Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo con noi Antonella Fattori. Conosciamola un po’ meglio.
W. Allora Antonella, sei nata a Prato, ti sei diplomata all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma. Inizi a lavorare nel mondo del teatro in ruoli da attrice giovane con registi come Luigi Squarzina, Roberto Guicciardini e Luca Ronconi.
Nel 1985 vieni scelta da Nanni Moretti per un ruolo ne La messa è finita; nel 1988 il regista Silvio Soldini, nel suo primo lungometraggio L’aria serena dell’ovest ti affida il ruolo da protagonista. Il 1998 ti vede protagonista insieme ad Alessandro Gassmann della miniserie di Rai 1 Nessuno escluso per la regia di Massimo Spano. Con questa interpretazione vinci il Premio Flaiano di Televisione e Radio nella categoria Premio per l’interpretazione. Sempre nel 1998 Carlo Lizzani ti sceglie come protagonista di un’altra miniserie per la Rai, La donna del treno, insieme ad Alessio Boni.
Nel 2000 lavori con Massimo Dapporto in una serie per Canale 5, Ciao professore, regia di José Maria Sanchez. Sempre nel 2000 torni al cinema con un ruolo da protagonista nel film Le complici, regia di Emanuela Piovano. Nel 2003 reciti nel ruolo della donna contessa Anna Ristori nella serie di Canale 5 Elisa di Rivombrosa, regia di Cinzia TH Torrini; nel 2004 Elisa di Rivombrosa- Parte seconda, sequel della serie. Nel 2007 reciti nella miniserie televisiva Chiara e Francesco, regia di Fabrizio Costa. Nel 2008 reciti nella fiction di 18 puntate per Rai 2 Terapia d’urgenza nel ruolo del medico Cristiana Gandini.
Nel 2010 ritorni al teatro con un tuo testo scritto e interpretato dal titolo Giorni S-contati che affronta in chiave agrodolce il tema della realtà carceraria in Italia. Nel 2011 sei nella fiction Don Matteo 8, regia di Carmine Elia. Nel 2012 sei nel cast della serie poliziesca R.I.S. Roma – Delitti imperfetti, regia di Francesco Miccichè. Nel 2013 interpreti Elisabetta nella seconda stagione della serie in quattordici puntate Le tre rose di Eva. Nel 2014 entri nella seconda stagione de Il tredicesimo apostolo nel ruolo di Greta Lorenzini. Nel 2016 partecipi alla serie prodotta da Canale 5 Fuoco amico TF45 – Eroe per amore con Raoul Bova. Nel 2017 sei nella serie TV per Canale 5 Sacrificio d’amore, dove interpreti suor Agnese. Nel 2018 partecipi ad una docufiction Il precursore di Omar Presenti. Nel 2020 interpreti Chiara in un pilota tutto al femminile dal titolo Rosa shocking liberamente tratto da Sex and the city.
Antonella Fattori- disegno di Anna Novelli -colori Filippo Novelli
W. Cosa ti ha spinto a frequentare l’Accademia di arte drammatica?
Quand’ero ancora adolescente, a Prato la mia città natale venne il maestro Ronconi con il suo laboratorio teatrale. L’amministrazione di quei tempi dette al maestro Ronconi la possibilità di formare un gruppo di lavoro che ha lavorato per più di 4 anni ad un progetto di ricerca teatrale.Nelle strade di Prato, cittadina di provincia, gravitavano attori importanti scritturati da Ronconi per portare avanti questo bellissimo e ambizioso progetto.Ronconi mise in scena vari spettacoli a cui assistevo rapita e entusiasta…per citarne alcuni ’La torre’ di Hofmannsthal. Seppi che cercavano comparse per lo spettacolo e mi feci avanti. Rimasi folgorata da quel meraviglioso mondo e appena diplomata alle superiori decisi di provare ad entrare all’Accademia Naz. d’arte drammatica ‘Silvio D’Amico’ di Roma. Ricordo l’emozione che provai quando affrontai l’esame d’ammissione…era difficile entrare. Ce la feci al primo colpo! E al terzo anno chi arrivò come insegnante di recitazione?…Luca Ronconi. L’ho avuto per tutto il terzo anno accademico e mi sono diplomata con un saggio finale con la sua regia ‘Il sogno’ di A. Strindberg. Spettacolo bellissimo del maestro! Si chiudeva così un cerchio e iniziava la mia carriera di attrice professionista.
W. Lavorare per registi come Squarzina, Guicciardini, Ronconi, è un bel trampolino di lancio, per una giovane attrice, ce ne vuoi parlare?
Appena uscita dalla scuola ho iniziato subito a lavorare come prima attrice. Squarzina mi scelse dopo un provino appena uscita dall’Accademia Era ‘I cinque sensi’ commedia scritta dello stesso Squarzina con Sergio Fantoni. Poi Guicciardini anche lui toscano come me.Grande uomo, colto e fine regista.Di lui ricordo la classe , la cultura e la sua sottile ironia.Si, ho avuto la fortuna di recitare con registi sensibili e preparati.
W. Nel 1998 con la mini serie su Rai 1 Nessuno escluso per la regia di Massimo Spano, vinci il Premio Flaiano, quale è stata la tua prima emozione?
Insieme al teatro cominciai a fare anche cinema e televisione mi scelse N.Moretti per un ruolo nella’ Messa e finita’ e poi S. Soldini nel suo primo lungometraggio ‘L’aria serena dell’Ovest’ film molto apprezzato dalla critica e poi ancora Cinzia Th Torrini per un bellissimo ruolo nel ‘La colpevole’ ruolo di una giovane vittima di stupro e pochi anni dopo mi scelse per ‘Elisa di Rivombrosa’ successo straordinario che mi ha dato la popolarità e poi ancora M.Spano che mi affido’ il ruolo di una poliziotta della Dia con cui ho vinto il Premio Flaiano come miglior interprete di fiction .Ricordo ancora l’emozione di ricevere il premio a Pescara.I premi gratificano sempre anche se poi…e’ giusto dimenticarsene!
W. Essere un’ attrice in un momento così particolare come questo che stiamo vivendo ora, che responsabilità comporta?
Già! Periodo alquanto difficile.La pandemia ha scoperto come un vaso di Pandora le molteplici problematiche legate a questo nostro mestiere mettendo a dura prova tutto il nostro settore.Basti pensare che in Italia non c’è’ un riconoscimento giuridico del nostro lavoro.Non siamo ancora una categoria e questo ci preclude da tanti diritti sacrosanti che un riconoscimento di categoria ci assicurerebbe.Per questo sono nate tante associazioni(di cui anch’io faccio parte)in questo periodo con la funzione di far emergere e tutelare questo nostro scomparto dimenticato per tanti anni anche per nostre negligenze e per mancanza d’unione Le cose comunque stanno cambiando, con la pandemia siamo riusciti a interpellare e a interfacciarsi con le varie istituzioni e a cercare di far conoscere e sensibilizzare sulle nostre problematiche così diverse e spesso sconosciute proprio per la particolarità del nostro lavoro.Da poco i teatri hanno riaperto dopo più di un anno e mezzo di chiusura che ha acutizzato ancora più i problemi di quanto non ce ne fossero prima.Ma il teatro non muore, non morirà mai e spero che dopo questo lungo periodo di fermo le persone abbiano voglia di tornare a vedere spettacoli dal vivo , a vivere la magia del teatro.Il teatro è condivisione , stare insieme e dopo tanta solitudine credo che le persone abbiano voglia di partecipare ad un rito collettivo.Da poco ho debuttato con uno spettacolo ‘ Giro di vite ‘ adattamento teatrale dal romanzo di Henry James.Il pubblico è venuto numeroso nonostante il limite dei posti ,l’ho visto entusiasta e partecipe di poter tornare a rivivere insieme la magia dello spettacolo dal vivo.
W. Cosa provi quando hai l’occasione di rivederti in televisione o al cinema?
Mah…io sono sempre molto critica nel mio lavoro.Penso sempre che avrei potuto far meglio o diversamente ma è anche uno stimolo a non fermarsi, a non accontentarsi e a cercare di migliorare.
W. Un consiglio a dei giovani attori e attrici che voglio emergere?
Il mondo dello spettacolo e’ un mondo difficile, fatto di tante soddisfazioni ma anche di molteplici ostacoli…spesso la bravura non coincide con il successo ma se si ha determinazione ,pazienza e fiducia in se’ stessi si può ottenere risultati sorprendenti. E poi studiare, studiare sempre, prepararsi su tutto, disporre di più frecce possibili nel proprio arco da poter lanciare al momento giusto, nel posto giusto! Fare in modo che quando il treno delle opportunità e della fortuna passa dalla tua stazione non ti trovi impreparato ma ti trovi pronto a prenderlo al volo…per poi aspettarne un altro e un altro ancora senza mai mollare. Preparazione,pazienza… e fortuna! Si…anche fortuna! Ricordo che durante l’Accademia andai a vedere il grande V.Gassman. Ricordo la mia timidezza e soggezione quando andai a complimentarmi nel camerino per la sua interpretazione nell’Otello. Timidamente chiesi a Gassman cosa serviva oltre al talento per diventare un grande attore mi rispose con grande mia meraviglia ‘Fortuna ragazza mia…tanta fortuna! Negli anni ho capito che aveva ragione!
W. Il tuo sogno nel cassetto?
Ho scritto un cortometraggio insieme ad un giovane attore-autore Alex Scala.Vorrei cimentarmi nella regia. Dopo tanti anni davanti alla macchina da presa mi sento pronta per passare dall’altra parte della barricata. La Michelangelo Film produrrà il cortometraggio.. Incrociamo le dita
W. Bene Antonella grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata
[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – sezione CINEMA – ARTICOLO DEL 4 AGOSTO 2021]
Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi intervisterò la giornalista Valeria Arnaldi.
Ritratto di Filippo Novelli
Allora Valeria nasci a Roma nel 1977 ti sei laureata in Scienze Politiche. Come giornalista professionista scrivi su quotidiani e mensili italiani e stranieri. Curi mostre di arte contemporanea in Italia e all’estero e hai scritto e diretto spettacoli e cortometraggi. Hai pubblicato diversi libri di vario argomento, dall’arte ai fumetti alla cucina.
W. Chi o cosa ti ha spinto verso il giornalismo?
Non ricordo eventi particolari che abbiano fatto nascere questa passione, è come se ci fosse sempre stata. Il giornalismo mi ha sempre attirata. Era proprio la parola stampata ad affascinarmi. Sin da piccolissima. Appena ho imparato a scrivere, giocavo a costruire piccoli giornali. Avevo anche una rotativa giocattolo per fare le mie “stampe”. Giocavo a fare il giornale ed a leggere il telegiornale. Già in prima elementare avevo le idee chiare su quale lavoro mi sarebbe piaciuto fare da grande. In seguito ho orientato il percorso di studi – laurea, master e via dicendo – in tale ottica.
FOTO DI MICHELANGELO GISONE
W. Perché hai scelto la Cultura invece della politica o della cronaca?
La Terza pagina era quella più vicina ai miei interessi: arte, libri, teatro, musica e via dicendo. Permette di sollecitare sguardi, riflessioni, emozioni, letture, visioni. Tutto il giornale però mi affascina e scrivo anche in altri ambiti. Quando ho iniziato a riflettere sulla professione, mi sono ripromessa di provare tutti i tipi di giornalismo: carta stampata, tv, radio, agenzia e via dicendo. Così ho fatto. E ho scritto e scrivo anche di altro. Credo che si debba imparare a “muoversi” in più ambiti, dalla cronaca alla cultura, dalla politica allo sport e via dicendo. Acquisire più competenze e osservare una medesima situazione da più punti di vista aiuta a comprenderla e illustrarla meglio.
FOTO DI MIMMO FRASSINETTI
W. Abbiamo detto che sei anche scrittrice. Quando hai terminato di scrivere un libro che sensazione provi?
Quando metto il punto conclusivo, è come se un “viaggio” fosse finito. In realtà, è proprio lì che inizia il viaggio del libro. Direi che sono contenta delle ricerche fatte e delle emozioni condivise, più o meno stanca a seconda del momento. Di solito, però, ho sempre una certa carica di energia, accumulata lavorando, che mi porta spesso a pensare subito al tema che mi piacerebbe approfondire nel libro successivo. Ci sono libri che sono vere e proprie “sospensioni” dalla vita reale, ti portano altrove mentre li scrivi, quasi come fossero vacanze che prendi da te stessa. Alcuni li ho vissuto così, quasi come vite alternative. Tra le pagine si fermano momenti, pensieri, sentimenti, a volte rimpianti, desideri. E quando concludo un libro, quelle emozioni sono tutte lì.
W. Sappiamo per la gioia dei nostri lettori di DETTI E FUMETTI che sei affascinata dall’animazione giapponese e hai scritto diversi libri di fumetto, in particolare lo sei di Hayao Miyazaki, ce ne vuoi parlare?
Di Miyazaki amo la profonda poesia. E lo “sguardo”. Miyazaki ricerca la meraviglia, come emozione ma anche come categoria filosofica. Attraverso la sua visione animata e, in generale, dell’animazione, ha rivoluzionato linguaggio, settore, perfino fantasie e ha dato nuove prospettive ai giovani, ma non solo. Le sue storie, pur straordinarie, hanno rimandi concreti.
Ciò fa sì che le fantasie possano essere percepite come possibilità fino a diventare aspirazioni. Il Bello, in Miyazaki, è obiettivo a cui tendere, non dono che arriva dall’alto, ma meta da conquistare con coraggio, impegno, dedizione. Miiyazaki parla di guerra, malattia, dolore, violenza, ambiente. E parla di opportunità. Per tutti e tutte. Ha cambiato le prospettive delle bambine, scegliendo come protagoniste delle storie non più “principesse” in attesa ma giovani donne, spesso chiamate a salvare i loro compagni, amici e parenti, in una visione moderna cui poi sarebbe approdata anche l’animazione internazionale anni dopo. In ogni personaggio, in ogni contesto, in ogni orizzonte, Miyazaki racconta anche un poco di sé, del suo sguardo carico di emozioni e sogni, consapevole delle responsabilità, a volte velato di una malinconia che pare venire da lontano. In ogni avventura, vede e porta più solleciti alla riflessione, per un pubblico di tutte le età che proprio quando si fa incantare dalle sue narrazioni, di fatto, si “risveglia”.
W. E’ vero che Lady Oscar è la tua eroina preferita? Ho letto il tuo bellissimo libro.
Lady Oscar, eroina di Riyoko Ikeda è bella, forte, coraggiosa, rigorosa per morale, generosa nell’animo, anche inquieta però, modernamente fragile. Ed è una creatura “sacrificata”, sin dalla nascita. La adoravo da bambina e, cresciuta, l’ho apprezzata pure da nuovi punti di vista.
Negli anni, l’opera è stata considerata una sorta di manifesto femminista a fumetti. È stata la stessa autrice a puntare l’attenzione su questa interpretazione e sui limiti nei quali erano costrette le donne non solo nel Settecento pre-rivoluzionario francese ma anche all’epoca della realizzazione del manga, a partire dalla sua stessa sfida di volersi fare mangaka. Lady Oscar si è proposta dunque come nuovo “modello”. Come poteva non sollecitare gli animi? Oscar offriva nuove prospettive a bambine e ragazze, regalando loro altri orizzonti e la capacità di immaginarsi “armate” contro il mondo. Ed è anche un manga di denuncia “sociale”. A essere portata sotto i riflettori dall’autrice, infatti, è la schiavitù di costumi, società, pregiudizi. L’eroismo di Oscar non è quello di una donna in lotta per la parità, ma quello di matrice epica classica che porta l’eroe tragico ad accettare il suo destino. Oscar non può scegliere cosa essere perché la sua coscienza matura a decisione già presa. Non è interessata al genere che deve portare in scena ma alla perfezione, all’ideale che può – e deve – incarnare. Lady Oscar è la storia corale di mille e una schiavitù che caratterizzano la Vita, attimo dopo attimo, per paradosso, nelle regole che l’uomo le ha imposto.
W. Cosa consiglieresti ad una giovane giornalista che vorrebbe scrivere sull’animazione giapponese?
Oggi esistono molte forme e tanti strumenti per scrivere di animazione giapponese. Io lo faccio nei libri, ma ci sono tanti altri mezzi e c’è un pubblico sempre più ampio e attento. L’animazione, un tempo, fino a non molti anni fa, a dire il vero, era considerata per ragazzi, oggi la platea si è decisamente ampliata, come l’offerta. I grandi nomi dell’animazione, tra registi e personaggi, sono noti alla gran parte delle persone. L’interesse è alto e in costante crescita. Direi che lo spazio per muoversi è ampio. Non ci sono grandi consigli da dare. Credo che l’aspetto più importante sia trovare una chiave di narrazione e indagine. Per il resto, lo spazio è ampio, il pubblico è interessato, gli strumenti non mancano. Non rimane che iniziare.
FOTO DI MASSIMO ATTARDI
W. Il tuo sogno nel cassetto?
Non si rivela mai, per scaramanzia.
W. Bene cara Valeria ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti, per questa interessante chiacchierata
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti – Sezione Giornalismo -Articolo del 15/07/ 2021]
Cari amici di Detti e Fumetti vi vogliamo ricordare una bellissima mostra in corso a Palazzo delle Esposizioni di Roma: Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno Munari, promossa da Roma Culture, organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo e ideata dal Museo Tattile Statale Omero di Ancona, in collaborazione con la Fondazione Chiaravalle Montessori e l’Associazione Bruno Munari. Il senso del tatto e l’esperienza del bello sono stati duramente colpiti dalle limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria. Accettando una sfida che può sembrare audace, dopo il grande successo al Museo Tattile Statale Omero di Ancona, nel centenario del Manifesto del tattilismo di Filippo T. Marinetti, la mostra, coordinata nell’edizione romana dal Laboratorio d’artedell’Azienda Speciale Palaexpo, rimette al centro l’importanza del toccare e il suo valore estetico ed educativo. Un’occasione per conoscere meglio due tra i più illustri protagonisti della cultura italiana moderna, riconosciuti e apprezzati in tutto il mondo e per la prima volta insieme in un’esposizione, attraverso il pensiero e i materiali di Maria Montessori e i progetti e i lavori originali di Bruno Munari. Partiti da esperienze, formazioni e riflessioni differenti, trovano proprio nell’esperienza estetica tattile un possibile punto di incontro. L’allestimento, ripensato per l’occasione da Fabio Fornasari, è costruito attorno a cinque nuclei tematici: le forme, i materiali, la pelle delle cose, alfabeti e narrazioni tattili, manipolare e interagire. Ogni sezione racconta il dialogo tra i due protagonisti attraverso oggetti, libri, strumenti esposti su tavoli appositamente ideati e disegnati, le cui forme sono in dialogo con le opere a parete. A conclusione del percorso l’ultimo tavolo-laboratorio permette ai visitatori di osservare, manipolare e sperimentare in sicurezza una selezione di opere e oggetti che approfondiranno, ogni mese, aspetti e collegamenti diversi. Del poliedrico artista e designer Bruno Munari saranno esposte più di 30 opere originali e lavori editoriali, che testimoniano come tutto il suo lungo percorso creativo, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, sia stato sempre caratterizzato da una forte attenzione ai temi della multisensorialità – e della tattilità in particolare – e dall’impiego a livello artistico di una grande quantità e varietà di materiali naturali e industriali anche a fini pedagogici. Accanto alle macchine inutili e ai messaggi tattili, la scimmietta Zizì, originale giocattolo di design vincitore delprestigioso premio Compasso d’Oro e le dieci opere della serie positivo-negativo. Novità della tappa romana è il Libroletto (1993), realizzato con Marco Ferreri e composto da sei morbidi cuscini bordati di micro-storie. Di Maria Montessori verranno presentati sia il modello educativo sia alcuni oggetti storici prestati per la prima volta dall’Opera Nazionale Montessori di Roma. Particolare attenzione verrà dedicata ai materiali di sviluppo studiati per l’educazione sensoriale e della mano, definita da lei stessa come l’organo dell’intelligenza. Dalle tavolette termiche alle lettere smerigliate, dagli incastri solidi alla torre rosa, fino alle tavole botaniche e alle spolette dei colori, per accompagnare i visitatori alla scoperta del mondo attraverso oggetti che parlano di geometria, geografia, musica, matematica costruendo allo stesso tempo bellezza. Una mostra dinamica che guarda verso il futuro e la possibilità di poter tornare a vivere a pieno le esperienze tattili e multisensoriali con una nuova e più matura consapevolezza. Il 21 giugno alle ore 17,00 la mostra sarà presentata in anteprima con una tavola rotonda on line in diretta streaming sui canali social del Palazzo delle Esposizioni per raccontarne la genesi e i due protagonisti. A partire dall’autunno, se le norme anti – Covid 19 lo permetteranno, saranno organizzati laboratori didattici per le scuole e le famiglie, nonché workshop e giornate di formazionerivolti a docenti, educatori ed operatori museali secondo il metodo Bruno Munari e il modello montessoriano. Il catalogo della mostra Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno Munari è a cura di Corraini Edizioni.Maria Montessori (1870-1952) è stata un’educatrice, pedagogista, filosofa, medico, neuropsichiatra infantile e scienziata italiana, internazionalmente nota per il metodo educativo che prende il suo nome, adottato in migliaia di scuole dell’infanzia, elementari, medie e superiori in tutto il mondo. Fu tra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia.Bruno Munari (1907-1998) è stato uno dei massimi protagonisti dell’arte, del design e della grafica del ‘900. Ha sempre dedicato la propria attività creativa alla sperimentazione, con un’attenzione particolare al mondo dei bambini e dei loro giochi. Le sue creazioni nei campi della pittura, scultura, design, fotografia e didattica ne attraversano le diverse poetiche seguendo il filo della sua personalissima ricerca.
Scheda informativaTitolo: Toccare la bellezza. Maria Montessori Bruno Munari
Sede: Palazzo delle Esposizioni – PIANO ZERO – Via Milano 13 – RomaPeriodo: 22 giugno 2021 – 27 febbraio 2022
Promossa da: ROMA Culture (culture.roma.it) e Azienda Speciale PalaexpoIdeata da: Museo Tattile Statale Omero, Comune di Ancona, in collaborazione con Fondazione Chiaravalle Montessori, Associazione Bruno Munari
Organizzata da: Azienda Speciale Palaexpo
Sponsor Tecnico: GonzagArredi MontessoriInformazioni e orari: consulta il sito www.palazzoesposizioni.it
Ingresso: Gratuito
Social Media: Fb –Palazzo delle Esposizioni;
Instagram – Palazzoesposizioni;
Tw-Esposizioni
(Filippo Novelli per Detti e Fumetti articolo del 6 luglio 2021)
Cari lettori di Detti e Fumetti, per il ciclo dei giornalisti oggi scambieremo quattro chiacchiere con Laura Squillaci
Allora Laura sei nata adAosta nel 1981, ti sei laureata in Economia Politica all’Università Bocconi di Milano, per un anno sei stata lobbysta al Parlamento europeo di Bruxelles. Nel 2007 ti trasferisci a Roma per frequentare la Scuola di giornalismo della Luiss. Dal 2010 sei giornalista professionista.
W. Perché hai voluto fare la giornalista?
Al secondo anno di liceo classico ad Aosta non avevo dubbi: volevo fare la giornalista. Con la mia laurea in Scienze economiche statistiche e sociali, dopo la scuola di giornalismo, ho scelto di fare una stage al Sole 24 ore per poter continuare ad occuparmi dei temi a me molto cari. Pensavo sarebbe stata quella la mia strada. Ma la vita mi ha portato altrove, alla Rai. Prima al sito web del Tg1 poi a Rainews24. Qui la vera e inaspettata svolta: la cultura e lo spettacolo sono diventati il mio nuovo pane quotidiano, la mia nuova sfida, la mia nuova passione
W. Un anno al Parlamento Europeo cosa ti ha lasciato?
Una forte convinzione nella forza dell’Europa. Ho conosciuto ragazzi provenienti da ogni Paese dell’Unione. Questo mi ha dato grande apertura mentale e la voglia di un confronto continuo con realtà, usi e tradizioni diversi dai miei.
W. Inizi la tua avventura con la RAI nel 2010 ce ne vuoi parlare?
Fu del tutto inaspettato. Lavoravo ormai da diversi mesi, felicemente, al Sole 24 ore. Una squadra bellissima. Il direttore della Scuola di giornalismo della Luiss mi chiamò: cercavano nuove leve per l’apertura del sito internet del Tg1. Mi fece paura l’idea del cambiamento, uscire da quella che ormai era la mia confort zone. Oltre che da un luogo in cui mi sentivo completamente realizzata. Eppure la vita porta sempre nuove opportunità e soddisfazioni. Al Tg1 ho imparato tantissimo soprattutto ad occuparmi di tante cose diverse, non solo di economia. E cosi cominciò la nuova avventura in Rai che dura ancora oggi
W. Conduci il programma su RAI News24 “Tutti Frutti” da molto tempo, ti emoziona come la prima volta?
L’emozione o meglio la paura di sbagliare che avevo all’inizio non c’è più. Sento di più il privilegio di scoprire nuovi luoghi e di farli conoscere al pubblico che in alcuni casi proprio vedendo Tuttifrutti va poi a visitare il posto in cui ho girato la rubrica. Rimane sempre forte la responsabilità e la voglia di confezionare il prodotto migliore possibile insieme ai meravigliosi colleghi della mia redazione.
W. Qual è la prima responsabilità nel condurre un programma culturale?
Veicolare valori. Fare conoscere realtà e persone che ci facciano riflettere, appassionare. Raccontare nel migliore dei modi possibili le meraviglie del nostro Paese.
W. Cosa consiglieresti ad una ragazza che vuole fare la giornalista?
Di non credere a chi dice che è un lavoro morto che ci saranno sempre meno possibilità. Di cogliere i cambiamenti in atto e magari adattare la propria professionalità alle nuove tendenze. Senza perdersi d’animo. Accettando anche l’eventualità di cambiare opinione rispetto a quello che ci si aspettava di realizzare. Ogni nuova occasione è un’opportunità di crescita anche se magari all’inizio si pensa non sia adatta per noi
W. Quale è il tuo sogno nel cassetto?
Continuare a fare quello che faccio con la stessa passione e dedizione. Cogliere sempre nuove sfide. E rimanere entusiasta della vita. Delle piccole meravigliose cose che ci capitano ogni giorno
W. Bene cara Laura, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per la piacevole chiacchierata.
DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI-SEZIONE GIORNALISMO- ARTICOLO DEL 24 GIUGNO 2021
Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo con noi IMMA PIRO.
Allora Imma, sei nata a Napoli 8 dicembre 1956 Hai esordito nel cinema nel 1974 nel film di Sergio Corbucci “Ilbestione”, accanto a Giancarlo Giannini. Nello stesso anno hai recitato come attrice protagonista nel film di Vittorio Caprioli “Vieni, vieni amore mio”. Tra gli altri film che hai interpretato “La mazzetta” con Nino Manfredi, “Ecco noi per esempio”, con Adriano Celentano, “Fontamara” con Michele Placido e molti altri.
Nel 1992 nel film di Aurelio Grimaldi “La ribelle” interpreti la madre siciliana di Penelope Cruz. Negli anni novanta vieni chiamata a interpretare un film in Germania: “Tchass”, una coproduzione svizzera-austro-tedesca per la regia di Daniel Helfer, al quale fa seguito “Slaughter of the cock”, pellicola girata tra Cipro, Dubai e Damasco sotto la direzione di Andreas Pantzis accanto a Seymur Cassel e Valeria Golino. Sei spesso tornata al cinema lavorando in pellicole come “Viva l’Italia” di Massimiliano Bruno. Nel film di Nanni Loy “Scugnizzi”, presentato a Venezia in concorso nel 1989.
Alla fine degli anni settanta hai debuttato in televisione con la regia di Citto Maselli nello sceneggiato a puntate “Tre operai” 1978, a cui sono seguiti vari lavori sulle reti Rai e Mediaset tra cui: “Donne armate” di Sergio Corbucci, “Compagni di scuola” di T. Aristarco e “C. Norza”, con Massimo Lopez e Riccardo Scamarcio, “Un difetto di famiglia” con Lino Banfi e Nino Manfredi, “Il capo dei capi” per la regia di Alexis Sweet e Enzo Monteleone e molti altri.
Nel 1981 hai debuttato in teatro con Eduardo De Filippo in “La donna è mobile”, rimanendo fino al 1987 accanto al figlio Luca nel ruolo di prima attrice.
Hai lavorato nel 1982 con e sotto la direzione di Carlo Cecchi in un testo di Anton Cechov: “Ivanov”, con Anna Buonaiuto. Con Sergio Fantoni nella stagione teatrale 1988-89, in “Purché tutto resti in famiglia” una black comedy di Alan Ayckbourn. Con Nello Mascia, sotto la direzione di Maurizio Scaparro, hai interpretato in veste di protagonista il ruolo di Clara in “Fatto di cronaca” di Raffaele Viviani, debuttando nel 1987 al Festival di Spoleto: lo spettacolo, sempre per la regia di Scaparro, fu ripreso da RaiDue nel 1992 per la trasmissione “Palcoscenico 92”.
Nel 2005, sotto la direzione di Franco Però hai interpretato “Adelaide” di Fortunato Calvino al teatro Nuovo di Napoli. Per la tua interpretazione ti sei aggiudicata il premio “Girulà” 2006. Da ricordare anche la tua interpretazione nel ruolo di Amalia Iovine nella messa in scena di Francesco Rosi, dopo ben 18 anni accanto a Luca De Filippo nella stagione 2005-2006, “Napoli milionaria”, conquistando nel 2007 il premio intitolato a Salvo Randone. Tanti ruoli da comprimaria in fiction televisive di successo come “Orgoglio”, “Compagni di scuola”, “Il Capo dei capi”, “Assunta Spina”, “Intelligence”, “Il tredicesimo Apostolo”.
Nel 2014 hai partecipato al Festival di Todi, Regia di Enrico Maria Lamanna testo “Vico Sirene” di Fortunato Calvino. Nello stesso anno partecipa al 48h film project con il cortometraggio “L’ospedale delle bambole” di Francesco Felli. Nel 2015 hai curato la regia di un testo di Scarpetta ”O’ Scarfalietto” per un gruppo di giovani dell’Accademia L’Arte nel cuore curandone anche l’adattamento.
W. Quando hai deciso che la recitazione avrebbe fatto parte della tua vita?
L’ho deciso a cinque anni. Vedendo molti film in bianco e nero con mia madre. Quando vedevo gli attori chiedevo a mia madre se li conosceva E lei mi rispondeva che avevano fatto la scuola insieme. Oppure mentre nel film si stavano baciando, gli chiedevo se si baciano veramente. Mamma rispondeva che avevano lo scotch sulla bocca. Mia madre che da giovane era molto bella, cantava mentre suo fratello suona. Io la sentivo cantare mentre si esibiva per gli amici e i parenti con una gestualità che oltrepassava la quotidianità, aveva le movenze di una attrice. Io ero talmente affascinata da mia madre che ho iniziato a mettermi davanti allo specchio e provare le sue scarpe con i tacchi a spillo, mi truccavo con l’Eye-Line e con le pinzette tiravo su le ciglia. Ed da qui che parte la mia passione per la recitazione. Sono salita per la prima volta sul palcoscenico in una discoteca per adolescenti, siamo negli anni ’70, c’era un concorso di bellezza dove ho partecipato costretta dai miei cugini; ed ho vinto una coppa d’argento e un mazzo di fiori. La seconda volta è successo l’anno dopo, mi hanno fermata sull’autobus per fare una sfilata al teatro Mediterraneo di Napoli e quando sono salita su quel palco ho capito, non so perché, che ci sarebbe voluto del tempo per farmi scendere. Devo dire che questo mestiere mi ha salvato la vita, perché essendo io una scapestrata, dovevo stare attenta al mio fisico, non potevo farmi male. Insomma ho scelto il mestiere che mi piaceva. Avevo studiato lingue per il turismo, l’unica raccomandazione nella mia vita che ho avuto, sempre negli anni ’70, è stata quella per entrare come hostess all’Alitalia. Ricordo che avevo appena girato cinque giorni nel film di Giancarlo Giannini, e alla persona che mi voleva raccomandare come hostess all’Alitalia, ho risposto che non mi interessava perché volevo fare l’attrice; non gli ho detto forse farò il cinema, ero veramente convinta di essere un’attrice. Questo è un mestiere che ti da grandi ansie, perché se non sei una star, se non sei arrivata e non sai cosa farai dopo domani, pensi che tutto sia finito, in realtà rallenta ma poi ricomincia. E quando si complimentano con me, mi confermano che ho scelto la strada giusta; pur vivendo con tutte le mie insicurezze che mi aiutano a fare sempre meglio. Ed ora che sono passati più di quarant’anni sono molto felice di aver intrapreso questa carriera.
W. L’esordio nel ‘74 al fianco di Giancarlo Giannini, ce ne vuoi parlare?
Il primo incontro tra me e Giancarlo Gianni è stato a piazza dell’Aracoeli negli uffici della Champion che era la produzione di Carlo Ponti. Oltre a Giancarlo Giannini c’era anche Sergio Corbucci. Io mi sono presentata una sera d’inverno, senza cappotto con una gonna una camicetta ed un maglione traforato come andavano di moda a quel tempo, ero letteralmente congelata. Ricordo che subito dopo la porta d’ingresso la parete era tappezzata con le foto della Loren e a dire la verità mi ha portato bene, perché Giancarlo si è rivolto a Sergio Corbucci e gli ha detto che doveva prendermi nel cast, perché gli piacevo e gli ricordavo la Loren da piccola. Ed eccomi qua.
W. Sul tuo cammino c’è la televisione, che ha aperto le sue porte con Alberto Lattuada, in che modo ha arricchito la tua carriera?
Il mio esordio in televisione è stato nel ‘76 in bianco e nero su Rai2 con Il Rotocalco “Odeon tutto quanto fa Spettacolo”. Lattuada è stato importantissimo per me, lo avevo visto per un film qualche anno prima, si era ricordato di me, e mi ha chiamato.
W. Non sbaglio nell’affermare che lavorare con Eduardo De Filippo ha lasciato nel tuo cuore un segno profondo
Io credo che la disciplina forte, grossa, importante, l’ho acquisita con Eduardo. Vederlo tutti i giorni, alle prove per quattro anni nei cinque spettacoli che ho fatto con lui non sono pochi. Eduardo aveva problemi con il cuore e non si provava dieci ore al giorno, si provava alcune ore ma erano prove intense interessantissime, di cui mi ricordo benissimo. Da poco sono usciti due libri, prima a Napoli con l’inserto di Repubblica di maggio, per i centoventuno anni dalla sua nascita e c’è anche una mia testimonianza, tra i tanti che hanno lavorato con lui. Mi sono riletta e mi sono commossa. Il giornalista Giulio Baffi che ha scritto la biografia, conosceva Eduardo e non solo ha chiesto la testimonianza degli attori ma anche quella della costumista, dell’attrezzista, in una parola tutte le maestranze che hanno lavorato con e per Eduardo. Una cosa molto bella.
W. Da insegnante come, ti poni nei confronti dei tuoi allievi?
Ho capito questo, non fare la signorina Rottermeier, altrimenti non si arriva al cuore e alla mente dei ragazzi. Quando mi sono messa sui trampoli, ho visto il loro sguardo cambiare. Devi essere si insegnante dando o migliorando le loro nozioni, cercando però di far passare l’amore per questo mestiere, perché se non vi innamorate non lo potete fare. Però se questo lo dici da persona adulta della mia età, arriva sempre un po’ come una roba pesante. Mentre io cerco di veicolare questo messaggio con la comicità
W. Il tuo sogno nel cassetto?
Stare bene, avere una buona memoria fino alla fine dei miei giorni e stare sulla scena nella vita come nel mio lavoro ancora a lungo. Perché tanto noi siamo avvantaggiati possiamo fare i vecchietti. Sempre se la salute e la memoria ci aiutano e soprattutto continua l’amore per questa carriera, altrimenti ci godiamo la meritata pensione
W. Bene cara Imma, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa piacevole chiacchierata
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -articolo del 19 giugno 2021]
Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi abbiamo intervistato GIORGIO DE FINIS, il direttore del MUSEO DELLE PERIFERIE A TOR BELLA MONACA e con lui abbiamo tirato le somme della manifestazione appena terminata IPER, EDIZIONE 2021.
Prima di farci quattro chiacchiere con Giorgio ecco a voi una breve presentazione
W. Nato nel 1966, sei antropologo, giornalista, filmmaker e fotografo, artista, oltre che autore di libri e contributi scientifici. Tra il 2011 e il 2012 inventi il MAAM, Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia, un museo abitato nello spazio occupato di via Prenestina 913. Dal 2018, per due anni, dirigi il Museo di arte contemporanea di Roma con il progetto sperimentale MACRO Asilo. Conclusasi questa esperienza, se ne apre un’altra, dirigere il Museo delle Periferie inaugurato meno di un anno fa a Tor Bella Monaca.
W: L’esperienza del Macro Asilo cosa ti ha lasciato?
GdF: Il MACRO Asilo è stato un progetto unico nel suo genere. Mi ha lasciato la convinzione che un altro modo di vivere la città (e il museo) sia possibile, e che una città libera, collaborativa, plurale, aperta, autogestita e pubblica non è affatto una utopia o peggio una follia, come qualcuno erroneamente crede o vorrebbe farci credere. Rimane anche un po’ l’amaro che questa straordinaria esperienza sia stata interrotta bruscamente. Ma io credo di essere costretto ad abitare temporaneamente delle crepe…
W: Perché scegliere la periferia?
GdF: Il mio biglietto da visita per la direzione del MACRO è stato un progetto realizzato in periferia, nel quadrante di Roma Est. Mi sento di dire che Roma è la più interessante città europea, in ragione delle contraddizioni e dei conflitti che la attraversano che sono le contraddizioni e i conflitti delle grandi metropoli non occidentali… a Roma sono arrivati, prima che altrove, i “problemi” che dovranno affrontare tutte le capitali se non si inverte la rotta imposta da una globalizzazione che crea sempre più disparità, rottamando chi rimane ai margini di quella che Verga avrebbe definito la fiumana del progresso.
PH CREDIT: il dito puntato al cielo è di Fabio Moscatelli
W: I tuoi studi di antropologia ti hanno aiutato in questa scelta?
GdF: L’antropologia si occupa degli umani e oggi gli umani sono per il 50% + 1 urbani.
W: Dal 21 al 23 maggio Nel Teatro di Tor Bella Monaca si è svolto il primo Festival delle Periferie che ha coinvolto con spettacoli e dibattiti non solo le periferie romane ma anche quelle europee. Come è andata?
GdF: Al di sopra delle nostre più rosee aspettative. In tre giorni la periferia l’abbiamo messa al centro, come vuole l’acronimo scelto per questo museo, il Rif, che è proprio il centro della parola periferia.
W: Ora questa nuova sfida del Museo delle Periferie, ce ne vuoi parlare?
GdF: Un museo delle periferie sembra un ossimoro… cosa c’è da valorizzare in luoghi che per definizione sono brutti, grigi, tristi, dei dormitori o delle piazze dello spaccio? Va da sé che la nostra idea di periferia sia diversa da quella stereotipata e stigmatizzante dei media.
W: Cosa consiglieresti a dei giovani artisti nati e cresciuti in periferia?
GdF: Di non rincorrere i diversi centri (anche paradigmatici) del sistema dell’arte, troppo affollati e stereotipati… L’arte deve confrontarsi con i luoghi che hanno maggiormente la capacità di trasformarsi. Bisogna attingere idee ed energia dove le cose accadono.
W: Il tuo sogno nel cassetto?
GdF: Una città che sia davvero di tutti e un mondo dove gli umani imparino ad essere un po’ più periferia, rispettando le altre forme di vita che abitano il Pianeta. La rivoluzione copernicana non si è ancora realizzata.
W: Bene Giorgio, ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata
[Dario Santarsiero-alias Willy per DETTI E FUMETTI -sezione Teatro – articolo del 3 giugno 2021]
Cari lettori di Detti E Fumetti, proseguendo con il ciclo “Giornalismo tra tecnica e passione”, scambierò due chiacchiere con la giornalista Barbara Carfagna.
Allora Barbara, sei giornalista, autrice e conduttrice Rai, realizzi reportage in tutto il mondo per TV7 e Speciale tg1. Conduci il TG1. Per Rai 1 sei autrice e conduttrice di Codice [la vita è digitale], trasmissione di seconda serata. Sei autrice e conduttrice con Massimo Cerofolini di [Codice Beta], il Podcast di RadioRai sull’innovazione e [Infosfera], rubrica sul digitale il sabato mattina su Raiuno
Professoressa alla facoltà di Sociologia Università “La Sapienza” di Roma
Hai pubblicato su [Italiana] [ERI, Rai], [Il Foglio, Panorama, Formiche, Sole24 ore, Lettera 43, Stampa] su temi di politica, economia, società digitali. Hai curato per Mondadori gli ebook [Democrazia digitale: la seconda fase 2018] e [Rete di sicurezza: guida alla cybersecurity 2017].
Dal 2009 ti occupi dell’impatto del digitale sull’uomo e le società realizzando reportages nelle università e nei paesi più tecnologicamente avanzati del mondo. Approfondimenti su politiche digitali, economia, finanza, criptovalute blockchain e cybersecurity in italia ed all’estero. USA, Singapore, Giappone, Israele, Emirati Arabi, Taiwan, Silicon Valley, Corea del Sud, Svizzera, Armenia, incontrando accademici e personalità di fama mondiale come Guido Caldarelli, Luciano Floridi, Eugene Kaspersky, Iroshi Hishiguro, Yuval Noah Harari, Audrey Tang, Zygmunt Bauman, Geoff Mulgan, Aubrey de Grey, Stuart Kauffman, Martin Sorrell, Tom Barrack, Jacqueline Poh, Làzlo Barabàsi, Hiroshi Ishii, Neil Gershenfeld, Ren Zhengfei, Brian Eno, Evgeny Morozov, Armen Sarkissian.
Violinista in gioventù, corista nei cori di Nora Orlandi, fin da bambina incidi per Rai e RCA. Sei figlia del chitarrista Carlo Carfagna, inizi l’attività giornalistica nel 1994 in testate locali, quotidiani e settimanali [da Il Giornale a Diario di Deaglio]; ha praticato Kung Fu Shaolin alla scuola di Nelson Tello; ha sempre vissuto con dei gatti in casa.
Sei in Rai dal 1995 inizi nella redazione di Rai 2[ L’Altra Edicola]Ti sei formata televisivamente alla scuola Format di Giovanni Minoli, hai lavorato a Mixer. Hai collaborato alle rubriche del TG1 [Prima, Storia, Dialogo]. Sotto la direzione di Albino Longhi TV7 e Speciale TG1, hai seguito i principali fatti di cronaca italiana e hai realizzato speciali in Etiopia, Niger dove hai realizzato reportage durante la nascita di quello che sarà Boko Haram e sull’espansione dell’Islam fondamentalista, Nigeria intervistando in esclusiva Safya, la prima donna condannata alla lapidazione per adulterio. In Sudafrica, Cambogia dove hai realizzato documentari storici. In Germania sul neonazismo nell’ex Germania est. Per Rai Educational [oggi Rai Cultura hai prodotto e realizzato reportage sulle colonie francesi in Africa. Hai collaborato con [Uno mattina] nel periodo di conduzione di Monica Maggioni, [Porta a Porta e Chi l’ha visto?] nell’edizione condotta da Federica Sciarelli. Nel 2004 Clemente Mimun ti prende nella redazione cronaca del TG1, dove ti assume nel 2006. Segui le principali inchieste di cronaca nera e giudiziaria italiana e i misteri d’Italia. Gianni Riotta ti affida la conduzione del TG1 e la rubrica [Italia Italie] proposta da te dedicata agli immigrati di successo.
Dal 1995 al 2008 segui i principali fatti di cronaca e giudiziari italiani per la Rai come inviata di Mixer e del TG1; poi con approfondimenti per Speciali TV7 e Porta a Porta sull’applicazione delle neuroscienze e delle perizie scientifiche nel processo penale.
Lavori per le rubriche TV7 e Speciale TG1, con particolare attenzione alla divulgazione scientifica e tecnologica, alla filosofia, alla politica e all’economia digitale.
Hai condotto per Rai 1 l’edizione del Premio Luchetta. Ospite di Ballando con le stelle, La vita in diretta, Techetechetè, Porta a Porta.
Sei stata membro del consiglio direttivo del think tank Vedrò, segui l’attività di altri pensatoi italiani (Aspen, Formiche, Italiacamp, WEF). sei nel comitato scientifico dell’Osservatorio internazionale dell’Eurispes
Nel 2018 sei speaker al TEDx Trento sul tema: Iperstoria – la scomparsa del tempo lineare.
Dal 2017 sei autrice e conduttrice per Rai 1 della trasmissione [Codice: la vita è digitale], approfondimento sulle società digitali, il web, la tecnologia. La prima trasmissione Rai sull’Era di Internet giunta alla quarta edizione
W. Perché hai intrapreso la strada del giornalismo?
Erano gli anni ‘90. Ero una violinista. Vidi in Tv una puntata di Mixer sul “mostro di Rostov”: il serial killer accusato di aver ucciso 56 persone in Unione Sovietica. Il comunista che mangiava i bambini. Il documentario era un’accurata ricerca nei lati più oscuri dell’animo umano e nelle pieghe di una società e una politica che avevano favorito quel tipo di personalità. Decisi quel giorno che avrei fatto la giornalista. Partii proprio da Mixer, anche se ci vollero anni ad arrivarci da zero. Quei due filoni (l’ombra dell’umano e le nuove società come quella digitale) sono rimasti i binari della mia curiosità e attività.
W. La prima responsabilità del giornalista nei confronti dei cittadini?
Creare consapevolezza. Sogno una società dove (come in Inghilterra e Germania) nei canali e negli orari di programmazione di massa si trattino argomenti complessi senza paura di perdere audience. Vuol dire che si è fatto un buon lavoro negli anni precedenti. Creare consapevolezza nell’era digitale significa gettare le giuste basi della nuova Era della complessità.
W. Questi anni di reportages e interviste cosa hanno cambiato nella tua visione della vita?
Mi hanno insegnato ad avere visioni agili e non rigide: fondamentali per interpretare la realtà e raccontarla senza approcci ideologici che limitano l’accesso alle informazioni incanalandole.
W. Quando finisci di intervistare accademici e personalità di fama mondiale come Guido Caldarelli, Luciano Floridi, cosa ti lasciano?
Una mente più ampia. Un punto di vista nuovo, la possibilità di applicare ragionamenti nati intorno ad un argomento ad altri temi completamente diversi. Mi sento bene quando sono consapevole di essere la più ignorante della stanza. Se mi sento la più intelligente, qualcosa non va.
W. Cosa consiglieresti ad una giornalista all’inizi della sua carriera che vuole interessarsi di cronaca nera?
Di leggere tanta letteratura europea del ‘900: prima o poi le tornerà utile. L’animo umano non cambia, la cattiveria segue dei pattern comportamentali. Siamo umani: abbiamo un cervello di mammifero, con i suoi pregi e i suoi difetti.
W. Da bambina, corista nei cori di Nora Orlandi, incidi per Rai e RCA. Violinista in gioventù. Del tuo passato musicale cosa ti è rimasto?
La capacità, nonostante una formazione umanistica, di cogliere la complessità. Niente come il violino, che non ha tasti, ti insegna a diventare adattivo. Niente come l’orchestra ti insegna cosa voglia dire governare la complessità.
W. Sappiamo il tuo amore per i gatti, ce ne vuoi parlare?
Non ho mai vissuto senza gatti in casa. Mi insegnano ad utilizzare la parte meno razionale del cervello. A comunicare senza parole. Sono autonomi, affettuosi, imprevedibili, poco appiccicosi e richiedenti
W. Il tuo sogno nel cassetto?
Una serie TV sulle grandi sfide dell’era digitale; e un anno con la valigia a fare il giro del mondo che non ho ancora visto.
W. Bene cara Barbara, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa piacevole chiacchierata
Grazie a voi
[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI – Sezione giornalismo – articolo del 24 maggio 21]
Cara lettori di Detti e Fumetti per la rubrica GIORNALISMO TRA TECNICA E PASSIONE oggi intervisterò Mauro Caldera, fondatore di 361Comunicazione.
W. Allora Mauro, sei di origini piemontesi, la tua carriera da giornalista inizia come insegnante e autore di libri di creatività per poi passare a quella della comunicazione. Fondi nel 2004 la 361Comunicazione, una società dedicata al mondo degli eventi, della cultura, della musica e dello spettacolo.
Collabori con manager nazionali, segui gli artisti emergenti e i big, curando la loro comunicazione e la loro promozione.
W. Quando hai realizzato che saresti diventato un giornalista?
Ho sempre avvertito una grande necessità di comunicare con gli altri in modo semplice cose belle, e interessanti. Una comunicazione culturale alla portata di tutti. Forse la prima esigenza l’ho sentita quando ancora stavo insegnando e da buon creativo quale sono sempre stato, ho aperto ad Asti la prima scuola di giornalismo per bambini; si chiamava “Il Piccolo Giornalista”. Dove educavo, all’ interno di questa struttura, i bambini a raccontare quello che stava loro attorno. Ho capito che quello era il mio ruolo, insegnavo ai bambini, una cosa che poi in realtà avrei voluto fare io
W. Hai affermato “Mi sono ritrovato ufficio stampa mio malgrado!” Ce ne vuoi parlare?
Quando ho iniziato a fare il giornalista per delle testate web e per i settimanali, ho incontrato spesse volte difficoltà a relazionarmi con altri uffici stampa, perché talvolta rendevano difficile il mio lavoro, non mi permettevano con facilità di fare delle belle interviste. Ad un certo punto da giornalista ho cercato di mettermi dalla parte dei miei colleghi, agevolando il loro lavoro e fare in modo che gli artisti che rappresentavo venissero raccontati da più persone possibili. Ho sempre pensato e sostengo che per un l’ufficio stampa sia importante rivolgersi a tutte le testate, dalle più piccole alle più grandi. E’ tutto un percorso professionale, il giornalista che oggi scrive per una piccola testata, se capace, farà una strada che lo porterà ad una testata più grande e ricorderà di quanto io sia stato disponibile nei suoi riguardi, dando così un buon esempio di ufficio stampa
W. Artisti affermati e giovani emergenti, cosa ti lascia ognuno di loro?
Ognuno di loro mi lascia tanto, specie se riesco ad entrare in sintonia con loro. Io con ciascuno di loro mi calo in forma sartoriale, nel senso che adatto a ciascuno di loro un metodo personalizzato, non ho un modello che applico con tutti. Ognuno di loro mi arricchisce, ognuno di loro mi lascia la sua storia, mi lascia ogni volta una esperienza diversa. Mi auguro sempre che l’arricchimento sia reciproco. Anche perché cerco di strutturare con loro un cammino, un percorso che in un certo senso è un po’ didattico, insegnando loro che la disponibilità che danno alla stampa e alla gente, è direttamente proporzionale al loro successo.
W. Seguirli passo, passo nella loro carriera artistica, mi riferisco, in special modo ai più giovani, te li fa sentire un po’ “figli” tuoi?
No, non li sento figli miei ma li sento compagni di viaggio. Nel senso che gli trasferisco la mia esperienza per migliorare il loro percorso artistico e loro trasferiscono a me la loro voglia di comunicare. E’ un incontrarsi a metà strada, è un condividere giornalmente i miei consigli e le loro esigenze. Scegliamo assieme questo percorso non glielo impongo io, di conseguenza è un percorso che viviamo insieme e che loro non subiscono in alcun modo
W. Quando un esordiente vince un festival che sensazioni provi?
Una grande felicità, perché la vittoria è il premio della perseveranza e del grande impegno che hanno messo, della grande passione, della grande umiltà, della grande voglia di imparare giorno per giorno. Quindi per me è una festa e in un certo senso sono doppiamente felice, perché penso di essere riuscito anche nell’intento di far passare ai media e alla gente il pensiero di questi artisti che per me sono persone uniche, il mio ruolo è stato farli emergere e celebrare la loro unicità
W. Cosa consiglieresti a dei giovani artisti che vogliono entrare nel mondo dello spettacolo o dell’intrattenimento?
Di studiare, di fare tanta gavetta, di fare tanta esperienza; di non pensare che i social facciano tutto. Un percorso artistico si costruisce quando si hanno le idee chiare e quando si sa quale strade percorrere. Un percorso artistico non si fa mai da soli ma si fa con delle persone attorno che insieme all’artista credono alla sua missione. La goccia dopo goccia è assolutamente la formula magica, nel senso che passo dopo passo si va lontano, i balzi non aiutano nessuno. Le visualizzazioni, le sponsorizzazioni tutti questi grandi successi acquisiti in poco tempo non portano da nessuna parte, se poi non c’è nulla da raccontare. Consiglio ai giovani di ricercare una propria originalità e di far emergere la loro vera identità e di pensare anche con il punto di vista del pubblico “Cosa voglio portare loro? Quale è il messaggio che voglio portare e che il mio pubblico deve riconoscermi?” Un ultima cosa: consiglio di non comportarsi da vip ma di essere sempre grati e umili al pubblico che è l’unico che permette a questi artisti di calcare il palco, di andare in televisione e magari un giorno di avere successo e di essere riconosciuti
W. Quale è il tuo sogno nel cassetto?
A dire il vero il mio sogno del cassetto potrebbe essere proprio quello che sto vivendo adesso. Forse non ce l’ho e se dovessi avere un sogno nel cassetto sognerei di avere attorno a me tante persone appassionate come sono io, per fare grandi progetti e per cercare di fare sempre la differenza ma non in contrasto con i miei colleghi che stimo e che sono sempre in sintonia e in contatto. Ma creare la differenza significa essere indentificato per un mio stile, quello che io definisco sempre, un stile sartoriale, a volte meno digitale e più analogico. Nel senso che io sono un po’ come le formichine, che adora mettere da parte poco per volta ma costantemente, piuttosto che fare i botti grandi e ritrovarmi dopo con un vuoto davanti a me
W. Bene, caro Mauro, grazie anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata
Sono io che ringrazio voi, per l’opportunità che mi avete offerto. Io tendenzialmente non amo molto espormi, preferisco lavorare dietro le quinte ma a volte penso che sia importante comunicare il pensiero, le idee, le intenzioni per incontrare sempre più gente che la pensi come la penso io
[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Spettacolo e Teatro- articolo del 21 maggio 21]
Amici di DETTI E FUMETTI sappiate che Arf è la prima grande manifestazione sul fumetto che si fa in presenza dopo un anno di lockdown per via della pandemia di corona virus.
L’emozione tra i partecipanti è grande; e allora occhi lucidi e sorrisi sotto la mascherina, bambini sulle spalle e via tutti ad ARF KIDS.
Era un mio sogno nel cassetto – confessa l’arfer Fabrizio Verrocchi- quello di creare una tre giorni dedicata esclusivamente al fumetto per bambini con laboratori e spazi a loro dedicati.
Sicuramente è una formula vincente e la spero la ripetano in futuro.
Subito dietro ai tavoli dove i bambini sono all’opera con carta e pennarelli vi sono i padiglioni delle tre mostre di questo ARF 2021:
Si parte con quella di SIO che, con il suo stile direi perfettamente allineato al festival 2021, l’autore con pochi tratti ci ricorda i temi e le vicessitudni della pandemia ancora in atto.
Vi riportiamo una selezione di vignette a tema pandemia+bambini che ci hanno fatto riflettere molto. La pandemia ci ha fatto stare molto di più a contatto con i nostri figli ; ci ha fatto diventare una sorta di “insegnante di sostegno”; ci ha fatto vivere spesso in piccoli ambienti con il problema di condividere tutto dal device alle emozioni; ci ha fatto sforzare a trovare passatempi per i nostri figli; ci ha messo davanti a tante loro domande micidiali …
p.s. Siamo un blog che ama andare a caccia di citazioni quindi secondo noi questo disegno sopra richiama quest’altro di pippo e pluto ( non so se è voluta ma noi l’abbiamo capita cosi’)
E pertanto ci è uscita questa:
La seconda mostra su De Luca è stata veramente una sorpresa; grazie ad Arf abbiamo potuto scoprire un fumettista che solo il particolare periodo storico ha relegato a fumettista di secondo ordine;
Diventato famoso grazie ai suoi racconti sul Giornalino, De Luca ha una tecnica straordinaria. La sua trilogia Shakespeariana utilizza piani sequenza cinematografici, arditi direi escheriani. In una unica vignetta vi sono intere parti della storia. il suo Romeo e Giulietta vale il viaggio per raggiungere la Città dell’altra Economia dove sono esposte le sue tavole.
Il commissario Spada, l’altro fumetto di DE LUCA presente con svariate tavole, utilizza lo stesso escamotage per far entrare il lettore dentro il racconto, come pochi maestri riescono a fare. Alcune tavole a tempera sono magistrali per la vividezza dei colori ed i dettagli da miniaturista.
Belli anche gli effetti con la china che rendono alla grande le atmosfere milanesi avvolte nella nebbia.
L’arfer Fabrizio Verrocchi mi ha accompagnato tra i disegni del maestro Gianni De Luca, raccontandomi aneddoti sulle avventure del commissario Spada; è grazie a lui che sono venuto a sapere del fatto che questo fu il primo personaggio a fumetti seriale che a metà storia per un incidente perde letteralmente il naso e, appunto prima volta in un fumetto, termina la storia con connotati diversi.
Tu pensa se oggi un Dylan Dog o un Tex modificassero la propria fisionomia, chi mai lo accetterebbe?
Il nostro personaggio senza naso Spada ci accompagna fino alla terza mostra di un suo “simile”… Ho avuto la conferma che l’affiancamento non è stata voluto … ” Sai, sono quelle magie che accadono solo all’ARF”, mi ha confidato Verrocchi.
Con una palette che prende tutta la gamma di colori che esistono tra il viola, celeste e il verde, le opere in mostra sono molto originali ed interessanti.
Attenzione! c’è anche il primo ritratto realista di Maicol & Mirko che da solo vale la mostra! Un giorno si dirà: “Fu all’ARF 2021 che inziò a disegnare ritratti…
D’altronde è una formula di successo questa iniziativa di Mostra Collettiva su “Tu Sai Chi” che fa il paio con l’altro grande ed indimenticabile successo di assemblee di ARF, COme VIte Distanti.
Dandoci appuntamento alla settimana prossima per l’altra iniziativa di ARF: WOMEN IN COMICS che si terrà a Palazzo Merulana (dal 28 maggio) ci salutiamo con il nostro speciale ospite.
Prima di uscire dalla mostra cerco mia figlia per avvertirla che sto andando nell’area laboratori a salutare una mia amica moftruosamente brava ADRIANA FARINA.
Trovo mia figlia a parlare con una sua coetanea, figlia di un altro arfer: “Sai, ci siamo conosciute nel 15 e quest’altro anno non saremo più KIDS.. saremo TEEN”, mi dice…
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.