Tutti gli articoli di osvyilporcospino

GIORNALISMO TRA TECNICA E PASSIONE! – Willy intervista la giornalista Margherita Bordino

Oggi apriamo un nuovo ciclo di interviste che hanno come filo rosso: le tecniche del giornalismo. La rubrica si chiamerà GIORNALISMO TRA TECNICA E PASSIONE!

La prima intervista del ciclo che ho fatto è stata quella alla mia amica Margherita Bordino;

ho voluto che fosse la prima perché il suo è un entusiasmo contagioso che traspare nella la sua professione e quindi è ben augurante per partire con questo interessantissimo ciclo di interviste.

Cominciamo, via.

W. Buongiorno Margherita, come stai?

M. Non posso lamentarmi. Stanca e felice per il lavoro e per le ferie vicine.

W. Allora Margherita, vediamo se le mie informazioni sono giuste: sei nata nel 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte, il Cinema, per intenderci. Citando le tue parole:  “Vivo per scrivere e scrivo per vivere se possibile di cinema o cultura in genere. Sei con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o pura curiosità”.

Giornalista pubblicista, Margherita annovera tra le sue collaborazioni precedenti: Cinematographe e Cinematografo.it, tra quelle attuali la Rivista 8 e 1/2 edita da Istituto Luce Cinecittà e Artribune . Coordina ed è  inviata per Cinecittà Luce Video Magazine e è anche autrice televisiva del programma culturale Luce Social Club (in onda su Sky Arte), infine fa parte del collettivo The Giornaliste.

M. Tutto corretto, grazie.

57090206_10218802110228855_6808964842947346432_n

W. Chi o cosa ti ha spinto verso il giornalismo?

M. In parte Dante Alighieri che sognavo di intervistare durante gli anni del liceo e in parte mia nonna materna, che sperava di vedermi alla conduzione del TG.

W. Perché hai lasciato il giornalismo d’inchiesta?

M. Buona parte della mia formazione universitaria e anche culturale è fortemente legata al giornalismo di inchiesta, un po’ anche il mio spirito lo è, però in Italia per fare veramente questo tipo di giornalismo bisogna avere una carta di credito personale molto ricca. Ci sono inchieste che durano pochi giorni e altre anni, difficilmente un editore investe nel tenere fermo un giornalista su un solo “progetto” per così tanto tempo. Non credo che l’inchiesta sia morta, credo solo che bisogna essere nella posizione di poterla portare avanti. Forse ho lasciato perché non ho trovato un editore o un direttore “illuminato”.

W. Le interviste con attori e registi cosa ti lasciano?

M. Alcune interviste sono straordinarie, sono un vero confronto e una vera scoperta. Odio tutto ciò che riguarda il gossip o la vita privata dei talent, per questo se incontro registi, attori, sceneggiatori disposti ad indagare un film oltre ogni curiosità e dettaglio e a dialogare sulle logiche e dinamiche del proprio mestiere, ne traggo ricchezza personale e per i lettori o “spettatori” (per lo più seguo interviste video).

30-07-2020 Margherita Bordino 1

Ogni intervista è diversa dalle altre e devo dire che nel cinema italiano c’è molta diffidenza verso i giornalisti, come se fossero ritenuti scontati, ovvi, quando così non è e se delle volte succede che appaiano tali, può essere anche un’indicazione della testata che hanno al di sopra.

Posso dirti che indipendentemente da chi mi trovo di fronte, se è un personaggio noto o meno, italiano o hollywoodiano, poco prima di iniziare l’intervista provo una paura da Esame di Stato, una sensazione non sgradevole ma adrenalinica. Dopo 10 anni di questo mestiere è ancora così, quando finirà questo effetto vorrà dire che dovrò cambiare!!

W. Siamo tuti curiosi di sapere come si organizza un festival del cinema.

M. Nel mondo del cinema per me è iniziato tutto da un festival, dalla Festa del Cinema di Roma. Era il 2012 e stavo facendo uno stage in Comunicazione e Promozione. Sognavo l’inchiesta e mi ritrovavo nel mondo “frivolo” del Cinema. È stato in quella occasione che ho cambiato idea su tante cose, che ho iniziato a guardare al Cinema come Arte, comunicazione e conoscenza. Per organizzare un festival serve l’idea giusta, tantissima pazienza, buoni contatti (che si fanno nel tempo); occorre sapere fare una ricerca di film andando oltre i titoli esclusivamente mainstream. Ogni festival è diverso dall’altro, fossi io ad organizzarne uno mi concentrerei molto sui Q&A (Question and Answer), cioè sui momenti di dialogo tra il pubblico e gli artisti; è una opportunità che non si ha troppo spesso e ad oggi il confronto è necessario;  insieme ad esso farei conoscere e diffondere la cultura cinematografica di “ieri” (noi italiani siamo un popolo che dimentica troppo in fretta!).

W. Quando un festival finisce cosa ti porteresti a casa?

M. Da giornalista vivo ogni festival come un’avventura. Ormai non saprei farne a meno. Sono giorni concentratissimi, quasi di isolamento, in cui vivo il festival nella sua totalità. Ed ogni volta che un festival finisce c’è tanta nostalgia, tanta gioia e anche tanta incazzatura – passami il termine – per una intervista non avuta o non venuta al meglio. Di ogni festival mi porto a casa, nella mia mente, le tante persone che ho incontrato e conosciuto. Un festival è stanchezza ma anche ricchezza, quella vera.

W. Cosa ti piace dell’ essere giornalista e cosa no?

M. Mi piace poter essere il tramite tra la notizia e le persone, mi piace la ricerca, lapprofondimento, la scrittura diretta e chiara.

Non mi piace il fatto che sia diventato un mestiere non troppo rispettato in alcuni posti e che spesso sia usato per vetrina propagandistica.

Credo nel giornalismo che da la notizia, l’analizza, la racconta; non nel giornalismo che giudica, punta il dito e distorce la realtà.

W. Bene, ti ringrazio cara Margherita anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti!

M. Grazie a te Dario, che sei un collega veramente speciale!

margherita

Da Willy il Bradipo è tutto! Ci aggiorniamo presto con una intervista per continuare ad esplorare il mondo del giornalismo per la nostra nuova rubrica GIORNALISMO TRA TECNICA E PASSIONE! Stay tuned!

[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti-sezione letteratura – articolo del 31 luglio 2020]

 

OSVY FIGHT COVID – IL FUMETTO disegnato da Filippo Novelli – L’intervista ai coautori.

Amici, oggi esce il libro OSVY FIGHT COVID,  il fumetto disegnato da Filippo Novelli  durante questo periodo di quarantena  che raccoglie insieme alle vignette una serie di testimonianze di medici e operatori del settore del volontariato e della sicurezza.

COPERTINA OSVY FIGHT COVID

I coautori Elisa, Domenico e Michele ci hanno raccontato la loro storia a cuore aperto. Ne è nato un libro schietto, a tratti anche umoristico e senz’altro utile per fotografare il lockdown; la raccolta fornisce una serie di best practices, che  dobbiamo ricordarci di applicare ogni  giorno.

   Elisa Mastrodicasa              Domenico Cianferri                   Michele Rovida

Michele si è simpaticamente prestato a vestire il ruolo di ambassador del blog tramutandosi, come da tradizione per DETTI E FUMETTI, nel dalmata Miro’ al fine di darci, in modo scherzoso e diretto, una serie di consigli utili sulla sicurezza.

IMG_20200414_132844

In occasione dell’uscita del libro abbiamo intervistato i nostri tre portavoce.

F. Michele, iniziamo da te che sei l’ambassador. Come ti sei trovato a vestire questo ruolo sia per promozione di questo libro durante la quarantena chee delle best practices necessarie a fronteggiarla in sicurezza?

M. A parte i problemi con la coda che non riuscivo a sistemare quando mi sedevo, molto bene! a parte gli scherzi ho cercato di trasmettere l’importanza del “rispetto delle regole” attraverso il personaggio di Mirò, il simpatico protagonista di un fumetto, capace di toccare al cuore di grandi e piccoli con un linguaggio diretto e immediato.
Dall’esperienza del Covid-19, che oggi ci tocca più da vicino, ognuno di noi porterà con sé qualcosa: io porterò con me il silenzio delle nostre strade e delle nostre città, spesso rotto dal suono delle ambulanze, la paura e l’incertezza del domani, ma anche il concetto potentissimo del “prendersi cura” di noi e degli altri.
Take time to take care per riempire il silenzio dei nostri luoghi di lavoro e delle nostre vite con azioni proattive ed interessate. Intervenire, per fermare comportamenti non sicuri che forse appaiono poco rilevanti per noi stessi e per chi ci sta accanto ma che invece contribuiscono alla diffusione del virus compromettendo la salute dell’intera comunità. Come non indossare la mascherina o non igienizzarsi le mani.

F. Domenico tu che lo vivi da dentro, ci racconti meglio cosa intendiamo quando parliamo di volontariato?

D. Ciao Filippo è un piacere, anzi grazie di questo spazio che ci dai, è prezioso. Occorre sapere che il Volontariato rappresenta una delle componenti più vitali del sistema italiano di Protezione Civile. E’ una importante risorsa in termini di competenze e capacità operativa; è costituito da persone che hanno deciso di mettere a disposizione gratuitamente, tempo ed energie per proteggere la vita e l’ambiente. Al fine di rendere più efficace la loro azione, i volontari di protezione civile si sono associati in organizzazioni iscritte in appositi registri, grazie alle quali condividono risorse, conoscenze ed esperienze.Tra le tante azioni svolte dal volontariato, a mio parere meritano di essere ricordate: quella della movimentazione di respiratori da un Ospedale ad un altro a seconda delle esigenze, o anche il controllo del territorio per ricordare alla popolazione di non uscire; ed ancora il supporto agli anziani o persone con difficoltà come quando abbiamo fatto la spesa al loro posto, abbiamo portato a casa le medicine prelevandole dalle farmacie. Ed infine ci siamo fatti carico dello stoccaggio e distribuzione di mascherine e DPI a tutta la popolazione.

F. Elisa lascio a te, medico, uno spazio per dare la tua testimonianza che ritengo fondamentale e il motivo principe per cui questo libro è nato.

E. Agli inizi di gennaio nell’aria si percepiva che questa volta la Pandemia, che da qualche anno si preannunciava, stava arrivando davvero!
Avevamo il sentore che stavolta sarebbe stato diverso e che sarebbe stato saggio organizzarsi e proteggerci prima che fosse troppo tardi.
Nello stesso tempo spavaldamente non la temevamo perché noi eravamo quelli della parte evoluta del globo, la parte ricca, quelli dove il sistema  sanitario  era solido, strutturato e all’avanguardia; ci illudevamo che saremmo stati in grado di reggere l’urto e nella eventualità correre ai ripari.
Poi un giorno l’onda di Tsunami è arrivata tra di noi; implacabile, con una velocità inaspettata e una potenza devastante.
Ci siamo fermati, attoniti, inermi, quasi chiudendo gli occhi e trattenendo il respiro mentre l’onda si abbatteva su tutti noi.
Ma quando i pazienti, i colleghi e i familiari ammalati aumentavano, quegli occhi li abbiamo dovuti riaprire! Non mi dilungo oltre ma potete immaginare – troverete il mio racconto completo nel libro-  una cosa pero’ voglio che sia chiara a tutti: abbiamo vissuto sulla nostra pelle i momenti drammatici della crisi. Tutti.  Io credevo che una volta che si era avuto il coraggio di fermare un intero sistema economico, poi certamente si avrebbe avuto anche il coraggio di cambiarlo per renderlo più equo e sostenibile. Temo che questa occasione non la stiamo cogliendo.

Facciamo si che questo libro, nel suo piccolo, sia un appello forte a donare alle strutture di volontariato e alla protezione civile ma anche e soprattutto serva a svegliare le coscienze, per cogliere l’opportunità unica di crescita collettiva; forti di questa esperienza seppur drammatica e dolorosa, ora dobbiamo gettare le basi per un Nuovo Mondo. Io e i miei amici siamo pronti e voi?

 

Per acquistare la versione cartacea la potete prenotare mediante mail: filipponovelli.911i@gmail.com

Per acquistare l’e-book fate click  sul logo        acquista su amazon

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione Fumetto -articolo del 31 luglio 2020]

 

 

L’ARABA FENICE DEL ROCK – ED I RAMONES -STEO E LA STORIA DEL ROCK -CAPITOLO 3

STEO 70s

Il rock non è arte,

è il modo in cui parla la gente.

[Billy Idol]

 
 
La cultura in genere dà un’accezione negativa e violenta al concetto di rivoluzione associandolo a distruzione e inciviltà.
La rivoluzione a cui mi piace pensare è, invece, una evoluzione del pensiero, un miglioramento dello status quo intrapreso con passione e amore.
 
Il rivoluzionario è un tassello indispensabile della nostra storia: se non ci fossero stati i rivoluzionari penseremmo ancora, per esempio, ad un sistema geocentrico anziché eliocentrico. In tal senso Galileo Galilei è stato una grande rockstar che non ha fermato la sua visione nemmeno di fronte allo “Stato maggiore” dell’epoca.
 
La vena ribelle del rock è talmente forte che il rock stesso si è ribellato a sé stesso innumerevoli volte nel corso dei decenni.
 
Pensiamo agli anni ’70: abbiamo goduto dello stile dei Led Zeppellin, dei The Who, dei Deep Purple, delle opere d’arte dei Pink Floyd, della nefasta decadenza di Elvis Presley…e della rivoluzione punk dei Ramones.
 
70s
 
 

Penso di aver fatto fuori gli anni ’60.

[Iggy Pop]

 
 
L’inizio degli anni ’70 è stato caratterizzato da un movimento hippie ormai in esaurimento, dalla nascita della disco music e dal rock virtuoso e stiloso.
Era come se fosse in atto una competizione globale tra jazz, musica classica e, appunto, il rock.
Robert Plant ed il resto della ciurma volevano dimostrare che il rock era uno stile non inferiore agli altri e che poteva addirittura aggregare decine di migliaia di persone negli stadi.
In questo contesto si inseriscono i Ramones e la loro rivoluzione punk.
ramones bn
 
I Ramones facevano parte di una nicchia di artisti diversi da tutti gli altri, ribellatasi ai nuovi cliché e con tanta voglia di esprimersi così come erano: dal look dei New York Dolls e dei Wayne County & The Electric Chairs, alle follie circensi di Iggy Pop.
 

Non sarei mai riuscito a suonare un pezzo degli Who, ma abbiamo scritto “I don’t wanna walk around with you” il primo giorno.

[Johnny Ramone]

Il battesimo di quel nuovo movimento, Punk (delinquente), lo si deve a John Holmstrom e Legs McNeil, hippie mancati, ma già stanchi del movimento.
La loro piccola rivista portava il nome Punk e combinava il rock ai fumetti e diede voce ai frequentatori dei locali reietti di New York.
La parola venne dapprima rifiutata dagli stessi Ramones, Iggy Pop e Blondie, ma alla fine se ne fecero una ragione.
Il punk era uno stile musicale ben definito, come del resto il cugino grunge vent’anni dopo, ma con quel nome si identificavano coloro che volevano un nuovo spirito di ribellione, diverso dagli anni’60 e più vicino alla rivoluzione di Elvis & Co. degli anni ’50.
CBGB_club_facade
 
L’essere politicamente scorretti aveva come fine lo stimolare la mente parlando di argomenti non comuni e il fare uscire la gente dall’ordinarietà.
 

Hey Ho, Let’s go!

[Ramones]

Il punk non fu inventato dai Ramones: Iggy Pop con The Stooges e prima ancora gli MC5 furono i progenitori del punk nell’America degli anni ’60. Rappresentavano una nuova generazione che rifiutava le idee degli adulti con la volontà di dare una spinta al   progresso.
Hanno dato vita ad un nuovo modo di vedere le cose. Il contesto storico lo richiedeva, ad inizio anni ’70 New York era fatiscente e cupa, era il momento adatto per inventare qualcosa di nuovo.
I Ramones ebbero il merito di essere un’onda d’urto che nessuno si aspettava. Erano arrivati al nocciolo del rock, spolpato dalle proprie sinuosità, concentrato in un minuto o poco più e velocizzato a ritmi inverosimili fino a quel periodo.
Mi affascina come a volte l’ordine casuale dell’universo crei cose fantastiche: lo stile dei Ramones era una loro necessità, dettata dalle scarse doti tecniche, questa è la verità.
Nessun effetto speciale, nessun numero da avanspettacolo…solo nudo e crudo rock’n’roll, giubbotti di pelle, pantaloni stretti e scarpe da ginnastica.
Rapportatelo a stereotipi come Robert Plant e Jimmy Page e capirete della portata della rivoluzione di cui stiamo parlando.
 

I woke up at the moment when the miracle occurred, heard a song that made some sense out of the world

[U2]

E pensare che il loro nome deriva da ciò che loro stessi stavano disintegrando a livello concettuale, gli hippie e quel che ne rimaneva. Infatti Douglas Glenn Colvin, il bassista, in gioventù era un fan sfegatato dei The Beatles, sì proprio loro. Paul Mc Cartney usava il nome di Paul Ramone come alter ego ai tempi dei Silver Beatles e per fare i check in negli alberghi. Fu da questa passione che Douglas decise di cambiare il nome in Dee Dee Ramone convincendo Jeffry Ross Hyman a chiamarsi Joey Ramone (voce), Johnny Cummings in John Ramone (chitarra), Tamàs Erdély in Tommy Ramone (batteria)…i Ramones.
ramones safety film
Il punk non è mai stato uno stile musicale da mainstream e così lo fu per loro, fin quando partirono in tour per l’Europa. Fu nei concerti inglesi che, al cospetto delle The Slits, dei Sex Pistols e The Clash, che furono consacrati come il gruppo di riferimento del movimento punk catalizzandone l’attenzione.
Avevano qualcosa che gli inglesi arrabbiati e politicizzati non avevano: i Ramones portavano divertimento e leggerezza, talvolta sarcasmo, ma erano lì sul palco per far divertire e scatenare la gente.
 

Come può essere morto il punk se io sono ancora vivo?

[Johnny Rotten]

Nei loro 20 anni di carriera hanno avuto alti e bassi, hanno avuto divergenze e la formazione è stata rimaneggiata più volte, ma restano comunque uno dei gruppi di riferimento del secolo scorso.
Con i loro 2263 concerti in 20 anni di carriera hanno fatto scatenare giovani di tutti i Continenti. Le loro magliette sono le più vendute al mondo.
ramones biglietto concerto
Nel 2002 sono stati inseriti nella Rock’n’Roll Hall of Fame e l’annuncio fu fatto niente nientepopodimeno che da Eddie Vedder dei Pearl Jam.
Gli U2, ispirati anche dai Ramones nella loro prima parte di carriera, nel 2014 li hanno celebrati con “The Miracle” in ricordo del concerto di Dublino a cui assistettero 40 anni prima.
 
A Berlino c’è un museo dedicato a loro, nella Bowery c’è una piazza dedicata a loro, nel Queens c’è una strada che porta il loro nome. Non avevano l’arte di tanti loro contemporanei, ma se hanno lasciato così il segno un motivo ci sarà.
Al di là di premi, riconoscimenti e trofei di loro ci resta quel gran dono del rock di avere il coraggio di distruggersi e rinascere come un’araba fenice.
 
 
 
Rockstar come Galileo Galilei, Elvis Presley ed i Ramones ci insegnano quell’attitudine a mettere e metterci in discussione e osare a mettere in piazza nel nostre idee, che tanto bene fa al nostro miglioramento ed evoluzione.
part steo 70
 

STEO e i 70s -Illustrazione di Filippo Novelli

 
 
Io sono STEO e questa è la mia Storia del Rock; Se vi è piaciuta  potete acquistare o regalare il libro ai vostri amici
Dateci i vostri feedback, raccontateci dei vostri miti del Rock…e chissà potrete trovarli nel prossimo volume.
 
 

E ora come di consueto vi lascio tre brani dei Ramones affinche’ possiate apprezzarne la musica  

Ciao e a presto con un nuovo capitolo, Stay Rock!           [STEFANO PANCARI per DETTI E FUMETTI – sezione Musica – articolo del 29 luglio 2020]

L’ORO BLUE -La Street Photography umbra: Non c’è due senza Menotre!

Amici di DETTI E FUMETTI continua il nostro viaggio alla scoperta dell’Umbria.

Dopo il giardino segreto di Spello e la ricerca della Chromatic Resonance su per l’altopiano di Castelluccio di Norcia, il nostro cammino prosegue nel folignate alla ricerca dell’Oro Blue, perché come si suol dire”Non c’è due senza Menotre!”.

Il Menotre è un fiume di alta collina che scorre tra le montagne sopra Foligno. Nasce dalle sorgenti del fosso di Favuella presso Orsano (Sellano) e il monte Mareggia.

All’altezza di Pale (famosa per le sue cartiere) il fiume, anche detto l’Oro Blue (perchè grazie alle sue acque ha dato la ricchezza agli abitanti della zona)  precipita nella vallata sottostante formando tutta una serie di suggestive cascate circondate da una folta vegetazione.

 

menotre 2 (2)

menotre 1 (4)

menotre 2 (1)

Nei pressi dell’abitato di Rasiglia (famosa per la sua industria tessile), il fiume si arricchisce di un certo numero di acque tributarie e si allarga a scorrere nella omonima valle creando nell’abitato un affascinante labirinto di canali e laghetti di acqua cristallina.  

20200718_210614

20200718_210735_1

rasiglia (3)Lo spettacolo delle cascate e dei canali che ne deriva fanno di Pale e Rasiglia due paesi che sembrano uscire direttamente dal Mondo delle Fate.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – Sezione fotografia – Articolo del 19 luglio 2020]

 

La storia del Rock -i 60s -L’eterna aurea di -Jim Morrison

steo il re lucertola

 

Non sono gli anni della tua vita che contano, ma la vita nei
tuoi anni.

[Abraham Lincoln]

Gli anni ’60. I rivoluzionari anni ’60. I babyboomers sono cresciuti, così come le loro
consapevolezze ed i loro capelli sempre più lunghi. La Società, la cultura e la musica in
quegli anni andavano spediti verso una nuova identità sotto il nome dell’amore e
dell’unione. Ci farebbe bene una buona dose di quei valori oggi che siamo rintanati nel
nostro Facebook (ndr).

60s

Un’identità caratterizzata dalla rottura dello status quo, quello status forgiato da una società conservatrice e bacchettona, dalla sua politica della guerra, da una cultura antisemita. Non è un caso che il rock sia stato la colonna sonora per eccellenza di quel periodo. Non c’erano più solo Chuck Berry, Elvis Presley e Little Richard: una nuova generazione stava facendo passi da gigante ed ogni orma lasciata è rimasta tutt’oggi impressa nel pianeta della musica e della società civile.

Alcuni artisti hanno un modo di vivere ed un modo di fare arte, per me ne esiste uno solo.

[Janis Joplin]

Difficile, per non dire impossibile, eleggere il porta bandiera del rock targato 60’s: se parlassi dei The Beatles farei un torto ai The Rolling Stones. Così come potrei scrivere dell’immensa Janis Joplin, di Syd Barret e dei primi Pink Floyd. E ancora Jimi Hendrix, The Who, Santana, Joe Cocker…la lista di mostri sacri è veramente senza fine. Ma i The Doors con Jim Morrison avevano qualcosa che gli altri non avevano.

 

foto 1 60

James Douglas Morrison, con il suo background di colto poeta, esperto cinematografo, di bambino speciale (racconta che da piccolo, vedendo dei nativi americani morti sull’asfalto per un incidente, ricevette lo spirito dello sciamano), insieme alla sua allucinata vita priva di limiti, aveva dato avvio ad un’espressione ribelle e rivoluzionaria, tanto da spaventare e inimicarsi le Autorità ed addirittura la politica. In soltanto 5 anni è stato capace di mettere il suo volto tra gli Dei del rock e tutt’oggi la sua tomba a Père Lachaise è venerata da migliaia di fan. I suoi concerti erano rituali sciamani e psichedelici e lui, come lo definì il compagno di musica Ray Manzarek, sul palco era la reincarnazione del Dio greco Dioniso. La sua figura è tutt’oggi così pesante che si è scomodato anche un certo Oliver Stone per portare la sua vita in pellicola, non un regista qualsiasi.

foto 2 60

 

Quando le porte della percezione saranno purificate, all’uomo apparirà come realmente è: infinito.

[William Blake]

 Il giovanissimo Jim lasciò casa e famiglia per mettere tenda a Venice Beach dove studiava cinema. Erano anni di forte emancipazione in cui l’uso di droghe, specialmente allucinogene, erano all’ordine del giorno: si pensava che aiutassero ad aprire le porte della percezione, come del resto aveva intitolato Huxley il suo libro. Jim era in prima linea in questa sperimentazione e furono proprio “quelle porte” a dare il nome al suo gruppo formato con l’amico di studi Ray Manzarek ed insieme a John Densmore e Robby Krieger. Negli anni ’60 non si pubblicavano i propri esperimenti artistici su YouTube e nemmeno si misurava la propria celebrità a suon di like e migliaia di follower. Così come per la quasi totalità degli artisti di quei tempi, The Doors cominciarono a suonare in piccoli e fumosi locali dove il pubblico poteva essere composto da 20 o 30 corpi danzanti. La voce dell’esistenza di un gruppo pseudo intellettuale che suonava rock, blues e interessanti contaminazioni jazz si sparse rapidamente e, in men che non si dica, si trovarono sul palco del mitico locale Whisky a Go Go su Sunset Boulevard della West Hollywood, a fianco di personaggi del calibro di Frank Zappa e Van Morrison. Ipnotizzarono il pubblico il cui corpo cominciò a muoversi sinuosamente mosso come chioma al vento (novità rispetto alle danze impostate degli anni precedenti). Sarebbe stato un successo se l’organizzatore, un giorno del 1966, non fosse andato in bestia di fronte ai versi della canzone The End. Erano troppo: riferite al complesso di Edipo in versione freudiana, ma che tanto sapevano di incesto, furono il motivo per cui prese a calci buttandoli fuori. Poco male visto che, grazie a quell’esibizione, furono notati dalla Elektra Records che gli offrì un contratto ed in sei giorni registrarono il primo loro album omonimo. Era il 4 gennaio 1967 ed il Re Lucertola, uno dei suoi tanti soprannomi, si stava per impossessare dell’attenzione mediatica e del pubblico statunitense prima e del mondo poi.

foto 3 60

Non vivere con la paura di morire, ma muori con la gioia di aver vissuto.

[Jim Morrison]

Jim Morrison aveva un “piccolo” problema, non sapeva stare alle regole. Già con il primo album finirono all’Ed Sullivan Show, un’istituzione per quei tempi e l’occasione per avere l’attenzione nazionale in TV. C’erano già stati Elvis Presley, The Beatles e The Rolling Stone. Mick Jagger e compagni dovettero accontentare Ed cambiando una parola nel testo Let’s spend the night togheter per farlo risultare più decente. Quella “decenza” che era la massima rappresentazione del puritanesimo. Il burbero Sullivan, ci era riuscito con Jagger, ma ci aveva già provato con Elvis ed il suo movimento pelvico, andandogli male: così come con Jim e soci. in Light my fire avrebbero dovuto cambiare la parola “higher” nella frase Girl, we couldn’t get much higher. La parola scelta dai produttori del programma TV era “better”. Questo perché il verso sotto accusa ammiccava all’uso di droghe e non potevano andare in diretta nazionale con un messaggio del genere. Forse non avrebbero potuto in tanti, ma non Mr. Morrison che, in barba al tentativo di “restaurazione culturale” della vecchia guardia, non fece alcuna variazione al testo facendo imbestialire il conduttore televisivo. Non fu il solo caso di ribellione e sfida alle Autorità: nei loro 200 concerti The Doors erano soliti alle provocazioni, quando del pubblico, quando delle forze dell’ordine. Provocazioni che gli costarono care come nel Live al New Haven nel 1968 in cui attaccò verbalmente la polizia, dopo che aveva avuto un diverbio con uno di loro nel backstage interrompendo il suo momento di intimità con una ragazza. Ci fu una vera sommossa e ancora nessuno sapeva che, tra il pubblico in preda al delirio, c’era un certo James Ostenberg che di lì a poco sarebbe diventato Iggy Pop formando i The Stooges e ispirandosi proprio alla sua icona Jim.

foto 4 60

Questi giovanotti conoscono alla perfezione gli spartiti, ma non sanno neppure cosa significhi vomitare

[Iggy Pop]

Questo è stato Jim Morrison nel suo breve passaggio sulla Terra: un’icona immortale. Vuoi per l’alcol, per le droghe o per la sua personalità eccentrica era come se si stesse rapidamente dissolvendo. Mentre la lancetta del tempo scorreva lui rapidamente lasciava la polvere di sé disperdersi nell’aria, diventando presto un’aurea che avrebbe raggiunto il mondo per l’eternità. Tormentato dal peso della celebrità e dei suoi demoni la stella di Jim cominciò ad affievolire la sua luce ed il processo, seguito all’ennesima provocazione al concerto di Miami (ancora oggi non si hanno prove che veramente lui aveva mostrato gli attributi come secondo il capo d’accusa), fu la condanna per colui che si dichiarò vittima del puritanesimo, proprio come uno dei suoi poeti preferiti, Oscar Wilde. Jim Morrison ed The Doors erano considerati così “socialmente pericolosi” che non furono nemmeno invitati al celeberrimo Festival di Woodstock (sacrilegio!).

foto 5 60

Nessuno ha mai progettato di essere.

[Jim Morrison]

Preso dai problemi giudiziari e da una forma fisica in fase degenerativa, lasciò The Doors con l’ultimo album L.A. Woman, uscito poi nell’aprile del 1971. Album che contiene l’epica Riders on the Storm, in cui i tuoni ed il suono della pioggia sembravano presagire un futuro nefasto. Pochi mesi dopo, durante la sua permanenza a Parigi, il Dio del rock raggiunse gli altri Dei sul monte Olimpo per guardarci divertito da lassù. Ha raggiunto Robert Johnson, Brian Jones, Janies Joplin e Jimi Hendrix; avevano tutti soltanto 27 anni e con i successivi Kurt Cobain ed Amy Winehouse, oggi formano quel mazzo di fiori sfioriti troppo precocemente a causa delle loro esagerazioni e follie: il Club 27. Della sua presenza terrena resta la grandezza dei suoi testi, della sua musica e della sua rappresentatività della generazione di Babyboomers che con i propri ideali ha cambiato i connotati al mondo. Mi piace ricordarlo non per le sue follie, ma per ciò che ha rappresentato e rappresenta tutt’ora. Di lui ci resta la forza sovrannaturale di cui è dotato l’uomo comune come noi, quella forza che può farci determinare il cambiamento ed esserne voce in poco tempo. Lui ci è riuscito in una manciata di anni. Tutto ciò fa di Jim Morrison, il Poeta maledetto, una delle più grandi leggende del rock.

 

This is the end, my only friend…the end

[Jim Morrison]

 

Io sono Steo e questa è la mia Storia del Rock illustrata da Filippo Novelli su DETTI E FUMETTI.

part steo 60s

Come di consueto al  termine della storia vi consiglio l’ascolto di tre brani:

Ne abbiamo fatto un libro potete acquistarlo su AMAZON.

 

 

Ci vediamo presto con il terzo capitolo. Stay Rock!

[Stefano Pancari per DETTI E FUMETTI – sezione Musica – articolo del 19 luglio 2020]

Passeggiate Romane- Il PONTE DELLA MUSICA

Bentrovati amici di DETTI E FUMETTI, pronti per un’altra passeggiata?

Oggi concludiamo i nostri tour sui ponti di Roma con il PONTE DELLA MUSICA.

clo e ponte musica

Nei nostri precedenti voli abbiamo visitato il Parco della Musica di Renzo Piano ed il MAXXI di Zaha Hadid; ora, sempre nel quartiere Flaminio, conosciamo un’altra opera  architettonica contemporanea: il Ponte della Musica.

Figura 0

La struttura, che attraversa il Tevere collegando il Foro Italico e il quartiere Flaminio, è stata progettata dallo studio inglese Buro Happold, vincitore con Powell-Williams Architects del concorso di progettazione bandito dal Comune di Roma nel 2000.

Il ponte è costituito da un arco in acciaio lungo 190 metri, sospeso che collega il Lungotevere Flaminio e il Lungotevere Maresciallo Cadorna, mettendo in collegamento l’Auditorium Parco della Musica, Villa Glori, il Maxxi e il Teatro Olimpico con il Complesso Sportivo del Foro Italico e il Parco di Monte Mario.

Il ponte progettato e realizzato per il traffico pedonale, ciclabile e per i mezzi pubblici è costituito da un impalcato metallico sorretto da due archi ribassati in acciaio poggianti su piedritti in cemento armato, che contengono le scale d’accesso alle due sponde del fiume. Le dimensioni dell’impalcato sono 190 metri di lunghezza, 22 metri di larghezza massima nella parte centrale e 14 metri alle estremità. L’arco libero ha una luce (distanza da uno spiccato all’altro del ponte) di circa 190 metri. Il peso complessivo dell’opera è di 2000 tonnellate. L’opera è caratterizzata dall’inclinazione dei due archi rispetto al piano verticale e dall’assenza di un loro collegamento orizzontale nella zona sovrastante l’impalcato, a consentire una particolare sinuosità e luminosità dell’immagine architettonica. La struttura è fondata su pali mentre la spalla sinistra è posta su cuscinetti mobili in grado di assorbire le sollecitazioni termiche e sismiche. La parte centrale, carrabile, è asfaltata mentre quelle laterali, pedonali,  sono costituite da doghe in legno che poggiano sulla struttura in acciaio.

Il Ponte ospita nella parte centrale un corridoio predisposto per il trasporto pubblico protetto.

Figura 3

Come arrivare al Ponte della Musica? Con i mezzi pubblici è molto facile; puoi prendere la linea A della metropolitana,  fino alla stazione di Lepanto e poi continuare con il bus fino alla fermata Largo Cadorna/Ostello della Gioventù ed infine, proseguire per pochi metri a piedi. Se invece preferisci viaggiare in superficie, puoi prendere una delle linee bus collegate alla zona. Grazie alla sua pista ciclabile può essere una meta interessante anche per passeggiate in bicicletta, magari di notte quanto si illumina e si riflette sul Tevere.

Il Ponte della Musica è intitolato al compositore Armando Trovajoli, autore del famosissimo brano “Roma non fa la stupida stasera…” ed è cronologicamente l’ultimo ponte della Capitale in quanto è stato inaugurato nel maggio del 2011.

Buon volo a tutti, ciao ed a presto dalla Vostra CLO!

[Maria Clotilde Massari per DETTI E FUMETTI – Sezione Architettura – Articolo del 17 LUGLIO 2020]

Per maggiori informazioni:

https://www.wikipedia.org/wiki/Ponte_della_Musica-Armando_Trovajoli

http://www.urbanistica.comune.roma.it/citta-storica-pontemusica.html

La storia del Rock -i 50s -Le origini -Elvis Presley

filippo novelli Steo 50

Rock and roll can never die

[Neil Young]

Il rock non è un genere musicale. Il rock è uno stile, una fonte e un mezzo per trasmettere ideali, libertà e affermazione della propria identità. Fin quando ci sarà uno status quo che ci andrà stretto, il rock avrà l’opportunità di esprimere le nostre idee e i nostri bisogni.
Con il rock abbiamo sudato, abbiamo sognato, ci siamo innamorati, ci siamo arrabbiati, ci siamo uniti in qualcosa che credevamo fosse giusto per noi e per la Società. La stessa nascita del rock ha i connotati rivoluzionari a livello sociale e culturale.

50s

Sebbene il rock’n’roll affondi le proprie robuste radici negli anni ’40, fu solo negli anni ’50 che arrivò in tutte le radio statunitensi per poi diffondersi in tutte le parti del mondo. Il rock’n’roll nasce come reinterpretazione e fusione del rythm & blues afroamericano, del gospel e del soul.
Pensa che rivoluzione: la musica dei neri e musica dei bianchi unite in un unico genere musicale in un’epoca, gli anni ’50, in cui la storia assisteva allo strazio del Ku Klux Klan e del razzismo. Vorrei poter dire che ormai è acqua passata, ma ancora di strada da farne ne abbiamo.

A renderlo un fenomeno mondiale potresti pensare che sia stato uno studente di conservatorio o un figlio d’arte. Invece no. Nella sua natura ribelle il rock’n’roll è stato conosciuto da tutti grazie ad una persona qualunque, il cui volto e la cui voce la fecero diventare il Re del Rock’n’roll nel mondo: il suo nome era Elvis Aaron Presley.

Screenshot_20200713-195556_Chrome

Era un artista unico – un originale in un’area di imitatori

[Mick Jagger]

Per il piccolo Elvis, nato nel 1935 nella sperduta Tupelo, ogni occasione era buona per ascoltare musica, che fosse di fronte ad un bluesman per strada oppure intrufolandosi di
soppiatto tra le panche delle chiese gospel. Non è un caso che c’è una chiara analogia tra il predicatore con dietro il suo coro e lo stereotipo della rockstar sul palco davanti ad un palazzetto gremito.

Elvis era uno di quei tanti ragazzi, come ci sono tutt’oggi tra noi, che sanno guardare oltre l’apparenza. Quelli come lui sanno arrivare all’essenza delle cose ed hanno ben chiaro che hanno tutto ciò che gli serve per realizzare ciò che la propria creatività gli sta mostrando.

Segui quel sogno, dovunque il sogno ti possa condurre.

[Elvis Presley]

L’attrazione che la musica afroamericana aveva su Elvis lo incendiò ancor di più dopo il trasferimento con la famiglia a Memphis. Beale Street gremiva di locali dove i colori degli abiti afroamericani, le danze sudate e appassionate ed il groove di musicisti come B.B. King mandavano letteralmente in delirio il pubblico fino a notte fonda.

memphis

Nella testa di Elvis si realizzava sempre di più la grande visione: quella musica avrebbe dovuto far ballare tutta la gente, non solo i neri. Contro il suo ideale si batteva la cultura razzista ancor più forte in stati come il Tennesse, ma come Davide contro Golia, Elvis sentiva che avrebbe dovuto inseguire il proprio sogno.

Screenshot_20200713-195905_Chrome

“Se potessi trovare un bianco che canta con l’anima di un nero farei milioni di dollari”

[Sam Phillips]

Fu l’incontro con Sam Phillips ai Sun Studios di Memphis a cambiare il corso della storia e non solo quella del bel giovane dal ciuffo pomatato. Era il 6 luglio del 1954, quando Elvis, con Scotty Moore alla chitarra e Bill Black al basso diedero vita ad una versione stravolta di That’s Alright Mama, un brano blues di Arthur Crudup che agli orecchi di Sam suonò nuova e travolgente.

Sono sempre stato convinto che sono in tante le persone ad avere una visione grandiosa del mondo, ma solo in pochi riescono a realizzarla: sono quelli che scelgono di agire. Elvis e Sam erano tra questi.
Sam Phillips si rese conto sin da subito di aver davanti ciò che stava cercando: un bel giovanotto americano con l’aria strafottente, la pelle bianca e la voce di un nero. Fino ad allora tutti i grandi artisti del Rock’n’Roll, da Roy Brown a Chuck Berry, non sarebbero mai arrivati al pubblico bianco americano per via del colore della loro pelle.

Screenshot_20200713-195256_Chrome

Per unire afroamericani e bianchi serviva quel cocktail che portava il nome di Elvis Presley.

Stammi a sentire, ragazzo, non andrai da nessuna parte. Dovresti rimetterti a guidare i
camion [Jim Denny]

La scossa tellurica che cambiò per sempre la storia si fece sentire il 23 marzo del 1956: Elvis Presley pubblicò il suo primo album omonimo all’età di soli 21 anni.
Da Frank Sinatra ai Rolling Stones, dai Beatles a Eric Clapton, dai Pink Floyd ad Elton John, Elvis ha ispirato generazioni e generazioni di artisti del rock e se siamo quel che siamo lo dobbiamo a questo sfrontato visionario che ebbe il coraggio di credere nel suo sogno.

Screenshot_20200713-195818_Chrome
Il suo modo di suonare, i sui movimenti pelvici e la sua inconfondibile voce mandarono in delirio la giovane generazione di babyboomers, ormai stanchi di essere incatenati dalla cultura conservatrice americana ed in cerca di una propria identità. Predicatori e comitati della cosiddetta generazione silenziosa provarono a fermare il fenomeno Elvis additandolo di demoniaco, depravato e senz’anima. Ormai era troppo tardi. Da quel momento, insieme ai giradischi, ai poster ed alle radio, la musica divenne un elemento essenziale del tempo libero e non solo un elemento di svago.

Screenshot_20200713-195646_Chrome

La reazione a catena era stata attivata, lo status quo era stato incrinato e niente sarebbe più tornato come prima: Elvis voleva il mondo ed il mondo stava aspettando Elvis ed il suo rock’n’roll.

“Fai qualcosa che valga la pena ricordare”
[Elvis Presley – Suspiscious Minds]

Questa è la prima puntata della STORIA DEL ROCK, io sono Steo il leone e vi accompagnerò in un viaggio nel tempo alla scoperta del Rock e dei suoi protagonisti.

steo part cap 1

Lasciate nei  vostri commenti il nome della rockstar che ha segnato positivamente la vostra vita, potreste trovarlo nel prossimo capitolo. Ne abbiamo fatto un libro potete trovarlo su Amazon

la storia del rock di steo

Come invito all’ascolto vi lascio i miei tre brani preferiti di Elvis:

A presto, Steo e Stay Rock!.

[Stefano Pancari per DETTI E FUMETTI -Sezione Musica -Articolo del 16 Luglio 2020]

PENNA LIBERA/CHIARA PER LA SUA RUBRICA UNA PAROLA AL GIORNO… PRESENTA LA LETTERA S

Ciao amici di  DETTI E FUMETTI ho realizzato una rubrica “UNA PAROLA AL GIORNO TOGLIE IL VIRUS DI TORNO che vi proporrò anche qui su DETTI E FUMETTI, una parola alla volta dalla A alla Z percorreremo insieme tutto l’alfabeto.

Oggi vi presento la lettera S

S come Sosia:  Attenti a quando andate in giro, potreste incontrare qualcuno che vi somiglia molto!

Guardate il video e lo scoprirete!

per vedere il video fai click sull’immagine qui sotto

S

 

[CHIARA PER DETTI E FUMETTI -sezione LETTERATURA -articolo del 7 aprile 2020]

 

LA MUSICA torna su DETTI E FUMETTI con STEO e la sua STORIA DEL ROCK

Era da qualche mese che stavo girando attorno al desiderio di riportare su DETTI E FUMETTI la Musica.

Avevo raccontato di quanto importante sia la musica come professione del futuro insieme alla mia amica soprano YUKIKO CONDO CIOCCA, con il progetto del libro illustrato DA GRANDE.

Recentemente avevo intervistato MARTINA ROSSI affinchè ci raccontasse di come realizzare delle interessanti contaminazioni tra Fumetto e Musica; ma il mio progetto era più ambizioso. Ero alla ricerca di qualcuno che avesse la passione e la voglia di avvicinare i nostri lettori alla musica con la M maiuscola. Qualcuno che fosse dotato di un entusiasmo strabordante e coinvolgente capace di far passare il messaggio di quanto fondamentale può essere la musica nella nostra vita, specialmente nell’età di passaggio dell’adolescenza.

Recentemente ho conosciuto un maestro di musica che mi ha fatto riflettere su quanto importante sia studiare musica; mi ha detto: ” Chi studia musica acquisisce una capacità di concentrazione superiore; un metodo che altri non hanno, tanto che poi tutte le altre materie gli sembreranno semplici e di facile apprendimento. Il segreto è nel fatto che quando esegui la musica devi necessariamente focalizzarti sulla melodia che esegue la mano destra, sull’accompagnamento della sinistra, devi imparare a tenere il  giusto tempo con entrambe mentre leggi lo spartito. Per fare tutto questo contemporaneamente devi essere sempre concentrato a mille ma al tempo stesso devi rilassare i muscoli delle spalle e delle braccia per una migliore esecuzione. Devi allenarti costantemente per molte ore al giorno. Devi studiare ogni brano prima di eseguirlo, solfeggiandolo a mente e poi a voce. Capisci quanto è complesso tutto ciò? Eppure tutto questo impegno, tutto questo studio non basta a fare di te un musicista. Occorre un altro elemento (come in ogni altra branca dell’arte, aggiungerei): occorre la passione”.

La passione si acquisisce pian piano nel tempo; ma da soli è molto difficile. C’è bisogno di qualcuno che sia capace di trasmetterla.

Ho riflettuto molto sulle sue parole e su come fare per realizzare questo obiettivo.

Credo di no sbagliarmi nel dire che il mio nuovo amico Stefano Pancari ha questa capacità.

E’ per questo che sono contento di  presentarvi la sua nuova rubrica di Musica che da oggi vi terrà compagnia.

Grazie al nostro nuovo redattore STEO il leone, il suo avatar antropomorfo che simpaticamente ha accettato di interpretare, Stefano cercherà di farvi appassionare alla Quarta Arte.

LE NOVE ARTI 

Prima Arte:Architettura
Seconda Arte:Pittura
Terza Arte:Scultura
Quarta Arte: Musica
Quinta Arte: Poesia
Sesta Arte: Danza
Settima Arte: Cinema
Ottava Arte: Radio-Televisione
Nona Arte:Fumetto

Con Steo abbiamo pensato che l’approccio più accattivante fosse quello di raccontarvi la Storia del Rock, mediante aneddoti e brani di personaggi famosi, con i loro “detti” a fumetti da snocciolare in una serie di capitoli dalle origini ai giorni nostri.

Se vi piacerà fatecelo sapere, lasciateci i vostri pareri, così alla fine magari anche La Storia del Rock di STEO diventerà un libro entrando a far parte della sempre più pingue collana dei libri in uscita per DETTI E FUMETTI.

Vi lascio con un calzante: “STAY TUNED!”; ne sentirete delle belle con STEO!

STEO rid

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione MUSICA – articolo del 12 luglio 2020]