Tutti gli articoli di osvyilporcospino

Intervista ritratto ad Emanuele Rosso alias Tuco Ramirez

Continua la nostra campagna di interviste allo scopo di promuovere il fumetto e farlo conoscere ad un pubblico più ampio. E’ la volta di Emanuele Rosso, alias Tuco Ramirez, che con i suoi lavori sta cercando di creare delle opere-ponte, capaci di  traghettare i lettori di fumetto giapponese verso il bacino più ampio e variegato del fumetto d’autore. Anche a lui facciamo le nostre  nove domande.

Si dice che fumettisti si nasce. Pensi sia vero? perche’?

Penso di no, penso che soprattutto per fare i fumetti ci voglia un sacco di applicazione, di studio, di pratica al tavolo da disegno. Sono un sacco le cose da imparare a maneggiare. Sfondi, ambientazioni, anatomie, gestualità dei personaggi, sequenze, ritmi narrativi, dialoghi… Al massimo uno sente di avere una predisposizione per il racconto per immagini, ma poi bisogna coltivarlo!

 

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento e cosa hanno lasciato nel tuo stile?

I miei primi punti di riferimento sono stati i fumetti giapponesi, a partire da “Ken il guerriero”, “Orange Road” e “Le bizzarre avventure di Jojo”, e poi, venendo a segni a noi più vicini, Davide Toffolo, Giorgio Cavazzano, Gianni De Luca, e recentemente Craig Thompson, Frederik Peeters e David Mazzucchelli. Nel mio tratto e nel mio modo di raccontare credo che sia rintracciabile qualcosina di tutti quelli che ho citato, e altro ancora.

Gli amici e la famiglia. Come convivono i tuoi amici e la tua famiglia con il tuo essere un fumettista?

Mi sopportano tutti stoicamente, e mi supportano quando realizzo qualche fumetto o qualche iniziativa. Non mi lesinano le critiche, ma mi sono vicini quando ne ho bisogno. Poi si e mi chiedono: “Occhei, va bene, ma poi da grande cosa farai?”.

Il fumetto è un medium al pari degli altri (cinema, libri, teatro) per raccontare una storia, per fare cultura. Pensi sia valutato come tale o si dovrebbe farlo conoscere meglio? Come?

Penso che paghi ancora un po’ lo scotto di essere un linguaggio di nicchia e con addosso l’eterna nomea di “cosa per bambini”, ma credo che negli ultimi anni nel nostro paese sia cresciuto molto, anche come considerazione pubblica, grazie all’avvento del formato “graphic novel”. Se qualcosa si può e si deve fare sempre, per il fumetto e per la letteratura tutta, è continuare a promuoverlo nelle scuole, a partire dalle elementari, bisogna coltivare i lettori, sempre.

 

Il fumetto, i social e la sua diffusione sul WEB. Quale è la tua opinione?

Credo che al giorno d’oggi un autore non possa prescindere dai social network per diffondere il proprio lavoro, e se sa farlo bene può forse anche trasformarla in un’attività remunerativa. Per quanto riguarda le storie, è chiaro che i social network avvantaggiano una narrazione breve (singola vignetta, striscia o tavola singola), ma lo stesso si può dire per qualsiasi contenuto scritto. Insomma viene a perdersi la verticalità, l’approfondimento, la fruizione intensiva, in favore di un ampliamento orizzontale. Non una cosa necessariamente da demonizzare, forse solo complementare a un approccio più “classico”, come quello della carta stampata.

Il fumetto e la vita quotidiana. Alcuni sostengono che il fumetto deve essere divertimento assoluto, svago, a volte anche semplice trasgressione. Altri pensano che debba raccontare i fatti della vita reale, debba essere denuncia. Tu in che categoria ti collochi e perché hai fatto questa scelta.

Per quanto riguarda la mia motivazione personale, quello che mi spinge a creare storie, credo che il fumetto debba essere fiction, debba raccontare storie più o meno inventate. Non sono un grande fan di auto/biografie, graphic journalism e via dicendo. Di sicuro ogni autore, anche nella storia più fantastica, attinge al proprio vissuto, che sia esso diretto o anche solo osservato in chi sta vicino, però poi quello che conta è la trasfigurazione romanzesca, e l’unico dovere che si ha è quello nei confronti della storia, che funzioni e che riesca a trasmettere i pensieri e le emozioni che ci hanno spinto a scriverla.

 Spesso le strip sono una storia concentrata in poche battute, Quanto sono importanti i tempi comici o la drammatizzazione delle stesse? A chi ti sei ispirato?

Nel fumetto il ritmo della sequenza è tutto. Tutto si regge sul rapporto tra vignette in successione, un rapporto che è costantemente dinamico, che si muove in una dimensione temporale ma anche spaziale. Tutti i fumetti che leggo mi hanno lasciato qualcosa, mi hanno proposto un modo per raccontare con il fumetto. Forse i riferimenti più evidenti sono quelli a Gianni De Luca e a Will Eisner, e al loro modo di scombinare la gabbia.

Hai ricevuto tante domande sulla tua opera. Quale non ti hanno ancora fatto alla quale piacerebbe rispondere?

Amo essere sorpreso, quindi aspetto la prossima domanda inaspettata senza crearmi troppe aspettative!

 

E per finire, fatti un po’ di pubblicità. Parlaci della tua opera di maggior successo e del tuo ultimo lavoro.

Non credo di poter dire di avere già un’opera di “maggior successo”, certo è che il breve saggio/tributo a David Foster Wallace e a Roger Federer che ho realizzato l’anno scorso, pubblicandolo online in inglese, ha avuto un ottimo riscontro in tutto il mondo tra gli appassionati dello scrittore, e ho recentemente scoperto che è stato posto in una teca dedicata ai memorabilia a Wimbledon! L’ultima opera invece è anche la prima opera lunga, un romanzo a fumetti di 250 pagine, una storia d’amore e di viaggi nel tempo (con Clint Eastwood), pubblicata da Tunué. Si intitola Passato, Prossimo ed esce in questi giorni nelle librerie, quindi sono in attesa di vedere come sarà recepita!

Bene, allora in bocca al lupo e …salutami Clint!

Ciao Filippo.

 

NOTE BIOGRAFICHE

Emanuele Rosso, alias Tuco Ramirez, è nato ad Udine nel 1982; Emanuele si è laureato al Dams di Bologna. Ha Frequentato corsi di fumetto tenuti da Davide Toffolo (del quale è stato anche assistente) e Giorgio Cavazzano (dove ha conosciuto Sara Pavan e Paolo Cossi con i quali a dato vita alla fanzine Pupak!). Ha realizzato diverse auto­produzioni e pubblicato su diverse antologie come Resistenze (2007) e Zero Tolleranza (2008), entrambi editi da Becco Giallo. Collabora dal 2007 con Hamelin Associazione Culturale e fa parte inoltre dello staff organizzativo del festival Bilbolbul. Ha collaborato con Self Comics, una delle realtà più attive nel panorama delle autoproduzioni italiane, e, da ultimo (2012) ha pubblicato una raccolta di racconti Una stagione d’acqua, il suo saggio illustrato dedicato a David Foster Wallace e a Roger Federer, che ha avuto un grande successo in tutto il mondo tra gli appassionati dello scrittore.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – Sezione Fumetto – articolo del 12 settembre 2013] – tutti i diritti riservati.

Peppa Pig VS Pucca… prima o poi doveva accadere

Le accomuna l’estrema semplicità del tratto, un vestito rosso ed un misterioso fascino che attira folle di bambini …ma poco altro …5 anni l’una, il doppio l’altra; l’una che perde tempo a saltare nelle pozzanghere insieme al padre (olimpionico nella specialità), l’altra che per vivere consegna gli spaghetti cucinati dai suoi tre padri adottivi; l’una a roteare la bacchettina magica vestita da fata, l’altra eroina dalla forza sovrumana che combatte contro i ninja cattivi per salvare il suo amore (che però non se la fila).

Peppa Pig (2004-Inghilterra) il cartone europeo che trasuda serenità ed è al limite del genere didattico-pedagogico  a casa nostra come – mi dicono – in molte altre famiglie, è stato surclassato dall’asiatico Pucca (1999-Giappone-Corea del Sud) perché quest’ultimo è dotato di maggior attrattiva, ritmo, azione e divertimento oltreché, questo è palese lo dobbiamo ammettere, di un magistrale uso delle tecniche cinematografiche degne di Hollywood. Gli anni di Peppa volgono ormai al termine … benvenuta Pucca. Chi sarà la prossima?

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti -Sezione Fumetto – articolo del 9 settembre 2013]

 

 

Intervista ritratto al fumettista Daniele Bonomo (GUD)

Cari amici oggi per voi abbiamo intervistato Daniele Bonomo, in arte GUD, che riteniamo uno dei migliori artisti capaci di coniugare il fascino del viaggio, l’arte della didattica con il nostro medium preferito: il fumetto. Anche a lui abbiamo posto le nostre nove fatidiche domande. 

Si dice che fumettisti si nasce. Pensi sia vero? perché?

Fumettisti si nasce e fumettisti si diventa. Sono convinto che alla base ci sia una predisposizione e una passione per il racconto con le immagini disegnate, ma che poi subentri una buona dose di studio dei suoi elementi fondanti, dei suoi strumenti e delle sue applicazioni.

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento e cosa hanno lasciato nel tuo stile?

Will Eisner per la malleabilità, col fumetto ha fatto (quasi) tutto quello che si poteva fare, dal fumetto per intrattenere a quello didattico passando per il giornalismo e i nuovi Media;

Schulz per l’universalità del suo segno, inarrivabile; Bill Watterson per l’umorismo fulminante; Manu Larcenet per la profondità delle storie.

Questi insieme ad un migliaio di altri hanno lasciato e stanno lasciando molte tracce nei miei lavori, anche se il più delle volte sono tracce che vedo solo io.

Gli amici e la famiglia. Come convivono i tuoi amici e la tua famiglia con il tuo essere un fumettista?

Anche se vissuto con passione, quello del fumetto per me è un lavoro e come tale invade la mia sfera privata. Amici e famiglia mi seguono e mi danno nuovi stimoli e, anche se non lo sanno, spesso finiscono nelle mie tavole.

 

Il fumetto è un medium al pari degli altri (cinema, libri, teatro) per raccontare una storia, per fare cultura. Pensi sia valutato come tale o si dovrebbe farlo conoscere meglio? Come?

In questi giorni è in uscita il mio nuovo libro “Tutti Possono Fare Fumetti” una provocazione a fumetti che vuol sensibilizzare alla lettura e alla comprensione del mezzo. L’editoria a fumetti in Italia non soffre per la mancanza di idee, soffre perché mancano i lettori, manca una cultura del fumetto nella scuola dell’infanzia, un programma che insegni a comunicare con i fumetti, così come si fa per il teatro o per la musica.

Il fumetto, i social e la sua diffusione sul WEB. Quale è la tua opinione?

Che il web cambia le carte in tavola. Il pubblico arriva a leggere le tue cose per vie traverse, spesso e volentieri gratuitamente, consigliato da un amico o incuriosito da un post su Facebook. Ci sono esempi di grandi successi editoriali nati dal web, Zerocalcare su tutti. Esempi che spero non rimarranno isolati.

 

Il fumetto e la vita quotidiana. Alcuni sostengono che il fumetto deve essere divertimento assoluto, svago, a volte anche semplice trasgressione. Altri pensano che debba raccontare i fatti della vita reale, debba essere denuncia. Tu in che categoria ti collochi e perchè hai fatto questa scelta?

Il fumetto è un mezzo col quale raccontare qualcosa, che poi sia utilizzato per divertire o per far pensare o per spiegare come montare un mobile, dipende dalla sensibilità dell’autore. E va bene così.

Personalmente utilizzo il fumetto per raccontare, a volte si tratta di storie autobiografiche, soprattutto sui miei viaggi, altre volte le storie sono pura finzione, altre hanno delle finalità didattiche o di sensibilizzazione verso alcune problematiche che mi stanno a cuore. Vorrei continuare a sfruttare a pieno la malleabilità del fumetto evitando di fossilizzarmi soltanto in un filone narrativo.

 

Spesso le strip sono una storia concentrata in poche battute, Quanto sono importanti i tempi comici o la drammatizzazione delle stesse? A chi ti sei ispirato?

 

Nelle strip il tempo di lettura (o di visione del disegno) è tutto. Bill Watterson con Calvin e Hobbes è la Bibbia dei tempi comici.

Hai ricevuto tante domande sulla tua opera. Quale non ti hanno ancora fatto alla quale piacerebbe rispondere?

 

Perché Gud? No scherzo, questa di solito è la prima domanda. Forse una a cui mi sarebbe piaciuto rispondere (e alla quale non risponderò neanche qui) è:

Meglio imparare o insegnare a fare fumetti?

 

E per finire, fatti un po’ di pubblicità. Parlaci della tua opera di maggior successo e del tuo ultimo lavoro.

La soddisfazione personale più grande me l’ha data sicuramente “La notte dei giocattoli” libro scritto da Dacia Maraini e raccontato a fumetti da me, che mi ha permesso di capire molte cose sul disegno e su come gira il mercato del libro.

“Tutti Possono Fare Fumetti”, l’ultima fatica, racchiude in una storia a fumetti le mie passioni: l’insegnamento, il viaggio e il fumetto.

È un viaggio nella storia del fumetto e nei suoi elementi fondanti, durante il quale, grazie agli incontri con autori e personaggi illustri, cerco di mostrare le dieci cose che secondo me Tutti dovrebbero conoscere prima di fare un fumetto (o prima di avvicinarsi alla sua lettura).

 

NOTE BIOGRAFICHE

Daniele Bonomo > Goodman> Good > Gud

Gud è il mio nome d’arte.
Sono un tipo curioso e mi piace viaggiare.

Sono autore di storie umoristiche, vignette, strips, racconti brevi e romanzi grafici, oltre che un simpatico ometto nato nell’agosto del 1976. Nel 2000 ho conseguito la laurea in scienze politiche e il diploma alla Scuola Internazionale di Comics in fumetto umoristico.

La mia vita professionale nel mondo del fumetto è cominciata nel 2001.
Ho lavorato fino al 2006 per la rivista mensile Next Exit – Creatività e Lavoro, per la quale ho curato come giornalista la sezione dedicata al fumetto, all’animazione e all’illustrazione.

Dal 2001 insegno fumetto, scenografia per l’animazione e storia del fumetto presso la sede romana della Scuola Internazionale di Comics. Mi capita spesso di tenere dei laboratori di narrativa disegnata per diverse scuole (elementari, medie, licei e università) e per strutture private (come il Ceis Centro italiano di solidarietà).

Nel 2003 ho creato l’agenzia ComicsProvider.com che fornisce contenuti disegnati conto terzi. Dirigo il settimanale di umorismo grafico www.segnalidifumo.it e dal 2008 sono co-curatore con Sergio Badino della rivista semestrale Mono edita da Tunuè.

Sempre con Tunuè ho pubblicato il saggio Will Eisner il fumetto come arte sequenziale (2005), una raccolta di storie brevi Gentes (2007), il romanzo a fumetti Heidi mon Amour (2009) e Gaia Blues, una canzone a fumetti dedicata agli uomini del futuro: i bambini.

Dal Maggio 2010 al Gennaio 2012 sono stato direttore responsabile della rivista bimestrale iCOMICS edita dalla Kawama editrice, per la quale scrivevo una rubrica sui maestri del fumetto.

Maggio 2012 è uscito il mio libro a fumetti per bambini, scritto da Dacia Maraini, dal titolo La Notte dei Giocattoli.

Questo è il mio indirizzo mail: gud@gud.it.

Qui la mia bio su wikipedia.

 

(Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI [articolo del 5 settembre 2013] -tutti i diritti riservati)

 

 

 

 

 

 

 

 

WILLY intervista il compositore Mino Freda

Diventare compositore  non è cosa facile. Bisogna avere non solo la sensibilità per far “uscire” le note giuste da uno strumento, ma anche una fervida immaginazione, per trasportarti con la musica in paesi lontani. A Questo penso mentre mi fermo davanti alla
palazzina dove ha lo studio di registrazione  Mino Freda.

Mino mi accoglie sulla porta con una calorosa stretta di mano, poi mi invita ad entrare in una atmosfera decisamente “musicale”.

Nella sala di incisione dove sulle  pareti ci sono i riconoscimenti della passione di Mino per la musica,  troneggia un mixer da regia a cui si affida per creare le sue melodie.

La sua creatività, lo ha spinto a sperimentazioni sempre più mature; così è stato per la radio e la televisione. Le colonne sonore dei vari programmi, e in particolare nel cinema una su tutte il film “Le rose del deserto” del regista Mario Monicelli, hanno  lasciato un segno indelebile non solo nella sua carriera ma anche nel suo animo.

Ovviamente la cosa che mi sta più a cuore, come potete immaginare, è il suo interesse per il teatro.

Tra i vari lavori ha musicato “Allora come va!?” ( il mio ultimo lavoro andato in scena al Manhattan  di Roma, NdA)

 

[W.] A che età e cosa ha scatenato in te la passione per la musica?

 [M.] Non ci crederai, ma sembrerebbe un racconto d’altri tempi. Il mio amore per la musica è nato in una chiesa nella periferia di Roma, la mia parrocchia d’infanzia, a sei anni, quando facevo il chierichetto. In quella chiesa c’era un organo con circa 6500 canne – è uno dei più grandi d’Europa – e di certo non poteva rimanermi indifferente. L’imponenza del suono era così coinvolgente che di ritorno a casa non facevo che suonare un vecchio Bontempi simulando le parti della Messa. In seguito, nel periodo della formazione, la musica sacra antica è stata per me importante per il rigore e la ricchezza delle tecniche contrappuntistiche che sono indispensabili se vuoi comporre musica.

 [W.] Un compositore prestato al teatro, cosa hai provato, visto che vieni da esperienze cinematografiche?

 [M.] Di solito il mio contributo sonoro nel teatro nasce sempre in accordo con il regista che condivide sovente un’idea dell’”uso” del suono che ritrovi poi nel cinema. Se la musica nel teatro conserva in molti casi un impianto da “commento” o qualche volta svolge una funzione specifica per la scena, l’uso del suono e dei rumori tende invece a interagire con il testo drammaturgico e in molti casi lo amplia. Ad esempio, proprio con il regista Raffaello Sasson, (nel tuo “Allora come va”) – anche lui proveniente da esperienze cinematografiche – abbiamo usato il suono secondo le tipiche modalità cinematografiche, con un’attenzione spaziale ben precisa e non solo come apporto evocativo. Insomma, il teatro ha modo di tirarsi fuori dal testo; il suono, in qualche modo, contribuisce così a costruire uno spazio scenico più profondo e più realistico. Quello che voglio dire è che il suono non è solo un condimento, oppure un elemento cha ha una specifica funzione all’azione. Ha un corpo; una sua entità fisica alla stregua della presenza attoriale, della voce, della scenografia, delle luci, etc.

 [W.] Quale è la differenza  emotiva nel musicare un film o uno spettacolo teatrale?

 [M.] Sono due situazioni diverse. Il cinema è una grande macchina che pretende perfezione perché tutto ciò che sarà prodotto deve permanere su una pellicola il più a lungo possibile, per cui ogni elemento partecipa a rendere l’opera “eterna”. Nel teatro l’unico elemento stabile è il testo, per il resto tutto è affidato all’estemporaneità e alla precarietà del tempo … ogni riproposizione del testo è diversa, cambia la compagnia, le scene, i costumi e ogni altra cosa, compreso l’eventuale presenza di musica, di suoni etc.

In fondo se parliamo di teatro di prosa, cioè escludendo forme come le sperimentazioni multimediali o quello di carattere musicale (l’Opera, il musical, la commedia musicale etc.), l’attenzione al suono e alla musica è di solito secondaria. Il più delle volte l’opera teatrale si condisce all’ultimo con qualche intervento di musiche originali e con qualche suono di scena. E’ difficile trovare un testo impregnato di suoni o di musiche con valenze drammaturgiche. Come dire, partire dal suono, così come avrebbe fatto nel cinema uno Stanley Kubrik.  L’idea di teatro borghese, “contemporaneo”, imperniato sul solo “testo”, denota tra l’altro come esso sia lontano dalla sua origine, da quel teatro antico, dove termini come coro, orchestra, riportano a forme di esecuzioni musicali, in cui il testo era intonato e accompagnato da suoni. Questo basterebbe farci riflettere su quanto in passato siano state così vicine le due arti.

 [W.] Cosa ti senti di dire ai giovani compositori che vogliono intraprendere la tua stessa carriera?

 [M.] Il contributo da parte di noi compositori è quello di apportare il massimo di esperienze che provengono da svariate forme e stili musicali. Per questo mestiere occorre essere poliedrici e conoscere moltissimi generi e adattarsi a ogni richiesta proveniente dal regista o dalla produzione. Purtroppo, il panorama musicale odierno è caratterizzato da un’estrema classificazione di generi e pertanto il rischio è quello per cui un regista spesso è costretto ad adattarsi ad un’offerta che potrebbe essere non consona alla richiesta, con un risultato inevitabilmente mediocre. Condivido ciò che consiglia il maestro Morricone: “Il compositore di musica applicata deve conoscere le tecniche di composizione, di orchestrazione e  conoscere bene generi come la musica classica, pop, jazz, la musica popolare etc.; a questo bisogna aggiungere un’ eccellente conoscenza della computer music. Da parte mia consiglierei anche una bella dose di letture, di conoscenza del teatro, del cinema, della danza e finanche delle arti visive. Un po’ troppo? No, solo tanta curiosità per scoprire la “bellezza” nascosta pronta per essere donata agli altri!”

 [W. ]Grazie Mino, a presto!

[M.] Grazie a te Willy, Arrivederci!

“Unchained Souls – soundtracks”, ultimo cd di Mino Freda (CNI 2013)

NOTE BIOGRAFICHE

Mino Freda (Roma 1963), è compositore, sound designer, produttore e storico dell’arte. Dopo un’esperienza  decennale in orchestre sinfoniche e liriche, con cui ha compiuto tournée in Italia e all’estero si è dedicato prevalentemente all’attività di compositore, il più delle volte operando nell’ambito delle arti visuali. Che gli deriva essenzialmente dai suoi interessi di storico dell’arte e in particolare dalle ricerche che da alcuni anni conduce attorno al concetto d’interazione tra musica e arte.

Per Rai Radio Tre ha composto le musiche de “L’occhio magico. Ha collaborato  con Rai 2 per il programma Ballarò.

Scrive  per  riviste specializzate di musica contemporanea e pubblicato musiche pianistiche per l’edizione musicale “Domani Musica”.

Nel 2006  entra nel mondo del cinema, firmando  le musiche originali dell’ultimo film di Mario Monicelli Le Rose del Deserto, ed. FreeLife Company srl. Pubblicate nel cd soundtrack (CNI 2007). In seguito, faranno parte di una compilation delle colonne sonore dei film compositori del calibro di N.Rota, E. Morricone, C. Rustichelli, P. Piccioni, N. Piovani, A. Trovaioli etc.

Nel 2008, compone e produce l’intera colonna sonora, nonché sound design (ed. mus. Look Studio-CNI) del film dal titolo Totem Blue  del regista esordiente Massimo Fersini (Leucasia prod.2008). Il film ha ottenuto l’Award excellence al Indie Film Fest in california (The Indie Fest).

Nel marzo 2010, e nell’aprile dello stesso anno conquista l’Award Accolade sempre in California.  Sempre nello stesso anno, le musiche del film vengono pubblicate su iTunes (Totem Blue soundtrack) dalla CNI e compone le musiche per il film di Francesca Garcea, Il Volo di Dio (I contrari prod. 2010) e nel 2011 presenta al Festival Internazionale del Cinema di Firenze – I 50 giorni – il suo spettacolo multimediale Silent (movie) Ghost basato su un film muto di genere horror del 1927.

Nel 2012, compone le musiche originali del film-documentario “Giuseppe Di Donna. Vescovo di Andria” diretto dal regista Massimo Fersini (Leucasia prod. 2012) e una serie di produzioni per la pubblicità e spettacoli in DVD.

Il 2013 lo vede produttore con l’associazione culturale Uno.cinque, di cui è fondatore e vicepresidente, del suo ultimo cd per la CNI dal titolo Unchained Souls, una raccolta di musiche scritte per il cinema.

Si interessa di teatro Collaborando come compositore e sound designer a progetti teatrali con i registi Raffaello Sasson (Allora come va, Parenti e serpenti), Mariella Gravinese (Il venditore di attimi) e Nicola Abbatangelo (El Dante). E’ docente IED – Roma al corso di Sound Design.

(Per approfondimenti: www.minofreda.it)

 

 [Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – rubrica di Teatro – articolo del 9 luglio 2013]

LA GRANDE BELLEZZA – la recensione di DETTI E FUMETTI

Una Roma che emoziona e incanta, con la bellezza immortale dei suoi monumenti e delle sue strade e le luci della notte che la rendono scintillante. Una Roma che mescola incontri e scontri, morti e resurrezioni, feste e funerali, cardinali e spogliarelliste, artisti e falliti. Una Roma felliniana in cui si muove il 65enne Jep (un grandissimo Toni Servillo), giornalista fascinoso e scrittore da un solo libro, che ha deciso di dedicare la sua vita al divertimento e alla mondanità, abbandonando le velleità letterarie. Jep è l’immagine di un’Italia che ha smesso di crescere, per vivere in una perenne indolenza che si trascina nella notte da una cena a una festa, da un salotto a un eros pub. Jep è malinconico e insoddisfatto, e frequenta ogni notte una fauna umana fatta da amici intimi e compagni di sventure, tra cui Romano, scrittore teatrale mai realizzato e fidanzato con una giovane donna che lo sfrutta, Lello, venditore di giocattoli dalla parlantina sciolta e marito infedele di Trumeau, Viola, ricca borghese con un figlio pazzo, Stefania, scrittrice radical chic e Dadina, la caporedattrice nana del giornale in cui scrive Jep. E poi ci sono le apparizioni di due tra le più amate incarnazioni cinematografiche della romanità: Carlo Verdone, lo scrittore di provincia animato da vero ardore intellettuale che lascerà Roma deluso, e Sabrina Ferilli, una spogliarellista dignitosa.

La Grande Bellezza, sembra dirci il film di Sorrentino, deve essere il fine ultimo al quale ogni vita dovrebbe aspirare, sia essa rintracciabile nella banalità di una passeggiata mattutina o nella poesia di uno scorcio romano. Ma soprattutto la bellezza va cercata dentro sé stessi. Ed è quello che fa Jep, riconoscendo la sua nel lontano ricordo di un amore della prima giovinezza.

La musica e le immagini del film sono toccanti, così come l’interpretazione degli attori. Un film dal respiro internazionale, un Satyricon sguaiato e cafonal che conferma Sorrentino come uno dei più talentuosi eredi della grande tradizione cinematografica italiana.

Vi ho detto tutto. A presto su DETTI E FUMETTI, il vostro RED BEAR.

[Stefano Milani per DETTI E FUMETTI -rubrica di Cinema – articolo del 26 giugno 2013]