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ROY FOX LICHTENSTEIN E IL FUMETTO

Roy Fox Lichtenstein ( New York, 27 ottobre 1923 – New York, 29  settembre 1997) è  stato un artista statunitense,  tra i più celebri esponenti della Pop Art.

Alterna l’attività espositiva con altri lavori. Realizza  disegni tecnici per l’azienda Republic Steel, fa il designer e il vetrinista.  Nel 1957 diventa  assistente all’Università di Stato di New York. La sua pittura si avvicina  all’Espressionismo  Astratto. Compaiono nei suoi dipinti i primi personaggi dei cartoni animati:  Topolino, Paperino e Bugs  Bunny.

Fu solo nel 1961 che Roy decise che tipo di artista sarebbe  stato. Decise di insersi all´interno della Pop Art, utilizzando le immagini  della pubblicità dei prodotti che le persone consumano, scegliendo, per  riprodurle, il mondo del fumetto e della tecnica della stampa industriale.

Le immagini dei fumetti più conosciuti vengono ingigantite e  modificate da Lichtenstein attraverso la pittura a olio direttamente sulla tela,  attraverso una tecnica che, però, rende quella stessa vignetta irriconoscibile  fuori dalla sua storia originale.

[fonte: wikipedia + la  giostra]

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 21 gennaio 2012]

I MIGLIORI ARTICOLI SUL FUMETTO # 1

Continuiamo con la nostra raccolta dei migliori articoli sul fumetto.
Oggi riportiamo quello di Davide Cali.
>Quella sottile differenza tra disegno e illustrazione di Davide Cali<
La prima cosa che faccio, quando sfoglio il book di  un fumettista, è spiegargli, di solito, che nel suo book non c’è nessun  fumetto.
E’ un fenomeno abbastanza curioso. I book dei  fumettari sono pieni di disegni, schizzi a matita, character design, tutto tranne  che fumetto.
Dico che è curioso perché i fumettari spesso divorano  letteralmente i fumetti e quindi dovrebbero sapere che il fumetto vuol dire  disegno sequenziale e soprattutto “narrativo”. Ma moltissimi, la maggior parte,  di quelli che mandano in giro materiale, compongono poi i propri book  esclusivamente con bei disegnini, le classiche pin-up dei personaggi che gli piacciono o di  quelli che pensano di aver inventato.
Quando apro il book di un illustratore per bambini il  fenomeno si ripete puntualmente: nemmeno un’illustrazione.
Tutti disegnano cercando uno “stile”, senza andare  all’essenza delle cose e cioè che “illustrare” è anche ciò che illustri e non solo come lo fai.
Devo dire che la convinzione che sia lo “stile” a  fare l’illustratore riceve il sostegno della critica che ogni paio d’anni elegge  un nuovo “stile” come trendy, e lo investe di premi e  riconoscimenti, confortando l’equazione stile = illustrazione.
In questo senso gli anni ’90 furono decisamente,  parlo degli illustratori e delle illustratrici italiane, gli anni “materici”.  Non importa cosa disegnassero, bastava che fosse “crostoso.” Diversi tra gli  illustratori in voga all’epoca avevano una costruzione della tavole inesistente  e un modo di disegnare i personaggi niente più che “scolastico” (inteso nel  senso del libro di scuola), ma la “crosta” li fece promuovere “illustratori di  grido”, almeno per due o tre anni.
I primi anni 2000 sono invece stati gli anni delle  “decoratrici”, le illustratrici che sulle tavole hanno appiccicato di tutto:  stoffa, bottoni, specchietti. Una volta a una dissi che il suo stile si ripeteva  un po’, che forse avrebbe dovuto evolvere in qualche direzione.
Mi disse che infatti lo stava facendo: aveva appena  comprato dei nuovi bottoni da appiccicare.
Ora il punto è che l’illustrazione dovrebbe essere  “narrativa”. Se applicata a un libro, a una storia, dovrebbe esserlo a  maggior ragione. Ai corsi insegno sempre che il bravo illustratore non è quello  che ricalca pari pari il testo: il testo va interpretato, per produrre qualcosa  in cui i due linguaggi, scrittura e disegno, siano complementari.
Quindi va bene ogni deformazione del personaggio,  ogni materiale usato per decorare le pagine. Anche questi espedienti in qualche  modo “raccontano” qualcosa. Del resto anche la fascinazione che si può avere per  le sfumature che riescono in una pennellata d’acquerello o nella “crostosità” di  un acrilico, raccontano qualcosa, o perlomeno la evocano. Detto questo le  illustrazioni dovrebbero comunque “raccontare”, per distinguersi da ciò che  altrimenti potremmo chiamare pittura o semplicemente “bei  disegnini”.
Gli anni attuali sono invece gli anni delle  “pittrici” nelle cui tavole regnano atmosfere sospese, fatte di nulla, quando  non sfiorano l’astrattismo e allora si riducono a strisce di colore. Tempo fa  un’allieva mi chiedeva: ma non si può inserire la pittura nell’illustrazione?  Certo che si può. L’illustrazione si è sempre contaminata e continua a farlo. Ma  c’è da capire: perché vuoi fare una cosa se in realtà non ti piace farla? Perché  ti ostini a voler parlare una lingua che non vuoi imparare?
Credo che il centro della questione sia questo: da  una decina d’anni è diventato di “moda” fare libri per bambini. Editori di ogni  genere, da quelli specializzati in libri di cucina a quelli che fanno guide  turistiche, si sono dati al libro per bambini, forse attirati dall’illusione di  infilarsi in un mercato ricco. Lo stesso è per gli illustratori: tra i ragazzi  che vorrebbero disegnare per vivere, credo che un buon 80% passi tra gli stand  della Fiera di Bologna sperando di trovarvi un lavoro.
Ma per riuscirci dobbiamo tornare al punto di  partenza: bisogna saper distinguere tra disegno e illustrazione.
Tra le illustratrici-pittrici che vedo in giro, che  più o meno copiano tutte tre o quattro illustratori di grido al momento, tra cui  Valerio Vidali, Joanna Concejo e Violeta Lopiz (ma qua e là aleggia anche il  gotico americano), si sprecano tavole piene di niente, con ragazzine pensierose  alla finestra o assopite tra i fiori.
Sinceramente, roba molto  “adolescenziale”.
Talvolta si tratta di  bei disegni, evocativi, ma di cosa? Si può raccontare delle storie solo con  questa roba? Ovviamente sì, perché si può fare tutto.
Ma l’illustrazione è,  o dovrebbe essere, qualcosa di più. Se le immagini sono ferme e nel disegno non  succede nulla, quello è un disegno.
Oppure è illustrazione da galleria d’arte, da  copertina, da collezione di cartoline.
I libri invece devono essere dinamici. Non ci può  essere “ripetizione” perché sono già un’arte seriale, in quanto ognuno viene  pubblicato in migliaia di copie.
E un libro, possibilmente, dovrebbe essere diverso  dall’altro, esattamente il contrario di quello che accade nella pittura, dove la  copia è richiesta, proprio perché si vendono gli originali. Quindi se uno  disegna una “ragazza con un girasole in mano” e l’oggetto “funziona” il  gallerista facilmente ne chiederà una decina, più o meno sullo stesso  genere.
Ma non si può pensare di fare libri disegnando sempre  e solo ragazze con un girasole in mano.
La comprensione del  proprio target professionale mi sembra importante, perché troppe persone si  ostinano a cercare la propria carriera nel posto sbagliato.
Tempo fa un amico mi ha raccontato che quando  cominciò a disegnare fece, per qualche tempo, il tatuatore. Aveva frequentato un  corso e si era comprato la macchinetta per i tatuaggi, quindi aveva iniziato a  tatuare. In realtà poi di tatuaggi ne fece pochissimi e anzi a un certo punto si  bloccò, forse era un momento suo di crisi, insomma piantò tutto. Ricominciò a  disegnare solo dopo qualche tempo, ma dedicandosi ad altro.
Solo qualche giorno fa ho ripensato al suo racconto e  alla sua mancata carriera di tatuatore e una domanda mi ha  fulminato:
Come diavolo può mai aver pensato, proprio lui, di  fare il tatuatore?
Il fatto è che il mio amico, non ha neanche un  tatuaggio.
Ora: avete mai visto un tatuatore senza  tatuaggi?
Non credo. I tatuatori ne sono pieni. Quando non  hanno niente da fare, se ne fanno uno nuovo uno. Le loro fidanzate sono piene di  tatuaggi, spesso sono tatuatrici anche loro e il massimo divertimento è tatuarsi  a vicenda. È un mondo tutto particolare, di gente che ama il proprio lavoro, al  punto di imprimerselo sulla pelle, di gente che ha fatto della propria passione  anche un lavoro. Quindi come professionisti appartengono a un “mondo”. E questo  bisogna fare per svolgere un mestiere artistico: appartenere a un mondo. Se non  hai neanche un tatuaggio, come puoi pensare di fare il tatuatore?
Se non capisci il senso del disegno sequenziale, come  puoi pensare di illustrare libri?
Fare la giusta scelta è molto difficile. Spesso sono  caduto in errore anch’io.
Anni fa un amico mi convinse a scrivere dei soggetti  per la Disney italiana. Scrissi diverse storie, contattati la redazione e mi  affidarono ad una redattrice.
Non posso dirvi la quantità di “errori mortali” che  commisi in quelle storie. Per un periodo gliene mandai diverse a settimana e lei  puntualmente mi chiamava e mi massacrava al telefono per 20 minuti dicendomi  dove avevo sbagliato. Il problema è che io pensavo di portare la mia impronta in  un universo, quello disneyano, che non ne aveva nessun bisogno. Preparai le mie  storie con la presunzione di sapere cosa fosse una “buona storia” e ispirandomi  alle storie più belle che avevo letto da bambino, ma sbagliai, perché avrei  dovuto invece leggere e studiare quelle recenti. In realtà ci avevo provato, ma  non mi erano piaciute. Già lì avrei dovuto capire che la cosa non faceva per me,  invece mi ostinai a pensare che forse non avevano autori capaci di scrivergli  belle storie.
Errore anche questo. Gli autori ce li hanno e  scrivono esattamente le storie che alla redazione piace pubblicare, storie che  rispettano determinate scelte che bisogna conoscere profondamente. Non ci si  improvvisa sceneggiatori o disegnatori per la Disney e prova ne è il fatto che  chi ci lavora, ne è talmente intriso, che poi raramente riesce a fare dell’altro  quando ci prova, perché scrollarsi di dosso il modello, narrativo e grafico  della Disney, è molto difficile.
In seguito ho commesso lo stesso errore in altre  occasioni. Anni dopo un altro amico mi disse che Mario Gomboli cercava bravi  sceneggiatori per Diabolik.
Premetto subito una cosa: non ho mai letto Diabolik.
A dirla tutta, per usare un delicato eufemismo,  Diabolik non mi è mai piaciuto.
Ciò non mi impedì di pensare che, prendendolo  semplicemente come un lavoro, avrei potuto scriverne delle storie. Con questa  convinzione andai in un negozio di fumetti usati e comprai una ventina di vecchi  numeri da studiare.
Devo dire che leggerli mi confermò il motivo per cui  Diabolik non mi aveva mai attirato. Le storie sono terribilmente banali e tutti  i personaggi si comportano e parlano in un modo talmente inverosimile da  risultare imbarazzante.
Ciò ovviamente, secondo il mio gusto  personale.
Questa conferma non mi scoraggiò: pensai che sapendo  scrivere “di meglio” avrei senz’altro potuto trovare dei soggetti da sviluppare  per il personaggio.
Mario fu molto gentile, come sempre. Ci eravamo già  incontrati anni prima, ma non in virtù di questo (non si ricordava di me) mi  disse che avrei potuto mandargli i miei soggetti quando volevo. Cominciai a  scriverne e lui a bocciarli perlopiù dicendomi che il mio Diabolik, non si  “comportava” da Diabolik.
Dopo le prime bocciature cominciai ad entrare un po’  di più nella psicologia del personaggio, al punto che le mie idee risultarono  “prevedibili”, nel senso che Diabolik era più “raffinato”.
Io, lo dico sinceramente, non capivo. Diabolik è prevedibile! Cosa c’era di sbagliato in  quel che facevo?
Semplice: che non conoscendo davvero il personaggio,  non riuscivo a distinguere il grado di prevedibilità che separa, per i lettori  di Diabolik, una sua storia da qualcosa che non lo è.
Impiegai qualche settimana a rendermi conto che  Diabolik non faceva per me o meglio, che io non facevo per lui, perché avevo  commesso un errore madornale: avevo pensato di scriverlo senza conoscerlo e  soprattutto senza apprezzarlo. Avevo pensato che fosse solo un costume, una  nemesi con dei personaggi di contorno e che bastasse progettargli dei possibili  “colpi” per scriverne una storia.
Tornando ai libri per bambini, ritengo che comincino  ad essere un mercato un po’ sopravvalutato dagli illustratori e ciò è motivo di  frustrazione perché girano spesso inutilmente in cerca di un lavoro che non  troveranno.
E il motivo è che lo cercano nel posto sbagliato.  Illustrazione può voler vuol dire molte cose: c’è l’illustrazione per  lapresse, per la narrativa adulti, per le gallerie d’arte. Ognuno di  questi generi è un mondo, che bisogna affrontare e sconoscere.
L’attuale generazione di giovani illustratrici è  anche quella dei pupazzetti e dei bijoux: non ce n’è una che non  abbia una collezione di pupazzetti su flickr o una di anellini su etsy.com. La cosa non è  spiacevole, ma tradisce una voglia di “giocare alle bambole” che ha poco a che  vedere con una professione vera e propria e soprattutto con la voglia di  misurarsi con un progetto editoriale che è ciò che tutte dichiarano voler  fare.
I pupazzetti e gli anellini vanno bene, come hobby e  per arrotondare un po’ con un forma di artigianato artistico che il web oggi  rende globalmente accessibile, ma poi per fare i libri, bisogna proprio saper fare i libri.
In Francia dove lavoro diverse colleghe illustratrici  confezionano bijoux che poi vendono ai saloni, ma poi  quando fanno libri, fanno libri veri e propri. I bijoux ne ricalcano lo stile, ma i libri  rimangono la loro attività principale.
In generale i francesi nell’illustrazione sono più  professionali. Escono dalle scuole ben preparati e affluiscono nelle redazioni  dei mensili lavorando da subito.
Nel mucchio spesso si fa fatica a distinguerli uno  dall’altro perché gli stili si somigliano. Negli ultimi anni Marc Boutavant e  Benjamin Chaud hanno creato – involontariamente – un vero e proprio esercito di  imitatori che, ciascuno a modo suo, in un mercato florido come quello francese  (seppure ora in crisi come tutti gli altri) hanno trovato lavoro.
Di “artisti” ce ne sono pochi, ma sono enormemente  talentuosi, per stile e invenzione come Serge Bloch, Olivier Douzou o François  Roca che anche se sono artisti, rimangono “narrativi”.
Serge, con il suo tratto essenziale, inventa sempre  qualcosa, un gioco visivo, una gag. Olivier non fa un libro uguale a un altro,  ogni cosa che fa nasce intorno a un idea, un progetto. François è un mostro di  bravura tecnica ma aldilà della capacità tecnica le sue tavole sono vero e  proprio cinema.
Alla fine quindi,  penso che per dedicarsi all’illustrazione, si dovrebbe cominciare da questo: dal  saper distinguere la sottile differenza tra un  disegno e un’illustrazione. E dal capire se nel proprio disegno ci sono delle  storie da raccontare. Perché senza storie come si può pensare di fare  narrativa?
[Illustrazioni di Filippo Novelli]

I MIGLIORI ARTICOLI SUL FUMETTO #2

Ecco di nuovo una rubrica della serie “i migliori articoli sul fumetto”. Ecco a voi “Le riflessioni sulle  WEB STRIP da ABC Apogeo Bit Comic (di Antonio Sofi)”.

Ormai scalzato nella  hit parade dei motivi-per-i-quali-la-gioventù-è-bruciata dai videogiochi e dai  reality show, superato dai cartoni animati nel cuore dei più piccoli (Luca  Raffaelli suggerisce giustamente di chiamarli disegni animati, ma è una  battaglia persa), inchiodato alla bidimensionalità dell’inchiostro che non si  muove e non si gioca con un joypad, il fumetto rischiava di andare incontro a  una mesta vecchiaia fatta di bei ricordi e di un consumo d’élite (curiosa  parabola di un arte nata che più popolare non si può). Questo prima del Web.  Perché oggi il fumetto ha nella Rete un alleato formidabile, una miracolosa  fonte di giovinezza, un economico lifting virale di linguaggi e talenti. Il Web  è naturalissimo botulino del fumetto, e in molti se ne stanno accorgendo.  […]

In Italia, a dire il  vero, il fumetto di carta non è esattamente il deserto dei Tartari in attesa del  successo che forse verrà. Resistono ancora oggi esperienze di quantità e qualità  come gli albi dellaBonelli, i cui vari Tex, Dylan Dog, Nathan Never mostrano  pochi cedimenti (ma ci sono, nelle vendite degli ultimi vent’anni). E c’è molta  produzione d’autore (ma non come dagli amati-odiati cugini francesi), quella  letteratura disegnata di cui parlava Hugo Pratt (o romanzo grafico come si  preferisce oggi) che ha avuto negli ultimi anni straordinari interpreti di casa  nostra: lo strabiliante Gipi, il celebrato Mattotti, il bravissimo e  anomalo bonelliano Enoch, il rockerDavide Toffolo e tanti altri –  anche giovanissimi usciti dalle fucine delle scuole di  fumetto.

Manca però – e  parliamo sempre del nostro buffo Paese – quel trait d’union fumettistico che  altrove ha messo in connessione virtuosa il fumetto d’elite (la letteratura  disegnata) e quello fictional e d’intrattenimento (Bonelli in Italia, o le  molteplici saghe dei supereroi negli Usa). Un tratto d’unione quotidiano e  popolare, mescolato alla varia cronaca, altare o contraltare dissonante  dell’attualità; quello che altrove occupa giornalmente o quasi le pagine interne  dei newspapers e che da noi si vede solo per qualche mese d’estate, nella pagina  dei cruciverba: la comic  strip (o striscia). La strip è la forma primigenia del fumetto  e nasce proprio per essere pubblicata all’interno delle pagine dei quotidiani:  da destra a sinistra, due/tre vignette e conclusione (tranne la domenica, ché  l’importante foliazione dei quotidiani anglosassoni ha permesso la libertà di  una striscia-non-più-striscia, dallo sviluppo verticale e più  narrativo).Raccontano una storia, le comic strip, e giorno dopo giorno, con o  senza continuità temporale: con personaggi eternamente uguali a se stessi e  dimentichi di ciò che ieri fu, oppure che invecchiano e cambiano, in sincronia  con i loro disegnatori. L’intento è facile e difficilissimo allo stesso tempo:  far ridere o sorridere (che vuol dire, in fondo, pensare).  […]

La strip costringe  chi disegna ad impegnarsi in una delle prove più difficili in assoluto, per un  narratore quale ci si aspetta che sia: essere sintetico, ed essere brillante.  Non sempre il salto mortale narrativo riesce; non è sempre facile esaurire nei  limiti spazio-temporali di poche vignette tutta la forza centrifuga di una  storia compiuta. Quando riesce, però, scatta l’intimo applauso – il sorriso o il  pensiero.

In Italia mercato  per le comic strip, però, non c’è – e mai c’è stato. Nell’editoria dei  quotidiani anglosassoni le comic strip sono intoccabili come il meteo e gli  annunci economici. Usati come arma per conquistarsi, vignetta dopo vignetta, la  fedeltà dei lettori. Nel tempo questa scelta editoriale ha prodotto una vera e  propria scuola stilistica con tanto di capolavori indiscussi dell’arte del  fumetto (non scrivo dell’arte tout  court, ma lo penso). In Italia, tranne rari casi,  nisba.

È questo quello che  deve aver pensato chi, a un certo punto, ha cominciato a guardare alla Rete come  un luogo dove finalmente pubblicare strip e fumetti senza aspettare che dalla  torre d’avorio dei quotidiani aprissero l’inferriata invece di sguinzagliare i  coccodrilli. Sono quindi nati nel corso degli ultimi anni molti siti e webzine  che si propongono di pubblicare, promuovere, accogliere i talenti fumettistici  innamorati delle strip (ottimi esempi italiani sono, tra gli  altri, La Striscia.net e Nuvole  Elettriche). Nonché – è storia più recente – la rivoluzione dei blog ha permesso  a molti talenti individuali di aprirsi un proprio sito personale dove pubblicare  i propri fumetti, bypassando in parte anche l’appassionata intermediazione delle  webzine fumettare. Disegnando se stessi, senza alcun filtro, in stretto  rapporto con chi legge e commenta – trovando così, spesso, il senso più puro e  incontaminato delle comic  strip.[…]

[Illustrazioni di Filippo Novelli]

 

CIUCCI,una idea vincente

 

…e poi ci sono delle idee vincenti  su internet e facebook come il blog di Marta Lasorniana che, come si legge nella   sua introduzione, “… ospita i disegni d’infanzia di alcuni fumettisti e   illustratori italiani. Confrontando i disegni del passato e del presente, è   possibile intravedere i temi e lo stile, anche se acerbi, di un  autore”.
[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 10 maggio 2012]

La VENERE NERA di Botticelli?

La Venere Nera di Botticelli: grazie al film sui  Vendicatori siamo riusciti ad avvicinare un grandissimo pubblico al mondo del fumetto; sempre più neofiti stanno cominciando a capire che il fumetto è arte e sta velocemente risalendo dal 9° posto in cui l’avevamo relegata, dal momento che in sè vi sono i semi delle altre: dalla sceneggiatura alla poesia, dall’esaltazione dell’immagine concettuale alla comicità straripante. E   scusandoci per aver deturpato il vostro ricordo della venere botticelliana alziamo i calici e brindiamo al miliardo di nuovi fan del fumetto!!!

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 26 maggio 2012]

 

LA GENESI DEL LOGO DI OSVY

Recentemente molti mi hanno chiesto se le strip  che disegnavo fossero una serie, se seguissero un filo rosso; ho capito che  occorreva fare chiarezza a cominciare dal nome, magari da inserire in testa alle strip. Non mi bastava un semplice nome, avevo bisogno di   una scritta che rimanesse nella memoria del lettore, che fosse l’essenza stessa della serie OSVY… c’era bisogno di un logo.

OSVY innanzitutto è il bianco porcospino in cui si trasforma il protagonista della serie per ricevere da esso la forza per recitare aforismi e illuminare il mondo attraverso le più famose massime; perché comprendere è possibile e conoscere è necessario e ti aiuta ad affrontare meglio la Vita.  Ho rappresentato l’occhio di OSVY con la lettera O.

Ma OSVY è anche il racconto scanzonato della   routine della vita di coppia nella quale Linda, con i suoi comportamenti   vessatori nei confronti di Osvy, la fa da padrona. La S è la sua coda.

OSVY è anche la lotta del Bene contro il Male; come Osvy recita aforismi positivi e carichi di speranza, allo stesso modo la   perfida volpe Morbo recita quelli cinici malvagi anche se drammaticamente veri. La V è la sua faccia.

Infine vi è la Y che nel suo segno raccoglie sia il  fulmine, trasformando i protagonisti della serie in animali, sia la matita che le disegna.

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 6 settembre 2012]

[Illustrazioni di Filippo Novelli]

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MINNY E MERIDA

I miei amici mi hanno preso in giro… Filippo quelli della Pixar ti stanno spiando!

Perchè gli  ho risposto io? E loro: “No dico, non hai visto il film di Merida?”

Certo perche? E loro: “Come perchè… una bambina appassionata del tiro con l’arco con una madre orso proveniente dalla Scozia, no dico… è plagio!”

Si, si continuate a prendermi in giro… gli dissi il giorno dopo gli ho mandato questa illustrazione.

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 9 settembre 2012]

[Illustrazioni di Filippo Novelli]

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LAUREARSI PER POI DEDICARE LA PROPRIA VITA A DISEGNARE FUMETTI: Osamu Tezuka il creatore dei MANGA

Oggigiorno non puoi  permetterti di coltivare le tue passioni e  tentare di farne un mestiere. Devi puntare a qualcosa di stabile, studiare una  vita, almeno ti devi  laureare per provare a trovare un lavoro con cui riuscire  a sfamare te e la tua famiglia. Solo dopo ti puoi permettere di dedicarti alle  tue passioni. Così fece Osamu Tezuka  che studiò medicina e divenne medico; nel frattempo disegnava  fumetti per  pagarsi gli studi, tanto bene che il fumetto stravolse i suoi piani di una  carriera nel campo medico. Tezuka, non a caso definito  “il Walt Disney  Giapponese”, creò il moderno genere dei fumetti giapponesi, conosciuti  come manga. I manga, distinguibili per l’estrema semplicità dello stile, avevano un linguaggio stenografato, visivo, che fondeva l’eleganza della forma con un momento narrativo a rotta di collo. I manga inizialmente furono per un pubblico di adolescenti (c’erano i robot che combattevano per la pace, come nella la popolare serie di ASTRO BOY), ma già a  partire dagli anni ’60, si spostarono verso storie più serie e adulte che  ebbero un grandissimo successo; Perfino dopo la sua scomparsa (1989), i libri  di Tezuka continuano a vendere a decine di milioni di copie in Giappone, tanto  che i manga rappresentano un quarto di tutti i libri venduti nel paese. Ma gli  è servito diventare medico? A quanto pare si, dal momento che i suoi studi  scientifici precedenti traspaiono in molte delineazioni sottili dei paesaggi e  della natura.

[Si ringrazia il blog “ASCOLTARE” ]

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 11 novembre 2012]

[Illustrazioni di Filippo Novelli]

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UNA MOSTRA DI FUMETTI IN BIBLIOTECA

Come ogni sabato sono passato in biblioteca a fare la scorta  di libri per la settimana. Gironzolando tra gli scaffali indovina cosa scopro?  Una bella mostra di fumetti disegnati dai ragazzi della scuola di quartiere.Speriamo che questa iniziativa contagi le altre biblioteche  comunali e che diventi itinerante mi sono detto.

Con l’occasione la biblioteca ha creato una serie di  aree dedicate al fumetto: c’è quella per i piu’ piccini, dove i  genitori si siedono con loro e glieli leggono;c’è quella per i grandi,  dove sono presentati i più famosi fumetti sia degli  autori del momento sia dei  classici; la cosa interessante è che  qui i comics si alternano via via che il  visitatore li prende in prestito; e se non ne trovi uno specifico? Nessun problema,  lo segnali alla biblioteca e lei lo compra, mettendolo a disposizione dopo  qualche giorno per te fortunato lettore. Si ma se lo vuoi subito senza  aspettare? Nessun problema, grazie alla sua rete di biblioteche sparse per la  città, il bibliotecario di turno ti segnala quella in cui puoi andarlo ad  affittare! 

Sono proprio soddisfatto; erano anni che parlavo alla  direttrice di organizzare una mostra di fumetti. Sono sicuro che questa non  sarà l’ultima.

Dopo il “caso Amazon”, dopo le interviste ai  fumettisti in TV, ora siamo anche nelle biblioteche, il fumetto sta prendendo  sempre più piede in Italia. Continuiamo così.

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 15 dicembre 2012]

[Illustrazioni di Filippo Novelli]

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VORREI DISEGNARE UNA STRIP…

Vorrei disegnare una strip…una al giorno. Quando vivrò di disegno lo farò.

Una strip perfetta ogni volta che voglio raccontare una storia; per ora quelle imperfette le conoscete, sto sperimentando.

Vorrei farvi capire che voi siete quello che accade tra una una strip e l’altra, e a volte siete la strip, perchè noi attingiamo dalle nostre esperienze, da cio’ che ci accade attorno, noi siamo spugne!

Per chiosa vi lascio una “Apologia del fumettista” scritta dalla Comic Star del momento, Roberto Recchioni, che inizia più meno così:“…fare fumetti richiede fatica e dedizione completa, forse più che nella maggior parte dei mestieri”. 

e prosegue: ” […]  Perché fare fumetti è arte quanto artigianato. E’ applicazione quanto talento. E’ estro quanto metodo. Perché non basta saper disegnare e non basta saper scrivere. Si deve saper disegnare (anche solo con la mente) e scrivere (anche con il disegno).

E, ancora di più, bisogna saper raccontare. Perché lo scopo è quello. Raccontare una storia. Poco importa se grande o piccola, se ambientata tra le montagne dell’Arizona o in un condominio di un quartiere di periferia. Se gialla, nera, rossa o rosa o di chissà che colore. I fumetti si fanno per le storie. Tutte quante. E’ il senso del racconto, quello che ci vuole. E del segno. Perché, nel fumetto, il segno è parola, quanto le parole stesse. E i segni bisogna conoscerli, amarli e saperli usare. E quello è mestiere, prima che istinto. E’ mestiere che diventa istinto. Per un fumettista, uno vero, fare fumetti è come respirare. Anzi, meglio: un fumettista respira fumetti, vive tra le pagine e il tempo della sua vita è scandito da quella linea bianca che separa una vignetta dalle altre. Volete fare fumetti nella vostra vita? Lo volete sul serio? Allora, dovete fare in modo che il fumetto diventi un problema. Perché se non siete dominati da esso, allora lo state facendo sbagliato. Qualcuno vi dirà che l’ossessione non è obbligatoria se si vuole fare questo mestiere. E’ vero. Ma aiuta parecchio”. Qui la versione integrale.

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 24 dicembre 2012]