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INDAGINE SUL MONDO DEL FREE COMIC PRESS #2

La nostra indagine nel mondo del Free Comic Press continua: oggi è la volta di Zeto.

Come scrive  l’editore sul suo sito “Zeto ha  periodicità mensile, è edito da Creazioni PRINTAMENTE(Printamente  s.n.c.) e viene distribuito nelle stazioni di Ladispoli, Cerveteri e Cerenova; al FORUM di Roma;ai bar, alle sale  d’aspetto e negli esercizi che sponsorizzano direttamente il fumetto. Come  ogni FCP, Zeto è indirizzato ad amanti del settore e con una ampio target  d’età“.

La particolarità di  Zeto rispetto all’altro FCP PIC NIC, di cui abbiamo trattato nel numero  precedente, è che, mentre PIC NIC si avvaleva di un piccolo gruppo (di soli  cinque autori) attribuendo il motivo principale del ritardo dell’uscita del n.°2  al fatto che gli autori-editori avevano avuto impegni extra; ZETO ha una squadra  numerosissima, l’associazione di disegnatori,autori,sceneggiatori denominata  AlfaBetaZeto, con una potenza di fuoco devastante.

Pertanto, stando al  motto “l’unione fa la forza” Zeto dovrebbe essere una FCP con una grandissima  diffusone e successo; eppure anche Zeto ha problemi nel trovare sponsor che gli  permettano di coprire i costi per una maggiore diffusione e successo. Se da un  lato è indubbio che una squadra di specialisti di marketing potrebbe dare una  scossa a questa situazione, dall’altro è pur vero che un successo non  commisurato alla bravura degli autori di FCP è dovuto ad un annoso problema  italiano.

La scarsa attenzione  di cui gode il fumetto in Italia, la reputazione di sotto-cultura a cui è  relegato, fa si che il filone dei FCP stenti ad attrarre interesse tra gli  sponsor, precludendo a questo canale una potenziale “enorme diffusione” (si  pensi solo ai free press speudo-giornalistici che nella reltà si limitano a  riportare i riassunti delle agenzie di stampa nazionali e tuttavia hanno  tirature che raggiungono i 20 milioni di lettori).

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI del 21 gennaio 2012]

INDAGINE NEL MONDO DEL FREE COMIC PRESS #1

 Iniziamo un’indagine  sul mondo del Free Comic Press FCP, le riviste di fumetto gratuite  distribuite nei pubblici esercizi in forma cartacea e sul web sottoforma  di e-book gratuiti tratta da una intervista di Nicola D’agostino
I FCP nascono per iniziative di singoli autori o, più  spesso, per iniziative di gruppi di fumettisti; la loro longevità è  condizionata dalla capacità dal parte degli editori di attirare sponsor; i FCP,  infatti,  vivono di pubblicità e questo, unitamente alla mancanza di  “esperienza nel complesso settore del marketing”  è spesso il loro  tallone di Achille. Anche DeF ( Detti e Fumetti) è nata come FCP e,  come tale, si è scontrata con le difficoltà appena ricordate. Iniziamo la nostra  indagine riportando una interessante intervista di Nicola D’agostino su  Comics blog a uno dei fondatori del FCP PIN  NIC, Rathinger. ” Nella primavera  del 2010, alla manifestazione Comicon di Napoli, è stato  lanciato Pic  Nic, una pubblicazione  di centocinquanta  pagine a colori divise in  tre albi tematici, raccolti in una confezione di cartoncino. E il tutto  “gratis per tutti, per  sempre”. Dietro  l’iniziativac’era (e c’è tuttora) il collettivo dei Super  Amici (composto da LRNZ,  Tuono Pettinato, Dr. Pira, Maicol & Mirco e Ratigher) che con l’agenzia di  comunicazione xisterhanno proposto un concetto abbastanza nuovo per il  panorama italiano: combinare la logica dei periodici free-press con i  fumetti. Il progetto  originale come  si legge sul sito,  prevedeva uscite a cadenza  bimestrale ma dopo il primo non sono più stati pubblicati e  distribuiti altri numeri di Pic Nic. Ho contattato Ratigher, che ha accettato di rispondere alle mie domande e  fare il punto  della situazione. Il  primo numero di Pic Nic è uscito nel maggio dell’anno scorso.
Che accoglienza ha  avuto?  E come mai non è ancora uscito il secondo  numero? Il primo numero ha avuto un accoglienza fragorosa! Faccio sempre un esempio che credo brilli per chiarezza. In occasione della presentazione al Comicon 2010 abbiamo distribuito 10.000 copie della rivista, poi, come gli squali, abbiamo setacciato tutti i cassonetti nei dintorni del festival, recuperando 10 copie in tutto. Oltre a distinguerci come spazzini al contrario, questo aneddoto ci ha rivelato che il prodotto, anche se gratis, veniva percepito come una cosa valida e preziosa; cosa rara nell’editoria free-press. Non solo dalla  spazzatura ci sono giunti ottimi responsi: il sito della rivista ha avuto per i  primi sei mesi centinaia di visite al giorno, i commenti e le recensioni sono  sempre stati entusiastici, spesso provenienti da ambienti esterni al fumetto.  Abbiamo vinto premi a Fullcomics e al Napoli Comicon. E abbiamo destato  interesse in molte aziende, possibili future  investitrici. E qui scatta la fase  due della risposta. Il secondo numero della rivista non è ancora uscito  perchè non abbiamo ad oggi concluso accordi commerciali. Alcune trattative sono  in piedi e anche la rivista è in fase di ristrutturazione. Stiamo calibrando le  nostre necessità con quelle degli investitori interessati. Per noi questo  modello di business è una novità, per le aziende, il fumetto, altrettanto; era  ovvio che una cosa nuova andasse oliata. Quello che posso dire è che stiamo  andando lenti (noi in realta ci lavoriamo tutti i giorni) ma ostinati e presto  torneremo con la versione cartacea del nostro pranzetto  all’aperto. Aggiungo che il  ritardo è dovuto anche ai nostri impegni extra Pic Nic: LRNZ ha fatto  un film, io un  libro, Maicol & Mirco  la rivoluzione, Tuono il patriota e Dr. Pira ristrutturato il suo  palazzo. 
Quali  erano i piani originali? Che cadenza doveva avere la  rivista?
Come dicevo, la  macchina andava avviata. L’abbiamo fatta partire con l’intento di uscire  trimestralmente. Non è stato possible ma abbiamo dato vita ad un precedente che,  siamo covinti, ci permetterà presto di rispettare gli impegni. Primi tra tutti,  pagare gli autori bene e portare i fumetti in mano a Nmila persone. Essendo  questi gli scopi fondanti di Pic Nic, pensiamo che perseverare nel progetto sia  molto più importante che uscire con una scadenza  precisa.
Come  sono i rapporti con gli autori? Dopo la prima uscita avete avuto nuove richieste  di collaborazione? Glisso la parte dei  rapporti con gli autori coinvolti nella prima uscita, roba sdolcinata: “che  bello che bravi!” “ma no, che bravi voi, grazie assai!”. Abbiamo avuto  moltissime richieste di collaborazione, sia da esordienti che da professionisti.  Ci è toccato sempre declinare perchè non potevamo promettere  niente.
Il  secondo numero è già pronto? E se la risposta è sì, qual è il suo sommario? Cosa  conterrà? Il numero 2 è pronto  da mesi, quasi anche il 3. Il sommario è simile al primo numero, continueranno  gli archi narrativi iniziati (le storie della Ghermandi, di Bacilieri, di  Palumbo), ci sarà sempre Adriano Carnevali e I suoi Ronfi, noi Super Amici.  Probabilmente sarà però tutto italiano (nel precedente avevamo ospitato junko  Mizuno e Sara Varon) con due nuove serie fantascientifiche (!!!) ad opera di  Alessandro Baronciani (SciFi+amore) e SQUAZ (SciFi pura e  dura).”
[Detti e Fumetti del 21 gennaio 2012]

I MIGLIORI ARTICOLI SUL FUMETTO #3

Riportiamo un interessante articolo di Matteo Stefanelli su una realtà in divenire:Il Social Network del fumetto: Graphic.ly

Era questione di tempo. E ora è arrivato. Nasce il primo social network esplicitamente dedicato al fumetto. Si chiama Graphic.ly, è basato negli States, e al momento è ancora in fase Beta.
Il sistema prevede cinque ingredienti fondamentali: un profilo dell’utente, un database di prodotti (come già per Anobii: in lettura o ‘finished reading’), un sistema di rating propriamente fumettistico (overall, cover, story, art), uno spazio per i commenti, un catalogo di fumetti digitali (shop online) leggibili su schermo. I limiti al momento sono diversi: una library solo statunitense (fra cui Marvel, ma mancano molti altri players), un numero ristretto di sistemi operativi su cui installarlo (per Windows vale solo la versione 7), un design in stile tech più che editoriale, una ridotta presenza della dimensioine visiva (poco spazio ai disegni al di là della lettura dei (pochi) digital comics in catalogo, e limitate possibilità di manipolazione o sharing delle immagini). Ma il dado è tratto. E torneremo a parlarne, suppongo.
Qualche dettaglio in più sulle origini del progetto. Dove e quando? Non immaginatevi un gruppo di comics fans, chiuso nella propria stanza del college o in un garage. Graphic.ly nasce nel 2010 come sviluppo del progetto di un’altra piccola impresa, Take Comics. Questa era una canonica start-up tecnologica, selezionata nel 2009 fra 10 progetti finanziati dall’incubatore d’impresa Tech Stars (noto per il motto “i geek erediteranno la Terra”). Il primo stanziamento per Take Comics fu di 18.000 $; con la sua evoluzione – più web 2.0 – ovvero la nascita di Graphic.ly, la start-up è riuscita a convincere investitori raccogliendo un finanziamento complessivo di circa 1,2 milioni di $. E ora il progetto è in rampa di lancio. Innovazione tecnologica e innovazione d’impresa: normali e necessari ingredienti base, per il futuro del fumetto 2.0.
[Detti e Fumetti del 3 settembre 2011]

GIUSEPPE BARBERA

Linda:  “Osvy ascolta! La nostra famiglia mi ricorda quella degli antenati: c’era la  figliola carina, il simpatico animaletto di famiglia, la moglie bella e  intelligente e quel coso li’… il marito cavernicolo e buzzurro… come si  chiamava?” Sai li ha disegnati un fumettista italiano… Giuseppe  Barbera!

Tributo a  Hanna e Barbera Uno tra i piu’ grandi fumettisti ha origine italiana è Joseph  Barbera figlio di un barbiere siciliano emigrato negli Stati Uniti Joseph  Barbera insieme ad William Hanna hanno formato per decenni una straordinaria  coppia di autori di disegni animati..Cresciuti negli studios della Walt Disney e  poi passati, nel 1937, alla Metro Goldwyn Mayer, successivamente divennero  produttori indipendenti. Con la loro arte e la loro fantasia creativa hanno  impresso una forte impronta al piccolo mondo del cinema d’animazione. Quando  nel 1937 Hanna e Barbera misero in cantiere Tom e Jerry – il gatto e il topo che  avrebbero debuttato nel 1940, divenendo poi protagonisti di una serie infinita  di rocambolesche e divertenti avventure – pochi credevano che la sfida con  Disney potesse essere vinta. Invece la testardaggine dei due autori, unita a  un’esecuzione di qualità e alla “cattiveria” dei protagonisti, non sempre  presente nella più melensa produzione disneyana, hanno fatto di Tom e Jerry una  coppia di successo premiata con 7 Oscar e almeno una dozzina di “nomination”.  Per anni Tom e Jerry hanno combattuto una guerra eterna, non sempre  cavalleresca, insaporendo con un pizzico di violenza e aggressività un mondo che  la Disney  aveva reso fin troppo dolciastro, e magari asettico. Esaurito il filone  delle storie di Tom e Jerry Hanna e Barbera crearono una propria casa di  produzione, ideando altri personaggi, da Braccobaldo all’orso Yoghi, ma  soprattutto i Flinstones, ovvero gli Antenati, bizzarra famiglia di cavernicoli  che non si fa mancare nulla della tecnologia del nostro tempo.

(liberamente  tratto da un articolo di Carlo Scaringi)-[Estratto dalle  note inserite su facebook  da Filippo  Novelli il giorno giovedì 5 agosto 2010]

L'ALFABETO DELLE FIABE

Ariel,Biancaneve,  Cenerentola, Dumbo, Eolo, Febo, il Genio, Hercules, Ih-Oh, Jane, Kanga, Lumière,  Megara, Nala, Oliver, Pinocchio, Quasimodo, Robin Hood, Sebastian, Trilly,  Ursula, Vicky, Winnie the Pooh, Yao, Zazu e  ………………….Xadhoom!
che  si deve fare per far imparare l’alfabeto ai bimbi nel  2012!
[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 11 gennaio 12]

ROY FOX LICHTENSTEIN E IL FUMETTO

Roy Fox Lichtenstein ( New York, 27 ottobre 1923 – New York, 29  settembre 1997) è  stato un artista statunitense,  tra i più celebri esponenti della Pop Art.

Alterna l’attività espositiva con altri lavori. Realizza  disegni tecnici per l’azienda Republic Steel, fa il designer e il vetrinista.  Nel 1957 diventa  assistente all’Università di Stato di New York. La sua pittura si avvicina  all’Espressionismo  Astratto. Compaiono nei suoi dipinti i primi personaggi dei cartoni animati:  Topolino, Paperino e Bugs  Bunny.

Fu solo nel 1961 che Roy decise che tipo di artista sarebbe  stato. Decise di insersi all´interno della Pop Art, utilizzando le immagini  della pubblicità dei prodotti che le persone consumano, scegliendo, per  riprodurle, il mondo del fumetto e della tecnica della stampa industriale.

Le immagini dei fumetti più conosciuti vengono ingigantite e  modificate da Lichtenstein attraverso la pittura a olio direttamente sulla tela,  attraverso una tecnica che, però, rende quella stessa vignetta irriconoscibile  fuori dalla sua storia originale.

[fonte: wikipedia + la  giostra]

[Filippo Novelli per Detti e Fumetti del 21 gennaio 2012]

I MIGLIORI ARTICOLI SUL FUMETTO # 1

Continuiamo con la nostra raccolta dei migliori articoli sul fumetto.
Oggi riportiamo quello di Davide Cali.
>Quella sottile differenza tra disegno e illustrazione di Davide Cali<
La prima cosa che faccio, quando sfoglio il book di  un fumettista, è spiegargli, di solito, che nel suo book non c’è nessun  fumetto.
E’ un fenomeno abbastanza curioso. I book dei  fumettari sono pieni di disegni, schizzi a matita, character design, tutto tranne  che fumetto.
Dico che è curioso perché i fumettari spesso divorano  letteralmente i fumetti e quindi dovrebbero sapere che il fumetto vuol dire  disegno sequenziale e soprattutto “narrativo”. Ma moltissimi, la maggior parte,  di quelli che mandano in giro materiale, compongono poi i propri book  esclusivamente con bei disegnini, le classiche pin-up dei personaggi che gli piacciono o di  quelli che pensano di aver inventato.
Quando apro il book di un illustratore per bambini il  fenomeno si ripete puntualmente: nemmeno un’illustrazione.
Tutti disegnano cercando uno “stile”, senza andare  all’essenza delle cose e cioè che “illustrare” è anche ciò che illustri e non solo come lo fai.
Devo dire che la convinzione che sia lo “stile” a  fare l’illustratore riceve il sostegno della critica che ogni paio d’anni elegge  un nuovo “stile” come trendy, e lo investe di premi e  riconoscimenti, confortando l’equazione stile = illustrazione.
In questo senso gli anni ’90 furono decisamente,  parlo degli illustratori e delle illustratrici italiane, gli anni “materici”.  Non importa cosa disegnassero, bastava che fosse “crostoso.” Diversi tra gli  illustratori in voga all’epoca avevano una costruzione della tavole inesistente  e un modo di disegnare i personaggi niente più che “scolastico” (inteso nel  senso del libro di scuola), ma la “crosta” li fece promuovere “illustratori di  grido”, almeno per due o tre anni.
I primi anni 2000 sono invece stati gli anni delle  “decoratrici”, le illustratrici che sulle tavole hanno appiccicato di tutto:  stoffa, bottoni, specchietti. Una volta a una dissi che il suo stile si ripeteva  un po’, che forse avrebbe dovuto evolvere in qualche direzione.
Mi disse che infatti lo stava facendo: aveva appena  comprato dei nuovi bottoni da appiccicare.
Ora il punto è che l’illustrazione dovrebbe essere  “narrativa”. Se applicata a un libro, a una storia, dovrebbe esserlo a  maggior ragione. Ai corsi insegno sempre che il bravo illustratore non è quello  che ricalca pari pari il testo: il testo va interpretato, per produrre qualcosa  in cui i due linguaggi, scrittura e disegno, siano complementari.
Quindi va bene ogni deformazione del personaggio,  ogni materiale usato per decorare le pagine. Anche questi espedienti in qualche  modo “raccontano” qualcosa. Del resto anche la fascinazione che si può avere per  le sfumature che riescono in una pennellata d’acquerello o nella “crostosità” di  un acrilico, raccontano qualcosa, o perlomeno la evocano. Detto questo le  illustrazioni dovrebbero comunque “raccontare”, per distinguersi da ciò che  altrimenti potremmo chiamare pittura o semplicemente “bei  disegnini”.
Gli anni attuali sono invece gli anni delle  “pittrici” nelle cui tavole regnano atmosfere sospese, fatte di nulla, quando  non sfiorano l’astrattismo e allora si riducono a strisce di colore. Tempo fa  un’allieva mi chiedeva: ma non si può inserire la pittura nell’illustrazione?  Certo che si può. L’illustrazione si è sempre contaminata e continua a farlo. Ma  c’è da capire: perché vuoi fare una cosa se in realtà non ti piace farla? Perché  ti ostini a voler parlare una lingua che non vuoi imparare?
Credo che il centro della questione sia questo: da  una decina d’anni è diventato di “moda” fare libri per bambini. Editori di ogni  genere, da quelli specializzati in libri di cucina a quelli che fanno guide  turistiche, si sono dati al libro per bambini, forse attirati dall’illusione di  infilarsi in un mercato ricco. Lo stesso è per gli illustratori: tra i ragazzi  che vorrebbero disegnare per vivere, credo che un buon 80% passi tra gli stand  della Fiera di Bologna sperando di trovarvi un lavoro.
Ma per riuscirci dobbiamo tornare al punto di  partenza: bisogna saper distinguere tra disegno e illustrazione.
Tra le illustratrici-pittrici che vedo in giro, che  più o meno copiano tutte tre o quattro illustratori di grido al momento, tra cui  Valerio Vidali, Joanna Concejo e Violeta Lopiz (ma qua e là aleggia anche il  gotico americano), si sprecano tavole piene di niente, con ragazzine pensierose  alla finestra o assopite tra i fiori.
Sinceramente, roba molto  “adolescenziale”.
Talvolta si tratta di  bei disegni, evocativi, ma di cosa? Si può raccontare delle storie solo con  questa roba? Ovviamente sì, perché si può fare tutto.
Ma l’illustrazione è,  o dovrebbe essere, qualcosa di più. Se le immagini sono ferme e nel disegno non  succede nulla, quello è un disegno.
Oppure è illustrazione da galleria d’arte, da  copertina, da collezione di cartoline.
I libri invece devono essere dinamici. Non ci può  essere “ripetizione” perché sono già un’arte seriale, in quanto ognuno viene  pubblicato in migliaia di copie.
E un libro, possibilmente, dovrebbe essere diverso  dall’altro, esattamente il contrario di quello che accade nella pittura, dove la  copia è richiesta, proprio perché si vendono gli originali. Quindi se uno  disegna una “ragazza con un girasole in mano” e l’oggetto “funziona” il  gallerista facilmente ne chiederà una decina, più o meno sullo stesso  genere.
Ma non si può pensare di fare libri disegnando sempre  e solo ragazze con un girasole in mano.
La comprensione del  proprio target professionale mi sembra importante, perché troppe persone si  ostinano a cercare la propria carriera nel posto sbagliato.
Tempo fa un amico mi ha raccontato che quando  cominciò a disegnare fece, per qualche tempo, il tatuatore. Aveva frequentato un  corso e si era comprato la macchinetta per i tatuaggi, quindi aveva iniziato a  tatuare. In realtà poi di tatuaggi ne fece pochissimi e anzi a un certo punto si  bloccò, forse era un momento suo di crisi, insomma piantò tutto. Ricominciò a  disegnare solo dopo qualche tempo, ma dedicandosi ad altro.
Solo qualche giorno fa ho ripensato al suo racconto e  alla sua mancata carriera di tatuatore e una domanda mi ha  fulminato:
Come diavolo può mai aver pensato, proprio lui, di  fare il tatuatore?
Il fatto è che il mio amico, non ha neanche un  tatuaggio.
Ora: avete mai visto un tatuatore senza  tatuaggi?
Non credo. I tatuatori ne sono pieni. Quando non  hanno niente da fare, se ne fanno uno nuovo uno. Le loro fidanzate sono piene di  tatuaggi, spesso sono tatuatrici anche loro e il massimo divertimento è tatuarsi  a vicenda. È un mondo tutto particolare, di gente che ama il proprio lavoro, al  punto di imprimerselo sulla pelle, di gente che ha fatto della propria passione  anche un lavoro. Quindi come professionisti appartengono a un “mondo”. E questo  bisogna fare per svolgere un mestiere artistico: appartenere a un mondo. Se non  hai neanche un tatuaggio, come puoi pensare di fare il tatuatore?
Se non capisci il senso del disegno sequenziale, come  puoi pensare di illustrare libri?
Fare la giusta scelta è molto difficile. Spesso sono  caduto in errore anch’io.
Anni fa un amico mi convinse a scrivere dei soggetti  per la Disney italiana. Scrissi diverse storie, contattati la redazione e mi  affidarono ad una redattrice.
Non posso dirvi la quantità di “errori mortali” che  commisi in quelle storie. Per un periodo gliene mandai diverse a settimana e lei  puntualmente mi chiamava e mi massacrava al telefono per 20 minuti dicendomi  dove avevo sbagliato. Il problema è che io pensavo di portare la mia impronta in  un universo, quello disneyano, che non ne aveva nessun bisogno. Preparai le mie  storie con la presunzione di sapere cosa fosse una “buona storia” e ispirandomi  alle storie più belle che avevo letto da bambino, ma sbagliai, perché avrei  dovuto invece leggere e studiare quelle recenti. In realtà ci avevo provato, ma  non mi erano piaciute. Già lì avrei dovuto capire che la cosa non faceva per me,  invece mi ostinai a pensare che forse non avevano autori capaci di scrivergli  belle storie.
Errore anche questo. Gli autori ce li hanno e  scrivono esattamente le storie che alla redazione piace pubblicare, storie che  rispettano determinate scelte che bisogna conoscere profondamente. Non ci si  improvvisa sceneggiatori o disegnatori per la Disney e prova ne è il fatto che  chi ci lavora, ne è talmente intriso, che poi raramente riesce a fare dell’altro  quando ci prova, perché scrollarsi di dosso il modello, narrativo e grafico  della Disney, è molto difficile.
In seguito ho commesso lo stesso errore in altre  occasioni. Anni dopo un altro amico mi disse che Mario Gomboli cercava bravi  sceneggiatori per Diabolik.
Premetto subito una cosa: non ho mai letto Diabolik.
A dirla tutta, per usare un delicato eufemismo,  Diabolik non mi è mai piaciuto.
Ciò non mi impedì di pensare che, prendendolo  semplicemente come un lavoro, avrei potuto scriverne delle storie. Con questa  convinzione andai in un negozio di fumetti usati e comprai una ventina di vecchi  numeri da studiare.
Devo dire che leggerli mi confermò il motivo per cui  Diabolik non mi aveva mai attirato. Le storie sono terribilmente banali e tutti  i personaggi si comportano e parlano in un modo talmente inverosimile da  risultare imbarazzante.
Ciò ovviamente, secondo il mio gusto  personale.
Questa conferma non mi scoraggiò: pensai che sapendo  scrivere “di meglio” avrei senz’altro potuto trovare dei soggetti da sviluppare  per il personaggio.
Mario fu molto gentile, come sempre. Ci eravamo già  incontrati anni prima, ma non in virtù di questo (non si ricordava di me) mi  disse che avrei potuto mandargli i miei soggetti quando volevo. Cominciai a  scriverne e lui a bocciarli perlopiù dicendomi che il mio Diabolik, non si  “comportava” da Diabolik.
Dopo le prime bocciature cominciai ad entrare un po’  di più nella psicologia del personaggio, al punto che le mie idee risultarono  “prevedibili”, nel senso che Diabolik era più “raffinato”.
Io, lo dico sinceramente, non capivo. Diabolik è prevedibile! Cosa c’era di sbagliato in  quel che facevo?
Semplice: che non conoscendo davvero il personaggio,  non riuscivo a distinguere il grado di prevedibilità che separa, per i lettori  di Diabolik, una sua storia da qualcosa che non lo è.
Impiegai qualche settimana a rendermi conto che  Diabolik non faceva per me o meglio, che io non facevo per lui, perché avevo  commesso un errore madornale: avevo pensato di scriverlo senza conoscerlo e  soprattutto senza apprezzarlo. Avevo pensato che fosse solo un costume, una  nemesi con dei personaggi di contorno e che bastasse progettargli dei possibili  “colpi” per scriverne una storia.
Tornando ai libri per bambini, ritengo che comincino  ad essere un mercato un po’ sopravvalutato dagli illustratori e ciò è motivo di  frustrazione perché girano spesso inutilmente in cerca di un lavoro che non  troveranno.
E il motivo è che lo cercano nel posto sbagliato.  Illustrazione può voler vuol dire molte cose: c’è l’illustrazione per  lapresse, per la narrativa adulti, per le gallerie d’arte. Ognuno di  questi generi è un mondo, che bisogna affrontare e sconoscere.
L’attuale generazione di giovani illustratrici è  anche quella dei pupazzetti e dei bijoux: non ce n’è una che non  abbia una collezione di pupazzetti su flickr o una di anellini su etsy.com. La cosa non è  spiacevole, ma tradisce una voglia di “giocare alle bambole” che ha poco a che  vedere con una professione vera e propria e soprattutto con la voglia di  misurarsi con un progetto editoriale che è ciò che tutte dichiarano voler  fare.
I pupazzetti e gli anellini vanno bene, come hobby e  per arrotondare un po’ con un forma di artigianato artistico che il web oggi  rende globalmente accessibile, ma poi per fare i libri, bisogna proprio saper fare i libri.
In Francia dove lavoro diverse colleghe illustratrici  confezionano bijoux che poi vendono ai saloni, ma poi  quando fanno libri, fanno libri veri e propri. I bijoux ne ricalcano lo stile, ma i libri  rimangono la loro attività principale.
In generale i francesi nell’illustrazione sono più  professionali. Escono dalle scuole ben preparati e affluiscono nelle redazioni  dei mensili lavorando da subito.
Nel mucchio spesso si fa fatica a distinguerli uno  dall’altro perché gli stili si somigliano. Negli ultimi anni Marc Boutavant e  Benjamin Chaud hanno creato – involontariamente – un vero e proprio esercito di  imitatori che, ciascuno a modo suo, in un mercato florido come quello francese  (seppure ora in crisi come tutti gli altri) hanno trovato lavoro.
Di “artisti” ce ne sono pochi, ma sono enormemente  talentuosi, per stile e invenzione come Serge Bloch, Olivier Douzou o François  Roca che anche se sono artisti, rimangono “narrativi”.
Serge, con il suo tratto essenziale, inventa sempre  qualcosa, un gioco visivo, una gag. Olivier non fa un libro uguale a un altro,  ogni cosa che fa nasce intorno a un idea, un progetto. François è un mostro di  bravura tecnica ma aldilà della capacità tecnica le sue tavole sono vero e  proprio cinema.
Alla fine quindi,  penso che per dedicarsi all’illustrazione, si dovrebbe cominciare da questo: dal  saper distinguere la sottile differenza tra un  disegno e un’illustrazione. E dal capire se nel proprio disegno ci sono delle  storie da raccontare. Perché senza storie come si può pensare di fare  narrativa?
[Illustrazioni di Filippo Novelli]