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OSVY e DAVID BOWIE n.° 298 del 29 maggio 2016
Se vuoi saperne di piu’ su David Bowie fai click QUI
Esposto al live show della mostra del 27-8-9 maggio 2016 su David Bowie Blacksturdust
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI sezione FUMETTO – articolo del 29 maggio 2016]
Arf 2016 – edizione II -Oltre l’autoproduzione del fumetto – la soluzione definitiva.
E’ un sabato mattina, il sole splende su Roma; il traffico capitolino ci ha dato una tregua e così in men che non si dica riusciamo a raggiungere la Pelanda, nuova sede dell’ARF, il FESTIVAL DI STORIE, SEGNI & DISEGNI alla sua seconda edizione.
(ARFIO e l’autoproduzione di Filippo Novelli)
Mentre la stampa accreditata inizia già a scrivere epici pezzi sulla nuova Woodstock del fumetto, noi siamo seduti in sala per assistere alla conferenza “Quando l’editore non c’è; L’indie italiano da ieri a domani.
Ospiti :Stefano S3Keno Piccoli, Ratigher, Samuel Daveti, Alessandro Martoz Martorelli (LabA4- Crisma) e Marco Tavarnesi (Inuit).
A moderare l’incontro: Riccardo Corbò.
Da quando ho iniziato ad occuparmi di fumetti, vi confesso, questo è stato il mio argomento preferito. E presto capirete perché.
Inizia a parlare Piccoli ripercorrendo la sua esperienza sull’ autoproduzione degli anni ’90, dell’epoca d’oro, quella, per intenderci, quando alle fiere modello ARF si vendevano 5000 copie in 3 giorni . Era un’altra epoca ci ricorda.
Piccoli ci racconta come a quei tempi si usciva con il “grezzo sul grezzo”, cosa che oggi non è più possibile se non altro per la consapevolezza e il livello professionale dell’autoproduzione.
Oggi ci si autolimita, consci di quanto bravi siano i tuoi “conoscenti” del Web.
Quando abbiamo iniziato non esisteva Internet; non si sapeva cosa facevano gli altri (gli fa sponda Ratigher); se tra i tuoi sei amici che disegnavano eri il piu’ bravo, ti facevi pochi problemi e pubblicavi. Oggi no. Prima di pubblicare ti senti in dovere di raggiungere un livello “alto”.
Ma veniamo al punto, continua Piccoli. L’autoproduzione nasce per due motivi: o per scelta consapevole o, siamo sinceri, per bisogno perché nessuno ti pubblica.
Corbo’ a Ratigher: tu perche’ lo hai fatto? Sei stato promotore di modelli rivoluzionari e mi dicono che qui all’ARF ne proporrai uno nuovo che dovrebbe diventare la risposta “definitiva” al problema dell’autoprodzione.
Ratinger: io ho iniziato con l’autoproduzione con un gruppo di amici ( i super amici poi fratelli del cielo) perche’ volevamo pubblicare le nostre strane storie, liberi dai vincoli dell’editore.
Oggi tutti ne pubblicano ma è sorto un nuvo problema. Non ci sono più i soldi da investire che vi erano una volta.
Corbo’: PIC NIC, il primo free press di fumetto italiano che trovava i soldi dagli sponsor, per me continua ad essere il modello perfetto di autoproduzione. Perché non avete continuato?
Ratigher: forse perche’ tra noi non vi era un account manager con spirito imprenditoriale capace di procacciare i clienti giusti, forse anche perché in Italia gli Sponsor non erano e non sono pronti ad entrare in questo mercato, sebbene oggi tornato ad essere florido, vedi le presenze di Lucca che raggiungono i 400.000 visitatori.. Chissa’…
Corbo’: Peccato. Ma sappiamo che non ti sei fermato nello studio di modelli efficaci di autoproduzione. Hai sperimentato il modello di vendita “Prima o Mai. Facci capire in cosa consiste.
Ratigher: Il modello “Prima o Mai” consiste nel mettere in vendita il fumetto per un periodo di tempo limitato terminato il quale il fumetto non si vende piu’. Una sorta di vendita on demand ma con un livello di difficoltà ulteriore: il tempo limitato.
Ho sperimentato che inserendo questo fattore tu stimoli l’acquirente all’acquisto nella consapevolezza che altrimenti rischia di non avere più la possibilità dell’acquisto. Se con il metodo di autoproduzione clessica in 5 mesi ho venduto 1000 copie. Con questo metodo, in meno della metà del tempo, sono riuscito a venderne il 10% in piu’.
Vi confesso, continua Ratigher, che a livello di costi – benefici questo era il solo metodo (dico era perché a breve vi racconterò quello nuovo e definitivo) che valesse la pena per avere uno stipendio di un operaio specializzato (1.800,00 euro/mese).
Scusate la provocazione ma, non è che si deve avere la fissa dei soldi, ma sono contrario a fare fumetti per hobby. Ecco perche’ sono alla continua ricerca di modelli efficaci.
Corbo’: ce ne parlerai a breve. Ora pero’ indaghiamo anche altri modelli di autoproduzione di successo dando la parola a Samuel Daveti dei Mammaiuto.
Corbo’: si legge sul vostro sito: “Le attività di vendita che intraprendiamo sono finalizzate a dare agli autori il massimo compenso possibile per il loro lavoro, e a pagare le spese vive dell’associazione”. Che vuol dire?
Daveti: I Mammaiuto, che prendono il nome dalla banda di pirati del film Porco Rosso di miyazaki, è un’associazione formata da un collettivo di autori che ha deciso di ribaltare la proporzione dei guadagni nel rapporto editore-autore, dando l’80% di utili all’autore anziché all’editore e lasciare il resto per le spese del collettivo. Terminate le copie di partenza prodotte ( 200 circa) con un investimento di qualche migliaio di euro, l’autore è svincolato dal “contratto” con il nostro collettivo.
Siamo un gruppo di amici che si è iniziato ad autoprodurre sostanzialmente perche’ volevamo svincolarci dagli editori classici, i quali se la serie per cui disegni non va, te la chiudono e ti lasciano appeso (esperienza vissuta sulla mia pelle), abbiamo iniziato ad autoprodurci.
Il metodo che abbiamo utilizzato, molto di voga attualmente, è il Crowdfunding (dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento) o finanziamento collettivo in italiano, è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni. È una pratica di microfinanziamento dal basso che mobilita persone e risorse[ fonte Wikipedia].
Corbo’: Si può essere un fumettista essendo un ingegnere? Alla provocazione di Ratigher sul concetto di fumettista per hobby cosa rispondi?
Daveti: Mi sono psesso chiesto se si puo’ essere fumettisti pur non vivendo di questo lavoro. Ci sono persone che hanno nel fumetto la parte più libera. Si può fare il fumettista anche senza soldi alla ricerca di un editore. E’ pur vero che se non guadagni delle tue tavole non sei un fumettista. Ci dovrebbe essere piu’ attenzione da parte degli addetti ai lavori. Gli editori dovrebbero aiutare gli artisti a vivere con questo lavoro altrimenti loro sono “costretti” a trovarne un altro per vivere.
Vedo Corbo’ che annuisce rivolto verso Piccoli, ospite della conferenza ma anche uno degli organizzatori di Arf, quasi a dire, voi con la Job-Arf questo incontro editore-autore volete alimentare.
Corbo’: Il processo di produzione di un fumetto è costoso; so di artisti che sono disposti anche a pagare pur di farsi produrre. E questa, secondo me, è una perversione. Una soluzione potrebbe essere quella di includere in sè tutto il processo dall’idea del fumetto fino alla stampa sempre con alla base il Crowdfunding. Un esempio di successo è Inuit di cui ci parlato Marco Tavarnesi presente alla Conferenza.
Il Crowdfunding e i suoi limiti del finanziare una specifica opera possono essere superati da un altro modello il Patreon (da patron, ‘mecenate’), spostando gli investimenti dall’opera all’artista. Una sorta di nuovo mecenatismo nei confronti di fumettisti, che vengono stipendiati mensilmente per dare “libero” sfogo alla propria creatività. Metodo nordamericano che comincia a vedersi anche in Italia.
Corbo’: Martoz parlaci di Crisma, il modello di Autoproduzione ad oggi più nuovo, il Mecenatismo.
Martoz: Crisma è una rivista annuale prodotta di un centro culturale, La Torre,che finanzia la Cultura e quindi il fumetto che ne è parte (ogni collaboratore viene regolarmente pagato).
Corbo’: Concludo sperando di avere soddisfatto le vostre curiosità sull’autoproduzione. Avete avuto modo di avere una panoramica a 360° su questo modo di fare fumetti, ma c’è un metodo ancora nuovo che ancora non conoscete e di cui vi parlerà Ratigher tra qualche ora. Ci vediamo dopo.
Abbiamo, per modo di dire, ingannato l’attesa deliziandoci con la mostra di Lorenzo Ceccotti e assistendo alla sua conferenza; relatore il bravissimo Adriano Ercolani.
Ercolani: Ceccotti è un autore di talento che con il tempo è divenuto riconoscibile. Parliamo di Ceccotti attraverso le sue opere in mostra.
Iniziamo con il Poster della mostra. In stile volutamente semplice e lontano da artifici tecnologici, rappresenta tra l’altro l’archetipo di Roma, la lupa, ma anche il canide simbolo della Arf. Riprende i due uomini che attraversavano il fiume del precedente poster di Gipi quasi a ricordare l’arrivo al nuovo approdo, il Macro.
Si continua a parlare della serie The Nostalgist e del disegno en plan air dal vero in digitale della Bretone fatto per la voglia di perdere un pò di vizio grafico. Prodotto in occasione del viaggio in Bretagna assieme a 5 blogger. Ceccotti ci racconta l’aneddoto per cui lo inizio con la destra e lo fini’ (per una tendinite) con la sinistra. Ecco il motivo del guanto stretto tra le mai della ragazza.
Infine si è parlato delle copertine per Einaudi, con cui Ceccotti inizia il processo che lui indica come un percorso artistico “per tornare a zero”.
La conversazione continua sul rapporto tra scrittura e disegno e su quanto sia difficile il rapporto con uno sceneggiatore. Per Ceccotti fare i fumetti con uno scrittore è 10 volte più difficile che essere tu stesso lo scrittore dei tuoi fumetti. E’ pur vero che Il bravo sceneggiatore e colui che lancia uno stimolo e si aspetta una sorpresa. Più c’ è comunicazione su un piano eolico meglio è.
Lo sceneggiatore è l’innesco che scatena la forma
Erocolani lo provoca introducendo il concetto di Nerd nel Fumetto.
Ceccotti: Non mi piacciono i nerd, intesi come coloro che vogliono sempre la stessa cosa. Il Fumetto non deve essere per i Nerd ma andare oltre. Il fumetto con una semplice penna e della carta ti permette di creare qualsiasi cosa; pertanto è limitante l’idea che il fumetto si possa fermare a delle persone con un limite personale nell’Arte, cioè quello che per me è il nerd, un mono-maniaco, con un infinito feedback con sé stesso fino a quando la comunicazione tende a zero. E come quando su Facebook non dai contenuti ma condividi solo la notizia di altri. Che ci stai a fare?
Ercolani: Siamo quasi ( 23 maggio) al 60-esimo anniversario dalla nascita di Andrea Pazienza. Cosa ti senti di aver ereditatato da lui?
Ceccotti: La volontà di esplorare una gamma stilistica differente. Pazienza dice che la sua tecnica di disegno funziona a stanze. A seconda di quello che devi raccontare si entra in una diversa. La varietà stilistica non è una forma di vanità culturale ma è dettata dalla necessità. E’ pur vero che se esci dal tuo seminato( cambi tecnica) ogni volta è un rischio, se cambi il fallimento e dietro l’angolo. Da qui la mia ossessione tecnica.
Finito l’incontro su Ceccotti arriva l’atteso evento di Ratigher dove finalmente di svela la nuova frontiera dell’autoproduzione.
Ratigher:Fare un libro di fumetti impiegandoci mesi se non anni per poi ottenere una percentuale di guadagno irrilevante alla lunga non paga. C’e’ una nuova frontiera: il poster-fumetto che con un utile stimato intorno al 25% supera di gran lunga i guadagni del libro fumetto.
E con questo rivoluzionario modello che mi vede concorde e mi ricorda gli anni in cui, uscito dalla scuola d’arte, avevo superato le tele e i pennelli per dedicarmi alla stampa di grande formato,
passo e chiudo dall’ARF.
Filippo Novelli
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Fumetto – articolo del 22 maggio 2016]
Per chi vuole saperne di piu’ direttamente dal nostro Blog DETTI E FUMETTI puo trovare qui le notizie:
Evadere dalle grandi città: moda o necessità? Le rubriche di Clo’
Vivere in una grande città offre molti vantaggi a partire dai servizi, cultura e soprattutto opportunità lavorative. Ma adesso la tendenza sembra cambiata: soprattutto le nuove generazioni si sono rimesse in gioco con nuove professionalità che hanno portato opportunità di lavoro: agriturismi, aziende agricole, resort dove il contatto con la natura e la “fuga” dalle città sono diventate il cavallo di battaglia. Rispondendo a questa nuova tendenza sono stati proposti alloggi alternativi che fino a qualche anno fa non sarebbero stati presi in considerazione. Tra i più significativi il restauro dei fari:
nell’aprile del 2015 è stato presentato dall’Agenzia del Demanio il progetto Valore Paese-FARI, l’iniziativa che permetterà di sottrarre 11 fari italiani al degrado in cui versano ed avviarli a rigenerazione, contribuendo ad attivare le economie locali e a riconsegnare questi beni alla comunità. Obiettivo del progetto è valorizzare questi suggestivi beni partendo da un’idea imprenditoriale innovativa e sostenibile, che sappia conciliare le esigenze di recupero del patrimonio, tutela ambientale e sviluppo economico. Lo strumento sarà la concessione (affitto) fino a 50 anni degli immobili a operatori che possano sviluppare un progetto turistico dall’elevato potenziale per i territori, in una logica di partenariato pubblico-privato, a beneficio di tutta la collettività. Il portafoglio è composto da 11 fari di proprietà dello Stato, di cui quattro proposti dal Ministero della Difesa, e si trovano in Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e Toscana. I beni selezionati rispondono alle esigenze di un turismo alternativo alla ricerca del contatto con l’ambiente, il relax e la cultura, poiché si tratta di spazi che catturano l’immaginazione, situati in luoghi incontaminati e di grande interesse ambientale e paesaggistico.
Faro delle Tremiti
Un’altra iniziativa è stata la vendita delle case cantoniere. Le «Case cantoniere», quelle strutture dall’inconfondibile color rosso pompeiano, con la scritta Anas e il numero che segna i chilometri, disseminate lungo le strade di tutta la Penisola, diventeranno un «brand» per promuovere il turismo sostenibile in Italia. Istituite nel 1830, sono 1.244 su tutto il territorio nazionale, affidate, in origine, ai cantonieri che dovevano manutenere e controllare un «cantone» (un tratto) di strada. Per la valorizzazione – e il riuso – è arrivata la firma di un accordo siglato da Anas, ministri dei Beni culturali e delle Infrastrutture (Dario Franceschini e Graziano Delrio), e agenzia del Demanio. Il progetto pilota prevede che, partendo da un primo portafoglio di 30 case, si inizi a riqualificare le strutture, mettendole a bando «senza dismissioni», per affidarne la gestione a privati. Che potranno utilizzarle per realizzare strutture ricettive, ma anche ciclofficine e punti di ristoro. Anas si farà carico della ristrutturazione dell’immobile (ove necessario) e definirà lo standard di servizi che dovranno essere resi disponibili, in modo tale da garantire la massima uniformità all’intera rete.
Case cantoniere
Un’altra tendenza deli ultimi è l’albergo diffuso, soprattutto nei molteplici progetti di riqualificazione che interessano i borghi abbandonati. L’ albergo diffuso si deve intendere come una vera e propria proposta recettiva, come un qualsiasi hotel di nostra conoscenza, ma con un guizzo in più. Difatti esso si pone l’obiettivo di offrire ai propri ospiti una esperienza di vita all’interno di un borgo contando ugualmente su quello che un qualsiasi attività recettiva alberghiera può offrire. Gli ospiti così si ritroveranno a dormire in case che spesso distano anche 200 metri dal centro del borgo, luogo in cui è posta la reception e gli ambienti comuni. Inoltre all’interno del borgo sono ben integrati attività commerciali che rallegrano l’ospitalità.
Il concetto di albergo diffuso vide la sua nascita ed il suo sviluppo in Friuli Venezia Giulia, nella zona della Carnia, come esigenza di riqualificazione delle case che venivano ristrutturate in seguito al grave terremoto che colpì la regione nel 1976. Il primo progetto pilota fu quello del Borgo Maranzanis di Comeglias del 1982. Oggi in Italia si conta un numero elevato di Alberghi diffusi, circa 49, dislocati in diversi regioni, in Sardegna, Puglia, Marche, Lazio, Basilicata e proprio su questo argomento vorrei menzionarvi un interessante intervento: POSTIGNANO, UMBRIA e’ una piccolissima frazione del comune di Sellano in Umbria, poco distante da Spoleto, caratterizzato da un borgo di origine medievale che si raccoglie intorno al suo vero fulcro, il castello di Postignano, edificato tra l’XI ed il XIII secolo. Il borgo negli anni ’50 subi un profondo spopolamento, che lo portò ad essere completamente abbandonato nel 1966, sorte accaduta d’altronde a tanti borghi delle colline dell’Italia centrale, tagliate fuori dai veri centri urbani. Poi il colpo di fulmine. Due architetti napoletani, Gennaro Matacena e Matteo Scaramella, innamoratesi del luogo quando nel 1992 vi giunsero per caso, decisero di acquistarlo e di iniziare subito il restauro. Era il 1997, i lavori erano appena iniziati quando un tremendo terremoto danneggiò sensibilmente le strutture. I lavori di restauro ripresero nel 2007, ben 10 anni dopo. Oggi il restauro è quasi completato con le sue 60 case, ricostruite secondo i dettami originali, che si innalzano intorno al castello e alla chiesa della Santissima Annunziata, anch’essa oggetto di restauro che ospita un bellissimo affresco del 1400 raffigurante una Crocifissione, venuta alla luce proprio durante i lavori di ristrutturazione. Per i turisti è stato creato un Albergo Diffuso, “La Casa Rosa“. Non può mancare infine una visita al castello, che oggi ospita una mostra ed è luogo di diversi eventi culturali. I due architetti, con la loro Mirto s.r.l.. sono stati insigniti dell’Attestato al Merito dell’Unesco in quanto “efficace interprete dei valori unescani di salvaguardia e tutela del paesaggio e dell’ambiente”.
Albergo Diffuso “La Casa Rosa”
Postignano
Buon volo a tutti
Ciao a presto dalla Vostra CLO!
[Maria Clotilde Massari per DETTI E FUMETTI – Sezione Architettura – Articolo del 22 maggio 2016]
Per maggiori informazioni:
FUGHE – il Fumetto Noir di Dario Santarsiero e Filippo Novelli
Dal primo marzo è disponibile su Amazon Fughe – il fumetto noir di Dario Santarsiero e Filippo Novelli.
FUGHE, liberamente tratto da “Racconti Sparsi” di Dario Santarsiero, narra, attraverso i disegni di Filippo Novelli, di un uomo che viaggia per lavoro per l’Italia su di una FIAT 1100.
una sera d’inverno, per un guasto al motore, si rifugia in una stazione di servizio gestita da una ragazza.
Insieme affronteranno un’ esperienza che sarà a dir poco risolutiva.
Con “FUGHE”, metafora sulla ricerca dell’avventura, che spezza la routine di una vita tranquilla, Dario e Filippo sperimentano il fumetto noir, consolidando la loro pluriennale collaborazione.
Potete acquistare il fumetto al seguente link QUI
OSVY AFORISMI PER SALVARE IL MONDO vol.1
OSVY E UMBERTO ECO n.° 297 del 20 febbraio 2016
Se vuoi saperne di piu’ su UMBERTO ECO QUI
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI sezione FUMETTO – articolo del 20 febbraio 2016]
Un’edilizia amica dell’ambiente: è possibile? Ce lo racconta CLO
Sono notizie di cronaca quotidiana i disastri ambientali dovuti alla smisurata cementificazione dell’uomo: frane, crolli ed altri avvenimenti disastrosi che ci fanno sempre più pensare al poco rispetto che ha avuto fin ora l’uomo per la natura e l’ambiente che lo circonda. Per ottenere cosa? Guardiamo i nostri litorali, ormai sono spariti i “lungomare” per fare spazio alle abitazioni abusive , o molti “belvedere” sono diventati dei “bruttovedere” con affaccio su sporcizia e cementificazione selvaggia.
Qualcosa, è stato fatto: demolizioni di “mostri” , abusi costruiti in zone protette o di pregio, la riqualificazione di alcuni lungomare per troppo tempo dimenticati, ma naturalmente c’è ancora tanto da fare.
Esiste un’edilizia amica dell’ambiente, in grado di garantire i comfort ormai indispensabili per la nostra vita quotidiana ma che allo stesso tempo sia rispettosa del territorio ?
Oggi si prevedono le costruzioni con il minor impatto sull’ ambiente, “case ad energia nulla o quasi”: in un acronimo NZEB, e cioè Nearly Zero Energy Building.
Sono quegli immobili che producono quasi tutta l’energia di cui hanno bisogno garantendo allo stesso tempo un alto comfort abitativo. Di edifici così se ne trovano ormai tanti, da quelli immersi nella neve del Canada (una casa “passiva”) o al sole dell’Italia, dalla Zero carbon building a Hong Kong alla casa “rotante” in Germania fino all’edificio residenziale K19B a Milano. Tra meno di due mesi alla Fiera di Milano nell’ambito della Mostra convegno Expocomfort (Mce) ci sarà un approfondimento dedicato a questa parte dell’edilizia che parla al futuro e porta con se benefici sia ambientali che economici.
L’Europa può puntare alla riduzione dei consumi energetici – Secondo un rapporto dell’università inglese East Anglia infatti “se lo standard degli edifici a consumo quasi zero fosse imposto a tutte le nuove abitazioni ed ai restauri, l’Europa potrebbe puntare ad una riduzione dei consumi energetici del 40% entro il 2050”. Queste case ad energia quasi nulla hanno alcune caratteristiche principali: sono isolanti, hanno infissi ad alte prestazioni, impianti ad alto rendimento insieme ad altri accorgimenti strutturali in grado di ridurre l’energia necessaria per raggiungere uno stato ottimale di comfort.
In Italia ci sono degli ottimi esempi
K19b – Milano – Curato dallo studio di architettura LPzR di Milano, questo edificio residenziale di nuova costruzione situato nel cuore di Milano (quartiere Piave nei pressi di Porta Venezia) è stato progettato per essere un edificio ad energia quasi zero: l’edificio ha soluzioni tecnologiche pensate per ridurre il consumo di energia non rinnovabile, un involucro ben isolato e progettato per rendere l’edificio particolarmente efficiente ed un impianto geotermico per la produzione del riscaldamento e del raffrescamento.
Fiorita Passive House – Cesena – Questo edificio, in fase di costruzione (i lavori sono iniziati a giugno 2015), è composto da 8 unità immobiliari, è stato progettato secondo lo standard del Passive house Institute ed ha consumi prossimi allo zero. E’ il risultato di un intervento di ristrutturazione edilizia con demolizione e ricostruzione a parità di volume. A differenza dell’edificio originario che non aveva alcun tipo di isolamento termico, la nuova costruzione ha un rivestimento parietale di tipo ventilato: un moto convettivo all’interno della parete produce un raffrescamento naturale e limita la formazione di umidità. Schermi frangisole scorrevoli installati lungo il perimetro esterno dell’edificio consentono di gestire in maniera funzionale la radiazione luminosa a seconda della stagione e delle esigenze climatiche, sfruttandone o limitandone la capacità riscaldante. Per la produzione di energia elettrica ed acqua calda sanitaria l’edificio sfrutta pannelli fotovoltaici, pannelli solari ed una pompa di calore.
Nuovo Campus Della Bocconi – Milano – Il nuovo campus della Bocconi, che dovrebbe essere terminato entro il 2019, è stato progettato da uno studio giapponese come un vero e proprio polo multifunzionale per tutta la città. Oltre a residenza per gli studenti ed a centro sportivo con piscina aperto a tutti, il progetto prevede anche la riqualificazione del parco di 17.500 metri quadri dentro al quale si troverà la costruzione, vero e proprio polmone verde della città. Il Campus sarà costruito con una particolare attenzione all’efficienza energetica: il progetto prevede infatti l’installazione di pannelli fotovoltaici, sistemi di ventilazione ed illuminazione naturale, l’integrazione di muri isolanti al 50% opachi e 50% trasparenti, e un sistema di riciclaggio dell’acqua piovana.
Un’edilizia amica dell’ambente c’è ed è in grado di dare ottimi risultati, garantendo comunque il confort abitativo che l’uomo “moderno” cerca nella sua abitazione.
Buon volo a tutti
Ciao a presto dalla Vostra CLO!
[Maria Clotilde Massari per DETTI E FUMETTI – Sezione Architettura – Articolo del 5 febbraio 2016]
Per maggiori informazioni:
http://lpzr.it/portfolio/k19b/
http://www.milanotoday.it/cronaca/campus-bocconi.html
http://www.cesenatoday.it/economia/fiorita-passive-house-cesena-14-novembre-2015.html
I MIGLIORI ARTICOLI SUL FUMETTO: Roberto Recchioni che vi parla di PIC NIC
Era l’autunno del 2009 quando iniziai il mio istant comic, Osvy,
riprendendo un mio vecchio fumetto del 1976; ricordo che inviavo le vignette dalla auotomobile mediante lo smartphone direttamente sul blog (operazione impensabile prima di allora).
Qualche anno piu’ tardi decisi di pubblicarlo come inserto, DETTI E FUMETTI, su una rivista free press, IN ZINE, con il patrocinio delle Biblioteche di Roma. Il primo numero usci’ il 29 aprile 2013.
L’anno successivo lessi il libro di Mammucari: Lezioni spirituali per giovani fumettari (2011) e trovai questo paragrafo:
Mi documentai su PIC NIC leggendo una serie di articoli. Vi riporto QUI quello di Roberto Recchioni risalente a qualche anno prima ( 30 giugno 2010); per vostra comodità (e per evitare che ve lo perdiate) ve lo riporto qui sotto.
Buona lettura e continuate a seguire e sostenere DETTI E FUMETTI!
[Articolo del 29 novembre 2015]
” Le Déjeuner sur l’Herbe e le miserie del nostro settore.
estratto dal blog Dalla parte di Asso di Robeeto Recchioni del 30 .06.2010.
Ultimamente, nella blogosfera fumettistica, non si fa altro che parlare di soldi, di condizioni lavorative e di mercato.
Non sono entrato nel merito di queste chiacchiere per due ragioni:
la prima è perché discussioni del genere sono state fatte e rifatte centinaia di volte e dopo sedici anni di attività professionistica mi sono rotto le palle di leggere e scrivere sempre le stesse robe.
La seconda è che chiunque intervenga in questo genere di discussioni porta sempre e solo la sua esperienza, limitata al suo contesto e nulla di più. Che è come andare a chiedere il senso della vita alla singola tessera di un puzzle. Una tessera di quelle che sono un pezzetto, piccolissimo, di un cielo molto vasto e uniforme.
Una cosa parziale, insomma.
NEL FRATTEMPO…
…mentre i soliti nomi della rete si sono messi a discutere, a polemizzare, a guardarsi l’ombelico, a fare voli pindarici e conti della serva, qualcuno si è tirato fuori dai giochi e ha ha fatto la sua cosa nella casa, riuscendo a trovare, in un sol colpo, il corrispettivo fumettistico dell’uovo di Colombo, del Wii, e della cura del cancro.
Parlo di Pic-Nic.
Che cos’è Pic-Nic?
E’ una rivista a fumetti free press, creata dai Super Amici e dall’agenzia di comunicazioni Xister.
Come si presenta Pic-Nic?
Il suo primo numero è composto da tre albi a colori (per un totale di 150 pagine di fumetto), di grande formato e notevole qualità di materiali e stampa, raccolti insieme in un cofanetto in cartoncino dalla grafica accattivante.
Chi ci lavora su Pic-Nic?
Sul primo numero ci trovate Palumbo, Bacillieri, Tuono Pettinato, Mizuno, Varon, Lrnz, Ghermandi, Maicol e Mirco, Dr.Pira, Squaz, Baronciani, Ratigher, Toffolo, Carnevali.
Dove lo trovate Pic-Nic?
Se lo volete cartaceo, lo trovate QUI, ma presto la distribuzione di dovrebbe allargare. Se vi basta la versione digitale, QUI.
Tutto gratis, ovviamente.
Come fa a esistere Pic-Nic?
Ecco, questa è la magia.
I Super Amici, invece di andare a bussare alle porte dei soliti editori, si sono affidati a una agenzia di comunicazioni proponendogli il loro progetto, e l’agenzia, trovando valida la loro proposta, si è attivata, procurandogli i soldi necessari per realizzarla.
Come?
Con la pubblicità.
Il primo numero di Pic-Nic è interamente sponsorizzato Fornarina, il prossimo potrebbe contenere inserti pubblicitari di una qualsiasi altra marca o prodotto.
Ogni numero di Pic-Nic uscirà quando l’investimento necessario per produrlo sarà coperto dalla pubblicità.
Cominciate a capire dove sta la vera innovazione?
Facciamo un esempio. Grossomodo, le cose stanno così:
diciamo che per coprire i costi vivi (realizzazione dei fumetti, cura editoriale, costi di stampa e allestimento e distribuzione), un numero di Pic-Nic costi 50.
Diciamo che vogliamo coprire quella cifra ma anche guadagnare, quindi informiamo l’agenzia di comunicazioni che abbiamo bisogno di 150.
L’agenzia si attiva e trova un’azienda grossa, facciamo l’esempio della Fornarina, proponendogli di mettere le sue inserzioni su un oggetto editoriale ad alta tiratura, indirizzato a un pubblico vicino al settore dell’azienda stessa e distribuito gratuitamente. Il prezzo della pubblicità è 300.
Per la Fornarina quel 300 è una cifra irrisoria. Come azienda, ogni anno, spende una cifra di molto superiore per stampare i suoi cataloghi che vengono regalati nei negozi di tutto il mondo, o per pagare il singolo passaggio televisivo di uno spot.
In più, l’oggetto editoriale proposto dai Super Amici ha alcuni vantaggi: a differenza del catalogo e dei volantini, per esempio, la gente tenderà a non gettarlo via ma a collezionarlo e, soprattutto, lo sfoglierà con attenzione perché pieno di contenuti e non di sole pubblicità. Quindi l’azienda, trovando la sua convenienza, sgancia i 300.
A quel punto, non resta che stampare e distribuire il fumetto e aspettare che la gente se lo porti a casa, gratuitamente.
E alla fine, vincono tutti.
Vincono i curatori e gli autori del progetto, che vengono pagati bene e non hanno alcuna pressione derivante dal dover affrontare il mercato visto che il loro prodotto è gratis e non deve vendere per sostenersi.
Vince l’agenzia di comunicazione, che ha la sua stecca sui soldi della pubblicità.
Vince l’azienda inserzionista, che pubblicizza i suoi prodotti all’interno di un contenitore non volubile come le riviste di moda, i cataloghi, gli spot televisivi o la cartellonistica.
Vince il lettore, che si trova per le mani 150 pagine di fumetti di grande qualità, stampate benissimo, gratis.
Come dicevo: l’uovo di Colombo, il Wii e la cura per il cancro, tutto insieme.
Adesso, senza prendere in esame i contenuti di Pic-Nic (che possono piacere o non piacere… a me, piacciono), bisogna riconoscere il merito ai Super Amici di aver ideato e messo in atto una vera e propria rivoluzione produttiva che, se percepita e emulata da altri editori, potrebbe cambiare per sempre il mondo del fumetto.
Pensate allo stesso modello ma applicata dalla Disney.
Topolino, l’ammiraglia settimanale Disney ha molti problemi, i cui due più gravi sono il calo delle vendite e il conseguente calo di inserzionisti pubblicitari.
Immaginate una rivista Disney, composta da materiale di magazzino (quindi già pagato), che venga distribuita gratuitamente nei negozi di giocattoli, nelle librerie, fuori dalle scuole e via dicendo.
Pensate alla semplice ricaduta mediatica che avrebbe una cosa del genere.
Ne parlerebbero tutti gli organi d’informazione: la Disney regala i fumetti!!
Pensate quanto, grazie al marchio Disney, alla gratuità del prodotto e alla risonanza mediatica, una simile rivista diventerebbe appetibile come strumento pubblicitario per qualsiasi azienda. Il mancato guadagno della vendita in edicola verrebbe ripagato dagli inserzionisti e il rischio d’impresa verrebbe azzerato (non essendo più legati alle vendite dirette).
Figo, no?
Peccato che non succederà mai.
In Italia, nel settore del fumetto, non ci sono teste in grado di comprendere una cosa del genere. Non solo non si pensa mai fuori dalla scatola ma la scatola la si butta nel fiume, chiusa in un sacco, con dentro delle pietre.
Giusto per farvi capire quanto è miope il nostro settore, sia dalla parte di chi i fumetti li produce sia da chi li fruisce, provate a cercare Pic-Nic su Google e badate a chi ne ha parlato.
Se non avete voglia di farlo, ve lo dico io: un mucchio di blog e siti non fumettistici e uno o due legati al mondo del fumetto. Triste, non trovate?
Autori, volete fare qualcosa di buono per il fumetto?
Non state a discutere di soldi sul vostro blog.
Promuovete Pic-Nic”.
CLO’, ROMA, FENDI E TANTO RUMORE
Parliamo ancora una volta di Roma, questa volta evidenziando una situazione ormai nota a tutti. Lo stato di abbandono del patrimonio-storico artistico che tutto il mondo ci invidia.
Le risorse economiche delle amministrazioni in questo periodo di “spending review” rendono insufficienti i finanziamenti per una riqualificazione o messa in sicurezza degli edifici. Così per mancanza di fondi molti non vengono utilizzati.
Per fortuna in Italia ci sono i privati, ricchi, famosi e con il desiderio di farsi conoscere anche attraverso finanziamenti ad importanti interventi nelle città.
Il primo a Roma è stato Della Valle, con il restauro del Colosseo, ma in questi giorni è entrato nella cronaca un altro nome: Fendi e la sua nuova sede nel quartiere Eur.
Già conosciuto ai romani per il restauro della Fontana di Trevi (durato 17 mesi, per un importo complessivo 2 milioni e 180 mila euro, a carico della maison), da un anno ha scelto come quartier generale il Colosseo Quadrato dell’ Eur.
Nel Palazzo della Civiltà Italiana, questo il vero nome dell’edificio, ha stabilito la Direzione, gli uffici e il prestigioso e tutto romano, laboratorio di pellicceria.
Grazie a questa nuova destinazione da metà ottobre nel Palazzo si può entrare, e visitare la mostra “Una nuova Roma. L’EUR e il Palazzo della Civiltà Italiana” a cura di Vittorio Vidotto e Carlo Lococo, la prima delle manifestazioni culturali, tutte gratuite, cui è destinato il primo piano del palazzo. L’edificio progettato nel 1937 dagli architetti Giovanni Guerrini, Ernesto Bruno La Padula e Mario Romano per accogliere l’Expo del 1942, che mai si svolse a causa della guerra, è stato abbandonato per 72 anni salvo sporadiche mostre e tentativi di utilizzarlo negli anni ’80 per sedi varie.
Oggi FENDI, con un contratto di affitto valido 15 anni, ha stabilito il suo nuovo quartier generale riqualificando una delle zone più significative del quartiere EUR, per troppo tempo dimenticato.
Ma per fare tutto questo un po’ di polemica doveva nascere: un presunto abuso edilizio commesso dalla maison italiana sul tetto del Palazzo della Civiltà, che alla fine si è risolta col più classico degli adagi: tanto rumore per nulla… Infatti se osserviamo il prospetto principale dell’edificio è sorta nel giro di pochi giorni una tettoia, in vetro e acciaio e quindi molto leggera, ma che ha cambiato completamente l’aspetto dell’edificio. E la soprintendenza che dice? “ ritiene ammissibile lo svolgimento della manifestazione temporanea con gli allestimenti proposti”;” tutti i manufatti allestitivi dovranno avere carattere di stretta temporaneità e totale reversibilità e durante l’esecuzione dell’allestimento e nel corso della manifestazione stessa non dovranno essere interessate aree o superfici esterne a quelle concordate”.
Quindi niente abuso edilizio come ipotizzato inizialmente, ma solo una “struttura amovibile”. La terrazza del Colosseo Quadrato tornerà esattamente così come tutti i cittadini romani l’hanno sempre vista, ammirata e fotografata.
Speriamo che l’idea di Fendi sia presto “di moda”: chi può collabori alla riqualificazione del nostro patrimonio, ma proprio perché unico ed inimitabile evitando di modificarlo, deturparlo e trasformarlo, ma semplicemente preservarlo e farlo conoscere ai nostri posteri originale, come ce lo hanno tramandato.
Per maggiori informazioni:
http://www.arte.it/notizie/roma/la-seconda-vita-del-colosseo-quadrato-11113
Buon volo a tutti
Ciao a presto dalla Vostra CLO!
[Maria Clotilde Massari per DETTI E FUMETTI – Sezione Architettura – Articolo dell’ 8 novembre 2015]






















































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