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L’EVENTO LIVE QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO. IL LIBRO, LA MOSTRA DEI RITRATTI E LE INTERVISTE

Care amiche e amici di DETTI E FUMETTI

da oggi potete rivivere l’evento del 28 febbraio 26 presso il polo museale LA VACCHERIA.

Per vostra comodita’ lo abbiamo diviso in due parti:

La storia del blog e la presentazione dell’evento PRIMA PARTE EVENTO

Le interviste SECONDA PARTE EVENTO

[ Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI – ARTICOLO DEL 28 2 26]

ROBERTA RUSSO VIZZINO RIPARTE DAL COGNOME – WILLY intervista la scrittrice per DETTI E FUMETTI

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, abbiamo già intervistato l’attrice Roberta Russo. [Vedi Detti e Fumetti 24 gennaio 2022]. È passato qualche  anno, e ora torniamo a scoprire una nuova Roberta Russo Vizzino che ha lasciato la carriera attoriale per intraprendere quella di modella d’arte e che lentamente va sostituendo con quella di scrittrice; ma lasciamo parlare Roberta.

W. Perché al primo cognome ne hai aggiunto un secondo?

R. Perché credevo fosse giusto. Quando sono nata le leggi erano diverse e mia madre non ha neppure pensato di potermi dare anche il suo cognome. Nel 2023 le ho chiesto se – potendo – l’avrebbe fatto e mi ha risposto: «Sì, in quest’ordine: Russo Vizzino». Il giorno seguente ho avviato la pratica, l’ha saputo quando le ho chiesto il consenso scritto per integrare la domanda. Era stupita che servisse il suo e non quello di mio padre, ma così è. Solo io potevo recuperare quello che per lei non era stato un diritto. Se penso ai due cognomi con i quali oggi posso firmare le cose che scrivo, c’è già dentro una micronarrazione. Russo, comunissimo, evoca immediatamente il rosso dei miei capelli, l’impetuosità del mio carattere, la mia origine meridionale (essendo, di fatto, il corrispettivo di Rossi al Sud). Vizzino, molto raro, richiama invece vizzo: qualcosa di segnato dal tempo. L’appassito, il fragile, il non più perfetto. Qualcosa che ha attraversato una trasformazione e ne è uscito ferito. Forse anche un corpo magro e minuto (quel -ino in cui riconosco il mio metro e cinquantasei d’altezza). Metterli insieme è già una storia minima: socialità e riservatezza, fuoco e appassimento, forza e fragilità. O, forse, qualcosa che brucia proprio perché è consapevole della propria finitezza. Sono io, in due parole. Il mio gesto si configura come un atto di coerenza simbolico. Revocando la cancellazione di mia madre ho posto le basi per evitare la mia. Ho affrontato un anno e mezzo di pratiche, documenti, ostracismi. Per me ha rappresentato un atto politico e identitario. Qualcosa che dicesse: chiunque essi siano, comunque essi siano, i miei genitori sono due e sono questi.

W. Cosa ti ha spinto a intraprendere la carriera di modella d’arte?  

R. Questa è una storia piuttosto divertente. Non avevo programmato di farlo. Nel 2015 avevo attraversato dei grossi problemi finanziari, non riuscendo più a permettermi di pagare l’affitto di casa. Dopo molte ricerche, ero stata accolta in un convento di Roma, dove – benché io sia sempre stata atea, e abbia ottenuto lo sbattezzo nel 2011 – ero stata bene per qualche mese. La madre superiora mi aveva raccomandato di accettare qualsiasi lavoro fino a racimolare la caparra per affittare una nuova casa e così avevo fatto. Credo di aver svolto ogni sorta di mestiere, in quel periodo. In particolare, mi avevano fissato un colloquio per lavorare in un’azienda vinicola. Quando mi ero presentata, però, il signore mi aveva squadrata dalla testa ai piedi e mi aveva detto di essere un pittore, offrendomi il doppio della paga per posare per lui. Avevo accettato per due motivi: il primo chiaramente era il bisogno, ma il secondo era il desiderio di abbattere il mio stesso pregiudizio sulla nudità. Oltre alla mia personale timidezza, ero sempre stata insofferente nei confronti del nudo anche a teatro, fino all’anno precedente, quando avevo visto La lista di Schindler al Piccolo Teatro Eliseo con la regia di Francesco Giuffrè. C’era un nudo scenico: un gruppo di persone prigioniere che andavano alle docce. Sui loro corpi era proiettata un’immagine mista tra l’acqua scrosciante e il gas mortale. Quella scena mi aveva cambiato irrevocabilmente la percezione del nudo. A tutto avrei pensato in quel momento, tranne che alla sessualizzazione dei corpi svestiti. Replicare l’effetto spettacolare e non sessuale di quel nudo è stata la mia personale crociata nei dieci anni in cui ho lavorato come modella d’arte. A giugno scorso, per esempio, sono stata tra le relatrici del seminario Medicina e Arte, Scarpe Rosse alla Sapienza su invito della dottoressa e professoressa Stefania Mardente che coordina il progetto. Il mio intervento ha riguardato la raffigurazione delle donne nell’arte e come si possa perorare un sistema di uguaglianza tra i sessi anche a partire da immagini e parole. La domanda alla quale ho cercato di rispondere per le e gli studenti che vi hanno preso parte, era se l’arte potesse contribuire a plasmare una società più giusta. Insomma, quello di modella d’arte è un lavoro che mi ha dato tanto, anzi tantissimo, in ogni senso possibile: sostentamento economico, fiducia in me stessa, libertà di creare. Ma oggi sento che anche questo percorso si sta chiudendo naturalmente. Ho deciso da poco di non posare più dal vero e di limitare la mia disponibilità a collaborazioni attentamente selezionate, sia per l’arte figurativa che per la fotografia. La scrittura è il luogo verso cui sto andando. 

W. Vuoi parlarci della scrittrice Roberta Russo Vizzino? 

R. Roberta Russo Vizzino come scrittrice nasce molto prima che io avessi la consapevolezza – o forse il coraggio – di chiamarmi così. Fin da bambina ero innamorata della letteratura. Ho letto l’Odissea in una versione per l’infanzia a nove anni e I promessi sposi a dieci. Avevo una vera ossessione per Giovanni Pascoli: potevo parlarne per ore. I libri mi sembravano oggetti magici. Quando non sapevo leggere chiedevo alle persone adulte di farlo per me. Sapevo – dai racconti di mio padre – che il nonno paterno, mai conosciuto, scriveva poesie. Anche mio padre ne componeva, ma non le metteva su carta: gli chiedevo di recitarmele a memoria, in macchina, per serate intere. E pensavo: “Solo io non sono capace di creare quella bellezza con le parole”. Un pomeriggio dei miei dieci anni, alla nostra Casa delle Rose – una vecchia casa in collina, circondata dai roseti, aveva appena piovuto – me n’ero andata in giardino a sforzarmi di tirare fuori da me le immagini che amavo nelle parole di tutti quegli uomini. E così avevo scritto per la prima volta. Era una poesia. Si intitolava Una goccia di rugiada. A quindici anni avevo scritto il primo racconto breve, Lei, per un amico di penna che viveva a Modena. Tra i diciotto e i vent’anni avevo iniziato a leggere in pubblico le “cose” che scrivevo. C’era un gruppo che cambiava continuamente nella ex sede del PCI di Villa San Giovanni: decine di persone, un paio di candele accese, una bottiglia di Martini bianco che girava di mano in mano e testi letti con un’urgenza quasi febbrile. Poi gli open mic di una taverna di Campo Calabro, che ci offriva da mangiare in cambio delle letture, e molti altri. Io proponevo quasi sempre testi provocatori. Adoravo i contraddittori rumorosi che interrompevano, ribattevano, si accendevano. Frequentavo quasi esclusivamente persone di circuiti intellettuali: gente che scriveva, suonava e faceva arte in mille forme. Quasi tutte persone più grandi di me. La scrittura è partita prima di tutto, ma si è radicata nella mia professionalità per ultima. Forse perché era ciò che amavo di più, e quindi ciò per cui temevo di più il rifiuto. Però mi fa sorridere quando qualcuno pensa che io sia una modella che all’improvviso si è messa a scrivere. Posare mi ha messa al centro dello sguardo altrui, in tutta la mia fragilità, e mi ha insegnato una forma nuova di forza: trasformare il silenzio della posa in spazio immaginativo interiore. Scrivere, per me, oggi, significa rovesciare lo sguardo altrui, ma restare concettualmente nuda. Restituire complessità a ciò che rischia di essere ridotto alla sola estetica. E questo vale tanto per i corpi di carne, quanto per i corpi di testo. Le cose che scrivo nascono sempre da una frattura: familiare, affettiva, sociale. Mi interessa ciò che si incrina, ciò che non combacia con il ruolo che ci viene assegnato. Ho attraversato una miriade di ambienti molto diversi tra loro, forse per questo mi sento fatalmente attratta dalle soglie. Anche quando parto da un dettaglio privato, sotto c’è sempre una domanda collettiva. Vivo la scrittura come una responsabilità. Se dovessi dire chi è Roberta Russo Vizzino come scrittrice, direi che è una donna che prova a “fare cose con le parole”. A trasformare l’esperienza anche più scomoda in fatto comune.

W. Visto il sentimento militante che muove la tua scrittura e il tuo senso  di giustizia, ti riconosci ancora nella figura di Antigone?

R. Prima di rivedermici io, spero che siano altre e altri a rivedermi in lei. Antigone è una delle personagge più complesse del teatro. Ha tutto: se solo sapesse pensare esclusivamente a sé stessa, potrebbe vivere una vita piena e felice, ma sceglie la morte piuttosto che piegarsi all’ingiustizia. Il punto non è seppellire Polinice perché è suo fratello, ma perché è un indifeso davanti a un sopruso del potere. Nella tragedia di Sofocle lei ha quindici anni, eppure non è raro sentire attrici dire che ci si sente mature per interpretarla solo dopo i trent’anni. La quantità di vita necessaria a comprendere il peso di quelle scelte, nella realtà, si conquista con molto più tempo, e a volte mai. Tutto quello che una volta facevo solo nelle assemblee e nelle manifestazioni, oggi lo metto nella scrittura. Per questo parlo di “attivismo letterario”.

W. Cosa ti ha lasciato il progetto sperimentale della Writing Room diretto da Luigi Saravo?

R. Ho conosciuto Luigi perché è stato mio insegnante. Era un corso di perfezionamento attoriale che si chiamava LSD, acronimo di Legge Sesso Delitto che ricalcava la struttura dell’Orestea di Eschilo. Un semestre di alta formazione che mi ha fatto fare diversi incontri fondamentali. Luigi aveva inaugurato anche un progetto collaterale, la Writing Room. Ci incontravamo a San Lorenzo, e il gruppo era composto principalmente da gente di spettacolo, tra cui Walter Da Pozzo, che ricordo con profondo affetto. La cosa straordinaria era l’anonimato. Si scriveva, si inviava il testo a Luigi, e lui rimandava un unico file senza firme, che veniva letto nell’incontro successivo. Per la prima volta ho potuto osservare come le mie parole funzionavano da sole, senza il filtro del mio corpo, del mio sesso, del mio volto. E quei testi venivano notati. Luigi mi ripeteva che la mia forza era nella scrittura e all’inizio questo mi spaventava. Oggi gli sono profondamente grata. Non sono in molte/i ad avere il coraggio di dirci qualcosa che ci ribalta la vita. È lì che ho ritrovato le mie parole, in qualche modo libere persino da me.

W.  Potremmo dire che il percorso teatrale è stato fondante per la  tua carriera di scrittrice?  

R. Decisamente sì. Il teatro mi ha insegnato a smontare le storie tecnicamente, a isolare ogni elemento come fosse un ingranaggio autonomo. Mi ha abituata a vivere tutto prima di narrarlo. Ho imparato ad alzare la tensione, proprio come, nella formazione attoriale, avevo imparato a piangere tecnicamente. È lo stesso esercizio: creare dal nulla l’apparenza di un dolore o di una gioia, rendendoli credibili per chi guarda. Mi ha fatto capire come funziona – e di cosa è fatto – il giocattolo-storia, solo così ho imparato a rimontarlo in modi sempre nuovi.

W. Bene cara Roberta grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata, che ci spinge a guardare dentro se stessi

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI- Sezione LETTERATURA- ARTICOLO DEL 19.02.26]

QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO, La raccolta delle interviste di Willy il bradipo

Amici e amiche di DETTI E FUMETTI siamo felici di annunciarvi l’uscita della nostra raccolta piu’ grande delle interviste ritratto dei nostri amici artisti e professionisti di settore scritte negli ultimi dieci anni.

Copertina di Filippo Novelli

Un saggio profondo e complesso che indaga l’arte in tutte le sue manifestazioni

In distribuzione su Amazon nei mercati di tutto il mondo e’ accompagnata da una bellissima recensione

UNA RACCOLTA DELLE MIGLIORI INTERVISTE DAL BLOG DETTI E FUMETTI. UN MANIFESTO CONTRO LA SUPERFICIALITA’ E UN ELOGIO ALLA LENTEZZA. IL METODO BRADIPO E’ BASATO SULLA EMPATIA E SULLA CAMA ED OFFRE ALL’INTERLOCUTORE E AL LETTORE IL TEMPO NECESSARIO PER UNA PROFONDA INTROSPEZIONE E PER RIVELARE LA PROPRIA AUTENTICITA’. IL VOLUME E’ IMPREZIOSITO DAI RITRATTI DI FILIPPO NOVELLI CHE AGGIUNGONO UNA DIMENSIONE VISIVA CHE DIALOGA CON IL TESTO.

Ogni testimonianza e’ preziosa. Una immersione sincera e intima nelle riflessioni degli artisti, rendono questa raccolta un saggio unico nel suo genere capace di dare uno spaccato autentico delle professioni del mondo dell’arte e della comunicazione.

Il punto piu’ alto penso sia stato raggiunto nella intervista quadrupla a delle poetesse. Il libro diviene scrigno di un tesoro fatto di emozioni e sentimenti allo stato puro.

Trovate il libro Qui.

Buona lettura.

Vi aspettiamo alla presentazione del libro e alla esposizione dei ritratti degli artisti intervistati  con tutti i protagonisti il giorno 28 febbraio 2028 alle ore 17 presso il polo espositivo del Comune di Roma -LA VACCHERIA in via L’Eltore 35 – 00144 Roma zona Eur.

Per l’evento ci patrocina il COMUNE DI ROMA IX MUNICIPIO EUR.

Rassegna Stampa

Lazio eventi

Quando la voce chiede tempo a Roma https://share.google/ebvvlaUnzhw4k161w

Slowcult

“QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO”  – https://share.google/AGpRIivqUuFknjRfn

La vaccheria

Presentazione del libro e la mostra dei ritratti “QUANDO LA VOCE CHIEDE TEMPO, la raccolta delle interviste ritratto di Willy” – La Vaccheria https://share.google/mhluQc51K07GskPyF

Funweek

Quando la voce chiede tempo – Funweek https://share.google/xzma2iHnJ9hGuciJb

BO BO BO EVENTI

Quando la voce di bo bo bo eventi

Oggi Roma

Roma daily news

[FILIPPO NOVELLI PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE LETTERATURA – ARTICOLO DEL 9 GENNAIO 2026]

WILLY INTERVISTA SILVIA CASINI coautrice di “La ragazza che amava Miyazaki”

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti, oggi sono in compagnia di Silvia Casini;

Silvia -E-Bic – di Filippo Novelli

scopriamo insieme la sua biografia: dopo la laurea in Lingue e Letterature Straniere, hai ricoperto il ruolo di project manager presso l’Istituto Internazionale per il Cinema e l’Audiovisivo dei Paesi Latini di Gillo Pontecorvo e Sandro Silvestri. Ti sei occupata di relazioni internazionali e della promozione dei film italiani all’estero. In seguito, ti sei specializzata in marketing strategico e hai iniziato a collaborare con diverse case di produzione e distribuzione cine-tv nel settore del product placement. Negli anni, hai collaborato con diversi siti web e testate giornalistiche. Attualmente gestisci Upside Down Magazine, sei consulente esterna della Hop Film, ghostwriter per l’agenzia Comon e scrivi le riviste Anime Dossier, Anime Enciclopedia e Confidenze. Hai curato la sezione cinematografica della mostra Itadakimasu – Piccole Storie Nascoste nella Cucina degli Anime (Palazzo della Meridiana, dal 12 ottobre 2023 al 28 gennaio 2024). A Roma sei responsabile della programmazione culturale dei Japan Days del Mercatino Giapponese. Nel 2024 con Raffaella Fenoglio e Francesco Pasqua, avete scritto “La ragazza che amava Miyazaki”. Mentre Giulia Tomai ne ha illustrato le pagine.

D. Com’ è nata la passione per Hayao Miyazaki?

S. Tanto tempo fa mi sono innamorata di Miyazaki. È stata una vera epifania.

Principessa Mononoke e La città incantata mi hanno catturato nel profondo, e da lì tutto il resto della sua straordinaria filmografia. Condivido con Miyazaki la stessa passione per lo stupore, per l’eccezionale che si manifesta nel quotidiano, per le parole che toccano il cuore e per i sentimenti che possono spaventare e travolgere.

D. Qual è il punto focale del lavoro del regista Miyazaki?

S. Hayao Miyazaki è noto per il suo approccio unico nel mescolare elementi fantastici con temi universali, dando vita a narrazioni che non solo intrattengono, ma invitano anche ad una riflessione critica sul mondo contemporaneo. Una delle sue caratteristiche più distintive è l’abilità di costruire mondi immaginari ricchi di fascino.

Film come Il mio vicino Totoro e Ponyo sulla scogliera trasportano gli spettatori in universi dove la natura e la magia si intrecciano in una perfetta simbiosi. Tuttavia, dietro questa bellezza visiva si nasconde un messaggio profondo sulla relazione tra l’uomo e l’ambiente. Infatti, Miyazaki mette spesso e volentieri in luce l’importanza della preservazione di Madre Natura, un tema sempre più urgente nel contesto odierno. Inoltre, i personaggi di Miyazaki sono perlopiù giovani in cerca del loro vero sé. Attraverso le loro peculiarità intrinseche, vengono esplorate questioni come l’identità, l’autorealizzazione e le relazioni interpersonali. Un altro aspetto fondamentale è sicuramente l’inserimento di elementi folkloristici e culturali. Le sue opere sono intrise di riferimenti a piatti tipici, a miti, a leggende e a tradizioni storiche, contribuendo a creare un senso di forte autenticità. In questo modo, Miyazaki riesce a evocare emozioni profonde attraverso sequenze visivamente straordinarie, creando un’esperienza cinematografica indimenticabile. Motivo per cui la sua arte diventa un mezzo per sviscerare le complesse sfumature dell’esistenza umana. Infatti, i suoi lungometraggi non solo rivelano un’eccellente maestria artistica, ma anche un forte impegno verso questioni sociali ed ecologiche di indubbia importanza.

D. Con la Città Incantata Miyazaki vuole inviarci dei messaggi positivi, sei d’accordo?

S. Uno degli aspetti più significativi del film è il viaggio di crescita della protagonista Chihiro. Attraverso le sue avventure in un mondo magico e misterioso, ci si confronta con tematiche universali come l’identità, la responsabilità e la determinazione.

La trasformazione di Chihiro, da ragazzina capricciosa a umana coraggiosa, simboleggia il potere della scoperta interiore. Lungo il suo arduo cammino, apprende che l’amore e il supporto sono essenziali per affrontare le sfide della vita, e che anche nei momenti difficili è possibile trovare forza per andare avanti. La dimensione ecologica del film è altrettanto importante. Miyazaki ci invita a riflettere sull’interazione tra gli esseri umani e l’ambiente naturale. La città incantata è popolata da creature straordinarie e meraviglie naturali, ma è anche un luogo minacciato dall’avidità e dalla disconnessione degli esseri umani. La figura del dio putrido, bistrattato e inquinato, rappresenta le conseguenze scellerate delle azioni umane. Inoltre, negligenza e avidità si trovano in apertura con la trasformazione dei genitori di Chihiro in maiali, ma qui potrei soffermarmi per ore e non voglio tediare nessuno. Un altro punto focale del film è il tema della memoria. Molti personaggi, come Haku, non ricordano esperienze passate o addirittura il proprio nome, perché la strega Yubaba rappresenta lo schiavismo per eccellenza. Sottrae sempre parzialmente il nome dei malcapitati che finiscono nella città degli spiriti, motivo per cui a un certo punto non hanno più coscienza della loro identità. E anche su questo aspetto potrei dilungarmi per ore, ma faccio la brava e chiudo sottolineando il fatto che Miyazaki è bravissimo a mettere in evidenza l’importanza di onorare le proprie origini e il proprio passato, perché solo attraverso i ricordi, possiamo costruire un futuro migliore.

D. Aver scritto insieme a Raffaella Fenoglio e Francesco Pasqua “La ragazza che amava Miyazaki” cosa ti ha lascito?

S. Il libro è nato da un’idea di Francesco Pasqua e, dopo un brainstorming con me, ci siamo subito messi in contatto con Raffaella Fenoglio. Da quel momento, abbiamo iniziato a lavorare sulla sinossi. Raffaella e io abbiamo poi redatto la prima stesura del testo. Dopo un primo giro di bozze, il manoscritto è finito nelle mani di Francesco, che, in qualità di story editor, ha riorganizzato interi blocchi. Infine, è tornato nelle mie mani e in quelle di Raffaella per l’editing finale. Dopodiché, è magicamente uscito per Einaudi Ragazzi.

È stata un’avventura che abbiamo amato molto. E senza ombra di dubbio, è stata straordinaria. Francesco ha conosciuto una ragazzina che viveva in una mansarda, proprio come Kiki. Da quel momento, l’idea del libro ha preso forma nelle nostre menti. Infatti, La ragazza che amava Miyazaki è un libro perfetto per chiunque abbia voglia di sognare.

D. Quanto il personaggio di Sofia ti rappresenta?

S. La ragazza che ama(va) Miyazaki sono io, che cerco la vibrante energia umana in ogni sguardo, in ogni gesto, in ogni cuore spezzato.

Io che amo a dismisura il Giappone, tant’è che a Roma sono la responsabile culturale dei Japan Days, una manifestazione di J-culture molto seguita. E in caso qualcuno sia interessato agli anime, ai manga e più in generale all’universo culturale del Sol Levante, vi dico subito che l’inaugurazione dell’edizione primaverile è prevista per il 15 e il 16 marzo. Si terrà presso l’Ippodromo di Capannelle e sì… l’entrata è gratuita. Inoltre, condivido con Sofia anche l’amore per i manga. Sofia vuole diventare una mangaka, io invece sono una manga editor per una casa editrice. Quindi, ci accomuna la passione per questo bellissimo linguaggio espressivo.

D. Puoi anticiparci qualcosa sul tuo nuovo lavoro letterario?

S. Al momento, sono in fase di stesura e purtroppo non posso dire nulla per motivi di riservatezza. La policy degli scrittori rappresentati da agenzie letterarie è molto “rigida” in questo senso.

D. Bene cara Silvia, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per la bella chiacchierata.

S. Grazie a voi per l’intervista!

[DARIO SANTARSIERO per DETTI E FUMETTI – sezione Letteratura -articolo del 11 febbraio 2025]

Berthe Morisot, pittrice a tutti i costi -Intervista a Maria Cristina Bulgheri

Cari lettori di DETTI E FUMETTI oggi intervistiamo  Maria Cristina Bulgheri.

Maria Cristina illustrazione di Filippo Novelli

Maria Cristina sei nata a Livorno il 22 marzo 1965, ti sei laureata alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Pisa con una tesi su Dante, diventato da allora il tuo faro. Hai insegnato cinque anni alla scuola elementare prima di diventare giornalista professionista: sei cresciuta nelle fila del quotidiano Il Tirreno di Livorno, per il quale ancora oggi collabori, pur essendo tornata dietro la cattedra. Un’altalena tra mondo della scuola e mondo dei giornali legato alla nascita dei tre figli (due femmine e un maschio). Da sempre, ma soprattutto grazie a loro, hai stretto un rapporto particolare con la letteratura per l’infanzia. Hai pubblicato il libro “C@ro Babbo Natale” (Felici Edizioni) che ha ottenuto diversi premi in concorsi letterari. Collezioni matite da ogni dove. Le tue storie le scrivi un po’ ovunque: dagli scontrini ai fazzoletti di carta. Su di essi appunti le idee che poi consegni al pc, con il sogno che ce ne sia sempre una nuova dietro l’angolo.

D: La voglia di scrivere   per l’infanzia, è arrivata in concomitanza con la nascita dei tuoi figli o era già presente dentro di te?

MC: Dario, cito una frase che è solita ripetere mia mamma e che recita così: “E’ proprio vero che sei nata con la penna in mano, forse l’avevi già quando eri nella pancia!”. Ho memoria del mio esame della cosiddetta “primina”, sai quello che si faceva (in tempi giurassici) per poter accedere alla seconda elementare, se – come me – eri andato a scuola anticipato. Ecco, dovevo scrivere un pensierino: occupai mezza pagina! Le maestre mi fecero un sacco di complimenti ed io rimasi sorpresa perché non mi sembrava di aver fatto niente di così eclatante. Ricordo poi che, un paio d’anni dopo, cominciavo a cullare l’idea di scrivere un romanzo: il protagonista era un pagliaccio. Alle medie entrai nel trip del giornalismo e fondai il giornalino di classe: si chiamava “Domitilla”. Scrivevo le recensioni sulle canzoni del Festival di Sanremo. Passione, quella della kermesse sanremese, che continuo ad avere! Poi il giornalismo è diventato la mia professione e la scrittura una quotidianità. In maternità si è trasformata in scrittura per i miei i figli: tutte le loro domande, i loro perché mi aprivano orizzonti fantastici che mettevo sulla carta.

D: Cosa ti ha spinto dopo tanti anni, a tornare sui tuoi passi e sederti nuovamente dietro una cattedra?

MC: La necessità di conciliare la famiglia ed il lavoro. Il giornalismo da professionista, in redazione non lo permette, gli orari sono dilatati. Ho chiesto a gran voce il part time ma non mi è stato concesso. La parità è ancora un miraggio. Ci ho pensato a lungo, poi ho deciso che la scuola era comunque una strada che mi apparteneva con altrettanta passione”

  
D: Quanto incide il tuo essere giornalista con la scrittura per l’infanzia?

MC: Può sembrare strano, ma molto. Spesso le idee per qualche racconto, mi vengono proprio leggendo qualche articolo sui giornali oppure da quella deformazione professionale di osservare la realtà per carpirne qualche aspetto da evidenziare. 

D: Perché il graphic novel?

MC: Sarò franca, la scelta dell’etichetta “graphic novel” non è mia, ma della casa editrice. Io pensavo più ad “albo illustrato”.

D: Nel tuo ultimo graphic novel racconti la vita di Berthe Morisot, pittrice impressionista; ce ne vuoi parlare?

MC: Non ho il dono della sintesi ma ci provo. Berthe l’ho incontrata a Milano su una tela dipinta da Edouard Manet in una mostra monografica a lui dedica a. Berthe era la sua modella, amica e forse qualcosa di più, ma poco importa. È stata soprattutto una donna volitiva, piena di talento, che ha sfidato le convenzioni del suo mondo e della società francese di metà Ottocento per inseguire la sua passione: diventare pittrice. Tanto da divenire la cofondatrice con Monet, Degas, Cezanne, Pissarro del movimento che verrà definito Impressionismo, di cui peraltro quest’anno ricorrono i 150 anni dalla nascita.

La culla di Morisot -illustrazione di Anna Novelli (13)

D: Possiamo avere un anticipo del nuovo graphic novel? 

MC: Certo. Nel libro racconto Berthe immaginandola da piccola alle prese con i tubetti delle tempere, mentre sogna campi di fiori e paesaggi marini materializzarsi sulle tele. L’accompagno passo, passo, nella sua “battaglia” per diventare pittrice, in un mondo all’epoca riservato soltanto agli uomini. Una pittrice peraltro innovativa, che rompe con gli schemi della pittura tradizionale, trascinando con sé i suoi amici, “pazzi” come lei, che poi hanno dato vita all’Impressionismo. A tradurre le mie parole in disegni e a dare corpo a Berthe, ci ha pensato poi Marina Cremonini, con i suoi pennelli “magici”. 

D: Una tua caratteristica è quella di scrivere le storie su qualsiasi pezzo di carta, compresi gli scontrini. È un modo per non dimenticare o per seminare?

MC: Sicuramente per non dimenticare: magari un’idea mi viene in macchina ascoltando la radio e al primo semaforo cerco di appuntarla da qualche parte prima che se ne voli via dal finestrino: l’età non aiuta e soprattutto il moto perpetuo delle mie giornate.

D: Sappiamo che collezioni matite da tutto il mondo; quante ne possiedi al momento?

MC: Confesso che non le ho mai contate. Ma sono tante e tutte diverse. Un po’ sono in bella vista sulla scrivania, un po’ sono sistemate in qualche scatola di latta o di legno. Si tratta di lapis presi nei viaggi, alle mostre, nei musei o avuti in regalo. Da quando sono a scuola poi, colleghi e colleghe, alunni ed alunne    contribuiscono alla mia collezione in modo carinissimo. Non li uso, ma l’idea di tener un lapis in mano vale più di mille tastiere!

D: Bene cara Maria Cristina, grazie anche a nome delle Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti per questa bella chiacchierata.

Grazie a voi di cuore.

Il Graphic Novel

In “Berthe Morisot, pittrice a tutti i costi” viene raccontata la vita di Berthe Morisot l’unica donna tra i fondatori dell’Impressionismo francese. Quando in Francia, e nel resto dell’Europa, fino a dopo la metà dell’800 alle donne erano precluse le scuole d’Arte. La determinazione di Berthe travalica gli ostacoli del perbenismo, dandole così l’opportunità, di entrare in contatto con gli impressionisti del calibro di Claude Monet, Jacob Pissarro, Alfred Sisley; solo per citarne alcuni.  Tutta la storia è narrata con toni caldi e decisi; l’opera di Maria Cristina Bulgheri è arricchita dalle illustrazioni realizzate da Marina Cremonini; con la sua tecnica ad acquerello, ha dato vita e vigore al racconto, trasportando tutti noi nelle atmosfere della Belle Époque.

[DARIO SANTARSIERO per Detti e Fumetti -sezione arte e letteratura – articolo del 30 novembre 2024]

A STAR BENE SI IMPARA. DARIO SANTARSIERO intervista l’autrice, la sociologa Chiara Narracci per DETTI E FUMETTI

A star bene si impara!

“In un mondo che viaggia fin troppo velocemente si dimentica spesso di prendersi in considerazione in prima persona e nel presente.”

Ritratto di Chiara di Filippo Novelli

Care Lettrici e Lettori di Detti e Fumetti vorrei presentarvi Chiara Narracci, sociologa; con lei parleremo del suo libro “A star bene si impara!” Edizioni G.A.Z.. Prima però, due righe di presentazione. Nata a Roma l’08/04/76, ti sei laureata in Sociologia a La Sapienza, hai due master in Consulenza e in Mediazione Familiare, collabori con: il consultorio Centro la Famiglia al Vicariato da 20 anni e con diversi avvocati matrimonialisti. Sei responsabile di diversi sportelli d’ascolto nelle scuole. Docente di Sociologia della famiglia nelle varie sedi italiane della Sicof [Scuola Italiana Consulenti della Coppia e della Famiglia].

Autrice dei seguenti libri: la grande abbuffata, pubblicato con la Regione Sicilia; le favole di Pietro, edizioni progetto cultura; le favole di Bruno, edizioni progetto cultura; le favole di Elena, edizioni progetto cultura.

Il libro di Chiara Narracci “A star bene si impara!” suggerisce come gestire le nostre emozioni e tentare di risolvere al meglio le proprie insicurezze e paure in tutti i campi della nostra vita, che minano il nostro equilibrio sia psichico che fisico. Nella seconda parte del libro, Chiara indica, tramite le favole, dedicate ai propri figli, come i miti e le leggende, ci aiutano ad accogliere e normalizzare le resistenze e le credenze cognitive.

D. Allora Chiara, come mai hai sentito l’esigenza di scrivere “A star bene si impara!”?

C. Per sfatare diversi pregiudizi che ci bloccano nella crescita personale, portandoci a vivere trascinando i piedi…

troppe volte sento affermazioni tipo: le persone non cambiano, al massimo peggiorano! O anche: sono fatto così! 

Di qui l’idea della copertina, dove la pecora Rosa è colei che ha imparato a conoscersi e a volersi bene pertanto sceglie consapevolmente come gestirsi nelle varie situazioni.

D. Perché Conoscere la propria storia di vita e le relative dinamiche relazionali è fondamentale?

C. Ognuno di noi costruisce la propria peculiare storia di vita, in base a come viene più spesso definito dalle figure di riferimento… conoscere come ci siamo strutturati; comprendere come funzioniamo nelle dinamiche interne e relazionali; perdonare le mancanze ricevute ed imparare a compensare da soli

È la strada per la libertà di scegliere quali condizionamenti ricevuti fare propri, perché buoni per noi e quali lasciare andare.

È l’ignorare che ci porta a subire noi stessi e a farci sentire vittime degli altri e degli eventi… possiamo però imparare a gestire il nostro mondo emotivo.

D. Nella tua lunga esperienza come consulente e mediatore familiare, affermi che ciò che ci destabilizza ad ogni età è il mondo emotivo; ce ne vuoi parlare?

C. Grazie all’analisi transazionale di Berne compresi che il mondo emotivo è fermo all’infanzia e che l’imprinting emotivo ha effetti anche sui comportamenti associati alle varie emozioni che adottiamo nel presente. 

Esser consapevoli che gli eventi di oggi sono tanto destabilizzanti perché a percepire la realtà è il bambino che eravamo e non l’adulto che siamo diventati aiuta a ricentrarsi velocemente. Come? Leggi il libro! [Sorride N.D.S.]

D. Quanto la comunicazione influisce sul nostro vissuto?

C. Moltissimo perché le parole deformano, definiscono e limitano la percezione della realtà esterna e interna, se un bambino viene spesso definito pigro si convincerà di esserlo e metterà in scena atteggiamenti in linea con questa etichetta pur di sentirsi considerato. 

Pertanto, conoscere le proprie etichette, comprenderne il peso avuto e scegliere di non metterle in scena è liberatorio.  

D. Nel libro indichi quali sono le regole di base della comunicazione e quali sono gli errori da evitare; ce ne puoi anticipare qualcuno?

C. Penso agli out-out! A tutte le volte che esasperati dall’atteggiamento disturbante di qualcuno gli intimiamo di cambiare pena il perderci… non funzionano! Nella migliore delle ipotesi producono un cambiamento momentaneo dettato dalla paura non dall’amore.

Sono convinta che l’unica leva che funzioni sia l’amore: il mettere in evidenza ciò che amiamo dell’altro, ci aiuta ad esempio ad avere maggior tolleranza verso ciò che ci piace di meno, portandoci ad ingentilire le etichette: un conto è dire ad un figlio, spesso e volentieri, che è un bugiardo, un conto è rimandargli che ha molta fantasia!

D. perché le favole hanno un significato socio pedagogico?

C. Le favole come i miti e le leggende si rivolgono direttamente al mondo emotivo, che come ho accennato e’ fermo all’infanzia pertanto ci livellano tutti ad un comune sentire bypassando le resistenze cognitive e culturali.

Con le favole si esplora il mondo emotivo e lo si normalizza consentendoci di accettarlo come parte di noi e della nostra storia.

Solitamente da adulti quando siamo in preda a forti emozioni ci giudichiamo come inadeguati portandoci a sentirci ancor più destabilizzati, la chiave invece è nel guardare al bambino che eravamo con tenerezza e tranquillizzarlo… per poi godere delle nostre risorse da adulti per gestirci al meglio nel presente.

D. Bene. Cara Chiara, sicuramente hai stimolato i nostri lettori a leggere il tuo libro “A star bene si impara!” G.A.Z. edizioni. Ed approfondire così il tema dell’emotività interiore.

C. Un saluto a te e alle lettrici e lettori di Detti e Fumetti

[WILLY ALIAS DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI- SEZIONE LETTERATURA- ARTICOLO DEL 4 SETTEMBRE 2024]

Da dove arriva l’ispirazione

Da più parti mi è stato chiesto di fare un esempio concreto sul concetto di ispirazione; mi riferisco all’editoriale del 29 maggio 2024 https://dettiefumetti.com/tag/dettiefumetti/

Eccolo:  nella foto si vedono un paio di scarpe da ginnastica usate per camminare  nei  sentieri  di montagna o per antichi borghi  di cui l’Italia è felicemente ricca. Ma non è di questo che vi volevo parlare. Le punte di entrambe le scarpe indicano un orizzonte  spezzato  in lontananza da un monte. Ed è proprio  la distanza tracciata dalle  scarpe ad aprire le porte all’ispirazione. Da qui in poi  si naviga in un  oceano sconfinato costellato da pensieri  e  sensazioni  che scaturiscono da quella linea immaginaria che  le punte delle scarpe hanno tracciato.  Averle osservate con occhio distratto mentre esauste, si asciugano al sole  dopo i trenta minuti passati in lavatrice a trenta gradi e  rimanerne completamente affascinato, è stato, almeno per me, naturale. Questo per ribadire il concetto, che l’immaginazione e la fantasia, che fanno parte indissolubile dell’ispirazione, vanno si educate fin da bambino, ma devono essere sottoposte ad un continuo allenamento, sia mentale che visivo. Per fortuna, non siamo tutti uguali, di conseguenza l’ispirazione non scaturisce   dalla vista di un paio di scarpe, ma può, o meglio  deve, arrivare da tutto ciò che ci circonda.

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTI – SEZIONE LETTERATURA- ARTICOLO DEL 23 AGOSTO 2024]

SIBILLA- IL SEGRETO DI PIETRA Michele Sanvico- Norcia 29 luglio 2023

Cari amici di Detti e Fumetti, vi segnalo un nuovo libro di una nostra vecchia conoscenza. Nell’ambito della ESTATE NURSINA 2023, SABATO 29 LUGLIO, Michele Sanvico presentera’ un libro sullaLEGGENDA DELLA SIBILLA DEGLI APPENNINI

Alle ore 18:00, presso lo Spazio DIGIPASS del Comune di Norcia (Via Solferino). “Sibilla – Il Segreto di Pietra”, la storia delle leggende dei Monti Sibillini.

Non mancate.

(Filippo Novelli per DETTI E FUMETTI- sezione letteratura – articolo del 27 luglio 2023)

GAIA ZUCCHI – IL LIBRO: LA VICINA DI ZEFFIRELLI PRESENTA DARIO SANTARSIERO

Gaia Zucchi, attrice poliedrica e internazionale, ha come vicino di casa Gian Franco Zeffirelli. Sembra l’inizio di una pièce teatrale ma è la pura realtà. Gaia è stata veramente la vicina di casa del grande maestro, ed ha avuto la possibilità di interagire con Zeffirelli per molti anni fino alla morte del regista. Questo patrimonio di: aneddoti, conoscenze, dialoghi e tutta una serie di situazioni grazie alla “convivenza” con Zeffirelli, Gaia lo ha voluto salvare in un’ avvincente e esilarante autobiografia dal titolo “La Vicina di Zeffirelli” De Nigris Editore

W. Allora Gaia come accennavamo nella precedente intervista del 6 ottobre qui hai scritto un libro autobiografico, ce ne vuoi parlare?

GZ. La Vicina di Zeffirelli è il mio primo libro romanzato autobiografico, ed è un’esperienza meravigliosa che mai avrei creduto possibile ma è stata anche una grande fatica, giorno e notte non ho fatto altro che pensare a questo libro a quello che dovevo aggiungere a quello che dovevo togliere. Ho deciso di scriverlo perché erano anni che tutti i miei amici mi esortavano a scrivere un libro, poi in sogno è arrivata la mia mamma Mirella e mi ha detto che era arrivato il momento di scriverlo. Ho voluto fortemente questo libro perché noi siamo di passaggio in questo mondo, ed io ho sentito il bisogno di lasciarlo ai miei figli come una traccia tangibile e preziosa del mio passaggio. È stato molto faticoso raccontare gli aneddoti della mia vita attraverso l’amicizia con Zeffirelli che è stato il mio mentore amico e maestro, perché avevo tanta voglia di raccontare ma che non sapevo da dove iniziare. Ma la voglia di scriverlo mi ha dato la forza di andare aventi. Ho dedicato questo libro a mia madre Mirella, oltre ad essere stata una grande guerriera è stata la persona migliore che abbia conosciuto a questo mondo e ai miei figli che sono il proseguimento di me stessa.

W. Che sensazione hai provato, riferendomi al libro, quando hai scritto la parola fine?

GZ. La parola fine io non l’ho ancora scritta, in realtà nonla voglio scrivere, perché sto ancora correggendo; il libro uscirà a fine dicembre, spero di fare in tempo. Se volete potete acquistarlo con il pre-order dandomi così la possibilità di salire la classifica e farlo tradurre in varie lingue, perché Zeffirelli era un uomo internazionale di grandissima cultura. Come ho detto prima non voglio scrivere la parola fine perchè è una parola tremenda; è bello l’inizio, non la fine; quindi, non l’ho ancora scritta

W. Stiamo morendo dalla curiosità, puoi raccontarci un aneddoto?

GZ. Mi dispiace ma per ragioni editoriali, non posso spoilerare il libro, posso però raccontarvi l’episodio dei cagnolini di Zeffirelli. Nella sua meravigliosa villa a Positano, dove io sono stata ospite diverse volte e che adesso è stato trasformato in un albergo dove solo i miliardari possono andare,io avevo una stanza che dava sul mare, passeggiavo per il giardino pieno di olivi e di alberi di limoni ed ho conosciuto ospiti internazionali che sono citati nel libro ma che ora non posso svelarne i nomi, Zeffirelli che amava più i cagnolini che le persone, quando era l’ora di pranzo suonava una campanella e noi accorrevamo a mangiare, però Zeffirelli prima faceva accomodare i suoi jack russell intorno ad un tavolo e poi mangiavano gli ospiti. Questo episodio mi ha profondamente colpita lasciandomi un ricordo indelebile. Tutti i personaggi internazionali che ho incontrato e che sono citati nel libro hanno un aneddoto simpatico e divertente, ma lo scoprirete solo leggendo il mio libro  

W. Che eredità ti ha lasciato Zeffirelli?

GZ. Un grande amore per tutte le forme d’arte, perché Zeffirelli era veramente una persona eclettica e profonda, empatica e generosa. Mi ha lasciato il suo patrimonio culturale e i suoi preziosi consigli sull’impegno: sia sul lavoro che sullo studio e lui metteva in pratica i suoi consigli con una pignoleria che rasentava l’inverosimile. E’ da poco uscito un documentario su Zeffirelli, all’interno del quale parla il mio ex marito padre di mio figlio che ha prestato la casa dove viveva Zeffirelli e che racconterà la sua esperienza con il Maestro. Gian Franco mi ha lasciato oltre ai suoi meravigliosi film, l’amore per l’arte ed è un amore per cui vale la pena vivere

W. Bene, grazie Gaia, anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti. Il libro uscirà nelle librerie il 12 febbraio, in concomitanza con il  centenario di Gian Franco Zeffirelli. Ai più curiosi lascio il link https://www.denigriseditori.it/shop/la-vicina-di-zeffirelli/ dove poter ordinare il libro; chi lo farà, riceverà a dicembre  in anteprima oltre al libro, l’autografo e una dedica personale di Gaia Zucchi più un piccolo bonus e l’invito alla presentazione.

[DARIO SANTARSIERO PER DETTI E FUMETTO -SEZIONE CINEMA E TEATRO- ARTICOLO DEL 12 novembre 2022]

 

Willy il bradipo alias Dario Santarsiero intervista Edoardo Albinati

Cari lettori di Detti e Fumetti, oggi ho il piacere di intervistare lo scrittore Edoardo Albinati.

RItratto di Filippo Novelli

Sei nato a Roma nel 1956, hai studiato al Liceo classico San Leone Magno (dove è ambientato il tuo romanzo La scuola cattolica) con Walter Mauro; hai però frequentato l’ultimo anno di scuola al Liceo classico statale Giulio Cesare, dove hai conseguito la maturità classica. Dal 1994 svolgi attività di insegnamento all’interno del penitenziario di Rebibbia. I tuoi esordi avvengono all’interno della rivista Nuovi Argomenti della quale entri a far parte nel 1984. Con il regista Giorgio Barberio Corsetti hai scritto Il colore bianco, andato in scena per le Olimpiadi di Torino 2006. Dal tuo libro Orti di guerra sono stati tratti venti episodi realizzati da Radiotre Rai (1997) con musiche di Fabrizio De Rossi Re (nell’edizione Fandango 2007). Nel 2002 hai lavorato presso l’Alto commissariato ONU per i rifugiati in Afghanistan e nel 2004 hai partecipato a una missione dell’UNHCR in Ciad, pubblicando reportage sul Corriere della Sera, The Washington Post e La Repubblica. Il libro Il ritorno. Diario di una missione in Afghanistan ha vinto nel 2003 il Premio Napoli Nel 2002 hai vinto, nella sezione Poesia, il Premio Nazionale Rhegium Julii, con Sintassi italiana; nel 2004 hai vinto il Premio Viareggio con il romanzo Svenimenti. Sei stato vincitore del Premio Strega 2016 con il romanzo La scuola cattolica pubblicato da Rizzoli. Proclamato vincitore l’8 luglio 2016. Il 30 agosto 2022 è uscito, edito da Rizzoli Uscire dal mondo. In questo libro Albinati tratta un tema di estrema attualità: siamo noi che ci rendiamo inaccessibili agli altri o sono gli altri che ci confinano in piccoli spazi?

W. Perché hai deciso di fare lo scrittore?

Fin da bambino mi sono appassionato alla lettura, al suono e al senso delle parole. Scrivere è il mio modo di immaginare e ragionare. E la lingua è l’unico campo in cui mi trovo veramente a mio agio.

W. Che senso ha oggi la letteratura?

E’ una delle poche cose che può dare, insieme, conoscenza e piacere. Serve a superare i propri limiti, ad allargare la propria vita, permettendoti di viverne altre per interposta persona.

W. Chi o cosa ti ha ispirato il libro “La scuola cattolica”?

Il fatto che i responsabili del Massacro del Circeo erano stati miei compagni di scuola. E che uno di loro, Angelo Izzo, nel 2005, cioè trent’anni dopo il primo delitto, sia di nuovo tornato a uccidere. Dunque, quel passato non era veramente passato… Ma io non volevo raccontare solo i crimini, piuttosto la mentalità, la vita borghese, le famiglie, il quartiere, appunto la scuola in cui avevamo studiato, insomma tutto ciò che sta intorno e dietro a quella storia. La vita cosiddetta “normale” in mezzo alla quale è piombato quel macigno.  

W. All’interno del tuo libro “La scuola cattolica” c’è una richiesta non detta da parte dei maschi di avere dei contatti tra di loro che non siano esclusivamente di tipo competitivo. Ce ne vuoi parlare?

Credo che i ragazzi abbiano un bisogno di intimità e di tenerezza niente affatto diverso da quello che provano le ragazze, ma che purtroppo si sentano a volte costretti ad assumere pose da duro e comportamenti violenti per dimostrare la propria virilità. È un equivoco tremendo, un meccanismo perverso che andrebbe smontato. 

W.Nel tuo libro di poesie “Nella tua bocca è la mia religione” anche questo in parte autobiografico, dichiari il tuo amore per il corpo umano e in special modo per quello femminile. E così?

Noi siamo il nostro corpo, con i suoi difetti e la sua bellezza. La poesia parla sempre di questi aspetti sensuali che ci fanno tanto soffrire e godere. Il corpo è sempre pieno di sorprese, è un campo di ricerca e di attrazione inesauribile. Io ne sono solo un umile e sventato esploratore. Diciamo che i miei sul corpo amato sono “esercizi di ammirazione”.

W. Perché la decisione di insegnare nel carcere di Rebibbia?

Per conoscere un mondo ignoto, e frequentare gente di ogni tipo, normalmente molto diversa da me. Le persone simili a me mi annoiano. Insegnare lì è un bell’esperimento.

W. Il tuo sogno nel cassetto?

Devo essere sincero? Non ne ho. Anche perché sono totalmente incapace di immaginare il futuro. W. Bene, grazie caro Edoardo, anche a nome dei lettori di Detti e Fumetti per questa interessante chiacchierata

[Dario Santarsiero per DETTI E FUMETTI – sezione Letteratura – articolo del 19 settembre 2022]