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Il Ritratto fotografico-intervista a Stefano Massini

Amici di Detti e Fumetti oggi vi parliamo di ritratto in ambito fotografico.

osvy fotografo

Siamo andati ad intervistare Stefano Massini, componente dell’Associazione di Fotografi FEST (dal tedesco “impostare”, organizzare e declinare l’arte fotografica) artefici di una  originale iniziativa volta a portare il ritratto fotografico professionale nelle case di ognuno di noi. Il logo di FEST rappresenta il ring, una speciale lampada per la fotografia che elimina l’ombra sul volto del soggetto da fotografare.

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Ma riprenderemo più avanti questo argomento.

Era da qualche anno che non intervistavamo un fotografo. Volevamo indagare quella terra di confine che sta tra il Mestiere e l’Arte.

Oggi come mai prima d’ora la fotografia si è dimostrata essere il medium più alla portata di tutti coloro che sentono il bisogno di esprimere la propria creatività; oggi come mai prima d’ora i social se ne sono accorti e stanno cavalcando l’onda. Infatti, numeri alla mano, la fotografia si sta dimostrando il più diretto ed efficace medium per condividere i propri stati d’animo, il proprio estro, la propria individualità; d’altronde non c’è nulla di più immediato per trasmettere una sensazione di una immagine.

A Stefano abbiamo chiesto di raccontarci cosa rappresenta oggi la fotografia.

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F.: il digitale e l’analogico nel tuo lavoro; pregi e difetti secondo te.

S.:Pregi: La fotografia digitale è più comoda, ti permette di fare quanti scatti vuoi, senza un limite; hai subito un’anteprima dello scatto; in fase di post produzione puoi recuperare le zone troppo in ombra o quelle bruciate e puoi stravolgere completamente i colori.

Nella fotografia a pellicola tutte queste cose non le possiamo fare, ma proprio per questo, ti permette di imparare veramente l’arte fotografica.

Con il rullino hai pochi scatti. Questo potrebbe essere visto come un limite ma in realtà avendo pochi scatti, non puoi permetterti il lusso di  sbagliare. Per questo motivo prima di scattare pensi alla foto che stai facendo, studiando la luce, la composizione etc.. affinché risulti al meglio.

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Le foto scattate con rullino hanno un look imperfetto che le rendono affascinanti e poi per vedere le foto devi per forza stamparle, e la stampa sta andando a perdersi con il digitale. È un’emozione unica vedere le proprio foto stampate e poterle toccare con mano!

Difetti: l’analogico ha un costo molto più elevato rispetto al digitale (costo rullino e sviluppo)

il digitale proprio perché alla portata di tutti, per la sua facilità di utilizzo, ha prodotto negli anni,  moltissima “cyber spazzatura”.

F.: cosa è per te la scuola, la tecnica e quanto ne tieni conto nel tuo lavoro. Quando è  che invece bisogna dimenticarsene.

S.: Nel mio percorso di apprendimento (che parte da autodidatta) ho avuto la fortuna di conoscere molti amici, tra cui fotografi affermati, che sono stati la mia scuola, grazie a loro ho imparato facendo, ho affinato la tecnica nel tempo, partecipando a numerosi eventi.

Ritengo comunque la scuola fondamentale, lo studio è alla base di tutte le discipline.

Quello che la scuola non può insegnarti è fotografare con il cuore,  rendere eterna un’emozione senza pensare a troppi tecnicismi.

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F.: cosa è per te la post produzione. C’è sempre stata nel mondo della fotografia ma con l’avvento del digitale che ruolo ha?

S.:La post produzione è sempre stata presente già ai tempi della camera oscura ma con l’avvento del digitale è diventata un mezzo fondamentale, uno strumento per rendere la propria fotografia più potente e per risolvere problemi se e quando si dovessero presentare. Naturalmente proprio perché potente, andrebbe dosata con attenzione, perché cominciare ad elaborare una fotografia ed arrivare ad un risultato finale grafico ed artefatto, è un attimo.

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F.: quanto sono importanti i gruppi di fotografia, quanto è importante fare mostre, avere un ritorno dal pubblico.

S.: Personalmente ho sempre vissuto la fotografia come un momento molto personale e solitario, una valvola di sfogo o un rifugio sicuro dallo stress e dai problemi della vita ma nel tempo, poco alla volta, ho cominciato a vivere la mia passione anche con amici ed ho scoperto quanto possa essere importante la condivisione; il confronto è motivo di grande crescita professionale ed umana. Le mostre sono un sicuro punto di incontro che avvicinano appassionati e non, una vetrina meno veloce dei social ma sicuramente più concreta e quando si crea interesse verso la propria fotografia, la cosa può solo che generare grande soddisfazione, è il carburante che ti fa andare avanti.

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F.: cosa apprezzano di piu’ gli altri delle tue opere.

S.: Da quello che mi dicono, quando ricevo commenti sulle mie foto, è il riuscire a fare fotografie non banali e tecnicamente valide. Per me, già il fatto di riuscire a catturare l’attenzione di qualcuno, attraverso i miei lavori, significa che sto andando nella giusta direzione ma c’è veramente ancora tanto da fare e da imparare, la fotografia è bella per questo…è infinita.

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F.: quali sono i tuoi soggetti preferiti. e perché .

S.:Il genere che più mi appartiene e rappresenta è il ritratto, soprattutto femminile ed in questi anni ho fotografato decine di modelle nazionali ed internazionali.

Mi ispiro a  fotografi di livello superiore al mio e che fanno le foto ESATTAMENTE come piacerebbe farle a me, con la stessa filosofia, tecnica, approccio.

Quindi il ritratto è il genere che più mi emoziona, indipendentemente dalle belle modelle ritratte di cui internet è piena.

 Altro genere che apprezzo molto è la street photography, che pratico di rado ma nei miei momenti di pausa tra un set ed un altro in studio.

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F.: progetti in corso?

S.:A brevissimo inizierà una mia collaborazione con un noto fotografo ritrattista internazionale.

Mentre a lungo termine mi piacerebbe poter organizzare un bel viaggio fotografico, stile reportage, in un posto lontano tipo Birmania.

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F.: che consigli daresti ad un amico che si avvicina oggi al mondo della fotografia

S.: Studia molto, scatta solo le cose che ti interessano, usa prima di tutto la testa e solo dopo la macchina fotografica e poi devi essere tenace e non sentirti mai bravo ma sii umile e pensa  che avrai sempre da imparare.

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F.: Grazie Stefano e alla prossima

S.: Ciao a tutti a presto

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Fotografia – articolo del 6 novembre 2018]

Intervista a Laura Allevato – La moda nella società attuale

Noi di Detti e Fumetti siamo da sempre curiosi di capire tutte le declinazioni dell’Arte. Quello della Moda era un settore rimasto  fino ad oggi inesplorato. Desideriamo colmare questa lacuna.

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Per farlo abbiamo intervistato la nostra amica Laura Allevato.

F.:Cosa è la moda calata nella società odierna?

L.: Cerco di risponderti raccontandoti un fenomeno che sta spopolando in questo periodo e la sta’ facendo da padrone nel settore. Oggigiorno la Moda e’ sempre più alla ricerca di quegli stereotipi che l’acquirente possa riconoscere facilmente come “status symbol” ed il mondo da cui sta’ attingendo a “man bassa”  sempre piu’ e’ quello della musica, in particolare dal mondo dell musica RAP/TRAP.

Personaggi come Kanye West o  Rihanna ad esempio,   oltre ad aver creato dei loro brand e collaborato con case di moda streetwear (Nike, Puma, Adidas, per dirne tre tra le principali), stanno portando avanti (soprattutto sui social) il loro clash di capi sportivi e pezzi unici di brand di alta moda (es: Gucci o Versace ).

I marchi che dominano queste nuove tendenze sono ad esempio: OFF- WHITE, SUPREME, ACOLDWALL.

Io personalmente resto fedele – malgrado debba seguire le leggi del mercato – alla progettazione, che parte da un’idea:  pura, non contaminata, non contestualizzata; il marchio guida resta sempre per me quello di  COMME DES GARCONS.

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F.: Ai nostri lettori,  della persona che intervistiamo, interessa da sempre capire quale sia stato il passaggio che lo ha portato dall’essere un appassionato di una tal arte  al divenire un professionista del settore.

L.: Sinceramente non ricordo bene quale sia stato il momento esatto in cui ho deciso che da grande “volevo fare la stilista”,  ricordo solo che gia’ durante il liceo, amavo disegnare e la moda era entrata nella mia vita. Seguivo il movimento “dark” hai presente…

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Quindi a pensarci bene è stato grazie alla musica, attraverso il modo di vestire dei suoi protagonisti, che tutto è iniziato. La musica ha ispirato da sempre le mie creazioni; con esse ho pensato che  avrei potuto comunicare agli altri quello che era il mio stato d’animo. Per questo motivo ho lasciato la facoltà di architettura per entrare in Accademia di Moda e Costume; da quel momento tutto è iniziato a scorrere in modo molto naturale.

 

F.: Hai preceduto la domanda successiva. Abbiamo dedicato molti articoli al “da grande farò l’artista” illustrando quali sono le scuole giuste da frequentare per raggiungere una preparazione di buon livello. Quali secondo te sono le migliori nella capitale e quelle nelle principali città di Italia?

L.: Io ho frequentato l’Accademia di Moda e Costume,dove sono felice di aver ricevuto una formazione culturale sopra la media rispetto a tutte le altre scuole di moda del momento e di aver studiato approfonditamente anche il costume (non a caso il direttore creativo di Gucci, Alessandro De Michele, che ha frequentato la mia stessa scuola, dimostra in modo eccellente quanto la storia del costume sia fondamentale per la nostra professione).

Oggigiorno si ha più’ scelta in Italia;  sono nate diverse buone scuole di Moda (lo IED a Roma e Milano; il Polimoda a Firenze, la Marangoni a Milano).

F.: Usciamo un po’ fuori dagli schemi: Se tu avessi la bacchetta magica quali dovrebbero essere le principali azioni da  intraprendere per valorizzare il Mondo della Moda che, come si legge dai giornali economici è quello con segno + al pari del Food & Beverage e del Turismo?

L.:  Sarebbe bello non perdessimo il contatto con le ns origini  e che queste ultime venissero tutelate dai Beni Culturali ,  intendo dire che mi piange il cuore ogni volta che marchi storici italiani (Versace,Valentino,Gucci,ecc) diventano di proprieta’ di famose holding del lusso straniere (Kering,LVMH,).

F.: Per concludere raccontaci a cosa stai lavorando ora è quali sono i tuoi progetti futuri prossimi.

L.: Al momento collaboro con la Diesel per cui già avevo lavorato anni fa in qualità di Senior Knitwear Style & Product Manager.  Sto lavorando  per il loro brand Diesel Black Gold,che sfila a Milano.

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collaboro anche con altre aziende in giro per il mondo (soprattutto Cina/Hong Kong)

e fondamentalmente mi occupo dello sviluppo creativo e tecnico della categoria maglieria.

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Ho infatti preferito nel tempo specializzarmi su una merceologia specifica al pari dei   designer che seguono il denim.

E’ un ambito estremamente tecnico, e lo preferisco a quello di chi preferisce fare il tuttologo, come la maggior parte dei miei colleghi.

Tra i progetti che tenevo nel cassetto uno l’ho realizzato gia’ 2 anni fa’,in collaborazione con l’Accademia ,progettando un master di maglieria”Creative Knitwear Design”,oggi portato avanti dall’Accademia e da Modateca. Ne devo realizzare ancora altri di sogni nel cassetto ma  lasciamo che sia il tempo a svelarli!

F.: Allora dobbiamo risentirci presto. Al prossimo sogno realizzato. Ciao Laura

L.: Ciao a tutti i lettori di DETTI E FUMETTI.

[Filippo Novelli  per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE & MODA – articolo del 29 Ottobre 2018]

 

Intervista a Fabio D’Andrea – La storia di Roma e Trastevere nel libro “Uno de Nojantri”

Ciao amici oggi vogliamo parlarvi della città  in cui la maggior parte dei nostri redattori è nata: Roma.

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Per farlo siamo andati ad intervistare una nostro amico: Fabio D’Andrea che ha scritto un libro sulla Capitale, quasi un inno al suo Rione più rappresentativo: Trastevere; il testo è così coinvolgente che vieni magicamente trasportato nei luoghi della tua infanzia dove puoi risentire gli odori ed i sapori antichi che oggi la generazione del fast food non può immaginare nemmeno lontanamente.

Ma non solo: Fabio ha eseguito un sapiente lavoro di catalogazione di tradizioni e luoghi perduti che esalta la magnificenza della nostra Città’ Eterna, rendendo “Uno de Nojantri” un libro da custodire nella propria biblioteca per poterlo pescare e rileggere all’uopo, quasi fosse “er dizionario de Roma“.

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Ma sentiamo dalla sua voce come è nata l’idea di scrivere un libro del genere.

Fa: Nascere e vivere Trastevere è già stato per me un privilegio, figuriamoci avere in casa un nonno Trasteverino DOC che alla sera invece della solita favoletta ti racconta le marachelle e le combriccole di quando era regazzino, i fattacci dei vicoletti, le storie di vita che hanno caratterizzato la Roma dagli anni 50 ai 70… Ecco raccontare la rocambolesca vita di mio nonno è diventato lo spunto per narrare le vicende delle famiglie del Rione Trastevere, dove tutto era più a misura d’uomo, dove le famiglie si aiutavano veramente e la povertà non era una barriera insormontabile ma un valore aggiunto che univa e avvicinava le persone per la vita… il tutto naturalmente condito da un romanesco moderno, facile da capire perché largamente usato nel quotidiano ma che ti riporta indietro nel tempo, e spero faccia provare e riassaporare sensazioni ed emozioni particolari in chi legge.

F.: È stato il tuo primo libro di successo. Cosa avevi scritto prima e cosa pensi pensi di scrivere dopo. Il successivo libro dopo un grande successo mette sempre un.po di timore. Tu ne hai?

Fa: Sì è stato il mio primo libro pubblicato veramente. In precedenza ho scritto un romanzo “fantasy” durante gli anni del liceo, ma è rimasto un sogno nel cassetto e attende nuova fortuna. Qualche anno fa ho realizzato un paio di articoli di carattere scientifico per “addetti ai lavori”, anche se per un decennio ho tenuto la redazione mensile del giornalino scout del quartiere. Ora c’è un pò di apprensione perché  dopo un lungo lavoro, durato quasi sette anni, mi trovo a correggere le nuove bozze in molto meno tempo. La seconda parte della storia è quasi pronta e si potrebbe stamparla in solo un biennio di lavoro… Il timore c’è, perché  sarà difficile produrre un testo all’altezza del primo… come direbbero a Trastevere: “Bbona la prima!”…

F.: Uno de Nojantri parla di una storia vera, oppure hai inserito degli elementi romanzati?

Fa: Le storie narrate sono tutte autentiche e vissute in prima persona da mio nonno Ettore se non come attore principale sicuramente come comprimario. Da parte mia procedere secondo un ordine temporale, devo confessare, è stato molto faticoso, poichè tutti i racconti sono stati registrati e narrati in prima persona dalla viva voce di mio nonno; è per questo che la scelta narrativa lo coinvolge in prima persona…

Ho adottato l’escamotage di far raccontare le storie in prima persona perché in questo modo sembra quasi di ascoltare una persona che ti è seduta al tuo fianco.

 

F.: E’ vero! ogni pagina è una nuova scoperta, come il disvelarsi di un segreto di cui si viene messi al corrente e, per certi versi, è proprio questo il messaggio più bello: sono le storie dei nostri nonni che non devono andare perse….

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Le immagini di famiglia che si frammezzano al racconto ti fanno entrare in confidenza con le storie raccontate, catapultandotici dentro; è a quel punto che scatta l’emozione…

F.: Il nostro blog vuole da sempre far scoprire ai nostri lettori quale sia stato il passaggio che ti ha fatto diventare da appassionato di letteratura a scrittore professionista. Raccontaci come è accaduto per il tuo caso e se ne hai lascia qualche consiglio a uno che vorrebbe intraprendere la carriera di scrittore.

 Fa: Francamente non c’è stato un momento di passaggio vero e proprio.

Leggere è sicuramente la mia passione principale e leggendo ti viene naturale cominciare a scrivere: piccoli brani, poesie, testi di canzoni, racconti. Dare una continuità a tutto questo tanto da portarti a pubblicare un testo non si è dimostrata una impresa facile; sono qui alla mia prima esperienza;

Se posso dare un consiglio direi che la cosa più importante è quella di non arrendersi. Fondamentale è trovare l’idea giusta, quella che alla fine rende tutto più facile e che, una volta realizzata, rende tutta la fatica fatta non solo sopportabile ma estremamente gratificante!

Da qui a raggiungere il grande successo la strada è ancora molto lunga, ma è sempre dalle piccole cose che può nascere un buon inizio e per questo posso dire di essere sulla buona strada…

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F.: Direi che siamo molto soddisfatti di quanto ci hai narrato. Grazie per averci raccontato Roma ed in particolare la “Trastevere de ‘na vorta“.. Ti aspettiamo con il tuo prossimo lavoro. In bocca alla …lupa.

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI- sezione Letteratura – articolo del 24 ottobre 2018]

Raccolta Aforismi

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Facciamo tutto: Recensioni, interviste, libri … ma soprattutto ci piace recitare aforismi. Qui ve ne lasciamo alcuni che abbiamo diffuso sui social ultimamente.

 

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Da Giga a Mega, il nostro compito sarà recuperare la capacità del racconto: troveremo nuove stalle dove sederci in cerchio e raccontare storie. Perché i Giga, da soli, saranno il segno della bulimia dell’istante, del “qui ed ora”, di un eterno presente che non produce storie e non sedimenta memoria. Dovremmo ricondurli a dei Mega dicibili, raccontabili. (Ilda Curti)

 

 

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La creatività è contagiosa, trasmettila. (Albert Einstein)

 

 

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La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte.
(Omar Khayyam)

 

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Nella vita ognuno sceglie le sue priorità: per me sono sempre state la libertà e la bellezza.
Non ho investito nella carriera o nel mattone, ma nella cultura e nello spirito, ricchezze che nessuna crisi potrai mai levarmi. (A.Ercolani)

 

 

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Penso che forse non mi leggi più. Ma ora
tu sai tutto di me, della mia prigionia e del mio dopo; ora sai che non può nascere l’aquila
dal topo. (E. Montale)

 

 

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«La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui». (E.Montale)

 

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[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Fumetto – articolo del 20 giugno 2018]

DA GRANDE FARO’ LA SCULTRICE

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Una matita, un quaderno a quadretti e tanta passione; così è iniziato tutto; tornavo a casa dopo la scuola, prendevo dal cassetto del mobile della sala un vecchio quaderno  e cominciavo a riempire di disegni le pagine rimaste vuote dall’anno scolastico precedente.

 

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Avevo circa 7 o 8 anni quando in un pomeriggio d’estate mi capitò fra le mani un piccolo diario di mia madre, lo aprii e mi soffermai su un disegno di una contadinella realizzato da lei. Era davvero bellissimo e colorato, e ricordo bene che in quel momento pensai dentro di me “anche io da grande vorrei disegnare così bene!”.

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Inutile dire che da quel giorno non ho più smesso di esercitarmi nel disegno;  i soggetti che amavo di più ritrarre erano i cavalli, la mia seconda grande passione.

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Di lì a poco a scuola cominciai ad approfondire gli studi d’arte ed iniziai ad usare l’argilla, un materiale naturale, morbido e grigio. Indovinate la prima scultura che realizzai? Un cavallo. Ne conservo ancora le foto!

Mi piaceva talmente tanto riuscire a modellare con quel materiale così freddo e scuro tutto ciò che mi passava per la mente che ben presto ai miei genitori dissi “io nella vita…. non posso fare altro che la scultrice!!!”La scultura ha di bello il fatto che hai davanti a te un oggetto tridimensionale che puoi vedere, puoi toccare e puoi godere da ogni lato; la scultura è un modo di essere, è una scelta di vita.

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Chi sceglie di dare “vita” ad un materiale grezzo e freddo, che sia argilla o marmo, è una persona che sceglie di cambiare il destino delle cose, di guardarle con altri occhi, un po’ come quando con gli occhi al cielo guardiamo le nuvole ed in esse riusciamo ad immaginare uccelli, guerrieri, volti, ecco… fare scultura è come immaginare un cielo pieno di personaggi dove le altre persone vedono solo un cielo pieno di nuvole!

 

I miei riferimenti

Quando arrivò il momento della scelta della scuola superiore era scontato che io volessi iscrivermi all’Istituto d’arte; ero desiderosa di conoscere l’arte in tutte le sue forme, di studiare la vita dei più grandi maestri e venire a conoscenza delle loro tecniche artistiche.

A scuola mi sono divertita tantissimo nello sperimentare  tutte le tecniche che ci venivano insegnate, dalla pittura alla scultura; al termine dell’anno scolastico eravamo soliti realizzare degli spettacoli, creando oggetti e pitture di “scena” sempre diversi.

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Terminati gli studi superiori scelsi l’Accademia di Belle Arti, e tra una scultura e l’altra  passavo le ore nella biblioteca del quartiere a sfogliare i libri sui grandi maestri dell’arte; studiai soprattutto le vaste collezioni dei disegni anatomici di Leonardo e delle sculture di Michelangelo.

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Tutt’ora sto terminando gli studi per poter esercitare l’insegnamento dell’arte nelle scuola; mi piacerebbe poter essere come gli insegnanti che ho avuto, pieni di passione per il proprio lavoro e con grandi capacità per poter trasmettere ai miei futuri allievi la stessa passione per il mio lavoro che loro hanno trasmesso a me. La scultura nasce dallo studio del corpo, dalle tecniche, dalle forme, ma soprattutto dalla creatività dello scultore che deve essere conservata con cura e anche con un po’ di “gelosia” perché non vi è cosa più bella che riuscire a difendere giorno dopo giorno  la propria immaginazione!

Le scuola che mi hanno consigliato

Terminata la scuola media i miei insegnanti mi consigliarono di iscrivermi al liceo scientifico perché ero abbastanza brava a scuola. Mi piacevano tutte le materie, così avrei potuto avere una preparazione completa per poter scegliere successivamente qualsiasi università; ma io la pensavo diversamente, io volevo fare l’artista! Come si fa a credere ad una bambina di 13 anni anche se aveva le idee così chiare? Come si fa a recarsi all’istituto d’arte che dista ben 60 km da casa, cioè ad un’ora di autobus? E’ facile comprendere il perché inizialmente i miei genitori non se la sentirono di assecondarmi. Fu così che frequentai per un anno il liceo scientifico, svogliatamente tanto che  raggiunsi appena la sufficienza in tutte le materie …tranne che nella storia dell’arte e nel disegno dove presi ovviamente dieci. Fu per questo motivo che i miei si convinsero a farmi cambiare scuola. Fui felicissima!

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Il primo giorno di scuola fu così emozionante che lo ricordo ancora. Ricordo che c’era un ragazzo con una maschera veneziana davanti al portone dell’Istituto d’Arte che salutava ogni studente che arrivava.  La mia esperienza scolastica la rifarei un milione di volte ancora, perché l’arte ti fa guardare tutto con occhi diversi e ti fa amare davvero quello che fai trasportato dalla passione.

I mestieri che si possono fare…

Avendo frequentato una scuola bellissima, ricca di stimoli e soprattutto una scuola “professionale” ovvero una scuola che ti prepara ad una “professione”, avevo acquisito tutti i mezzi e le competenze per fare qualcosa di mio anche a casa. Già durante le scuole superiori ebbi modo di “lavorare” facendo ritratti per amici e parenti su commissione.

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Appena terminata la scuola feci diversi lavori di decorazione come ad esempio  i trompe l’oeil,  che sono delle decorazioni di pareti di case. A scuola ho acquisito anche una notevole manualità tanto che oggi fabbrico oggetti come orologi ornamentali, vasi, eccetera. Pensate a casa chiamano me se c’è da cambiare una sega a nastro.

L’arte è in fondo il mestiere del cuore. Ogni giorno mi domando di cosa c’è bisogno? cosa mi piacerebbe vedere attorno a me? E’ questo lo stato d’animo con cui mi predispongo a creare. Le professioni possibili con un diploma o una laurea artistica sono innumerevoli.

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Vi faccio un elenco di getto: lo scenografo teatrale, cioè la persona che disegna ed allestisce le quinte degli spettacoli che si fanno a teatro; l’insegnante di arte nelle scuole primarie e secondarie; il critico d’arte, la guida nei musei e tanti tanti altri mestieri.

Ciao da Petra!

[Erika Lavosi per DETTI E FUMETTI – sezione arte- articolo del 21 novembre 2017]

MONET a ROMA-la recensione di DETTI E FUMETTI

Visitare la mostra di Monet a Roma è una occasione da non perdere per chi è amante dell’impressionismo ma c’è un MA grande così.

Se andrete alla mostra per godervi il Monet impressionista, vedere le sue opere celebri,

 

allora avrete preso una grossa cantonata ed uscirete dalla mostra fortemente delusi; vi ronzerà nella testa la classica frase: “Pochi quadri; i più famosi non c’erano; la mostra è troppo breve”. Quindi se siete questo tipo di visitatori  risparmiatevi i soldi del biglietto per la prossima mostra.

Se invece la vostra aspettativa si concentrerà sulla voglia di trovare un Monet Rivoluzionario e d’Avanguardia dei movimenti pittorici  che lo seguiranno, allora questa mostra è una pietra miliare che un appassionato di pittura non può assolutamente perdere nella sua vita.

Ci sarebbe molto da scrivere ma oggi ci soffermeremo solo su tre punti.

-il quadro delle rose

-il roseto

-il lago con le ninfee

Prima pero’ apriamo una parentesi su un aspetto della mostra, quello che ci da modo di  capire come iniziò la carriera artistica del pittore francese e da dove scaturì la scintilla rivoluzionaria che ha fatto di Monet un genio ed un esempio della pittura moderna.

Monet fin da giovanissimo era un appassionato di caricature; potremmo quasi dire che faceva fumetti ante litteram. Non faceva che caricaturizzare tutto ciò che incontrava, dapprima i suoi familiari poi i personaggi di moda dell’epoca e rivendeva le caricature ai giornali per vivere.

Ed ancora: la mostra ci racconta che la sua fissazione per il desiderio di dipingere la luce iniziò con un rifiuto.

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Il quadro che ora è uno dei suoi capolavori gli venne rispedito al mittente perché ritenuto “brutto”; da questo quadro inizio’ la voglia di rivalsa del pittore; il palesarsi della sua forza. Conservò il quadro gelosamente con sé per tutta la vita. Non volle rivenderlo mai più . Gli fu da esempio e lezione, punto di partenza per intraprendere la sua arte da pittore rivoluzionario.

il quadro delle rose

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In questo quadro l’importante non è il soggetto, seppur evocativo perché ritrae la pianta simbolo di rinascita e i fiori caduci simbolo nel contempo dell’effimero; in questo quadro l’importante è “la dimensione” mai nessuno prima di Monet aveva osato dipingere su queste dimensioni,

che fino ad allora erano riservate a scene di rappresentanza, storiche evocative. In questa scelta MONET è stato rivoluzionario e ha segnato la strada per gli altri pittori che lo hanno seguito.

il roseto

Monet  progettò il suo giardino accuratamente per poterlo dipingere al meglio e cogliere la luce in tutte le fasi delle stagioni e del giorno.  Come vedremo più avanti a Monet non è mai interessato realmente al soggetto; a lui interessa come lo attraversa e/o riflette la luce.

Ecco perché un soggetto lo ripete tante e tante volte. Nella mostra si può notare quando nell’ennesima ripetizione Monet si sia spinto oltre la pittura impressionista divenendo pittore di avanguardia.

 

Le linee di luce si sono intrecciate alle ombre e la pittura è sfociata nell’overall  compiendo un  salto nel tempo che solo con Pollock avremmo potuto apprezzare.

Il lago delle ninfee

Iniziamo con un aneddoto. Monet  amava moltissimo coltivare piante e fiori a tal punto che  fece ingrandire il suo giardino per far inserire un lago artificiale dove far crescere le sue famose ninfee. Trascorsero  15 anni prima che ne poté dipingere una.  Durante i lavori di ristrutturazione si trasferì a Londra.

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Quindi possiamo dire sicuramente che fu grazie al problema delle ninfee se oggi possiamo godere dei quadri londinesi di Monet.

Tornando alle ninfee e alla ripetizione quasi alla noia dello stesso soggetto per decine e decine di quadri, anche in questo caso dobbiamo soffermarci sulle vere intenzioni dell’autore.

Il suo scopo primario non  era quello di dipingere le ninfee, bensì di usare il lago come specchio sulla realtà e dipingere la luce e le atmosfere che esso rifletteva. Le ninfee divenivano così prettamente un gioco di vedo non vedo per scorgere il mondo che era oltre 

[Filippo Novelli del DETTI E FUMETTI – sez. ARTE – articolo del 21 dicembre 2017]

 

 

 

UN VIAGGIO ESPERIENZIALE- LA SERRADA DI DEPERO

Questa estate ho voluto fare una vacanza esperienziale a scopo culturale che conciliasse le esigenze della mia famiglia di trascorrere le vacanze estive al fresco andando in montagna .

Sono andato a Serrada, in trentino, per immergermi dentro l’opera di Fortunato Depero.

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Il pittore, infatti, dopo una vita trascorsa tra i fasti ed i successi di Roma e New York ,si ritirò in questo paesino,  vicino a Folgaria,  per  trovare la serenità e la tranquillità che solo la natura riusciva a trasmettergli.

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Lui stesso in una lettera descrive questi luoghi

«Serrada offre un paesaggio eternamente mutevole. In estate è un pianoro, una verde conca riposante circondata da altere groppe di monti, da scalinate di roccia discendenti, a volte dolci e altre a precipizio. Dentro legioni di abeti e tra plotoni di pini e larici, in vedetta, giace il paesello: campanile a testa di cipolla e naso appuntito all’insù. La chiesa aspetta a bocca aperta i fedeli e il cimitero tace e origlia quadrato e rassegnato con le croci a braccia distese. In autunno i prati, i campi e i boschi si popolano di aratri, di falci, di accette e di mucche al giogo. La terra si rivolta nera e appare punteggiata di tuberi benefici, simili a biondi ciottoli. Il ritmo secco del taglialegna si ripercuote nel bosco. I larici ingialliscono, i faggi arrossano e i cespugli radenti si insanguinano. Merli e tordi sfrecciano, il fringuello svetta e l’allodola ferma nell’azzurro canta la luce che l’abbaglia. Serrada d’inverno offre un paesaggio polare. Dal bianco lenzuolo sorgono scheletri di vetro e mani multiple di fantasmi. Ogni osso e ogni dito hanno il proprio lembo di candore. Il vento nordico arriva galoppante con in groppa il sole dagli occhi di fosforo, con criniere d’oro e bardature d’argento. Nitrisce accecando. L’ampia distesa è uno specchio e il cielo e le case capovolte vi si riflettono turchine. Lo sciatore affascina: distende le braccia per impugnare le ali al vento. Con le lame degli sci ai piedi taglia lo spazio con rasoiate parallele. Il suo binario aereo, diritto, curvilineo e a zig zag è perfetto. Il bolide umano scende fra stupendi pennacchi di neve, fra soffi di polvere luminosa, reggendo i volantini equilibratori. Scende un angelo del firmamento sicuro nello spazio e nella luce che lo aureola, raggiante in questo autentico prisma di poesia» (cit. da Fortunato Depero nelle opere e nella vita,1940).

E’ stato molto interessante percorrere la cittadina ed ammirare le  opere del maestro; ogni estate la comunità di Serrada si veste a festa ed organizza manifestazioni a tema, laboratori di pittura per bambini e incontri di approfondimento.

In ogni locale, hotel, punto di informazioni ti viene data una guida grazie alla quale si possono meglio comprendere le opere sparse per la cittadina.

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Depero lo conosciamo come pittore. In realtà lui si definì  fin dal principio scultore. Ce ne accorgiamo da come tratta il concetto di tridimensionalità nei suoi dipinti.

Pochi sanno che la sua esperienza artistica iniziò con un rifiuto. Non fu infatti accettato alla Accademia delle Belle Arti di Vienna.

Questo episodio fece di lui un rivoluzionario, il capostipite della “seconda fase del futurismo” che si fonda sull’ arte totale capace di sopravanzare l’ arte museale e da esposizione in voga fino a quel momento ( anche per lo stesso futurismo della cosiddetta prima fase )

Con Depero (cosi’ come con Balla) l’arte entra nella quotidianità della gente, grazie alla pubblicità, all’arredamento, agli allestimenti teatrali, alla moda, all’architettura, all’editoria e così via.

A poche curve da Serrada (da fare con cura anche in estate) c’è  Rovereto dove Depero fonda la CASA FUTURISTA e dove potrete trovare la testimonianza tangibile di quanto sopra detto in fatto di DESIGN. Insomma un viaggio esperienziale totalizzante, ne è valsa la pena ( intendo per le curve :-))

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione ARTE – articolo del 20 dicembre 2017]

DA GRANDE FARO’ L’ARTISTA- IL LIBRO

 

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Da grande farò l’artista da il titolo ad un libro in cui Osvy ed i suoi amici di  DETTIEFUMETTI  raccontano la loro passione artistica ed il modo per trasformarla in una vera e propria professione.

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Impara l’arte e mettila da parte non è più un “detto” da seguire, fidatevi noi ce ne intendiamo. In una società dove è previsto che la maggior parte delle professioni tradizionali spariranno a causa della rapida evoluzione tecnologica da qui ai prossimi dieci-venti anni, la professione dell’artista sarà una delle poche che non solo sopravviverà ma diverrà fulcro della nuova società che vedrà protagonista l’industria dell’intrattenimento.

potete acquistare il libro su AMAZON

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[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI- sezione arte- articolo del 21 novembre 2017]

Arf 2016 – edizione II -Oltre l’autoproduzione del fumetto – la soluzione definitiva.

E’ un sabato mattina, il sole splende su Roma; il traffico capitolino ci ha dato una tregua e così in men che non si dica riusciamo a raggiungere la Pelanda, nuova sede dell’ARF, il FESTIVAL DI STORIE, SEGNI & DISEGNI alla sua seconda edizione.

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(ARFIO e l’autoproduzione di Filippo Novelli)

 

Mentre la stampa accreditata inizia già a scrivere epici pezzi sulla nuova Woodstock del fumetto, noi siamo seduti in sala per assistere alla conferenza “Quando l’editore non c’è; L’indie italiano da ieri a domani.

Ospiti :Stefano S3Keno Piccoli, Ratigher, Samuel Daveti, Alessandro Martoz Martorelli (LabA4- Crisma) e Marco Tavarnesi (Inuit).

A moderare l’incontro: Riccardo Corbò.

Da quando ho iniziato ad occuparmi di fumetti, vi confesso, questo è stato il mio argomento preferito. E presto capirete perché.

Inizia a parlare Piccoli ripercorrendo la sua esperienza sull’ autoproduzione degli anni ’90, dell’epoca d’oro, quella, per intenderci, quando alle fiere modello ARF si vendevano 5000 copie in 3 giorni . Era un’altra epoca ci ricorda.

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Piccoli ci racconta come a quei tempi  si usciva con il “grezzo sul grezzo”, cosa che oggi non è più possibile se non altro per la consapevolezza e il livello professionale dell’autoproduzione.

Oggi ci si autolimita, consci di quanto bravi siano i tuoi “conoscenti” del Web.

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Quando abbiamo iniziato non esisteva Internet; non si sapeva cosa facevano gli altri (gli fa sponda Ratigher); se tra i tuoi sei amici che disegnavano eri il piu’ bravo, ti facevi pochi problemi e pubblicavi. Oggi no. Prima di pubblicare ti senti in dovere di raggiungere un livello “alto”.

Ma veniamo al punto, continua Piccoli. L’autoproduzione nasce per due motivi: o per scelta consapevole o, siamo sinceri, per bisogno  perché nessuno ti pubblica.
Corbo’ a Ratigher: tu perche’ lo hai fatto? Sei stato promotore di modelli rivoluzionari e mi dicono che qui all’ARF ne proporrai uno nuovo che dovrebbe diventare la risposta “definitiva” al problema dell’autoprodzione.

Ratinger: io ho iniziato con l’autoproduzione con un gruppo di amici ( i super amici poi fratelli del cielo) perche’ volevamo pubblicare le nostre strane storie, liberi dai vincoli dell’editore.

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Oggi tutti ne pubblicano ma è sorto un nuvo problema. Non ci sono più i soldi da investire che vi erano una volta.

Corbo’: PIC NIC, il primo free press di fumetto italiano che trovava i soldi dagli sponsor, per me continua ad essere il modello perfetto di autoproduzione. Perché non avete continuato?

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Ratigher: forse perche’ tra noi non vi era un account manager con spirito imprenditoriale capace di procacciare i clienti giusti, forse anche perché in Italia gli Sponsor non erano e non sono pronti ad entrare in questo mercato, sebbene oggi tornato ad essere florido, vedi le presenze di Lucca che raggiungono i 400.000 visitatori.. Chissa’…

Corbo’: Peccato. Ma sappiamo che non ti sei fermato nello studio di modelli efficaci di autoproduzione. Hai sperimentato il modello di vendita “Prima o Mai. Facci capire in cosa consiste.

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Ratigher: Il modello “Prima o Mai” consiste nel mettere in vendita il fumetto per un periodo di tempo limitato terminato il quale il fumetto non si vende piu’. Una sorta di vendita on demand ma con un livello di difficoltà ulteriore: il tempo limitato.

Ho sperimentato che inserendo questo fattore tu stimoli l’acquirente all’acquisto nella consapevolezza che altrimenti rischia di non avere più la possibilità dell’acquisto. Se con il metodo di autoproduzione clessica in 5 mesi ho venduto 1000 copie. Con questo metodo, in meno della metà del tempo, sono riuscito a venderne il 10% in piu’.

Vi confesso, continua Ratigher, che a livello di costi – benefici questo era il solo metodo (dico era perché a breve vi racconterò quello nuovo e definitivo) che valesse la pena per avere uno stipendio di un operaio specializzato (1.800,00 euro/mese).

Scusate la provocazione ma, non è che si deve avere la fissa dei soldi, ma sono contrario a fare fumetti per hobby. Ecco perche’ sono alla continua ricerca di modelli efficaci.

Corbo’: ce ne parlerai a breve. Ora pero’ indaghiamo anche altri modelli di autoproduzione di successo dando la parola a Samuel Daveti dei Mammaiuto.

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Corbo’: si legge sul vostro sito: “Le attività di vendita che intraprendiamo sono finalizzate a dare agli autori il massimo compenso possibile per il loro lavoro, e a pagare le spese vive dell’associazione”. Che vuol dire?

Daveti: I Mammaiuto, che prendono il nome dalla banda di pirati del film Porco Rosso di miyazaki, è un’associazione formata da un collettivo di autori che ha deciso di ribaltare la proporzione dei guadagni nel rapporto editore-autore, dando l’80% di utili all’autore anziché all’editore e lasciare il resto per le spese del collettivo. Terminate le copie di partenza prodotte ( 200 circa) con un investimento di qualche migliaio di euro, l’autore è svincolato dal “contratto” con il nostro collettivo.

Siamo un gruppo di amici che si è iniziato ad autoprodurre sostanzialmente perche’ volevamo  svincolarci dagli editori classici, i quali se la serie per cui disegni non va, te la chiudono e ti lasciano appeso (esperienza vissuta sulla mia pelle), abbiamo iniziato ad autoprodurci.

Il metodo che abbiamo utilizzato, molto di voga attualmente, è il Crowdfunding (dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento) o finanziamento collettivo in italiano, è un processo collaborativo di un gruppo di persone che utilizza il proprio denaro in comune per sostenere gli sforzi di persone e organizzazioni. È una pratica di microfinanziamento dal basso che mobilita persone e risorse[ fonte Wikipedia].

Corbo’: Si può essere un fumettista essendo un ingegnere? Alla provocazione di Ratigher sul concetto di fumettista per hobby cosa rispondi?
Daveti: Mi sono psesso chiesto se si puo’ essere fumettisti pur non vivendo di questo lavoro. Ci sono persone che hanno nel fumetto la parte più libera. Si può fare il fumettista anche senza soldi alla ricerca di un editore. E’ pur vero che se non guadagni delle tue tavole non sei un fumettista. Ci dovrebbe essere piu’ attenzione da parte degli addetti ai lavori. Gli editori dovrebbero aiutare gli artisti a vivere con questo lavoro altrimenti loro sono “costretti” a trovarne un altro per vivere.

Vedo Corbo’ che annuisce rivolto verso Piccoli, ospite della conferenza ma anche uno degli organizzatori di Arf, quasi a dire, voi con la Job-Arf questo incontro editore-autore volete alimentare.

Corbo’: Il processo di produzione di un fumetto è costoso; so di artisti che sono  disposti anche a pagare pur di farsi produrre. E questa, secondo me, è una perversione.  Una soluzione potrebbe essere quella di includere in sè tutto il processo dall’idea del fumetto fino alla stampa sempre con alla base il  Crowdfunding. Un esempio di successo è Inuit di cui ci parlato Marco Tavarnesi presente alla Conferenza.

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Il Crowdfunding e i suoi limiti del finanziare una specifica opera possono essere superati da un altro modello il Patreon (da patron, ‘mecenate’), spostando gli investimenti dall’opera all’artista. Una sorta di nuovo mecenatismo nei confronti di fumettisti, che vengono stipendiati mensilmente per dare “libero” sfogo alla propria creatività. Metodo nordamericano che comincia a vedersi anche in Italia.

Corbo’: Martoz parlaci di Crisma, il modello di Autoproduzione ad oggi più nuovo, il Mecenatismo.

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Martoz: Crisma è una rivista annuale prodotta di un centro culturale, La Torre,che finanzia la Cultura e quindi il fumetto che ne è parte (ogni collaboratore viene regolarmente pagato).

Corbo’: Concludo sperando di avere soddisfatto le vostre curiosità sull’autoproduzione. Avete avuto modo di avere una panoramica a 360° su questo modo di fare fumetti, ma c’è un metodo ancora nuovo che ancora non conoscete e di cui vi parlerà Ratigher tra qualche ora. Ci vediamo dopo.

Abbiamo, per modo di dire, ingannato l’attesa deliziandoci con la mostra di Lorenzo Ceccotti e assistendo alla sua conferenza; relatore il bravissimo Adriano Ercolani.

Ercolani: Ceccotti è un autore di talento che con il tempo è divenuto riconoscibile. Parliamo di Ceccotti attraverso le sue opere in mostra.

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Iniziamo con il Poster della mostra. In stile volutamente semplice e lontano da artifici tecnologici, rappresenta tra l’altro l’archetipo di Roma, la lupa, ma anche il canide simbolo della Arf. Riprende i due uomini che attraversavano il fiume del precedente poster di Gipi quasi a ricordare l’arrivo al nuovo approdo, il Macro.

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Si continua a parlare della serie The Nostalgist e  del disegno en plan air dal vero in digitale  della Bretone fatto per la voglia di perdere un pò di vizio grafico. Prodotto in occasione del viaggio in Bretagna assieme a 5 blogger. Ceccotti ci racconta l’aneddoto per cui lo inizio con la destra e lo fini’ (per una tendinite) con la sinistra. Ecco il motivo del guanto stretto tra le mai della ragazza.

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Infine si è parlato delle copertine per Einaudi, con cui Ceccotti inizia il processo che lui indica come  un percorso  artistico “per tornare a zero”.

La conversazione continua sul rapporto tra scrittura e disegno e su quanto sia difficile il rapporto con uno sceneggiatore. Per Ceccotti fare i fumetti con uno scrittore è 10 volte più difficile che essere tu stesso lo scrittore dei tuoi fumetti. E’ pur vero che Il bravo sceneggiatore e colui che lancia uno stimolo e si aspetta una sorpresa. Più c’ è comunicazione su un piano eolico meglio è.

Lo sceneggiatore è l’innesco che scatena la forma

Erocolani lo provoca introducendo il concetto di Nerd nel Fumetto.

Ceccotti: Non mi piacciono i nerd, intesi come coloro che vogliono sempre la stessa cosa. Il Fumetto non deve essere per i Nerd ma andare oltre. Il fumetto con una semplice penna e della carta ti permette di creare qualsiasi cosa; pertanto è limitante l’idea che il fumetto si possa fermare a delle persone con un limite personale nell’Arte, cioè quello che per me è il nerd, un mono-maniaco, con un infinito feedback con sé stesso fino a quando la comunicazione tende a zero. E come quando su Facebook non dai contenuti ma condividi solo la notizia di altri. Che ci stai a fare?

Ercolani: Siamo quasi ( 23 maggio) al 60-esimo anniversario dalla nascita di Andrea Pazienza. Cosa ti senti di aver ereditatato da lui?

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Ceccotti: La volontà di esplorare una gamma stilistica differente. Pazienza dice che la sua tecnica di disegno funziona a stanze. A seconda di quello che devi raccontare si entra in una diversa. La varietà stilistica non è una forma di vanità culturale ma è dettata dalla necessità. E’ pur vero che se esci dal tuo seminato( cambi tecnica) ogni volta è un rischio, se cambi il fallimento e dietro l’angolo. Da qui la mia ossessione tecnica.

Finito l’incontro su Ceccotti arriva l’atteso evento di Ratigher dove finalmente di svela la nuova frontiera dell’autoproduzione.

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Ratigher:Fare un libro di fumetti impiegandoci mesi se non anni per poi ottenere una percentuale di guadagno irrilevante alla lunga non paga. C’e’ una nuova frontiera: il poster-fumetto che con un utile stimato intorno al 25% supera di gran lunga i guadagni del libro fumetto.

E con questo rivoluzionario modello che mi vede concorde e mi ricorda gli anni in cui, uscito dalla scuola d’arte, avevo superato le tele e i pennelli per dedicarmi alla stampa di grande formato,

passo e chiudo dall’ARF.

Filippo Novelli

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – sezione Fumetto – articolo del 22 maggio 2016]

Per chi vuole saperne di piu’ direttamente dal nostro Blog DETTI E FUMETTI puo trovare qui le notizie:

PIC NIC

MAMMAIUTO

INUIT

CRISMA

DETTI E FUMETTI il free press

DETTI E FUMETTI chi siamo

I BAMBINI, L’ARTE E LE LORO LISTE DEI DESIDERI

Quest’anno al posto della lettera a Babbo Natale mi sono ritrovato sulla scrivania una lista di ben 7 desideri.

La lettera iniziava così:

Caro Babbo per queste feste vorrei..

1- realizzare delle cornici che mi ricordano il mare
2- correre a tutta velocità per il centro della la città
3- leggere storie di strani animali
4- realizzare l’action figure del cane del vicino
5- andare al Planetario per vedere come sta Plutone
6- andare al museo per copiare i quadri famosi con la carta copiativa
7- andare a dar da mangiare ai gabbiani sui tetti di Parigi

Cominciamo con il primo desiderio:

“ realizzare delle cornici che mi ricordano il mare”
Mesi fa eravamo andati al mare a raccogliere delle conchiglie.

La difficoltà dell’impresa in una scala da 1 a 10 era pari a 3. Missione compiuta.

“La manualità e l’arte”

Giocare all’arte visiva, scoprire le qualità dei materiali usati dai grandi artisti, come stoffe, carta, colla, cartone. Imparare giocando. Divertirsi a fare qualcosa di diverso dalla routine scolastica. Jean Piaget individua nel gioco il mezzo consono al bambino per sperimentare, apprendere, conoscere. “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”. Facendo e giocando i bambini conoscono gli strumenti e le regole del linguaggio figurativo, imparano a costruire immagini e messaggi, si avvicinano alla comprensione dei percorsi mentali e delle idee presenti nelle opere degli artisti. (*)”

Preso dall’entusiasmo per il successo del primo obiettivo ho deciso di realizzare tre desideri in una sola volta: il 2,3 e 6

2- correre a tutta velocità  per il centro della la città
3- leggere storie di strani animali 
6- andare al museo per copiare i quadri famosi con la carta copiativa
Correre in Centro con la folla e il freddo era praticamente impossibile …però una soluzione c’era.

A ROma ci sono due musei, il MACRO e il MAXXI, che ben si prestano all’impresa; sono pieni di scale, corridoi, passaggi e passatoie dove correre;hanno costruzioni su cui arrampicarsi, insomma un vero spasso. Li avremmo anche potuto vedere e leggere di animali fantastici e copiare i quadri famosi.

Attrezzati di cartella, colori e blocco notes siamo partiti e ci siamo divertiti moltissimo.

Grado di difficoltà 5. Missione compiuta.

 

“Il Museo.

L’alfabetizzazione artistica passa dalle visite al museo. Portare i bambini alla scoperta del museo, dove dimostrano di saper «leggere» le opere. 

 Insegnare l’Arte è un investimento culturale sulla comunità del futuro. Stimola e accresce la creatività, l’inventiva, la fantasia e l’abilità manuale, e insegna a raggiungere un risultato partendo dall’osservazione.

 Compito nostro è quello di trasmettere l’essenza comunicativa di un’opera e i suoi contenuti sotto forma di gioco. Guidare i bambini nelle sale espositive, certamente non per proporre modelli e, quindi, limiti al libero operare individuale. 

Occorre decidere in anticipo la parte (o le parti) del museo che si vogliono vedere in modo più approfondito; non costringeteli a soffermarvici troppo. Guardate le opere che vorrete vedere al museo su internet; stampatele e, se potete, lasciategli portare una o due figure per farlo andare a “caccia” delle opere all’interno del museo. La figura servirà come punto di partenza per parlare dell’opera. La visita al museo sarà piena di gioiose esclamazioni del tipo “Questo lo conosco!”(*).

Mi sono lasciato per ultimi i desideri più complicati nella speranza che se ne dimenticasse.

Ho iniziato a distrarla proponendole di colorare un disegno di dinosauro o di un drago, di realizzare un collage ritraendo il suo giocattolo preferito, la giraffa. L’ho avvicinata a nuove tecniche di disegno insegnandole l’uso della china.

Le ho ricordato l’importanza del riciclo e con la carta dei regali avanzata abbiamo fatto lo sfondo al suo disegno a china.

Ma non c’è stato verso. Non voleva rinunciare al suo desiderio: realizzare l’action figure del cane del vicino. Capite? non il pupazzetto, la statuina, no l’action figure. Troppo NERD!

L’unico materiale che avevamo in casa era la creta. Livello di difficoltà 7. Missione compiuta.

 Dare alcune regole

Prima di iniziare ad impastare la creta abbiamo disegnato il bozzetto del cane e le ho spiegato che occorreva costruire una struttura di sostegno altrimenti si sarebbe afflosciata … ho anche iniziato a raccontarle cosa era il cemento armato, il modulo di elasticità …mi guardava perplessa e quindi ho smesso ripromettendomi di riprendere l’argomento tra qualche anno [**]

 

Rimanevano gli ultimi due desideri uno facile l’altro impossibile:

5- andare al Planetario per vedere come sta Plutone

7- andare a dar da mangiare ai gabbiani sui tetti di Parigi

Mi ha detto lo sai che i pianeti del nostro sistema solare sono diminuiti. Plutone è stato declassato a pianeta nano. Vorrei vedere se lo hanno lasciato a Nettuno.

Lo abbiamo trovato. Per fortuna.

Con la scusa di andare al planetario, sapendo che in via provvisoria si era spostato a Villa Torlonia, ne ho approfittato per farle vedere una casa fantastica che non la trovi nemmeno nel libro di Biancaneve o nella terra di mezzo del Signore degli Anelli: Il Museo del vetro presso la Casina delle Civette.

E’ rimasta estasiata dalla bellezza delle vetrate e affascinata dai mille comignoli e tettoie.

Rimaneva da dar da mangiare al gabbiano. Costruiamolo noi le ho detto. Iniziava in quel momento il  Laboratorio di robotica di Tecno-town e così con il computer e i mattoncini della Lego lo abbiamo fatto!.

Livello di difficoltà 8. Missione compiuta?

Macchè …mi dice questo è finto e da qui non si vede la torre Eiffel.

Eravamo ai Fori Imperiali  e ad una bancarella di souvenir compro la torre, saliamo sull’Altare della Patria… e anche l’ultimo desiderio viene esaudito.

Livello di difficoltà 10. missione compiuta.

La migliore vacanza delle mia vita, credetemi.

(*) citazioni e altri approfondimenti sul tema li trovi qui:

http://www.magnanirocca.it/fmr/perche-portare-i-bambini-al-museo/

http://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/musei-e-giusto-portare-anche-i-bambini

[Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI- Sezione ARTE – Articolo del 6 gennaio 2015]