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Willy intervista Massimo Baiocco Regista

Cari amici di DETTI E FUMETTI oggi intervistiamo il regista Massimo Baiocco.

Gli lascio la parola per presentarsi.

Massimo: Sono nato a Roma nel 1971, cresciuto con la passione per Roma (e per la Roma) tramandata da mio padre. Amo da sempre Gigi Proietti che considero un genio assoluto, da me apprezzato per la sua maestria e poliedricità, oltre che per l’impegno nella diffusione della cultura del teatro. Apprezzo altresì autori ed attori anche della cultura e tradizione napoletana, da Totò a Vincenzo Salemme. Mi considero un fruitore appassionato dell’arte recitativa, alla quale mi sono affacciato come “attore amatoriale” solo in età avanzata, verso i 40 anni. Parallelamente alla passione per il teatro c’è quella per la scrittura di poesie, sonetti e canzoni da sempre coltivata. Nella vita mi occupo di tutt’altra cosa, lavorando per una grande azienda di telecomunicazioni.

W. quando e come sei stato contagiato dalla passione per il teatro?

M. Sono cresciuto con la passione per Gigi Proietti ed i suoi personaggi, di cui conoscevo le battute a memoria e che provavo continuamente ad imitare. Naturalmente anche la grande scuola romana dei vari Sordi, Fabrizi, Manfredi ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione teatral-culturale. Ricordo interi pomeriggi estivi trascorsi con gli amichetti in cortile a rifare le scene viste in tv. Poi da più grandicello appena ho iniziato a lavorare, con i primi guadagni, sono riuscito a coronare il sogno di andare a teatro ad ammirare dal vivo il grande Gigi e vedere altre opere, per lo più commedie, non disdegnando comunque i classici e la tradizione della commedia dell’arte. Non ho mai fatto alcuna scuola di recitazione, la mia è unicamente una pura passione.

W. Come è nato il sodalizio con la compagnia teatrale “Noi Preferiamo Il Paradiso”? 

M. Ricordo di essere entrato in punta di piedi nel 2014 nella Compagnia teatrale della parrocchia Nostra Signora di Guadalupe a Monte Mario chiamata LaVitaèbellacosì, partecipando ad alcuni spettacoli dapprima come comparsa, poi fra gli attori protagonisti. Un paio di anni più tardi, la regista andò via e venne chiesto a me di occuparmi appieno della Compagnia anche come regista, cosa che fino ad allora non avevo mai fatto! Ho accettato con entusiasmo e dopo le prime naturali titubanze, mi sono tuffato nel triplice ruolo di autore, regista e attore con crescente impegno e passione, scrivendo e riuscendo a portare in scena alcuni spettacoli (sempre del tipo commedia brillante) dove all’interno trovavano spazio anche alcune mie poesie. Questi alcuni dei titoli: Tutti i giorni è Natale, L’Amore insegna agli uomini, Varietà di Natale, Se Dio vuole, Storia di Checco e Nina, Natale che spettacolo!

Poi d’improvviso arrivò l’incubo covid e ci dovemmo fermare. La Compagnia era molto particolare, constava di circa 50 elementi (!) dai 6 ai 70 anni e puoi immaginare la difficoltà di scrivere una parte ed un ruolo affinchè tutti potessero prendere parte agli spettacoli. Tra l’altro subito prima del covid, erano iniziati dei lavori di ristrutturazione del teatro parrocchiale che vennero poi bloccati, lasciando il teatro inutilizzabile e non praticabile. Restammo fermi per circa 3 anni, finchè non appena ci fu la possibilità di riprendere le attività in presenza, decisi di richiamare tutti i componenti della Compagnia con lo scopo principale di ricostruire (proprio fisicamente!) il teatro e restituirlo alla collettività. Dei 50 elementi di 3 anni prima, eravamo rimasti poco piu’ della metà, ma tutti con una gran voglia di fare qualcosa di eccezionale e di grande; ci improvvisammo così falegnami, elettricisti, muratori, pittori, sarti, scenografi e chissà quante altre cose

Nel giro di qualche mese facemmo rinascere il nostro teatro! Ci trovavamo nel mezzo di un cambiamento epocale dettato dagli eventi e dalla situazione contingente; decisi così di rifondare la Compagnia a cui diedi il nome di Noi Preferiamo il Paradiso e a dicembre 2023, portammo in scena un nuovo spettacolo chiamato appunto Preferisco il Paradiso, un omaggio al Maestro Gigi, scomparso proprio durante il covid e soprattutto una dedica ad Antonio un mio carissimo amico fraterno, venuto a mancare. Il resto è storia attuale, la Compagnia con cadenza annuale mette in scena un nuovo spettacolo (con mia grande fatica!) il cui ricavato va totalmente in beneficenza. L’ultimo spettacolo, portato in scena per la quarta replica pochi giorni fa, ha preso il titolo e l’spirazione da una mia canzone intitolata Roma all’incontrario.

W. Quando assegni un ruolo su cosa basi la scelta?

M. Già in fase di scrittura del soggetto e del copione, cerco di pensare a chi poter assegnare un tale personaggio, in base alle caratteristiche degli attori. Voglio che ognuno si esprima al massimo delle sue possibilità e potenzialità, secondo le proprie attitudini e caratteristiche personali, senza metterlo in difficoltà con ruoli che non rientrano nelle sue corde. Ci sono attori che per rendere al meglio, devi lasciare a briglia sciolta, pur indicandogli le linee guida da seguire sul mio modo di vedere ed interpretare una scena, altri che devi necessariamente guidare in maniera più specifica per farli muovere più a loro agio nel contesto da me pensato. Molto spesso le scene che scrivo, trovano pieno compimento durante la recitazione mia e degli attori, attraverso situazioni, magari improvvisate lì per lì, che rendono la scena molto più fruibile e veritiera.   Una delle mie maggiori difficoltà sta nel fatto che siamo una Compagnia “aperta”, nel senso che anche in corso d’opera, di prove già avviate o di copioni già scritti, capita che qualche “attore” venga ad aggiungersi alla Compagnia, anche al nuovo arrivato voglio dare la possibilità di recitare, quindi mi trovo di continuo a modificare scene, aggiungere personaggi, canzoni od altro. Devo dire che non posso proprio annoiarmi!

W. Dirigere un gruppo adulti e ragazzi  è una grande responsabilità, come ti poni davanti ai tuoi attori?

M. Come in ogni realtà, anche nel teatro devono esserci delle regole e dei ruoli da rispettare da parte di ognuno, come nella vita alla base di tutto c’è il rispetto del prossimo. Il mio modo di intendere il teatro è basato essenzialmente sulla condivisione. Ho piacere che tutti siano soddisfatti di ciò che fanno e condividano appieno i motivi per cui si sta facendo qualcosa, non tanto nell’ottica della realizzazione dello spettacolo finale, ma nel senso dello stare insieme per costruire un progetto od un cammino comune. In particolare per i ragazzi, ma anche per noi adulti, l’esprimersi sul palco aiuta a liberarci delle nostre paure ed insicurezze, infonde una maggior autostima e consapevolezza dei propri mezzi, facilita la socializzazione e l’apertura verso il prossimo, inoltre deve crearsi uno spirito collaborativo e di mutuo soccorso con il tuo “collega” attore, che in quel momento sta recitando insieme a te: devi essere pronto a sostenerlo in caso di difficoltà o dimenticanze, come lui deve fare con te.  Ai miei attori cerco di spiegare i perché delle mie scelte artistiche nell’assegnazione dei ruoli, dei temi da trattare, nei modi di interpretare una scena, ascoltando anche i loro pareri poi chiaramente alla fine, la decisione deve obbligatoriamente essere del regista che va ad assumersi la responsabilità di ciò che porta in scena. Mi piace intendere la Compagnia come se fosse una squadra di calcio ed il regista come un allenatore, che deve far rendere al meglio ognuno degli “atleti” a disposizione: ognuno di loro ha la stessa identica importanza nel portare a termine la partita nel migliore dei modi, c’è chi para, chi difende e chi attacca, ma tutti partecipano e contribuiscono al risultato per la squadra.

W. Il regista ha delle responsabilità non solo verso gli attori ma anche nei confronti del pubblico, è vero secondo te?

M. Assolutamente si, con il pubblico c’è da sempre un patto non scritto, per citare il grande Gigi Proietti: “nel teatro tutto è finto ma niente c’è di falso”, il pubblico che viene ad assistere ad uno spettacolo, sa perfettamente che ciò che vede non è la realtà, ma è disposto a crederla tale, se chi la mette in scena farà in modo di renderla più credibile e veritiera possibile. Anche se le storie sono inventate, quindi finte, tutte le emozioni suscitate, come la gioia, la commozione, l’ansia o la paura sono assolutamente autentiche. E’ responsabilità degli attori e soprattutto del regista che li dirige, onorare sempre questo patto.

W. Come vedi la figura dell’attore nella realtà quotidiana, come può contribuire all’interno della società?

M. L’attore è per definizione un sognatore ed un visionario ed è proprio la dimensione del sogno, che potrebbe contribuire a rendere migliore la realtà quotidiana. Ogni scoperta, ogni invenzione, ogni passo avanti dell’umanità è stato reso possibile grazie al sogno di qualche persona illuminata e visionaria, che non si è arresa al pensiero comune tradizionale, ma ha voluto vedere qualcosa di diverso e migliore, che fino ad allora, nessuno aveva mai immaginato o ipotizzato. La recitazione crea momenti di condivisione, riuscendo ad unire in un unico contesto, il teatro, persone della più varia estrazione, ideologia, età e classe sociale, donando una comune esperienza emotiva, che ciascuno potrà rielaborare riflettendo in maniera critica e personale su quanto ha assistito e perché no, anche sul proprio vissuto. Anche nei momenti difficili, specie quelli del nostro tempo, l’attore offre al pubblico, quindi alla società, momenti di svago, attimi di serenità, gioia, facendo astrarre le persone dalla dura realtà, divenendo portatore sano di cultura e bellezza.

W. Il tuo sogno nel cassetto?

M. Ho sempre pensato che condividere le emozioni del palco con le persone a cui vuoi bene sia un dono, in questo senso il mio primo sogno nel cassetto l’ho già realizzato da tempo, potendo condividere la passione per il teatro con i miei più grandi amori: mia moglie e mia figlia. Per quanto riguarda invece il percorso artistico, mi piacerebbe poter esportare i miei lavori e far esprimere la Mia Compagnia, anche in altri teatri e spazi culturali diversi da quelli in cui ci esibiamo solitamente, questo per metterci maggiormente in gioco uscendo dalla nostra comfort zone e proporci ad un pubblico differente rispetto a quello abituale. Grazie del tempo che mi hai dedicato.

W. Bene caro Massimo Grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata sul mondo delle compagnie amatoriali.

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti sez. Teatro- articolo del 18 marzo 2026]

Intervista di Dario Santarsiero a Leli Baldissera Fotografa per DETTI E FUMETTI

Vincitrice Menzione Opera più votata da Terna

Amici di DETTI E FUMETTI oggi siamo con Leli Baldissera “Premio Driving Energy 2024 – Fotografia Contemporanea” e Vincitrice Menzione Opera più votata da Terna.

LELI di Filippo Novelli

Allora Leli, sei nata nel 1990 in Brasile, vivi e lavori a Roma. Sei artista, fotografa e ricercatrice. Consegui una laurea e il master in Arti Visive e un dottorato in Antropologia Sociale, e hai svolto delle ricerche sulle donne artiste. Come fotografa hai 15 anni di esperienza, durante i quali hai lavorato in studi fotografici e come freelance nella città di Porto Alegre.

D. Cosa o chi ti ha indirizzato verso la fotografia?

L. Sono sempre stata coinvolta nel mondo dell’arte, disegnavo e dipingevo, e quando avevo 15 anni mia madre mi regalò la mia prima macchina fotografica e ho iniziato a concentrarmi maggiormente sulla fotografia. Ho studiato Arti Visive e lì all’università ho dovuto scegliere un ambito in cui approfondire e ho scelto anche la fotografia perché ho visto che potevo avere più scelte nel costruire una professione.

D. Che responsabilità ha una fotografa nei confronti nella società?

L. La mia visione è sempre focalizzata sul lato politico e antropologico, penso che la produzione di immagini non sarà mai slegata da questi soggetti. Ma sono scelte personali il modo in cui ogni persona prenderà la produzione della propria arte. Oggi viviamo in un mondo pieno di immagini e tutti hanno accesso a migliaia di immagini tutto il giorno, l’educazione visiva e il rispetto per ciò che viene fotografato e pubblicato sono essenziali.

D. Nel tuo paese, il Brasile, la fotografia ha un ruolo rilevante nel denunciare lo sfruttamento ambitale? 

L. Sì, ma non solo denunciando lo sfruttamento ambientale ma anche denunciando ogni tipo di sfruttamento e problema sociale. Abbiamo grandi fotografe e fotografi documentaristi e artisti che producono immagini di grande impatto sulla nostra cultura e anche sui nostri problemi. Più recentemente anche in chiave decoloniale e con una visione del mondo meno eurocentrica, in cui i soggetti stessi producono immagini su se stessi e sul loro territorio, come gli indigeni, i quilombolas e i senzatetto che producono materiale audiovisivo sulla loro situazione.

D. Perché prediligi il colore anziché il bianco e nero?

L. La mia attenzione sui colori che si trovano nel mondo reale e’ dovuta al fatto che  i colori possono parlare di sentimenti e trasmettere sensazioni; tuttavia apprezzo anche le luci e le ombre enfatizzate dall’uso del bianco e del nero.

D. Nei tuoi lavori emerge prepotentemente il corpo femminile, ce ne vuoi parlare?

L. Come donna e artista, penso che sia importante trasformare lo storico “sguardo maschile” sul corpo femminile in donne che rappresentano se stesse e le altre. Disconnettere il corpo femminile da uno sguardo sessualizzato, approfondendo la dimensione dei suoi significati.

D. “Ocupação” è l’opera vincitrice del premio Terna 2024, perché la scelta di fotografare la facciata di un palazzo?

L. Non è solo la foto di un palazzo, ma di un palazzo che è un’occupazione nel centro della città dove vivevo, in un viale vicino a casa mia. Per me questa foto rappresenta un ritratto delle persone che vivono lì, ma senza mostrare i loro volti. I volti si mostrano nel modo in cui hanno occupato quel posto vuoto e lo hanno trasformato nella loro casa con il loro tocco personale. Non avere una casa e non avere diritto alla casa è una questione che mi tocca personalmente e politicamente.

D. Il tuo sogno nel cassetto?

L. Ritornare a disegnare e dedicare maggiormente la mia arte a questa tecnica che ad un certo punto della mia vita era stata abbandonata.

D. Bene cara Leli grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata

L. Grazie a lei, apprezzo l’interesse per il mio lavoro e lo spazio fornito per parlare un po’ di quello che faccio. Grazie mille.

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -sezione Arte – articolo del 15 ottobre 2024]