Amici di DETTI E FUMETTI oggi parliamo di un gruppo mitico, i BEATLES sui quali torneremo in seguito.
Specificatamente di una delle loro canzoni piu’ belle a nostro parere: While My Guitar Gently Weeps
Illustrazione di Filippo Novelli -(ALL RIGHT RESERVED)
Canzone dei Beatles, composta da George Harrison e pubblicata nell’album “The Beatles” del 1968 (anche noto come “White Album”).
La fonte d’ispirazione del brano venne a Harrison dalla lettura dell’I Ching, il libro dei mutamenti cinese: “In Oriente ogni cosa è connessa con ogni altra cosa, mentre in Occidente è solo una coincidenza”. Con questa idea in testa Harrison cominciò a scrivere la canzone partendo dalle prime parole della pagina di un libro qualsiasi aperto a caso dove lesse: “Gently Weeps” (piange dolcemente).
La canzone While My Guitar Gently Weeps cambiò significativamente dai provini iniziali alla versione ufficiale pubblicata.
Nel brano i Beatles ospitarono contributi di musicisti famosi: la chitarra solista appartiene ad Eric Clapton, amico di Harrison e futuro marito della prima moglie di costui, Pattie Boyd.
PH da ULTIMATE CLASSICI ROCK
Eric Clapton, pur intimorito dall’idea di suonare con i Beatles (a nessun membro esterno alla band era mai stato concesso fino a quel momento questo privilegio), fornì una delle migliori prove in assoluto della sua carriera. Chiese tuttavia di non essere accreditato e di far alterare il suono della sua chitarra per renderlo “traballante” e conferire alla canzone proprio quell’effetto “piagnucolante” desiderato dal suo autore.
La presenza di Clapton nello studio contribuì inoltre a stemperare le ormai crescenti tensioni tra i quattro Beatles, stimolandoli ad impegnarsi ed esibirsi al meglio delle loro potenzialità (un esperimento che la band avrebbe replicato con successo sia con Brian Jones per la registrazione di “You know my name” sia con Billy Preston per le sessioni di “Let it be”).
Alla sua pubblicazione, While My Guitar Gently Weeps venne incensata dalla critica, e da allora è ritenuta uno dei migliori brani in assoluto di George Harrison, esempio riconosciuto della sua maturità come autore.
Il contributo chitarristico di Clapton al pezzo è stato definito “monumentale” dalla critica.
While My Guitar Gently Weeps fa parte del repertorio del prossimo concerto della young orchestra PRO oltre che ovviamente del concept book, mix di fumetto narrativa e partiture musicali per orchestra, STORIA DI UNA CANZONE.
Vi diamo un assaggio dello spartito del brano che troverete nel libro.
Le T-shirt della canzone saranno disponibili ai concerti. Per promozioni/anticipazioni e pre order contattare l’organizzazione alla mail: filipponovelli.911i@gmail.com
BIO
Alessandro Ciocca, chitarrista e cantante, è attivo su piu’ fronti in ambito musicale e nel sociale per quel che riguarda la promozione e diffusione della cultura musicale; è presidente della associazione culturale NUOVE ARMONIE.
Fa parte infatti del gruppo i “I Briganti di Friolo e del coro polifonico Ladislao in … canto diretto dal bravissimo soprano Yukiko Kondo Ciocca scrittrice tra l’altro del fumetto di DETTI E FUMETTI: Da Grande farò l’artista, disponibile al link QUI.
LADISLAO –IN CANTO
I BRIGANTI
I BRIGANTI DI FRIOLO,: sono un gruppo di musica popolare. Spazia nella vasta tradizione dei paesi del mediterraneo (dalla penisola alle grandi isole) oltre a proporre propri brani nel rispetto dei canoni linguistici e musicali originari. Un ritorno alle origini nel vortice dell’arte più semplice e genuina: le percussioni ed il tamburello, la chitarra ritmica, la fisarmonica ed altri strumenti “poveri”, i canti in dialetto a più voci e le travolgenti danze di pizziche e tarantelle.
[Alessandro Ciocca per DETTI E FUMETTI -sezione Musica -Articolo del 17 agosto 2022]
Cari lettori di Detti e Fumetti, incuriosito dal nuovo libro del mio amico Claudio Macarelli “Il Gene Immortale” edito da Scatole Parlanti Edizioni, ho scambiato con lui quattro chiacchiere per approfondire i contenuti del suo scritto. Seguirà una breve sinossi.
W. Allora Claudio chi o cosa ti ha spinto a scrivere questo nuovo libro?
C.M.Il romanzo prende vita un giorno, che frugando tra vecchie foto di famiglia,ho trovato alcune lettere che i miei genitori si erano scritti appena conosciuti, dove si dichiaravano il loro amore, mio padre era militare in aviazione. Le ho rilette stando seduto su uno scoglio, davanti a me il golfo di Castellabate, e i resti affioranti del molo del porto greco/romano.Inoltre in quei giorni avevo fatto alcune ricerche sulla genetica, in special modo sul DNA e sulla senescenza cellulare, spinto da un articolo che avevo letto su una rivista scientifica. Mentre prendevo il sole, come mi succede quando arriva l’ispirazione di un nuovo romanzo…i personaggi hanno iniziato a muoversi davanti a me, a raccontarmi la loro storia…allora sono andato a casa e ho iniziato a scrivere, e “Il gene immortale” ha visto la luce.
W. I personaggi del nuovo libro sono connessi al tuo primo romanzo “Prokeitai – Dentro la luce”?
C.M.Il mio ultimo lavoro, “Il gene immortale” non è il seguito di “Prokeitai – Dentro la luce”, il primo romanzo che ho scritto, è un libro che forse ricalca lo stesso genere, cioè avventura, con una commistura di scienza, un pizzico di fantascienza e in questo caso con un’ambientazione anche in epoca romana, in particolare nell’antica Velia e in quello che doveva essere l’antico Vicus maritimus di San Marco di Castellabate. Con un richiamo ai problemi ambientali e a la poca lungimiranza dei sapiens, che continuano a non pensare alle conseguenze dei loro comportamenti, poco in linea con ciò che li ha generati, madre natura. Anche i personaggi di questo mio ultimo romanzo non hanno nessun riferimento con quello precedente.
Sinossi
“Il gene immortale”
Elemento centrale del romanzo è una molecola che dal profondo dell’universo verrà traghettata nei secoli all’interno di una verde sostanza, il Fykon Rhódon, medicamento portentoso in grado di fermare la senescenza cellulare, curando ferite e malattie, e di lasciare una sorta di memoria genetica in chi l’assume.
Il lettore ne scopre l’origine attraverso le ricerche dell’archeologo subacqueo Vinicio Severi, mandato al Castel Sandra, centro di ricerche genetiche situato a San Marco di Castellabate, per effettuare un’indagine al largo dell’isola di Licosa, dove è stato rinvenuto un anforisco uguale a quelli rappresentati su una lastra opistografa ritrovata in una tomba della vicina necropoli romana.
L’autore: Claudio Macarelli è nato a Pistoia nel 1961. Dopo trent’anni di attività come sommozzatore professionista, ha pubblicato nel 2020 il suo primo romanzo, Prokeitai – Dentro la luce [Aporema Edizioni]. 2022 “Il Gene Immortale” [Scatole Parlanti Edizioni]
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti -sezione letteratura – articolo del 17 agosto 2022]
“Lentu lassame ‘mpaccire (vento lascia che io impazzisca) Iddhra prima o poi a turnare (lei prima o poi dovrà tornare) Lassame suffrire sula (lasciami soffrire sola) Lassame cu scerru ‘mprima (lascia che io dimentichi al più presto) Sula sula aggiu restare (sola sola devo restare) Lassa cu ddenta nu sule (lascia che esca il sole) Iou allu scuru a’ rimanire (io nell’oscurità devo restare) ‘Ola tie nu te fermare”. (tu vola e non ti fermare)
L’amore come nuvole arriva con il vento, e con il vento se ne va. Quel vento caldo che in Salento non manca mai, così come nuvole bianche che accarezzano il sole per donare un po’ di ombra e sollievo, così come quell’amore che fa “‘mpaccire” (impazzire).
Illustrazione di Filippo Novelli
“Nuvole bianche”, nella versione cantata da Alessia Tondo, ci mette a pieno confronto con la nostra anima, rendendoci più consapevoli della nostra pena non senza però quella speranza che, come nuvole al vento, passeggia tra i tasti bianchi e i tasti neri del pianoforte di Einaudi.
Alessia Tondo ritratto di Filippo Novelli
Maestro Concertatore del festival della “Notte della Taranta” di Melpignano, nel 2010 e 2011, Ludovico Einaudi si innamora della cultura salentina, ma soprattutto della sua violenta e dolce musica, incidendo l’album Taranta Project nel 2015. Un progetto che coinvolge vari artisti di origine diversa; quindi un progetto di unione e fratellanza, un progetto firmato Italia, Mali, Gambia, Gran Bretagna, Francia, Turchia e Salento. Le origini, le culture sono diverse ma le passioni umane, il bisogno di liberare il proprio canto o il proprio urlo, perché morsi dalla taranta o imprigionati da una storia d’amore finita male, sono le stesse nuvole che il vento della musica sa portare via.
Nuvole Bianche di Einaudi fa parte del nuovo concept book di DETTI E FUMETTI, un mix di storia delle canzoni, fumetto e partiture musicali per orchestra, la PRO, una YOUNG ORCHESTRA autogestita di Roma che il prossimo anno inserirà nel repertorio del suo primo concerto il brano di Einaudi.
Ecco una anticipazione di NUVOLE BIANCHE, il resto nel libro.
Restate connessi per scoprire gli altri brani.
Sono in pre ordine il libro STORIA DI UNA CANZONE e le t-shirt dei brani, scrivendo all’indirizzo e-mail: filipponovelli.911i@gmail.com.
[Cesare Secli’ per DETTI E FUMETTI – sezione MUSICA – Articolo del 11 agosto 2022
Ciao lettori di DETTI E FUMETTI oggi è un grande giorno per noi redattori del blog e vogliamo condividere questo evento con tutti voi.
Pubblichiamo un libro facente parte di un ambizioso progetto corale a cui abbiamo lavorato per piu’ di un anno: MARTA, la salute e sicurezza raccontata ai bambini.
Copertina di Filippo Novelli
Insieme a Filippo Novelli e anche grazie ai consigli del nostro musicologo (sia nella vita e nei nostri fumetti basti pensare a LA STORIA DEL ROCK di STEO ) Stefano STEO Pancari
copertina di FILIPPO NOVELLI
abbiamo sceneggiato e scritto i testi di MARTA, una bambina peperina e vivace che salva i suoi amici dai mille pericoli in cui si cacciano quotidianamente.
Filippo, Michele ed io abbiamo letteralmente trascinato Stefano in questo progetto, facendogli recitare il ruolo del papà di MARTA, e facendogli fare il mestiere che lui realmente fa nella vita: l’esperto della salute e sicurezza.
A Filippo ho chiesto anche di disegnare le avventure della piccola Marta con uno stile semplice e colorato che arrivasse diretto ai nostri piccoli lettori.
Oggi mi voglio far raccontare direttamente da lui e dal nostro ambassador Michele MIRO’ Rovida come e perché e nato il progetto e in che modo è stata costituita la squadra del TEAM MARTA, che ci ha consentito di creare questo concept unico ed innovativo che è il libro MARTA, la salute e sicurezza raccontata ai bambini, il primo Fumetto “ragionato” sulla salute e sicurezza
W.: per ospitalità iniziamo con Michele Miro’ Rovida. Michele come e perché sei entrato in questo originale progetto?
M.: Sono amico di Filippo da più di vent’anni (21 per l’esattezza) e le piu’ grandi risate ricordo ce le siamo fatte quando lui disegnava le peripezie dei nostri colleghi ed io le commentavo direttamente sul mega schermo della conferenze, la sera al termine del lavoro ( ci siamo conosciuti sulla TOrino Milano, in cantiere). Ricordo una sera che si era sparsa la voce raggiungemmo un pubblico di 300 persone, praticamente un TED sulla sicurezza in cantiere.. esperienza da ripetere ci dicemmo.
Copertina di Filippo Novelli
Ebbene quando, dopo il fumetto OSVY FIGHT COVID ( fumetto per la raccolta di fondi per la protezione civile, a cui collaborai scrivendo le buone pratiche da tenere durante il lockdown) mi propose MARTA, accettai con grande entusiasmo.
W. : che ruolo hai avuto nel progetto MARTA? Raccontaci.
M.: Il mio ruolo, oltre che scrivere delle schede di approfondimento da affiancare al fumetto di Filippo, è stato quello di creare una squadra di esperti, dinamica e multi-competente, il famoso TEAM MARTA. Hai presente come nei migliori film di avventura o della MARVEL ( tanto per ricordare che stiamo parlando a dei nerd) c’è Nick Fury che recluta i supereroi .. ecco io ho svolto questo ruolo, tale e quale. Con loro abbiamo scritto le schede di approfondimento con un linguaggio adatto al nostro pubblico.
W. Penso che abbiate fatto un grande lavoro, non era facile. Questi argomenti non erano mai stati portati ai giovani e questo è stato un grande errore perché in fondo sono i lavoratori di domani. Uscire dalla scuola senza alcuna idea è un grande danno che gli facciamo. Spero che i formatori, gli educatori, i presidi capiscano l’importanza di questo “STRUMENTO” che è MARTA e lo utilizzino al meglio.
M. E’ esattamente questo il fine. Trattare temi come la sicurezza stradale, il junk food e altre tematiche di educazione civica con il FUMETTO Filippo ed io, pensiamo valga di piu’ di mille ramanzine e raccomandazioni. Leggendo Marta il piccolo lettore compirà quel percorso virtuoso che dal conoscere il pericolo, passa per il saper essere coscienzioso, per arrivare quindi a sentire i comportamenti corretti e sicuri come parte del proprio agire quotidiano. Un iter formativo vero e proprio in materia di salute e sicurezza, nel quale l’immedesimazione che avviene nel fumetto e il desiderio di emulare i suoi eroi, tipico della giovane età, completerà il percorso di consapevolezza che tutti auspichiamo.
W. : Ottimo ma ora devi presentarci la quadra e il progetto nella sua completezza perché’ non tutti sanno che non ci si fermerà a MARTA.
M.: Inizio dalla seconda domanda. Marta avrà un seguito. Sarà una serie come piace dire oggi. Narreremo delle avventure di tutta la famiglia. Marta ha infatti un fratello, Salvo, il mediano, che fa il liceo e una sorella piu’ grande che è all’università. Questo perché desideriamo raggiungere tutti gli studenti di tutti i livelli scolastici: dalle medie al liceo fino all’università. Vedrete, anche lo stile di disegno di Filippo si adatterà. Ma non voglio anticiparvi altro. C’è tempo. Ora è tempo di MARTA. Veniamo ai nostri amici del TEAM MARTA. Filippo ed io vogliamo farli diventare 101, sia perché siamo dalmata sia perché i nuovi episodi che stiamo realizzando sono altrettanti.
Il TEAM come detto sopra è composto da esperti di settore di altissimo livello, nel ringraziarli uno ad uno vi lascio il link ai loro profili così potrete conoscerli meglio.
W.: Filippo veniamo a te. Una domanda in una parola: MARTA, perchè?
F.: Perché MARTA è il mio IKIGAI, la mia ragione di vita! provo a descrivertelo meglio:
Nel mio IKIGAI, all’incrocio di quello che amo fare (disegnare) e quello per cui mi danno lo stipendio, il saper spiegare vi è la mia PASSIONE
All’incrocio tra quello che amo fare e quello che penso i ragazzi hanno bisogno ( essere informati sulla salute e sicurezza fin da subito) c’è la mia MISSIONE
All’incrocio tra quello in cui sono bravo e quello che oggi ha mercato ( la gente potrebbe pagare per averlo) vi è la mia
Infine all’incrocio tra quello che va bene nel mercato e quello di cui i ragazzi hanno bisogno c’è la mia VOCAZIONE
MARTA è esattamente nel mezzo: tra la PASSIONE, la MISSIONE, la PROFESSIONE e la VOCAZIONE.
Sono stato fortunato nel trovare queste ragazze e ragazzi del TEAM MARTA che mi hanno permesso di realizzare questa idea che mi portavo dietro da venti anni. Ho trovato persone che si sono volute impegnare nel sociale realizzando questo fumetto didattico; persone che hanno una dote comune che io apprezzo moltissimo: essere nate con una missione secondo la quale « non c’è esercizio migliore per il cuore che stendere la mano ed aiutare gli altri ad alzarsi».
W.: Grazie Michele e Filippo. Cari lettori di DETTI E FUMETTI trovate il libro MARTA, la salute e sicurezza raccontata ai bambini su AMAZON sia in versione E-BOOK che CARTACEA
Mi raccomando prendete il libro per i vostri figli, nipoti, amici e lasciate le vostre recensioni e scrivete nei commenti a questo articolo il vostro parere, ci interessa molto.
Ricordo che per i formatori e gli addetti del settore, le società specializzate, ecc., MARTA è prenotabile anche in una versione BRANDIZZATAcon il logo della vostra società.
Potete prenotare la versione brandizzata scrivendo alla mail: filipponovelli.911i@gmail.com
A presto con il nuovo numero della serie!
[Dario WILLY Santarsiero per DETTI E FUMETTI -sezione FUMETTO – articolo del 8 agosto 2022]
Oggi cari lettori di Detti e Fumetti, oggi esploriamo un nuovo ambito del Cinema, facendo quattro chiacchiere con il mio amico Mauro Conciatori.
W. Allora Mauro ti presento al nostro pubblico: sei nato a Roma il 18 giugno 1957; sei un regista cinematografico, sceneggiatore e critico cinematografico. Sei stato direttore della rivista on-line di cinema Zabriskie Point, attiva dal 1999 al 2013. Come documentarista realizzi Sinfonia di una città, Architetti italiani del 900, L’oro di Dino – (Dino De Laurentiis, Giuseppe Rotunno) – L’architettura delle luci e La città garbata, prodotto dall’Istituto Luce, sul quartiere romano della Garbatella.
Aiuto regista di Michelangelo Antonioni su due progetti purtroppo non completati, hai lavorato come assistant director negli Stati Uniti negli anni Ottanta. Nel 2019 realizzi il film documentario L’intelligenza del cuore – dedicato all’attrice Ilaria Occhini. Sempre nello stesso anno finisci il montaggio di Amore a prima vista – dedicato all’attrice Elena Cotta. I due film documentari fanno parte di un progetto teso a omaggiare le grandi interpreti del cinema, televisione e teatro italiano.
Nel 2021 giri la serie animata “Le Visioni di Tim” per Tim Vision. Nel 2022 ultimi il docufilm “Over The Rainbow”, storie di ragazzi con la sindrome di Down. Nello stesso anno il cortometraggio H2NO. Gli ultimi anni sono particolarmente fecondi!
W. Perché hai deciso di fare il regista?
MC. A 4 anni, esattamente nel 1961, mentre la mia governante francese mi portava a spasso sui vialetti del laghetto dell’EUR la mia attenzione fu rapita da una visione del tutto particolare: una gru stava mettendo dentro l’acqua una spider. Chiesi alla mia governante che cercò di spiegarmi per bene cosa stesse accadendo, ma non mi capacitavo del perché far scivolare sul fondale un’automobile e non fare il contrario; alla fine, anche lei stordita dalle mie domande pressanti tagliò corto dicendomi “stanno girando un film, questo è il cinema “. Bene, risposi “da grande voglio fare il regista!”. Può sembrare una fiaba ma già da allora sapevo cosa avrei fatto. Ma non per vocazione reale (non potevo capire più di tanto) ma soltanto per il piacere di fare un qualcosa di anticonvenzionale come immergere una bellissima automobile nelle acque di un lago (a me sembrava gigante).
In qualche modo, a posteriori, il potere di fare qualcosa che agli altri non era permesso. All’epoca per me il cinema era una sala buia dove ammirare i miei eroi preferiti. Adoravo il cinema western, dove “tifavo” sempre per i “pellirossa”. Sempre dalla parte dei “deboli” e delle culture con rispetto della natura.
Ah. Dimenticavo di dire che il film in questione era L’eclissi di Michelangelo Antonioni. Già un segno del destino?!
A 17 anni, quindi 13 anni dopo, ero già su un set con Pupi Avati . Ero il 3 aiuto scenografo, ma per me respirare l’aria del set era magia pura. Il mio incanto iniziava a prender forma.
W. Cosa ti affascina in un documentario?
MC. La possibilità di poter avere una totale libertà di linguaggio. Non si hanno confini. Crescere e creare di pari passo con la storia. Di muovermi negli anfratti più reconditi di ciò che hai davanti a te. Di potermi muovere nella storia senza avere limiti. Avere si un punto di partenza ma poter cambiare tutto ciò che avviene tra l’inizio e la fine -che a volte devi aver ben chiara, mentre in molti altri casi ti arriva inaspettata per un dettaglio, per le mille pieghe della storia- attraverso le suggestioni che arrivano poco alla volta. Ma soprattutto è la storia stessa che cambia senza vedere, senza renderti conto che sta cambiando. Narrare la stessa storia a distanza anche di un solo anno prende forma e sostanza differente, perché noi mutiamo come muta la storia. Caso contrario saremmo dei rami secchi immutabili nel tempo.
Noi, esseri viventi, e il mondo che ci circonda, cambiamo di continuo, è come andar per mare, se vai dal punto A al punto B per svariate volte, sarà sempre diverso ciò che incontri, l’unica cosa che non cambia sono A e B, tutto ciò che è nel mezzo cambia, evolve…
Un’evoluzione totale, liberatoria nei confronti di noi stessi e del potenziale spettatore. Un punto sul quale non transigo è pensare sempre a chi dovrà usufruire di quelle immagini. Massimo rispetto per lo spettatore. Non creo gabbie ma palcoscenici aperti a chiunque.
Fare un film di finzione è totalmente diverso, per questo negli anni ho preso le distanze dal cinema, soprattutto dal mainstream.
In un film hai dei confini entro i quali puoi agire. La sceneggiatura detta legge, senza essere di ferro, ma ti dà dei punti cardine dai quali non puoi deragliare, non puoi prescindere. E poi la fatica di un set composto da troppe maestranze e professionalità. Una macchina perfetta nella sua imperfezione. Un documentario “si accontenta” di una piccola troupe, dove tutti si sentono direttamente responsabili del proprio ruolo. In un film sono i capireparto che rispondono, in un documentario anche il runner è fortemente responsabilizzato. Ci si inventa ogni giorno. Diciamo che in entrambi i casi non ci si annoia mai ma il set di un documentario è una piccola famiglia.
Inoltre, il documentario mi permette di poter spaziare dal sociale all’arte, dai ritratti a storie di vita reali dandomi ogni volta stimoli diversi.
Ad esempio, l’ultimo docufilm, Over the Rainbow, mi ha messo di fronte a delle realtà che tutti conosciamo ma che continuiamo a eludere: il mondo delle persone con la Sindrone di Down. Un “mondo” non ancora pienamente accettato. La diversità mette ancora paura ai “normodotati”, lo stato fa troppo poco, e non cerca di integrare questo mondo con il mondo “normale”. Ma poi cosa vuol dire normalità?
Un progetto durato quasi 2 anni che mi ha assorbito totalmente e che rimarrà sempre dentro di me. Una pietra miliare per il mio cuore è la mia anima.
W. Dal punto di vista della regia cosa non rifaresti e perché?
MC. Non tornerei mai dagli States. Tornato in Italia dopo aver capito come funzionava la “macchina cinema” credevo di poter spaccare il mondo di celluloide in Italia, di poter fare la differenza, di poter dare qualcosa al cinema italiano. In realtà ho trovato soltanto porte chiuse e bastoni tra le ruote. Solo perché ero “un americano”. E considera che tra la fine degli anni ‘80 e ‘90 ero considerato tra i registi di maggior talento, anche se sono sempre stato un lupo solitario. Non è un’accusa ma una constatazione che mi ha reso più maturo e coerente con me e fornito maggior rispetto verso gli spettatori.
Di fatto non mi rimprovero questa scelta. “Va tutto bene”. Anche questo sentirmi estraneo al mondo del cinema italiano.
In realtà l’unica cosa che mi rimprovero maggiormente è di non aver lottato abbastanza per imporre la mia visione cinematografica e, di conseguenza, essermi chiuso nel mio angoletto dorato, nella comfort zone, come regista di cinema d’impresa con corporate aziendali, brand e commercials.
Da un punto di vista prettamente tecnico e artistico non mi rimprovero nulla. Ogni progetto realizzato mi ha dato ciò che mi doveva dare. Non ho rimpianti e non mi debbo rimproverare nulla. Ogni scelta l’ho portata fino in fondo con coerenza, passione, amore.
W. Che responsabilità ha un regista nei confronti degli attori e di chi guarderà il film?
MC. L’onestà di saper raccontare storie con un linguaggio immediato e semplice, che non vuol dire semplicistico, ma di dedicare sempre la massima attenzione allo spettatore. Sai non credo a quei registi cosiddetti autoriali che si lamentano con frasi tipo “non hai capito ciò che volevo raccontare”. Ecco, quel “non hai capito “mi fa imbestialire. Se non ti hanno capito sei tu che hai fallito, non loro. Il regista ha il compito preciso di saper comunicare storie, eventi, drammi, emozioni, risate, attraverso la “sincerità” del racconto. Una sincerità che rubo a Michelangelo Antonioni quando afferma che “un artista prima di tutto deve essere sincero”.
Una sincerità che spesso non riscontro e che per me è essenziale quando narro delle immagini che “miracolosamente” si uniscono in un film. Come la potenza di un fulmine si abbina alla poderosità di un tuono.
Un regista è un artista ma anche un artigiano e come tale si deve preoccupare di creare un prodotto che possa soddisfare le svariate esigenze che sono dietro ad una pellicola. Incuriosire gli spettatori, accontentare il produttore, rendere felici gli attori per aver partecipato a qualcosa di unico.
Ecco, questo unico è importante nel rapporto che si instaura con gli attori sul set. Qui il regista si trasforma in un novello Freud, per capire in fondo l’anima dell’attore, poterne sfruttare le sfumature della sua anima al fine di dare unicità al personaggio che va a interpretare. Quindi un regista psicologo, padre, amante, al quale l’attore deve far riferimento. Senza questi prodromi il regista fallisce e con esso naufraga il film. Gli attori sono il medium registico “nell’inquadratura”. In quanto tali il regista deve affidarsi a loro dopo che gli attori si sono affidati a lui. Senza un regista sarebbe anarchia totale. Ma scopro l’acqua calda.
Sono contrario da sempre al regista anche attore, non può mai prendere le distanze da uno dei ruoli. Solo Orson Welles se lo poteva permettere. Unico. Gli altri grandi registi non hanno mai combinato i due ruoli. Griffith, Capra, Lubitsch, Ford, Tourner, Sirk, Ozu, Antonioni, Visconti, Zurlini, Coppola, Cimino, Scorsese, Villeneuve, P. T. Anderson (e così ho detto anche i miei registi preferiti!)
W. Vuoi parlarci della tua l’esperienza con Antonioni?
MC. Unica. E ho detto tutto e niente.
Uso una parafrasi della famosa scena da Gli ultimi fuochi di Elia Kazan e del nichelino, dove il produttore da una grande lezione di cinema al regista in crisi.
Eravamo nel borgo di Antonioni a Bovara di Trevi (Umbria). Estate. Mentre eravamo in piena preproduzione del film The Crew. All’epoca mangiavo il sugo di pomodoro ma non i pomodori crudi. Non sopportavo la consistenza. La contadina che portava in tavola i pomodori non capiva la mia reticenza ad assaggiarli. Per giorni Antonioni guardava il mio atteggiamento anche un po’ snob ma non accennava a nessuna critica. Aveva già avuto l’ictus ma con poche parole e molti gesti si faceva capire. Dopo una decina di giorni sbottò. Mi disse “mamma mia”, uno sguardo di rimprovero è un gesto stizzito della mano sinistra. Rimasi sorpreso dalla sua “azione”. Antonioni era sempre molto pacato con me, aveva un atteggiamento paterno, di comprensione, ma non digeriva che non provassi neanche ad assaggiare il pomodoro del suo orto. Quasi un affronto. Nonostante lo conoscessi mi senti in grande disagio, non potevo contraddire il maestro, il mio amato maestro di cinema e di cultura. Quindi, molto riluttante, assaggiai il famoso pomodoro che assomigliava più a un melone per la sua grandezza.
Il mio volto riluttante si aprì in una smorfia di assoluto piacere. Il nirvana. La “carne” del rosso pomo era soda, dura, carnosa, voluttuosa. Un’esperienza al confine del mistico (nel piccolo borgo tutto aveva una connotazione al di là della comprensione umana). Mangiare quel pomodoro mi fece capire molte cose ma soprattutto quanta verità e quanta bellezza risiede nei piccoli gesti quotidiani, in qualcosa che volte non diamo peso. La lezione del maestro era questa: osservare, meditare, elaborare e partorire. In questo caso era suscitare in me la capacità di vedere ben oltre l’apparenza, di vedere cosa esiste dietro, dietro a ogni cosa, che sia un film o un pomodoro.
Da quel giorno in poi non ho più smesso di mangiare pomodori e di tentare di generare prodotti che siano buoni come quel pomodoro!
Poi potrei dire delle giornate passate insieme nei cinema di Roma a cibarci di immagini, oppure di scrivere e sentire i suoi No quasi violenti a schiaffeggiare la mia stoltezza cinematografica.
Lui è stato unico. Nella cinematografia mondiale e per me.
W. Non trovi che nell’ essere regista e critico cinematografico ci sia una sorta di contraddizione?
MC. No. Non esiste nessuna contraddizione, anzi, si può essere più attenti nelle definizioni di un’opera in entrambi i casi. Importante è sempre l’umiltà. Senza non si va da nessuna parte. Entrambi i ruoli hanno in comune la sincerità, senza di essa non si può dire di essere onesti. O dietro la macchina da presa o davanti ad uno schermo si deve avere la capacità di identificazione con la storia.
W. Il tuo sogno nel cassetto?
MC. Realizzare un grande affresco sulla “Bellezza”, sul concetto, tra ideale e reale, tra ciò che si vede e ciò che è dietro all’immagine in se. Qui ritorna il ruolo del demiurgo come unico vettore di tante verità, quelle tante verità delle quali si compone il concetto astratto di Bellezza che ha affascinato da secoli l’essere umano. Un concetto tanto fragile quanto incorporeo nella sua vaghezza. “Non esiste saggezza senza incertezza”. E questo è ciò a cui aspiro.
W. Grazie Mauro anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata
[Dario Santarsiero per Detti e Fumetti- Sezione Cinema – Articolo del 7-Agosto-2022]
Nei negozi di strumenti musicali vige una regola non scritta ovvero quella di non suonare “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin mentre si sceglie una chitarra da acquistare. Una etiquette forse necessaria vista l’enorme popolarità di questo brano con un suggestivo e immensamente popolare intro di chitarra atta a preservare la sanità mentale di chi lavora in questi negozi.
Illustrazione di FILIPPO NOVELLI -Tutti i diritti riservati
Stiamo parlando di uno dei brani più famosi della storia del rock contenuto nel quarto album della band inglese dei Led Zeppelin. E’ posizionata al numero 31 nella lista delle 500 migliori canzoni secondo la bibbia del rock Rolling Stone, ma classifiche a parte questo brano, che dura ben 8 minuti, fu costruita dal chitarrista della band Jimmy Page come un brano che doveva evolversi nella sua struttura per raggiungere un climax finale. Partendo appunto da un intro a tratti bucolico (fu composta in un’antica fattoria con pecore e animali selvatici) il brano inizia a raccontare di una signora che sa per certo che ogni cosa che luccica sia oro e compra poi una scalinata verso il Paradiso.
Cosa abbia ispirato il cantante della band Robert Plant è un mistero, il cantante iniziò a scrivere con in mente questa immagine. La band è famosa per le sue frequentazioni con il mondo esoterico, per le frequentazioni di Jimmy Page nel mondo dell’occulto.
Non mancarono le affermazioni che “Stairway to Heaven” in realtà fosse un brano maledetto che, se ascoltato al contrario, contenesse un ode a Satana.
Una cosa sola è certa: questo brano è uno dei più affascinanti che dagli anni 70 giunge fino ai tempi nostri. La band è al suo apice, la parte finale della canzone, specialmente nella esecuzione live, è travolgente dopo un intro cosi sospeso e delicato. Un vero e proprio monumento e un grande classico che può servire ad alzare il velo sull’intera discografia dei Led Zeppelin alle prese con il loro Blues Rock a tratti Hard, con tocchi folk e acustici, e con tinte scure e affascinanti. Una delle band ancora più amate, iconiche, e una delle poche che alla scomparsa di uno dei suoi membri (Il batterista John Bonham) decise di sciogliersi tenendo poi fede a questa scelta, tranne per qualche sporadica reunion con il figlio di Bonham.
STAIRWAY TO HEAVEN entra a mani basse nella top ten dei brani che la PRO Pursue Respighi Orchestra ha scelto per il suo nuovo concerto 2023.
Una breve anticipazione della multi partitura qui di seguito. La partitura completa sarà nel CONCEPT FUMETTO+ SPARTITO + POSTER e T SHIRT che sarà presente in STORIA DI UNA CANZONE che a breve potrete preordinare qui e su AMAZON LIBRI.
E’ disponibile anche la T-SHIRT di STAIRWAY TO HEAVEN scrivendo direttamente a filipponovelli.911i@gmail.com.
STAY TUNED!
La Pursue Respighi Orchestra è una Young orchestra autogestita che per finanziarsi sta realizzando un concept book composto dalle partiture dei loro brani, da un fumetto e dalle storie delle canzoni del loro repertorio scritte da un team di tutor esperti di musica che stanno organizzando una serie di eventi promozionali per l’orchestra. FABRIZIO FONTANELLI
è uno di loro e ha invitato l’orchestra a partecipare al suo festival INDIPENDENT NIGHT al MAAM di ROMA il primo ottobre 22. Ecco alcune foto dell’evento.
BIO
Fabrizio Fontanelli -chitarra acustica dei MARDI GRAS è già stato nostro ospite quando ci ha raccontato come un suono puo’ trasformarsi in disegno. Se volete approfondire potete andare (QUI)
Liina Rätsep MARDI GRAS . foto di Roberta Gioberti — presso Kill Joy. Tutti i diritti sono riservatiLA BAND MARDI GRAS – foto gentilmente concesse da MARDI GRAS- tutti i diritti sono riservati
[Fabrizio Fontanelli per DETTI E FUMETTI -sezione MUSICA – articolo del 2 agosto 2022]
Cari amici di DETTI E FUMETTI, viaggiatori variopinti che state transitando nel nostro Hub nel Web, benvenuti!
Oggi il nostro ponte dal Fumetto al Cinema lo costruiamo parlandovi del BOOM OPERATOR.
Questa professione del mondo del CINEMA non la conoscevo prima di parlare con CESARE. voi?
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Cesare- comune amico di Eleonora e Francesco che abbiamo intervistato qualche mese fa – e ci siamo fatti raccontare questo fantastico ruolo della Settima Arte.
Cesare Secli’ , ritratto di Filippo Novelli
F. Cesare ho la curiosità a mille. chi sei, dicci.
C.: Io sono un Boom Operator. Sintetizzando, il mio lavoro consiste nel registrare in presa diretta, ovvero sul set, i dialoghi dei film che vedete al cinema, sulle piattaforme o alla tv. Sarebbe bello se tutto quanto si riducesse a questo, vero? In realtà purtroppo (o per fortuna) è molto più complesso.
F. Siamo qui per approfondire. vai pure, grazie.
C.: Registrare i dialoghi significa innanzitutto salvaguardare l’interpretazione degli attori, assicurandosi che i dialoghi siano INTELLIGIBILI. Sarebbe molto semplice se le scene venissero girate in studio, con le stanze sonorizzate ed insonorizzate, dove tutto è costruito e gestito in funzione di una eccellente qualità e pulizia del suono; al contrario, la vera sfida che ogni boom operator e fonico di presa diretta deve affrontare è proprio la location, spesso ,anzi sempre, rumorosa.
Immaginate, per esempio, di dover registrare una coppia che si sussurra all’orecchio: “TI AMO”, una scena quindi molto delicata, intima e fondamentale per il film e immaginate di doverlo fare accanto a dei lavori in corso quindi martelli, trapani, seghe elettriche e i vari attrezzi elettrici o a motore, le urla dei lavoratori, ma non basta.. immaginate che questi lavori in corso siano in una strada trafficata e quindi macchine, motorini, pullman, clacson, sirene di ambulanze e carabinieri, vociare dei passanti, ma voglio esagerare (e credetemi, è successo davvero).. immaginate pure che ci sia tanto tanto vento e a pochi metri da dove i nostri attori si rivelano romanticamente, ci sia pure il mare in burrasca con le onde che sbattono sugli scogli e stormi di gabbiani che urlano la loro fame accompagnati dalla musica elettronica del lido dietro il muretto.
E’ giusto precisare al lettore che tutto ciò che ho elencato non è inquadrato dalla macchina da presa, quindi tutto ciò che sentiamo non è giustificato dall’inquadratura, che pur essendo molto larga, esclude tutte queste fonti di rumore, tenendosele alle spalle. Da quest’ultima precisazione, capite che il microfono non può essere vicino agli attori ma sarà abbastanza in alto per non entrare nell’inquadratura.
Solitamente allora si nasconde sotto gli indumenti di ogni attore un radiomicrofono.
F.: Ah, bene! la tecnologia ti da una mano! Tutto risolto allora?
C. : Non proprio… approfondiamo. Innanzitutto partiamo dal presupposto che il radiomicrofono è appunto nascosto, quindi per forza di cose sarà sotto a dei tessuti che a seconda delle proprie caratteristiche modificheranno la voce dei nostri attori, alterandola. Ogni tessuto porterà con sé del rumore, considerando che l’attore non sarà fermo come una statua ma avrà delle azioni da compiere, perciò oltre ad essere nascosto, il radiomicrofono dev’essere montato in modo tale che qualsiasi azione l’attore compia, risulti isolato e pulito, oltre ovviamente ad essere montato in sicurezza e cioè che non cada o si strappi nel caso in cui l’azione preveda una corsa, un salto, una lotta. Nel nostro caso gli attori sono piuttosto fermi quindi nessun problema, se non fosse che sono abbracciati. Questo vuol dire che i radiomicrofoni, sbattono uno contro il corpo dell’altro, consegnando un suono ovattato, telefonico (non dimenticate che c’è molto vento per cui sono montati anche in sicurezza dal vento) e rumoroso.
F:. Ottimo! Fortissimo questo lavoro. Se volessi quindi con una frase raccontare il tuo mestiere ed essere tanto convincente da fare proseliti tra le giovani ragazze e ragazzi che vogliono entrare nel mondo del CINEMA?
C.:Il mio lavoro consiste nel far si che chi vede il film senta il “TI AMO”, forte e chiaro, preciso e convincente, dritto in faccia tanto da commuoversi.
BIO
Cesare Seclì nasce a Campi Salentina (LE) il 07/05/1994.
Intraprende sin da bambino studi musicali, imparando a suonare il pianoforte, la chitarra e la batteria. E’ stato il percussionista di vari gruppi di musica popolare e gruppi punk/funk; si dedica al teatro come attore, ma soprattutto come tecnico audio/luci, inserendosi a pieno nel mondo dei live, lavorando in tournée per numerosi artisti.
Laureatosi in scienze della comunicazione, frequenta l’accademia cinematografica Gianmaria Volontè a Roma, diplomandosi come tecnico del suono cinematografico e diventando un Boom Operator.
Si inserisce quindi nel cinema, lavorando per numerosi film e serie TV italiane e americane, per piattaforme come Netflix, Prime Video, e cortometraggi tra cui “Inverno”, di Giulio Mastromauro, vincitore del David di Donatello nel 2020 e collaborando con noti registi come Gabriele Muccino e Pupi Avati.
È co fondatore del collettivo teatrale Cenerentola, con il quale realizza numerosi spettacoli in giro per l’Italia e porta avanti la propria passione musicale come cantautore, e collaborando come percussionista con l’artista Arto.
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI -sezione CINEMA – Articolo del 2 agosto 2022]
MARTA, la sicurezza raccontata ai bambini, la parola agli esperti
Cari lettori di DETTI E FUMETTI
siamo stati ospiti del CLUBHOUSE di Veronica BONANOMI, componente di spicco del TEAM MARTA ed insieme ad alcuni esperti di settore abbiamo parlato di MARTA
Ecco il podcast/video dell’incontro
Lo riteniamo molto interessante non perdetelo.
Hanno partecipato oltre alla nostra favolosa ospite Veronica Bonanomi
Esperti: ingg. Michele Rovida (Ambassador del TEAM MARTA), Andrea Trespidi e Francesco Marella.
[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI-SEZIONE FUMETTO -articolo del 14 luglio 2022]
Cari lettori di Detti e Fumetti, non potevo perdere un importante evento che si svolge al Mattatoio di Testaccio padiglione 9b: Spazio Griot. Ho intervistato per voi Johanne Affricot, curatrice e produttrice culturale indipendente romana, di discendenza haitiana e ghanese, fondatrice nel febbraio 2015 del magazine culturale “GRIOTmag” blog italiano estesasi poi in SPAZIO GRIOT, con il suo collettivo: Celine Angbeletchy (EHUA) e Eric Otieno Sumba, che sono alla continua ricerca di un linguaggio culturale internazionale e locale, che approda nella cultura africana e la sua diaspora, con le sue sfumature artistiche e sonore.
W: A che età hai capito che l’arte avrebbe fatto parte della tua vita?
J: Sai, non saprei dirti con esattezza quando ho capito a che età l’arte avrebbe fatto parte della mia vita. Credo che l’aver fatto discipline artistiche come danza moderna, quando ero bambina, così come teatro, da adolescente, con la grandissima Francesca Maria Romana Coluzzi (scomparsa purtroppo nel 2009), abbia contribuito a maturare il mio interesse verso l’estetica e il linguaggio artistico. Subito dopo la fine dei miei studi universitari, ho iniziato a lavorare per un’organizzazione non governativa; mi occupavo di responsabilità sociale di impresa e relazioni esterne. I progetti che gestivo, o che sviluppavo, erano tutti legati a forme di espressione creativa (cinema, moda, scrittura principalmente). Poi negli anni questa direzione ha assunto una linea più chiara, e in maniera del tutto naturale ho iniziato a lavorare per agenzie creative o associazioni culturali nelle quali, come responsabile di progetto, concepivo sia idee e contenuti, sia dirigevo o coordinavo i progetti. Da Nastro. Say Yes to It, al Teatro Parenti di Milano, al MIT in Town alla Fondazione Auditorium Parco della Musica a Triumphs and Laments, di William Kentrdge, al MAXXI. Tutte attività che ho amato, che si sono depositate nella mia identità, ma a cui mancava qualcosa.
W: Perché lo Spazio Griot?
J: SPAZIO GRIOT perché proprio partendo da varie esperienze lavorative, così come dalla mia esperienza di bambina, prima, donna poi, Nera, cresciuta con l’audiovisivo, la letteratura, la cultura italiana, insomma, non vedevo alcuna rappresentazione di me stessa che fosse reale e presente, nel senso letterale del termine; piuttosto, una narrazione falsata da pregiudizi, stereotipi, da assunzioni, da chiusura. Così, ricca di una forte visione, e di un discreto bagaglio, nel 2015 decido di fondare GRIOTmag. L’idea era ed è quella di colmare la pesante lacuna che c’è nel racconto delle soggettività marginalizzate ed escluse, utilizzando un approccio artistico multidisciplinare, appunto, perché l’arte, nelle sue varie declinazioni, è il linguaggio che sento mi appartenga, probabilmente da sempre. Il focus di GRIOTmag è sempre stato raccontare le comunità artistiche e culturali della diaspora africana e dell’Africa per dirla più semplicemente, delle persone Nere, razzializzate, comprendendo anche altri gruppi, anche se non è un’impresa semplice perché si tratta pur sempre di un progetto indipendente, e portare avanti più istanze culturali e sociali, per quanto siano fortemente interconnesse, è complesso; ma non mi spaventa, bisogna solo strutturarsi meglio e avere un dialogo costante con la comunità, le istituzioni, il settore privato.
W:con che spirito gli artisti afro-italiani affrontano la realtà culturale italiana?
J: È una domanda complessa perché ogni condizione è soggettiva. Bisogna sempre prendere in considerazione che non si parla di un blocco monolitico ma di individualità: come tu sei un individuo e le persone italiane bianche sono individui. Posso dirti, però, che la maggior parte della comunità artistica afro-italiana con cui mi sono relazionata condivide una esperienza comune di alienazione, che assume diverse forme, che deriva da tanti luoghi, cercando e creandosi allo stesso tempo il proprio posto, con tutti gli oneri del caso. Ma c’è anche tanta felicità.
W: Il cinema africano che impatto ha in Italia?
J: Non credo abbia un impatto vero e proprio, anche se sentenziare in questo modo rischia di essere deviante, non avendo dati alla mano. Se parliamo di mainstream, posso dirti però con certezza: zero.
E credo lo veda anche tu; se parliamo di undergound, ci sono stati dei blog che facevano un ottimo lavoro di racconto e archiviazione di cosa viene prodotto nel continente e nella diaspora. Ma sono sempre iniziative indipendenti, non supportate. Poi abbiamo i festival di cinema africano indipendenti: da Roma a Firenze a Verona a Milano, o altre iniziative culturali che al loro interno ospitano l’audiovisivo africano e diasporico africano.
W:Le performance musicali dei giovani quanto sono influenzate dal retaggio culturale africano?
J: Dipende cosa intendi. Se parliamo di musica pop, c’è una onda di giovani sempre più crescente e potente che, partendo dagli UK, dalla Francia, dal Portogallo fino ad arrivare in Italia, sta includendo e diffondendo tutte una serie di sonorità, come l’afrobeats per esempio (con la “S”, perché è diversa dell’aforbeat di FelaKuti, per citarti un nome gigante), che stanno ridefinendo la club culture contemporanea anche nel nostro paese. Se prima l’hip-hop e il rap americani la facevano da padrone, oggi questo genere dirompente ha fatto il suo ingresso, guadagnandosi non pochi apprezzamenti e onori. E mi sembra si sia seduto per restare del tempo.
W: Che ruolo ha il teatro in Africa e come si rapporta qui in Italia?
J: È sempre difficile perimetrare un genere artistico a un continente piuttosto che a singoli paesi. Posso dirti che in Nigeria, in Ghana, in Etiopia ci sono lunghe e antiche tradizioni orali performative, così come letterarie. La difficoltà, qui in Italia, in Europa e così via, sta nello spogliarsi di un approccio o sguardo occidentale a qualsiasi forma artistica che viene dall’Africa—in questo caso. Sicuramente ci sono similitudini, ma anche tante diversità, quindi il gioco che ci farà vincere tutt* sta nel rilassare il nostro giudizio e senso estetico, e farci attraversare da ciò che presenta codici nuovi o molteplici. Poi possono piacere o non piacere, è legittimo, ma questa è un’altra storia. Liliana Mele e Ilenia Caleo il 5 luglio nello spazio esterno tra il padiglione 9a e il padiglione 9b del Mattatoio parleranno proprio di questo, nell’incontro Archivi dispersi e resistenze. Il teatro etiope prima, durante e dopo l’impero di HailéSelassié. Mele, che è italo-etiope ha sviluppato la sua tesi di laurea magistrale proprio su questo, e invito tutt* le/i lettor* di Detti e Fumetti a partecipare a questo incontro culturalmente arricchente e rilevante.
W:Cosa consiglieresti ad una giovane afro-italiana che ha deciso di intraprendere il duro cammino dell’arte?
J: Le consiglierei di ascoltarsi, di trovare o fare comunità; di connettersi con chi ha intrapreso questo percorso da tempo. Questo le consiglierei.
W:Qual è il tuo sogno nel cassetto?
J: Ne ho tanti, sai? Al momento, parlando di sogni concreti, vorrei avere un nostro spazio fisico dove poter sperimentare, esplorare e discutere. Vorrei che SPAZIO GRIOT diventasse un tempo lungo più strutturato, vorrei che fosse sostenuto e non fosse trattato come un trend o un’anomalia del sistema.
W: bene Johanne ti ringrazio anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti.
J: Grazie per lo Spazio, Willy. A Presto.
Cari amici, vi ricordo le date di Spazio Griot in essere al Mattatoio padiglione 9b dal 30 luglio al 4 settembre 2022.
Di seguito il link su cui cliccare per avere tutte informazioni
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