’esperienza. Come un’occasione di misurarmi con me stesso in una forma artistica comunque “sorella” di cinema e teatro. Necessaria al completamento di una formazione artistica ed anch’essa assolutamente funzionale. Più o meno come credo possa essere per un tennista giocare sul cemento, sull’erba o sulla terra rossa.

W. Cosa comporta il mestiere dell’attore?

Di base ha le stesse regole degli altri lavori. E come per gli altri lavori cambia il modo in cui il lavoratore approccia e vive il proprio impegno. Quindi sono le motivazioni, l’ambizione, l’abnegazione, talvolta anche la fortuna ad indirizzare una carriera in un senso piuttosto che in un altro. Ci sono attori che vivono per il proprio lavoro, altri che vivono grazie al loro lavoro, altri che più semplicemente lavorano per vivere. Poi ci sono il talento e la predisposizione, che sono doni, ma che vanno anche e soprattutto allenati e conservati con cura. Per il mio patrigno (V. G.) ad esempio, il mestiere era un assoluto totalitario, che ne implicava anche la condizione di venirne cambiati. E per lui è stato certamente così. Per altri resta un mestiere o anche una semplice passione, un diletto.

W. Sei  socio del Mensa Italia dal 1987, ce ne vuoi parlare?

Certo, nulla di compromettente!… Da giovane ero attratto dalle sfide e c’erano questi test di questa associazione di “superintelligenti” a cui ci poteva sottoporre. L’ho fatto che avevo 19 anni, l’ho fallito di pochissimo e mi invitarono a riprovare dopo un anno. E così vi entrai a vent’anni. Ma non sono molto attivo come socio. Debbo dire che sono pessimo in questo senso. Deve essere stata una sfida atta a nutrire solo il mio orgoglio evidentemente.

W. Quale è il tuo sogno del cassetto?

Migliorarmi come essere umano! Fare un buon uso del tempo di cui disponiamo in questa vita. Cercare di apprendere qualcosa di nuovo ogni giorno, mettersi in discussione e cercare di arrivare a coricarsi la sera sereni ed addormentarsi soddisfatti. Cosa che non mi riesce quasi mai ovviamente. Poi forse, dopo 12 anni, scrivere un altro testo da portare in scena.

W. Bene caro Emanuele, ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa piacevole chiacchierata

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Teatro- articolo del 16 maggio 2021]

ARF -RIPARTE DA ARF KIDS FINALMENTE!

Amici di DETTI E FUMETTI a Roma. nei giorni 21, 22 e 23 maggio 2021

torna ARF! KIDS in zona TESTACCIO – Alla Città dell’Altra Economia con ingresso gratuito
Il fumetto a Roma riparte dai bambini con laboratori, giochi e tre grandi mostre:

Gianni De Luca

SIO

la mostra collettiva “TU-SAI-CHI – Dissennatori e Dissennatrici per Colui-che-non-deve-essere-nominato”

Una versione finalmente in presenza della rodatissima Area Kids del Festival romano che riparte da giovani e giovanissimi, i primi appassionati lettori di fumetti, mantenendo una formula che possa permettere di svolgere l’evento interamente all’aria aperta, come una grande festa in completa sicurezza a ingresso gratuito.

Potrete finalmente reincontrare autrici e autori di prima grandezza nel panorama italiano dell’editoria per l’infanzia. Sarà possibile, ovviamente, anche disegnare insieme dal vivo e partecipare a laboratori creativi di qualità, a incontri con libri e letture grazie anche alla partecipazione delle librerie Giufà e Ottimomassimo.

I LABORATORI. Anche se i laboratori annunciati negli scorsi giorni – quelli che prevedevano la prenotazione su Eventbride – hanno già raggiunto il massimo di iscritti, tutti potranno partecipare ai tanti eventi organizzati dalla libreria Ottimomassimo nello spazio “La casa dei Topi”: laboratori e letture che saranno comunque a numero chiuso, con prenotazione sul luogo e con il rispetto delle norme di distanziamento previste. 

vi lasciamo con una citazione di SIO (non so se voluta, lo scopriremo)

[DETTI E FUMETTI – articolo del 11 maggio 2021]

RIFERIMENTI

ARF! KIDS 2021

Dove: Città dell’Altra Economia

Quando: 21/22/23 maggio 2021

Ingresso: gratuito 

ARF! KIDS è una coproduzione ARF! Festival e COMICON, con il sostegno di Regione Lazio e Lazio Crea, con il patrocinio di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale, con le partnership della Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiCCittà dell’Altra Economiail GiornalinoInternazionale KidsKoh-I-NoorPressUpTonki e Tombow.

ARF! Festival e COMICON fanno parte di RIFF • Rete Italiana Festival di Fumetto www.retefumetto.it

INTERVISTA DI WILLY IL BRADIPO A PINO QUARTULLO PER DETTI E FUMETTI

Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi parleremo con Pino Quartullo di scuole di recitazione oltre che di teatro e cinema.

W. Allora Pino facciamo un breve riassunto della tua vita a beneficio dei nostri lettori. Sei nato a Civitavecchia il 12 luglio 1957. Ti sei laureato in Architettura e diplomato in regia all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico. Hai  conseguito un diploma in recitazione presso il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Gigi Proietti. Nel 1987 vieni nominato all’Oscar con il cortometraggio Exit nella categoria live action, insieme a Stefano Reali. Dal 2000 al 2013 sei stato direttore artistico del Teatro Traiano di Civitavecchia. Hai insegnato recitazione  all’ ACT Multimedia, hai fatto molti laboratori molti stage di recitazione. Hai fondato la scuola delle Arti a Civitavecchia.

W. Perché la recitazione?

P. Per me è stata una cosa istintiva assolutamente naturale. Già quando frequentavo l’asilo salivo, sul palcoscenico dalle suore sentendomi magneticamente attratto dalla recitazione.

W. aver conseguito una laurea in architettura ti ha aiutato nella tua carriera di attore?

P. La laurea in architettura è stata molto importante per me, anche perché il mio piano di studi era già finalizzato allo spettacolo. Ho inserito gli esami di scenografia, storia del teatro. La mia tesi di laurea riguardava il progetto di un teatro circolare, con il pubblico al centro e il palcoscenico intorno al pubblico. Aver studiato architettura, mi ha anche insegnato dei codici di progettazione che ho poi ritrovato sia quando scrivo delle sceneggiature o quando devo pensare ad uno spettacolo. Immaginare una scenografia avere delle idee, fare una ricerca storica o di immagini. Per cui  l’ architettura è stata fondamentale.    

W. Quali responsabilità ha il regista nei confronti degli spettatori?

P. La prima responsabilità che ha il regista nei confronti degli spettatori, è  di non annoiarli, di coinvolgerli, di farli pensare, divertendoli o commovendoli ma ancora meglio divertendoli e commovendoli nello stesso momento. Perché si può.

W. Hai sperimentato sia il teatro che il cinema, con quali dei due esprimi più te stesso?

P. Credo che sia con il teatro che con il cinema io sia riuscito ad esprimermi. Quello che cambia naturalmente è il linguaggio; il fatto che il teatro poi purtroppo è  effimero non rimane più nulla, per lo meno di quella emozione, di quella esperienza tra esseri umani che si vive nei teatri. Certo anche il teatro può essere ripreso, può essere diretto per l’audiovisivo però,  non è mai come viverlo in quel momento. Per quanto riguarda la mia possibilità di espressione con i due linguaggi  credo che se un regista o un autore ha qualcosa da dire può farlo in entrambi i campi.

W. nei film:  “Quando eravamo repressi” (1992) e “Le donne non vogliono più” (1993) dove  hai  curato la  regia e partecipato come attore oltre aver scritto i  soggetti e le sceneggiature, dipingi i protagonisti come dei repressi sessuali nel primo e nel secondo racconti  la ricerca da parte di un uomo, di una paternità  che sconfina nell’ossessione. Nel 2021 riguardo queste tematiche cosa è cambiato e cosa no?

P. In “Quando eravamo repressi” Raccontavamo della noia tra i giovani in ambito sessuale. Perché potendo farlo già da ragazzi e bruciando le  tappe, tutto  è già scontato, si è più viziati dalle possibilità che si hanno e quindi rispetto ad allora trent’anni fa  è cambiato che le tappe si bruciano ancora più velocemente, c’è più apertura nei confronti degli scambi e il sesso è ancora più libero; pur con tutte le cautele che i problemi di ordine sanitario comportano però, questo bruciare le tappe, questo farlo subito farlo il prima possibile chiaramente ha tolto un po’ di fascino, un po’ di attesa, un po’ di mistero e quindi automaticamente un film sul calo del desiderio ancora oggi sarebbe attualissimo. Per quanto riguarda ”Le donne non voglio più” Anche qui penso che la storia di un uomo che voglia un figlio e non riesca ha trovare una donna sia molto contemporanea. Oggi come venticinque anni fa quando ho fatto il film, ci sono molte possibilità alternative come ad esempio affittare uteri. Una potrebbe venderti l’ovulo, un’altra potrebbe portare avanti la gravidanza. Conosco persone che lo hanno fatto, non soltanto coppie. E quindi quel mondo lì che ho esplorato nel novantatré, devo dire che ancora esiste ed ancora oggi è possibile; all’epoca era un po’ una novità oggi è un po’ più acquisito.

W. hai avuto la possibilità di conoscere e di lavorare   sia con Gigi Proietti che con Monica Vitti ce ne vuoi parlare?

P. Gigi Proietti ci ha  insegnato che il teatro è un lavoro molto serio, lavorare come attore è un lavoro molto serio ma anche molto divertente e va fatto contemporaneamente con grande serietà senza perdere mai il divertimento. E poi è la fantasia dell’attore che deve avere e che può stimolare quella del pubblico. Con una cassa e degli oggetti Gigi ha fatto vedere al mondo come l’attore possa creare quello che in scena non c’è. Non a caso poi Gigi Proietti ha fondato il Globe Theatre a Roma; ispirandosi a Shakespeare che è stato un grandissimo maestro di come con poco in scena si possa fare molto. Facendo  appunto lavorare la fantasia degli spettatori. E poi Gigi non è stato solo il maestro, è stato anche un amico, il mio testimone di nozze, il mio produttore, il mio regista; ma soprattutto l’amico, l’amico  più divertente che forse io abbia mai avuto. Monica Vitti l’ho avuta come insegnante in accademia. Anche Monica è stata una grande maestra, anche lei una grande amica; infatti dopo l’accademia, volle che io mi occupassi di un gruppo di ragazzi dell’accademia che lei aveva conosciuto quando ha insegnato, per una trasmissione televisiva che si intitolava “Passione Mia”, dove io e alcuni miei compagni di classe facevamo parte della trasmissione, interpretando delle Sit-Com. Abbiamo cantato io e lei in duetto la sigla di “passione Mia”. E poi  Monica e anche Roberto Russo che è il suo compagno e regista della trasmissione, hanno voluto dare più spazio a dei giovani registi tra cui me e nell’ultima puntata, hanno presentato in un cinema dei cortometraggi che abbiamo girato. Io grazie a lei, ho girato il mio primo cortometraggio che poi ha conseguito molti premi e anche una nomination all’Oscar. Il grande insegnamento di Monica è stato quello di dirci che bisogna avere molta tecnica, bisogna essere volendo molto puliti  tecnicamente; ma poi bisogna sporcare, poi bisogna lavorare sui propri difetti, perché altrimenti l’attore è solo corretto e rischia di essere senza personalità, un involucro neutro e quindi lei ha fatto l’esempio della sua voce un po’ rauca che all’inizio della sua carriera sembrava poter essere un ostacolo ma che invece è stato il suo punto di forza, la sua caratteristica. Quindi Lavorare sulle proprie peculiarità, sui propri difetti e sulla propria personalità in modo a distinguersi rispetto agli altri       

W. Tu e il co-regista Stefano Reali nel 1987 avete vinto diversi premi  con il cortometraggio Exit nella categoria live action; cosa ti ha lasciato?

P. Exit è stato uno dei momenti “sogno” della mia vita. Nel senso: tu giri un cortometraggio e poi vinci dei premi, poi vai a Chicago in un festival, poi lo vai a proporre  a Los Angeles in un cinema; perché  per partecipare agli Oscar bisognava aver vinto un concorso internazionale e noi avevamo vinto la Concia De Oro. Poi bisognava che il film fosse proiettato almeno tre giorni in un cinema di Los Angeles. Noi partimmo con la nostra pizza sotto il braccio alla volta di Los Angeles e lì trovammo un esercente che era pazzo dei vini italiani, delle monete italiane, oltre che del cinema italiano e quindi ci concesse di poterlo proiettare. Dopo alcuni mesi leggemmo un articolo sul Corriere della Sera che parlava del nostro cortometraggio; era ancora proiettato, dopo molti mesi nello stesso locale perché era l’attrattiva di quel cinema e che addirittura Spielberg l’aveva voluto in prestito per mostrarlo ai suoi allievi.  E’ stata la prova che a volte i sogni si realizzano; e anche se per un pelo non abbiamo vinto, partecipare alla notte degli Oscar è stato fantastico. Questa  esperienza è stata un incentivo a sperare che i sogni si realizzano, non è sempre così facile ma altre volte mi è successo che piccole cose diventassero molto grandi. Ed Exit è stato il detonatore  di questa possibilità.

W. Insegnare recitazione è una grande responsabilità, come ti poni davanti ai tuoi studenti?

P. Ho insegnato in diverse scuole. Grazie al fatto di aver frequentato il laboratorio di Gigi Proietti e l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica ma anche la scuola di Giovanni Battista Diotiaiuti sono  un po’ esperto in scuole di recitazione; ed è proprio questo che ho insegnato prima di tutto: studiare, ricercare, stare sempre attenti a tutto quello che il mondo dello spettacolo ci offre, e saper trasformare quello che la vita ti da in qualcosa che interessi anche il pubblico. Qualcosa che il pubblico magari ha dentro e che scopre con la poesia, con i film, con gli spettacoli, riconoscendosi in questi. Una cosa che mi hanno insegnato sia Aldo Trionfo [1921-1989 regista teatrale e attore teatrale italiano N.D.E]. che Gigi Proietti, oltre ad imparare naturalmente questa nostra arte, è importante creare dei gruppi, cercando di realizzare dei  progetti. Con quelle persone con cui si studia recitazione, si stabilisce un rapporto particolare di fratellanza, come se facendo recitazione, uno ricominciasse a vivere in un altro modo; rimpari a parlare, rimpari a camminare scopri te stesso. Come se gli insegnanti di recitazione fossero dei nuovi genitori. E quindi tra gli allievi si stabilisce un rapporto fraterno che poi continua, ed è ineguagliabile con quello che si può stabilire con altri colleghi nel corso degli anni. Quindi è importante scegliersi i colleghi giusti, per portare avanti imprese, produzioni, cortometraggi, film, spettacoli 

W. Il tuo sogno nel cassetto?

P. Negli anni spesso tanti progetti in cui uno crede, spesso verifica che non colgono l’entusiasmo dei produttori, delle istituzioni e quindi pur credendoci molto vengono accantonati. Ne ho tantissimi di progetti nel cassetto, uno a cui tengo di più è un soggetto trattamento scritto con Sergio Leone e con Luca D’Ascanio negli anni ottanta. Sergio Leone venne  vedere un mio spettacolo e mi propose di fare un film che lui avrebbe dovuto produrre e quindi andai a casa sua parecchie volte e abbiamo scritto insieme questa storia di una mummia a Roma. Una specie di Horror Commedia ambientata appunto a Roma. E questa sarebbe una cosa bella da riprendere anche per questa “ghiottoneria” per cinefili che è quella di aver scritto una cosa con Sergio Leone  

W.Bene caro Pino, ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa piacevole lezione sul teatro.

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti – sezione CInema – Articolo del 26-04-2021]

INTERVISTA A VERONIKA BECCABUNGA PER IL CICLO DI POESIE EVOCAZIONE E SINTESI

Cari lettori di Detti e Fumetti, il nostro cammino nel meraviglioso mondo della poesia, per il ciclo Evocazione e Sintesi ci fa incontrare oggi Angela Maria Rucco alias Veronika Beccabunga.

W. Allora Veronika una tua breve Biografia; d’ora in poi rispetteremo il tuo desiderio e ti chiameremo con il tuo pseudonimo, Veronika Beccabunga: sei nata a Latina nel 1975 ti trasferisci a Roma nel 1994  frequenti il corso di laurea in lingua hindi al Dipartimento di Orientalistica dell’Università La Sapienza. Lavori come traduttrice free lance.

Collabori con tuoi testi poetici alle visite guidate con “Arte al Popolo visite guidate”. Partecipi alle seguenti manifestazioni culturali: ‘Roma Poesia 1999’, ‘Roma Poesia 2001’, ‘Miss Poesia 2003’, “MarteLive 2008” “Rave Letterario 2015”, “Micro Aperto 2018-2020”, “#Liberiamo la cultura 2020”.

Nel 1998-1999 partecipi con poesie e collages alla redazione della rivista Liberatura-rivista di libera scrittura, creata con il patrocinio del Dipartimento di Studi Romanzi dell’Università La Sapienza.

Ti esibisci in reading sonori e performativi intrecciando di volta in volta collaborazioni con musicisti dai generi differenti ( Yva & The Toy George, Dj Freshness). Contribuisci al numero 0 della rivista HPO-Scritture Capitali, 2019.

W:A che  età ti sei accostata alla poesia e perché?

V. Ho scritto quella che considero la mia prima poesia all’età di 12 anni, ma ho cominciato a scrivere sistematicamente poesie verso i 15 o 16 anni.

Da bambina ero piuttosto introversa e amavo stare in casa da sola, tra una discreta libreria in cui affondare il naso, l’ascolto perenne di musica con tentativi di trascrivere i testi in inglese, il disegno e la scrittura: una scrittura che nasceva da un’esigenza quasi ‘terapeutica’, di confronto e sfogo intimistico, eccezion fatta per questa prima poesia in cui avvertii il desiderio di riportare un’immagine che mi era affiorata alla mente, qualcosa a proposito di una notte stellata e uomini attorno a un fuoco, una sorta di scenario ‘western’ ma non la ricordo bene e chissà dove sia finita!

W: I tuoi studi orientali hanno influito sulle scelte poetiche?

V. In parte sì, soprattutto per quel che riguarda l’immaginario, stimolato dallo studio delle arti figurative e anche l’approfondimento del misticismo orientale ha avuto e continua ad avere un certo ‘peso’ sulle mie scelte poetiche.

W: Perché firmarsi con lo pseudonimo  Veronika BeccaBunga?

Amo presentarmi come poetessa con il nome di una pianta dalle molteplici proprietà terapeutiche, Veronika Beccabunga: ‘vera icona dalla bocca bruciante’ (Veronicon beckpunge).

Io sono la terra, oscura e segreta, densa e calda, che culla i semi di un linguaggio amoroso fitto di corrispondenze magiche, e da questo nasce la pianta che è la mia poesia!

W: Come definiresti il tuo stile?

V. Credo che quello che emerga  dalla mia poesia possa definirsi uno stile evocativo, visionario, in grado di poter trasmettere, attraverso un percorso di simboli, degli squarci di immagini, cercando di superare i confini strettamente letterali o semantici.

W: Dove trai l’ispirazione?

V. Parto sempre dalle immagini: sia che voglia trasmettere degli stati d’animo -personali o universali-  sia che voglia rendere in poesia immagini che mi hanno colpito, o create da me e che desidero trasmettere.

W: Perché leggere la poesia?

V. Leggere la poesia per prendersi una pausa dal frastuono circostante, una pausa dall’ordinario e ordinato avvicendarsi degli eventi, leggere la poesia per concedersi una parentesi che potrebbe non chiudersi ma aprirsi su noi stessi….

W: Quali libri consiglieresti ad una adolescente che si vuole accostare alla poesia?

V. Francis Picabia “Poesie e disegni della figlia nata senza madre”, tutte le poesie di Marina Cvetaeva, tutte le poesie di Paul Éluard, “Poesie erotiche” di Georges Bataille e, last but not least, “La sera leoni” di Mara Cortazàr!

W: Il tuo sogno nel cassetto?

V. Il mio sogno nel cassetto è fare la ghost writer per il Papa!!! Scherzo, in realtà ho diversi cassetti e altrettanti sogni stipati dentro, comunque uno di questi è scrivere una poesia che commuova il mondo, che faccia ridere e piangere di gioia, che possa essere canticchiata da chiunque, che sia scritta sui muri e, magari, quelli brutti, che separano, li faccia crollare…

W: Bene Veronika, grazie per questa piacevole chiacchierata, anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti

V. Grazie a voi, a presto Willy!

Le POESIE DI VERONIKA

Quando l’orizzonte

Quando l’orizzonte
sarà il tuo petto
capovolto
come un fior di baratto
Ritroverò il sorriso del marmo
in ogni sua vena
scalderò i passi d’una danza
sul vetro ardente della luna
E tu
sarai la corda dei miei scherzi
Funamboli come zampette di paglia
sull’erba che frigge
L’odore della tua nausea
sarà il vapore d’un distillato qualunque
Avrò il mal di pancia
a furia di ridere
nella foresta
dei nostri cappelli da ombra
E scale a soffietto
per fare musica BUENO! COMO VA??
anche 1 dubbio si piega a funghetto
Un’esclamazione
soffia nel vento e diventa la spora
di quale ricordo
di memorie micotiche e povere trappole
Mentre fuori
intona un concerto per rane
che avvolge la notte
come il burrone dei nostri occhi
aperto
sul buio incantato.

DODICESIMO PARALLELO
sei tu LA MENTE
che divora il d e s e r t o
sei tu LA BOCCA
che affama poesiA
le mani-tue sono milioni
di MANI
per ogni pagina
strappata via dal vento
DOLCEMENTE
VOLTEGGIA
e viaggia
oltre le tue parAnoie
se la bocca
fosse
solo un appoggio
e tutti gli altri PUNTI DI FUGA
lingue babeliche mi esplodono in testa
rompendo gli alfabeti come salvadanai
i numeri s’accoppiano e moltiplicano le incognite
come sconosciuti che non s’incontrano mai
se non all’infinito, al cui indirizzo ci sei già stato
Boris-serviti pure
al pianoforte
e suonami 1 drink POR FAVOR
fallo scorrere come note tra i nodi dei miei capelli
scarabocchi africani su tela pallida FIAMMINGA
Sai che ti devo la vita
e dio è rinato
tra quattro lenzuola
e s’è vestito alla svelta
SENZA PANE TOSTATO

Naufragio

I Sensi
continuamente
sconvolti&travolti
nel buio della mente
il volto d’un bambino bambolotto
il naso grosso d’un bracco
tre gufi sorridono tra le grinze rosa
delle mie palpebre
Il sonno pervade ogni cosa
come un fiume di lava tiepido
lambisce l’ossa
la giostra rallenta
e s’arresta
Restano i ruggiti
delle onde d’agosto
da cavalcare o da inseguire
esserne la scia-scialuppa
del mio naufragio i n t i m o
oppure cresta
che spumeggia al futuro.

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -Sezione Letteratura – Articolo del 2 maggio 2021]

IL PAFF E LA TRASVERSALITA’ DEL FUMETTO- INTERVISTA A GIULIO DE VITA PER DETTI E FUMETTI

Amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo incontrato per voi Giulio De Vita, fumettista italiano e pubblicitario.

Giulio esordisce con Lazarus Leed e con il Potere e la gloria nel ’95 vince il premio per il miglior giovane disegnatore a Falconara Marittima. Ha lavorato per la Marvel, nel mercato francese e come story boarder per i più famosi cantanti italiani e internazionali, curando anche videoclip e spettacoli musicali in cui ha coniugato musica e fumetto. Magnifico il suo Tex-Sfida nel Montana; grazie ai suoi disegni puoi immergerti completamente nell’atmosfera delle Rocky Mountains, il vero Far West.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è screenshot_20210427-072915_chrome.jpg

F. Ciao Giulio è un piacere averti qui con noi

G. Anche per me è un piacere, grazie per l’invito.

F.Abbiamo avuto modo di apprezzare le tue opere e i corsi che svolgete al PAFF Parlaci del PAFF

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è villa-galvani-ospita-il-museo-paff-di-pordenone-1024x768-1.jpg

G. Il PAFF! Palazzo Arti Fumetto Friuli è una sfida importante che mi sta impegnando totalmente da diversi anni. È un progetto di promozione culturale nato nel 2018 che usa il fumetto come trait d’union tra diverse discipline e come strumento di “esemplificazione” per avvicinare fasce di pubblico nuove ai luoghi di cultura. Ha sede a Pordenone in uno splendido e prestigioso spazio composto da una villa antica e una galleria d’arte contemporanea immersi nel verde di un parco pubblico a poche decine di metri dal centro storico. 

F:Come sai noi siamo un blog che è trasversale sulle arti, tanto che ci piace autodefinirci un “hub nel web”, un hub per il cinema, il teatro, l’architettura, la narrativa, tutto coniugato attraverso il medium del fumetto.

Vorremmo che tu fossi oggi per un giorno il portavoce di questa trasversalità del fumetto; attraverso una serie di domande vorremmo che riuscissi a far risaltare cosi’ come solo tu sai fare questa caratteristica.

G.Benissimo

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 285ca5da-b175-413f-99af-1027079a273f-1.png

F. Quanto il Cinema è stato importante per il fumetto in passato e quanto oggi sta restituendo al cinema grazie ad esempio al lavoro degli storyboarder. Ci potresti fare qualche esempio del passato in dare e del presente in ricevere? Che ne dici di ripartire da Milton Caniff attualmente in mostra al Paff?

G. Tra tutte le arti a mio parere, il cinema è proprio quello che ha più affinità con il linguaggio del fumetto, lo è perché sono entrambi arti sequenziali, necessitano di sceneggiatura, inquadrature e scene, montaggio e nascono entrambe negli stessi anni. Per questa ragione sono le discipline che più si sono parlate vicendevolmente alimentandosi a vicenda.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è caniff.jpg

Nella mostra di Milton Caniff questo aspetto è stato particolarmente visibile perché le innovazioni apportate da questo grande artista erano profondamente influenzate dalle innovazioni approntate in quegli anni – parlo degli anni ’20-’30 – da cineasti come Orson Welles o Alfred Hitchcock, che hanno sfruttato espressivamente le invenzioni tecniche di quegli anni come cineprese più agili, pellicole più sensibili e ottiche nuove, permettendo ai registi di raccontare con le immagini in maniera più coinvolgente facendo penetrare lo spettatore all’interno dell’azione, cosa che in precedenza era impossibile fare. Il racconto non era più frontale e distante con un effetto “teatrale”. Lo stesso ha fatto Caniff con i suoi disegni a china, imprimendo al fumetto un cambio di passo epocale ancora oggi preso come esempio dai contemporanei. 

Poi come dici giustamente il mutuo scambio di input c’è sempre stato, sia per questioni tecniche legate alle analogie tra i due linguaggi, che per questioni di business, essendo entrambi i linguaggi oltre che arti, anche industrie legate all’enteratinment. Quindi da un lato l’interesse del cinema verso fumetti di successo, trasposti sia live, che in cartoni animati, non solo i più visibili e forse scontati supereroi, l’utilizzo di fumettisti come storyboarder o art-designer. Nell’altro senso il fumetto, soffrendo storicamente un certo complesso di infeririotà verso il cinema, ha attinto da esso molto di più per emulazione, per esempio creando personaggi sulle fattezze di attori famosi, o seguendo generi o filoni dettati dal mainstream dettato dal cinema, apportando comunque sempre qualcosa di suo in originalità. 

F.Quanto il Teatro?

G. Nel teatro, il dialogo è leggermente più tenue, ma ci sono degli esempi interesanti: sono stati realizzati dei musical davvero spettacolari a Broadway come Spider-Man: Turno off the dark, ma anche spettacoli su Corto Maltese, anche noi al PAFF! abbiamo ospitato il monologo dedicato ad Andrea Pazienza interpretato da Andrea Santanastaso “Mi chiamo Andrea”. A Lucca Comics hanno ospitato diversi spettacoli dedicati a personaggi a fumetti di Leo Ortolani o Zerocalcare, in Francia al festival di Angoulême è ormai consuetudine da circa 20 anni realizzare i “concert dessinées” una performance disegnata, con un tavolo sul palcoscenico in cui il fumettista realizza delle storie accompagnato da un’esecuzione musicale dal vivo. Perfomance che registrano puntualmente il tutto esaurito. Mentre a fumetti, ricordo uno Shakespeare disegnato a fumetti da Will Eisner. Mentre nella sterimanta produzione editoriale sicuramente ci sono numerosi esempi di trasposizioni fumettistiche tratte da piece teatrali. 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è screenshot_20210427-073728_google.jpg

F:Quanto la narrativa? A tal proposito è vero che è fondamentale essere un bravo narratore piu’ che un bravo illustratore per essere un bravo fumettista? Se si perche secondo te?

G. Ecco, se per il cinema i punti di contatto con il fumetto sono di contenuto, per la narrativa sono di supporto, perché entrambi le storie si leggono – su carta e oggi anche volendo in digitale – e i canali di distribuzione e le modalità di fruizione sono quasi gli stessi. Per questa ragione, dici bene, un bravo fumettista deve essere prima di tutto un bravo narratore prima che un bravo disegnatore. Ben inteso, meglio se è bravo a fare entrambi… Ma ribaltando la questione dico sempre che si può essere un ottimo fumettista se non disegni benissimo e narri bene, ma certamente sarai un pessimo fumettista facendo bellissimi disegni messi male in sequenza. Aggiungo che essendo il lavoro del fumettista molto faticoso mentalmente perché ti costringe a parecchie ore sul tavolo da disegno, per mesi e in alcuni casi anni sulla stessa storia, se per te non è fondamentale l’esigenza di raccontare una storia, ma è importante solo disegnare, è forse il caso di cambiare obiettivo perché potresti farti male 😀 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è screenshot_20210427-073157_chrome.jpg

F.Cosa ne pensi del mercato del fumetto e della recente tendenza del fumetto per quel che riguarda il fenomeno dell’NFT?

G. Ho un’idea generale verso l’innovazione, che non si può arrestare né se è negativa, né se è positiva. Le invenzioni arrivano, le più fortunate arrivano al momento giusto ed esplodono, diventano di uso comune e determinano il progresso, le sfortunate arrivano al momento sbagliato, vengono ostacolate da qualcuno, non vengono capite dal mercato, e vengono dimenticate per sempre, o fino a quando qualcuno le ripesca per un altro uso in un nuovo momento (guarda le auto elettriche per esempio)… Noi tutti stiamo vivendo un periodo di grandi cambiamenti dettati dal digitale, che nel giro di pochi anni possono cambiare completamente il nostro modo di percepire la realtà che ci circonda. Se ci saranno benefici concreti dall’utilizzo di queste tecnologie non tarderemo ad accorgercene. 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è screenshot_20210427-073136_chrome.jpg

F.Quanto un giovane oggi deve credere che la professione artistica po’ diventare centrale nel mondo del lavoro del futuro?

G. Molto, con l’espandersi a vista d’occho dell’intelligenza artificiale che crea automatismi ovunque, il mondo del lavoro si sposterà sempre di più verso ruoli ripetitivi svolti dalle macchine per permettere all’uomo di dedicarsi solo a ruoli che i cervelli artificiali non riusciranno mai a coprire, cioè quelli dove l’ingegno e l’inventiva sono necessari. In generale quindi la creatività non sarà mai rimpiazzabile completamente dalle macchine. Per questo una professione artistica, seppur sempre più supportato dalla tecnologia, sarà per i giovani un futuro su cui investire convintamente. Per molto tempo gli artisti sono stati visti come dei mattacchioni fanfaroni, mentre oggi finalmente si è compreso che l’immaginazione permette di disegnare il futuro, non solo nella fiction, ma anche nella realtà, ispirando innovazione, progresso e quindi nuove opportunità all’umanità. 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è screenshot_20210427-073108_chrome-1.jpg

F.Abbiamo saputo che a breve verrà inaugurata una mostra su Milo Manara

G. Sì, è una mostra che desideravamo fare da tempo essendo il fumettista italiano vivente più famoso al mondo a cui il PAFF! intende rendere omaggio con una grande mostra. 

F. Grazie Giulio è stato un piacere averti con noi

G. Grazie a te per la piacevole chiacchierata, vi aspetto a Pordenone per una visita al PAFF! Vi lascio i riferimenti per trovarci.

PAFF! Palazzo Arti Fumetto Friuli

viale Dante 33, 33170 Pordenone (ITA)
www.paff.it
Cel +39 345 0649086

PAFF! è un progetto di
Associazione Vastagamma APS
via Marrone 20, 33170 Pordenone (ITA) 




[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione FUMETTO – articolo del 27 aprile 2021]

I PODCAST DI GABRIELLA GRIFO’ PER DDD Diletti Dal Divano – La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker.

Amici di DETTI E FUMETTI oggi vi presento il podcast di La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker.

Per una volta ho chiesto a Filippo di fare una eccezione: disegnare al posto del mio consueto fumetto il ritratto di Nola la protagonista della serie TV.

Ma veniamo alla storia:

Nell’episodio di oggi parleremo di un romanzo uscito nel 2012 che è riuscito a riscuotere un successo tale da ottenere nel 2018 un adattamento televisivo. Stiamo parlando di: “La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker.
Estate 1975. Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, scompare misteriosamente nella tranquilla cittadina di Aurora, New Hampshire. Le ricerche della polizia non danno alcun esito.

Facendo click sulla foto sarete indirizzati direttamente sul PODCAST

Nola ( alias Kristine Froseth) illustrazione di Filippo Novelli

Le musiche che ho utilizzato:
“Sappheiros – Memories” is under a Creative Commons license (CC-BY).
Music promoted by BreakingCopyright: https://bit.ly/b-sappheiros-memories
Rain sound effect: https://www.youtube.com/channel/UCTdyXszrxhMP-pbhy85Pa-g

Buon ascolto da Gigi’! Buon Cinema a tutti!

[Gabriella Grifò per DETTI E FUMETTI – sezione Cinema – articolo del 21 aprile 2021]

INTERVISTA A MASSIMO WERTMULLER DI DARIO SANTARSIERO -WILLY IL BRADIPO PER DETTI E FUMETTI

Cari amici di Detti e Fumetti questa volta scopriamo l’attore -ma anche l’uomo- Massimo Wertmüller, all’anagrafe Massimo Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich  

Caro Massimo come di consueto ti presento ai nostri amici: sei un attore e doppiatore italiano. Nipote della regista Lina Wertmüller, dopo aver esordito in teatro nel 1976 con Luci di Bohéme, spettacolo presentato alla Biennale di Venezia, nel 1978 inizi a frequentare il Laboratorio di esercitazioni sceniche di Gigi Proietti. Insieme ai compagni di corso  Paola Tiziana CrucianiShereen SabetRodolfo LaganàPatrizia Loreti e Silvio Vannucci fondi il gruppo comico La Zavorra, attivo nel teatro di cabaret e nell’intrattenimento televisivo fino al 1984.

Nello stesso anno debutti sul grande schermo con il film La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia, diretto da tua  zia Lina, che ti dirigerà anche in Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada (1983) e Sotto.. sotto.. strapazzato da anomala passione (1984), Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico (1986), In una notte di chiaro di luna (1989) e nel televisivo Francesca e Nunziata (2001), andato in onda su Canale 5.

Tra gli altri tuoi ruoli in televisione, quello del commissario Giorgio Pettenella nella serie La squadra, andata in onda su Rai 3 e in replica su Rai Premium. Due delle tue più recenti apparizioni sono quelle nella serie RIS Roma, dove interpreti il ruolo del generale Abrami, e nella serie televisiva 1992 di Sky, nel ruolo di Mariotto Segni. Nel 2021 nella fiction Mina Settembre interpretata da Serena Rossi sei un generale in pensione hai un cane simpaticissimo e sei  sempre in contrasto con la madre di Mina.

Nell’ambito pubblicitario sei stato il primo testimonial di Wind nel 1999 e sostieni l’organizzazione Medici Senza Frontiere oltre a diverse cause animaliste.

D. Cosa ti ha spinto verso la recitazione?

M. Mah , direi le rappresentazioni sacre fatte a scuola, al ginnasio. Lì mi ritrovai felice a fare la voce di Jacopone da Todi per le sue Laudi nascosto in uno sgabuzzino della palestra, dove si facevano le rappresentazioni, col naso attaccato alla porta. Tanto è vero tutto ciò che poi, finito l’orario di scuola, avevamo fondato una compagnia che si chiamava “La Pochade” con altri studenti, che provava di notte in un garage spettacoli terribili come “le mani sporche “di Sartre, oppure “Edoardo II” di Marlowe, oppure “Ubu Roi” di Jarry, testi bellissimi ma che in mano nostra facevano dire al mio papà , quando era costretto a venire in cantina , l’ Abaco di Mario Ricci, a vedere una prima di suo figlio, rivolto mia madre, “stasera andiamo a fare questo attentato allo scroto?”….Poi un giorno vidi il “Masaniello” di Armando Pugliese, e mi innamorai anche dei profumi del teatro, visto che era uno  spettacolo bellissimo fatto su un mare di sabbia con carri di legno semoventi.

D. Da ragazzo hai fondato insieme ai tuoi compagni di corso un gruppo comico la Zavorra; ce ne vuoi parlare?

M. Che dire? Spesso nella vita non siamo coscienti del momento che viviamo. Come per la Storia, con la “S” maiuscola, il suo senso lo si vede meglio a posteriori e volandoci sopra ad elicottero. Per capire i suoi percorsi, i suoi perché. Io non capii che quello sarebbe stato il più grande mio successo in carriera che avrei mai più rivissuto. Con Rodolfo, Paola, Patrizia, Sherine, Silvio, avevamo raggiunto una complicità pazzesca. E uno sketch, soprattutto con Rodolfo Laganà, poteva nascere davanti al bancone di un caffè…e lo provavamo tanto. Eravamo innamorati di quel mestiere. Fu Antonello Falqui che ci scelse al Laboratorio di Gigi Proietti, la nostra scuola di recitazione. Antonello Falqui fu il più grande e mai più eguagliato ideatore di varietà che sia mai esistito. Ricordo una volta, a fine lavorazione di un 23 dicembre, la voce di Antonello in interfono disse “Buon Natale a tutti meno che alla Zavorra”, liberando tutto lo studio meno che noi. Questo perché non avevamo trovato un finale di uno sketch. Lo trovammo solo alle 23… e buon Natale a tutti. Per farvi capire che fare uno sketch era una cosa seria. 

D. Aver interpretato dei ruoli nel cinema sotto la regia  di tua zia Lina Wertmuller, cosa ti ha lasciato?

M. Lina è stata un regalo per me come modello di vita. Ho imparato tanto da lei, anche solo guardandola. E poi, ovviamente, perché è stata un genio. Non è che tutti hanno un genio, premiato con l’Oscar, come zia…

Però non ti posso nascondere il peso che si porta ad avere il mio cognome. Si è sempre sotto esame; si pagano tutte le eredità che porta un cognome come il mio. Solleva sempre la curiosità. Vedi, anche oggi, sono costretto a rispondere ad una domanda su questa mia parentela. Niente di male per carità, almeno in questo caso, ma sapendo che siamo in Italia, il fatto che io abbia dovuto non solo realizzarmi ma convincere della mia autonomia, è stata una fatica in più. Per fortuna ad aiutarmi sono arrivati i lavori a cui ho partecipato con altri grandi registi come Magni, Scola, Patroni Griffi, a dimostrare che io sono io indipendentemente dal mio cognome. Ma è stato uno scalino in più, non in meno, da superare….

D. Quale personaggio ti ha dato modo di esprimere tutto te stesso?

M.Tanti, non saprei dirtene uno in particolare …Forse un personaggio che pare costruito su di me è stato senz’altro “Il Pellegrino” di Pier Paolo Palladino a teatro.

D. Cosa è cambiato nel cinema e cosa nel teatro ultimamente?

M.Al cinema oggi mancano i maestri. Quelli di ieri poi erano maestri di vita non solo di cinema. E l’albero di certi stili cinematografici è rimasto senza frutti, secondo me. Se si prende per esempio il cinema impegnato, politico, quello di Petri, o di Rosi, per dirne alcuni, e poi se si prendono altri generi a caso si capisce che un certo cinema e un certo modo di lavorare non c’è più. Non vedo in giro oggigiorno altri Fellini, Leone, Scola, Magni, Monicelli, e potrei continuare… Vedo tante commedie rassicuranti, ma non molti grandi eventi cinematografici, ed è con questi che si scrive una pagina epocale.

Il teatro mi sembra più coriaceo invece, meno in balia dei venti. Certo, anch’esso soffre di un calo forte di gusti e qualità. Forse una certa televisione, in questo, ha le sue responsabilità.

IL MAKING OF DEL RITRATTO DI MASSIMO WERTMULLER DI FILIPPO NOVELLI https://youtu.be/sgElyogW9N8

D. Cosa vorresti dire ad un gruppo di ragazze e ragazzi che vogliono fondare una compagnia teatrale?

M. Di provarci senz’altro. Oggi è più difficile, certo, ma nessuno potrà mai dire che non si sia i prescelti, i fortunati che portano a compimento una avventura. Questo è ancora possibile.

D. Noi di DETTI E FUMETTI recentemente abbiamo prodotto dei fumetti per sostenere la Protezione Civile, i medici e il volontariato ( OSVY FIGHT COVID -2020) ; ho visto che anche tu sostieni l’organizzazione Medici Senza Frontiere e diverse altre cause animaliste, ce ne vuoi parlare di questo tuo impegno?

M. Direi solo questo, che l’impegno civico secondo me è rimasto uno dei più grandi sensi che si possano dare al proprio passaggio su questa terra. Rendersi utili è bello, non guardare solo al proprio ombelico è sano, non demandare, non essere ignavi è un nobile atteggiamento che ognuno dovrebbe tenere in questa vita.

D. Il tuo sogno del cassetto?

M.Stare in salute e poter godere sempre di un tramonto, del profumo del mare, della freschezza di un bosco….

D. Bene caro Massimo grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per la piacevole chiacchierata!

[Dario Santarsiero alias Willy il bradipo per DETTI E FUMETTI – sezione Teatro -articolo del 17 aprile 2021]

INTERVISTA A DARIO SANTARSIERO DI GABRIELLA GRIFO’ – PER L’USCITA DEL LIBRO “FARE TEATRO”.

Ciao amici oggi facciamo quattro chiacchiere con Dario Santarsiero

Ve lo presentiamo e parliamo del suo nuovo libro ma non solo. Si parlerà anche del nuovo canale in abbonamento di DETTI E FUMETTI in cui Dario avrà il ruolo di Speaker insieme a me.

Buona visione!

Se fate click sulla freccia la video intervista inizierà.

Puoi acquistare il libro FARE TEATRO di Dario Santarsiero al seguente link facendo click sul LOGO DI AMAZON

[Gabriella Grifo’ per DETTI E FUMETTI – sezione Teatro- articolo del 17 aprile 2021]

WILLY Intervista a NUNZIA SCHIANO PER DETTI E FUMETTI

Oggi cari amici intervisterò l’attrice Nunzia Schiano. Per gli appassionati  dei romanzi di Maurizio De Giovanni, è la Tata nel Commissario Ricciardi.

W. Come da tradizione iniziamo questa chiacchierata con la tua presentazione:: Sei nata e cresciuta a Portici (NA) il 16 maggio 1959, dove hai frequentato il liceo Orazio Flacco;  sei  nota soprattutto per il ruolo della madre di Mattia Volpe in “Benvenuti al Sud” (2010). Sei stata riconfermata nello stesso ruolo nel sequel “Benvenuti al Nord” (2012); interpreti soprattutto ruoli comici, vedi, “La valigia sul letto” (2009),  con Eduardo Tartaglia e Biagio Izzo.

Hai  più volte collaborato con Alessandro Siani  “Ti lascio perché ti amo troppo” (2006)  e hai recitato nel film di Leonardo Pieraccioni “Il paradiso all’improvviso” (2003).  Nel 2011 sei nel cast di “Napoletans”, di Luigi Russo, con Maurizio Casagrande e Massimo Ceccherini e in quello de  “La kryptonite nella borsa  di Ivan Cotroneo. Nel 2012 interpreti una zia del protagonista di “Reality”, di Matteo Garrone. Nel 2015 sei nel cast di “Ci devo pensaredi Francesco Albanese, con Francesco Albanese e Barbara Tabita. Nel 2016 interpreti la madre del protagonista Enzo Iupparello nel film “Vita, cuore, battito” di Sergio Colabona.

W: Cosa o chi ti ha spinto verso la recitazione?

N. Ho iniziato per gioco. Nel mio oratorio c’era un  teatro e da bambina mi esibivo perché mi piaceva farmi vedere sul palcoscenico. Al liceo un mio professore mi ha spinto verso la recitazione e  con il tempo mi sono resa conto che  quella di recitare era la mia  vita; ne ho parlato ai miei genitori, ed ho intrapreso questa strada, faticosa, perché devi studiare molto e impegnarti molto ma che ti  dà tantissime soddisfazioni!

W: Sembra che Portici, sia una fucina di attori: Troisi, Arena, de Caro, Nunzia Schiano,   è forse l’energia del Vesuvio che scatena il talento?

N. In un certo senso può essere vero!(Ride) Abitando tutti  a Portici abbiamo frequentato molto i teatri e gli spazi a nostra disposizione per crescere professionalmente. E come ho detto prima, è anche merito della nostra terra che ci da quell’energia che ci spinge a fare sempre di più e meglio.

W: Passare dalla musica popolare al teatro è stato naturale?

N. Abbastanza, in fondo il teatro è un arte popolare ci si rivolge sempre ad un pubblico che sceglie volontariamente di uscire di casa  per venire a vedere il nostro spettacolo, ed è la stessa cosa per andare ad un concerto

W: Ho letto che ami di più il teatro classico perché ?

N. Non è proprio così. Io non credo molto nelle definizioni, teatro classico attore, attrice  che possono fare solo teatro classico  sono definizioni che mi stanno strette. Amo sia il teatro  classico,  perché è da li che veniamo, sia quello moderno perché è giusto evolversi per riuscire a dare il meglio  di noi al pubblico.

W: Con il film di Carlo Vanzina “Vacanze di Natale 2000” del 1999, è iniziata la tua avventura cinematografica, ce ne vuoi parlare?

N. Carlo era un profondo conoscitore del cinema. Da lui ho imparato molto dalla recitazione ai movimenti, perché i tempi del cinema sono differenti da quelli del teatro. Carlo sapeva ciò che voleva e lo trasmetteva a noi attori, capiva le mie esigenze e le rispettava.

W: Nessuno è più adatto ad una parte drammatica come un’ attrice o un attore  comico. Che sensazione ti ha lasciato  aver partecipato come Tata Rosa alla fiction “Il commissario Ricciardi” tratto dai racconti di  Maurizio De Giovanni con la regia di Alessandro D’Alatri?

N.Ridere o piangere sono le facce di una stessa medaglia, in entrambi i casi non è facile. E’ vero però  che  un comico riesce ad interpretare parti drammatiche con un pathos sorprendente. Questo è riconosciuto di più all’estero, in Italia c’è ancora molto diffidenza ad assegnare ruoli drammatici ad attori brillanti nell’ambito cinematografico, mentre per quanto riguarda il Teatro, più aperto alla sperimentazione, gli attori comici hanno la possibilità di sperimentare parti drammatiche. Mi è stato detto che guardare alla televisione il Commissario Ricciardi era come stare a Teatro. E questo grazie al regista Alessandro D’Alatri. Alessandro è riuscito a far emergere la sensibilità di tutti i personaggi e il pubblico lo ha percepito. E’ stato molto gratificante.

W: Chi è Tata Rosa?

N. Una donna del sud che alla età di quattordici anni entra nella casa del Barone di Malomonte e si assume responsabilità dell’intera casa, compreso il commissario. E con la sua tenacia di donna cilentana lo protegge.

W: Ricapitolando: musica popolare, Teatro, Cinema, Televisione in quali di queste situazioni ti sei espressa al meglio?

N. Devo dire che ancora non ho dato il massimo, perciò continuo ancora a sperimentare.

W: Il tuo sogno nel cassetto?

N. Ce ne sono tanti, uno è di continuare a fare quello che ho scelto per la vita che mi piace molto.

W: Bene Nunzia, grazie per questa chiacchierata anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti.

N. Grazie a voi, e a presto!

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Spettacolo -articolo del 7 aprile 2021]

un blog con la passione del fumetto e non solo